Per Zuncheddu, Zustissia non è pienamente fatta

Trentatré anni in galera da innocente. Proviamo a contarli, 33 anni (l’età di uno dei miei figli). Per la precisione, Beniamino Zuncheddu è stato «dentro» 32 anni otto mesi e rotti, 11.943 giorni in totale. Proviamo a contarli, uno alla volta: quanto durano, in tre diverse carceri della Sardegna?
Oggi arriva nei cinema italiani Zustissia, il film di Francesco Piras, con Fabrizio Ferracane nella parte della vittima del più grande errore giudiziario della storia repubblicana, e Michele Riondino nei panni di Mauro Trogu, l’avvocato che lo ha difeso fino all’assoluzione del 26 gennaio 2024. Però, fidatevi, se ne parlerà poco perché sono tutti alla Festa del cinema di Roma ad applaudire Susan Sarandon e le altre star pro Pal. Prodotto da Palomar e Piper film con Netflix, è tratto da Io sono innocente (DeAgostini), il libro scritto a quattro mani da Beniamino e Mauro.

La prima volta che si vedono nella sala dei colloqui del penitenziario di Uta a Cagliari è settembre 2016 e, dalla sera dell’arresto (28 febbraio 1991) con l’accusa di aver ucciso tre pastori nell’entroterra cagliaritano, quando i poliziotti irrompono nel tinello mentre il giovane Zuncheddu sta guardando i Tazenda in gara a Sanremo, sono trascorsi 25 anni. 9.125 giorni che, però, il film non racconta. Ugualmente, pensare che è «tratto da una storia vera», come si avverte all’inizio, acuisce il malessere dello spettatore. Il regista alterna i corridoi lugubri della galera ai pendii soleggiati, le spelonche dei pecorai allo sguardo mansueto di Zuncheddu. Anche quando si illustra il caso giudiziario agli studenti di Legge per spiegare qualche snodo forense il racconto non indugia mai su tecnicismi da tribunale, ma riesce a bilanciare la vicenda umana con l’assurdità degli avvenimenti. Su tutti, il fatto ancora oggi stupefacente è che, in un tempo così lungo e sordo, Beniamino non si sia suicidato. Non sia impazzito. Non si sia ammalato di depressione. Non abbia condannato l’intero sistema giudiziario. Non abbia inscenato scioperi della fame a favore di telecamera. Non abbia coinvolto la politica. Da persona mite ma tenace ha solo continuato a dichiararsi innocente. Senza piegarsi, come gli avevano consigliati fior di avvocati. Si fosse detto colpevole, dopo 26 anni di reclusione avrebbe potuto uscire con la condizionale. «Ma lui si rifiuta», racconta la sorella Augusta (Laura Mura) a Trogu prima che cominci a esaminare il dossier e accetti di incontrarlo. Quando lo fa, di avvocati Zuncheddu ne ha già cambiati sei e avverte lui che è il settimo: «Non è che mi vuol far dire che sono colpevole, vero? Perché l’ultimo che l’ha fatto, qui, l’ho mandato via subito».

Al secondo incontro, il legale ha letto le carte e si accorto che il processo di primo grado, tra ottobre e novembre 1991, si è consumato in soli 30 giorni, quello d’appello, il giugno successivo, in una settimana, e la sentenza di condanna all’ergastolo è diventata definitiva in Cassazione il 21 dicembre 1992. Tre gradi di giudizio in 14 mesi. Una solerzia sorprendente. Poi ha scoperto che l’unico superstite della strage di 25 anni prima, imbeccato da qualcuno, aveva ritrattato la prima versione. Invece, i testimoni della difesa che confermano l’alibi di Beniamino erano stati ignorati. Infine, aveva scoperto che nell’ovile buio dove avviene la sparatoria, il sopravvissuto non aveva una vista sufficiente per identificare l’assassino. Alla fine delle sue verifiche, conclude che la strage non è un regolamento di conti tra pastori come si è voluto accreditare, ma un crimine intrecciato ai sequestri di persona e alle mire dei proprietari terrieri della zona. Forse le vittime sapevano qualcosa che non dovevano sapere e Zuncheddu era il colpevole perfetto per chiudere la pratica.
Così, ora, studiato il faldone, Trogu è lì per dirgli che accetta di assumere la difesa. E Beniamino risponde che a lui interessa lavorare… L’avvocato gli prospetta la revisione del processo, un tentativo complicato, che comporta la ricerca di nuove prove, e che non è detto venga accolta. «Io, dopo 25 anni, illusioni non me ne faccio più. La speranza, quella non l’ho mai persa», replica il detenuto prima di fare una pausa e guardarlo in faccia: «Lei è credente?». L’avvocato balbetta qualcosa. «Io sono devoto a Santa Rita», riprende il condannato. «Conosce Santa Rita? La santa degli impossibili, i casi disperati proprio. Cade a maggio». «Il 22 maggio, lo so», replica l’avvocato, «è il giorno del mio compleanno». Allora il volto di Beniamino si distende…

È l’inizio di una battaglia legale che durerà altri sette anni. La procuratrice di Cagliari Francesca Nanni, (interpretata da Phlippine Leroy-Beaulieu, figlia di Philippe Leroy, poi marito di Silvia Tortora, figlia di Enzo), presenta richiesta di revisione del processo. Si dispongono nuovi interrogatori e nuove intercettazioni che dimostrano la malafede dell’unico vero testimone d’accusa. L’innocenza di Zuncheddu è finalmente provata. Ci sono voluti 33 anni perché il sistema di potere, in auge all’epoca dell’Anonima sequestri e con connivenze nelle aule di tribunale e nelle stazioni di polizia, ha avuto bisogno di un colpevole inoffensivo. Il film si concentra sul dramma dell’ergastolano innocente e sulla battaglia per arrivare alla verità, senza accendere il faro sulle dinamiche dei poteri che l’hanno stritolato.

Perciò, Zustissia non è ancora pienamente fatta. Come avverte una didascalia, a più di 35 anni dall’arresto nella sera dei Tazenda a Sanremo, la vittima non ha ancora ricevuto adeguato risarcimento (se non pochi spiccioli di indennizzo per il disagio dovuto all’affollamento delle celle). Nel frattempo, come avvenne per quelli che condannarono ingiustamente Enzo Tortora, alcuni dei magistrati che hanno distrutto la vita di Beniamino Zuncheddu, lungi dal pagare per l’errore giudiziario, hanno fatto carriera. Per raccontarle, queste carriere, ci vorrebbe un altro film.

