Veltroni coccola i giovani stressati dalla scuola

Al terzo giorno di esaltazione dei giovani, a imporre un ricalcolo arriva, poco a sorpresa, la predica di Walter Veltroni sulla prima pagina del Corriere della Sera. Già il titolo – «Così ho sentito il dolore dei ragazzi» – è una colata di buonismo. Una monumentalizzazione del vittimismo. Poi l’autore. Non uno psicoterapeuta dell’età evolutiva. Non un monaco che investe la sua giornata dentro un confessionale. O un missionario sul fronte della sofferenza, uno tipo don Antonio Mazzi, per dire. No. L’ascoltatore del «dolore dei ragazzi» è l’ex direttore dell’Unità. L’ideatore dell’Ulivo. Il fondatore e primo segretario del Partito democratico (dopo decenni di Fgci, Pci, Pds e Ds). Il vicepremier del governo Prodi. Lui, per davvero. Il sindaco di Roma che, terminato il mandato, aveva promesso di andare in Africa. Invece, niente. È rimasto in Italia a scrivere i gialli del commissario Buonvino. E a dispensare pensierini sul quotidiano di Via Solferino dopo aver incontrato un gruppo di ragazzi al liceo Nievo di Padova.
L’iniziativa è partita dai rappresentanti di istituto di sei licei della città che «dopo il suicidio di due studentesse della loro età… hanno deciso di rompere il muro del silenzio». Non di raccogliere l’impotenza davanti alla disperazione. E così, attraverso una filiera passata dai professori ai dirigenti scolastici ai giornali locali, la perorazione è arrivata fino all’ascoltatore del dolore. L’interlocutore del disagio. Masticato e ruminato in perfetto politichese, per elaborare «delle proposte concrete, a partire dall’istituzione di un tavolo che coinvolga tutte le realtà chiamate in causa da quella che io, non loro, mi ostino a definire un’emergenza nazionale». Perfetto, un’emergenza nazionale. Per affrontarla, si potrebbe pensare alla creazione di un apposito ministero. O almeno di un think tank, un pensatoio di esperti. Un comitato di scienziati della gioventù per «trovare soluzioni, studiare meccanismi di aiuto reciproco, di presa in carico». Perché non ci abbiamo pensato prima!

Del resto, «i ragazzi» sono un terreno su cui esercitarsi. Una categoria. Una materia, una disciplina per studiosi. Fino a ieri, come ha notato Francesco Borgonovo su queste colonne, erano i portatori del nuovo verbo istituzionale. Le sentinelle della Costituzione più bella del mondo. Quelli che tracciano la rotta, dal No al referendum al No Kings dell’ultimo weekend, «il motore della rinascita democratica occidentale dopo l’exploit di populisti e sovranisti». Poi succede che un tredicenne accoltella una professoressa in una scuola della Bergamasca, divulga un manifesto che parla di vendetta e si dice dispiaciuto di non essere riuscito a ucciderla. O succede che viene arrestato un diciassettenne di Perugia che vive asserragliato nel dark web del satanismo neonazista dove progetta una strage in un liceo di Pescara alla maniera di quella di Columbine in Colorado nel 1999, o dell’isola di Utoya, in Norvegia nel 2011.

Così si torna a vivisezionare «il disagio giovanile». «Io non faccio altro che riportare», si vanta Veltroni, «perché è questo che conta, la loro voce». E si è sommersi dalle lamentazioni. Contro l’uso dei cellulari e la dipendenza dai social. «Viviamo in una rete di asocialità. Isolati dai social. C’è anche chi ci passa otto ore al giorno». «Mio fratello aveva tutti dieci, da quando ha preso il cellulare si è perso». «Finito di scrollare ci si sente scemi, di aver perso tempo». Niente di nuovo, compresa l’assoluta incapacità di autodisciplinarsi.
Poi l’atto d’accusa si rivolge contro la scuola. «Si vive con l’ansia di prestazione. Sembra che solo un buon voto ci definisca come persone». «C’è un eccesso di competitività che ci stressa. Una mia compagna una mattina è venuta a scuola, ha legato la bici e poi è scappata perché entrare in classe la terrorizzava». La competitività stressa… Entrare in classe terrorizza… L’educazione delle «mamme spazzaneve» e delle «mamme elicottero» dà i suoi frutti. Ma ancora nessuna autocritica.
Infine, immancabile l’attacco all’autorità e la denuncia del non rispetto della privacy. «Vorremmo una scuola che simulasse la democrazia, che consentisse il dibattito. Non una scuola che simula un sistema autoritario». «La psicologa c’è un giorno a settimana, in orario scolastico. Per andare da lei devi chiederlo all’insegnante: si può immaginare con quale garanzia di privacy».

Insomma, un diluvio di vittimismo. E dal fondatore del Pd zero risposte. E nemmeno far balenare che la vita è anche competizione, lavoro, sacrificio. Il presente dei «ragazzi» è affrontato senza attingere alla storia recente. Quando, per esempio, a poche centinaia di metri dal liceo Nievo imperversava la guerriglia urbana, si gambizzavano i docenti e le facoltà erano inagibili, tuttavia, c’erano gruppi di studenti della comunità cristiana che continuavano a starci senza lamentare ansia o riduzione della privacy. Oggi al dolore giovanile non si contrappone nulla. Nichilismo e narcisismo hanno vinto nella società che ha demolito la famiglia, promosso una Chiesa sociale incapace di testimoniare il Salvatore nella vita quotidiana, abolito il principio di autorità, sostituito fin dai primi anni scolastici i percorsi di apprendimento con la connessione online permanente. E ora i giovani sono materia da «emergenza nazionale».

