Molto lavoro pre-interviste poi ci sono Belve e belve

Ci sono interviste che danno soddisfazioni e altre meno. Dipende dalla spontaneità dell’intervistato, innanzitutto, e dalla preparazione dell’intervistatore. Ma poi ci sono l’empatia, che va molto di moda, il gusto per la battuta, la disponibilità a giocare e a prendersi in giro. Sembrano cose ovvie e forse lo sono, ma cambiano radicalmente il risultato. Poi, a volte, possono esserci degli accordi tra i due interlocutori – argomenti da evitare, domande sgradite, temi scomodi – il cui effetto è appiattire il racconto, eliminando le punte verso l’alto e verso il basso. Prendiamo Belve di martedì sera (Rai 2, 1,3 milioni di telespettatori, share dell’8,6%), il programma di Francesca Fagnani giunto alla nona stagione, che combina il metodo Vanity Fair, l’intervista glamour a caccia di rivelazioni inedite, possibilmente di qualche trauma infantile o adolescenziale, e il pettegolezzo dei social media. Come osserva Carlo Freccero, negli ultimi tempi, sul caso Garlasco e con Falsissimo di Fabrizio Corona, si è assistito al sorpasso del Web sulla tv generalista. Un sorpasso sia qualitativo che interpretativo di alcuni aspetti tenuti in ombra dall’informazione ufficiale. In un certo senso, Fagnani compie la stessa operazione con i protagonisti dello showbiz, conduttori tv, attori, cantanti, influencer e altre creature mediatiche che sono l’oggetto esclusivo dei suoi interrogatori a volte prossimi alla seduta psicanalitica. Del resto, spaziare in altri ambiti non è facile, considerata la povertà del nostro star system, la concorrenza di programmi analoghi e la blindatura di territori confinanti ultra-presidiati come la politica. Si vede che la conduttrice trae vantaggio dal lavoro d’archivio della redazione, da doti di curiosità e dalla capacità di porgere le domande scomode. Come quando ha chiesto all’irrequieta Giulia Michelini (tra le sue parti, Rosy Abate di Squadra Antimafia), che cosa, a 19 anni, una volta giunta nell’ambulatorio per abortire, le aveva fatto cambiare idea e decidere di far nascere suo figlio. Che, ha detto, rispondendo a una domanda successiva, «mi ha salvato da me stessa».

Meno denso e vivace è stato il dialogo con il collega Rai Carlo Conti, alla prima «uscita» dopo l’ultimo Sanremo. Del resto, il conduttore toscano fa della normalità la sua filosofia e di sicuro non avrebbe potuto criticare le troppe repliche che il servizio pubblico manda in onda come ha fatto Michelini, citando e poi rimangiandosi, Il paradiso delle signore. Anche perché, in quel momento, Rai 1 ne stava trasmettendo una del Commissario Montalbano (Gatto e cardellino), rivelatasi il programma più visto della serata.

 

