Giù dal trapezio, Sigfrido plana sulla rete dei giudici

Sveglia, Sigfrido. Wake up, usando un verbo di moda. Scuotiti. E prova, per un attimo, a uscire dal tuo personaggio; anzi, dai tuoi, al plurale. Prova a guardarti dalla giusta distanza, come si predica nelle migliori scuole di giornalismo (anche non d’inchiesta). Prova a farlo e a farti, di conseguenza, qualche semplice domanda. Come fanno a stare nella stessa frase «giornalismo d’inchiesta» e «azzeramento della credibilità»? Come fanno a essere compatibili un ruolo di primo piano, in senso lato e anche televisivo, nel servizio pubblico – mi piacerebbe sapere che concetto ne hai – e la fraternità con un faccendiere pluricondannato (emoticon perplesso con pollice e indice sul mento)? Perché, se osservi con distacco, è questo che è successo. Che ti è successo. Sinonimi di credibilità: autorevolezza, attendibilità, credito, fiducia, onore, prestigio. Dopo tutto quello che è capitato, tra il Cefalù in Monteverde, lo studio in via Teulada e Pomezia, è indubitabile che quote consistenti di credibilità siano andate smarrite. E allora, caro Sigfrido, wake up. Ora si capisce anche troppo bene il perché del tuo post post Report che parla di «mondo mostruoso governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti». Tutto chiaro: il mondo senza la tua conduzione di Report, affidata a due colleghi che mortificano 30 anni di professionalità e di storia, è un posto mostruoso. E ancora più chiaro è il riferimento alla magistratura, con la quale tutto può succedere, visto l’endorsement tributatoti dall’Anm. Ma anche visto il successivo imbarazzato silenzio, una volta emersi i fatti della bomba d’amore, il sondaggio e tutto il resto. Tutto può succedere, anche che un magistrato faccia combaciare la corona da «principe del giornalismo d’inchiesta» con i tanti trapezi da cui ti sporgi nella mezza dozzina di ruoli interpretati nello show che stai portando in giro per l’Italia dei follower. Con l’aiuto del sempre solerte Usigrai, si troverà un magistrato che riuscirà a rendere accettabile il trapezio di habitué del bistrot di proprietà di Valter Lavitola che ha incaricato strane comparse di simulare un attentato per accrescere il tuo stato di vittima e la tua popolarità. Si troverà un magistrato in grado di rendere plausibile la tentazione a lungo coltivata – con il supporto di Valterino direttore marketing al quale passavi le mail riservate del capo degli Approfondimenti Rai – di candidarti a premier (un attrezzo non afferrato?) nello schieramento opposto a quello del governo attuale, abituale bersaglio dei tuoi Report? Un magistrato che saprà marginalizzare il trapezio delle acrobazie amatorie con stagiste e fonti varie, che passerà sopra la rivelazione, sempre a una fonte, che la Rai «è piena di mafiosi e massoni». E si scoverà un magistrato che, sempre a proposito di compatibilità con il servizio pubblico, si dimenticherà dell’autoparagone con uomini come Piersanti Mattarella Aldo Moro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi dalla mafia e dai terroristi.

Su quale di questi vari trapezi ti saresti ripresentato nel Barnum della telepolitica? Lo sai meglio di tutti, la televisione è traditrice, palesa ciò che si vorrebbe rimuovere. Come l’eccesso di autostima e le cicatrici nascoste dal cerone che prima o poi si scioglie sotto i riflettori. Adesso t’imbarchi nella guerra di carte bollate e tribunali per farla pagare a Matrigna Rai. Sali sul trampolino del giornalismo libero, della libertà di stampa, del pluralismo dell’informazione: tu che sei stato oggetto «di una character assassination che non ha precedenti nella storia del nostro Paese e forse anche a livello mondiale». Hai detto così, no? Su, Sigfrido, fatti coraggio, se Ocasio-Cortez ha rinnegato il woke, anche tu puoi farcela… E consolarti con la vicedirezione al Tg3 con delega agli speciali, a Rainews per gli approfondimenti o la corrispondenza dal Cairo, che non è solo il posto dove torturarono Regeni. Solo la sbarra del giornalismo d’inchiesta del servizio pubblico sarà duro riagguantare. «Lunga vita a Report», ha detto Milena Gabanelli.

 

La Verità, 30 agosto 2026

Social, virus, woke: inizia un nuovo revisionismo

È iniziata l’Era del revisionismo. Archiviato il Ventennio italiano del Novecento, è finalmente cominciato quello del Ventennio americano del secolo in corso. Di colpo, senza preavviso, siamo precipitati nella stagione dei grandi ripensamenti. Ben vengano. Sgombrare il campo da miti e narrazioni fasulle, potrebbe aiutare un cambio di passo. Cadono alcune presunte certezze, alcuni cardini ufficiali che hanno strutturato la vita dell’Occidente negli ultimi decenni. Alcuni pentimenti meritano fiducia, altri qualche dubbio in più. In ogni caso, se un po’ di nebbia si dirada il paesaggio diventa più limpido anche nei suoi difetti. Non vorremmo peccare di ottimismo, ma un po’ di verità fa bene a tutti. I tre fatti convergenti, due inchieste giudiziarie e un’importante autocritica politica, sono basati nell’America trumpiana. Ma lui, l’arancione capo della Casa Bianca, c’entra solo in parte perché a entrare in crisi è l’equilibrio confezionato durante le amministrazioni Obama e Biden.

Cominciamo dal fatto minore, anche se potenzialmente molto dirompente. Qualche giorno fa è iniziato in California il maxiprocesso contro Meta che, per le possibili conseguenze, molti analisti paragonano alle azioni legali contro «Big tobacco» degli anni Novanta. A portare in tribunale Mark Zuckerberg sono 29 dei 50 Stati americani. La società di Facebook e di Instagram è accusata di «aver reso dipendenti i minori», di averli «sfruttati» e di aver «ingannato il pubblico». Il processo muove dall’inchiesta avviata dalla scrittrice e attivista Frances Haugen, autrice del volume Il dovere di scegliere. La mia battaglia per la verità contro Facebook, un testo del 2023 (pubblicato in Italia da Garzanti). Sotto la lente dei giudici non ci sono i contenuti delle piattaforme, quanto il design delle app creato strumentalmente per causare dipendenza con lo scrolling infinito, gli algoritmi di raccomandazione mirata dei post e le notifiche persistenti. Il dibattimento che, oltre ai vertici di Meta vedrà sfilare testimoni ed ex dipendenti, durerà sei settimane, al termine delle quali non si pronuncerà una giuria popolare, ma un giudice distrettuale. Si ipotizza in 1.400 miliardi di dollari l’entità della richiesta danni comminabile a Zuckerberg, in pratica l’intero capitale di Meta. Se le accuse troveranno conferma, sarà probabile un effetto valanga sugli altri marchi, da YouTube a TikTok, che cambierebbe radicalmente l’universo della comunicazione digitale. Insomma, per dirla chiara, rischia di venire giù tutto.

