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«In seminario capii che far ridere è una missione»

Buongiorno, parlo con il padre della patria Lino Banfi?

«Presente. Ultimamente mi chiamano Lino d’Italia o Lino nazionale. Se vuole, può chiamarmi Lino di Mameli».

Senza apostrofo?

«Con i puntini: Lino… di Mameli».

È uno dei pochi se non l’unico che può reggere titoli del genere. Chi ha una carriera come la sua?

«Mi conoscono quelli che vedevano i miei film con Edvige Fenech e quelli che si sono affezionati a nonno Libero. Una grande azienda di giocattoli che vuole fare una campagna promozionale si è accorta che, parlando di nonni, salto sempre fuori io, il nonno d’Italia».

Altro titolo che la inorgoglisce?

«Nonno d’Italia si può dire. Una volta, quando andavamo allo stadio a tifare la nazionale, dicevamo “Forza Italia”, poi è spuntato il partito… Adesso, parlando dell’inno, non si può più dire nemmeno Fratelli d’Italia. Però, se incontro Costanzo, gli dico: “Io e te siamo fratelli di taglia”. Extralarge».

Niente Forza Italia e niente Fratelli d’Italia: ha mollato il centrodestra?

«Resto sempre di idee liberali, ma ho sempre votato per la persona. In passato per Bettino Craxi, che ho conosciuto, come Walter Veltroni. Di recente mi è diventato simpatico Luigi Di Maio, ma forse non voterei per i 5 stelle. Non mi sono mai legato a un partito perché sono nonno Libero, altrimenti sarei nonno occupato».

Ha iniziato con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia ed è arrivato a Checco Zalone. Qual è il segreto per far ridere?

«Non copiare da nessuno, imparare da tutti. Da ragazzo, quando facevo l’avanspettacolo, finita la mia recita, da dietro le quinte guardavo gli altri per definire il mio stile. Tutti imitavano Totò, Aldo Fabrizi o Tina Pica. C’erano i comici siciliani e napoletani, io scelsi di creare il mio linguaggio accentuando la pronuncia barese».

Come finì nel primo film con Mina, Celentano e Chet Baker?

«S’intitolava Urlatori alla sbarra, facevo la comparsa. Giravano a Sanremo e io ero militare ad Arma di Taggia: sergente Pasquale Zagaria, 89° battaglione. Si era sparsa la voce che c’era il set di un film con attori internazionali. Mi presentai alle 7 del mattino».

Ma se era militare?

«Sulla carta d’identità c’era scritto “artista di varietà”, perciò mi avevano delegato a organizzare gli spettacoli nelle caserme e la sera facevo tardi. Arrivai all’alba e mi presero».

Mina e Celentano?

«Li vedevo come due giganti, ma io avevo la calamita nella testa per Celentano».

Anche lui con sangue pugliese.

«Nato a Milano, ma di genitori foggiani».

Invece i suoi genitori la volevano prete.

«Noi eravamo ortolani, che era più di contadini. Mio padre aveva fatto la terza elementare anche se sembrava fosse laureato perché aveva studiato mentre era sotto le armi. Appena vedevano uno che aveva voglia di studiare come me, per loro era un genio. Perciò dovevo fare l’avvocato o il prete. Dicevano: se fa l’avvocato può diventare notaio, se fa il prete può diventare cardinale».

Pensavano in grande.

«Anche troppo. Mio padre e mio zio gareggiavano alle barzellette. Così, quando mio padre disse a tutta la tavolata quella stronzata del cardinale, lo zio Michele volle superarlo: “Perché cardinale?”, disse, “Pure Papa”, Pep in barese. Allora io mi alzai: “Queste risate che vi fate voi mi fregano a me, perché mi spedite in seminario”. Così fu».

E lì faceva troppo ridere o le piacevano troppo le donne?