La Verità, 16 aprile 2026

Ci sono cast e paesaggio, ma poi spunta Bisio

Il contorno c’è, quello che difetta è il piatto forte. C’è l’Appennino, c’è il paesaggio con i rustici e le osterie. Ci sono gli arredi, il commissariato periferico e il mobilio con il sapore dei tempi della nonna. C’è abbastanza anche il cast, l’ispettrice tosta, il poliziotto informatico bonaccione e l’ultima arrivata, la più sveglia. Nella nuova serie, Uno sbirro in Appennino, quattro serate su Rai 1 (giovedì, ore 21,45, 4 milioni di spettatori, 23,7% di share), regia di Renato De Maria, produzione Picomedia, a zoppicare è proprio lo «sbirro», il Vasco Benassi interpretato da Claudio Bisio. Intanto, l’espressione scelta per identificare il commissario, utile forse a metabolizzare il fatto che al conduttore di Zelig le divise non sono «mai piaciute». È negli ambienti malavitosi che la si usa e chissà, forse questo gli ha permesso di sopportare la finzione. Tuttavia, Benassi è un commissario controvoglia, con il tic della parolaccia trattenuta, che dopo aver girato mezza Italia, è tornato a Bologna e poi, causa un errore in un’indagine, viene rispedito a Muntagò, il paese d’origine. Dovrebbe essere una punizione, ma rivedendo le colline eccolo riaprire i conti con il passato, chi l’avrebbe detto: amori incompiuti, come quello con Nicole (Valentina Lodovini), nel frattempo diventata sindaco di Bologna, e il fantasma che ogni tanto riappare di una sorella morta in circostanze mai chiarite. Poi ci sono i conflitti con i giovani, habitué della cannabis (figuriamoci se Bisio non si pronunciava per la legalizzazione). La fama di «miglior sbirro» della zona aiuta Vasco a controllare qualche insicurezza persistente e il resto lo fanno l’aiuto del fidato agente Fosco (Michele Savoia), dell’ispettrice Gaetana (Elisa D’Eusanio) e della giovane recluta Amaranta (Chiara Celotto), con la quale s’instaura un rapporto paterno e di confronto sui metodi investigativi. Quelli di Benassi sono piuttosto eccentrici, come si vede nell’indagine per la morte di un anziano che vive solo, accudito dalla bella badante bielorussa. È lei la colpevole, istigata dal movente dell’eredità o è il solito pregiudizio? Bisio ammicca, esibisce stupore, vaghezza e interrompe la celebrazione del funerale per spiegare le conclusioni dell’inchiesta. Ma per quanto faccia, sembra sempre sul palco di Zelig.
Negli ultimi anni abbiamo avuto Rocco Schiavone (Marco Giallini), Il commissario Ricciardi (Lino Guanciale) e I bastardi di Pizzofalcone (con Alessandro Gassmann) ma, come dimostrano gli ascolti delle repliche, siamo sempre orfani di Montalbano.

 

La Verità, 11 aprile 2026

Due poliziotti rivali a Oslo come a Gotham city

Semplificando, Detective Hole, la nuova serie nordic noir di Netflix, è una storia da poliziotto buono e poliziotto cattivo. Una trama a tinte cupe, in una parola, nichilista, tipica di tutta la serialità scandinava degli ultimi anni. Qui, però, nel classico scenario gotico nordeuropeo si innesta la rivalità da poliziesco americano nella variante letteraria dei detective antagonisti: il poliziotto tormentato ma talentuoso, che cerca di rifarsi una vita (Tobias Santelmann), e l’avversario spietato ma corrotto (Joel Kinnaman), che è anche il capo della sezione omicidi. A nobilitare lo show si aggiungono le firme di Jo Nesbø, autore di La stella del diavolo (Piemme) dal quale lui stesso trae la sceneggiatura, e di Nick Cave, creatore della colonna sonora, impreziosita da inserti dei Ramones. Mentre una Oslo che sembra una Gotham city del Nordeuropa accentua le tonalità plumbee del racconto.

Quando il perverso rituale che accompagna una serie di macabri delitti rivela l’esistenza di un serial killer i due investigatori che si detestano sono costretti a collaborare. Le indagini assumono così un doppio registro: la caccia all’assassino seriale e l’inchiesta sottotraccia sulla seconda vita del capo, adepto di una setta neonazista che vuole ripulire l’umanità «dalla spazzatura». Nella vita di Hole, che invece sta provando a emanciparsi dall’alcol, un nuovo trauma fa affiorare fragilità dal passato che ostacolano il tentativo di costruire una nuova stabilità con la compagna (Pia Tjelta) e suo figlio.

