Disney+ e la beatificazione civile di Gratteri

Nicola Gratteri è sicuramente il magistrato più mediatico d’Italia. Dopo Lezioni di mafie, il ciclo di quattro puntate trasmesso in autunno da La7, è frequente ospite di talk show, non solo del prediletto Otto e mezzo di Lilli Gruber. Anche di DiMartedì di Giovanni Floris, per esempio, sempre su La7, dove, da testimonial del No nella campagna referendaria, ha dispensato qualche perla poco memorabile. Nei giorni scorsi Disney+ ha rilasciato World wide mafia. ’Ndrangheta, quattro episodi prodotti dalla Ibc Movie di Beppe Caschetto, scritti e diretti da François Cahyé e Jacques Charmelot, compagno di Gruber, di cui un paio di volte si vede ospite il magistrato per annunciare l’apertura del maxi processo di Lamezia terme e allorché gli viene implementata la scorta a causa di nuove, ulteriori, minacce di morte.
Il metodo adottato da Gratteri nella guerra contro la criminalità organizzata – «per noi questa è una guerra e sarà una guerra cruenta» – è, in un certo senso, lo stesso scelto da Roberto Saviano contro la camorra e le mafie in genere. Riflettori accesi puntati contro il silenzio e l’invisibilità preferiti dalla ’ndrangheta per agire indisturbata. Ecco spiegata, prima di un certo narcisismo, la mediaticità del magistrato.
I quattro episodi della docuserie raccontano la sua stagione a capo della procura di Catanzaro quando diresse «Rinascita Scott», l’operazione che la notte del 19 dicembre 2019 portò all’arresto di 334 persone, «una delle più grandi operazioni antimafia della storia italiana». La prima parte, intitolata «La missione», muove dai propositi del piccolo Nicola d’intraprendere una professione che avrebbe impedito le ingiustizie perpetrate a scuola dai figli dei boss. Protagonista della seconda parte è il pentito Emanuele Mancuso, «l’asso nella manica» per sgominare le cosche. La terza parte è dedicata al «processo», istruito nell’aula bunker di Lamezia terme e costruita appositamente per ridare speranza a tutto il territorio. Principale antagonista di Gratteri è il penalista Salvatore Staiano, del collegio di difesa di Giancarlo Pittelli, ex parlamentare di Forza Italia, condannato in primo grado a 11 anni di reclusione (la richiesta era di 17). Infine, la quarta al «verdetto». La ricostruzione che illumina la struttura criminale, i metodi contro chi si ribella al pizzo e la condizione del pentito appare efficace. Più enfatici i raccordi della voce narrante e i ricordi personali, quasi che la luce riflessa dell’azione investigativa giustifichi una sorta di beatificazione civile del magistrato. Aspettiamoci una seconda stagione, dedicata alla camorra.

 

La Verità, 23 maggio 2026

Una serie sui figli in provetta senza teorie woke

Una serie tv che parla di procreazione medicalmente assistita, di coppie omogenitoriali, di spermatozoi e ovuli senza eccessi ideologici, senza ossequi alla scienza-religione e anche senza miti della natura intoccabile. Senza bandiere arcobaleno, Pride e teorie gender a buon mercato. Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max – rilasciati finora i primi due, uno a settimana – prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione.
Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.

 

 

