I turbamenti esistenziali di Augias catechizzato da Zuppi

Riparte la nuova stagione di La torre di Babele e Corrado Augias che conduce il programma (La7, lunedì, ore 21,30, 720.000 telespettatori, share del 4.3%) è turbato perché il mondo va a rotoli. Ci sono le guerre, c’è il cambiamento climatico, ci sono state le elezioni in Sassonia e in Svezia e presto ci saranno quelle in Israele, quelle di medio termine in America e poi quelle italiane. Il turbamento è tanto e c’è bisogno di trovare la bussola che orienti in mezzo al caos. Chi c’è di meglio per farsi aiutare se il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei. Eccolo seduto sulla poltroncina dirimpetto al conduttore che legge brani dalla Magnifica humanitas di Leone XIV e ne elogia la capacità, unica figura di sovrano che ha saputo farlo, di guardare oltre la prospettiva delle prossime elezioni e le polemiche sulle preferenze sì o no. L’elogio di Augias è accompagnato dall’imbarazzo che lo costringe a separare l’elemento umanistico dalla «visione religiosa che si può condividere o no» e a ribadire che la redazione del programma è tutta «composta da non credenti». E ancora: «Non possiamo certo trasformarci in una trasmissione papalina», avverte prima di proporre un altro brano del Pontefice dall’intervento al Meeting di Rimini di qualche settimana fa. In certi momenti, tra il cardinale e il giornalista ateo sembra di assistere a una disquisizione accademica, che si sviluppa per categorie filosofiche. L’insistita sottolineatura del conduttore sul suo essere non credente non riesce tuttavia a nascondere quali siano le questioni che lo turbano davvero e su cui vorrebbe l’approvazione del presidente della Cei. Prima questione: perché il mondo va a destra? C’è tanta paura e ci sono molti modi di reagire alla paura, suggerisce il cardinale. Di fronte all’emergenza di Ceuta, per esempio, l’Europa dovrebbe rispondere unita e non dividendosi, osserva Zuppi, mandando un messaggio chiaro al nostro governo e appagando i desideri del suo interlocutore. La seconda questione che turba il conduttore è perché non possiamo decidere autonomamente quando staccare la spina e morire come piace a noi? Qui il confronto si fa ancora più vivace perché la realtà irrompe nella sua crudezza con l’avvicinarsi del momento finale che Augias avverte in modo stringente. Così, le domande partono dalla sua esperienza personale di sofferenza vissuta in ospedale. Ma Zuppi non si fa impressionare: la sofferenza deve essere accompagnata e può essere attraversata in modo positivo come prova il fatto che «lei adesso è qui» e ne sarà contento. L’evidenza esistenziale supera le convinzioni filosofiche.

 

 