Senza risparmio di qualche eccesso splatter, il conflitto tra gli antieroi si fa sempre più crudo. Ma la semplificazione è riduttiva e la storia va oltre lo scontro tra i due investigatori, offrendo qualche spunto stimolante. Per esempio, sulla posizione subalterna della polizia alla quale è impedito il possesso di armi anche nel mezzo di una guerra tra bande particolarmente violenta. La carenza di strumenti e l’impotenza a far rispettare la legge può spingere uno sbirro poco equilibrato a sconfinare nel giustizialismo e nella vendetta privata. Chi è in prima linea nella lotta al crimine raramente è in grado di gestire i traumi prodotti da una professione che travolge spesso la vita privata. Ai demoni di Hole fa da contraltare il grumo di una religiosità nera che può divenire incubatrice di un fanatismo patologico e finanche diabolico. Come quello che abbiamo visto emergere nei recenti fatti di cronaca che hanno avuto per protagonisti alcuni adolescenti soggiogati da certe paranoie sataniste diffuse sul Web.

 

La Verità, 8 aprile 2026

Con Argentero-Ligas il legal sconfina al Nord

C’è un avvocato a Milano e, nel piccolo mondo della fiction nostrana, è una notizia. Ma bisogna sintonizzarsi su Sky perché tutta la giustizia seriale, made in Rai 1, gravita nel Centrosud. Il Guerrieri di GassmannCarofiglio esercita a Bari, Imma Tataranni – Sostituto procuratore a Matera e Roberta Valente (è) notaio in Sorrento (localizzazione specificata nel titolo). Prima di lei, è vero, arriverà Uno sbirro in Appennino (quello bolognese) con Claudio Bisio, ma qui siamo nel poliziesco. Finora il legal ha avuto sempre l’accento meridionale, merito delle Film commission, probabilmente, premiate dall’indotto turistico a cascata. Fatto sta che Avvocato Ligas, sei episodi appena conclusi e forse più godibili con la visione sequenziale, è una piacevole eccezione.
L’aria di novità si respira fin dalle prime inquadrature tra i grattacieli della City milanese, alternate alla facciata dell’arcinoto Palazzo di giustizia, incombente davanti al protagonista ripreso di spalle ai piedi della scalinata. Poi la faccia di Luca Argentero, particolarmente a proprio agio in doppiopetto di rappresentanza, mentre ammicca alle colleghe nelle aule del tribunale. Tra la frequentazione del gin tonic e quella del sesso debole che pregiudica il rapporto con la moglie (Gaia Messerklinger), la vita privata scorre burrascosa. Ancor più dopo che, alla festa di compleanno della figlia, ha assestato un cazzotto all’amante di lei, il fascinoso Raz Degan. Quella professionale rischia anch’essa di interrompersi quando l’arcigno capo dello studio legale lo becca a letto con sua moglie. Brillante, carismatico, intuitivo, pronto a ricorrere a metodi borderline usando amicizie e rapporti con i media, con l’aiuto della giovane e idealista praticante (Marina Occhionero) Ligas accetta una serie di casi semi disperati riuscendo a ribaltare situazioni compromesse. La faccia di questo sornione principe del foro riempie i telegiornali, irrita i pm, puntualmente sconfitti dai colpi di scena del geniale avvocato circondato dall’alone di imbattibilità e dalla fama di spregiudicatezza.
Diretta da Fabio Paladini, prodotta da Sky Studios con Fabula Pictures, tratta da Un caso complicato per l’avvocato Ligas. Perdenti di Gianluca Ferraris (Corbaccio), il pregio principale della serie è il tono schietto, per niente piagnone e senza implicazioni ideologiche se si fa eccezione per il fugace accenno biografico in cui Ligas manifesta la sua inclinazione compassionevole: «Preferisco difendere piuttosto che giudicare». Si aspetta la conferma della seconda stagione.

 

La Verità, 5 aprile 2026

Guerrieri, un principe del foro con poco equilibrio

Com’è empatico l’avvocato Guido Guerrieri interpretato da Alessandro Gassmann nella serie di Rai 1 diretta da Gian Luca Maria Tavarelli. Empatico e solo, però. Un personaggio screziato. Che ha le crisi di panico e si sposta sempre in bicicletta. Nonostante il cognome, è fragile e dolente, ma frequentatore di palestre di boxe. Con il cuore infranto dalla fine del matrimonio con Sara (Daniela Virgilio), ma cedevole al fascino delle donne che gli ronzano attorno. Insomma, un maschio alfa, però tenero, sensibile e altruista. Un uomo complesso e dalle mille sfaccettature quasi fosse uscito da un romanzo o da una sceneggiatura di Gianrico Carofiglio. Infatti.

