La Valle dell’Eden mette al centro il bene e il male
In tempi di nichilismo e relativismo imperanti vale la pena guardare La Valle dell’Eden su Netflix, sette episodi con la regia di Zoe Kazan, nipote d’arte, che condensano le 700 pagine del capolavoro di John Steinbeck, potente meditazione sul bene e sul male che interrogano il libero arbitrio. Siamo prima nel Connecticut di fine Ottocento e poi, fino agli esordi della Prima guerra mondiale, nella Salinas Valley californiana, luogo di nascita dello scrittore premio Nobel per la letteratura, e la saga generazionale dei fratelli Traks, iniziata con la perversa disciplina del padre Cyrus (Tracy Letts), prosegue con l’improvvisa comparsa nella loro fattoria di Cathy (poi Kate), una ragazza violentata e morente (Florence Pugh), che condizionerà pesantemente l’esistenza del futuro e sfortunato marito Adams (Christopher Abbott), e di Charles (Mike Faist), che la amerà e basta. Dall’unione con Adams, ma non è certo, nasceranno due gemelli, Aron (Joe Anders o Joe Mendes) e Cal (Joseph Zada), destinati anche loro a ripercorrere le tracce di Caino e Abele. È qui che s’innesta il conflitto etico della storia perché la madre abbandona cinicamente marito e figli per arrampicarsi in una vita di lussi e dissoluzioni come tenutaria del bordello di Salinas. Piegato dal tradimento e dalla solitudine, Adams lascia la gestione della casa e l’educazione dei bambini a Lee (Hoon Lee), il domestico cinoamericano, vero antagonista della donna simbolo del male. Lee è protagonista di una vicenda diametralmente opposta a quella di Cathy: una storia fatta di razzismo subito e genitori perduti, ma fatta anche di abnegazione e dignità. La sua fonte ispiratrice è il libro della Genesi. Lee non si accontenta della prima versione secondo cui Dio promette a Caino che «dominerà il peccato». Né gli basta la traduzione americana – «dominalo» – in cui la promessa diventa ordine. La sua ricerca gli fa scoprire che il verbo corretto è «timshel», thou mayest, tu puoi. «Potrebbe essere la parola più importante del mondo», riflette Lee. Con ragione, perché quel verbo chiama in causa la libertà dell’uomo: anche l’eredità di sangue più ingombrante non è un destino obbligato.
La miniserie di Zoe Kazan non segue pedissequamente il romanzo pur riproponendone potenza e sontuosità. Lo scostamento più evidente è nella figura di Cathy-Kate, archetipo di malvagità in Steinbeck e qui sfumata da qualche giustificazione. Tuttavia, l’interpretazione di Pugh, intrisa di cinismo, non ne attenua la forza simbolica di tutto ciò che non si deve essere.
La Verità, 14 ottobre 2026