 

La Verità, 15 ottobre 2026

L’estranea un Oscar ce l’ha già, quello delle sciagure

Un Oscar L’estranea di Paolo Strippoli può vincerlo di sicuro, quello per il primato di sciagure famigliari concentrate in un film. Raramente si è visto un domino di sventure così tremende e gratuite in 115 minuti di pellicola. Un sortilegio nero, un incantesimo nefasto, con un accanimento di disastri da piccolo Libro di Giobbe del cinema. Eppure, il lungometraggio interpretato da Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi è stato scelto per rappresentare l’Italia nella corsa agli Academy Awards del 14 marzo 2027 nella categoria Miglior film internazionale. Per giungere alla Notte degli Oscar dovrà prima entrare nella shortlist dei 15 migliori film e poi nella cinquina delle nomination che verrà scelta il 21 gennaio. La strada è lunga, dunque. Ma intanto il regista, in America per la promozione del film, si è detto «commosso per la scelta coraggiosa» dell’Anica che arriva dopo la partecipazione alla Mostra del cinema di Venezia, dove il film è passato inosservato, e quella invece premiata dal pubblico al Festival di Toronto. «Accogliamo con grande gioia questa designazione», ha dichiarato Paolo Del Brocco di Rai Cinema, produttore insieme con Propaganda Italia, Dinamo Film, Kazak Productions e Tarantula. «È un risultato molto significativo, arrivato al termine di una selezione alla quale hanno partecipato numerosi film con percorsi autoriali e produttivi di alto livello», ha sottolineato, convinto, l’ad di Rai Cinema. In realtà, a competere con L’estranea non c’erano capolavori. Così, il Comitato di selezione (composto da Gian Carlo Brugnoni, Cristina Comencini, Federica Lucisano, Francesco Melzi D’Eril e Niccolò Vivarelli) ha scelto il film di Strippoli. Opera di genere, dicono i critici. Thriller psicologico, sottolinea la promozione. Horror senza troppi distinguo ciò che vede lo spettatore.

Jasmine Trinca è una madre accentratrice che, in una giornata di temporali si presenta, senza preavviso, nella casa della figlia (Romana Maggiora Vergano) per renderla partecipe di un segreto che riguarda la loro famiglia, composta anche dal marito (Adriano Giannini) e dal fratello (Andrea Genovese). Per evitare che i progetti di successo sulla bambina nel mondo dello spettacolo saltino per aria, in preda alla disperazione, la madre ha stretto un patto con la misteriosa donna (Valeria Bruni Tedeschi) che l’ha avvicinata nella cappella dell’ospedale. Niente amputazione della gamba della figlia, ma a pagare sarà il fratello… È l’inizio di una vertiginosa discesa agli inferi, così grottesca e involontariamente comica in certi snodi (come l’incidente tra due auto in circolazione nella sera di Italia-Francia, finale mondiale 2006) da proporsi come prova sperimentale per la tenuta nervosa del pubblico.

Non resta che rassegnarsi, lo stato del cinema italiano è questo: facile che L’estranea resti tale anche alla Notte degli Oscar.

 

La Verità, 24 settembre 2026

Il Leone all’unica regista donna, Italcinema ignorato

La risposta è no. Un no su tutta la linea. Un no bello tondo. Senza appello. Il cinema italiano lascia il Lido di Venezia a mani vuote. Stiamo parlando del concorso per il Leone d’oro, dove la bocciatura è totale e non bastano certo alcuni premi nelle sezioni secondarie (Riccardo Scamarcio, miglior attore di Orizzonti in I figli della scimmia) a compensare un verdetto inequivocabile. Dopo che i festival di Berlino e Cannes avevano bellamente ignorato i nostri registi ci si chiedeva se l’iscrizione al concorso di cinque film italiani, sui venti totali, fosse il segno di una rinascita o, quanto meno, di un risveglio. I giornalisti di settore più competenti si domandavano, speranzosi, se questa Mostra di Venezia avrebbe decretato il riscatto dell’Italcinema. La risposta è no. Zero tituli. È la prima notizia scaturita dal verdetto della giuria presieduta dalla regista e attrice americana Maggie Gyllenhaal (e composta da Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shahrbanoo Sadat e Johnnie To). Il Leone d’oro per il miglior film va a Kvinde Ukendt (Woman unknow) di May el-Toukhy, un’opera che narra il tentativo di riscatto di Marie, una domestica che sta per sposare il ricco vedovo per cui lavora quando, dal suo passato, affiora un segreto inconfessabile: durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Mathilde Arcel che la impersona si aggiudica anche la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile. Il doppio premio allo stesso film indica la precisa volontà della giuria di dare risonanza a questa storia drammatica che mette al centro il corpo delle donne, ispirata al libro-inchiesta La guerra non ha un volto di donna (Bompiani) della scrittrice premio Nobel bielorussa Svetlana Aleksievič. Il Leone d’argento – Gran premio della giuria va a Possible love di Lee Chang-dong, un film sulla storia di due coppie, una composta da un lavoratore disoccupato e da sua moglie, e l’altra da una documentarista e suo marito, che si conoscono attraverso la lavorazione di un film che affronta le difficoltà del mondo del lavoro nella società coreana contemporanea. Il Leone d’argento per la miglior regia lo conquista Dau, il kolossal esistenziale del regista dissidente russo Ilya Khrzhanovsky, ingiustificatamente osteggiato dal governo ucraino, che attraversa l’Unione sovietica dal 1928 al 1968. Come annunciato, John Malkovich si prende la Coppa Volpi come miglior attore per il ruolo dell’agente della Cia nel bellissimo Wild horse nine di Martin McDonagh e ringrazia, commosso, in video collegamento da Montreal dove sta girando un nuovo film. Il premio per la miglior sceneggiatura se lo aggiudicano Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per il film Un bon petit soldat, la storia di una responsabile delle risorse umane, ben interpretata da Alba Rohrwacher, di una grande società di assicurazioni che deve rilanciarsi con una nuova campagna promozionale, in realtà contraddetta nei comportamenti quotidiani. Il Premio speciale della giuria va a Naza, il documentario girato dai due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor che, garantendo loro l’anonimato, hanno intervistato 24 membri dell’intelligence di Benjamin Netanyahu, per conoscere le tecniche di uccisione dei militanti di Hamas anche a costo di colpire vittime civili. È un riconoscimento inferiore alle attese di buona parte della stampa e del pubblico che, alla proiezione in Sala Grande, gli aveva tributato 25 minuti di applausi. Anche il direttore artistico Alberto Barbera l’aveva fortemente voluto in gara: «Innanzitutto, perché è cinema vero, non solo un’infilata di interviste mascherate a una serie di persone», aveva detto in giornata, parlando a un gruppo di giornalisti. «E poi perché viviamo in una situazione mondiale che definire catastrofica è dire poco. Una situazione tragica. E di fronte a certi eventi è difficile rimanere neutrali». Tuttavia, pur riconoscendone il valore, il documentario prodotto dal Guardian è un lavoro politico, smentito dai portavoce delle Forze di difesa israeliane: «L’Idf colpisce obiettivi militari compiendo sforzi senza precedenti per ridurre al minimo i danni ai civili». Infine, Malou Khebizi conquista il premio Marcello Mastroianni per l’attore/attrice emergente per la sua interpretazione in 15/18 A place to heal di Cédric Kahn.