Nella Bari vecchia – patria del romanziere, ex magistrato nonché parlamentare pd, dove il Comitato per il No al referendum ha appena riunito per una marcia antiriforma giudici, avvocati e personale giudiziario assortito – questo principe del foro di due metri dorme sul divano dell’ufficio perché non ha ancora smaltito l’abbandono della moglie di cui resta innamorato. Tuttavia, gli basta incrociare la misteriosa compagna (Catrinel Marlon) di un detenuto, suo assistito (Giordano De Plano), accusato di traffico internazionale di stupefacenti, per dimenticare le pene post divorzio e cambiare velocemente divano. In quello della dolce signora, di professione fisioterapista, la cura resa necessaria dall’aggressione di quattro ceffi fa miracolosamente sparire i dolori e si trasforma rapidamente in passione erotica. Poi, in sella alla fedele bici gialla, Guerrieri schiva le trappole della criminalità, si adopera per aiutare un giudice in odore di corruzione (Stefano Dionisi) di cui è confidente, slalomeggia tra visite in carcere dai propri clienti, drink in locali chic frontemare e sedute di boxe con i bicipiti in bella vista. Lo chiamano legal drama e, come va di moda da qualche tempo, la messa in onda è preceduta da un lungo trailer in anteprima. Tuttavia, qui, più che i trucchi dell’arte forense, incuriosiscono le acrobazie sentimentali del protagonista. Per tenere insieme tutto, Gassmann eccede in smorfie, motteggi e ammiccamenti senza mai risultare davvero credibile quanto lo era stato nel ruolo del Professore. La serie che si sviluppa in otto episodi s’intitola Guerrieri – La regola dell’equilibrio e raramente un titolo è parso così divergente dalla trama (Rai 1, ore 21.40, share del 22,7%, 3,9 milioni di telespettatori): il nostro avvocato ha un’indole tutt’altro che battagliera e, quanto all’equilibrio, risulta quanto mai precario.

 

La Verità, 11 marzo 2026

Dopo la staffetta Conti-De Martino vince Da Vinci

Serata finale piena. L’annuncio del nuovo conduttore e direttore artistico, Stefano De Martino, con investitura in diretta di Carlo Conti. E una lotta mai così incerta fino all’ultimo tra Fedez e Masini (quinti) Arisa (quarta) Ditonellapiaga (terza) Sayf (secondo) e Sal Da Vinci (primo).

Sal Da Vinci 9 A sorpresa, ma non per tutti. Per sempre sì, un brano romantico, tradizionale, neomelodico, un inno all’amore e alla fedeltà coniugale, cantato sempre di getto e senza risparmio vince il 76º Festival di Sanremo. Un premio probabilmente dovuto al televoto. Un premio che farà storcere il naso alla critica. Un premio nazionalpopolare. Un premio al coraggio.

Carlo Conti 9 L’esperienza non è acqua. Con Laura Pausini e Giorgia Cardinaletti sottolinea il contesto della guerra in Iran, la festa non dimentica l’attualità. Dà sicurezza alle partner. Esorta la cantante delle Bambole di pezza a non tatuarsi il suo volto sul braccio. Aziendalista, passa il testimone a Stefano De Martino. Pilastro.

Stefano De Martino 8,5 Spunta a metà serata per l’annuncio irrituale che tutti già conoscono. Sarà lui il conduttore del Festival 2027. Il talento e la spontaneità li possiede. Sul palco ci sa stare. La direzione artistica sarà il vero banco di prova. In bocca al lupo.

Laura Pausini 8 A Bocelli, senza piaggeria, dice: sono onorata di essere una tua collega. Dopo le prime sere, qualcuno le ha imposto di dire «maestra» e non «maestro» quando presenta una donna che dirige l’orchestra. Lei si corregge, ma le scappa la declinazione al maschile. Monella.

