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Steve Jobs, palestra per l’intelligenza

Su Steve Jobs di Danny Boyle e soprattutto di Aaron Sorkin (liberamente tratto dalla biografia di Walter Isaacson) si è alimentato un discreto dibattito. È un passo falso del regista di Trainspotting e Millionaire, troppo verboso-noioso e con dialoghi estenuanti? O è un  film che tiene l’attenzione per due ore, nonostante “non succeda niente”, e che racconta il capo carismatico di Apple da un punto di vista originale? Il botteghino, in America e in Italia, propende per la prima ipotesi, io mi schiero dall’altra parte. Il fatto che siamo qui a discuterne vuol dire che la questione esiste. Tipo: hanno ragione i geni innovatori che magari non sanno fare niente di specifico e sono insopportabili ma visionari, oppure hanno ragione i tecnici che stanno sul pezzo, risolvono problemi con la loro competenza un po’ pedante, e senza i quali i leader più immaginifici naufragherebbero? Questo per sintetizzare il senso delle dispute tra Wozniak e lo stesso Jobs. Oppure: fino a che punto si può tollerare di avere una vita privata disastrosa, trascurare i propri cari facendone degli infelici, pur di lasciare “un segno nell’universo” (parole di Joanna Hoffman)? Questo per condensare l’altro focus narrativo, il complicatissimo rapporto con la figlia Lisa per Steve, il quale, non va dimenticato, è stato adottato-respinto-nuovamente adottato. (Dimenticarlo, significa pregiudicare la comprensione della figura di Jobs, come ci spiega il fulminante dialogo con Sculley).

Steve Jobs è un’opera teatrale, lo conferma anche la scelta della non somiglianza degli attori con gli originali, girata per il 99 per cento in interni. Un lungo backstage – camerini, corridoi, retropalco, open space, il famigerato garage – diviso in tre atti, corrispondenti alla mezz’ora precedente le presentazioni del Macintosh, del Cube di NeXT e dell’iMac (che non si vedono). È un film sulla genialità, la psicologia, il temperamento affetto da “campo di distorsione della realtà” dell’uomo che ha cambiato il nostro rapporto con il futuro. Sembra che mezz’ora prima di ogni presentazione, dice Jobs a un certo punto, tutti vadano ad ubriacarsi per dirmi finalmente cosa pensano di me nella loro smania di resa dei conti.

Per sostenere un simile impianto, Boyle doveva far leva sulla recitazione e, per quanto ne capisco, mi pare che, dopo le defezioni di Leo DiCaprio e Christian Bale, le scelte di Michael Fassbender (il protagonista, candidato all’Oscar), Kate Winslet (la Hoffman, candidata come non protagonista), Seth Rogen (Wozniak) e Jeff Daniels (l’ad John Sculley) siano state complessivamente azzeccate. Sulla sceneggiatura di Sorkin si è gia scritto molto e qui resta da dire che la formula walk and talk, perfetto paradigma di epoche e situazioni al limite della nevrosi, dell’incessante rincorsa dell’obiettivo e del fare confrontandosi in tempo reale, sia riproposta alla grande.

Ho avuto la sfiga di vedere Steve Jobs al fianco di uno spettatore ben più che irrequieto, che pescava da un cartoccio di smarties, rumoreggiava bevendo da una bottiglietta di plastica, consultava il cellulare, parlava con il figlio under 13, cercava di continuo, e invano, una posizione che lo soddisfacesse.  L’associazione tra ciò che vedevo e ciò che accadeva nel posto vicino è stata inevitabile. La tecnologia rende nevrotici? Il mio vicino è così perché anche lui non può camminare e parlare contemporaneamente? O semplicemente il film lo annoia? In queste condizioni, Boyle è riuscito a prendermi ugualmente e credo che, in gran parte, questo si debba alla qualità dei dialoghi, vera palestra per l’intelligenza.

Ecco qualche citazione (c’è ben di più, ma non voglio spoilerare troppo).

Prima del lancio di Macintosh. Jobs: “Falliamo e l’Ibm dominerà per cinquant’anni come il cattivo di Batman. Non c’è tempo per essere cortesi o realisti perché se lo siamo la nostra prossima presentazione sarà davanti a 26 persone e al corrispondente di Guida al risparmio”.

Sull’adozione. Sculley: “Perché un bambino adottato deve pensare di esser stato respinto anziché scelto?”. Jobs: “È il non avere controllo. Scoprire che non contavi nulla quando le cose più fondamentali della tua vita accadevano. Io non capisco le persone che rinunciano al controllo”.

Sul rapporto tra leader e collaboratori. Jobs: “I musicisti suonano i loro strumenti, io suono l’orchestra”. Wozniak: “Non è una questione binaria. Si può essere corretti e geniali contemporaneamente”.

Potrei andare avanti. Ma forse il dialogo più serrato (che lascio alla vostra visione) è quello con la figlia Lisa sulla terrazza della sede di Cupertino. Lo costringerà a iniziare in ritardo la presentazione di iMac…