 

La Verità, 1 aprile 2026

Referendum: col Sì la realtà col No la fiction e la casta

Lasciamo da parte i partiti e concentriamoci un momento sulla società civile, sul mondo della gente comune, compresa quella impegnata e militante. E compresi attori e attrici, ci mancavano loro e chissà quale autorevolezza hanno in materia. Guardandola da questa angolatura, la campagna referendaria riserva qualche sorpresa. A favore della riforma Nordio c’è un mondo composito, eterogeneo e, a suo modo, imprevedibile. Per dire, fianco a fianco troviamo Antonio Di Pietro e Filippo Facci, nemici giurati dall’epoca di Mani pulite. Eppure, ora sono entrambi strenui difensori della separazione delle carriere dei magistrati, del sorteggio dei due Csm, dell’istituzione dell’Alta corte disciplinare per limitare errori e superficialità dei pm, responsabilizzandoli in fase d’indagine. Si possono scegliere i nemici, non gli alleati, diceva Raymond Aron. Di Pietro, che per questa campagna referendaria ha abbandonato Montenero di Bisaccia, era il meno intellettuale dei componenti del Pool, il più ruspante, tra l’inflessibilità digrignante di Pier Camillo Davigo e la erre arrotata di Gherardo Colombo. Tutti compattati dal vero Richelieu del Palazzo di Giustizia: Francesco Saverio Borrelli, grande giurista con la passione dei cavalli e del pianoforte. Filippo Facci, craxiano della prima ora, è da sempre gran detrattore del Pool e di Tonino cui ha dedicato svariati testi critici. Ora combattono dalla stessa parte per l’affermazione del giudice terzo e la realizzazione del giusto processo. Con loro due troviamo Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, già promotore nel 2001 quand’era deputato di Rifondazione comunista, di un disegno di legge sulla separazione tra giudici e pm. Garantista cristallino, Pisapia, figlio di Gian Domenico che fu autore insieme a Giuliano Vassalli del Codice di procedura penale tuttora in vigore, ha scritto «Voto sì» in un messaggino a un collega del Giornale. Due paroline che hanno gelato le milizie del No.
Insieme a Di Pietro, Facci e Pisapia nello schieramento favorevole alla riforma, sempre lasciando perdere sigle di partito e professionali, ci sono le vittime della malagiustizia. Coloro che sono stati maltrattati dai tribunali e hanno visto la loro vita segnata irrimediabilmente dagli errori giudiziari. Il pastore Beniamino Zuncheddu, 32 anni di galera da innocente. Trentadue anni. Non aveva ucciso lui i tre pastori ammazzati a Sinnai (Cagliari), l’8 gennaio 1991. Arrestato un mese e mezzo dopo sulla base della testimonianza di un superstite influenzato da un poliziotto e condannato all’ergastolo, viene assolto con formula piena dalla Corte d’assise d’appello il 26 gennaio 2024. È riuscito a non impazzire. E ora vota convintamente Sì: «Le carriere separate possono aiutare ad avere processi più giusti», ha detto ad Antonio Rossitto di Panorama. «Forse il fatto di non sentirsi abbastanza responsabili, non aiuta a decidere nel migliore dei modi. Mi hanno rubato la vita e hanno distrutto quella di chi mi vuole bene, ma i giudici non pagano mai per i loro errori». Tutt’altro. Quelli che si sono occupati del suo caso hanno fatto carriera.
Voterà Sì anche Stefano Esposito, ex senatore pd, indagato per 2.589 giorni, sette anni, dal pm Gianfranco Colace e dalla Procura di Torino. È stato accusato di corruzione, turbativa d’asta e traffico d’influenze illecite sulla base di un prestito antecedente di cinque anni ai fatti contestati ed effettuato, pensate un po’, con bonifico (rapidamente restituito) da un imprenditore suo amico. Ha subito centinaia di intercettazioni telefoniche non autorizzate dal Parlamento. Anche lui è riuscito a non ammalarsi, ma «mi tengo sotto controllo», ha confidato. Se durante la sua inchiesta ci fosse stato «un gip distinto, avrebbe osservato gli elementi con maggior attenzione e avrebbe potuto chiudere l’indagine almeno tre anni prima. All’udienza preliminare ho avuto la netta percezione che il Gup fosse lì per fare quello che voleva il Pm». Entrambi, Gup e Pm, sono tra i pochissimi sanzionati dal Csm. Ma hanno fatto ricorso…
Carriera hanno fatto invece, com’è noto, gli accusatori di Enzo Tortora, arrestato per associazione camorristica e traffico di stupefacenti nel giugno 1983. Alcuni pentiti l’avevano calunniato e i magistrati hanno creduto loro pedissequamente perché l’imputato eccellente cementava l’inchiesta mediatica. Furono omesse verifiche elementari. Poco più di un anno dopo l’assoluzione con formula piena, provato nel corpo e nella psiche, Tortora morì. Oggi la figlia Gaia, vicedirettore del TgLa7, dice che in quella magistratura ci fu dolo. «Non cercando i riscontri automaticamente si gioca con la vita di una persona in maniera consapevole… Io voto Sì e avrei votato Sì solo per il merito anche con un governo di centrosinistra… Questo non è un referendum contro, ma in favore della magistratura e del suo corretto funzionamento».
Di Pietro, Facci, Pisapia, Zuncheddu, Esposito, Tortora sono storie vere. Vite vissute, segnate dalla malagiustizia e dalla superficialità di giudici protetti dall’impunità dell’autodisciplina gestita dalle correnti politiche che governano la categoria. Proprio il caso Tortora aiuta ad approfondire le ragioni dei fautori del No. Qualche giorno fa Fabrizio Gifuni, l’attore che ha, magistralmente, interpretato il giornalista e conduttore tv nella serie Portobello di Marco Bellocchio (visibile su Hbo Max) ha scritto sui social che voterà contro la riforma perché il suo vero oggetto «non è la separazione delle carriere ma l’indebolimento del Csm» e perché si inserisce «in un disegno politico che sta erodendo molti paletti della Costituzione». A chi ha rilanciato su X il post di Gifuni come fosse quello di un maître a penser, Gaia Tortora ha replicato: «Che vuol dire? Gifuni fa l’attore e vota giustamente ciò che vuole. Mio padre avrebbe votato Sì». E qui siamo al punto.
Giovedì sera quasi tutto il cinema italiano, attori attrici registi autori comici sceneggiatori cabarettisti e comparse si ritroveranno convocati dal Fatto quotidiano in un teatro di Roma per proclamare il loro voto contrario alla riforma Nordio. In prima fila, con Gifuni, ci saranno Enzo Iacchetti, Toni Servillo, Monica Guerritore, Laura Morante, Riccardo Scamarcio, Davide Riondino, Elio Germano, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Frank Matano, Ficarra e Picone e tanti altri. In pratica, l’intera Cinecittà schierata dalla parte del No. Diciamo, allo stesso modo, facendo le debite proporzioni, di Hollywood contro Donald Trump. Il cinema italiano sta con l’Anm e la «protervia da scrivania di coloro che vogliono salvare correnti e inciuci della magistratura militante» (Giuliano Ferrara). Insomma, guardando la società civile e lasciando perdere destra e sinistra, i testimonial della realtà votano Sì, quelli della fiction e del giacobinismo della casta, No.
Non è difficile scegliere.

