Fiorello è un fuoriclasse, torni a pensare in grande

Con tutto quello che ha fatto finora, ormai Fiorello si muove solo per qualcosa di innovativo e scusate il vocabolo abusato. Vuol dire per qualcosa di inedito e originale, per qualcosa che rompa gli schemi e intrecci gli ambiti della comunicazione. L’incursione di domenica veicolata dalla parodia di una nota campagna pubblicitaria; il mini-varietà di Dieci minuti nello studio del Tg1 a Saxa Rubra con la partecipazione delle conduttrici Emma D’Aquino, Laura Chimenti, Giorgia Cardinaletti; il duetto musicale con Annalisa su Diamante, brano cantato dal principe dei duetti, Zucchero, ma appena abbozzato nello stile e nei tempi della comunicazione social; gli ospiti occasionali, Tony Pitony in cerca del bagno («è libero quello di Ranucci che non lo usa più»), Gigi D’Alessio con caschetto giallo da operaio che allestisce lo studio del programma; un’altra parodia dell’autopromozione della fiction Rai nei panni di Luca Argentero, protagonista di Doc – Nelle tue mani; la finta telefonata al direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci per dare periodicità settimanale al mini-varietà: sono le idee per lanciare la seconda stagione della Pennicanza, da ieri alle 13,45 su Radio 2 e Raiplay (in replica aggiornata dopo Porta a Porta su Rai 1 diventa La Nottatanza) con la sigla di Mina, biglietto da visita di nobiltà artistica. C’è spazio anche per qualche gag sull’attualità: «Io e Biggio non abbiamo un programma, siamo come il campo largo. A proposito, vi consiglio un nome: prendete la Salis, ma attenzione perché le Salis sono due, meglio quella che paga l’affitto». Poi si fa serio, ma sempre pungente, però niente satira: «Voglio rivolgere un pensiero agli amici del Sud Italia che stanno attraversando un periodo molto brutto. C’è una protesta in atto e la stanno facendo senza spaccare niente, ma la luce deve essere accesa anche sul Sud». Fingono di svegliarsi dal sonno, sia della notte o del pomeriggio e, in smoking per la puntata d’esordio, Fiorello e Fabrizio Biggio, spalla affiatata insieme al maestro Enrico Cremonesi, spoilerano subito tre superospiti del Sanremo prossimo di Stefano De Martino: Maria De Filippi, Dua Lipa e Brad Pitt.

Fiorello contamina i linguaggi, gioca con le notizie, attraversa i confini dei generi non solo dell’intrattenimento, ma poi, a ben guardare, lavora soprattutto per dare lustro all’azienda, valorizzandone il meglio e muovendosi tra le sedi Rai come tra dei teatri di posa. Per questo piacerebbe che tornasse a pensare in grande…

 

La Verità, 20 ottobre 2026

La Valle dell’Eden mette al centro il bene e il male

In tempi di nichilismo e relativismo imperanti vale la pena guardare La Valle dell’Eden su Netflix, sette episodi con la regia di Zoe Kazan, nipote d’arte, che condensano le 700 pagine del capolavoro di John Steinbeck, potente meditazione sul bene e sul male che interrogano il libero arbitrio. Siamo prima nel Connecticut di fine Ottocento e poi, fino agli esordi della Prima guerra mondiale, nella Salinas Valley californiana, luogo di nascita dello scrittore premio Nobel per la letteratura, e la saga generazionale dei fratelli Traks, iniziata con la perversa disciplina del padre Cyrus (Tracy Letts), prosegue con l’improvvisa comparsa nella loro fattoria di Cathy (poi Kate), una ragazza violentata e morente (Florence Pugh), che condizionerà pesantemente l’esistenza del futuro e sfortunato marito Adams (Christopher Abbott), e di Charles (Mike Faist), che la amerà e basta. Dall’unione con Adams, ma non è certo, nasceranno due gemelli, Aron (Joe Anders o Joe Mendes) e Cal (Joseph Zada), destinati anche loro a ripercorrere le tracce di Caino e Abele. È qui che s’innesta il conflitto etico della storia perché la madre abbandona cinicamente marito e figli per arrampicarsi in una vita di lussi e dissoluzioni come tenutaria del bordello di Salinas. Piegato dal tradimento e dalla solitudine, Adams lascia la gestione della casa e l’educazione dei bambini a Lee (Hoon Lee), il domestico cinoamericano, vero antagonista della donna simbolo del male. Lee è protagonista di una vicenda diametralmente opposta a quella di Cathy: una storia fatta di razzismo subito e genitori perduti, ma fatta anche di abnegazione e dignità. La sua fonte ispiratrice è il libro della Genesi. Lee non si accontenta della prima versione secondo cui Dio promette a Caino che «dominerà il peccato». Né gli basta la traduzione americana – «dominalo» – in cui la promessa diventa ordine. La sua ricerca gli fa scoprire che il verbo corretto è «timshel», thou mayest, tu puoi. «Potrebbe essere la parola più importante del mondo», riflette Lee. Con ragione, perché quel verbo chiama in causa la libertà dell’uomo: anche l’eredità di sangue più ingombrante non è un destino obbligato.