La Verità, 21 maggio 2026

Questa Rosa elettrica non riesce a dare la scossa

Dopo Luca Argentero, Sky Italia arruola anche Maria Chiara Giannetta, un altro volto storico della fiction di Rai 1. Entrambi hanno sfondato nella serialità di Lux Vide, ora del gruppo Fremantle: Argentero protagonista di Doc – Nelle tue mani e Giannetta, prima in Don Matteo e Un passo dal cielo, poi interpretando Blanca, consulente non vedente della polizia per la decodifica di materiali audio. La piattaforma digitale vuole proporsi a un pubblico sempre più generalista. Ma se con l’Avvocato Ligas di Argentero l’operazione è riuscita per la novità del personaggio e la credibilità della sceneggiatura, altrettanto non si può dire per il tentativo di Giannetta nel ruolo di Rosa elettrica – In fuga con il nemico, sei episodi diretti da Davide Marengo e ispirati al romanzo di Giampaolo Simi (Sellerio). Un tentativo carico di incertezze.
All’agente Rosa Valera trasferita al Nucleo protezione testimoni viene affidato a sorpresa il giovane boss camorrista Cociss (Francesco Di Napoli) che, finito nel mirino del clan rivale, ha deciso di collaborare con la giustizia. Ma il programma di protezione evidenzia subito qualche incongruenza, almeno quanto la sceneggiatura approssimativa. Una comunità terapeutica, per esempio, seppur gestita da un frate, quanto mai posticcio, è il posto meno indicato per nascondere un camorrista cocainomane. Non solo per le sue abitudini, quanto per la presenza di persone instabili e poco controllabili, come lo stesso testimone da proteggere. Basta questo a rendere claudicante la storia. Ma c’è anche la frequentazione di rave da parte dell’acerba poliziotta, evidentemente prima che il governo Meloni inasprisse le norme per queste manifestazioni. Purtroppo, il seguito della trama inanella altre coincidenze involontariamente comiche. Come la fortunatissima scoperta dell’indizio sulla sospetta foratura dell’auto di scorta che lascia Rosa e il suo testimone in balìa di un nuovo agguato.
Siamo tra Ferrara e Comacchio, ma la criminalità proviene sempre dalla Campania perché pare che, senza Gomorra, non si riesca ad allestire un buon poliziesco. Ma stavolta la scrittura non soccorre la recitazione e le controindagini alla scoperta della talpa nel comando di polizia avanzano tra dialoghi scadenti e tracce rocambolesche. Emerse grazie alle dritte di una bambina che spunta nei momenti più convulsi della storia fungendo da perspicace suggeritrice. Chi è? Una presenza che viene dal passato? O sarà mica che la nostra poliziotta è dotata di superpoteri? Lo scopriranno i telespettatori più volenterosi e motivati.

 