 

IlSussidiario.net 17 marzo

 

Anm, Cei, Cgil: la nuova filiera dell’opposizione

Da qualche tempo nel nostro Paese sta succedendo qualcosa di nuovo. È una metamorfosi che, sottotraccia ma incalzante, sta modificando i termini del confronto civile. Inesorabilmente. Alcuni grandi enti, alcune grandi istituzioni civili e sociali stanno cambiando mestiere. La Cei, Conferenza episcopale italiana, la Cgil, Confederazione generale italiana del lavoro, e la Anm, Associazione nazionale magistrati, non sono più quelle di una volta. Non agiscono più all’interno del loro ambito di competenza. Hanno deciso di scendere in campo, in trasferta. Cioè, abbandonando il loro scopo, la loro ragione sociale. Tralasciando il motivo per cui sono nate e che dovrebbe impegnarle a fondo e assorbire tutte le loro energie perché attraversano momenti, come dire, un tantino difficili. Invece no, sconfinano. Esondano. Si allargano. Fanno politica. Il motivo? Ci sono al governo «le destre». C’è la minaccia autoritaria. C’è Giorgia Meloni, l’underdog della Garbatella. L’usurpatrice. Tutto è ancora più inasprito dall’imminenza del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Così, questi organismi che incarnano a pieno titolo l’establishment del Paese, si sentono autorizzati a opporsi, a schierarsi per scongiurare il ritorno del fascismo e ad assumere una postura emergenziale. I vescovi dovrebbero occuparsi della riduzione della pratica religiosa, della crisi delle iscrizioni dei bambini al catechismo (pari a zero nelle parrocchie del centro di Bologna, la città del cardinale e presidente Matteo Zuppi), del crollo delle vocazioni sacerdotali (meno 60% negli ultimi 50 anni) e dello svuotamento dei seminari? Lo storico sindacato dei lavoratori dovrebbe concentrarsi sul calo degli iscritti (meno 45.000 tra il 2024 e il 2025), sul dramma delle morti sul lavoro, sugli aumenti dei salari che, non di rado, quando vengono proposti, rifiutano? Il sindacato dei magistrati dovrebbe dedicarsi all’automazione nei tribunali, alla qualificazione del personale e delle attrezzature della macchina giuridica? Niente di tutto questo. Cei, Cgil e Anm combattono in prima linea tutt’altra battaglia.
Oggi il vicepresidente della Conferenza episcopale italiana Vincenzo Savino, vescovo di Cassano allo Jonio in Calabria, parteciperà al congresso di Magistratura democratica per il No al referendum sulla giustizia. Nel panel «moderato» da Massimo Giannini, l’intervento del prelato è previsto dopo quello di Silvia Albano, presidente di Md nota per le sentenze contrarie al trattenimento di clandestini condannati nei Cpr albanesi, e Benedetta Tobagi, giornalista collaboratrice di Repubblica. Quello di Savino con Magistratura democratica è uno dei tanti casi di contiguità tra vescovi e toghe riprodotta in convegni e partecipazioni sparse sul territorio nazionale in spazi diocesani, finanche ecclesiali, concessi ai comitati per il No. Su un altro fronte, qualche giorno fa, il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi, ha presenziato con Romano Prodi e il sindaco di Bologna Matteo Lepore, all’Iftar, il pasto con cui i musulmani celebrano la fine del ramadan. Sul palco c’era anche Yassine Lafram, imam della Comunità islamica bolognese e già presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii), che a settembre si era imbarcato sulla Flotilla per veleggiare verso Gaza.
Il cambio di ragione sociale è fattuale. Stupisce lo zelo dei vertici della Cei ad abbracciare battaglie eterogenee, dal dialogo inter-religioso (anche quando le altre religioni sono riluttanti a ogni forma d’integrazione) al contrasto all’autonomia differenziata, dalla predilezione per questa Unione europea fino alla benevolenza verso le Ong nell’accoglienza incondizionata ai migranti. Mai che dalla presidenza dei vescovi arrivi qualche pronunciamento che echeggi l’affermazione di Cristo «centro del cosmo e della storia».
Lunedì scorso la Cgil ha promosso una giornata di astensione dal lavoro nei comparti di scuola, università e ricerca «per riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale». È solo l’ultimo della sterminata raffica di scioperi indetti dalla sigla capeggiata da Maurizio Landini per contrastare l’attività del governo e, ciò che più conta, complicare la vita dei cittadini. Dalle manifestazioni pro Pal alle occupazioni studentesche, dal sostegno alla Flotilla al contrasto alla Finanziaria e al decreto Sicurezza, ogni pretesto è buono per paralizzare e incendiare le città con l’aiuto della galassia antagonista, per fermare treni, aerei e autobus, e bloccare il lavoro del personale negli ospedali (puntualmente di venerdì). La missione della «rivolta sociale» contro il governo è prioritaria su tutto. E pazienza se crollano le iscrizioni, secondo uno studio del 2023 al ritmo di 121 al giorno che, negli anni successivi, è ulteriormente aumentato. Motivo? «Molti lavoratori percepiscono la Cgil come un’opposizione politica piuttosto che una tutela sindacale» e criticano «la lentezza nei rinnovi contrattuali e la scarsa attenzione alla sicurezza sul lavoro». Contento Landini…
Qualche giorno fa, l’Anm ha usufruito dell’aula della Corte d’assise del Tribunale di Treviso per un convegno in favore del No al prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. È uno dei tanti episodi in cui un sindacato della più intoccabile tra le categorie professionali, che si comporta come un partito politico, usa di un luogo istituzionale per propagandare la linea contraria alla riforma Nordio. Del resto, l’Anm è un’autorità in materia, avendo da sempre la propria sede nel Palazzaccio della Corte di cassazione in Piazza Cavour a Roma. L’identificazione totale dell’Associazione nazionale magistrati con il comitato per il No ha già prodotto le prime defezioni tra i suoi aderenti, dal membro del direttivo Andrea Reale alla giudice della Corte d’appello nelle sezioni civili di Milano, Anna Ferrari. Sono i primi di una più ampia e consistente diaspora di magistrati decisi, oltre che a votare Sì, ad abbandonare l’associazione di categoria. Come per la Cgil, la perdita di associati è una delle conseguenze dello snaturamento, il prezzo da pagare sull’altare dell’opposizione al governo. Cambiare ragione sociale non può essere un processo indolore in termini di fiducia e rappresentatività. Ma alla Cei, all’Anm e alla Cgil ancora non se ne preoccupano. L’imperativo di detronizzare l’usurpatrice viene prima di tutto.