«Diciamo che i due problemi si fusero. La guerra mi aveva ammazzato l’infanzia e il seminario mi uccideva l’adolescenza. Così diventai la peste del gruppo, anche se con 8 e 9 in pagella. Insegnavo ai compagni a fumare e a fare le cose dei ragazzini. Poi c’erano le recite, ma il rettore s’incazzava perché quando interpretavo Pietro o Giuda la gente rideva: “Questi sono ruoli che dovrebbero far pensare, invece quelli ridono”. “E che ne so… io leggo quello che avete scritto voi”».

Al talento non si comanda.

«In quarta ginnasio scoprirono che andavamo sul cornicione per spiare le finestre delle suore. Il rettore chiamò il vescovo di Andria, un frate con la barba: “Zagaria, perché piangi? Guarda che la tua vocazione non è fare il prete, ma far ridere le persone. È una cosa bellissima”».

L’episodio fondamentale dei suoi esordi?

«Era il 1968 e facevo l’attore di avanspettacolo all’Ambra Jovinelli, considerato un teatro minore. La mia fortuna fu che Enrico Montesano lasciò da un giorno all’altro il Puff di Lando Fiorini. Litigando il regista, Leone Mancini, gli disse: “È il Puff che fa i personaggi, non il contrario. Ti sostituiremo con il primo stronzo che troviamo all’Ambra Jovinelli”. Il primo stronzo fui io».

Si sentiva pronto?

«Manco per idea. Il Puff aveva un pubblico di gente ben vestita e ingioiellata. Fiorini mi chiamò sul palco per vedere la reazione… quasi non si ricordava il nome. Attraversai quel piccolo corridoio con mille pensieri, forse posso cancellare i miei debiti… Entrai: “Sto vedendo l’attenzione che avete su di me e mi guardete così. Ma da me che chezzo volete”. Cominciarono a ridere… “Scusate, io vengo da un teatro nobile, con un pubblico di puttene, ricchioni, gente tatuet… Invece voi siete gente così, avete gioielli finti…”. Più dicevo così, più applaudivano».

La sua stagione d’oro è stata quella della commedia sexy?

«Erano i film che andavano allora, prodotti dalla Medusa ancora non di Berlusconi, e dalla Dania cinematografica di Luciano e Sergio Martino. Dissi che ogni due o tre film con supplenti e liceali volevo partecipare ai film a episodi con Renato Pozzetto o Celentano. E così andò».

Il personaggio a cui è più legato è Oronzo Canà?

«Il mio ruolo su misura è stato Il commissario Lo Gatto di Dino Risi, grande maestro della commedia all’italiana. Sono affezionato anche all’ex detenuto in cerca di lavoro di Vieni avanti cretino, diretto da Luciano Salce, un film che usano come terapia per chi è soffre del morbo di Parkinson perché fa ridere e stimola i muscoli facciali».

Alla Mostra di Venezia del 2010 Quentin Tarantino si dichiarò suo fan: qual è stato il miglior complimento che ha ricevuto nella sua carriera?

«Quello fu un bel complimento. Al tavolo c’era anche Barbara Bouchet, con la quale avevo girato Spaghetti a mezzanotte. Tarantino disse che avevo una bella faccia e che si sarebbe ricordato di me. Ma non parlavo inglese… Il complimento più bello l’ho ricevuto da Mario Monicelli, con il quale non ho mai lavorato. Eravamo in attesa di essere ricevuti da papa Wojtyla a una di quelle udienze con gli artisti: “Ti devo dire una cosa: tu sei Banfi”. Che chezzo vuol dire, pensavo. “Sei come Alberto Sordi. Gli altri, al ciak del regista diventano attori. Tu no, sei sempre Banfi”. Un complimento bellissimo».

Che cosa ne è stato del movimento Nolinc, Nonni liberi incazzeti?

«È lì, in agguato, pronto a muoversi al bisogno. 1500 ragazzi di San Patrignano mi hanno eletto come loro nonno. Ho fatto uno spot gratuito per il 5 per mille alla comunità, essere chiamato da loro mi ha tolto dieci anni di vita».