La Verità, 12 maggio 2026

La meta si avvicina, talk show antiMeloni sfrenati

Addio freni inibitori. Autocontrollo, questo sconosciuto. Ora che la meta si avvicina e in fondo al rettilineo s’intravede lo striscione del traguardo, vale tutto. La meta è la vittoria del campo largo alle prossime elezioni. O, detto in altro modo, la detronizzazione di Giorgia Meloni; e non si sa per che cosa si goda maggiormente. I sondaggi hanno già certificato il sorpasso sul centrodestra, con e senza Futuro nazionale del generale Roberto Vannacci. Nel circo dei talk show è tutto un fregarsi di mani, un darsi di gomito, un ammiccare al successo imminente. Non è una consapevolezza teorizzata. Sembra più una tendenza, una corruzione di abitudini. Uno slittamento della frizione che consente di superare i limiti del codice dell’informazione. Ufficialmente, i titolari delle teletribune accusano il governo di fare propaganda mentre, in realtà, sono già in piena campagna elettorale.
Non ancora archiviato, il «caso Ranucci-Nordio» ci aiuta a capire cosa sta succedendo. È qui che il salto di qualità è diventato esplicito. Ospite di Bianca Berlinguer su Rete 4, il conduttore di Report nonché principe del giornalismo d’inchiesta dice che una fonte gli ha riferito che il Guardasigilli è stato ospite della residenza di Giuseppe Cipriani, protagonista con Nicole Minetti dell’adozione di un bambino (con gravi problemi di salute) che ha portato alla controversa concessione della grazia del presidente Sergio Mattarella all’ex igienista dentale. Un’insinuazione infamante rivelatasi un’illazione. «È una pista che stiamo verificando», ha detto in diretta Ranucci. Evaporata la fonte, cospargendosi «il capo di cenere», tre giorni dopo ha cavillato: «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia». Dopo l’ammissione dell’eccesso, il ministro della Giustizia ha rinunciato a sporgere querela. Meno magnanimemente l’ha mantenuta per la conduttrice di È sempre cartabianca e la rete che ha diffuso la notizia non verificata. È il sintomo della patologia. Neanche fosse un Nicola Gratteri qualsiasi (ricordate la lettura senza filtro di un messaggio sul cellulare che attribuiva a Giovanni Falcone la contrarietà alla separazione delle carriere) il campione del giornalismo d’inchiesta dà una notizia in diretta tv senza prima controllarla. «Trascende ogni mio controllo», diceva il visconte di Valmont in Le relazioni pericolose parlando dei suoi sentimenti verso madame de Tourvel. Così Ranucci, la tentazione era indomabile, la preda a portata di scoop: mandare a casa Nordio e, a cascata, il governo.
Gli argini sono infranti. Non che prima per «il governo delle destre» i salotti tv fossero centri benessere con musica soffusa. Tutt’altro, tra Otto e mezzo e DiMartedì, tra Il cavallo e la torre e Realpolitik per i meloniani spira da sempre un’aria tagliente. Ma da dopo il referendum sulla giustizia qualcosa è cambiato. In peggio. Prendiamo Matteo Renzi, autore di L’influencer (Piemme), soave odiografia dedicata alla presidente del Consiglio. Dalla sera della sconfitta nella consultazione sulla riforma della magistratura ne chiede ossessivamente le dimissioni. Non a caso, ha messo le tende a La7. Lilli Gruber, Corrado Formigli e Giovanni Floris se lo passano come un attrezzo da lavoro. Efficace, funzionale e che non tradisce. Siccome lui, che ci aveva scommesso il posto da premier si dimise quando perse il referendum sul Senato, ora deve farlo Giorgia Meloni che pure, fin dall’inizio, aveva evitato di confondere le sorti del governo con l’esito del voto sulla giustizia. Non importa, il senatore di Rignano insiste e persiste mandando in sollucchero i conduttori in campagna. Nell’ultima monocorde puntata di DiMartedì, Floris ha mostrato a tutti gli ospiti, Massimo Giannini, Walter Veltroni, Renzi e Rocco Casalino, le stesse dichiarazioni in pillole della premier. Sul Piano casa, su Trump, sulla longevità del governo. «È un valore in assoluto la longevità?», ha chiesto mostrando flashback degli eccessi del governo berlusconiano ancora al primo posto nella classifica di durata. «Il governo è come un essere umano, tutti siamo contenti se un essere umano vive fino a 100 o 110 anni», ha premesso Giannini, «ma bisogna vedere in che condizioni ci arriva. Se passa gli ultimi vent’anni della sua esistenza immobile su una sedia a rotelle a non fare nulla, è inutile che è vissuto così tanto». Si può ricorrere a un paragone così irrispettoso verso tante persone che vivono una condizione di menomazione? Sì, se la missione assoluta è colpire l’odiato nemico. E pazienza se il livore fa dimenticare anche l’uso del congiuntivo.
Su X il collaboratore della piattaforma digitale Galt Media Davide Scifo, 45.000 followers, ha radiografato lo schieramento dei programmi di approfondimento politico, non solo i talk show, conteggiandone 15 di sinistra, cinque di destra e solo quattro neutrali. Un calcolo abbastanza attendibile, nonostante tra i titoli progressisti non compaiano né La torre di Babele, né In altre parole di La7, né Splendida cornice di Rai 3. Mentre 4 di sera di Paolo Del Debbio è inserito tra quelli di destra sebbene, dividendo sempre in parti uguali il parterre degli ospiti, sia il più ecumenico dei talk. Quanto alla Rai, Porta a Porta è iscritto nell’area della destra, Il cavallo e la torre in quelli di sinistra mentre ben tre (Agorà, Restart e Farwest) figurano tra i neutrali. Alla faccia di TeleMeloni.
Dove invece l’antimelonismo, più ancora che il campolarghismo, è uno show freddo e cinico è chez Lilli Gruber. La quale, in campagna elettorale, lo è dal giorno dopo la vittoria della coalizione di centrodestra. Disinibita da subito, ha brevettato il jingle cantato in loop «E allora Giorgia Meloni?». All’unanimità, è la pifferaia dei conduttori antigovernativi, variegata formazione che annovera dal più idealista dei giornalisti al più sarcastico dei comici militanti. Alla vigilia del 25 aprile faceva tenerezza vedere Marco Damilano dare del tu alla staffetta partigiana novantacinquenne Luciana Romoli. Prima di concludere la puntata esaltando la berlingueriana «grande ambizione» mentre brandiva, commosso, un simbolico papavero. Meno compassione ispira, invece, Maurizio Crozza che sul Nove ridicolizza in sequenza Giorgia Meloni, Carlo Nordio, Adolfo Urso e Antonio Tajani. Salvo poi improvvisarsi consigliere d’immagine di Silvia Salis, sindaca della città dove risiede, tirandole un pippone sull’imprudente intervista concessa al patinato Vanity Fair. Ma si sa, la campagna è campagna, anche la comicità scende in campo e, senza freni inibitori, la telepolitica diventa un kamasutra tutto da godere.