Dove invece i crolli già turbano l’opinione pubblica non solo americana è nella seconda grande partita oggetto di ricalcolo, quella della gestione della pandemia. Tutto è diventato evidente in occasione dei silenzi di Antony Fauci, protetti da 111 appelli al Quinto emendamento durante la deposizione al Senato. Va ricordato che, con la grazia concessa a fine mandato da Joe Biden, il superconsulente scientifico della Casa Bianca gode anche dello scudo giudiziario preventivo per il periodo 2014-2025. Ora la contestazione della narrazione ufficiale degli anni del Covid si sta imponendo grazie alle confessioni del braccio destro di Fauci, David Morens, che davanti alla corte federale del Maryland ha ammesso di «aver nascosto comunicazioni governative per ostacolare le indagini sulle origini della pandemia» (Maddalena Loy, su queste pagine). In pratica, Fauci e Morens hanno occultato informazioni, anche usando canali di comunicazione private, che potevano provare l’origine, oggi assodata, del Covid-19 nel laboratorio di Wuhan, parte delle cui ricerche erano finanziate da enti statunitensi. Inoltre, ora si scopre che la longa manus del superconsulente ha pilotato anche i rapporti dei servizi segreti e le inchieste dei media americani. Infine, l’ultimo tassello a conferma dello scandalo, sono le improvvise e strategiche dimissioni a Ginevra di Jeremy Farrar, capo scienziato dell’Organizzazione mondiale della sanità, già consulente di Bill Gates e partner dello stesso Fauci nei primi mesi del 2020.

Se sul condizionamento del pubblico dei social il cambio di rotta è appena iniziato, mentre lo scandalo della gestione della pandemia si sta mostrando nei contorni più inquietanti, l’inaudito rinnegamento wokista del mondo progressista è invece sotto gli occhi di tutti. A innescarlo è stata Alexandria Ocasio-Cortez, esponente della sinistra radicale e probabile prossima candidata alla Casa Bianca. «La stagione del woke 1.0 è stata follia», ha sentenziato stupendo i borghesi che ormai esauriscono il suo schieramento. L’odore di operazione elettorale è piuttosto forte anche se qualcuno sembra crederci. In America cominciano a capire che «i Gay pride non danno da mangiare alle famiglie», ha osservato Carlo Freccero. Anche perché, in quel caso, di famiglie poche, verrebbe da dire. La nostra sinistra, è noto, fa l’eco ai sommovimenti dei dem americani e infatti Repubblica, storicamente la più wokista del bigoncio, si è lanciata nella grande revisione con un profluvio di interventi e articolesse fino a coinvolgere Giuseppe Conte, impegnato nella scalata alla leadership del campo largo. Così, il lezzo elettorale aumenta, anche perché, in assenza di repliche della wokistissima segretaria, dalle parti del Pd respingono il ripensamento al mittente. Insomma, il pentimento galleggia in superficie. Nella patria del politicamente corretto, per esempio, i college, Columbia university in testa, non sono certo disposti a mollare la presa, non fosse altro per opporsi al demonio della Casa Bianca. In Europa, per saperne di più basta rivolgersi a Nathan Cofnas, il docente di filosofia all’università belga di Ghent, sospeso dalla rettrice Petra De Sutter, esponente dei Verdi e già prima ministra transgender. La colpa di Cofnas? Aver rivelato i plagi e le falsità del curriculum di Jason Arday, il professore «afrodiscendente» di Cambridge, morto suicida dopo la scoperta delle sue numerose truffe, che gran parte dei media europei, Repubblica compresa, dipingono ancora come vittima del razzismo.

Sì, l’Era del revisionismo è cominciata, ma sul sentiero della wokeness deve ancora camminare parecchio.

 