 

La Verità, 13 marzo 2026

Trionfa Da Vinci, delitto perfetto nazionalpopolare

Delitto perfetto nazionalpopolare. A sorpresa, il successo di Sal Da Vinci al 76º Festival di Sanremo è una piccola grande rivoluzione copernicana. Il trionfo della famiglia tradizionale. La consacrazione dell’amore e della fedeltà coniugale. Nel posto che di solito celebra la fluidità, le famiglie arcobaleno, i nuovi diritti. Un verdetto inatteso, ma non per tutti. In un’intervista di oltre un mese fa, Antonio Ricci aveva detto che qualcuno gli aveva parlato di lui come vincitore «forse per bruciarlo». Sulla Verità, non più tardi di sabato, si era ipotizzato: «Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci». Uno smacco per la critica. Una smentita clamorosa, come quelle di certi sondaggi politici sulle elezioni che poi danno risultati inattesi. Anche stavolta il popolo smentisce le élite e i suoi analisti blasonati che, fin dal primo giorno, hanno contestato lo spartito ci Carlo Conti, colpevole di aver chiamato Laura Pausini che non canta Bella ciao, e di aver invitato Andrea Pucci, comico di destra. Figurarsi: un conduttore che definisce il suo «un Festival cristiano e democratico»; un direttore artistico che ha accolto solo dieci donne tra i trenta cantanti in gara. Soprattutto, colpevole di rivolgersi agli italiani, alle famiglie più che ai single, senza ambizioni intellettuali e bandiere mainstream.

I pasdaran della Sala stampa cercavano polemiche a tutti i costi. Tipo l’invito alla supermodella russa Irina Shayk, citata nei file di Epstein, per mandare un messaggio conciliante a Putin. Secondo gli editorialisti dei giornaloni invece era un Festival mediocre, senza guizzi, uno show della medietà. Il tutto trovava conferma nel calo degli ascolti. Che, in realtà, è da ridimensionare considerando la concorrenza delle partite di Champions League e la controprogrammazione di Mediaset e La7. E, tutt’altro che irrilevante, la messa in onda rispetto al 2025 due settimane più tardi, quando la platea è ridotta di circa due milioni. E la finale ha pur sempre totalizzato il 68,6% di share e 10,7 milioni di telespettatori.

Quanto alle canzoni anche quelle erano brutte, i cantanti sconosciuti, i fenomeni latitavano. Stavolta, chissà perché, nessuno chiedeva innovazione. E pazienza per la varietà dei generi, dal country al jazz al melodico, sottolineata dal direttore artistico. La critica si baloccava tra Ditonellapiaga, Serena Brancale ed Ermal Meta. Masini e Fedez no, perché il primo è ritenuto di destra e il secondo antipatico, tanto più che in L’acqua è più profonda di come sembra da sopra (Mondadori) ha saldato un po’ di conti con l’ambiente. Così le firme musicali gliel’hanno fatta pagare. Per il resto, smacco anche nella serata delle cover, quando, con Ditonellapiaga, Tony Pitony, nemico pubblico numero uno, metteva in scena un piccolo gioiello swing, tra Broadway e il Quartetto Cetra.

Intanto, Sal Da Vinci era sempre lì. A ogni esibizione l’Ariston s’infiammava. Lui cantava d’impeto, una pioggia di sentimenti tradizionali. Il giorno del matrimonio, il giuramento di fedeltà… E il pubblico in piedi, donne soprattutto, a tributargli lunghi applausi. Saranno napoletani, si pensava. Per sempre sì restava ai primi posti delle classifiche, ma nessuno ci credeva. Invece. «È la vittoria di un popolo e la vittoria di tutti quelli che hanno perseverato nel seguire un sogno», ha raccontato Sal Da Vinci dopo aver realizzato che è tutto vero. «Faccio questo mestiere da quando avevo sette anni e l’ho continuato con perseveranza tra cadute e salite ripide. Non è stato facile, ma è una vittoria di tutti quelli che vengono dal basso come me». Battuto di poco al Televoto da Sayf, il vincitore ha fatto il pieno nelle giurie di stampa, radio, tv e Web, dov’è folta la rappresentanza napoletana. E dove, come detto, non si è voluto premiare Male necessario di Fedez e Masini. Da Vinci andrà anche all’Eurovision, ha confermato agli scettici che sui social già contestano che ci si presenti con «questa roba qui»: «Portare la musica italiana fuori dal nostro Paese è un grande motivo di orgoglio», sottolinea indomito. In tanti masticano amaro.

 

La Verità, 1 marzo 2026

Passata la piena, il giunco Garofani resta al suo posto

La piena è passata e il giunco Francesco Saverio Garofani può tirare un sospiro di sollievo. Da giorni tutto tace e il consigliere di fiducia del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sorveglia rinfrancato gli umori dei palazzi e i tam-tam dei media. Calma piatta, le ostilità si sono placate. L’ultima onda fastidiosa risale alle dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa che, prima di rettificare – di poco – il tiro ha detto che un consulente del capo dello Stato non può restare al suo posto dopo che ha disegnato scenari politici comprendenti il cambio della legge elettorale, il verificarsi di provvidenziali scossoni, la nascita di una lista civica nazionale, tutto in funzione anti Meloni. A quel punto, la querelle si è brevemente rinfocolata e si è tornati pretestuosamente a parlare di attacco al Quirinale. Tra i cronisti e gli analisti del giornale unico nazionale l’aderenza ai fatti e il pragmatismo scarseggiano.