La Verità, 16 settembre 2026

Il reportage di Capuozzo su GPII che cambiò il mondo

Se c’è uno che ha davvero cambiato il mondo è Giovanni Paolo II. Al momento della sua elevazione al soglio pontificio, Karol Wojtyla aveva trovato un pianeta paralizzato dalla Guerra fredda, in cui il comunismo aveva ancora enorme ascendente sulle masse e la Chiesa era ripiegata, intimidita e lontanissima dai giovani. Lo ha lasciato senza il Muro di Berlino, più critico verso le ideologie totalizzanti e con i giovani che gremivano le piazze (5 milioni a Manila nel gennaio 1995) per pregare e seguire il Papa venuto da un Paese lontano. Raccontare in due ore di televisione una figura tanto straordinaria, largen than life dicono gli americani, è impresa ardita perché, oltre alla difficoltà di renderne la poliedricità – i tratti mistici e quelli carismatici, le predilezioni personali e le sensibilità pastorali – implica raccontare l’intero Secolo breve, guerre, genocidi e rivoluzioni mancate. Ci è riuscito Toni Capuozzo, inviato di lungo corso di Mediaset, nel primo dei quattro Giganti (tra i quali non c’è Francesco Guccini, «un gigante» per il cardinal Zuppi) in onda da domenica sera su Rete 4, grazie a una sensibilità giornalistica da artigiano del mestiere che lo fa procedere ponendo e ponendosi domande sull’oggetto-soggetto da illuminare: la personalità potente, il grande comunicatore, il messaggero e testimone di Cristo anche nei giorni della malattia. Ma non assistiamo a un’agiografia né a un santino per un pubblico di devoti, sebbene a volte la musica trionfante rischi di farlo sembrare tale, nensì a un reportage storico. Capuozzo cammina per Wadowice e Cracovia per mostrare la casa natale del futuro Papa e interrogare i testimoni, tra i quali lo storico segretario Stanisław Dziwisz, ora cardinale. Tra gli italiani intervengono il vaticanista Fabio Marchese Ragona, la psicoterapeuta Stefania Andreoli e lo storico Andrea Riccardi che si premura di dire che quello di Giovanni Paolo II non è un papato da interpretare politicamente, in contrasto ai regimi comunisti. Eppure, sottolinea Capuozzo nel capitolo sull’attentato di Ali Agca, Wojtyla «non fu certo amato Oltrecortina», ed è stato il principale ispiratore del crollo del Muro, aiutando Solidarnosc di Lech Walesa, «protagonista della storia» in dialogo con le autorità di tutto il mondo e i capi delle altre religioni a cominciare da quelli delle comunità ebraiche. Fu sia un conservatore che un progressista, «ma non per doppiezza né per compromissioni», osserva ancora il conduttore che ribadisce il suo messaggio, mostrandolo mentre invita: «Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo». Perché San Giovanni Paolo II appartiene alla Chiesa, ma ha scosso il mondo intero.

 

La Verità, 1 settembre 2026

Il servizio pubblico degli inviati dei tg di cui si tace

Certo, non sono «gli inviati di Report», una categoria a parte che gioca nella Champions del «giornalismo d’inchiesta», altra specifica elettiva. Sono solo inviati quotidiani, che entrano nelle nostre case tutti i giorni, di solito all’ora di cena. Sono i giornalisti del Tg1 (e anche degli altri tg) che non godono della visibilità dei loro colleghi, autori di appelli e ultimatum alla Rai, l’azienda per cui lavorano. Chi si ricorda delle loro firme e quali servizi realizzino? Il telegiornale lo si guarda sempre distrattamente, mentre si apparecchia o sparecchia la tavola, o con l’audio spento per non intralciare la conversazione. I giornalisti dei notiziari tirano la carretta day by day, tra un’alluvione, un femminicidio e un reato commesso da un irregolare. Cose quotidiane alle quali abbiamo fatto il callo. E l’anno fatto anche loro, gli autori dei servizi relativi. Invece no. Qualcosa forse è successo nella redazione del Tg1 perché nello stretto giro di un paio di giorni ha messo a segno una piccola sequenza di colpi. Scoop, si dice nel gergo della materia. C’è un giornale da fare, tutti i giorni più volte al giorno. E allora facciamolo al massimo, alla Vasco Rossi, senza porci limiti. Nulla è scontato se non ciò che si crede già di sapere e non si sottopone alla prova della curiosità. E allora ecco che Leonardo Zellino, uno che si è fatto tutto il mese di gennaio a Crans-Montana, s’imbarca su un aereo per il Camerun e va a scovare Gomes Tavares, per non accontentarsi dei video reticenti che il produttore esecutivo dell’attentato a Sigfrido Ranucci disposto dal mandante Valter Lavitola, inviava per calmare le acque qui in Italia. Oppure Giuseppe La Venia, firma dei servizi sul fatto del giorno, che intervista, senza svelarne il volto, l’uomo che ha tentato per primo di calmare Abderrahim Fakir, l’irregolare morto a Modena in circostanze da chiarire: da quel giorno il soccorritore vive nascosto perché subisce minacce e intimidazioni. O, infine, Stefano Fumagalli, inviato di esteri reduce da Ceuta, che vola fino al confine tra il Nepal e il Tibet per realizzare i reportage dalle zone colpite dall’ultima alluvione. Si potrebbero fare anche altri nomi, da Felicita Pistilli a Ignazio Ingrao a Roberta Ferrari… Colleghi senza auree particolari, senza piedistalli, senza trapezi e autocompiacimenti narcisistici, che fanno il loro lavoro: informano i telespettatori confezionando un notiziario credibile. Solo per fare servizio pubblico. Un servizio al pubblico.

