Taylor Sheridan fa ancora centro con Landman

Dopo che, alla fine della prima stagione, il proprietario dell’impero (John Hamm, quello di Mad man) lo ha nominato, sul letto di morte, presidente, il risolutore della grande compagnia petrolifera (il premio Oscar Billy Bob Thornton) deve uscire allo scoperto. Soprattutto deve allearsi con la vedova (Demi Moore) per respingere le mire dei concorrenti e delle banche che vogliono rientrare dai prestiti. «Ora sono io a capo del più grande gruppo petrolifero indipendente del Texas occidentale e vi dimostrerò in cosa sono diversa da mio marito: sono molto più cattiva di lui», è l’autopresentazione della signora alla cena dei notabili con cappello da cowboy.

La seconda stagione di Landman (persona che si occupa dei diritti minerari e delle terre nel settore del petrolio e del gas) in onda su Paramount+, un episodio ogni domenica, si annuncia ancora più provocatoria della prima. Al centro della scena c’è ancora di più il tuttofare interpretato da Thornton. Scafato, con metri di pelo sullo stomaco, caustico quanto basta. Ora, oltre a fronteggiare i cartelli della droga deve anche indirizzare gli investimenti e organizzare l’ufficio legale dove rivaleggiano due avvocati di sesso e generazioni diverse. Niente in confronto ai grattacapi che sorgono quotidiani dentro casa. Con il loro esibizionismo ad alto rischio in un universo tutto maschile, l’ex moglie (Ali Larter) e la figlia teenager (Michelle Randolph) costringono l’uomo a ricorrere con frequenza al cinismo già suo alleato nella gestione degli affari. Anche l’ombroso primogenito (Jacob Lofland) è fonte di preoccupazioni dopo che si è ingenuamente lanciato nel business dell’oro nero andando a cozzare con il marchio di un pericoloso trafficante (Andy Garcia). Le premesse sembrano interessanti.

Scritto da Taylor Sheridan (lo stesso di Yellowstone e Tulsa king), questo neo western, tratto dal podcast Boomtown di Imperative Entertainment e Texas Monthly che racconta la nuova epopea del greggio che ha «cambiato il nostro clima, la nostra economia e la nostra geopolitica», è sostenuto da un grande cast e da una cornice di scenari giallo polverosi e calienti. I dialoghi schietti e venati d’ironia dei manovali e dei miliardari protagonisti hanno procurato alla serie l’etichetta di prodotto «per maschi bianchi». Di sicuro non è roba per palati chic. Ma, detto questo, al netto del sentore di razzismo al contrario che emana un’espressione simile e considerato il tenore della produzione dominante in tutte le piattaforme, vien da replicare semplicemente: meno male, lunga vita alla scorrettissima Landman.

 