La Verità, 23 agosto 2026

Minetti, Venezi, Biennale… ma arriva il decreto Lavoro

Ombre sul governo Meloni. Il caso Minetti. La bagarre per la Venezi. L’intrigo della Biennale. È il menù quotidiano di giornali e talk show. Sono le priorità delle opposizioni. Il ministro Carlo Nordio deve andarsene. Se torna a casa lui, deve dimettersi anche Giorgia Meloni. Un coro: dal Fatto quotidiano a Debora Serracchiani, da Otto e mezzo a Massimo Giannini, da DiMartedì a Matteo Renzi. Sintonizzarsi su qualsiasi talk di qualsiasi rete di qualsiasi editore. Il coro è tutt’altro che polifonico. Monocorde: dimissioni. Variante: la premier venga in aula. In loop, per altro dal giorno dopo l’insediamento. Quattro anni di governo Meloni con questo arrangiamento. Anziché in un Paese civile del XXI° secolo sembra di stare su Scherzi a parte o al Grande fratello vip, scegliete voi. Fortuna che il premier e la sua sauadra non si fanno troppo condizionare e, mentre le opposizioni si stracciano le vesti, presentano il decreto Lavoro con una serie di norme volte a innalzare i salari, ampliare la base occupazionale del Paese, stabilizzare le situazioni precarie.
Le opposizioni sembrano vittime di un errore di sistema, mentre sarebbe indispensabile ingranare un’altra marcia. Fuori ci sono le guerre. Sul fianco Est dell’Europa, in Medio Oriente e in Asia. Lo stretto di Hormuz bloccato impedisce i rifornimenti di petrolio e gas di mezzo mondo. Si profila una crisi energetica senza precedenti. C’è la complessa gestione del rapporto preferenziale con il Paese più potente del mondo, governato dall’inquieto Donald Trump. C’è la Cina che conquista mercati in silenzio. Ma gli esponenti del campo largo, tutti, dalla segretaria del Pd Elly Schlein a Raffaella Paita di Italia viva a Angelo Bonelli di Avs, parlano di Nicole Minetti nel maldestro tentativo di silurare il Guardasigilli. In realtà, dopo la sentenza della Corte costituzionale del 2006 e l’istituzione del «Comparto grazie», accogliere le istanze di grazia compete direttamente al Quirinale. Non a caso nel recente passato il capo dello Stato ne ha rigettate alcune. Non stavolta: Sergio Mattarella ha firmato il provvedimento dopo un’istruttoria più rapida del solito, estinguendo la pena cumulata dall’ex igienista dentale di 3 anni e 11 mesi per l’inchiesta «Rimborsopoli» e per il processo «Ruby bis» al fine di favorire le cure di cui è bisognoso il minore adottato in Uruguay.
Non basta. I nostri politici e i nostri media parlano di Beatrice Venezi, il direttore d’orchestra rigettato dalle maestranze della Fenice di Venezia perché, a insindacabile parere degli orchestrali stessi, non all’altezza di dirigerli. Un ammutinamento espresso in varie forme da quando, sei mesi fa, il sovrintendente del teatro Nicola Colabianchi l’aveva nominata, in attesa dell’insediamento il prossimo ottobre. Anche in questo caso si è tentato di coinvolgere il premier nella decisione, presa in autonomia e approvata dal ministro Alessandro Giuli, di interrompere la collaborazione con Venezi dopo le accuse di nepotismo nell’assegnazione dei posti dell’orchestra. Infine, l’altra querelle che vorrebbe intralciare la navigazione meloniana, è quella provocata dalla decisione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco di ospitare artisti provenienti dalla Russia (come da Israele, dall’Iran e dagli Stati Uniti), nel tentativo di creare un territorio di immunità e di confronto tra rappresentanti di Paesi in conflitto. Per questo, l’Unione europea ha annunciato la sospensione del finanziamento di due milioni all’istituto veneziano, scaricato anche dal ministro Giuli.
Osservandoli nella giusta luce, i casi Minetti, Venezi e Buttafuoco sono poco più che scaramucce. Questioni da riportare nella loro misura. Se Minetti e il suo compagno Giuseppe Cipriani non avevano le carte in regola per accedere all’adozione di uno sfortunato bambino uruguaiano ne risponderanno davanti alle autorità e il provvedimento di clemenza verrà corretto di conseguenza. La procuratrice generale di Milano Francesca Nanni ha già ammesso il possibile difetto di perspicacia nella valutazione dell’istruttoria. Ce n’è a sufficienza per un sequel di Paolo Sorrentino intitolato La disgrazia, ma per poco altro.
Se il direttore Venezi era così inviso agli orchestrali della Fenice, forse sarebbe valsa la pena di non forzare la collaborazione che, soprattutto in campo artistico, necessita di piena e assoluta armonia per essere tale.
Infine, se nonostante i vertici della Biennale abbiano assicurato il rispetto delle norme sulle sanzioni l’Ue non vuole concedere i fondi preferendo offrire la ribalta solo ad artisti allineati, vorrà dire che si cercheranno finanziamenti alternativi per un’esposizione libera da ricatti di ortodossie imposte dall’alto.
Ma in tutti i casi si tratta di questioni che non devono indebolire l’operato del governo che ha ancora un anno di legislatura per completare il lavoro iniziato in un momento, come detto, particolarmente drammatico. Presentando le norme del nuovo decreto Lavoro ai giornalisti, Giorgia Meloni e gli altri ministri hanno risposto a tutto campo. Consapevoli che l’operato del governo si misura sulla tenuta dell’economia, con la possibile deroga al patto di stabilità, sull’occupazione e sul ripristino di di corrette mediazioni internazionali. Non certo sulle procedure seguite in qualche remoto tribunale uruguaiano. E nemmeno su certe baruffe lagunari. Le opposizioni mettano il cuore in pace e si riconnettano con la realtà.

 

La Verità, 30 aprile 2026

Veltroni coccola i giovani stressati dalla scuola

Al terzo giorno di esaltazione dei giovani, a imporre un ricalcolo arriva, poco a sorpresa, la predica di Walter Veltroni sulla prima pagina del Corriere della Sera. Già il titolo – «Così ho sentito il dolore dei ragazzi» – è una colata di buonismo. Una monumentalizzazione del vittimismo. Poi l’autore. Non uno psicoterapeuta dell’età evolutiva. Non un monaco che investe la sua giornata dentro un confessionale. O un missionario sul fronte della sofferenza, uno tipo don Antonio Mazzi, per dire. No. L’ascoltatore del «dolore dei ragazzi» è l’ex direttore dell’Unità. L’ideatore dell’Ulivo. Il fondatore e primo segretario del Partito democratico (dopo decenni di Fgci, Pci, Pds e Ds). Il vicepremier del governo Prodi. Lui, per davvero. Il sindaco di Roma che, terminato il mandato, aveva promesso di andare in Africa. Invece, niente. È rimasto in Italia a scrivere i gialli del commissario Buonvino. E a dispensare pensierini sul quotidiano di Via Solferino dopo aver incontrato un gruppo di ragazzi al liceo Nievo di Padova.
L’iniziativa è partita dai rappresentanti di istituto di sei licei della città che «dopo il suicidio di due studentesse della loro età… hanno deciso di rompere il muro del silenzio». Non di raccogliere l’impotenza davanti alla disperazione. E così, attraverso una filiera passata dai professori ai dirigenti scolastici ai giornali locali, la perorazione è arrivata fino all’ascoltatore del dolore. L’interlocutore del disagio. Masticato e ruminato in perfetto politichese, per elaborare «delle proposte concrete, a partire dall’istituzione di un tavolo che coinvolga tutte le realtà chiamate in causa da quella che io, non loro, mi ostino a definire un’emergenza nazionale». Perfetto, un’emergenza nazionale. Per affrontarla, si potrebbe pensare alla creazione di un apposito ministero. O almeno di un think tank, un pensatoio di esperti. Un comitato di scienziati della gioventù per «trovare soluzioni, studiare meccanismi di aiuto reciproco, di presa in carico». Perché non ci abbiamo pensato prima!

Del resto, «i ragazzi» sono un terreno su cui esercitarsi. Una categoria. Una materia, una disciplina per studiosi. Fino a ieri, come ha notato Francesco Borgonovo su queste colonne, erano i portatori del nuovo verbo istituzionale. Le sentinelle della Costituzione più bella del mondo. Quelli che tracciano la rotta, dal No al referendum al No Kings dell’ultimo weekend, «il motore della rinascita democratica occidentale dopo l’exploit di populisti e sovranisti». Poi succede che un tredicenne accoltella una professoressa in una scuola della Bergamasca, divulga un manifesto che parla di vendetta e si dice dispiaciuto di non essere riuscito a ucciderla. O succede che viene arrestato un diciassettenne di Perugia che vive asserragliato nel dark web del satanismo neonazista dove progetta una strage in un liceo di Pescara alla maniera di quella di Columbine in Colorado nel 1999, o dell’isola di Utoya, in Norvegia nel 2011.