 

La Verità, 8 maggio 2026

Il Tg1 titola ogni servizio per dare potere al pubblico

Si può sempre migliorare. Si può sempre trovare qualcosa di nuovo, anche all’interno di un copione ultra-consolidato com’è quello del Tg1. Da un paio di sere, senza cerimoniosi annunci e pompose conferenze stampa, il telegiornale in onda alle 20 su Rai 1 ha introdotto i titoli in ogni singolo servizio. Sembra un dettaglio e lo è; ma, come spesso accade, i dettagli manifestano un’intenzione più ampia. Andare incontro alle esigenze del pubblico e cogliere i cambiamenti in atto non solo nella comunicazione, per esempio.
I titoli evidenziati in ogni singolo servizio sono un’abitudine dei notiziari delle reti all news che, oltre all’argomento in primo piano, informano sulle altre notizie del momento con il rullo che scorre sotto il titolo principale. Il telegiornale diretto da Gian Marco Chiocci non può certo proporre un’informazione così tambureggiante. Il pubblico del Tg1, soprattutto della sua edizione serale, è mediamente più tradizionale, stagionato e compassato di quello di una rete di news h 24. Tuttavia, anche per l’italiano medio e le famiglie con la tv accesa all’ora di cena, alcune abitudini sono cambiate. Il telegiornale lo si sbircia più che ascoltarlo attentamente, magari resta in sottofondo mentre si prepara la cena o la si consuma. Può accadere che, privilegiando la conversazione, si abbassi o si azzeri l’audio. Insomma, la fruizione delle notizie non è più quella rituale, di qualche anno, forse decennio, fa. Ricordate? Il telegiornale è sacro, si esagerava. Preistoria. Con l’esplosione della tecnologia e dei social media, viviamo perennemente immersi nell’infosfera, l’ambiente comunicativo globale, composito e composto da un’infinità di fonti d’informazione sia analogiche che digitali, sia cartacee che virtuali. Ecco perché il consumo del notiziario serale si è fatto sempre più labile e frammentario. Si guarda con la coda dell’occhio, si ascolta a spezzoni, magari alzando il volume solo quando la notizia interessa. Una sintonizzazione fragile.
Introdurre i titoli per ogni singolo argomento è un contributo di chiarezza. Un servizio offerto ai telespettatori che possono sfogliare il telegiornale quasi come fosse un quotidiano. Questa notizia mi interessa, alzo il volume; quest’altra la conosco già, posso voltare pagina. I titoli dei singoli argomenti sono un servizio che incrementa il potere discrezionale del telespettatore. Forse varrebbe la pena di estendere l’innovazione anche all’edizione delle 13.30.

 

La Verità, 30 aprile 2026

Resistenza, papaveri e Bella ciao: non era TeleMeloni?