La Verità, 28 novembre 2025

Dopo il boom del tennis la Rai ripensi al suo sport

Il ciclone Coppa Davis si abbatte (anche) sul palinsesto di Rai 1. Posticipato di un’ora e mezza l’inizio del Tg1 di venerdì sera per vedere come andava a finire la partita al cardiopalma tra il nostro Flavio Cobolli e il belga Zizou Bergs. Cancellata, a furor di audience, Domenica in del pomeriggio festivo (salvo un piccolo assaggio con Mara Venier e il redivivo Teo Mammucari, proprio lui) per raccontare la finale che ci ha consegnato la terza insalatiera consecutiva. La piccola rivoluzione impone almeno un paio di considerazioni. Se la tv pubblica decide di rinviare l’inizio del telegiornale delle 20 e di spianare il contenitore per famiglie della domenica, istituzioni assolute di «nostra signora televisione», significa almeno due cose. La prima è che si è accorta dell’importanza dell’evento e del fatto che il pubblico lo segue con passione non trascurabile. La seconda è che, quando lo decide, anche la pachidermica Rai sa essere elastica e scattante.
Aiutati dalla buona piega presa dalla competizione, gli ascolti hanno premiato la capacità di reazione dei dirigenti di Viale Mazzini. Venerdì all’ora di cena il tennis azzurro ha conquistato 2,5 milioni di telespettatori e il 16,9% di share, mentre domenica pomeriggio il trionfo di Cobolli e Berrettini è stato seguito da oltre 3,6 milioni di persone (24,5%), oltre 5 milioni (con punte oltre i 6), sommando anche gli ascolti di SuperTennis, per il match finale. Sono numeri che giustificano le avance del presidente federale Angelo Binaghi: «Chiediamo alla Rai, d’ora in poi, di riconoscerci i diritti garantiti al calcio perché Cobolli non ha nulla in meno di Scamacca». Ma oltre alla rivendicazione di maggiori spazi e introiti dei dirigenti della Fitp, anche quelli della Rai potrebbero trarre qualche conseguenza dal boom di ascolti. In primo luogo, riconsiderando le scelte rinunciatarie riguardo l’acquisizione dei diritti di molte discipline sportive, dal rugby al basket. E, in seconda battuta, valutando un maggior impegno nella formazione di giornalisti e commentatori specializzati. Troppo improvvisata è risultata la coppia allestita per l’occasione composta da Maurizio Fanelli, tradizionale voce del basket, e Omar Camporese, non certo un habitué delle telecronache. Dov’era Adriano Panatta, abituale commentatore dei match di Jannik Sinner e volto fisso della Domenica sportiva? Mara Venier, invece, ha approfittato dell’inattesa vacanza per invitare i giornalisti del più importante quotidiano italiano e consolarsi con un doppio paginone autobiografico. I suoi inguaribili fan avranno potuto alleviare la crisi di astinenza.

 

La Verità, 25 novembre 2025

Cosa penserà la signora Coriandoli del poliamore…

Che ci volete fare, non resta che allargare le braccia. Se arruoli Rosa Chemical nel cast di Ballando con le stelle lo sapevi che prima o poi poteva capitare. Anzi, che doveva capitare. Perché, con una giuria che più arcobaleno di così è difficile, forse lo hai arruolato proprio con questo scopo. Portare nella prima serata di Rai 1, la ex rete «per famiglie», il triangolo amoroso. Detto con linguaggio moderno, «il poliamore». Sabato sera, erano appena passate le 23, il simpatico Manuel Franco Rocati (così all’anagrafe), assurto a gloria nazionale baciando in bocca Fedez nel famigerato Festival di Sanremo 2023, ha tenuto una piccola lectio sull’argomento. Il rapper ha rivelato di avere alle spalle «una relazione tossica» in cui «ci tiravamo i piatti, ci urlavamo contro» per cui, facendola breve, il triangolo è la soluzione migliore. «L’amore Chemical è il poliamore in cui si sceglie di avere delle relazioni fuori dalla coppia», ha scandito serafico. «Sono convinto che una persona per tutta la vita non ci basti, è stretta la relazione monogama. Ovviamente questo è soggettivo». Basta essere sinceri con la (o il) partner: «Prendersi dei momenti in cui, di comune accordo, ci si possa concedere libertà può solo far bene alla coppia», ha insistito rivolgendosi a Erica Martinelli, la perplessa insegnante di danza che lo accompagna nelle esibizioni del reality di Milly Carlucci. Finita la clip registrata nella palestra delle prove è arrivato il tango dei due concorrenti, inevitabilmente fagocitato, al momento della votazione, dallo spot in favore del triangolo. Seduta in platea, Ema Stokholma si è offerta «per un ménage à trois» come terzo lato della coppia (che ancora non si sa se lo è), Selvaggia Lucarelli ha detto il suo apprezzamento per l’idea anche se, un po’ ipocritamente, ha rivelato di non esser capace di «parlarne a voce alta». L’argomento è diventato virale sui social, ma in fondo lo stupore è minimo. Questa è la Rai, questa è la presunta TeleMeloni. Nella quale, nella rete principale e nell’orario di massimo ascolto, la giuria di un varietà popolare è composta per due quinti da componenti omosessuali, senza contare l’osservatore esterno, anche lui gay (sarà per questo che Ivan Zazzaroni, l’unico uomo eterosessuale della compagnia, sta in piedi anziché seduto?). Tuttavia, nessuna meraviglia per l’exploit di sabato. Già c’erano stati degli assaggi, potremmo chiamarli preliminari, quando Chemical aveva parlato del feticismo per i piedi. Poi la relazione tossica, infine quella poliamorosa. Chissà che cosa ne pensa la signora Coriandoli…