La miniserie di Zoe Kazan non segue pedissequamente il romanzo pur riproponendone potenza e sontuosità. Lo scostamento più evidente è nella figura di Cathy-Kate, archetipo di malvagità in Steinbeck e qui sfumata da qualche giustificazione. Tuttavia, l’interpretazione di Pugh, intrisa di cinismo, non ne attenua la forza simbolica di tutto ciò che non si deve essere.

 

La Verità, 14 ottobre 2026

Patù, il talk tridimensionale floppa ma merita fiducia

È stato un flop, un disastro assoluto con appena l’1.5% di share e 155.000 telespettatori (1.4% e 259.000 nell’anteprima), eppure Patù – La passione delle idee, in onda mercoledì sera su Rai 2, il programma condotto da Roberto Inciocchi va difeso e incoraggiato. Innanzitutto, perché la «passione» del titolo tratto dal nome di un paesino del Salento a sua volta derivato da pathos, è visibile nel modo di scegliere e affrontare gli argomenti attraverso storie, testimonianze e contributi insoliti. Questo nuovo format degli Approfondimenti diretti da Paolo Corsini avrà vita dura in una serata presidiata da È sempre cartabianca su Rete 4, talk show classico, da Chi l’ha visto? su Rai 3, crime investigativo, e da Una giornata particolare su La7, divulgazione storica. Patù è diverso dai concorrenti che hanno pubblici già consolidati e dovrà perciò sudare parecchio per farsi largo. Inciocchi, ex Sky e poi al timone di Agorà ha le spalle per posizionarsi anche in primetime. E, per quanto si è visto nella prima puntata, merita di essere aspettato per la sua differenza. In primo luogo, l’assenza di polarizzazioni e tifoserie. Per dire, si è scelto di non parlare del caso Garlasco (ma di Pietracatella, dove madre e figlia sono state avvelenate dalla ricina) proprio perché sull’omicidio di Chiara Poggi il pubblico è schierato in due fazioni. La seconda particolarità è che la politica non la fa da padrona, e anche questa ha l’aria di essere una forma di prevenzione contro le risse di opinioni. Non per questo, però, si sono evitati temi divisivi come la crisi di Gaza, avvenendo l’esordio del programma la sera del 7 ottobre. Ciò nonostante, si è riusciti a parlarne con gli ospiti convenuti, Paolo Mieli, Claudia Fusani e il nostro Francesco Borgonovo, in un modo persino propositivo, esemplificato dal racconto di due chef, uno palestinese e una israeliana, che collaborano da diversi anni e hanno appena vinto insieme il Campionato mondiale di cous cous di San Vito Lo Capo. E questa è la terza originalità di Patù: il tentativo, riscontrabile nei vari temi trattati, dalla crisi degli ulivi del Salento alla tragica vicenda di Silvia Gaggini che ha visto l’ex marito uccidere il loro figlio prima di togliersi la vita in carcere, di suggerire un bagliore di speranza. Un tentativo che, a differenza dei talk show polarizzati, approfondisce davvero l’argomento offrendo un’ipotesi di risposta. Insomma, un talk tridimensionale rispetto ai soliti duelli manicheisti. Quella imboccata da Inciocchi è una strada in salita perché noi telespettatori siamo ormai disabituati a un ascolto impegnato e privo di pregiudizi.