Così si torna a vivisezionare «il disagio giovanile». «Io non faccio altro che riportare», si vanta Veltroni, «perché è questo che conta, la loro voce». E si è sommersi dalle lamentazioni. Contro l’uso dei cellulari e la dipendenza dai social. «Viviamo in una rete di asocialità. Isolati dai social. C’è anche chi ci passa otto ore al giorno». «Mio fratello aveva tutti dieci, da quando ha preso il cellulare si è perso». «Finito di scrollare ci si sente scemi, di aver perso tempo». Niente di nuovo, compresa l’assoluta incapacità di autodisciplinarsi.
Poi l’atto d’accusa si rivolge contro la scuola. «Si vive con l’ansia di prestazione. Sembra che solo un buon voto ci definisca come persone». «C’è un eccesso di competitività che ci stressa. Una mia compagna una mattina è venuta a scuola, ha legato la bici e poi è scappata perché entrare in classe la terrorizzava». La competitività stressa… Entrare in classe terrorizza… L’educazione delle «mamme spazzaneve» e delle «mamme elicottero» dà i suoi frutti. Ma ancora nessuna autocritica.
Infine, immancabile l’attacco all’autorità e la denuncia del non rispetto della privacy. «Vorremmo una scuola che simulasse la democrazia, che consentisse il dibattito. Non una scuola che simula un sistema autoritario». «La psicologa c’è un giorno a settimana, in orario scolastico. Per andare da lei devi chiederlo all’insegnante: si può immaginare con quale garanzia di privacy».

Insomma, un diluvio di vittimismo. E dal fondatore del Pd zero risposte. E nemmeno far balenare che la vita è anche competizione, lavoro, sacrificio. Il presente dei «ragazzi» è affrontato senza attingere alla storia recente. Quando, per esempio, a poche centinaia di metri dal liceo Nievo imperversava la guerriglia urbana, si gambizzavano i docenti e le facoltà erano inagibili, tuttavia, c’erano gruppi di studenti della comunità cristiana che continuavano a starci senza lamentare ansia o riduzione della privacy. Oggi al dolore giovanile non si contrappone nulla. Nichilismo e narcisismo hanno vinto nella società che ha demolito la famiglia, promosso una Chiesa sociale incapace di testimoniare il Salvatore nella vita quotidiana, abolito il principio di autorità, sostituito fin dai primi anni scolastici i percorsi di apprendimento con la connessione online permanente. E ora i giovani sono materia da «emergenza nazionale».

 

La Verità, 1 aprile 2026

Referendum: col Sì la realtà col No la fiction e la casta

Lasciamo da parte i partiti e concentriamoci un momento sulla società civile, sul mondo della gente comune, compresa quella impegnata e militante. E compresi attori e attrici, ci mancavano loro e chissà quale autorevolezza hanno in materia. Guardandola da questa angolatura, la campagna referendaria riserva qualche sorpresa. A favore della riforma Nordio c’è un mondo composito, eterogeneo e, a suo modo, imprevedibile. Per dire, fianco a fianco troviamo Antonio Di Pietro e Filippo Facci, nemici giurati dall’epoca di Mani pulite. Eppure, ora sono entrambi strenui difensori della separazione delle carriere dei magistrati, del sorteggio dei due Csm, dell’istituzione dell’Alta corte disciplinare per limitare errori e superficialità dei pm, responsabilizzandoli in fase d’indagine. Si possono scegliere i nemici, non gli alleati, diceva Raymond Aron. Di Pietro, che per questa campagna referendaria ha abbandonato Montenero di Bisaccia, era il meno intellettuale dei componenti del Pool, il più ruspante, tra l’inflessibilità digrignante di Pier Camillo Davigo e la erre arrotata di Gherardo Colombo. Tutti compattati dal vero Richelieu del Palazzo di Giustizia: Francesco Saverio Borrelli, grande giurista con la passione dei cavalli e del pianoforte. Filippo Facci, craxiano della prima ora, è da sempre gran detrattore del Pool e di Tonino cui ha dedicato svariati testi critici. Ora combattono dalla stessa parte per l’affermazione del giudice terzo e la realizzazione del giusto processo. Con loro due troviamo Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, già promotore nel 2001 quand’era deputato di Rifondazione comunista, di un disegno di legge sulla separazione tra giudici e pm. Garantista cristallino, Pisapia, figlio di Gian Domenico che fu autore insieme a Giuliano Vassalli del Codice di procedura penale tuttora in vigore, ha scritto «Voto sì» in un messaggino a un collega del Giornale. Due paroline che hanno gelato le milizie del No.
Insieme a Di Pietro, Facci e Pisapia nello schieramento favorevole alla riforma, sempre lasciando perdere sigle di partito e professionali, ci sono le vittime della malagiustizia. Coloro che sono stati maltrattati dai tribunali e hanno visto la loro vita segnata irrimediabilmente dagli errori giudiziari. Il pastore Beniamino Zuncheddu, 32 anni di galera da innocente. Trentadue anni. Non aveva ucciso lui i tre pastori ammazzati a Sinnai (Cagliari), l’8 gennaio 1991. Arrestato un mese e mezzo dopo sulla base della testimonianza di un superstite influenzato da un poliziotto e condannato all’ergastolo, viene assolto con formula piena dalla Corte d’assise d’appello il 26 gennaio 2024. È riuscito a non impazzire. E ora vota convintamente Sì: «Le carriere separate possono aiutare ad avere processi più giusti», ha detto ad Antonio Rossitto di Panorama. «Forse il fatto di non sentirsi abbastanza responsabili, non aiuta a decidere nel migliore dei modi. Mi hanno rubato la vita e hanno distrutto quella di chi mi vuole bene, ma i giudici non pagano mai per i loro errori». Tutt’altro. Quelli che si sono occupati del suo caso hanno fatto carriera.
Voterà Sì anche Stefano Esposito, ex senatore pd, indagato per 2.589 giorni, sette anni, dal pm Gianfranco Colace e dalla Procura di Torino. È stato accusato di corruzione, turbativa d’asta e traffico d’influenze illecite sulla base di un prestito antecedente di cinque anni ai fatti contestati ed effettuato, pensate un po’, con bonifico (rapidamente restituito) da un imprenditore suo amico. Ha subito centinaia di intercettazioni telefoniche non autorizzate dal Parlamento. Anche lui è riuscito a non ammalarsi, ma «mi tengo sotto controllo», ha confidato. Se durante la sua inchiesta ci fosse stato «un gip distinto, avrebbe osservato gli elementi con maggior attenzione e avrebbe potuto chiudere l’indagine almeno tre anni prima. All’udienza preliminare ho avuto la netta percezione che il Gup fosse lì per fare quello che voleva il Pm». Entrambi, Gup e Pm, sono tra i pochissimi sanzionati dal Csm. Ma hanno fatto ricorso…
Carriera hanno fatto invece, com’è noto, gli accusatori di Enzo Tortora, arrestato per associazione camorristica e traffico di stupefacenti nel giugno 1983. Alcuni pentiti l’avevano calunniato e i magistrati hanno creduto loro pedissequamente perché l’imputato eccellente cementava l’inchiesta mediatica. Furono omesse verifiche elementari. Poco più di un anno dopo l’assoluzione con formula piena, provato nel corpo e nella psiche, Tortora morì. Oggi la figlia Gaia, vicedirettore del TgLa7, dice che in quella magistratura ci fu dolo. «Non cercando i riscontri automaticamente si gioca con la vita di una persona in maniera consapevole… Io voto Sì e avrei votato Sì solo per il merito anche con un governo di centrosinistra… Questo non è un referendum contro, ma in favore della magistratura e del suo corretto funzionamento».
Di Pietro, Facci, Pisapia, Zuncheddu, Esposito, Tortora sono storie vere. Vite vissute, segnate dalla malagiustizia e dalla superficialità di giudici protetti dall’impunità dell’autodisciplina gestita dalle correnti politiche che governano la categoria. Proprio il caso Tortora aiuta ad approfondire le ragioni dei fautori del No. Qualche giorno fa Fabrizio Gifuni, l’attore che ha, magistralmente, interpretato il giornalista e conduttore tv nella serie Portobello di Marco Bellocchio (visibile su Hbo Max) ha scritto sui social che voterà contro la riforma perché il suo vero oggetto «non è la separazione delle carriere ma l’indebolimento del Csm» e perché si inserisce «in un disegno politico che sta erodendo molti paletti della Costituzione». A chi ha rilanciato su X il post di Gifuni come fosse quello di un maître a penser, Gaia Tortora ha replicato: «Che vuol dire? Gifuni fa l’attore e vota giustamente ciò che vuole. Mio padre avrebbe votato Sì». E qui siamo al punto.
Giovedì sera quasi tutto il cinema italiano, attori attrici registi autori comici sceneggiatori cabarettisti e comparse si ritroveranno convocati dal Fatto quotidiano in un teatro di Roma per proclamare il loro voto contrario alla riforma Nordio. In prima fila, con Gifuni, ci saranno Enzo Iacchetti, Toni Servillo, Monica Guerritore, Laura Morante, Riccardo Scamarcio, Davide Riondino, Elio Germano, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Frank Matano, Ficarra e Picone e tanti altri. In pratica, l’intera Cinecittà schierata dalla parte del No. Diciamo, allo stesso modo, facendo le debite proporzioni, di Hollywood contro Donald Trump. Il cinema italiano sta con l’Anm e la «protervia da scrivania di coloro che vogliono salvare correnti e inciuci della magistratura militante» (Giuliano Ferrara). Insomma, guardando la società civile e lasciando perdere destra e sinistra, i testimonial della realtà votano Sì, quelli della fiction e del giacobinismo della casta, No.
Non è difficile scegliere.