Qual è il suo ruolo come ambasciatore Unesco?

«Non ci siamo ancora trovati. Invece, ho incontrato il presidente della commissione Franco Bernabè. Però ho chiesto che non mi chiamino membro, ma ambasciatore. Come ambasciatore dell’Unicef».

Come venne l’idea di proporla a Luigi Di Maio?

«Ci incontrammo a un’inaugurazione della Confcooperative. Restò sorpreso che sapessi dialogare con la gente. Anche Craxi una volta mi propose di fare il senatore. “Per far ridere?”, chiesi. “E noi che cosa facciamo?”, mi replicò».

Perché recentemente ha detto che vorrebbe ricevere un premio?

«I film comici non vengono mai premiati se non, a volte, dagli incassi. A Venezia e a Cannes non esistono. In provincia di Foggia c’è un paese che si chiama Canne della battaglia, pronuncia locale Cann. Se qualcuno creasse il Festival di Cann, al posto della Palma potrebbe consegnare l’Ulivo d’oro».

Perché la comicità è cinema di serie B?

«È una domanda che si fa anche il mio amico fratellino Checco Zalone. Quando si parla della commedia all’italiana nessuno ricorda mai i miei film diretti da Dino Risi, Steno, Luciano Salce…».

Alcuni giornalisti hanno confessato che andavano a vederli di nascosto.

«Meglio tardi che mai».

Se oggi si facesse una commedia sexy come quelle degli anni Ottanta come reagirebbero i media?

«Farebbero una pernacchia sui social. Viste oggi sembrano pellicole da oratorio. La cosa più spinta era guardare dal buco della serratura la Fenech o la Bouchet che facevano tre quattro docce a film: più pulite di così. Loro, però, erano naturali, a differenza delle attrici di oggi».

Ha visto il Festival di Sanremo, cosa le è piaciuto e cosa no?

«Amadeus è bravissimo, ma non capisco perché su dieci canzoni otto sono rap. Per quelli della mia età e della mia sordità è difficile capirle. Pippo Baudo e la sua commissione mischiavano il melodico, il rock, il pop».

Ha un’idea per un film o un programma tv?

«Sto lavorando a un film con Cesare Furesi, un regista che soffre di una malattia penalizzante che ho conosciuto di recente. Ha diretto l’ultimo film di Carlo Delle Piane. È una persona piena di energia, un ex sportivo, che sa usare la macchina da presa con grande sensibilità».

Qual è la cosa più cara della sua vita?

«Mia moglie».

Come sta?

«Grazie all’aiuto del professor Vincenzo Di Lazzaro, un grande neurologo, stiamo riuscendo a rallentare la malattia di cui soffre. Vedendo questi progressi mi sento come un bambino felice vicino alla donna che ho sposato 57 anni fa, dopo dieci di fidanzamento».

 

La Verità, 9 febbraio 2020

«Curioso che ora i cinefili adottino Zalone»

Critico stracult, sdoganatore dei B-movie, difensore del cinema popolare. Per Marco Giusti, autore e conduttore televisivo, ideatore di festival e recensore di Dagospia le etichette si sprecano. Proveniente dall’estrema sinistra, firma dell’Espresso e del Manifesto, creatore con Enrico Ghezzi di Blob e Fuori Orario prima che, nel 1996, il sodalizio si infrangesse, non teme di polemizzare con i custodi dell’ortodossia cinefila. Anzi. Ama Carosello, Stanlio e Ollio, Moana Pozzi, Quentin Tarantino e il cinema western. Il suo recente Dizionario stracult della commedia sexy (Bloodbuster) impiega 500 pagine per scandagliare l’epopea di Laura Antonelli, Barbara Bouchet, Alvaro Vitali, Edvige Fenech, Renzo Montagnani, Gloria Guida…

Perché è importante quella stagione?