 

La Verità, 31 agosto 2026

Fenomenologia di Djokovic il guerriero del tennis

Ripreso di spalle, rivolto al mare, Novak Djokovic medita a occhi chiusi, in silenzio. A parlare è la moglie, Jelena Ristic, che si chiama come Jelena Gencic, la sua prima coach, quella che lo scoprì e che, da bambino, lo costruì il campione che sarà. Nole è gentile, vulnerabile, pieno di rabbia che sa trasformare in elemento positivo. Poi si rivede il campione ululare come un lupo: Il lupo d’inverno è il titolo del docufilm con la regia di Jason Hehir da ieri disponibile su Prime Video.

«È il più grande di sempre. Ha vinto più master di tutti, più slam di tutti, è stato più a lungo di tutti al numero uno» è la sintesi di André Agassi, uno che in qualche modo gli somigliava nella tattica e nel modo di giocare. Si pronunciano anche Rafa Nadal, Boris Becker, Pete Sampras, Jim Courier. Ma questa biografia non eccede in toni apologetici, non è una carrellata di vittorie e colpi spettacolari. Scava nel temperamento complesso del campione abituato a ribellarsi alle critiche. È quello che i Serbi chiamano «inat», tratto distintivo di quel popolo, una sorta di ostinazione indomita a ribaltare l’apparenza, il giudizio degli altri, i luoghi comuni sui quali ci si adagia. Ed è la caratteristica più originale di questo fuoriclasse infinito e anomalo.

Si comincia dalla vittoria della medaglia d’oro alle Olimpiadi di Parigi e dalla domanda, da quel momento sempre più insistente, sul momento in cui appenderà la racchetta al chiodo. Si prosegue con il ruolo di terzo incomodo, di «cattivo» che rovina la sceneggiatura hollywoodiana del duello tra Roger Federer e Rafa Nadal (che seguiva quelli tra Laver e Rosewall, Borg e McEnroe e Sampras-Agassi). Si arriva all’esclusione dagli Australian open del 2022, quando rivela di non essersi vaccinato e la fama di cattivo si consolida, mentre lui intende solo difendere il libero arbitrio.

Ma la parte più significativa del racconto è quella dell’infanzia, della guerra del Kosovo, quando lo si vede tirare i primi colpi allenato dalla Gencic che lo pronostica subito in cima alla classifica mondiale. È in quegli inizi, quando, con i suoi familiari, correva nel bunker per cercare riparo dai bombardamenti, che si forgia il guerriero vincente di mille battaglie. Da suo ex allenatore, Agassi rivela di aver capito che «aveva bisogno di uno stato d’animo cupo per tirare fuori il meglio di sé». Quando ha tutti contro gioca ancora meglio. Agli addetti ai lavori che continuano a chiedergli quando smetterà non sa cosa rispondere: «Sono il numero uno dei dubbiosi. Sono sempre pronto a smentirmi», conclude. E riaffiora «l’inat».

 