 

La Verità, 18 novembre 2025

«Paradosso Mattei» fa luce su un mistero rimosso

Paradosso Mattei: i misteri di una vita irripetibile è il quinto di sei documentari trasmessi da Focus (canale 22 del digitale terrestre) per approfondire le vicende opache o rimosse del Novecento italiano. Dall’incidente diplomatico con gli Stati Uniti durante il sequestro dell’Achille Lauro all’avanguardia tecnologica della Olivetti, fino, appunto, alla tragica morte di Enrico Mattei, avvenuta il 27 ottobre 1962 quando cadde il piccolo aereo su cui viaggiava. Lo scopo è comporre una piccola biblioteca della memoria il più possibile attendibile e «onesta», anche là dove le certezze definitive sembrano ipotetiche.

«Finisce a Bascapè, in provincia di Pavia, la vita di Enrico Mattei e nello stesso istante comincia il caso Mattei (come si intitolerà il film interpretato da Gian Maria Volonté ndr)», sintetizza Gianluca Mazzini, autore dell’indagine che ci introduce nelle pieghe di uno dei più intricati misteri italiani, incidente o attentato? Per farlo, il reporter si avventura tra le numerose inchieste, i filmati dell’epoca e le testimonianze di Sabino Cassese, già collaboratore di Mattei, di Vincenzo Calia, il magistrato che dopo le indagini durate dal 1994 al 2003 ne accertò l’origine dolosa, e di Lupo Rattazzi, presidente della compagnia aerea Neos che, invece, basandosi sui documenti del 1962, contesta l’ipotesi criminosa. Tra investigazione e contestualizzazione storica, Mazzini ricostruisce il profilo del carismatico presidente dell’Eni, convinto che l’Italia non potesse rassegnarsi allo strapotere delle Sette sorelle. Anziché liquidare l’Agip, nata nel Ventennio, decide di rivitalizzarla, avviando le prime trivellazioni nella «cassaforte aperta» della Pianura padana. La scoperta dei giacimenti di metano a Caviaga e di petrolio a Cortemaggiore sono le basi del boom economico. L’Eni non può restare «un gattino pronto per essere divorato da cani affamati». Per rompere l’accerchiamento, appoggiato dal presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, intavola rapporti con l’Urss, grande produttrice di petrolio. Ma la strategia di «sovranismo energetico» è vista con sospetto crescente dai colonialisti petroliferi.

Già all’epoca, Amintore Fanfani parlò di «abbattimento dell’aereo», ipotesi poi confermata dalle inchieste di Pavia e dalle sentenze della Corte d’assise di Palermo. Negli anni immediatamente successivi alla morte del presidente dell’Eni crollò l’intero scenario allestito per aggirare le Sette sorelle: il premier iracheno Abd al-Qarim fu ucciso dalla Cia, John Fitzgerald Kennedy assassinato a Dallas e il governatore algerino Ahmed Ben Bella destituito. Sembra spionaggio internazionale, è storia.

 