 

La Verità, 9 ottobre 2026

Benigni come un format, la sorpresa è altrove

Comincia a esserci una certa stanchezza attorno all’ennesima esibizione tv di Roberto Benigni. I motivi sono numerosi. Una certa ritualità, innanzitutto, che rende ripetitive le performance, riguardino la Costituzione italiana, l’Unione europea, San Pietro o San Francesco, ormai appuntamenti irrinunciabili di quella che viene chiamata TeleMeloni. Poi il fatto che San Francesco – Il Cantico era un prodotto visibile su Paramount+ dal dicembre 2022 e riciclato dalla Rai per gli 800 anni dalla morte del patrono d’Italia. Infine, l’abitudine all’enfasi benignesca che, grazie alle iperboli e all’aggettivazione superlativa, trasforma qualsiasi creatura o creazione nella prima di tutte, nella migliore di sempre, nella «più grande costruzione istituzionale, politica, sociale, economica degli ultimi 5.000 anni realizzata dall’essere umano sul pianeta terra» (qui si parlava dell’Unione europea). Se un monologo diventa prevedibile come un format esaurisce la propria spinta propulsiva. Lo conferma anche il dato degli ascolti: lo show di Benigni su Rai 1 ha raggiunto il 20.2% di share e 3,7 milioni di spettatori, battuto di 5.5 punti e un milione di telespettatori dalla Ruota della fortuna di Canale 5 (25.7%, 4,7 milioni).

Al contrario, non ci si aspettavano audience stratosferiche da Francesco – Il santo di tutti (14.3%, 1,8 milioni di telespettatori), lo speciale in onda dopo le 22 e condotto da Giorgia Cardinaletti. Che invece è stato la vera sorpresa della serata per la versatilità e la sicurezza della conduttrice nel gestire gli snodi e le interviste agli ospiti, per la varietà dei linguaggi frequentati, dalla danza alla musica, dalla storia dell’arte alla letteratura e all’esegesi delle parole chiave che identificano il santo di Assisi. Numerosi i contributi originali di cantanti e performer, a cominciare da Simone Cristicchi, autore e interprete di Franciscus, per proseguire con i brevi ma efficaci interventi del critico d’arte Jacopo Veneziani e del poeta Davide Rondoni, utili a correggere la pubblicistica corrente, pigramente adagiata sulle formule del «poverello d’Assisi» primo ambientalista, primo pacifista, primo influencer… Insomma, un ottimo mix di leggerezza e approfondimento, nel quale spiccano la testimonianza del perdono di Davide Cavallo, il ragazzo che ha perso l’uso delle gambe per l’aggressione subita un anno fa a Milano da cinque coetanei, e la partecipazione di Alessandro Baricco con la lettura, senza inutili invenzioni creative, del Testamento di San Francesco. Ora lo sappiamo: Rai Cultura è in grado di proporre intrattenimento di qualità.

 