I premi sono stati consegnati nel corso della serata di chiusura, condotta da Greta Scarano e Nicolas Maupas sul filo delle citazioni cinematografiche, nella quale si è esibita Francesca Michielin. E nella quale l’immaginifico presidente della Fondazione Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco ha ringraziato il direttore artistico Barbera, il ministero della Cultura, la città di Venezia, la Regione Veneto, il pubblico e gli artisti. Complessivamente, con i premi alla storia femminile di Woman unknow, a Possible love che illumina le storture del mercato del lavoro in Oriente, al film sulle contraddizioni tra l’immagine e la realtà di una grande azienda europea contemporanea, si tratta di un verdetto di forte intonazione sociale.

Tornando a guardare alla débâcle italiana, la bocciatura è inappellabile. Bocciati i venerati maestri e le giovani promesse. Bocciata RaiCinema che ha prodotto e coprodotto tutte le opere in gara, e forse bisognerà tirare le somme anche su questo, considerato che si tratta di un’azienda pubblica. E poi bocciato l’intero circoletto. Che dire? Niente, è giusto così. Considerato il livello delle opere, c’è davvero poco da stupirsi. Nel corso della Mostra, è stato sconfortante confrontarsi con le altre cinematografie. Chiusi fisicamente dentro casa e ripiegati psicologicamente in discussioni estenuanti o in enigmatici silenzi, i nostri film sono parsi sideralmente distanti sia dalle produzioni asiatiche che da quelle europee, francesi in particolare. Ma soprattutto, quel che è peggio, le opere dell’Italcinema sono risultate lontane dalle reali problematiche contemporanee. C’è parecchio su cui riflettere.

 

 

La Verità, 13 settembre 2026

Italiani modesti, Malkovich da premio e troppi pro Pal

Stasera si conosceranno i vincitori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematofografica numero 83, ma per fare previsioni attendibili bisognerebbe avere un drone nella sala dove si riunisce la giuria per i Leoni d’oro presieduta dalla regista e attrice americana Maggie Gyllenhaal e composta da Kaouther Ben Hania (regista e sceneggiatrice tunisina), Daniel Blumberg (compositore britannico), Francesco Casetti (docente universitario italiano), Xavier Giannoli (regista e sceneggiatore francese), Shahrbanoo Sadat (regista e sceneggiatrice afghana) e Johnnie To (regista e produttore di Hong Kong). È stata complessivamente una Mostra discreta, con alcune punte e diversi film mediocri, purtroppo parecchi appartenenti alla pattuglia italiana. Ecco un bilancio scanzonato di questi 12 giorni.

L’italiano migliore Voto: 7 I ricordi riemergono dalla segreteria telefonica e da vecchie foto, ma la storia c’è tutta. Ultimo e migliore degli italiani in gara, Marco Bechis dirige Ritorno a Buenos Aires e manda Adriano Giannini sui luoghi di Garage Olimpo. La forza del film di denuncia deriva dalla tragedia dei desaparecidos raccontata senza appesantimenti ideologici. È di qualità anche la forma. Nel post-credit spunta l’ennesima libreria: peccato.

Il Muro del Lido Voto: 9 Se si vuole ridere ci si ferma vicino al self-service, dove il personale è migliore del cibo. Il pubblico appende sui fogli del Codacons recensioni intinte nell’acido. Pallaoro e Amelio rivaleggiano nelle stroncature. «The echo chamber? Forse un po’ lungo. Poteva durare quei 123 minuti in meno». «Bello il film di Amelio, mi ha fatto venir voglia di votare Vannacci». Alberto Barbera ha promesso che l’anno prossimo il Muro si allargherà e l’ideatore Gianni Ippoliti gongola: lunga vita a «Ridateci i soldi».

La madrina pro Pal Voto: 3,5 È una presenza fissa. Un ruolo in commedia. Una parte irrinunciabile nel film della Mostra del cinema. L’anno scorso Emanuela Fanelli era in prima fila alla manifestazione di Venice4Palestine, quest’anno Greta Scarano agita il ventaglio di cocomero in prima fila davanti ai fotografi. Susan Sarandon ha presentato domanda di cittadinanza italiana.

I media pro George Voto: 5 Tutti pazzi per Clooney, soprattutto le colleghe. Applausi, sospiri, sguardi pendenti. La sera del Leone d’oro alla carriera Laura Dern l’ha descritto come l’angelo Gabriele e qualcuno ha visto nel suo ringraziamento il discorso per la Casa Bianca dove mezza stampa italiana lo spinge. Peccato che lui avesse appena spiegato che non farà più il regista perché non vuole allontanarsi dai suoi figli. Il candidato (im)perfetto.

Flotilla flop Voto: 4 Attesa e sbandierata per giorni con appelli e firme illustri, da Matteo Garrone a Roger Waters, da Fabrizio Gifuni ad Anna Foglietta, quando la barchetta ha attraccato dietro il Palazzo del cinema tra i tanti volti noti annunciati c’era solo il meno atteso di Luciana Castellina. Nel cartellone della Mostra c’erano ben tre opere filopalestinesi; eppure, abbiamo letto, visto e sentito proclami, lettere, slogan, bandiere, aquiloni, sit-in, panel… Sotto la propaganda, fuffa.

Bolliti maestri Voto: 4 Qualcuno in concorso, come Nanni Moretti, qualcuno fuori come Gianni Amelio, ma accomunati dalla modestia dei loro film. Sentimentalismo di maniera in Succederà questa notte, buonismo e cliché a cascata in Nessun dolore. Tutto prevedibile, nulla che spiazzi o sorprenda. I bolliti non vanno d’estate, tanto più se rovente come questa. Il voto è la media fra il 5 di Nanni e il 3 di Gianni.