La Verità, 8 novembre 2025

I ceti medi sono stanchi di riflettere sui codici di Fazio

No, non è la defezione dell’ultim’ora di Greta Thunberg, trionfalmente annunciata come ospite e invece improvvisamente assente causa influenza ad aver fatto scendere gli ascolti di Che tempo che fa sotto la soglia del 9% di share (1,2 milioni di telespettatori). La faccenda si ripete già da qualche settimana, nonostante Fabio Fazio e la sua potente macchina di ricerca star (capeggiata da Monica Tellini) facciano di tutto per convocare la domenica sera sul Nove di Warner Bros. Discovery il meglio del pantheon progressista italiano e internazionale. Bruce Springsteen, Elly Schlein, Luc Besson, Paolo Virzì e Valerio Mastandrea, la scrittrice canadese Margaret Atwood, solo per stare alle ultime presenze. E però, niente da fare, la doppia cifra nella percentuale di share, abituale nelle stagioni scorse, vista dall’attuale 8,7% è un miraggio che inizia a preoccupare anche i pesci dell’acquario. Merito della concorrenza fattasi più agguerrita. O, forse, colpa del fatto che alcuni settori dei ceti medi cominciano a essere un po’ meno riflessivi e a stancarsi della liturgia pedagogica di Che tempo che fa. I pistolotti ammantati di satira di Michele Serra contro il Ponte sullo stretto, il giacobinismo sanitario e la supponenza di Roberto Burioni, il livore antimeloniano di Massimo Giannini e Annalisa Cuzzocrea (firme di Repubblica come Serra) schierati contro la legge sulla separazione delle carriere dei magistrati sono un copione prevedibile quanto se non più delle letterone (non è un refuso) spuntate di Luciana Littizzetto. Appena si esce dai confini italiani, invece, l’antimelonismo cede il testimone all’antitrumpismo. Springsteen e Atwood, oltre che per promuovere i loro prodotti – un biopic cinematografico e un’autobiografia letteraria – sono funzionali a denigrare l’America di The Donald. Nel caso del Boss, definendola «un’autocrazia» malgrado un anno fa ci siano state regolari elezioni. E nel caso dell’autrice di Il racconto dell’ancella, che ha ispirato la serie The Handmaid’s tale, parlando di una «teocrazia» simile a quella preconizzata nel suo romanzo distopico in cui delle povere ragazze vengono costrette a partorire per conto terzi. E dove, quindi, a ben vedere, l’elemento profetico racconterebbe tutta un’altra storia. Ma tant’è, nello studio di Fazio ciò che conta è dare addosso un tanto al chilo all’odiato tycoon. È il catechismo del pensiero unico, signori. Chissà, forse qualcuno si sta accorgendo che lo spartito di Che tempo che fa comincia a fare il suo tempo.

 

La Verità, 4 novembre 2025

Chi è il mostro di Firenze? Ma è ovvio, il patriarcato

Era la serie più attesa dell’anno. Per la scabrosità dell’argomento e per la qualità degli autori e dei produttori che la firmavano. Per fare un sommario paragone con un prodotto altrettanto sponsorizzato, l’origine de Il Mostro non è dichiaratamente politica com’era quella di M – Il figlio del secolo di un anno fa. La serie sul mostro di Firenze in onda su Netflix diretta da Stefano Sollima, scritta con Leonardo Fasoli e Stefano Bises e prodotta da The Apartment e Alter Ego, ambiva a illuminare il capitolo più oscuro della cronaca nera del Novecento: otto duplici omicidi commessi dal primo serial killer italiano che, dal 1968 al 1985, hanno sconvolto un’intera generazione, rimanendo tuttora senza un colpevole. Nemmeno l’apprezzato regista di Romanzo criminale, Gomorra e Suburra (un po’ meno di Acab) azzarda un tentativo di risposta al più complicato enigma criminale italiano. Anzi, Sollima si concentra sull’antefatto della vera stagione del mostro, l’omicidio della coppia composta da Antonio Lo Bianco e Barbara Locci, realizzato, secondo gli inquirenti, con la stessa Beretta calibro 22 usata per i successivi delitti. La trama scava nella pista sarda, presto abbandonata dalle indagini, per circostanziare la genesi di quegli orrendi crimini nella peggiore sottocultura patriarcale, specchio dell’Italia dell’epoca. Difficile non intravvedere in questa operazione il furbo tentativo di iscrivere quell’oscuro passato nell’attualità dominata dal dibattito mainstream sui diritti civili.

Tra Barbara Locci, la moglie umiliata di Stefano Mele, e la sostituto procuratore (Liliana Bottone) che, mentre le indagini «brancolano nel buio» delle campagne popolate di guardoni e degli scantinati delle famiglie patriarcali, è da subito certa che l’obiettivo dell’assassino sia umiliare il corpo delle donne, sfila il campionario delle piu truci perversioni maschili. Del resto, il mostro è uno o più uomini. Impaginata come Avetrana – Qui non è Hollywood in quattro episodi, ognuno intitolato a un possibile colpevole, e recitata da attori poco noti o scarsamente riconoscibili, Il Mostro ripropone i fatti della notte del 21 agosto 1968 (la stessa in cui le truppe sovietiche invadono Praga) da quattro punti di vista diversi, intrecciando e contrapponendo le versioni degli indiziati. Nella mente del telespettatore si affastellano le domande. E solo alla fine dell’ultimo episodio spunta Pietro Pacciani, in un finale aperto di quello che appare il lungo prequel di una seconda stagione. Probabilissima dopo il successo, non solo italiano, di questa prima.