«È il cuore delle nostre contraddizioni. In quegli anni, tra il Sessantotto e il Settantasette, si è formata l’Italia di oggi, con repressioni sessuali, desideri di stravaganze libertarie e di libertà mai raggiunte. Dentro ci sono il nostro provincialismo e la nostra voglia di cambiare le cose. Il controsenso della commedia sexy è che ricordiamo la fase con Edvige e Alvaro Vitali e i film scorreggioni. Ma per arrivare lì siamo partiti dal cinema d’autore del Decameron di Pier Paolo Pasolini, da Ultimo tango a Parigi e da Malizia di Salvatore Samperi».

Cos’ha rappresentato quell’epoca per il cinema italiano?

«Incassi stratosferici, soprattutto nel centro sud e in provincia. Come capita anche adesso con Checco Zalone, la Puglia e la Sicilia erano la riserva di pubblico di quei film erotici, comici e liberatori».

Allora c’erano 9.000 sale, oggi sono 3.000.

«È stata la grande stagione del cinema popolare. Dopo gli spaghetti western e i polizieschi, anche le commedie sexy uniscono il pubblico. Non è vero che erano solo per i militari, come si diceva. È stato un fenomeno molto italiano… Ma mentre con Per un pugno di dollari – un solo film – Sergio Leone inventa il filone, nella commedia il genere si forma film dopo film».

In Italia c’è il terrorismo.

«Perché ci si sparava per strada e andavamo a vedere il culo di Edvige e della Guida?».

Già, perché?

«Cercavamo un modo di uscire dalla nostra repressione».

Colpa dei preti?

«Non solo. Colpa del partito, colpa della cultura dominante. Io li andavo a vedere come critico di estrema sinistra. Ero snob forse, ma dubito. Il primissimo era stato Giovanni Buttafava, esperto di cinema sovietico, per intenderci».

Quella che guardava la Fenech e Gloria Guida era un’Italia diversa da quella tutta assemblee e cortei?

«Era la stessa Italia. Vedere quei film scatenati era un guilty pleasure, un piacere proibito. Poi non è che si vedevano tutti. A parte Nando Cicero non c’era un vero autore, erano film ruspanti, più ancora degli spaghetti western. Solo Lucio Fulci in due o tre titoli alza il livello. Poi c’è la censura e i giornali ne danno notizia…».

Moltiplicando la curiosità.

«Andare a vederli era sia una cosa da curia cattolica sia un fatto di libertà. Erano film machisti e razzisti, ma liberando dalle ideologie e dal moralismo, facevano crescere il pubblico».

Che rapporto hanno con quell’epoca le varie attrici?

«Barbara Bouchet e Nadia Cassini ottimo, Gloria Guida mi sembra pessimo. Edvige pensa di essere stata etichettata. Il primo anno di direzione della Mostra di Venezia di Marco Müller volevamo chiamarla come madrina, ma alla fine dovemmo rinunciare. L’Italia era rimasta bacchettona e lei si sentiva ancora appiccicato addosso quel titolo, Giovannona coscialunga…».

La chiama Edvige per brevità o perché è una specie di sorella maggiore?

«Perché la conosco bene ed è simpatica e intelligente. Anche la Bouchet lo è e la conosco bene, ma mi spiace che Edvige si senta ingiustamente massacrata da quel cinema».

Laura Antonelli era un caso a parte?

«Un po’ sì. Lei e la Fenech nascono assieme, poi, dopo il successo di Malizia e grazie a Jean Paul Belmondo, la Antonelli fa film più grossi, diretta da Giuseppe Patroni Griffi, Luchino Visconti e Luigi Comencini. Per Mi faccio la barca di Sergio Corbucci ruba il ruolo proprio a Edvige. Poi scivola… Quando sconfinano in un cinema più alto, le attrici sexy finiscono per spogliarsi più che nelle commedie».

Che derivano dal cinema d’autore, ma sono le basi della tv commerciale?