La Verità, 21 agosto 2026

La coda lunga dell’Odissea di Nolan sulle reti tv

Pur con le non poche riserve filologiche e wokiste del caso, The Odissey di Christopher Nolan può vantare alcuni meriti. Aver riempito, da sola e in combutta con Spider-Man: Brand New Day, l’intera estate cinematografica e le multisale del globo. Ovvio. Aver rivitalizzato il dibattito sull’Occidente, le nostre radici e il canone letterario, coniato nell’opera primigenia. Più semplicemente, aver dispiegato la coda lunga sulle nostre reti televisive, regalando loro un discreto tesoretto di audience. D’estate, i palinsesti sono infarciti di repliche e ricicli e, anche per questo, sono liquidi e pronti a modellarsi sui fatti di cronaca o sui piccoli fenomeni di costume e di moda del momento. È bastato avere un pizzico di prontezza di riflessi per cogliere le opportunità e proiettare sulla programmazione gli effetti benefici del kolossal che sta catalizzando le conversazioni a cena e sotto l’ombrellone. Il rispetto del testo originale, la libertà di interpretazione e di adattamento degli artisti che vi si ispirano e il grado di attualizzazione e di modernità concessa animano le chiacchiere estive. Così la riproposizione di altre versioni del classico di Omero si giova della possibilità di raffronto con il film che ha conquistato le vette del botteghino. Sabato sera Itaca – Il ritorno di Uberto Pasolini, ispirato all’ultima parte dell’opera omerica, con Ralph Fiennes nel ruolo di Ulisse e Juliette Binoche a interpretare Penelope, ha sfiorato il milione di telespettatori con il 7,4% di share. Qualche giorno prima, martedì, Iris ha battuto tutti i canali tematici proponendo L’Odissea di Francis Ford Coppola e Andrej Konchalovskij (con Armand Assante, Greta Scacchi e Isabella Rossellini), una maratona di tre ore che ha conquistato 400.000 telespettatori e il 4% di share. Raiplay, invece, ha registrato un boom di accessi alla piattaforma per lo storico sceneggiato, correva l’anno 1968, con Bekim Fehmiu (Ulisse) e Irene Papas (Penelope), che, riproposto in vari episodi come una serie moderna, non sfigura nel confronto con le produzioni più recenti. Mercoledi Canale 5 è andata dritta sull’ultimo film televisivamente disponibile firmato da Nolan, quell’Oppenheimer interpretato da Cillian Murphy, nel ruolo del padre della bomba atomica, e Matt Damon (Odisseo ora nelle sale) in quello del generale americano che lo recluta per la realizzazione del progetto. Lo share è stato del 16,2% e i telespettatori medi 1,4 milioni. L’incremento di audience o l’aumento delle visualizzazioni sono un buon effetto collaterale dei sensi di colpa dell’Odisseo di Nolan.

 

La Verità, 9 agosto 2026

La ricerca del figlio diventa un thriller adrenalinico

Nell’ultima settimana è entrata nella top ten delle serie Netflix più viste di sempre e una ragione ci sarà, nonostante le critiche acidule di qualche critico dai gusti patinati. In realtà, una certa sorpresa la provoca il successo di Ovunque tu sia, otto episodi di una quarantina di minuti tratti da I will find you di Harlan Coben, autore ben sfruttato dalla serialità di tendenza. Non si tratta, infatti, del classico prodotto con le quote assegnate alle minoranze che ingrossano il pubblico arcobaleno delle piattaforme streaming, bensì di un family thriller che ha per protagonista un padre (il Sam Worthington di Avatar) condannato all’ergastolo, da innocente, per l’omicidio del figlioletto. La vera originalità della storia è la trama centrata sul confronto tra una serie di coppie: sono padre e figlia anche i due poliziotti che indagano (Chi McBride e Logan Browning), madre e figlio i titolari della fondazione non profit (Madeleine Stowe e Milo Ventimiglia), padre e figlio il direttore del carcere e l’amico del condannato.
Dopo cinque anni di galera privi di rapporto con i famigliari che hanno creduto alla sua colpevolezza, improvvisamente davanti al detenuto nel carcere di Boston si palesa la cognata (Britt Lower), giornalista investigativa a riposo forzato, mostrando la foto di un bimbo con la stessa voglia sulla guancia di quello ucciso. È la leva che scatena la determinazione del papà a ritrovare il figlioletto e a provare la propria innocenza. Ed è l’innesco di un action ricco di colpi di scena che coinvolgono e spiazzano ripetutamente il telespettatore. Evasione dal carcere, inseguimenti, depistaggi, pistole puntate con annesso ultimatum, game over ribaltati: il padre e la zia del bimbo sembrano Bonnie e Clyde e riescono a scamparla sempre all’ultimo, mentre le piste a un punto morto aprono nuove strade. I notiziari martellano la grande storia del padre inafferrabile, ma la cognata-partner respinge le avance dell’ex direttore bramoso dello scoop. Chi sono quelli che hanno falsificato le prove della morte del piccolo Matthew, rapendolo e pilotando le testimonianze al processo? Quali scheletri nel passato della famiglia giustificano una vendetta tanto diabolica? È corrotta anche la polizia che insegue il padre che cerca il figlio? Chi c’è dietro la fondazione che gestisce una serie di orfanotrofi? E come funzionano le donazioni nella clinica della fertilità dove lavora la mamma del bimbo rapito? Le domande si aprono una sull’altra come scatole cinesi. Così, senza bisogno dell’aura che avvolge altri titoli, qui l’adrenalina scorre a fiumi e si fatica a interrompere la visione sequenziale.

