Bellocchio mostra l’orrore delle toghe anti Tortora

Orrore giudiziario. Obbrobrio etico. Matrice satura, inscalfibile, di una certa magistratura. È il caso Enzo Tortora, il peccato originale delle toghe italiane. Orrore e non errore, come ha precisato in questi giorni Raffaele Della Valle, storico avvocato del conduttore di Portobello, protagonista dell’omonima serie tv diretta da Marco Bellocchio, da ieri interamente disponibile su Hbo Max, la prestigiosa piattaforma dello storytelling appena atterrata in Italia (produttori Our Films, Kavac Film, Arte, Rai Fiction, The Apartment, sceneggiatori lo stesso Bellocchio, Stefano Bises, Giordana Mari e Peppe Fiore). Sei episodi di un’ora ciascuno, interpretati da un cast straordinario, forgiato dall’autore di Buongiorno, notte ed Esterno notte, serie tv tratte da altrettanti film. Ripulito della visionarietà che appesantiva i precedenti lavori, Portobello è un’opera molto riuscita, che rispetta la storia del grande caso italiano, Quando l’Italia perse la faccia, per dirla ancora con Della Valle, e hai voglia a tenerti distante dall’atavico e più che mai attuale dissidio tra politica e magistratura. Il caso Tortora fu lo sfondo non solo emotivo sul quale l’8 e 9 novembre 1987 si votò per il referendum che ampliò la responsabilità civile dei giudici (80% di Sì, ma rimasto lettera morta). E ora, a 39 anni dal ritorno in onda, il 20 febbraio 1987, dopo l’assoluzione del conduttore con il celebre «dove eravamo rimasti», questo «orrore» approda sulle nostre televisioni alla vigilia di un’altra, catalizzante, consultazione referendaria. Intervistato da Marco Damilano su Rai 3, Bellocchio ha ammesso che la serie sarà tirata per la giacchetta dagli schieramenti in campo nel referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati. Ma, dopo aver premesso che non avrebbe rivelato come voterà, ha auspicato che serva a discutere «nel merito della riforma, oltre le polarizzazioni».

Intanto, l’opera parla abbondantemente da sola. Il caso Tortora fu un obbrobrio etico perché conseguenza di una mentalità e di un modus operandi. Anzi, forse di un’antropologia. L’arroganza produce sciatteria, la presunzione determina superficialità (quanti esempi anche in altri campi). Bastano pochi appigli per suffragare un’accusa e avvalorare una condanna. Solo che, così facendo, si nuota inconsapevolmente nella bolla di un teorema, senza avvertire il bisogno di trovare conferme alle delazioni.

Dalla vertiginosa ascesa fino ai 28 milioni di telespettatori, ipnotizzati dal pappagallo del «mercatino del venerdì» che regalò enorme popolarità a Tortora, alle calunnie di una schiera di pentiti che lo fecero arrestare il 17 giugno 1983 con l’accusa di associazione camorristica e traffico di stupefacenti, fino alla tardiva assoluzione dopo la candidatura all’Europarlamento con il Pr di Marco Pannella, al breve ritorno in onda prima della morte 11 mesi dopo, per raccontare la solitudine dell’uomo di fronte al Leviatano, Bellocchio scolpisce tre nuclei protagonisti della storia: Tortora e la sua famiglia di donne, la batteria dei pentiti e accusatori e il manipolo di magistrati inquirenti.

In ottima forma a 86 anni, frenati certi rigurgiti ideologici, dirige con maestria Fabrizio Gifuni nel ruolo del protagonista, riproposto nelle posture e nelle inflessioni genovesi, Barbora Bobulova nelle vesti della sorella Anna, Romana Maggiora Vergano in quelle dell’amante Francesca Scopelliti, Lino Musella, il camorrista dissociato e allucinato Giovanni Pandico, Giovanni Buselli nella parte di Gianni Melluso detto «il bello», altro accusatore impenitente, poi Massimiliano Rossi che fa Pasquale Barra, 66 assassinii mandato da Raffaele Cutolo, Alessandro Preziosi, il giudice istruttore Giorgio Fontana, Fausto Russo Alesi, il pubblico ministero Diego Marmo, Salvatore D’Onofrio, il giudice a latere dell’appello Michele Morello, Paolo Pierobon, l’avvocato Alberto Dall’Ora e Davide Mancini lo stesso Della Valle, mentre solo Tommaso Ragno, Marco Pannella, appare un filo fuori fuoco.