 

IlSussidiario.net 17 marzo

 

Anm, Cei, Cgil: la nuova filiera dell’opposizione

Da qualche tempo nel nostro Paese sta succedendo qualcosa di nuovo. È una metamorfosi che, sottotraccia ma incalzante, sta modificando i termini del confronto civile. Inesorabilmente. Alcuni grandi enti, alcune grandi istituzioni civili e sociali stanno cambiando mestiere. La Cei, Conferenza episcopale italiana, la Cgil, Confederazione generale italiana del lavoro, e la Anm, Associazione nazionale magistrati, non sono più quelle di una volta. Non agiscono più all’interno del loro ambito di competenza. Hanno deciso di scendere in campo, in trasferta. Cioè, abbandonando il loro scopo, la loro ragione sociale. Tralasciando il motivo per cui sono nate e che dovrebbe impegnarle a fondo e assorbire tutte le loro energie perché attraversano momenti, come dire, un tantino difficili. Invece no, sconfinano. Esondano. Si allargano. Fanno politica. Il motivo? Ci sono al governo «le destre». C’è la minaccia autoritaria. C’è Giorgia Meloni, l’underdog della Garbatella. L’usurpatrice. Tutto è ancora più inasprito dall’imminenza del referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. Così, questi organismi che incarnano a pieno titolo l’establishment del Paese, si sentono autorizzati a opporsi, a schierarsi per scongiurare il ritorno del fascismo e ad assumere una postura emergenziale. I vescovi dovrebbero occuparsi della riduzione della pratica religiosa, della crisi delle iscrizioni dei bambini al catechismo (pari a zero nelle parrocchie del centro di Bologna, la città del cardinale e presidente Matteo Zuppi), del crollo delle vocazioni sacerdotali (meno 60% negli ultimi 50 anni) e dello svuotamento dei seminari? Lo storico sindacato dei lavoratori dovrebbe concentrarsi sul calo degli iscritti (meno 45.000 tra il 2024 e il 2025), sul dramma delle morti sul lavoro, sugli aumenti dei salari che, non di rado, quando vengono proposti, rifiutano? Il sindacato dei magistrati dovrebbe dedicarsi all’automazione nei tribunali, alla qualificazione del personale e delle attrezzature della macchina giuridica? Niente di tutto questo. Cei, Cgil e Anm combattono in prima linea tutt’altra battaglia.
Oggi il vicepresidente della Conferenza episcopale italiana Vincenzo Savino, vescovo di Cassano allo Jonio in Calabria, parteciperà al congresso di Magistratura democratica per il No al referendum sulla giustizia. Nel panel «moderato» da Massimo Giannini, l’intervento del prelato è previsto dopo quello di Silvia Albano, presidente di Md nota per le sentenze contrarie al trattenimento di clandestini condannati nei Cpr albanesi, e Benedetta Tobagi, giornalista collaboratrice di Repubblica. Quello di Savino con Magistratura democratica è uno dei tanti casi di contiguità tra vescovi e toghe riprodotta in convegni e partecipazioni sparse sul territorio nazionale in spazi diocesani, finanche ecclesiali, concessi ai comitati per il No. Su un altro fronte, qualche giorno fa, il cardinale e presidente della Cei Matteo Zuppi, ha presenziato con Romano Prodi e il sindaco di Bologna Matteo Lepore, all’Iftar, il pasto con cui i musulmani celebrano la fine del ramadan. Sul palco c’era anche Yassine Lafram, imam della Comunità islamica bolognese e già presidente dell’Unione delle comunità islamiche d’Italia (Ucoii), che a settembre si era imbarcato sulla Flotilla per veleggiare verso Gaza.
Il cambio di ragione sociale è fattuale. Stupisce lo zelo dei vertici della Cei ad abbracciare battaglie eterogenee, dal dialogo inter-religioso (anche quando le altre religioni sono riluttanti a ogni forma d’integrazione) al contrasto all’autonomia differenziata, dalla predilezione per questa Unione europea fino alla benevolenza verso le Ong nell’accoglienza incondizionata ai migranti. Mai che dalla presidenza dei vescovi arrivi qualche pronunciamento che echeggi l’affermazione di Cristo «centro del cosmo e della storia».
Lunedì scorso la Cgil ha promosso una giornata di astensione dal lavoro nei comparti di scuola, università e ricerca «per riaffermare i diritti delle donne, a partire da quello all’autodeterminazione e alla parità di genere, davanti alla evidente recrudescenza di una cultura maschilista, misogina e patriarcale». È solo l’ultimo della sterminata raffica di scioperi indetti dalla sigla capeggiata da Maurizio Landini per contrastare l’attività del governo e, ciò che più conta, complicare la vita dei cittadini. Dalle manifestazioni pro Pal alle occupazioni studentesche, dal sostegno alla Flotilla al contrasto alla Finanziaria e al decreto Sicurezza, ogni pretesto è buono per paralizzare e incendiare le città con l’aiuto della galassia antagonista, per fermare treni, aerei e autobus, e bloccare il lavoro del personale negli ospedali (puntualmente di venerdì). La missione della «rivolta sociale» contro il governo è prioritaria su tutto. E pazienza se crollano le iscrizioni, secondo uno studio del 2023 al ritmo di 121 al giorno che, negli anni successivi, è ulteriormente aumentato. Motivo? «Molti lavoratori percepiscono la Cgil come un’opposizione politica piuttosto che una tutela sindacale» e criticano «la lentezza nei rinnovi contrattuali e la scarsa attenzione alla sicurezza sul lavoro». Contento Landini…
Qualche giorno fa, l’Anm ha usufruito dell’aula della Corte d’assise del Tribunale di Treviso per un convegno in favore del No al prossimo referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. È uno dei tanti episodi in cui un sindacato della più intoccabile tra le categorie professionali, che si comporta come un partito politico, usa di un luogo istituzionale per propagandare la linea contraria alla riforma Nordio. Del resto, l’Anm è un’autorità in materia, avendo da sempre la propria sede nel Palazzaccio della Corte di cassazione in Piazza Cavour a Roma. L’identificazione totale dell’Associazione nazionale magistrati con il comitato per il No ha già prodotto le prime defezioni tra i suoi aderenti, dal membro del direttivo Andrea Reale alla giudice della Corte d’appello nelle sezioni civili di Milano, Anna Ferrari. Sono i primi di una più ampia e consistente diaspora di magistrati decisi, oltre che a votare Sì, ad abbandonare l’associazione di categoria. Come per la Cgil, la perdita di associati è una delle conseguenze dello snaturamento, il prezzo da pagare sull’altare dell’opposizione al governo. Cambiare ragione sociale non può essere un processo indolore in termini di fiducia e rappresentatività. Ma alla Cei, all’Anm e alla Cgil ancora non se ne preoccupano. L’imperativo di detronizzare l’usurpatrice viene prima di tutto.