«A fine anni Settanta nascono le tv private e tutto questo mondo di comici e attrici viene assorbito da Canale 5. Carlo Freccero per primo mette in seconda serata tutti i film della Fenech e così si stabilisce subito un legame forte con la tv di Berlusconi. Arrivano le miniserie con Gigi e Andrea, Sabrina Salerno… poi il filone di Abbronzatissimi e delle Vacanze… Qualche produttore comincia a lamentarsi perché da Milano giungono attricette alle quali si deve trovare un ruolo».

Anche i cinepanettoni nascono da quelle commedie?

«Quando passa in tv, la commedia sexy muore al cinema. Alcuni attori vengono recuperati per la famiglia, come Lino Banfi che diventa Nonno Libero. La parte più volgare confluisce nei cinepanettoni, passando per i film con Renato Pozzetto, Ornella Muti ed Eleonora Giorgi che sono più tranquilli. Scompaiono i film comici e arrivano quelli vanziniani prodotti da Aurelio De Laurentiis. Fin quando, con Neri Parenti, tutta la goliardia viene concentrata in un solo film, un po’ come Zalone oggi, che però devi andare a vedere e così sbanca al botteghino».

Prima di questo, ha fatto anche il dizionario del western, altro genere di serie B.

«Io mi considero uno storico, ma mi diverto a rompere le scatole difendendo il cinema popolare. Per esempio, sono stato il primo a elogiare Cado dalle nubi di Zalone e trovo che adesso sia facile accodarsi».

Perché la critica è sempre più allineata e pochi sparigliano?

«Credo che sia colpa dei social. Devi essere di qua e di là, soprattutto devi essere sul pezzo. Natalia Aspesi ha scritto un pezzo assurdo su Tolo Tolo, anche Paolo Mereghetti… Quando mai sono stati dalla parte di Zalone?».

Invece, stavolta…

«Non so se sia una linea dettata dai direttori, per fare più polemica. Però è bizzarro, Aldo Cazzullo scrive “film bellissimo”… Capisco, fare proprie le cose popolari, ma al quinto film è un po’ tardi».

La politica inquina la critica?

«Quella di questo cinema. Tolo Tolo arriva dopo un anno di porti chiusi, porti aperti e ritorno del fascismo: ovvio che ci si schiera. Il film rimane strano, non può stare con i porti chiusi, ma non prende posizione. Le critiche che lo tirano di qua o di là appena le leggi diventano ridicole. Su un tema così vorresti che il film si schierasse come aveva fatto La grande guerra con un finale forte. Qui tutto si risolve nella trovata musical. E quello che non ha fatto Zalone lo fanno i critici dandogli un senso politico che non ha».

È stato improvvisamente coccolato dal Corriere e da Repubblica.

«Improvvisamente».

E sbertucciato dai critici di destra…

«Soprattutto non è abbastanza piaciuto al pubblico. Rispetto ai 65 milioni di Quo Vado ne incasserà 20 in meno e ne costa 15 in più. Rimane un grande successo, però non è quel boom che sembrava nei primi giorni».

Zalone avrebbe fatto meglio a restare con Gennaro Nunziante, suo regista storico?

«Nunziante avrebbe evitato qualche scelta grossolana e dato più ritmo alla storia. Avevano sempre agito come una coppia comica: Gennaro, rigoroso e cattolico, e Checco che stravolgeva le situazioni “democratiche”».

Che ruolo ha avuto nella vicenda il produttore Pietro Valsecchi?

«Credo abbia voluto escludere Nunziante perché pensava che Checco solo fosse più forte. Temo abbia sbagliato. Comunque, questo è l’ultimo film che fa per la Taodue prima di mettersi in proprio. Io penso che abbia bisogno di un’interfaccia intelligente con cui confrontarsi. Anche Alberto Sordi funzionava meglio quando lavorava con Rodolfo Sonego».

Parlando di critica, come mai le serie tv di Taodue sono sempre elogiate da Aldo Grasso?