Da giorni però il silenzio sul caso politico più clamoroso dell’ultimo mese conforta Garofani. La piena sembra passata e, pur con una certa circospezione, può rialzare la testa. Càlati juncu ca passa la china (piegati giunco che passa la piena) recita un famoso detto popolare siciliano che il palermitano Mattarella conoscerà sicuramente. Chissà se l’avrà sussurrato al suo uomo di fiducia. Altrove, è vero, per esempio al ministero della Cultura, Pietro Tatafiore, portavoce di Alessandro Giuli, si è dimesso per molto meno dell’improvvida manifestazione di cui è stato protagonista il consigliere del Quirinale. Una mail ministeriale usata per segnalare la presenza dello stesso Giuli a un evento del candidato di centrodestra in Campania è bastata per lasciare l’incarico (né Giuli né Tatafiore sono siculi). Per le questioni che riguardano il Colle più alto di Roma, invece, ci pensa il bis-presidente a catalizzare i media, moraleggiando e strappando immancabili ovazioni che si tratti della commemorazione dei 75 anni del Cuamm di Padova o degli Stati generali della natalità a Roma.

Qualche decennio fa, le quotidiane esternazioni del sardo Francesco Cossiga erano vissute dai più come un’insopportabile camurria, sicilianamente parlando. Sta di fatto che, in quest’occasione, il famoso proverbio, citato pure da Franco Battiato in una sua canzone, potrebbe essere tornato utile. E makari, La Russa, siciliano pure lui, avrà provato a neutralizzarne certi effetti collaterali. Nell’uso comune il consiglio a piegarsi in attesa che cali l’ondata suggerisce di attendere tempi migliori, di resistere nelle crisi per poi riprendere l’iniziativa. Insomma, nel linguaggio di moda, sarebbe riassunto come un invito alla resilienza. Nel caso di Garofani, invece, sta funzionando come sostegno all’imbullonamento alla poltrona, che è quella di segretario del Consiglio supremo di difesa. Il quale, ora che le questioni militari stanno tornando all’ordine del giorno in tutta Europa, tornerà presto a riunirsi. Con quale faccia il giunco Garofani si siederà tra Mattarella, Giorgia Meloni e il ministro Guido Crosetto se non quella dell’arroganza del potere?

 

La Verità, 29 novembre 2025

Breve apologo sui buoni che ci guardano dall’alto

I buoni digrignano i denti. I buoni schiumano rabbia. I buoni inarcano il sopracciglio. I buoni sanno che gli altri sbagliano. Perché, loro, la sanno lunga. Più lunga. Perciò hanno una risposta per tutto.

I buoni non restano spiazzati. I buoni sono pronti a resistere. A lottare ancora. Alla fine, vedrete, avranno ragione loro.

E, comunque, un po’ se lo aspettavano.

I buoni osservano con aria di sufficienza. I buoni non si scompongono. I buoni sono dalla parte giusta della storia. Che all’ultimo li premierà.

I buoni non sono volgari. Parlano bene. Hanno un vocabolario esteso. Moderno. Un vocabolario che ha fatto l’ultimo aggiornamento. Espungendo certe espressioni sfacciate, certe parole sconvenienti.

I buoni sono pensosi. Appoggiano la mascella tra il pollice e l’indice aperti a squadra. Hanno la montatura degli occhiali all’ultima moda e le lenti sempre pulite.

I buoni hanno letto i libri giusti. Delle case editrici giuste. Vanno ai festival che fanno tendenza. Sono abbonati alle piattaforme chic.

I buoni frequentano i locali giusti. Viaggiano verso nuove mete. Fanno diete salutari.

I buoni sono vaccinati a tutto. E contro tutto.

I buoni non si sporcano le mani. Non si confondono con certe storie. Restano a una certa distanza. Scuotono il capo per commiserazione.
I buoni tirano le fila. Hanno le carte in regola. Uniscono i puntini. Hanno sempre l’ultima parola.
I buoni scrivono sulle testate importanti. I buoni fanno opinione. Fanno tendenza. Dettano le mode. E gli argomenti di conversazione degli aperitivi.
I buoni sono letti e ascoltati dalle persone che contano. Ma disdegnano il potere, loro.

I buoni hanno in mano i nuovi media. I buoni sono smart. Sono sexy. Sono trendy. Sono green. Sono cool.

I buoni influenzano. Persuadono. Scolpiscono i pensieri. Forgiano il pensiero.
I buoni sono democratici. Democraticissimi. Sono pronti a immolarsi perché anche gli altri possano esprimersi. Ma qualche volta no, se non la pensi come loro non ti fanno parlare. Per un bene superiore, s’intende. Il bene della democrazia.

I buoni sanno come devono andare le cose. Per loro, ma anche per gli altri. Perché sono dei bravi pedagoghi. E se le cose non vanno come dovrebbero, non è colpa loro ma di chi non ha capito.

I buoni sanno che cosa è giusto desiderare. Cosa è meglio auspicare. Cosa augurarsi. Per il bene di tutti.

I buoni volano alto. Molto alto. A volte troppo. La realtà è qui e ora, un po’ più in basso? Fa niente.
Quando questa roba che sta in basso si presenta, improvvisa, «qualcosa dev’essere andato storto». Sì.

Però i buoni non arretrano. Non demordono. Sono indomiti.

Il fatto è che i buoni sono superiori. Veramente superiori. E ti guardano da lassù.
Perché sono i migliori. E hanno una parola buona per tutti. Cioè, soprattutto per quelli come loro. Un po’ come i Farisei…

Come dite? I buoni sono sempre stati così. Certo. Ma adesso lo sono un po’ di più. Sono ancora più buoni. Ancora migliori di prima. Però, forse, nemmeno loro sono contenti di questa vita schifosa. Già.

Ma, come diceva un vecchio burlone, «potrebbe essere peggio. Potrebbe piovere».

Sanremo impazza ovunque bravo Sinner a evitarlo

Sanremo si odia. Verrebbe quasi da dir così, in direzione uguale e contraria al claim che ci porta tutte le sere Amadeus in casa, subito dopo il Tg1. E a causa del bombardamento quotidiano cui siamo sottoposti da mane a sera. Rischia di provocare il rigetto. Mancano ancora cinque giorni all’inizio della kermesse e già ne abbiamo le tasche piene. Uno stillicidio di annunci, spot, polemicuzze e politiche di marketing estenuanti. L’ultima in ordine di tempo riguarda la presenza di Jannik Sinner sul palco del Festival. «Vieni a prenderti la standing ovation dell’Ariston», lo ha vellicato il conduttore, manco fosse quella del campo centrale di Wimbledon, l’unica che davvero motiva Jannik. Fosse per me non ci andrei, aveva anticipato il campione di Sesto Pusteria qualche giorno fa. Vista la titubanza dell’invitato, era arrivata la retromarcia del direttore artistico, un video sempre nell’orario di massimo ascolto del telegiornalone: «Vieni se vuoi, ma sentiti libero, noi tiferemo sempre e comunque per te». Fino al «preferirei di no» finale di Sinner.