La Verità, 6 ottobre 2026

Il santo di internet fa boom anche nella tv generalista

Il santo dei new media conquista la tv generalista. Un po’ a sorpresa verrebbe da dire. Domenica sera Il mio nome è Carlo, il film tv trasmesso da Canale 5 sulla breve vita di Carlo Acutis, interpretato da Samuele Carrino nel ruolo del protagonista, e da Lucia Mascino in quello della madre, ha fatto il boom di ascolti sfiorando il 30% di share (esattamente il 29.6) e conquistando quasi 4,3 milioni di telespettatori. Un risultato inatteso nelle sue proporzioni anche dalle parti di Cologno Monzese. Prima di esultare al nuovo miracolo del santo millennial bisogna però osservare che il biopic diretto da Giacomo Campiotti non doveva affrontare una concorrenza particolarmente agguerrita: la Serie A di calcio è in pausa per la Nazionale, Che tempo che fa sul Nove non è ancora iniziato e Rai 1 proponeva un film dallo scarso appeal (che infatti si è fermato al 10.8%). Tuttavia, il responso dell’Auditel diventa particolarmente significativo se si considera che nella fascia 15-34 anni lo share è del 32.6%, cioè di tre punti superiore alla media complessiva. Restringendo il target al segmento 20-24 anni, addirittura decolla fino al 42.1% per gli uomini e al 40.8 per le donne, mentre scende considerevolmente al 24.7 per gli uomini e al 30% per le donne tra i 55 e i 64 anni. Sono dati sorprendenti perché ci si poteva aspettare che un film così conquistasse principalmente platee di un pubblico stagionato. Invece no, la storia del santo morto quindicenne nel 2006 per una leucemia fulminante e canonizzato un anno fa da Leone XIV, ha conquistato ancora di più i giovani. Evidentemente, i normali strumenti di valutazione in possesso di analisti dei media e addetti ai lavori si dimostrano inadatti a intercettare questo piccolo fenomeno di religiosità capace di travalicare i confini della comunità digitale investendo la programmazione televisiva.

Da qualche settimana, con Giganti – I protagonisti della storia di Toni Capuozzo, in onda su Rete 4, e poi con il modesto film tv di Rai 1 Giovannino Guareschi – Non muoio neanche se mi ammazzano, quella della domenica è una serata dedicata a ritratti e biografie di personalità e figure dall’alto contenuto umano e culturale. Tuttavia, il seguito ottenuto dal tv movie sul santo millennial supera di slancio e di gran lunga anche questa nuova abitudine del pubblico. Per approfondirlo, forse, più che le analisi dei critici televisivi servirebbero quelle degli antropologi e dei sociologi della religione ai quali il tema della ricerca del senso dell’esistenza che attraversa le giovani generazioni è sicuramente più prossimo.

 

La Verità, 29 settembre 2026

Lo spy action Fauda riflette sulla paura e la vendetta

Trattandosi di una serie che racconta azioni e travagli di un nucleo di agenti dello Shin Beat, uno dei tre servizi di intelligence israeliani, è difficile parlarne prescindendo dagli schieramenti sulla crisi di Gaza, la strage del 7 ottobre e la successiva azione bellica del governo di Benjamin Netanyahu. Ci proveremo, consapevoli dei limiti di questa rubrica. Giunta alla quinta stagione, Fauda, una serie israeliana sicuramente di parte, trasmessa in Italia da Netflix, compie uno scatto narrativo rispetto alle quattro precedenti, quando la squadra di agenti infiltrati nelle formazioni nemiche si prefiggeva di scongiurare le azioni di Hamas e dell’Isis e di liberare i compagni fatti prigionieri dai terroristi islamici. Questa nuova stagione è stata riscritta dall’ideatore Lior Raz, anche interprete del protagonista Doron Kabilio, e da Avi Issacharoff, dopo gli avvenimenti seguiti al 7 ottobre. Dunque, stavolta, anziché anticipare l’attualità, la ripercorre. Il sentimento di assedio e di insicurezza domina le circostanze e attraversa il volto di Doron, complesso agente operativo autore di azioni non sempre ineccepibili. La difesa e la sopravvivenza di Israele – minuscolo Stato accerchiato dal Nordafrica occidentale fino all’India da nazioni musulmane che ne desiderano la sparizione – è la missione in cima ai pensieri e alle azioni della sua squadra, ma la paura è la scomoda convivente quotidiana.

Sollecitato da Salem, un tracciatore arabo, Eli (Jacob Zada Daniel), capo ora a riposo del team, va a Marsiglia per colpire l’attivista di Hamas che il 7 ottobre ha sterminato la sua famiglia, moglie e due figlioletti. Com’è prevedibile la missione si complica e tocca a Doron intervenire insieme a Steve Pinto (Doron Ben-David), ma anche loro devono fronteggiare una serie di imprevisti, gestiti con la supervisione del capitano Ayub (Itzik Cohen), capo dei servizi. Tutti sono segnati da ciò che è successo il 7 ottobre e il sospirato ritiro dalla «prima linea» non regge più.