L’età di mezzo Voto: 3 Se Paolo Strippoli e Andrea Pallaoro sono il nuovo che avanza siamo a posto. Per andare a vedere L’estranea – horror di sciagure più che thriller psicologico – e The echo chamber – esercizio di stile per sentirsi Bertolucci – quanti euro mi date? Giovani promesse, finora non mantenute.

Una e bina Voto: 5 Jasmine sul set e Trinca fuori. Del resto, in L’estranea interpreta una madre in odore di schizofrenia. Se evitasse di sproloquiare nelle interviste contro il capitalismo e la produttività indossando abiti da migliaia di euro sarebbe meglio per lei. Qualcuno la vedeva già alzare la Coppa Volpi, anche come «risarcimento a Moretti». Ma dopo aver letto le sue dichiarazioni… Una e bis.

Excelsior off limits Voto: 5 L’hotel simbolo della Mostra di Venezia vietato alla stampa è un affronto. Era il posto dove si mischiavano star e reporter e si carpiva qualche notizia. Stop. Da quest’anno l’ingresso per i giornalisti è quello secondario. L’altra sera, quelli delle testate nazionali si sono consolati alla festa allo Spazio Campari di Sala Grande, la nuova testata online diretta da Flavio Natalia, già direttore di Ciak. In bocca al lupo.

Lui&Lei Voto: 6 Sono la coppia più famosa del cinema mondiale. Belli, progressisti e glamour. Anche in Bunker di Florian Zeller Bardem e Cruz sono marito e moglie dentro una casa tutta di design. Però qualcosa s’incrina… Fortuna che sul red carpet, vicino a lei in abito rosso fuoco, lui ha indossato lo smoking. Lasciando la kefiah a Cannes.

Tutti pazzi per John Voto: 8 Chi può scippargli la Coppa Volpi? Malkovich nel ruolo della spia cinica e svagata è una meraviglia di sarcasmo e gigioneria. Tiene in piedi il film da solo. Anzi no, c’è anche la storia e ci sono i dialoghi fulminanti. Perciò, il premio come miglior attore potrebbe essere sacrificato per gli altri che Wild horse nine di Martin McDonagh merita: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura. Comunque, nessuno gli toglierà quello del pubblico, dal 5 novembre. Dispiace solo il finale.

 

La Verità, 12 settembre 2026

Il doc israeliano che racconta gli orrori di Gaza

In un certo senso è «come in un videogame» perché i bombardamenti si fanno da remoto. Lo spiega uno dei 25 membri dell’intelligence israeliana che hanno accettato di essere intervistati con la garanzia dell’anonimato e l’alterazione digitale della voce per non essere riconosciuti. Un altro ufficiale dice che colpire può essere «divertente», perché portare a termine una missione «dà soddisfazione». Siamo dentro Naza, l’atteso documentario presentato ieri alla Mostra del cinema, prodotto da The Guardian e diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi israeliani che con No other land nel 2025 hanno vinto l’Oscar nella categoria dei documentari. A Venezia, i doc partecipano al concorso per il Leone d’oro e in passato lo hanno vinto, come fu nel 2013 con Sacro Gra di Francesco Rosi. Difficile che Naza, distribuito in Italia da I Wonder, arrivi a tanto, anche considerando la composizione della giuria. Si tratta di un’indagine giornalistica volta a spiegare come avviene «l’uccisione di massa di civili palestinesi programmata da Israele». Un lavoro di 80 minuti, durato tre anni, che cita solo all’inizio, un po’ velocemente, il massacro del 7 ottobre 2023 ordito da Hamas. Naza è l’acronimo usato dall’intelligence per indicare le vittime collaterali, fino a 50, che possono essere uccise durante un bombardamento per colpire un esponente dell’organizzazione terroristica palestinese.

Il documentario consiste in una lunga serie di interviste ai membri dell’intelligence, alcuni dei quali si dicono «di sinistra», che si svolgono di notte, sui tetti di Tel Aviv, dove non c’è nessuno, in un contesto favorevole alle confessioni. «Noi, in quanto israeliani, siamo in una posizione di privilegio e ci possiamo relazionare con questo sistema a cui ci opponiamo perché crediamo sia ingiusto», spiega Abraham. «Se dei colleghi palestinesi avessero tentato di contattare l’intelligence israeliana, sarebbero stati arrestati oppure uccisi, così com’è accaduto ad altri 200 giornalisti a Gaza».

Spesso è l’Intelligenza artificiale a decidere quale abitazione colpire perché può essere più oggettiva di un ufficiale che magari la settimana prima ha subito, lui o qualche persona a lui vicina, un attentato da Hamas. Un tecnico ha ideato l’algoritmo per individuare i bersagli attraverso il controllo dei loro cellulari. Si bombarda nelle ore notturne, quando la famiglia dorme e il padre, solitamente l’obiettivo primario, è rientrato in casa. In tre anni, i civili uccisi sono più di 70.000. Non ci si fa scrupolo di colpire famiglie con bambini. «Io sono solo un tecnico», si giustifica uno degli intervistati, «non devo fare scelte morali. Se mi rifiutassi, il mio compito l’assolverebbe qualcun altro». Vivo qui, sono ebreo e questo è il mio lavoro, osserva un altro: «A volte faccio un bombardamento, poi esco con gli amici». Qualcuno ha dei ripensamenti: «Sono stato in Polonia e ho imparato come hanno agito i nazisti. Per me sono sempre stati il male, perciò mi chiedo: io che cosa sono?». I registi riprendono la similitudine tra l’Olocausto e ciò che avviene nella Striscia: «Primo Levi ha parlato di deumanizzaione, di un essere umano che diventa non umano», riflette Abraham. «I riferimenti all’Olocausto sono emersi in più di un ufficiale intervistato. Ci sono tante differenze, naturalmente, con quello che succede a Gaza, ma una scelta coerente è porsi il problema della responsabilità e della giustizia che è fondamentale per andare avanti. Lavoriamo per rompere il silenzio che circonda le uccisioni che proseguono anche adesso mentre siamo qui a Venezia».

