Veltroni coccola i giovani stressati dalla competizione
Al terzo giorno di esaltazione dei giovani, a imporre un ricalcolo arriva, poco a sorpresa, la predica di Walter Veltroni sulla prima pagina del Corriere della Sera. Già il titolo – «Così ho sentito il dolore dei ragazzi» – è una colata di buonismo. Una monumentalizzazione del vittimismo. Poi l’autore. Non uno psicoterapeuta dell’età evolutiva. Non un monaco che investe la sua giornata dentro un confessionale. O un missionario sul fronte della sofferenza, uno tipo don Antonio Mazzi, per dire. No. L’ascoltatore del «dolore dei ragazzi» è l’ex direttore dell’Unità. L’ideatore dell’Ulivo. Il fondatore e primo segretario del Partito democratico (dopo decenni di Fgci, Pci, Pds e Ds). Il vicepremier del governo Prodi. Lui, per davvero. Il sindaco di Roma che, terminato il mandato, aveva promesso di andare in Africa. Invece, niente. È rimasto in Italia a scrivere i gialli del commissario Buonvino. E a dispensare pensierini sul quotidiano di Via Solferino dopo aver incontrato un gruppo di ragazzi al liceo Nievo di Padova.
L’iniziativa è partita dai rappresentanti di istituto di sei licei della città che «dopo il suicidio di due studentesse della loro età… hanno deciso di rompere il muro del silenzio». Non di raccogliere l’impotenza davanti alla disperazione. E così, attraverso una filiera passata dai professori ai dirigenti scolastici ai giornali locali, la perorazione è arrivata fino all’ascoltatore del dolore. L’interlocutore del disagio. Masticato e ruminato in perfetto politichese, per elaborare «delle proposte concrete, a partire dall’istituzione di un tavolo che coinvolga tutte le realtà chiamate in causa da quella che io, non loro, mi ostino a definire un’emergenza nazionale». Perfetto, un’emergenza nazionale. Per affrontarla, si potrebbe pensare alla creazione di un apposito ministero. O almeno di un think tank, un pensatoio di esperti. Un comitato di scienziati della gioventù per «trovare soluzioni, studiare meccanismi di aiuto reciproco, di presa in carico». Perché non ci abbiamo pensato prima!
Del resto, «i ragazzi» sono un terreno su cui esercitarsi. Una categoria. Una materia, una disciplina per studiosi. Fino a ieri, come ha notato Francesco Borgonovo su queste colonne, erano i portatori del nuovo verbo istituzionale. Le sentinelle della Costituzione più bella del mondo. Quelli che tracciano la rotta, dal No al referendum al No Kings dell’ultimo weekend, «il motore della rinascita democratica occidentale dopo l’exploit di populisti e sovranisti». Poi succede che un tredicenne accoltella una professoressa in una scuola della Bergamasca, divulga un manifesto che parla di vendetta e si dice dispiaciuto di non essere riuscito a ucciderla. O succede che viene arrestato un diciassettenne di Perugia che vive asserragliato nel dark web del satanismo neonazista dove progetta una strage in un liceo di Pescara alla maniera di quella di Columbine in Colorado nel 1999, o dell’isola di Utoya, in Norvegia nel 2011.
Così si torna a vivisezionare «il disagio giovanile». «Io non faccio altro che riportare», si vanta Veltroni, «perché è questo che conta, la loro voce». E si è sommersi dalle lamentazioni. Contro l’uso dei cellulari e la dipendenza dai social. «Viviamo in una rete di asocialità. Isolati dai social. C’è anche chi ci passa otto ore al giorno». «Mio fratello aveva tutti dieci, da quando ha preso il cellulare si è perso». «Finito di scrollare ci si sente scemi, di aver perso tempo». Niente di nuovo, compresa l’assoluta incapacità di autodisciplinarsi.
Poi l’atto d’accusa si rivolge contro la scuola. «Si vive con l’ansia di prestazione. Sembra che solo un buon voto ci definisca come persone». «C’è un eccesso di competitività che ci stressa. Una mia compagna una mattina è venuta a scuola, ha legato la bici e poi è scappata perché entrare in classe la terrorizzava». La competitività stressa… Entrare in classe terrorizza… L’educazione delle «mamme spazzaneve» e delle «mamme elicottero» dà i suoi frutti. Ma ancora nessuna autocritica.
Infine, immancabile l’attacco all’autorità e la denuncia del non rispetto della privacy. «Vorremmo una scuola che simulasse la democrazia, che consentisse il dibattito. Non una scuola che simula un sistema autoritario». «La psicologa c’è un giorno a settimana, in orario scolastico. Per andare da lei devi chiederlo all’insegnante: si può immaginare con quale garanzia di privacy».
Insomma, un diluvio di vittimismo. E dal fondatore del Pd zero risposte. E nemmeno far balenare che la vita è anche competizione, lavoro, sacrificio. Il presente dei «ragazzi» è affrontato senza attingere alla storia recente. Quando, per esempio, a poche centinaia di metri dal liceo Nievo imperversava la guerriglia urbana, si gambizzavano i docenti e le facoltà erano inagibili, tuttavia, c’erano gruppi di studenti della comunità cristiana che continuavano a starci senza lamentare ansia o riduzione della privacy. Oggi al dolore giovanile non si contrappone nulla. Nichilismo e narcisismo hanno vinto nella società che ha demolito la famiglia, promosso una Chiesa sociale incapace di testimoniare il Salvatore nella vita quotidiana, abolito il principio di autorità, sostituito fin dai primi anni scolastici i percorsi di apprendimento con la connessione online permanente. E ora i giovani sono materia da «emergenza nazionale».
La Verità, 1 aprile 2026