 

La Verità, 4 agosto 2026

The Agency, la crème di Hollywood può far meglio

È appena terminata la seconda stagione e già si attende la terza, che ci sarà, fidatevi, impossibile troncare una storia a quel modo. Sempre più spesso le serie si concludono preannunciando il seguito, irrisolte. The Agency, thriller spionistico di Showtime visibile su Paramount+, più di altre. Diciamo con una metafora, senza spoilerare troppo, che il protagonista è appeso con un filo di seta sopra un rogo. E quindi arrivederci a presto.
Nel remake di Le Bureau – Sotto copertura, ambientato nel servizio che forma e segue gli agenti segreti francesi all’estero, siamo invece nella sede della Cia a Londra. Dopo parecchi anni di missione da infiltrato in Etiopia, dove si è innamorato della misteriosa Samia Zahir (Jodie Turner-Smith), Martian (Michael Fassbender) viene improvvisamente richiamato alla base per dedicarsi alla formazione di altri agenti tra cui la promettente Danny Morata (Saura Lightfoot-Leon) destinata a Teheran. Ci sono parecchie operazioni delicate nei teatri di guerra, ma Martian fatica a liberarsi del ruolo dell’ultima missione anche perché ricompare a Londra la sua amante. Per proteggersi reciprocamente saranno costretti a violare parecchie regole destando i sospetti dei loro superiori. Nel caso di Martian, che gioca di sponda con l’MI6, soprattutto quelli del capo delle strategie della Cia di Londra (Jeffrey Wright), a sua volta contrastato da Bosko (Richard Gere), responsabile ultimo dell’agenzia. A complicare il quadro ci si mette la psicologa (Harriet Samson Harris), incaricata di sorvegliare la salute mentale dei diversi agenti.
Sullo sfondo dei tanti doppi e tripli giochi c’è molta geopolitica, dalla fabbricazione dell’atomica dell’Iran al commercio di diamanti nel Centrafrica, dalle guerre civili in Sudan al mercato delle terre rare, senza dimenticare il ruolo dei servizi cinesi e russi. Questa è forse la parte più complicata e confusa di tutta la trama, che le azioni cariche di suspence nel deserto o nelle montagne mediorientali non bastano a definire. Da una serie tanto ambiziosa e griffata, con la crème di Hollywood e della scuola anglosassone, che annovera tra i produttori esecutivi George Clooney e Grant Heslov, qui anche regista di parecchi episodi, tra gli showrunner Jez e John-Henry Butterworth e, alla regia, il Joe Wright di M. Il figlio del secolo, e vanta un cast con, tra gli altri, attori cool come Michael Fassbender, un Richard Gere grazie a dio nell’ambito del suo mestiere, e la vecchia conoscenza di queste situazioni, Jeffrey Wright, ci si aspetterebbe una scrittura più nitida e calligrafica.