 

La Verità, 11 settembre 2026

Che noia l’Italcinema, mostra solo artisti e intellò

Due camere, cucina e una grande libreria. È la nuova variante del cinema-circoletto italiano. Libri, scrittori, artisti, editori, premi letterari… Dove tirano i film dei nostri registi in gara, e anche fuori, alla Mostra di Venezia lo si capisce dall’arredamento delle case. Del resto, sono tutte opere molto domestiche, persino claustrofobiche, «si esce poco la sera, compreso quando è festa» cantava Lucio Dalla. È tutto un lavaggio di panni e di rese dei conti tra le quattro mura e si capiscono subito il ceto, le professioni e le ambizioni dei protagonisti. Tinelli traboccanti di libri. Scaffali stipati. Mensole cariche di cd, piu spesso di vinili che fa molto tendenza. Succede anche nei film di autori stranieri, soprattutto europei. In Bunker di Florian Zeller, la coppia (anche nella vita) dell’upper class londinese, immigrata dalla Spagna, è composta dall’archistar interpretata da Javier Bardem e dalla responsabile della narrativa straniera di una casa editrice, cui dà volto e corpo la moglie Penelope Cruz. In Un peu avant minuit di Nicolas Pariser, Melvil Poupaud è un giornalista culturale che dopo la chiusura della sua prestigiosa rivista tiene dei corsi all’università e, in attesa di separarsi dalla compagna, rivede gli ex colleghi che stanno girando una serie tv sul loro magazine e riflette sul suo rapporto con le donne. Non è affascinante l’autoreferenzialità cinephile avvitata nei salotti dell’élite culturale e dell’establishment? Non è cool?

Nell’Italcinema, il fenomeno è persino più conclamato. Ieri è passato fuori concorso Scherzetto di Mario Martone. Un confronto di generazioni e sguardi agli antipodi. Un nonno vedovo, pittore e illustratore affermato, interpretato da Toni Servillo, per tenere il nipotino di cinque anni mentre i genitori sono a un convegno, torna da Milano a Napoli. Ma la vecchia casa dov’è cresciuto e il bambino, anche troppo sveglio, scardinano gli equilibri dell’austero signore facendo affiorare i fantasmi del passato e le frustrazioni del presente, dando vita a un thriller psicologico che si perde tra incomprensioni con l’editore e strani incubi.

Altrettanto opprimente è la storia del personaggio di Luca Marinelli in The echo chamber di Andrea Pallaoro che vorrebbe essere un regista alla Bernardo Bertolucci da cui ha preso l’ultima sceneggiatura. Qui siamo a Londra, Leo è un affermato produttore musicale, proprietario di un lussuosissimo appartamento foderato di cd, vinili e libri, assillato da una fortissima discopatia e dalla dipendenza dalla cocaina. Il salotto ospita anche pianoforte, chitarre e un essenziale studio di registrazione dove si può incidere; perciò, anche qui si esce «di rado», come cantava Adriano Celentano, e la cinepresa indugia sulla carta da parati, sulle porte chiuse e sulle docce del protagonista. Una volta che mette il naso fuori, è per provocare un grave incidente con la propria Jaguar.

Niente, di operai in Panda, nell’Italcinema che sfila qui al Lido, invece non se ne vedono. E nemmeno artigiani che caricano il furgone. In Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, si vede invece il salotto pieno di ninnoli e scaffali di libri dell’editor di narrativa interpretato da Lino Musella, figlio succube della nevrotica Vanessa Scalera che, al contrario di Servillo, da Napoli sale a Milano. Lui avrebbe tanto voluto fare lo scrittore e vincere lo Strega, «ma non ce l’ha fatta e ha ripiegato sull’editoria», serpeggia la mammina. Così, la sera della Vigilia di Natale, deve fare buon viso all’autoinvito dello scrittore (Tommaso Ragno) che si è fatto precedere da una cassa di champagne per brindare al nuovo contratto con la casa editrice di Musella. I cin cin non addolciranno la drammatica resa dei conti tra madre e figlio.

Riavvolgendo rapidamente il nastro della Mostra, in Nessun dolore di Gianni Amelio Alessandro Borghi fa il libraio in un chiosco dalle parti del Vaticano. Ma per una catena di accadimenti finisce per trovarsi, accondiscendente, la casa ribollente di extracomunitari. Gli intellettuali, buoni per definizione, sono protesi all’accoglienza. Ma i libri ci (e li) salveranno perché, quando la comune di clandestini che si è impossessata della mansarda con soppalco del mite bancarelliere, la abbandonerà portandosi via mobili e suppellettili, lascerà lì, sparsa sul parquet tutta la sua biblioteca privata. Davvero una scena catartica. Nel primo film italiano in concorso, il sopravvalutato Succederà questa notte di Nanni Moretti, è Louis Garrel, l’insistente amante di Jasmine Trinca, ad avere una libreria a poche centinaia di metri dal chiosco di Borghi, nel quartiere Prati. Un luogo, un simbolo, un circoletto. Non sarebbe meraviglioso scoprire che, mentre interpretavano contemporaneamente un ruolo simile nei rispettivi set, Borghi e Garrel si sono scambiati qualche romanzo? Anzi, potrebbe essere l’idea di un nuovo film, magari diretto dalla neo-regista Valeria Golino che in quello di Amelio è una professoressa democratica che regala i libri che le avanzano al bravo e superaccogliente personaggio di Borghi. Trama: due attori che stanno interpretando in due film diversi due librai con negozi poco distanti tra loro si conoscono e iniziano a scambiarsi libri e consigli di lettura. Non è una bella storia? Il cinema che supera la realtà. Anzi, la realtà che diventa cinema. No, il cinema che si fa realtà. La realtà che si fa cinema…

Chiamate l’ambulanza.

 

La Verità, 11 settembre 2026

Il film che disturba Kiev non è distribuito in Italia

Auguro all’Ucraina di vincere la guerra», parole e contropiede vincente di Ilya Khrzhanovsky, il regista russo dissidente in concorso ieri alla Mostra del cinema di Venezia con Dau, il film di tre ore e mezza che arricchisce un progetto artistico iniziato nel 2006 e narra quarant’anni di vita – da Leningrado 1928 passando per Kharkiv 1938 fino a Mosca 1968 – di un geniale fisico russo di origine greca. Lo spiazzamento provocato dalle parole pronunciate dal suo autore davanti ai giornalisti inviati al Lido chiama in causa indirettamente il governo di Kiev che nelle scorse settimane ha contestato con diversi comunicati la partecipazione del film alla Mostra veneziana. «La mia posizione rispetto al conflitto russo-ucraino è sempre stata molto chiara, da ancor prima dello scoppio della guerra, ancor prima dell’invasione del 2022, dalla guerra del Donbass», afferma il cineasta. Ma chissà perché il ministero degli Affari esteri e della Cultura di Kiev non se n’erano accorti e avevano accusato il film di essere uno strumento della propaganda russa. Accusa che era stata immediatamente rigettata sia dal regista che dal direttore artistico della rassegna, Alberto Barbera.