 

La Verità, 28 ottobre 2025

Sarà pure Realpolitik, ma sembra un talk di La7

Dopo 2 ore e 14 minuti di servizi e interventi la costruzione di Realpolitik è crollata come un castello di carte scosso da un urto al tavolo su cui era allestito. Il copione seguito fino a quel momento era tutta la Flotilla minuto per minuto, con l’abbordaggio della Marina militare israeliana e i collegamenti dalle piazze d’Italia, Roma, Milano e tutte le altre date per scontate, per dire che dietro la «missione umanitaria» c’è un’adesione diffusa e unanime. Questo schema si era protratto con pochi dissensi degli ospiti non allineati, quando Tommaso Labate ha dato la parola a Federico Rampini, collegato da casa sua negli States. L’abbordaggio alla Flotilla e l’adesione delle piazze alla missione era quello che si aspettava? «Devo dire che qui negli Stati Uniti se ne parla abbastanza poco», ha esordito lo scrittore ed editorialista del Corriere della Sera, «se guardate il sito del New York Times, che pure è un giornale molto attento alle questioni internazionali e al Medio Oriente e con una linea editoriale pro palestinese, la Flotilla non è fra i dieci titoli principali. Qui si parla piuttosto del Piano per Gaza e della possibilità che Hamas lo accetti. Io seguo anche molti giornali internazionali e tutti, come anche qui in America, ritengono che il futuro del popolo palestinese dipenda più dal Piano Gaza che non dalle sorti della Flotilla». Castello crollato e gioco finito.
Fino a quel momento, il Pååiano per Gaza come pure l’intervento di Sergio Mattarella e la disponibilità del Patriarcato latino di Gerusalemme a distribuire il cibo ai palestinesi, non erano quasi stati citati. È bastato allargare lo sguardo per accorgersi che la narrazione dominante in Italia è frutto del provincialismo ideologizzato dei nostri media. Stupisce che, da qualche tempo, vi si stia accodando anche Rete 4, in particolare con il nuovo programma di Labate (mercoledì, ore 21,30, share del 5% e 650.000 spettatori). Walter Veltroni, Vincenzo De Luca, Virginia Raggi, Giuseppe Conte, Elly Schlein in collegamento e Maurizio Landini sono stati protagonisti dei faccia a faccia delle prime due puntate (3,7 e 3,6% di share). La terza, mentre scorrevano le immagini dalle barche degli attivisti e dalle piazze pro Pal e dopo un collegamento con Francesca Albanese, ha visto fronteggiarsi prima Debora Serracchiani e Galeazzo Bignami ai quali si è aggiunto Nicola Fratoianni, e poi due giornalisti di Libero e della Stampa, tra i quali è spuntato Stefano Bonaccini da Bruxelles. Il parterre di Realpolitik è un piano inclinato sempre da una parte. Anche per questo, oltre che per l’insistenza degli applausi in uno studio che ricorda quello di DiMartedì, vien da chiedersi se si è sintonizzati su Rete 4 o su La7.