 

La Verità, 13 marzo 2026

Trionfa Da Vinci, delitto perfetto nazionalpopolare

Delitto perfetto nazionalpopolare. A sorpresa, il successo di Sal Da Vinci al 76º Festival di Sanremo è una piccola grande rivoluzione copernicana. Il trionfo della famiglia tradizionale. La consacrazione dell’amore e della fedeltà coniugale. Nel posto che di solito celebra la fluidità, le famiglie arcobaleno, i nuovi diritti. Un verdetto inatteso, ma non per tutti. In un’intervista di oltre un mese fa, Antonio Ricci aveva detto che qualcuno gli aveva parlato di lui come vincitore «forse per bruciarlo». Sulla Verità, non più tardi di sabato, si era ipotizzato: «Pensa che cosa succede se, per caso, vince Sal Da Vinci». Uno smacco per la critica. Una smentita clamorosa, come quelle di certi sondaggi politici sulle elezioni che poi danno risultati inattesi. Anche stavolta il popolo smentisce le élite e i suoi analisti blasonati che, fin dal primo giorno, hanno contestato lo spartito ci Carlo Conti, colpevole di aver chiamato Laura Pausini che non canta Bella ciao, e di aver invitato Andrea Pucci, comico di destra. Figurarsi: un conduttore che definisce il suo «un Festival cristiano e democratico»; un direttore artistico che ha accolto solo dieci donne tra i trenta cantanti in gara. Soprattutto, colpevole di rivolgersi agli italiani, alle famiglie più che ai single, senza ambizioni intellettuali e bandiere mainstream.

I pasdaran della Sala stampa cercavano polemiche a tutti i costi. Tipo l’invito alla supermodella russa Irina Shayk, citata nei file di Epstein, per mandare un messaggio conciliante a Putin. Secondo gli editorialisti dei giornaloni invece era un Festival mediocre, senza guizzi, uno show della medietà. Il tutto trovava conferma nel calo degli ascolti. Che, in realtà, è da ridimensionare considerando la concorrenza delle partite di Champions League e la controprogrammazione di Mediaset e La7. E, tutt’altro che irrilevante, la messa in onda rispetto al 2025 due settimane più tardi, quando la platea è ridotta di circa due milioni. E la finale ha pur sempre totalizzato il 68,6% di share e 10,7 milioni di telespettatori.

Quanto alle canzoni anche quelle erano brutte, i cantanti sconosciuti, i fenomeni latitavano. Stavolta, chissà perché, nessuno chiedeva innovazione. E pazienza per la varietà dei generi, dal country al jazz al melodico, sottolineata dal direttore artistico. La critica si baloccava tra Ditonellapiaga, Serena Brancale ed Ermal Meta. Masini e Fedez no, perché il primo è ritenuto di destra e il secondo antipatico, tanto più che in L’acqua è più profonda di come sembra da sopra (Mondadori) ha saldato un po’ di conti con l’ambiente. Così le firme musicali gliel’hanno fatta pagare. Per il resto, smacco anche nella serata delle cover, quando, con Ditonellapiaga, Tony Pitony, nemico pubblico numero uno, metteva in scena un piccolo gioiello swing, tra Broadway e il Quartetto Cetra.

