Referendum: col Sì la realtà col No la fiction e la casta

Lasciamo da parte i partiti e concentriamoci un momento sulla società civile, sul mondo della gente comune, compresa quella impegnata e militante. E compresi attori e attrici, ci mancavano loro e chissà quale autorevolezza hanno in materia. Guardandola da questa angolatura, la campagna referendaria riserva qualche sorpresa. A favore della riforma Nordio c’è un mondo composito, eterogeneo e, a suo modo, imprevedibile. Per dire, fianco a fianco troviamo Antonio Di Pietro e Filippo Facci, nemici giurati dall’epoca di Mani pulite. Eppure, ora sono entrambi strenui difensori della separazione delle carriere dei magistrati, del sorteggio dei due Csm, dell’istituzione dell’Alta corte disciplinare per limitare errori e superficialità dei pm, responsabilizzandoli in fase d’indagine. Si possono scegliere i nemici, non gli alleati, diceva Raymond Aron. Di Pietro, che per questa campagna referendaria ha abbandonato Montenero di Bisaccia, era il meno intellettuale dei componenti del Pool, il più ruspante, tra l’inflessibilità digrignante di Pier Camillo Davigo e la erre arrotata di Gherardo Colombo. Tutti compattati dal vero Richelieu del Palazzo di Giustizia: Francesco Saverio Borrelli, grande giurista con la passione dei cavalli e del pianoforte. Filippo Facci, craxiano della prima ora, è da sempre gran detrattore del Pool e di Tonino cui ha dedicato svariati testi critici. Ora combattono dalla stessa parte per l’affermazione del giudice terzo e la realizzazione del giusto processo. Con loro due troviamo Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, già promotore nel 2001 quand’era deputato di Rifondazione comunista, di un disegno di legge sulla separazione tra giudici e pm. Garantista cristallino, Pisapia, figlio di Gian Domenico che fu autore insieme a Giuliano Vassalli del Codice di procedura penale tuttora in vigore, ha scritto «Voto sì» in un messaggino a un collega del Giornale. Due paroline che hanno gelato le milizie del No.
Insieme a Di Pietro, Facci e Pisapia nello schieramento favorevole alla riforma, sempre lasciando perdere sigle di partito e professionali, ci sono le vittime della malagiustizia. Coloro che sono stati maltrattati dai tribunali e hanno visto la loro vita segnata irrimediabilmente dagli errori giudiziari. Il pastore Beniamino Zuncheddu, 32 anni di galera da innocente. Trentadue anni. Non aveva ucciso lui i tre pastori ammazzati a Sinnai (Cagliari), l’8 gennaio 1991. Arrestato un mese e mezzo dopo sulla base della testimonianza di un superstite influenzato da un poliziotto e condannato all’ergastolo, viene assolto con formula piena dalla Corte d’assise d’appello il 26 gennaio 2024. È riuscito a non impazzire. E ora vota convintamente Sì: «Le carriere separate possono aiutare ad avere processi più giusti», ha detto ad Antonio Rossitto di Panorama. «Forse il fatto di non sentirsi abbastanza responsabili, non aiuta a decidere nel migliore dei modi. Mi hanno rubato la vita e hanno distrutto quella di chi mi vuole bene, ma i giudici non pagano mai per i loro errori». Tutt’altro. Quelli che si sono occupati del suo caso hanno fatto carriera.
Voterà Sì anche Stefano Esposito, ex senatore pd, indagato per 2.589 giorni, sette anni, dal pm Gianfranco Colace e dalla Procura di Torino. È stato accusato di corruzione, turbativa d’asta e traffico d’influenze illecite sulla base di un prestito antecedente di cinque anni ai fatti contestati ed effettuato, pensate un po’, con bonifico (rapidamente restituito) da un imprenditore suo amico. Ha subito centinaia di intercettazioni telefoniche non autorizzate dal Parlamento. Anche lui è riuscito a non ammalarsi, ma «mi tengo sotto controllo», ha confidato. Se durante la sua inchiesta ci fosse stato «un gip distinto, avrebbe osservato gli elementi con maggior attenzione e avrebbe potuto chiudere l’indagine almeno tre anni prima. All’udienza preliminare ho avuto la netta percezione che il Gup fosse lì per fare quello che voleva il Pm». Entrambi, Gup e Pm, sono tra i pochissimi sanzionati dal Csm. Ma hanno fatto ricorso…
Carriera hanno fatto invece, com’è noto, gli accusatori di Enzo Tortora, arrestato per associazione camorristica e traffico di stupefacenti nel giugno 1983. Alcuni pentiti l’avevano calunniato e i magistrati hanno creduto loro pedissequamente perché l’imputato eccellente cementava l’inchiesta mediatica. Furono omesse verifiche elementari. Poco più di un anno dopo l’assoluzione con formula piena, provato nel corpo e nella psiche, Tortora morì. Oggi la figlia Gaia, vicedirettore del TgLa7, dice che in quella magistratura ci fu dolo. «Non cercando i riscontri automaticamente si gioca con la vita di una persona in maniera consapevole… Io voto Sì e avrei votato Sì solo per il merito anche con un governo di centrosinistra… Questo non è un referendum contro, ma in favore della magistratura e del suo corretto funzionamento».
Di Pietro, Facci, Pisapia, Zuncheddu, Esposito, Tortora sono storie vere. Vite vissute, segnate dalla malagiustizia e dalla superficialità di giudici protetti dall’impunità dell’autodisciplina gestita dalle correnti politiche che governano la categoria. Proprio il caso Tortora aiuta ad approfondire le ragioni dei fautori del No. Qualche giorno fa Fabrizio Gifuni, l’attore che ha, magistralmente, interpretato il giornalista e conduttore tv nella serie Portobello di Marco Bellocchio (visibile su Hbo Max) ha scritto sui social che voterà contro la riforma perché il suo vero oggetto «non è la separazione delle carriere ma l’indebolimento del Csm» e perché si inserisce «in un disegno politico che sta erodendo molti paletti della Costituzione». A chi ha rilanciato su X il post di Gifuni come fosse quello di un maître a penser, Gaia Tortora ha replicato: «Che vuol dire? Gifuni fa l’attore e vota giustamente ciò che vuole. Mio padre avrebbe votato Sì». E qui siamo al punto.
Giovedì sera quasi tutto il cinema italiano, attori attrici registi autori comici sceneggiatori cabarettisti e comparse si ritroveranno convocati dal Fatto quotidiano in un teatro di Roma per proclamare il loro voto contrario alla riforma Nordio. In prima fila, con Gifuni, ci saranno Enzo Iacchetti, Toni Servillo, Monica Guerritore, Laura Morante, Riccardo Scamarcio, Davide Riondino, Elio Germano, Valeria Golino, Isabella Ferrari, Frank Matano, Ficarra e Picone e tanti altri. In pratica, l’intera Cinecittà schierata dalla parte del No. Diciamo, allo stesso modo, facendo le debite proporzioni, di Hollywood contro Donald Trump. Il cinema italiano sta con l’Anm e la «protervia da scrivania di coloro che vogliono salvare correnti e inciuci della magistratura militante» (Giuliano Ferrara). Insomma, guardando la società civile e lasciando perdere destra e sinistra, i testimonial della realtà votano Sì, quelli della fiction e del giacobinismo della casta, No.
Non è difficile scegliere.

 

IlSussidiario.net 17 marzo