Ora l’artista nato a Mosca aggiunge parole ancora più chiare: «L’Ucraina si trova in un momento di terribile e sanguinosa guerra, che dura da più di quattro anni. Penso che sopravvivrà, rimarrà forte e preserverà la sua indipendenza e avrà un futuro migliore. Ma al momento», sottolinea Khrzhanovsky, «la tensione è talmente alta che l’unica cosa che posso augurarle è la pace e che il governo ucraino abbia il successo più ampio possibile. Che salvi il Paese e vinca questa guerra». Dopo le nuove dichiarazioni del regista, le autorità ucraine dovranno convincersi a ritrattare. Ma non è sicuro che lo faranno. Avrebbero già dovuto farlo sulla base del profilo inequivocabile del cineasta moscovita, protagonista di critiche nei confronti di Vladimir Putin e contro la guerra che hanno portato il ministero della Giustizia russa a inserirlo nella lista degli «agenti stranieri». Nel 2024, il regista di Dau ha rinunciato alla cittadinanza russa, acquisendo quella tedesca, britannica e israeliana.

Nato come biografia del fisico premio Nobel Lev Landau (interpretato dal direttore d’orchestra e attore greco russo Teodor Currentzis) che contribuì alla creazione della prima bomba atomica sovietica, il film racconta il percorso del brillante e inquieto fisico. Le riprese sono durate anni e sono terminate nel 2011, poi ne sono state aggiunte di nuove. Si seguono gli scontri dialettici e anche fisici tra un gruppo di scienziati idealisti e i dirigenti del ministero della Difesa sovietico decisi a ottenerne la collaborazione per l’industria bellica. In un contesto vitale e colorato, con piazze piene di mercati, feste e spettacoli popolari di varietà, Khrzhanovsky introduce alcune forme linguistiche originali per rendere il conformismo della popolazione e degli intellettuali e l’asservimento a un sistema totalitario che manteneva il potere con la paura, il controllo ossessivo, l’uso di spie, i processi farsa, e le condanne ingiuste in un clima di sospetto diffuso. Nel pieno di questo conflitto, lo scienziato idealista Dau continua a interrogarsi sul bisogno di libertà, sulla ricerca della felicità e sul destino. Stringe una relazione con la spregiudicata Nora (Ramila Shchogolieva), ma ben presto cerca una liberazione in altre relazioni fuori dal matrimonio, finendo per perdere sé stesso e la propria capacità di amare. Nel Sessantotto a Mosca si scontrerà con le squadre del regime determinate a sedare ogni moto libertario.

Currentzis, l’attore e direttore d’orchestra che lo interpreta e che non ha accompagnato il film in Laguna, ha assunto una posizione neutrale sulla guerra in Ucraina. Interpellato in proposito, il regista ha detto che preferisce rivolgere le critiche a sé stesso, «cercando di agire e comportarmi come ritengo giusto. Non mi sento di criticare Teodor Currentzis per non aver fatto una scelta, al contrario di me, che l’ho fatta. Credo che ognuno risponda per le proprie decisioni, per la propria vita, per il proprio destino. E come si vede nel film, anche il protagonista fa delle scelte diverse. E ne paga le conseguenze, come accade a tutti noi. Da quando ho iniziato ad adesso», continua, «ho visto accadere molte cose terribili nel Paese in cui sono nato. Tutto è iniziato con la guerra in Ucraina, le cui violenze continuano e sono sempre peggiori. Questo è più importante di qualunque lettera o polemica contro il film».

A un certo punto, nel ruolo di un fisico comunista di quel periodo, compare in un cameo anche Carlo Rovelli: «È uno scienziato unico perché sa spiegare a un pubblico vasto la complessità della fisica quantistica», sottolinea il regista.

Ci si augura che la risonanza mediatica avuta dal film, anche a causa delle ingiustificate polemiche che ne hanno accompagnato la partecipazione alla Mostra, gli guadagni la distribuzione nei cinema italiani.

 

La Verità, 10 settembre 2026

Un doc demolisce Musk e un film punge Zuckerberg

A un certo punto dell’interminabile odiografia che Alex Gibney confeziona su Elon Musk si vede l’imprenditore sudafricano intervenire in video collegamento durante la campagna elettorale di Alternative für Deutschland (Afd), un mese prima del voto del 2025. Chissà che cosa penserà il documentarista premio Oscar ora che l’uomo più ricco del mondo ha commentato su Twitter con un «Ben fatto» il successo in Sassonia del partito di Ulrich Siegmund. Ma non è il caso di suggerire un’appendice a Musk, il doc presentato ieri nella sezione Venice open, che dura già così quattro ore, compresi dieci, provvidenziali, minuti di intervallo.

Ritrarre il patron di Tesla, di Space X e di X (ex Twitter) è certamente impresa titanica, tanto più che il protagonista ha rifiutato con un «Alex Gibney è un idiota» la sua mancata collaborazione. L’autore però non s’è perso d’animo e ha perseguito il suo progetto a tesi, schierando una lunga teoria di testimoni, collaboratori, ex mogli e compagne: tutti concordi nel tratteggiare il profilo di una personalità pericolosa, corrotta e opportunista. Solo il padre e il fratello di Elon, pur parlando di «un’infanzia difficile», gli riconoscono una grande genialità. Senza però riuscire a fugare l’impressione complessiva di un documentario molto orientato se non proprio militante, che assesta tanti cazzotti, ma non il colpo del kappaò.