Intanto, Sal Da Vinci era sempre lì. A ogni esibizione l’Ariston s’infiammava. Lui cantava d’impeto, una pioggia di sentimenti tradizionali. Il giorno del matrimonio, il giuramento di fedeltà… E il pubblico in piedi, donne soprattutto, a tributargli lunghi applausi. Saranno napoletani, si pensava. Per sempre sì restava ai primi posti delle classifiche, ma nessuno ci credeva. Invece. «È la vittoria di un popolo e la vittoria di tutti quelli che hanno perseverato nel seguire un sogno», ha raccontato Sal Da Vinci dopo aver realizzato che è tutto vero. «Faccio questo mestiere da quando avevo sette anni e l’ho continuato con perseveranza tra cadute e salite ripide. Non è stato facile, ma è una vittoria di tutti quelli che vengono dal basso come me». Battuto di poco al Televoto da Sayf, il vincitore ha fatto il pieno nelle giurie di stampa, radio, tv e Web, dov’è folta la rappresentanza napoletana. E dove, come detto, non si è voluto premiare Male necessario di Fedez e Masini. Da Vinci andrà anche all’Eurovision, ha confermato agli scettici che sui social già contestano che ci si presenti con «questa roba qui»: «Portare la musica italiana fuori dal nostro Paese è un grande motivo di orgoglio», sottolinea indomito. In tanti masticano amaro.

 

La Verità, 1 marzo 2026

Passata la piena, il giunco Garofani resta al suo posto

La piena è passata e il giunco Francesco Saverio Garofani può tirare un sospiro di sollievo. Da giorni tutto tace e il consigliere di fiducia del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sorveglia rinfrancato gli umori dei palazzi e i tam-tam dei media. Calma piatta, le ostilità si sono placate. L’ultima onda fastidiosa risale alle dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa che, prima di rettificare – di poco – il tiro ha detto che un consulente del capo dello Stato non può restare al suo posto dopo che ha disegnato scenari politici comprendenti il cambio della legge elettorale, il verificarsi di provvidenziali scossoni, la nascita di una lista civica nazionale, tutto in funzione anti Meloni. A quel punto, la querelle si è brevemente rinfocolata e si è tornati pretestuosamente a parlare di attacco al Quirinale. Tra i cronisti e gli analisti del giornale unico nazionale l’aderenza ai fatti e il pragmatismo scarseggiano.

Da giorni però il silenzio sul caso politico più clamoroso dell’ultimo mese conforta Garofani. La piena sembra passata e, pur con una certa circospezione, può rialzare la testa. Càlati juncu ca passa la china (piegati giunco che passa la piena) recita un famoso detto popolare siciliano che il palermitano Mattarella conoscerà sicuramente. Chissà se l’avrà sussurrato al suo uomo di fiducia. Altrove, è vero, per esempio al ministero della Cultura, Pietro Tatafiore, portavoce di Alessandro Giuli, si è dimesso per molto meno dell’improvvida manifestazione di cui è stato protagonista il consigliere del Quirinale. Una mail ministeriale usata per segnalare la presenza dello stesso Giuli a un evento del candidato di centrodestra in Campania è bastata per lasciare l’incarico (né Giuli né Tatafiore sono siculi). Per le questioni che riguardano il Colle più alto di Roma, invece, ci pensa il bis-presidente a catalizzare i media, moraleggiando e strappando immancabili ovazioni che si tratti della commemorazione dei 75 anni del Cuamm di Padova o degli Stati generali della natalità a Roma.

Qualche decennio fa, le quotidiane esternazioni del sardo Francesco Cossiga erano vissute dai più come un’insopportabile camurria, sicilianamente parlando. Sta di fatto che, in quest’occasione, il famoso proverbio, citato pure da Franco Battiato in una sua canzone, potrebbe essere tornato utile. E makari, La Russa, siciliano pure lui, avrà provato a neutralizzarne certi effetti collaterali. Nell’uso comune il consiglio a piegarsi in attesa che cali l’ondata suggerisce di attendere tempi migliori, di resistere nelle crisi per poi riprendere l’iniziativa. Insomma, nel linguaggio di moda, sarebbe riassunto come un invito alla resilienza. Nel caso di Garofani, invece, sta funzionando come sostegno all’imbullonamento alla poltrona, che è quella di segretario del Consiglio supremo di difesa. Il quale, ora che le questioni militari stanno tornando all’ordine del giorno in tutta Europa, tornerà presto a riunirsi. Con quale faccia il giunco Garofani si siederà tra Mattarella, Giorgia Meloni e il ministro Guido Crosetto se non quella dell’arroganza del potere?

 

La Verità, 29 novembre 2025

Breve apologo sui buoni che ci guardano dall’alto

I buoni digrignano i denti. I buoni schiumano rabbia. I buoni inarcano il sopracciglio. I buoni sanno che gli altri sbagliano. Perché, loro, la sanno lunga. Più lunga. Perciò hanno una risposta per tutto.

I buoni non restano spiazzati. I buoni sono pronti a resistere. A lottare ancora. Alla fine, vedrete, avranno ragione loro.

E, comunque, un po’ se lo aspettavano.

I buoni osservano con aria di sufficienza. I buoni non si scompongono. I buoni sono dalla parte giusta della storia. Che all’ultimo li premierà.

I buoni non sono volgari. Parlano bene. Hanno un vocabolario esteso. Moderno. Un vocabolario che ha fatto l’ultimo aggiornamento. Espungendo certe espressioni sfacciate, certe parole sconvenienti.

I buoni sono pensosi. Appoggiano la mascella tra il pollice e l’indice aperti a squadra. Hanno la montatura degli occhiali all’ultima moda e le lenti sempre pulite.

I buoni hanno letto i libri giusti. Delle case editrici giuste. Vanno ai festival che fanno tendenza. Sono abbonati alle piattaforme chic.

I buoni frequentano i locali giusti. Viaggiano verso nuove mete. Fanno diete salutari.

I buoni sono vaccinati a tutto. E contro tutto.

I buoni non si sporcano le mani. Non si confondono con certe storie. Restano a una certa distanza. Scuotono il capo per commiserazione.
I buoni tirano le fila. Hanno le carte in regola. Uniscono i puntini. Hanno sempre l’ultima parola.
I buoni scrivono sulle testate importanti. I buoni fanno opinione. Fanno tendenza. Dettano le mode. E gli argomenti di conversazione degli aperitivi.
I buoni sono letti e ascoltati dalle persone che contano. Ma disdegnano il potere, loro.

I buoni hanno in mano i nuovi media. I buoni sono smart. Sono sexy. Sono trendy. Sono green. Sono cool.

I buoni influenzano. Persuadono. Scolpiscono i pensieri. Forgiano il pensiero.
I buoni sono democratici. Democraticissimi. Sono pronti a immolarsi perché anche gli altri possano esprimersi. Ma qualche volta no, se non la pensi come loro non ti fanno parlare. Per un bene superiore, s’intende. Il bene della democrazia.

I buoni sanno come devono andare le cose. Per loro, ma anche per gli altri. Perché sono dei bravi pedagoghi. E se le cose non vanno come dovrebbero, non è colpa loro ma di chi non ha capito.