Giorgia Cardinaletti 6,5 Alle telecamere della Rai è abituata, le pause della dizione le conosce, l’unica preoccupazione è la scala. Passa la linea all’abituale Tg1 in un minuto di mezza sera che dà la notizia della morte dell’ayatollah Khamenei. Introduce il momento femminicidi. Diligente.

Nino Frassica 5,5 Con acconciatura alla Cristiano Malgioglio: siccome l’anno scorso è stato un successo rifà le stesse cose. Legge il decalogo del bravo conduttore. Che deve essere anche un direttore artistico e rifiuta i Jalisse e Al Bano. La gag del ritorno a sorpresa di Can Yaman… insomma. Il direttore di Novella bella è una parodia consumata. Inflazionato.

La frase post canzone 4 Permettimi di dire una cosa velocissima. Contro le bombe che silenziano i bambini in tutto il mondo (Ermal Meta). Io stasera sono a disagio, ricordiamoci di quello che succede nel mondo (Michele Bravi). E poi i ringraziamenti alle persone che lavorano dietro le quinte, al mio team e alla splendida orchestra… D’accordo che è la serata finale, ma… Stucchevoli.

Andrea Bocelli 9 Arriva a cavallo, nientemeno. Il pubblico è in piedi. Si accompagna al pianoforte interpretando Il mare calmo della sera con cui vinse nel 1994 tra le Nuove proposte. Dopo il grazie a Caterina Caselli che lo lanciò, Con te partirò. Apoteosi.

Gino Cecchettin 6 Poteva mancare e invece no. Il momento di sensibilizzazione contro i femminicidi e il maschilismo tossico ormai è un classico dei grandi eventi generalisti. A picco sul burrone della retorica. Obbligato.

 

La Verità, 1 marzo 2026

Conti sotto accusa perché Sanremo non è woke

Un Festival di Sanremo più sociale e meno social. Più nazionalpopolare e meno mainstream. Più comunitario e meno community. Sembrano sfumature: non lo sono. Intanto. Alla terza serata, più movimentata e vivace e con ospiti di qualità, da Mogol a Ubaldo Pantani, da Eros Ramazzotti a Alicia Keys, anche gli ascolti sono risaliti. Archiviata la Champions League di Inter e Juventus, che non poteva non incidere sebbene i detrattori tendessero a minimizzarne gli effetti, il 60,6% di share registrato giovedì è il più alto per una terza serata dal 1990: era televisiva pre-piattaforme, per intenderci (il fatto che lo share elevato sia abbinato a 9,5 milioni di telespettatori, inferiori ai 10,7 dell’anno scorso, share del 59,8%, dipende dalla platea totale ridotta di due milioni rispetto al 2025, quando la terza serata andò in onda il 13 febbraio).

Carlo Conti che sa far di conto sembra una battuta e forse lo è. Ma non tanto per i calcoli dell’Auditel, quanto perché, al suo quinto Sanremo, l’ultimo, senza possibili ripensamenti, lavora di addizione e sottrazione. Gestisce l’accumulo e i vuoti, qui aggiunge e lì toglie. Nel brogliaccio del 76º Festival della canzone italiana balza all’occhio la grande assenza della cultura woke. Niente appelli delle minoranze, niente bandiere arcobaleno. Niente Ghali, Rosa Chemical, Big Mama. La critica lamenta la mancanza di guizzi, la carenza di fenomeni, il copione prevedibile e poco eventizzato. Sarà. Si può fare un Festival senza proclami e monologhi militanti? Senza lamentare le discriminazioni e i vittimismi di qualche nicchia? Conti ha creduto di sì. Ha creduto alla possibilità di un Festival normale, per la gente comune. Sapendo che poteva andare incontro al rischio noia. Al suo quinto Sanremo ci ha provato, ci sta provando, con buona pace di una fetta della sala stampa che, senza i piagnistei per le donne emarginate, per le apparizioni del premier Giorgia Meloni e le pressioni di Fratelli d’Italia sul cast attuale e futuro, non riesce a stare. Ieri è toccato allo «scandalo» del Mogol novantenne rientrato a Roma sull’elicottero dei Vigili del fuoco, lui che ha scritto il loro inno… E pazienza se la stampa accredita un Festival immaginario, parallelo. Un FantaSanremo.