Presentato a sua volta nel catalogo come «il più importante documentarista del nostro tempo» capace di firmare inchieste sulla pedofilia nella Chiesa, su Scientology e su Steve Jobs, Gibney ricorda in un certo senso l’Oliver Stone prima maniera quando afferrava il soggetto della sua indagine e non lo mollava fino al The End, battendo sempre sullo stesso tasto. In 235 minuti di testimonianze si riconosce solo all’inizio un rilevante grado di visionarietà a Musk. Con Tesla e Space X, questo inventore e ingegnere un po’ frustrato perché i meriti se li prendono sempre i manager, vuole dare nuovo impulso all’innovazione green e all’industria aerospaziale. Ben presto, però, gli obiettivi diventano meno nobili e il magnate immaginifico si trasforma in un «genio della fuffa». Da quando ha eccepito sui lockdown e sui vaccini e, poi, ha spalleggiato Donald Trump in campagna elettorale e accettato l’incarico al Dipartimento dell’efficienza governativa dell’amministrazione americana (Doge), «l’imprenditore-inventore» è diventato il pericoloso campione della tecnodestra. Non solo lui, in realtà: molti big della Silicon valley, prima esaltati come fautori dell’Eden tecnologico mondiale, ora che a sorpresa dialogano con la Casa Bianca sono improvvisamente passati nel dark side della narrazione globale. Nell’ottimo Bunker di Florian Zeller, per esempio, anch’esso presentato ieri in concorso qui al Lido, anche Mark Zuckerberg fa una pessima figura chiedendo all’archistar interpretato da Javier Bardem di costruirgli un avveniristico bunker che possa ospitare fino a una trentina di amici e parenti con cui salvarsi dall’apocalisse prossima futura. Deve mettersi di mezzo sua moglie, Penelope Cruz, editor di narrativa internazionale, per evitare che il coniuge firmi il megacontratto con il fondatore di Facebook: anche lui, ieri benefattore e filantropo, oggi turbocapitalista e egoista.

L’obiettivo di Gibney è smontare la lettura dei biografi di fiducia e delle schiere di follower che parlano di Musk come del nuovo Leonardo Da Vinci in grado di rispondere a ogni interrogativo e di «trasformare l’umanità in una specie multiplanetaria». Il suo racconto parte invece dal basso per illuminare i lati nascosti dell’epopea del «più grande capitalista nella storia degli Stati Uniti d’America», come viene annunciato alla convention elettorale di Trump al Madison Square Garden di New York. Così, c’è chi come Martin Eberhard, racconta le oscure manovre ordite dall’imprenditore sudafricano per conquistare il titolo di «fondatore di Tesla». Chi ricorda i lanci falliti, e il rischio di bancarotta conseguente, dei missili di Space X puntati su Marte. Chi, come la giornalista Kara Swisher, sottolinea i drastici tagli di personale e la riconversione di Twitter operati per ripristinare il free spech. L’ex moglie e scrittrice Justine Musk racconta invece la sofferenza di Vivian, la figlia trans nata come Xavier, da cui il padre ha preso le distanze.

L’influencer Ashley St. Clair, già attivista Maga, movimento dal quale si è allontanata, rivela di aver rifiutato 40 milioni di dollari per tacere sulla relazione con Elon dalla quale è nato un figlio, per poter testimoniare nel documentario. «L’ho fatto per i miei figli», ha assicurato in conferenza stampa. Lo stesso Gibney ha rivelato che «tanti hanno rinunciato a testimoniare per paura». Ma il suo lavoro è andato avanti lo stesso e «vuol essere un monito» perché ora il campione della tecnodestra è arrivato a «una corruzione morale che giustifica l’appoggio a un presidente che, puntando sul petrolio, sta distruggendo il pianeta». Tutto chiaro.

 

La Verità, 9 settembre 2026

L’Italcinema in Mostra è una galleria di sciagure

Una disgrazia dopo l’altra, parafrasando il titolo dell’ultimo film di Paul Thomas Anderson premiato quest’anno con sei premi Oscar. Qui al Lido il winner per il record di tragedie familiari è L’estranea di Paolo Strippoli, presentato ieri, terzo film italiano in concorso (produttori Propaganda Italia, l’immancabile Rai Cinema, Dinamo Film, Kazak Productions e Tarantula). Pensate una possibile sciagura e in questo esercizio estetico e di recitazione che sarà spacciato per cinema d’autore, la troverete. Oltre a quello del regista, da tenere a mente anche il nome di Salvatore De Chirico, co-sceneggiatore.

È vero, la Mostra di Venezia in realtà si chiama Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (con le maiuscole). È una rassegna artistica, di ricerca, e che ci porta in territori inesplorati. Perfetto. Tuttavia, vien da chiedersi perché, in particolare per l’Italcinema, questi territori siano immancabilmente tormentati, cupissimi, affliggenti. Non sono così le opere dei cineasti stranieri, dove pure i drammi non mancano. Come nel bellissimo Wild horse nine di Martin McDonagh che corre con la grazia dell’ironia nelle vite di due strani agenti della Cia nel Cile del 1973. O in Look back, del giapponese Irokazu Kore’eda, che racconta di due adolescenti che sognano di diventare creatrici di manga e stanno per riuscirci entrambe, quando… E figurarsi se possono mancare in 15/18 A place to heal, di Cédric Kahn, ambientato in un reparto psichiatrico per adolescenti, ma qui lo si sa in partenza e, comunque sia, c’è sempre un elemento di speranza.

Negli autori italiani no, il domino di sventure è inappellabile. Fatto salvo Succederà questa notte di Nanni Moretti, dove pure una buona dose di travagli si frappone all’amore tra Jasmine Trinca e Louis Garrel, gli altri due film in gara visti finora sono un campionario di maledizioni. Claustrofobici e ultra-pessimisti. In The echo chamber di Andrea Pallaoro, ispirato dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci, il protagonista (alter ego dello stesso regista, all’epoca in sedia a rotelle) è un produttore musicale afflitto da un’ernia e dalla dipendenza dalla cocaina. A interpretarlo è Luca Marinelli, già tormentato (per sua rivelazione) Benito Mussolini nella serie di Sky tratta da Antonio Scurati, che invece qui, sebbene abbia bisogno di una fisioterapista che lo rifornisca di antidolorifici per riuscire a lavorare, si riconosce pienamente nel personaggio: «Se avessi la possibilità di vivere un’altra vita, mi piacerebbe fare il musicista». Il paradosso finale è che, a causa di un evento imprevedibile, il dolore cesserà, ma lui non sarà più lui.

Afflizioni e drammi sono elevati all’ennesima potenza nell’opera di Strippoli. Una madre, ancora Jasmine Trinca, si presenta all’improvviso nella casa romana della figlia (Romana Maggiora Vergano) per rivelarle un segreto che la riguarda. La sua è una famiglia felice e benestante: il papà (Adriano Giannini) è un imprenditore stimato, la madre una donna invidiata, lei e il fratello promettono grandi successi nel mondo della tv e del cinema e nel calcio. L’incantesimo s’infrange in un radioso pomeriggio d’estate quando, durante una festa in giardino, uno dei cani aggredisce la bimba, fresca di scrittura per una prestigiosa campagna pubblicitaria. Per evitare che i sogni crollino come un castello di carte, la madre stringe un patto con una misteriosa donna (Valeria Bruni Tedeschi) che la avvicina nella cappella dell’ospedale dove alla figlia sta per essere amputata una gamba. Da quel momento, la catena di sciagure non risparmia nessuno: il fratello diventa bulimico, l’azienda del marito finisce in mano agli strozzini, poi l’alcolismo, un tentato suicidio, un incidente fatale. Chi è l’estranea del patto scellerato? Chi vuol fare una full immersion nelle tragedie avrà materia abbondante dall’8 ottobre, giorno di uscita del film.