I buoni sanno che cosa è giusto desiderare. Cosa è meglio auspicare. Cosa augurarsi. Per il bene di tutti.

I buoni volano alto. Molto alto. A volte troppo. La realtà è qui e ora, un po’ più in basso? Fa niente.
Quando questa roba che sta in basso si presenta, improvvisa, «qualcosa dev’essere andato storto». Sì.

Però i buoni non arretrano. Non demordono. Sono indomiti.

Il fatto è che i buoni sono superiori. Veramente superiori. E ti guardano da lassù.
Perché sono i migliori. E hanno una parola buona per tutti. Cioè, soprattutto per quelli come loro. Un po’ come i Farisei…

Come dite? I buoni sono sempre stati così. Certo. Ma adesso lo sono un po’ di più. Sono ancora più buoni. Ancora migliori di prima. Però, forse, nemmeno loro sono contenti di questa vita schifosa. Già.

Ma, come diceva un vecchio burlone, «potrebbe essere peggio. Potrebbe piovere».

Sanremo impazza ovunque bravo Sinner a evitarlo

Sanremo si odia. Verrebbe quasi da dir così, in direzione uguale e contraria al claim che ci porta tutte le sere Amadeus in casa, subito dopo il Tg1. E a causa del bombardamento quotidiano cui siamo sottoposti da mane a sera. Rischia di provocare il rigetto. Mancano ancora cinque giorni all’inizio della kermesse e già ne abbiamo le tasche piene. Uno stillicidio di annunci, spot, polemicuzze e politiche di marketing estenuanti. L’ultima in ordine di tempo riguarda la presenza di Jannik Sinner sul palco del Festival. «Vieni a prenderti la standing ovation dell’Ariston», lo ha vellicato il conduttore, manco fosse quella del campo centrale di Wimbledon, l’unica che davvero motiva Jannik. Fosse per me non ci andrei, aveva anticipato il campione di Sesto Pusteria qualche giorno fa. Vista la titubanza dell’invitato, era arrivata la retromarcia del direttore artistico, un video sempre nell’orario di massimo ascolto del telegiornalone: «Vieni se vuoi, ma sentiti libero, noi tiferemo sempre e comunque per te». Fino al «preferirei di no» finale di Sinner.

Beato lui che può permetterselo. Nel frattempo, l’Italia si era già divisa. Giorgia Meloni era per il sì, il presidente della Federtennis Angelo Binaghi per il no. E chissà se oggi, ricevendo la squadra di Coppa Davis, Sergio Mattarella, un anno fa primo presidente repubblicano a presiedere la serata inaugurale, tenterà il convincimento in extremis.

Insomma, l’Italia si è divisa sulla pinzillacchera di Sinner al Festival perché, appunto, checché ne dica il suo conduttore-direttore – «deve includere e non dividere» – Sanremo è divisivo. E lo sta diventando sempre di più per il martellamento di cui sopra. Prendiamo il Tg1. Non c’è edizione serale che non abbia il suo bravo annuncio. I vincitori del concorso giovani. Gli ospiti della nave da crociera Costa Smeralda. Quelli di Piazza Colonna. I co-conduttori. Gli ospiti internazionali. La lista dei cantanti in gara. Qualche comico qua, qualche attore là. Le nuove regole di voto. La scenografia. I duetti. I sarti e le griffe… In compenso, appena finito il tg e dopo l’intermezzo di Bruno Vespa, sia mai che ce lo fossimo dimenticati, ecco il promo dell’evento con Amadeus che si prepara la colazione o va a letto con la tv sintonizzata sul techetechetè festivaliero e pronuncia l’imperativo «Sanremo si ama». Prima di autopassarsi la linea alla conduzione di Affari tuoi. Così, oltre al martellamento promozionale che da giorni finalizza allo scopo con citazioni e rimandi l’intero palinsesto Rai, si aggiunge la sovraesposizione del conduttore. Hai voglia a cambiare canale. Secondo voi, Rai 2 e Rai 3 di cosa parlano? A cominciare dal gioco di sponda, sempre fantasioso, va detto, che da mesi gli fa Viva Raidue di Fiorello, il vero agente di Amadeus. E i grandi giornali? Una raffica di interviste preparatorie ai cantanti in gara, a quelli scartati, ai conduttori che aiuteranno il conduttore, ai direttori d’orchestra, ai vincitori del passato, agli autori del presente.

Sanremo è l’evento, la manifestazione, il fenomeno più mainstream d’Italia. Persino più del Pd e della Juventus (non a caso, per la sua eccezionalità, il no di Sinner fa tornare alla mente lo storico rifiuto di Gigi Riva a trasferirsi alla Juve). Anzi, è l’archetipo stesso del mainstream. Una volta si diceva: nazionalpopolare. Adesso non basta più perché è anche elitario e progressista, visti i temi che cavalca. I diritti civili e l’inclusione. Le quote delle minoranze, puntualmente sovrarappresentate grazie allo zelo Lgbtq+ di certi dirigenti della tv pubblica. Le polemiche che fanno sempre e comunque il gioco di chi dà le carte (un po’ meno quello del bilancio della Rai finanziata dal canone, come nel caso della multa rifilatale dall’Agcom).

Tra i vari annunci, dopo aver interrotto la collaborazione con lo storico agente Lucio Presta, non amatissimo dalle parti del governo, Amadeus ha detto che la politica deve stare lontano dal Festival. Nelle intenzioni, sembrava un avvertimento a qualcuno. Chissà. In realtà, considerate le edizioni da lui artisticamente dirette, con l’overdose di predicozzi, di paole egonu e roberti saviani, di chiare ferragni e fedez, sarebbe molto più plausibile come pentimento. Vedremo (purtroppo).

Sanremo è talmente mainstream che volendo starne lontani ci si autocondanna al margine. Per chi poi fa questo nostro mestiere, è un obbligo. Un piccolo lockdown di cinque giorni. Un pop pass inappellabile. No Festival non ammessi. Mica possiamo declinare come Sinner. Si passa il badge il martedì e lo si ripassa all’uscita la domenica dopo, giusto per limitarsi all’essenziale. Altrimenti, se non ci fosse l’obbligo professionale, sai quante belle serie ci sono da vedere? E quanti bei film, persino al cinema? Anche solo per il gusto di dire no, come cantava Vasco Rossi. Una volta c’era la controprogrammazione di Mediaset, qualcosa che aveva la parvenza di un’alternativa. Invece, oggi è tutto un po’ più prevedibile e pedissequo.

Sanremo impazza e noi impazziamo. Verrebbe quasi da organizzare un sit-in. Davanti all’Ariston, però.

 

La Verità, 1 febbraio 2024