 

La Verità, 3 ottobre 2025

Il Tg1 dà buca a Donald e Bibi per Renato Zero

Da qualche tempo, più di prima, gli ultimi dieci minuti di molti telegiornali sono dedicati a notizie leggere, moda, musica e cinema. Se ne capiscono le ragioni: la prima parte dei notiziari e un’infilata di tragedie, dai fronti bellici con relativi scenari di morte, alla cronaca nera e nerissima, perciò i servizi di alleggerimento sono sempre più indispensabili, per compensare. Poi c’è anche un altro motivo, le news frivole portano ascolti e, dunque, bisogna farsene una ragione. Che, tuttavia, a volte non regge. Solitamente, a quel punto del tg, inizia il mio zapping perché dell’ultimo tour di Damiano dei Maneskin, per dire, m’interessa il giusto. Lunedì sera, a due terzi del Tg1 è partito un servizio sui 50 anni della griffe Armani con tanto di elogi di Richard Gere e Glen Close, ma una volta migrato su La7 mi sono trovato in diretta con la Casa Bianca. «Entrano il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Mark Rubio», stava dicendo Enrico Mentana che, di seguito, elencava alcuni dei 20 punti dell’accordo di pace siglato da Donald Trump e Benjamin Netanyahu. I quali, di lì a poco, facevano il loro ingresso nella sala delle conferenze e con l’enfasi che conosciamo annunciavano di essere protagonisti di «una giornata storica» (parole del tycoon). Mantenendo i piedi per terra sono tornato sul Tg1 dove c’era Renato Zero che cantava mentre sul Tg5 si annunciava un servizio sulla Ruota della fortuna. Erano da poco passate le 20,25 e ho ripiegato nuovamente sul TgLa7. Un Trump trionfante e minaccioso ribadiva che se Hamas non avesse accettato il nuovo piano di pace avrebbe aiutato Israele a finire il lavoro. Un ulteriore controllo sul Tg1 mi permetteva di apprendere dell’esistenza di Bad Bunny, un rapper portoricano di successo. Mentana sforava scusandosi per aver sacrificato le altre notizie, ma l’annuncio proveniente dalla Casa Bianca doveva avere priorità. In contemporanea, anche 4 di sera su Rete 4 si era collegato con la sala delle conferenze per ascoltare Trump e Netanyahu, mentre su La7 partiva il consueto, interminabile, blocco pubblicitario che precede Otto e mezzo. Intanto, su Ra 1 iniziava Cinque minuti, ospite il ministro della Difesa Guido Crosetto, l’uomo giusto, ho pensato. Invece, si parlava della Flotilla e dei rischi connessi alla violazione del blocco navale. In un passaggio, il ministro auspicava l’arrivo in serata di buone notizie dall’incontro tra il presidente americano e il premier israeliano così da rendere ancor più superflua la missione «umanitaria» delle imbarcazioni nel Mediterraneo. Erano già arrivate quelle notizie, ma a Rai 1 ancora non lo sapevano.

 

La Verità, 1 ottobre 2025

È nato prima Veltroni o Fazio? Il falso buonismo

Il rosolio gronda dalle prime righe. «Qual è il primo programma che hai visto da bambino?». Risposta: «L’allunaggio». Ma non si capisce se in diretta o in differita, nei tg del giorno dopo. Però il ricordo della mamma che gli dice «Siamo andati sulla luna», quello è «nitido». Walter Veltroni che intervista Fabio Fazio, ieri su Sette del Corriere della Sera, è un gioco di specchi. Un trionfo di emulazione reciproca. Un ping-pong tra gemelli. Del resto, Fazio è stato svezzato a pane e mainstream democratico e Veltroni si è abbeverato a decenni di interviste faziesche. Leggere le cinque pagine che danno la copertina al magazine non aiuta a capire se è nato prima il veltronismo o il fazismo. Ci terremo il dilemma. L’intervistatore intervista l’intervistato con lo stile che l’intervistato ha reso un marchio di fabbrica. Anzi, un vero e proprio format, quelli che lui disprezza perché predilige la tv artigianale. Mah. In realtà, sembra che l’intervista alla Fazio esista e si propaghi, come certifica quella di cui parliamo. Clima rilassato, complicità, zero domande scomode. Come detto, si comincia con la dolcezza di Fazio bambino e la mamma. Poi eccolo ragazzo guardare Immagini dal mondo e la sigla che «oggi definiremmo multirazziale», la tv in bianco e nero, la Carrà e Mike Bongiorno, Enrico Vaime e Angelo Guglielmi, ma non Carlo Freccero. Il vero cruccio è aver perso la capacità di sognare perché «il sogno non porta utili. Si è sostituito il sogno, il senso di giustizia e di solidarietà, con la convenienza», garantisce il conduttore ligure che nel 2023 lasciò la Rai nel bel mezzo di un cambio di dirigenza per firmare un contrattino con Discovery da 10 milioni in quattro anni (più 30% rispetto a quello con la tv pubblica). Però, il gemello gli chiede «quanto ti ha fatto soffrire lo sfratto dalla casa Rai?». Risposta un filo cervellotica: «Quello che mi ha deluso è stata la disponibilità ad acconsentire alla prepotenza». Com’è agli atti, l’amministratore delegato in quota Pd, Carlo Fuortes, non gli propose il rinnovo del contratto e lui firmò per la concorrenza il giorno prima che si insediassero in Viale Mazzini Roberto Sergio e Giampaolo Rossi. Verosimilmente, la Rai gli avrebbe offerto una cifra più contenuta e lui avrebbe dovuto scegliere tra il portafoglio e la sbandierata appartenenza alla tv pubblica. Però, si sa, oggi non siamo più capaci di sognare perché si cerca solo il guadagno. O la restituzione degli spiccioli anticipati a Mick Jagger per pagare un parcheggio. Insomma, niente. Prima il veltronismo o prima il fazismo? Forse, prima di tutto il buonismo. Ipocrita.