Beato lui che può permetterselo. Nel frattempo, l’Italia si era già divisa. Giorgia Meloni era per il sì, il presidente della Federtennis Angelo Binaghi per il no. E chissà se oggi, ricevendo la squadra di Coppa Davis, Sergio Mattarella, un anno fa primo presidente repubblicano a presiedere la serata inaugurale, tenterà il convincimento in extremis.

Insomma, l’Italia si è divisa sulla pinzillacchera di Sinner al Festival perché, appunto, checché ne dica il suo conduttore-direttore – «deve includere e non dividere» – Sanremo è divisivo. E lo sta diventando sempre di più per il martellamento di cui sopra. Prendiamo il Tg1. Non c’è edizione serale che non abbia il suo bravo annuncio. I vincitori del concorso giovani. Gli ospiti della nave da crociera Costa Smeralda. Quelli di Piazza Colonna. I co-conduttori. Gli ospiti internazionali. La lista dei cantanti in gara. Qualche comico qua, qualche attore là. Le nuove regole di voto. La scenografia. I duetti. I sarti e le griffe… In compenso, appena finito il tg e dopo l’intermezzo di Bruno Vespa, sia mai che ce lo fossimo dimenticati, ecco il promo dell’evento con Amadeus che si prepara la colazione o va a letto con la tv sintonizzata sul techetechetè festivaliero e pronuncia l’imperativo «Sanremo si ama». Prima di autopassarsi la linea alla conduzione di Affari tuoi. Così, oltre al martellamento promozionale che da giorni finalizza allo scopo con citazioni e rimandi l’intero palinsesto Rai, si aggiunge la sovraesposizione del conduttore. Hai voglia a cambiare canale. Secondo voi, Rai 2 e Rai 3 di cosa parlano? A cominciare dal gioco di sponda, sempre fantasioso, va detto, che da mesi gli fa Viva Raidue di Fiorello, il vero agente di Amadeus. E i grandi giornali? Una raffica di interviste preparatorie ai cantanti in gara, a quelli scartati, ai conduttori che aiuteranno il conduttore, ai direttori d’orchestra, ai vincitori del passato, agli autori del presente.

Sanremo è l’evento, la manifestazione, il fenomeno più mainstream d’Italia. Persino più del Pd e della Juventus (non a caso, per la sua eccezionalità, il no di Sinner fa tornare alla mente lo storico rifiuto di Gigi Riva a trasferirsi alla Juve). Anzi, è l’archetipo stesso del mainstream. Una volta si diceva: nazionalpopolare. Adesso non basta più perché è anche elitario e progressista, visti i temi che cavalca. I diritti civili e l’inclusione. Le quote delle minoranze, puntualmente sovrarappresentate grazie allo zelo Lgbtq+ di certi dirigenti della tv pubblica. Le polemiche che fanno sempre e comunque il gioco di chi dà le carte (un po’ meno quello del bilancio della Rai finanziata dal canone, come nel caso della multa rifilatale dall’Agcom).

Tra i vari annunci, dopo aver interrotto la collaborazione con lo storico agente Lucio Presta, non amatissimo dalle parti del governo, Amadeus ha detto che la politica deve stare lontano dal Festival. Nelle intenzioni, sembrava un avvertimento a qualcuno. Chissà. In realtà, considerate le edizioni da lui artisticamente dirette, con l’overdose di predicozzi, di paole egonu e roberti saviani, di chiare ferragni e fedez, sarebbe molto più plausibile come pentimento. Vedremo (purtroppo).

Sanremo è talmente mainstream che volendo starne lontani ci si autocondanna al margine. Per chi poi fa questo nostro mestiere, è un obbligo. Un piccolo lockdown di cinque giorni. Un pop pass inappellabile. No Festival non ammessi. Mica possiamo declinare come Sinner. Si passa il badge il martedì e lo si ripassa all’uscita la domenica dopo, giusto per limitarsi all’essenziale. Altrimenti, se non ci fosse l’obbligo professionale, sai quante belle serie ci sono da vedere? E quanti bei film, persino al cinema? Anche solo per il gusto di dire no, come cantava Vasco Rossi. Una volta c’era la controprogrammazione di Mediaset, qualcosa che aveva la parvenza di un’alternativa. Invece, oggi è tutto un po’ più prevedibile e pedissequo.

Sanremo impazza e noi impazziamo. Verrebbe quasi da organizzare un sit-in. Davanti all’Ariston, però.

 

La Verità, 1 febbraio 2024

Aboliamo la Vigilanza, residuato dell’era sovietica

Un angolo di Unione sovietica in Italia. Un retaggio della vecchia Urss. Oppure una scheggia di regime putiniano. Ce l’abbiamo oggi nel nostro Paese: è la Commissione di Vigilanza sulla Rai. Denominazione ufficiale: Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi. Emblematico, no? Propaggine di un’epoca che s’immaginava finita con la caduta del Muro di Berlino. Avrebbe dovuto essere asfaltata nel secolo scorso, invece continua a vigilare. Già la stessa esistenza di un organismo composto da politici che sorvegliano l’operato di un’azienda che si occupa d’informazione e intrattenimento è significativa. Se poi aveste assistito a una sua seduta nell’austero Palazzo San Macuto avreste di che sorridere. San Macuto è un palazzo nel cuore della Roma politica, specializzato nell’ospitare commissioni dal fascino sinistro come quella per l’antimafia e quella per la sicurezza della Repubblica, il famigerato Copasir. Seguire un’audizione è un’esperienza memorabile. Come guardare una docufiction brezneviana, uno show distopico, viaggiare con la macchina del tempo. Banchi d’aula in teak, microfoni snodabili, riprese con telecamera fissa. Mentre a livello planetario la comunicazione viaggia sul web e gli esperti studiano come liberarsi dalla cappa degli algoritmi, nel nostro pittoresco Paese sopravvive un posto dove l’amministratore delegato della più importante azienda culturale deve giustificare come un esaminando perché promuove Tizio, rimuove Caio o pensa di affidare un programma a Sempronio. Non a caso è in questa commissione dove la politica ridimensiona, rimonta ed esautora i manager che, puntualmente, a ogni cambio di governo annunciano l’attesa rivoluzione in Rai. Nelle riunioni della Vigilanza a San Macuto sono state affossate la riforma delle newsroom di Luigi Gubitosi, quella della media company di Antonio Campo Dell’Orto e ora sta subendo violenti colpi di maglio il piano editoriale per generi di Carlo Fuortes.