 

La Verità, 2 agosto 2026

Una serata di gala con Tapiro per Antonio Ricci

Chissà se adesso Valerio Staffelli inseguirà Antonio Ricci per consegnargli il tapiro. La notizia che Striscia la notizia non è prevista in nessuna formula nel palinsesto 2026/27 è di questi giorni. La conferma viene dal fatto che la gestione degli account del tg satirico è passata direttamente a Mediaset. A inizio luglio, alla presentazione della prossima stagione, Pier Silvio Berlusconi aveva detto che, dopo l’esperimento in prima serata non del tutto riuscito (12,8% di share, 1,9 milioni di telespettatori), erano in corso valutazioni insieme all’inventore e padre storico del programma. Sono trascorsi 38 anni dall’esordio su Italia Uno nel novembre 1988 con Ezio Greggio e Gianfranco D’Angelo dietro il bancone. Televisivamente parlando, 38 anni sono un’era geologica. Oltre ai canali Rai e Mediaset, allora Fininvest, c’erano Odeon tv, Telemontecarlo e Telecapodistria. Le pay tv e le piattaforme non si paventavano nemmeno nei film di fantascienza. Ma, allergico all’informazione paludata dei telegiornali Rai, Ricci colse la necessità di un controcanto, di un racconto dissonante. La genialità fu scegliere lo spartito della satira, dell’ironia e dell’umorismo, non le prediche sussiegose dei professorini. «Una risata vi seppellirà», una frase attribuita all’anarchico Michail Bakunin, era lo slogan-manifesto che aveva accompagnato le ribellioni dei movimenti post-sessantottini. E il tg di Ricci adottò il linguaggio delle gag e dei tormentoni, affidando a un pupazzone morbido e rosso le sue battaglie antipotere. Anche quando il potere aveva il quartier generale ad Arcore, come documentò la miniserie Il Cavaliere mascarato. O, in tempi più recenti, quando la querelle su Giambruno, compagno della premier Giorgia Meloni, colpiva in casa e creava problemi diplomatici a vari livelli. Fare l’elenco dei colpacci di Striscia richiederebbe una pubblicazione a parte. Il vero grande successo è stata la dissacrazione dell’ufficialità, la destrutturazione di un certo giornalismo, il contropelo all’ipocrisia sul «corpo delle donne», la corrosione del bel mondo radical chic, la demolizione dei bigottismi cattolico e comunista. Tutto consacrato in un ciclo di lezioni alla Sorbona. Quell’Italia era forse più scanzonata di quella attuale, ma l’epoca di «È lui o non è lui? Cerrrto che è lui» è tramontata. «Il signor Enzino» è diventato un agit-pro-Pal, uno dei troppi guru di Bianca Berlinguer. E Gerry Scotti il curatore fallimentare di una trasmissione molto più moderna della sua. La consegna del tapiro a Ricci dovrebbe avvenire in una fantasmagorica serata di gala.

 

La Verità, 1 agosto 2026

I commenti di Adani? Una forma di fanatismo

Più che enfasi o retorica è una forma di esaltazione, uno stato di euforia. Come chiamarle certe performance di Lele Adani, la seconda voce delle telecronache Rai dei Mondiali di calcio, segnatamente durante le partite dell’Argentina e del suo condottiero gentile Lionel Messi? L’Albiceleste ha battuto in rimonta l’Inghilterra e domenica sera disputerà la finale contro la Spagna per confermare il titolo conquistato quattro anni fa. «La Seleccion non accetta un no come risposta», urla il commentatore nel microfono, «rifiuta la resa, rigetta la forza del rivale, si ribella a pronostici contrari, fortificando la portata della missione, intensificando la spiritualità di un gruppo speciale». Alla fine, nomen omen, il telecronista Alberto Rimedio ha proposto un rimedio: «Adesso dobbiamo respirare, respirare», ha detto a conclusione di quell’orgasmo da telecronaca, di delirio di eccitazione, apoteosi di un’idea totale del calcio, il «football» come religione. La passione ok, ma il telefanatismo trasforma ogni partita in una raffica di sentenze. Ma alzare i decibel non compensa i limiti del vocabolario. Sandro Ciotti, per dire, non esagerava mai con il pathos, ma trasmetteva in modo magistrale i contenuti dell’evento. Oggi tutto è epico e leggendario. Un’overdose gratuita di adrenalina. Segna l’Inghilterra: «Le seconde palle, andare sulle seconde palle… Gli esterni di Tuchel…». Pareggia l’Argentina: «Il tempo, il tempo, il calcio è una questione di tempo… Giocare a calcio, fare calcio… Con l’Argentina non è mai finita!». In un crescendo che tira in ballo Albert Einstein: «Diceva che le coincidenze sono il modo che ha Dio per rimanere anonimo, ma non lo puoi fare con Dios… Maradona 40 anni dopo orienta questa partita e non la fa finire perché l’epica deve continuare». Restando ai fatti, sulla rimonta degli argentini è pesata soprattutto l’inettitudine del Ct inglese Tuchel che ha pensato solo ad alzare le barricate.
Due giorni fa, al termine di Francia-Spagna, Stefano Bizzotto, il conduttore che ha fatto della competenza e della sobrietà la sua cifra narrativa, ha salutato il pubblico causa raggiungimento della pensione. Con Andrea Stramaccioni, componeva la coppia più autorevole di commentatori di questi Mondiali. Forse il neodirettore di Rai Sport Marco Lollobrigida non se n’era accorto o, forse, non ritiene necessario apportare modifiche alla squadra di giornalisti e conduttori che seguono il calcio. Così, domenica, a commentare la finale ci saranno ancora Adani e Rimedio. Chissà cosa succederà su Rai 1 se vincerà l’Albiceleste.