 

La Verità, 27 settembre 2025

«Lezioni di mafie» e lezioni di marketing

Comincia dalla Locride la prima delle quattro Lezioni di mafie che Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Napoli, terrà al mercoledì sera su La7. Questa è dedicata al «Potere della ’ndrangheta», materia che il magistrato e saggista conosce a fondo quanto il territorio nel quale si muove con disinvoltura essendo originario di Gerace (ore 21,20, share del 7,1%, 1,1 milioni di telespettatori). Coadiuvato da Antonio Nicaso, docente di Storia sociale della criminalità organizzata e suo partner in numerose pubblicazioni, e da Paolo Di Giannantonio, ex conduttore del Tg1 e di Unomattina, il procuratore illustra meccanismi, storia e gerarchie delle ’ndrine, le formazioni più blindate e impenetrabili dell’arcipelago criminale nostrano. Qui non ci sono passaggi da una cosca all’altra e, a differenza dei clan camorristici e di Cosa nostra, i collaboratori di giustizia sono più unici che rari. Nonostante il titolo del format, lungi da ambizioni pedagogiche, l’approccio è investigativo, pragmatico e fattuale. Nel Teatro Palladium è stato convocato un gruppo di universitari di Roma 3 che partecipano alla lezione con domande preparate. Ci sono due cattedre e uno schermo nel quale scorrono i servizi sia per il pubblico del teatro che per quello a casa. Messa così, difficile immaginare qualcosa di più statico e antitelevisivo. Per fortuna, non si rimane a lungo nel teatro-aula, ambiente che Gratteri frequenta abitualmente quando nel tempo libero incontra gli studenti. Le parti più fruibili sono quelle in esterna, i dialoghi all’aperto con Nicaso chissà perché schermato da occhiali da sole, sugli intrecci fra religiosità e «la picciotteria», antenata della ’ndrangheta nel profondo Aspromonte, o le connessioni ramificate con gli ambienti della politica. In studio si smonta il mito dei guadagni elevati con il crimine, vero solo per i livelli gerarchici più alti. A confronto con galoppini e manovali, un idraulico o un elettricista fanno molti più soldi e soprattutto vivono meglio. C’è spazio anche per una citazione autoreferenziale quando si passa per il centro storico di Gerace, «qui sopra negli anni Ottanta c’era la prima radio privata ionica». Indovinate chi era il dj?

Non deve sorprendere il buon risultato di ascolti di un programma un filo noioso e poco accattivante. È semplicemente un format mirato sul pubblico di riferimento della rete. A differenza di quello che alla prima uscita è parso non essere Realpolitik di Tommaso Labate, altro conduttore originario della Locride. Per l’audience di Rete 4 (3,7% di share), Walter Veltroni, Vincenzo De Luca e Virginia Raggi tutti insieme in una sera, forse sono un po’ troppi.

 

La Verità, 19 settembre 2025