L’audizione del 15 giugno era stata convocata perché l’amministratore delegato «fornisca chiarimenti» a proposito della rimozione di Mario Orfeo dalla direzione dell’area Approfondimenti e del suo ritorno al Tg3, il trasferimento di Antonio Di Bella nella casella degli Approfondimenti e il passaggio di Simona Sala al daytime. C’era poco tempo, ma Fuortes doveva spiegare oltre il domino di nomine, l’ipotesi di vendita della sede di Viale Mazzini ed eventuali decisioni riguardo al Piano editoriale, con particolare riferimento ai talk show. In queste audizioni l’ad siede tra un dirigente Rai che lo accompagna per solidarietà e il presidente della Commissione, che in questa legislatura è Alberto Barachini di Forza Italia. Al termine della comunicazione dell’amministratore convocato, dopo aver dondolato il capo in segno di disapprovazione, sono intervenuti i vari commissari. L’altro giorno gli autori dei niet più inappellabili sono stati Valeria Fedeli e Andrea Romano del Pd e Michele Anzaldi di Italia viva, per l’occasione allineatissimo alle dure critiche dei colleghi vigilanti del suo ex partito.

Il tema che sta davvero a cuore ai commissari dem e pure di Forza Italia sono comunque i talk show. Dopo le polemiche di qualche settimana fa, in coda alla partecipazione remunerata, poi trasformata in gratuita, del professor Alessandro Orsini a Cartabianca di Bianca Berlinguer, sembrava che la questione degli ospiti e dei loro contratti fosse stata archiviata per sempre. Invece no. Non potendo più contestare la decisione di spostare Orfeo al vertice del Tg3, ormai approvata dal Cda, Barachini ha rispolverato la grana esercitando il suo potere di «indirizzo e vigilanza» su come vengono scelti ospiti, esperti e opinionisti e se costoro debbano essere contrattualizzati. L’idea è commissionare un sondaggio a un istituto demoscopico per chiedere lumi ai telespettatori. Non è difficile immaginare che la demagogia avrebbe facile presa: un idraulico o un elettricista che prestino la loro opera hanno diritto alla sacrosanta mercede; un docente universitario che abbia studiato decenni o un giornalista che abbia conquistato autorevolezza in qualche materia e spendano una serata in tv invece di farsi i fatti propri o di andare in un canale concorrente, no.

In un’informazione pubblica che di fatto risponde a un governo di unità nazionale, con tutti e tre i telegiornali appiattiti sulla linea di Palazzo Chigi, i talk show politici – cioè la sola Cartabianca, perché anche Porta a Porta è filogovernativa – sono l’unico spazio che ospita punti di vista dissonanti. Stabilire criteri di approvazione degli ospiti significa espropriare conduttori e autori dell’autonomia produttiva. E puzza di intenzione normalizzatrice. Come si sa, la campagna anti-talk occupa da settimane le testate governative, dal Foglio al Corriere della Sera, quest’ultimo di proprietà dello stesso editore di La7, rete lastricata di programmi concorrenti della Rai. La proposta del sondaggio di Barachini ha trovato l’opposizione di Fdi e 5 stelle e l’approvazione di Pd, Italia viva e Forza Italia.

Personalmente e assai più modestamente propongo un sondaggio sull’abolizione della commissione di Vigilanza, ultimo pezzo di Unione sovietica attivo in Italia. Sarebbe il modo per avviare il riassetto del servizio pubblico, iniziando a sganciarlo dalla politica. Chissà se il Pd, che ha più sedi in Rai che nel resto del Paese (copyright Michele Santoro), lo appoggerebbe.

 

La Verità, 17 giugno 2022

 

Il caso Orsini e il regime soft dei migliori

La censura dei migliori. Operata dai migliori. I buoni, quelli che stanno dalla parte giusta della Storia. La vittima è il professor Alessandro Orsini, docente di Sociologia del terrorismo internazionale presso la Luiss (Libera università internazionale di studi sociali). Colpevole di avere posizioni non allineate al pensiero unico atlantico. E per di più colpevole di percepire 2.000 euro a puntata per sei puntate di #Cartabianca alle quali l’aveva invitato Bianca Berlinguer. È un filputiniano, così è stato marchiato, lo si può colpire. Dopo la prima ospitata e la levata di scudi, preventiva ma unanime, dal Pd a Italia viva, la Rai ha stracciato il suo contratto. Il direttore di Rai 3, Franco Di Mare, «d’intesa con l’amministratore delegato della Rai» ha deciso di non dar seguito all’accordo «originato dal programma #Cartabianca che prevedeva un compenso per la presenza del professor Orsini». È la Rai al tempo di Mario Draghi e di Carlo Fuortes. Eccezioni e dissonanze non sono tollerate. Almeno Silvio Berlusconi aveva il coraggio di diramare un editto. Ora si censura con un comunicato, in sordina. Con i modi del regime soft. «Mamma Dem comanda e la Rai ubbidisce», ha twittato Marcello Veneziani. Corradino Mineo ha parlato di maccartismo.