La serie privilegia la dinamica delle missioni sul tentativo degli agenti di preservare le complicate vite private, ma negli episodi chiave che raccontano la strage dei giovani del Festival Supernova e i massacri nei kibbutz, le due linee narrative si intrecciano con grande realismo e un’efficacia particolarmente coinvolgente. Così, senza perdere la forza del thriller spionistico e d’azione, Fauda diventa anche una meditazione sulla forza magmatica della paura, sul senso di insicurezza, sulla legittimità e la crudeltà della vendetta.

 

La Verità, 24 settembre 2026

Saman, una docuserie che approfondisce troppo poco

Tanta documentazione e poco approfondimento. Si potrebbe sintetizzare così la valutazione su Saman – La verità nascosta, la docuserie da ieri disponibile sulla piattaforma di Hbo. Scritti da Lorenzo Avola e Carmen Vogani con Simona Coppini e diretti da Francesca Mazzoleni e Gianluca Santoni, i tre episodi di un’ora ciascuno ricostruiscono con l’ausilio di alcune chat inedite con il fidanzatino Shaqib e una lunga serie di testimonianze il contesto famigliare e la drammatica ricerca della libertà conclusa con l’uccisione della ragazza pakistana, che, sulla base della deposizione del fratello Haider Abbas, nel dicembre 2023 ha portato alla condanna all’ergastolo del padre Shabbar Abbas, della madre Nazia Shaheen e dei cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq e a 22 anni di detenzione allo zio, Danish Hasnain. La sentenza d’Appello che, ribaltando quella di primo grado ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione, è stata confermata nel luglio scorso dalla Corte di Cassazione. L’intera famiglia è stata riconosciuta colpevole dell’omicidio della ragazza, uno dei crimini che hanno segnato la storia d’Italia degli ultimi anni.

Nella serie si ascoltano gli ex compagni e gli insegnanti della scuola media di Novellara, il paesino dove nel 2016 dal Pakistan la madre e il fratello avevano raggiunto il padre che già dal 2007 lavorava in un’azienda agricola locale. Poi il datore di lavoro, il tenente colonnello dei carabinieri che ha condotto le indagini, le assistenti sociali, l’avvocato che ha difeso il fratello Haider, il procuratore di Reggio Emilia, un avvocato dell’associazione «Penelope» e l’educatrice che si è presa cura della ragazza quando si era allontanata dalla famiglia per gli insanabili contrasti con il padre violento che le aveva sequestrato il passaporto. Si analizzano le chat con l’ambiguo fidanzato, preoccupato di proteggere la sua famiglia dopo le minacce ricevute dal padre di Saman. Il confronto tra la foto in cui indossa l’hijab e quella in cui è truccata e con il rossetto mostra due ragazze completamente diverse. Saman si proponeva apertamente come una italiangirl e apertamente aveva rifiutato il matrimonio combinato dai genitori con un facoltoso cugino di parecchi anni più adulto di lei. Come detto, la serie ricostruisce il caso, documentando lo svolgersi dei fatti, ma difetta nell’approfondimento. Superficiale e tendenzioso risulta infatti liquidare sbrigativamente come un caso di «violenza di genere» quello che è in realtà un aspro contrasto tra la voglia di libertà e il desiderio di integrazione della ragazza e la volontà irriducibile di una famiglia davvero patriarcale di rimanere abbarbicata al suo mondo e alle sue leggi oppressive.