 

La Verità, 17 luglio 2026

La prima telecronista dei Mondiali abbassa i toni

Il neodirettore di Rai Sport Marco Lollobrigida l’aveva detto chiaro: «Vivremo in un modo normale solo quando questo non farà più notizia». Si riferiva alla scelta di affidare alcune telecronache dei Mondiali americani a una giornalista donna, Tiziana Alla, promossa da bordocampista della Nazionale a prima voce delle partite iridate. Aveva ragione: non è il sesso del telecronista a fare da discriminante, ma il merito. Alla vanta una lunga esperienza come cronista sportiva, svezzata alla passione per il calcio dal padre che se la portava allo stadio e lei ne scriveva dei resoconti che presto vennero pubblicati dai fogli romani. Dopo la scuola di giornalismo di Urbino era entrata in Rai, aveva seguito la Juventus nell’anno di Serie B per Calciopoli, poi il calcio femminile, fino a prendere il posto, durante la direzione di Alessandra De Stefano, di Alessandro Antinelli, per le interviste durante e dopo i match degli Azzurri. Si ricorda un piccolo litigio con Gigi Donnarumma dopo una sconfitta per 2-5 con la Germania anche a causa di una sua papera. L’altra sera, dopo Inghilterra-Ghana di qualche giorno prima, con il supporto dell’ex portiere Stefano Sorrentino, ha commentato su Rai 1 Francia-Norvegia. Purtroppo, non c’è stato l’atteso confronto tra i super bomber Erling Halaand e Kylian Mbappé, ma il match era comunque degno d’interesse.

A differenza di qualche cronista maschio che, preso da ansia di prestazione, tende a inondare i telespettatori di annotazioni tattiche e strategiche quasi che il calcio sia una branchia della fisica quantistica, o a eccedere in retroscena biografici del più anonimo giocatore, Alla ha scelto una linea di commento tranquilla, per sottrazione, lasciando in primo piano le immagini dell’avvenimento agonistico. Quasi una telecronaca alla vecchia maniera, quando l’autore ancora non si sovrapponeva con iperboli o aggettivazioni esorbitanti all’evento sportivo. È la prima volta che una donna commenta in televisione le partite dei Mondiali di calcio. Da qualche anno, prima Nicoletta Grifoni e poi Sara Meini si sono cimentate con le radiocronache di Tutto il calcio minuto per minuto. Ora le donne conquistano la ribalta di maggior visibilità, come si vede anche nel salotto che precede e segue i match serali condotto, sempre su Rai 1, da Paola Ferrari e con Simona Rolandi ospite fissa. E dove, forse, qualcosa andrebbe rivisto. Nell’attesa, intanto registriamo l’allargamento del parco di telecronisti con il nuovo innesto femminile.

Ma la Rai gestita dal governo di centrodestra non doveva essere maschilista?

 

La Verità, 28 giugno 2026