«Bisognerebbe chiederlo a Grasso. Metterle sullo stesso piano di Gomorra lo trovo eccessivo, ma ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni».

Medusa e Mediaset stanno facendo grandi incassi con Tolo Tolo e Il primo Natale, due film sull’immigrazione tendenti a sinistra?

«È la dimostrazione che il cinema comico è più attento all’attualità del cinema d’autore. È stato così anche in passato con la commedia italiana. Quest’anno i cinepanettoni intelligenti, senza situazioni volgari o imbarazzanti, sono andati bene. È come se questo cinema fosse riuscito a rappresentare un Paese più composto di quello reale che vedevamo fino a qualche mese fa. La bella notizia è che sommando gli incassi di Tolo Tolo a quelli di Pinocchio, Il primo Natale e La dea fortuna la nostra industria porterà a casa 80 milioni».

La critica si è divisa anche su C’era una volta a Hollywood: Mariarosa Mancuso del Foglio ha scritto «date il Nobel a Tarantino», Mereghetti ha parlato di «cinema citazionista».

«Anche Emiliano Morreale di Repubblica ha scritto che è finito. La critica che si sente ufficiale cerca di espropriare Tarantino della sua leadership, tentando di ridarla al cinema d’autore europeo old stile».

Invece lei è un suo acceso fan?

«Trovo che finora Tarantino non abbia sbagliato un colpo e abbia seguito un percorso alto e intelligente. Rivaluta il cinema di genere che i critici fofiani hanno sempre considerato minore. I quali contestano il suo ruolo per difendere la scelta di aver dequalificato il western, la commedia, i film comici, i polizieschi… Tullio Kezich ha attaccato Sergio Leone fino all’ultimo giorno».

Mentre lei è lo sdoganatore dei B-movie.

«Ho difeso il cinema popolare da prima che comparisse Tarantino. Perciò trovo bizzarro che ora Zalone venga esaltato da chi ha sempre snobbato quel cinema».

Le divisioni si riproporranno anche su Hammamet di Gianni Amelio?

«Il tema, d’istinto si presta, ma Hammamet è un film volutamente non politico. Su Craxi le bande erano più schierate 25 anni fa».

 

La Verità, 12 gennaio 2020

A «Tolo Tolo» manca l’irriverenza di Zalone

È vero, la risata non ha colore politico. Ma in Tolo Tolo le risate scarseggiano, purtroppo. Mentre la politica…

Furbo, ruffiano, arrotondato e senza spigoli, insomma: paraculo. Si può dire? Il nuovo blockbuster di Luca Medici, nome d’arte Checco Zalone, re Mida del cinema italiano, colui che da solo salva le stagioni, non a caso bis-primatista assoluto d’incassi (primi due posti al botteghino per introiti nel giorno d’esordio in sala), segna un cambio di rotta nella produzione del comico barese rivelandosi piuttosto deludente. Addio sfregio cafone e dell’irriverenza, volgare ma sana, che in passato aveva sdoganato il sentimento maggioritario dell’Italia imbonita dal manierismo dominante.

Certo, parliamo pur sempre di un lungometraggio sfaccettato e pieno di cose, anche se un tantino affastellate e in difetto di regia e scrittura. C’è l’idea del migrante bianco che fugge in Africa dallo Stato esattore e fa il percorso contrario di quello dei poveri cristi di cui parliamo tutti i dì. C’è la varietà dei generi e del linguaggio, dall’animazione al musical, dal movie on the road alla commedia sordiana sul solito italiano furbo e cialtrone. Ci sono gli scenari del Kenya e del Sahara, i camei prestigiosi (Barbara Bouchet, Nicola Di Bari, Nichi Vendola) e una buona colonna sonora con citazioni e novità. C’è tutto questo, ma parlando di Checco Zalone ben di più e d’altro ci si aspettava. Perché, purtroppo, ciò che manca ai novanta minuti di Tolo Tolo è proprio il suo quid, la beata tamarraggine, il graffio scorretto, la battuta ignorante e vincente proprio perché (fintamente) inconsapevole. Quando si va a vedere un film di Zalone ci si aspettano le vetrine in frantumi del correttismo e lo sberleffo al benpensantismo. Invece, salvo una battuta antisaviano («Sei pronto a fare la brava risorsa» al bimbo che finalmente approda in Italia) e il sorteggio finale per l’assegnazione ai Paesi europei dei gruppi di migranti, ci troviamo dentro una commedia terzomondista con capovolgimento di prospettiva. Un film che si snoda geograficamente e socialmente al contrario, per finire in braccio al più composto e sentimentale veltronismo.