A ridosso del 25 aprile e, a seguire, del primo maggio, il grado di retorica dei programmi d’informazione cresce a dismisura. Anzi, più rispondente al vero sarebbe parlare di propaganda e di militanza.
Giovedì sera, vigilia del 81º anniversario della Liberazione, Rai 3 aveva predisposto una versione allungata de Il cavallo e la torre (ore 20.40, 1 milione di telespettatori, 5,8% di share) con una puntata intitolata enigmaticamente «Possiamo». Sempre per l’occasione, il conduttore Marco Damilano ha deciso di abbandonare lo studio per andare a intervistare Luciana Romoli, partigiana di 95 anni, nome di battaglia «Luce». Obiettivamente, una testimonianza, sebbene all’epoca, quando faceva la staffetta nel quartiere di Casal Bertone a Roma, fosse solo un’adolescente essendo nata nel dicembre 1930. Ciò nonostante, Damilano le dava serenamente del tu e si profondeva in effusioni mentre lei parlava di «libertà, giustizia e solidarietà», triade aggiornata di quella della Rivoluzione francese. Lo scopo del programma era rinverdire l’intoccabilità della Costituzione e così «Luce» ne declamava l’intero articolo 3. L’immutabilità della Carta è il nuovo dogma della società civile e pazienza se dal 1948 a oggi le modifiche sono state già una ventina, quasi tutte patrocinate dai partiti della sinistra. Tornato in studio, ecco Damilano lanciarsi nell’elegia dei giovani che hanno detto No al referendum proteggendo l’Italia e «la democrazia laica e antifascista». Come ha confermato anche Daniele Silvestri, raggiunto nella sua casa dal conduttore in un’altra uscita culminata nell’esecuzione di Sana e robusta Costituzione. Così si è intuito che, con il sostegno dei nuovi giovani costituzionalisti, quel titolo voleva dire «possiamo» cacciare i fascisti e «possiamo» vincere le elezioni e riprenderci l’Italia. Dopo la lettura di Edoardo Purgatori della lettera agli amici di Giacomo Ulivi, fucilato a Modena il 10 novembre 1944, Damilano ha elencato i tanti posti nel mondo in cui si canta Bella ciao. Cominciando dal Parlamento, dove l’avevano appena fatto le opposizioni contro l’approvazione del decreto Sicurezza, e finendo con la sua personale dedica della canzone adottata dalla Resistenza alla giornalista Amal Khalil, uccisa dall’esercito israeliano in Libano. Infine, in un crescendo emotivo, ha invitato alla visione ieri sera su Rai 3 di La grande ambizione, il biopic di Enrico Berlinguer «con un magnifico Elio Germano. Eccola la nostra grande ambizione: possiamo», ha concluso brandendo, commosso, un simbolico papavero.
Da TeleMeloni è tutto.

 

La Verità, 26 aprile 2026

Molto lavoro pre-interviste poi ci sono Belve e belve

Ci sono interviste che danno soddisfazioni e altre meno. Dipende dalla spontaneità dell’intervistato, innanzitutto, e dalla preparazione dell’intervistatore. Ma poi ci sono l’empatia, che va molto di moda, il gusto per la battuta, la disponibilità a giocare e a prendersi in giro. Sembrano cose ovvie e forse lo sono, ma cambiano radicalmente il risultato. Poi, a volte, possono esserci degli accordi tra i due interlocutori – argomenti da evitare, domande sgradite, temi scomodi – il cui effetto è appiattire il racconto, eliminando le punte verso l’alto e verso il basso. Prendiamo Belve di martedì sera (Rai 2, 1,3 milioni di telespettatori, share dell’8,6%), il programma di Francesca Fagnani giunto alla nona stagione, che combina il metodo Vanity Fair, l’intervista glamour a caccia di rivelazioni inedite, possibilmente di qualche trauma infantile o adolescenziale, e il pettegolezzo dei social media. Come osserva Carlo Freccero, negli ultimi tempi, sul caso Garlasco e con Falsissimo di Fabrizio Corona, si è assistito al sorpasso del Web sulla tv generalista. Un sorpasso sia qualitativo che interpretativo di alcuni aspetti tenuti in ombra dall’informazione ufficiale. In un certo senso, Fagnani compie la stessa operazione con i protagonisti dello showbiz, conduttori tv, attori, cantanti, influencer e altre creature mediatiche che sono l’oggetto esclusivo dei suoi interrogatori a volte prossimi alla seduta psicanalitica. Del resto, spaziare in altri ambiti non è facile, considerata la povertà del nostro star system, la concorrenza di programmi analoghi e la blindatura di territori confinanti ultra-presidiati come la politica. Si vede che la conduttrice trae vantaggio dal lavoro d’archivio della redazione, da doti di curiosità e dalla capacità di porgere le domande scomode. Come quando ha chiesto all’irrequieta Giulia Michelini (tra le sue parti, Rosy Abate di Squadra Antimafia), che cosa, a 19 anni, una volta giunta nell’ambulatorio per abortire, le aveva fatto cambiare idea e decidere di far nascere suo figlio. Che, ha detto, rispondendo a una domanda successiva, «mi ha salvato da me stessa».

Meno denso e vivace è stato il dialogo con il collega Rai Carlo Conti, alla prima «uscita» dopo l’ultimo Sanremo. Del resto, il conduttore toscano fa della normalità la sua filosofia e di sicuro non avrebbe potuto criticare le troppe repliche che il servizio pubblico manda in onda come ha fatto Michelini, citando e poi rimangiandosi, Il paradiso delle signore. Anche perché, in quel momento, Rai 1 ne stava trasmettendo una del Commissario Montalbano (Gatto e cardellino), rivelatasi il programma più visto della serata.