Il vero scandalo è un altro. Imputano al direttore artistico di aver chiamato LauraPausinichenoncantaBellaciao. Di aver invitato AndreaPuccicomicodidestra. Imperdonabilissimo. La critica «tragicizza» la crisi del Festival, ha scritto Francesco Piccolo su Repubblica. Pensiamo all’edizione del 2027, questa è già archiviata, hanno titolato. Il format è superato, Sanremo non è più nello spirito del tempo, hanno decretato da altre cattedre. Semplicemente: non piace a lorsignori. Che il direttore artistico abbia provato a lavorare su un copione diverso, magari senza inventare niente di clamoroso, non è ipotesi considerata. Semplicemente, parlando più alle famiglie che ai single. Più agli eterosessuali che ai non binari. L’insistenza su Pippo Baudo avrebbe potuto far capire. Anche la scelta di farsi affiancare da Laura Pausini, ovviamente. Ma era meglio Giorgia. Laura o Giorgia: è qui la differenza tra nazionalpopolare e mainstream. L’altra presenza fissa è Max Pezzali, per dire. Se si danno i premi alla carriera a Caterina Caselli, Fausto Leali e Mogol ci si è dimenticati di Amedeo Minghi e Tullio De Piscopo.

La critica «tragicizza», si diceva. E non vede l’addizione. Una co-conduttrice fissa più altri uno o due per ogni sera (Can Yaman, Pilar Fogliati e Lillo Petrolo, Irina Shayk e Ubaldo Pantani, Bianca Balti, Nino Frassica…). Più i superospiti, gli attori le attrici e i comici, gli atleti olimpici, i cori, le sorprese nella serata delle cover, i momenti di riflessione e tutto il resto per un racconto pachidermico e massivo. No, la critica vede «la sottrazione», ciò che manca. Quelle cose lì, gli appelli, la frasetta sparata dopo la canzone, i proclami un tanto al chilo. La guerra in Ucraina. Il genocidio. Il body shaming. La dimenticanza di Gaza, secondo Ermal Meta, premiato dall’Accademia della Crusca. Che, grazie a Dio, quello delle tre religioni monoteiste, ha pontificato solo nell’apposita conferenza stampa.

Se invece si vuol guardare quello che è successo all’Ariston, i contenuti non sono mancati. Il voto alle donne nel dopoguerra con l’ultracentenaria Gianna Pratesi. La guerra alla guerra con il «Make music not war» di Laura Pausini che ha interpretato insieme ai bambini dello Zecchino d’oro e di Caivano Heal the world, l’inno pacifista di Michael Jackson. L’appello contro la violenza giovanile insieme a Paolo Sarullo, un ragazzo in sedia a rotelle dopo un’aggressione fuori dalla discoteca. Il momento dedicato alle dipendenze giovanili da droga, alcol e social con il professore e youtuber Vincenzo Schettini. La presenza di Bianca Balti, già ospite l’anno scorso, con la possibilità di testimoniare la sua battaglia contro il tumore al seno.

Un’altra narrazione è possibile. Il Festival sociale condivide senza militanze. Il Festival comunitario rappresenta senza schierare e sventolare bandiere. Si può fare attraverso momenti non iscritti nel mainstream prediletto dal giornalone unico? Sembra di no: «Il Festival non sta funzionando», «Il Festival che delude punta sull’anno prossimo», «Un Sanremo piccolo piccolo, senza idee», «Lo show di Conti arranca il femminismo arretra». Stizzirsi perché il direttore artistico e conduttore non voleva cavalcare il solito spartito, più che un’occasione persa è la conferma che si conosce solo quello. E che quello spartito è un imperativo, così è se vi pare. Invece no. Achille Lauro senza tutine glitterate e in abito bianco ha cantato Perdutamente in omaggio alle vittime di Crans-Montana. Un Fedez concentrato ha duettato con Marco Masini raccontando che si può superare il Male necessario. In Parole Parole Fulminacci si è lasciato corteggiare da Francesca Fagnani a ruoli rovesciati rispetto all’originale di Mina e Alberto Lupo. È un Festival della canzone italiana. Normale. Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci

 

La Verità, 28 febbraio 2026

Sanremo/4 Ditonellapiaga e Pitony fanno ballare tutti

La serata delle cover eseguite in duetto tra un concorrente e un partner è la più attesa. Incuriosiscono sia gli abbinamenti sia la scelta del brano. Non delude, anzi.

Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.

Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.

Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.

Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.

Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.

Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.

Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.

Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.

Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.

Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.

LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.

J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.

Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.

Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.

 

La Verità, 27 febbraio 2026

Sanremo/3 Con Lapo, Eros e Alicia lo show spacca

Serata più movimentata delle precedenti, merito di ospiti e conduttori. Grazie a Mogol, Ubaldo Pantani, Eros Ramazzotti e Alicia Keys trova ritmo e leggerezza.

Irina Shayk 6 di stima Alla conferenza stampa, in sottoveste bianca, dice di essere «femminista a modo mio». Sul palco, in abito lungo tutto trasparenze e pizzi, riesce a dire «Ciao Italia, ciao Sanremo». All’usicta successiva, in total black generoso di curve, presenta Sal Da Vinci… Ornamentale, come a una passerella. (La Pausini: «Sei un pezzo di ragazza»).

Gianluca Gazzoli 6,5 Giovani presentatori crescono. Cita la mamma e fa leva sui sentimenti, ma gestisce con eleganza le Giovani proposte. Professionale, impeccabile, un po’ patinato. Lo rivedremo.

Ubaldo Pantani 8 Lapo è un must, provato e riprovato, un mix di sfrontatezza e demenzialità stralunata, il violino diventa «l’ukulele da spalla». Gaffeur seriale. Sanremo, «la città dei fiordi». Alla Shayk: «Anche dal vivo ha un rendering eccezionale». Incontenibile.

Mogol 10 «Un monumento della musica italiana» in gran forma a 90 anni. Si merita la standing ovation dell’Ariston mentre scorrono le sue canzoni al Festival, sequenza di capolavori. E poi la playlist colonna sonora di intere generazioni. Non se la tira. Intramontabile.

Sal Da Vinci 8 Canta Per sempre sì. Inno all’amore e alla fedeltà coniugale, considerata obsoleta. Dopo Rossetto e caffè un altro brano tormentone di spudorata impronta popolare e neomelodica. La critica lo osteggia, lui avanza indomito e infiamma il teatro. Coraggioso.

Eros Ramazzotti e Alicia Keys 9 Adesso tu vinse il Festival quarant’anni fa ed è ancora una storia giovane ed Eros una presenza affidabile. Dopo l’inconveniente tecnico, duettano insieme sulle note di L’aurora. E lei improvvisa al pianoforte New York.  Sorriso soul.

Virginia Raffaele 7 «Ciao Carlo, son passati solo dieci anni ed è cambiato tutto. Trump dava fuori di matto, tu presentavi Sanremo e in gara c’erano Arisa e Patty Pravo». Fulminante. Come il promo del nuovo film in uscita in coppia con Fabio De Luigi. Affiatati.

I pasdaran della sala stampa 4 Vogliono politicizzare a tutti i costi la kermesse. La presenza del premier, le donne cantanti discriminate, il pressing di Fratelli d’Italia. Vedono un Festival parallelo. Non accettano che Conti suoni uno spartito diverso dal solito mainstream. FantaSanremisti.

 

La Verità, 27 febbraio 2026

Seconda serata Sanremo: Laura ok, l’imitazione no

Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.

Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.

Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?

Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.

Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.

Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.

Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.

Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.

Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.

 

La Verità, 26 febbraio 2026