 

La Verità, 19 settembre 2026

I turbamenti di Augias catechizzato da Zuppi

Riparte la nuova stagione di La torre di Babele e Corrado Augias che conduce il programma (La7, lunedì, ore 21,30, 720.000 telespettatori, share del 4.3%) è turbato perché il mondo va a rotoli. Ci sono le guerre, c’è il cambiamento climatico, ci sono state le elezioni in Sassonia e in Svezia e presto ci saranno quelle in Israele, quelle di medio termine in America e poi quelle italiane. Il turbamento è tanto e c’è bisogno di trovare la bussola che orienti in mezzo al caos. Chi c’è di meglio per farsi aiutare se il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei. Eccolo seduto sulla poltroncina dirimpetto al conduttore che legge brani dalla Magnifica humanitas di Leone XIV e ne elogia la capacità, unica figura di sovrano che ha saputo farlo, di guardare oltre la prospettiva delle prossime elezioni e le polemiche sulle preferenze sì o no. L’elogio di Augias è accompagnato dall’imbarazzo che lo costringe a separare l’elemento umanistico dalla «visione religiosa che si può condividere o no» e a ribadire che la redazione del programma è tutta «composta da non credenti». E ancora: «Non possiamo certo trasformarci in una trasmissione papalina», avverte prima di proporre un altro brano del Pontefice dall’intervento al Meeting di Rimini di qualche settimana fa. In certi momenti, tra il cardinale e il giornalista ateo sembra di assistere a una disquisizione accademica, che si sviluppa per categorie filosofiche. L’insistita sottolineatura del conduttore sul suo essere non credente non riesce tuttavia a nascondere quali siano le questioni che lo turbano davvero e su cui vorrebbe l’approvazione del presidente della Cei. Prima questione: perché il mondo va a destra? C’è tanta paura e ci sono molti modi di reagire alla paura, suggerisce il cardinale. Di fronte all’emergenza di Ceuta, per esempio, l’Europa dovrebbe rispondere unita e non dividendosi, osserva Zuppi, mandando un messaggio chiaro al nostro governo e appagando i desideri del suo interlocutore. La seconda questione che turba il conduttore è perché non possiamo decidere autonomamente quando staccare la spina e morire come piace a noi? Qui il confronto si fa ancora più vivace perché la realtà irrompe nella sua crudezza con l’avvicinarsi del momento finale che Augias avverte in modo stringente. Così, le domande partono dalla sua esperienza personale di sofferenza vissuta in ospedale. Ma Zuppi non si fa impressionare: la sofferenza deve essere accompagnata e può essere attraversata in modo positivo come prova il fatto che «lei adesso è qui» e ne sarà contento. L’evidenza esistenziale supera le convinzioni filosofiche.

 

 

La Verità, 16 settembre 2026

Il reportage di Capuozzo su GPII che cambiò il mondo

Se c’è uno che ha davvero cambiato il mondo è Giovanni Paolo II. Al momento della sua elevazione al soglio pontificio, Karol Wojtyla aveva trovato un pianeta paralizzato dalla Guerra fredda, in cui il comunismo aveva ancora enorme ascendente sulle masse e la Chiesa era ripiegata, intimidita e lontanissima dai giovani. Lo ha lasciato senza il Muro di Berlino, più critico verso le ideologie totalizzanti e con i giovani che gremivano le piazze (5 milioni a Manila nel gennaio 1995) per pregare e seguire il Papa venuto da un Paese lontano. Raccontare in due ore di televisione una figura tanto straordinaria, largen than life dicono gli americani, è impresa ardita perché, oltre alla difficoltà di renderne la poliedricità – i tratti mistici e quelli carismatici, le predilezioni personali e le sensibilità pastorali – implica raccontare l’intero Secolo breve, guerre, genocidi e rivoluzioni mancate. Ci è riuscito Toni Capuozzo, inviato di lungo corso di Mediaset, nel primo dei quattro Giganti (tra i quali non c’è Francesco Guccini, «un gigante» per il cardinal Zuppi) in onda da domenica sera su Rete 4, grazie a una sensibilità giornalistica da artigiano del mestiere che lo fa procedere ponendo e ponendosi domande sull’oggetto-soggetto da illuminare: la personalità potente, il grande comunicatore, il messaggero e testimone di Cristo anche nei giorni della malattia. Ma non assistiamo a un’agiografia né a un santino per un pubblico di devoti, sebbene a volte la musica trionfante rischi di farlo sembrare tale, nensì a un reportage storico. Capuozzo cammina per Wadowice e Cracovia per mostrare la casa natale del futuro Papa e interrogare i testimoni, tra i quali lo storico segretario Stanisław Dziwisz, ora cardinale. Tra gli italiani intervengono il vaticanista Fabio Marchese Ragona, la psicoterapeuta Stefania Andreoli e lo storico Andrea Riccardi che si premura di dire che quello di Giovanni Paolo II non è un papato da interpretare politicamente, in contrasto ai regimi comunisti. Eppure, sottolinea Capuozzo nel capitolo sull’attentato di Ali Agca, Wojtyla «non fu certo amato Oltrecortina», ed è stato il principale ispiratore del crollo del Muro, aiutando Solidarnosc di Lech Walesa, «protagonista della storia» in dialogo con le autorità di tutto il mondo e i capi delle altre religioni a cominciare da quelli delle comunità ebraiche. Fu sia un conservatore che un progressista, «ma non per doppiezza né per compromissioni», osserva ancora il conduttore che ribadisce il suo messaggio, mostrandolo mentre invita: «Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo». Perché San Giovanni Paolo II appartiene alla Chiesa, ma ha scosso il mondo intero.