 

La Verità, 16 aprile 2026

Ci sono cast e paesaggio, ma poi spunta Bisio

Il contorno c’è, quello che difetta è il piatto forte. C’è l’Appennino, c’è il paesaggio con i rustici e le osterie. Ci sono gli arredi, il commissariato periferico e il mobilio con il sapore dei tempi della nonna. C’è abbastanza anche il cast, l’ispettrice tosta, il poliziotto informatico bonaccione e l’ultima arrivata, la più sveglia. Nella nuova serie, Uno sbirro in Appennino, quattro serate su Rai 1 (giovedì, ore 21,45, 4 milioni di spettatori, 23,7% di share), regia di Renato De Maria, produzione Picomedia, a zoppicare è proprio lo «sbirro», il Vasco Benassi interpretato da Claudio Bisio. Intanto, l’espressione scelta per identificare il commissario, utile forse a metabolizzare il fatto che al conduttore di Zelig le divise non sono «mai piaciute». È negli ambienti malavitosi che la si usa e chissà, forse questo gli ha permesso di sopportare la finzione. Tuttavia, Benassi è un commissario controvoglia, con il tic della parolaccia trattenuta, che dopo aver girato mezza Italia, è tornato a Bologna e poi, causa un errore in un’indagine, viene rispedito a Muntagò, il paese d’origine. Dovrebbe essere una punizione, ma rivedendo le colline eccolo riaprire i conti con il passato, chi l’avrebbe detto: amori incompiuti, come quello con Nicole (Valentina Lodovini), nel frattempo diventata sindaco di Bologna, e il fantasma che ogni tanto riappare di una sorella morta in circostanze mai chiarite. Poi ci sono i conflitti con i giovani, habitué della cannabis (figuriamoci se Bisio non si pronunciava per la legalizzazione). La fama di «miglior sbirro» della zona aiuta Vasco a controllare qualche insicurezza persistente e il resto lo fanno l’aiuto del fidato agente Fosco (Michele Savoia), dell’ispettrice Gaetana (Elisa D’Eusanio) e della giovane recluta Amaranta (Chiara Celotto), con la quale s’instaura un rapporto paterno e di confronto sui metodi investigativi. Quelli di Benassi sono piuttosto eccentrici, come si vede nell’indagine per la morte di un anziano che vive solo, accudito dalla bella badante bielorussa. È lei la colpevole, istigata dal movente dell’eredità o è il solito pregiudizio? Bisio ammicca, esibisce stupore, vaghezza e interrompe la celebrazione del funerale per spiegare le conclusioni dell’inchiesta. Ma per quanto faccia, sembra sempre sul palco di Zelig.
Negli ultimi anni abbiamo avuto Rocco Schiavone (Marco Giallini), Il commissario Ricciardi (Lino Guanciale) e I bastardi di Pizzofalcone (con Alessandro Gassmann) ma, come dimostrano gli ascolti delle repliche, siamo sempre orfani di Montalbano.

 

La Verità, 11 aprile 2026

Due poliziotti rivali a Oslo come a Gotham city

Semplificando, Detective Hole, la nuova serie nordic noir di Netflix, è una storia da poliziotto buono e poliziotto cattivo. Una trama a tinte cupe, in una parola, nichilista, tipica di tutta la serialità scandinava degli ultimi anni. Qui, però, nel classico scenario gotico nordeuropeo si innesta la rivalità da poliziesco americano nella variante letteraria dei detective antagonisti: il poliziotto tormentato ma talentuoso, che cerca di rifarsi una vita (Tobias Santelmann), e l’avversario spietato ma corrotto (Joel Kinnaman), che è anche il capo della sezione omicidi. A nobilitare lo show si aggiungono le firme di Jo Nesbø, autore di La stella del diavolo (Piemme) dal quale lui stesso trae la sceneggiatura, e di Nick Cave, creatore della colonna sonora, impreziosita da inserti dei Ramones. Mentre una Oslo che sembra una Gotham city del Nordeuropa accentua le tonalità plumbee del racconto.