All’inizio della storia, dopo l’arrancante prologo, l’imprenditore in fuga dall’Agenzia delle entrate Pierfrancesco Zalone accusa d’ignoranza l’amico nero Oumar perché non sa pronunciare «ialuronico»: «Io voglio fare il cinema, mica l’estetista», è l’acrobatica risposta che apre la strada al ribaltamento della vicenda. Gli europei si sono venduti l’anima per l’effimero, gli africani sono sani, colti e si battono per l’umanità. Nel tempo libero, tra un’incursione delle milizie e un bombardamento, Oumar guarda i film di Pier Paolo Pasolini e la dolce Idjaba si rassegna a prostituirsi pur di mantenere la promessa di accompagnare verso un futuro migliore il bambino che le è stato affidato. E gli italiani? Cialtroni, si diceva, e cinici. Nell’amico senz’arte né parte che si arrampica dalla disoccupazione fino a palazzo Chigi è facilmente riconoscibile Luigi Di Maio (con tratti di Giuseppe Conte), mentre nella speranza dei famigliari di Zalone che lui sia morto per poter estinguere i debiti con il fisco, è resa plasticamente la preferenza del portafoglio sugli affetti. Un film al contrario, che sovverte le attese alimentate dal video di Immigrato, sapiente depistaggio rispetto alla sceneggiatura, dove la mano di Paolo Virzì è facilmente individuabile.

Proprio il trailer eccentrico, che ha fatto sclerare i sacerdoti del Bene, e la campagna promozionale sono state le mosse più indovinate di tutta l’operazione. Forse sarebbe stato ancora meglio ridurre la comunicazione, limitandosi al promo e alla conferenza stampa, godendosi lo spettacolo di noi giornalisti che ci scervelliamo su destra e sinistra. Giornali e sale piene, per una volta. Vittoria su tutti i fronti, tranne che sulla qualità del prodotto cui avrebbe giovato una regia più distaccata.

Rileggere ora l’intervista concessa ante-visione ad Aldo Cazzullo può essere istruttivo: «Purtroppo non si può dire più nulla», ammette Zalone. «Se riproponessi certe imitazioni di dieci anni fa… mi arresterebbero… L’unica cosa atroce qui è la psicosi del politicamente corretto». Parole autogiustificatorie? Non sarà che pure l’amato Checco vi ha ceduto senza riuscire a scavalcare quel «purtroppo», come ha sempre fatto in passato? Il dubbio c’è ed è suffragato dal fatto che ora lo troviamo coccolato dal salotto sgravacoscienze de sinistra, amministrato da Paolo Mereghetti che ha scomodato Primo Levi, da Natalia Aspesi, che ha provato «la stessa emozione» di quando «piccina mi portarono a vedere Biancaneve e i sette nani» e da Andrea Salerno, per il quale Tolo Tolo è «un film decisamente di sinistra». Ha ragione il direttore di La7 che, con Massimo Giletti ed Enrico Mentana, ha «dato una mano» e lui se n’è compiaciuto. Un film di sinistra: a confermarlo arrivano anche Cazzullo, che lo ama perdutamente, ma lo descrive «palesemente antisalviniano», e Fulvio Abbate su Dagospia, il più fulminante: «Un patetico calendario missionario… tra le cose da tenere in cucina».

 

La Verità, 6 gennaio 2020