Lo scandalo è doppio. Innanzitutto che Orsini esponga critiche alla Nato e all’Unione europea a proposito della situazione che ha portato all’invasione di Putin dell’Ucraina. E poi che lo faccia essendo retribuito. Da Paola Picierno a Stefano Bonaccini, da Andrea Romano a Michele Anzaldi il senso del ragionamento è questo: se vuole dire le sue opinioni lo faccia gratis. Domanda: per essere pagati, come lo sono tutti gli opinionisti da Mauro Corona ad Andrea Scanzi, da Giampiero Mughini a Beppe Severgnini per citare i primi nomi che vengono, bisogna dire cose gradite al padrone del vapore? Berlinguer ha replicato che se si vuole approfondire il dibattito (i talk non si chiamavano programmi di approfondimento?) il contraddittorio è necessario. Escludere una voce rappresentativa di un’opinione presente nella società italiana lo mortificherebbe. «Serve la più ampia pluralità di idee. Non è forse questa la missione del servizio pubblico?», ha chiesto Berlinguer. Orsini si è detto pronto a partecipare al programma anche gratuitamente. Vedremo se il problema sono gli euro o i contenuti del professore. O magari la Berlinguer stessa, che la Rai draghiana vuole accantonare.

La gran cassa del monopensiero lavora a tempo pieno fin dalla pandemia. E con l’invasione dell’Ucraina ha serrato ancora di più le file. In pochi giorni abbiamo letto la lista di proscrizione di indegni filoputiniani, sorta di scomunica civile, redatta da Gianni Riotta. Abbiamo visto Beppe Severgnini accaldarsi nel dire «che bisogna leggere solo i giornali giusti e guardare solo i programmi giusti». Abbiamo letto Massimo Gramellini randellare tutti coloro che deviano dal sentiero bellico per dire che con costoro non ci può essere alcun dibattito. Abbiamo letto Antonio Polito scrivere scandalizzato che «in ogni talk show ce n’è uno». Sarebbe questo lo scandalo. Invece, mi verrebbe da dire: grazie a Dio. Anche se non condividessi nulla di ciò che questo «uno» sostiene. È un fatto di pluralismo, bandiera ammainata dalla sinistra. Di salute della democrazia, principio che ormai i dem disconoscono. Tutti allineati e coperti, si diceva da militare. E chi sgarra, in punizione. O censurati. Dai migliori.

 

Il Papa spericolato vuole parlare ai lontani

Il mezzo è il messaggio e abbiamo un Papa spericolato. Detta in sintesi, la questione è tutta qui. All’indomani dell’ospitata di Francesco nello studio di Che tempo che fa retto da Fabio Fazio si rincorrono analisi e interpretazioni attorno all’evento. Il Vicario di Cristo in terra che si fa intervistare in un talk show abitualmente frequentato da politici, imprenditori e star dello spettacolo diventa un personaggio mediatico al pari di Bill Gates, Barack Obama e Lady Gaga. Diventa uno scoop giornalistico. Bergoglio ha fatto questa scelta fin dall’inizio del pontificato, concedendosi a giornalisti diversamente autorevoli e specializzati. Se il fatto s’inflaziona, però, il titolare della Cattedra di San Pietro entra nel flusso della comunicazione e perde sacralità.

Il caso più emblematico sono state le conversazioni di Francesco con Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica. Altre volte è comparso all’interno di programmi televisivi. In questi casi il rischio di subire manipolazioni è inevitabile. L’intervista concessa al conduttore di Rai 3 è stata registrata nel pomeriggio e, come ha notato il sito Dagospia soffermandosi sui salti dell’orario segnato dall’orologio del Pontefice, è stata tagliata e lavorata. La cosa in sé non desta particolare scandalo. Ciò che conta è che anche questi aggiustamenti siano stati concordati con la Sala stampa della Santa Sede. In passato non è sempre stato così. Scalfari andava a trovare Bergoglio a Santa Marta privo di registratore, senza prendere appunti e vergava l’articolo basandosi sulla sua veneranda e forse selettiva memoria. Come sappiamo, la versione riportata sul quotidiano non era particolarmente aderente alle parole del capo della Chiesa. Eppure, Francesco ha continuato a incontrarlo, correndo ancora il rischio. In tv il potere dell’intermediatore è inferiore a quello di un giornalista della carta stampata che non attenda il visto finale per la pubblicazione. E ancora minore sarebbe stato se la conversazione fosse avvenuta in diretta. Quindi, da questo punto di vista, Bergoglio è stato un po’ meno spericolato.

C’è poi un altro effetto collaterale: l’approccio dell’intervistatore si allunga sulla figura dell’intervistato. Nel caso di Fazio, il proverbiale buonismo condito di malizia left oriented si è addensato nelle insistenti domande sui migranti e le emergenze ambientali, nella speranza di strappargli qualche anatema contro i sovranismi, causa di tutti i mali del pianeta. Francesco deve averlo deluso osservando che è «un’ingiustizia» il fatto che l’accoglienza sia delegata all’Italia e alla Spagna. Sull’ambiente e il riscaldamento climatico, è apparso invece più mainstream. Ma la mielosità del conduttore ha rischiato di contaminare l’intero confronto. Non sono state poste domande sugli scandali dentro la Chiesa e il celibato dei preti e non si è parlato dei cristiani perseguitati in tanti Paesi del mondo. In un’ora d’intervista il tempo per farlo c’era.

Nel marzo di due anni fa, a pandemia appena esplosa, il quotidiano La Repubblica chiese degli interventi a personalità della cultura su cosa stavano imparando dal lockdown. Fazio fu tra i primi a distillare il proprio decalogo. Un paio di giorni dopo, interpellato dal vaticanista del giornale, Bergoglio confessò sorprendentemente che era stato molto colpito dalle sue parole. Molti giustamente si scandalizzarono: mentre il mondo precipitava in un tempo cupo e fior d’intellettuali anche non credenti cercavano conforto in Fëdor Dostoevskij e Sant’Agostino, il capo della cristianità citava un conduttore televisivo di moda.

L’altra sera Bergoglio è stato più prudente e ha dosato gli abituali temi mondialisti con la dimensione pastorale. Per esempio quando ha parlato della necessità e del «diritto al perdono». O quando ha detto  che la Chiesa deve «ripartire dall’incarnazione di Cristo… il Verbo si è fatto carne». Una sottolineatura che i resoconti euforici sui temi sociali hanno ignorato. È un altro dei rischi che lo spericolato Francesco corre usando i media mainstream. Perché lo fa? Perché spera d’intercettare un pubblico diverso da quello che frequenta le chiese. Facendolo paga dei prezzi. Ma scandalizzarsi troppo rischia di farci somigliare ai farisei che inorridivano perché Gesù andava a cena con i pubblicani e le prostitute.

Speriamo solo di non trovarcelo da Lilli Gruber…

 

La Verità, 8 febbraio 2022