Quando il perverso rituale che accompagna una serie di macabri delitti rivela l’esistenza di un serial killer i due investigatori che si detestano sono costretti a collaborare. Le indagini assumono così un doppio registro: la caccia all’assassino seriale e l’inchiesta sottotraccia sulla seconda vita del capo, adepto di una setta neonazista che vuole ripulire l’umanità «dalla spazzatura». Nella vita di Hole, che invece sta provando a emanciparsi dall’alcol, un nuovo trauma fa affiorare fragilità dal passato che ostacolano il tentativo di costruire una nuova stabilità con la compagna (Pia Tjelta) e suo figlio.

Senza risparmio di qualche eccesso splatter, il conflitto tra gli antieroi si fa sempre più crudo. Ma la semplificazione è riduttiva e la storia va oltre lo scontro tra i due investigatori, offrendo qualche spunto stimolante. Per esempio, sulla posizione subalterna della polizia alla quale è impedito il possesso di armi anche nel mezzo di una guerra tra bande particolarmente violenta. La carenza di strumenti e l’impotenza a far rispettare la legge può spingere uno sbirro poco equilibrato a sconfinare nel giustizialismo e nella vendetta privata. Chi è in prima linea nella lotta al crimine raramente è in grado di gestire i traumi prodotti da una professione che travolge spesso la vita privata. Ai demoni di Hole fa da contraltare il grumo di una religiosità nera che può divenire incubatrice di un fanatismo patologico e finanche diabolico. Come quello che abbiamo visto emergere nei recenti fatti di cronaca che hanno avuto per protagonisti alcuni adolescenti soggiogati da certe paranoie sataniste diffuse sul Web.

 

La Verità, 8 aprile 2026

Con Argentero-Ligas il legal sconfina al Nord

C’è un avvocato a Milano e, nel piccolo mondo della fiction nostrana, è una notizia. Ma bisogna sintonizzarsi su Sky perché tutta la giustizia seriale, made in Rai 1, gravita nel Centrosud. Il Guerrieri di GassmannCarofiglio esercita a Bari, Imma Tataranni – Sostituto procuratore a Matera e Roberta Valente (è) notaio in Sorrento (localizzazione specificata nel titolo). Prima di lei, è vero, arriverà Uno sbirro in Appennino (quello bolognese) con Claudio Bisio, ma qui siamo nel poliziesco. Finora il legal ha avuto sempre l’accento meridionale, merito delle Film commission, probabilmente, premiate dall’indotto turistico a cascata. Fatto sta che Avvocato Ligas, sei episodi appena conclusi e forse più godibili con la visione sequenziale, è una piacevole eccezione.
L’aria di novità si respira fin dalle prime inquadrature tra i grattacieli della City milanese, alternate alla facciata dell’arcinoto Palazzo di giustizia, incombente davanti al protagonista ripreso di spalle ai piedi della scalinata. Poi la faccia di Luca Argentero, particolarmente a proprio agio in doppiopetto di rappresentanza, mentre ammicca alle colleghe nelle aule del tribunale. Tra la frequentazione del gin tonic e quella del sesso debole che pregiudica il rapporto con la moglie (Gaia Messerklinger), la vita privata scorre burrascosa. Ancor più dopo che, alla festa di compleanno della figlia, ha assestato un cazzotto all’amante di lei, il fascinoso Raz Degan. Quella professionale rischia anch’essa di interrompersi quando l’arcigno capo dello studio legale lo becca a letto con sua moglie. Brillante, carismatico, intuitivo, pronto a ricorrere a metodi borderline usando amicizie e rapporti con i media, con l’aiuto della giovane e idealista praticante (Marina Occhionero) Ligas accetta una serie di casi semi disperati riuscendo a ribaltare situazioni compromesse. La faccia di questo sornione principe del foro riempie i telegiornali, irrita i pm, puntualmente sconfitti dai colpi di scena del geniale avvocato circondato dall’alone di imbattibilità e dalla fama di spregiudicatezza.
Diretta da Fabio Paladini, prodotta da Sky Studios con Fabula Pictures, tratta da Un caso complicato per l’avvocato Ligas. Perdenti di Gianluca Ferraris (Corbaccio), il pregio principale della serie è il tono schietto, per niente piagnone e senza implicazioni ideologiche se si fa eccezione per il fugace accenno biografico in cui Ligas manifesta la sua inclinazione compassionevole: «Preferisco difendere piuttosto che giudicare». Si aspetta la conferma della seconda stagione.

 

La Verità, 5 aprile 2026