 

La Verità, 1 settembre 2026

Il servizio pubblico degli inviati dei tg di cui si tace

Certo, non sono «gli inviati di Report», una categoria a parte che gioca nella Champions del «giornalismo d’inchiesta», altra specifica elettiva. Sono solo inviati quotidiani, che entrano nelle nostre case tutti i giorni, di solito all’ora di cena. Sono i giornalisti del Tg1 (e anche degli altri tg) che non godono della visibilità dei loro colleghi, autori di appelli e ultimatum alla Rai, l’azienda per cui lavorano. Chi si ricorda delle loro firme e quali servizi realizzino? Il telegiornale lo si guarda sempre distrattamente, mentre si apparecchia o sparecchia la tavola, o con l’audio spento per non intralciare la conversazione. I giornalisti dei notiziari tirano la carretta day by day, tra un’alluvione, un femminicidio e un reato commesso da un irregolare. Cose quotidiane alle quali abbiamo fatto il callo. E l’anno fatto anche loro, gli autori dei servizi relativi. Invece no. Qualcosa forse è successo nella redazione del Tg1 perché nello stretto giro di un paio di giorni ha messo a segno una piccola sequenza di colpi. Scoop, si dice nel gergo della materia. C’è un giornale da fare, tutti i giorni più volte al giorno. E allora facciamolo al massimo, alla Vasco Rossi, senza porci limiti. Nulla è scontato se non ciò che si crede già di sapere e non si sottopone alla prova della curiosità. E allora ecco che Leonardo Zellino, uno che si è fatto tutto il mese di gennaio a Crans-Montana, s’imbarca su un aereo per il Camerun e va a scovare Gomes Tavares, per non accontentarsi dei video reticenti che il produttore esecutivo dell’attentato a Sigfrido Ranucci disposto dal mandante Valter Lavitola, inviava per calmare le acque qui in Italia. Oppure Giuseppe La Venia, firma dei servizi sul fatto del giorno, che intervista, senza svelarne il volto, l’uomo che ha tentato per primo di calmare Abderrahim Fakir, l’irregolare morto a Modena in circostanze da chiarire: da quel giorno il soccorritore vive nascosto perché subisce minacce e intimidazioni. O, infine, Stefano Fumagalli, inviato di esteri reduce da Ceuta, che vola fino al confine tra il Nepal e il Tibet per realizzare i reportage dalle zone colpite dall’ultima alluvione. Si potrebbero fare anche altri nomi, da Felicita Pistilli a Ignazio Ingrao a Roberta Ferrari… Colleghi senza auree particolari, senza piedistalli, senza trapezi e autocompiacimenti narcisistici, che fanno il loro lavoro: informano i telespettatori confezionando un notiziario credibile. Solo per fare servizio pubblico. Un servizio al pubblico.

 

La Verità, 31 agosto 2026