 

 

La Verità, 8 settembre 2026

La Flotilla floppa alla Mostra del cinema pro Pal

Il momento clou della Mostra palestinese del cinema di Venezia è l’annunciatissimo arrivo dell’imbarcazione della Global Sumud Flotilla alla Riva di Corinto, il pontile nel bacino retrostante il Palazzo del cinema. È il picco militante della presenza pro Pal al Lido. Poi ci sono le altre iniziative, i panel, le raccolte di firme, «migliaia» dicono genericamente gli attivisti. E i film filo palestinesi, naturalmente. L’approdo della barca è l’evento più atteso della giornata. Più della conferenza stampa di L’estranea di Paolo Strippoli, terzo film italiano in concorso, con Jasmine Trinca, e più di Musk, il documentario di quattro ore del premio Oscar Alex Gibney sull’imprenditore visionario sudafricano. Le aspettative sono tante, si cerca la visibilità, le sigle lunghe sembrano roba seria: Global Sumud Flotilla, Venice4Palestine… La propaganda la sanno fare bene, i pro Pal.

Ad attendere l’imbarcazione c’è un piccolo gruppo di militanti con un paio di bandiere e qualche kefiah volante. Forse sono di più i giornalisti. Greta Scarano, la madrina della Mostra che ha posato per diversi shooting fotografici con il ventaglio-anguria, non si vede. «Starà sistemando il trucco da attivista», sibila qualcuno. Non si vede nemmeno Trinca, a sua volta firmataria dell’appello al direttore artistico Alberto Barbera con la richiesta di issare la bandiera palestinese vicino a quelle dei Paesi rappresentati alla Mostra e di «rompere le complicità» con lo Stato d’Israele. Assente pure Anna Foglietta, anche lei ha sottoscritto il testo ed è presente alla Mostra nella sezione Orizzonti, con Una storia, il suo primo film da regista. L’unico volto noto è quello di Luciana Castellina, storica esponente della sinistra-sinistra, in attesa su una sedia a rotelle. Chissà se le ragazze con anfibi neri al polpaccio sanno chi è. Finalmente, ecco avvicinarsi una piccola barca con lo stendardo «Palestine». A bordo, sei o sette persone, di cui tre bambini. «Free free Palestine…». Scende Maria Elena Delia, portavoce italiana della Gsf. «Per il secondo anno consecutivo abbiamo chiesto al direttore della Mostra Barbera di esporre la bandiera palestinese. Lui ci ha risposto che la Mostra espone quelle degli Stati riconosciuti dalle Nazioni unite e che la nostra richiesta deve essere inoltrata al governo italiano. Siamo d’accordo…». Applausi, slogan. «From the river to the sea, Palestine will be free». Il microfono passa da un sostenitore all’altro. «La Mostra è una cassa di risonanza internazionale e bisogna assumersi delle responsabilità. Ringraziamo gli artisti che si sono esposti. Però non possiamo accontentarci, non possiamo accettare il film dell’orrore che si sta girando in questi giorni a Gaza con gli interventi militari, l’azione dei coloni, gli aiuti umanitari che non arrivano». Ogni dieci parole rimbalza quella magica: «Genocidio». «Free free Palestine». Si legge una lettera di Mona Abuamara, «ambasciatrice di Palestina in Italia», a proposito di sigle virtuali. Si accusa di complicità anche la Biennale perché nell’esposizione ai Giardini, della mostra di Arte contemporanea, è «tranquillamente presente il Padiglione israeliano». Gli attivisti non si accontentano degli attacchi di cui sono già oggetto il governo di Benjamin Netanyahu e l’amministrazione americana e promuovono «il panel sulla complicità culturale» (oggi nella sede delle Giornate degli autori). Non si accontentano del documentario Al mowaten Osama (Citizen Osama), passato domenica, di Ahmed Hassouna, anche lui palestinese, sulla vita quotidiana di un amico e collega che vive nella Striscia di Gaza e cerca di proteggere la moglie e il figlio neonato, mentre a sua volta racconta la devastazione. Interviene il produttore Rashid Masharawi per dire che da «quando è stato proclamato il fuoco sono state uccise altre 1200 persone». Anche lui spara a raffica «genocidio», l’hashtag della community. Si susseguono gli interventi. Ieri, nella sezione Venezia Spotlight, è passato anche Hiwar Ma’ Albahr (Conversation with the sea), il film del palestinese che vive a Gerusalemme Muayad Alayan e che racconta dello Stato d’Israele che esige dal sessantenne Kamal di pagare un debito fiscale del figlio che, in realtà, è annegato diversi anni prima nel Mar Rosso. Giovedì arriverà l’attesissimo Naza, titolo sufficientemente rivelatore, dei due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor (già premiati con l’Oscar per No other land) che, come si legge nella sinossi, filmano dai tetti di Tel Aviv «l’uccisione calcolata di civili palestinesi a Gaza programmata da Israele».

Domenica Susan Sarandon ha lamentato l’ostruzionismo di cui soffre in America per aver assunto posizioni contro il governo israeliano. «Penso che i festival siano importanti», ha premesso, prima di planare sulla solita parola magica: «Ma non credo che alla Mostra del cinema di Venezia si deciderà che cosa accadrà nel genocidio in Palestina». Ecco. Chissà come l’avranno presa gli attivisti che insistono sulla «cassa di risonanza internazionale». Intanto, Sarandon ha fatto bene ad accettare il ruolo di una stagionata rockstar che torna in sala di registrazione dopo anni di isolamento propostogli da Andrea Pallaoro in The echo chamber. Può essere un buon inizio. Da noi le madrine della Mostra si refrigerano con un ventaglio-manifesto e le attrici di grido che firmano appelli lavorano ancora di più. Perché non trasferirsi qui, Susan? Ascolti il nostro consiglio: se venisse in Italia, sarebbe cinematograficamente più ubiqua di Pierfrancesco Favino.

 

 

La Verità, 8 settembre 2026