Tre piccole comunità di persone dipinte con grande padronanza di strumenti, dalla fotografia alle scelte linguistiche, dalle inquadrature alle pillole di filmati dell’epoca nel backstage del programma Rai, laboratorio di mezza televisione dei decenni a venire. Soprattutto, tratteggiate da alcune trovate geniali dentro un racconto imperdibile. L’introspezione di Tortora, signore mite e colto che votava Partito liberale, ma in tv esaltava la provincia italiana e per questo inviso agli intellettuali engagé («Cosa c’è che non va nei buoni sentimenti?», chiede alla giornalista che glieli rinfaccia). Il suo autocontrollo quando dal vertice del successo precipita nell’inferno del carcere. La scena potente dell’ora d’aria, rapato a zero, sulle note di Jesahel dei Delirium del genovese Ivano Fossati, molto evocativa sebbene antecedente di 12 anni. Il dialogo telefonico con la madre, appena giunto agli arresti domiciliari dopo mesi di frustrazione: «Perché proprio a me, tra cinque miliardi di esseri umani sulla terra?»; «Enzo, non ti montare la testa. Mangia e riposa. Io continuerò a pregare per te anche se sei un miscredente»; «Hai ragione, mamma. Tu sai sempre riportarmi con i piedi per terra». I ritratti ad alta definizione dei pentiti cutoliani ed ex cutoliani, interpretati da bravissimi caratteristi. Il confronto al dibattimento come un derby dei belli della criminalità tra Melluso e Renato Vallanzasca. Meno profilati sembrano i magistrati, anche se abbozzati con sagaci tocchi di regia. Il pm Lucio Di Pietro (Gennaro Apicella) sempre schermato da occhiali da sole fumé e Diego Marmo che si accarezza i capelli con un pettine tascabile e sparisce durante l’arringa della difesa. Il resto lo fanno gli incubi dello stesso Tortora, le toghe mascherate da Pulcinella, come lui li appellava nei suoi scritti, e il gigantesco castello di carte che lo ritraggono presunto colpevole. Dopo la condanna, i cronisti festeggiano a cena con canti e brindisi, «ce lo siamo tolto dai c…».

Il fatto che i magistrati del processo di primo grado fecero tutti carriera e che non la fece, invece, Morello, il giudice dell’appello che cercò i riscontri probatori delle rivelazioni fino a far assolvere Tortora, dimostra che non si trattò solo di un errore. Ma dell’azione di una casta protetta da un sistema, per dirla con Luca Palamara e Alessandro Sallusti, basato sulle correnti e sulle reciprocità della categoria. «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato», recita l’incipit di Il processo di Franz Kafka. Ma qualcun altro, molti altri, potenti, decisero di credere pedissequamente a quelle calunnie. Forse ce n’è abbastanza per non scartare a priori l’idea del test psicoattitudinale per chi si accinge a una professione tanto delicata.

 

La Verità, 21 febbraio 2026

 

 

 

Hollywood schiera anche un horror contro Trump

Qualche sera fa, senza saperne niente, ho visto su Sky cinema I peccatori, Sinners in originale, «un film scritto diretto e co-prodotto da Ryan Coogler» (Wikipedia), autore di cui ignoravo la precedente produzione (Prossima fermata Fruitvale station, sulla storia di un ragazzo ucciso dalla polizia a Oakland a Capodanno 2009, Creed – Nato per uccidere, uno spin off di Rocky e Black panther I e II). L’unica cosa che sapevo era che con 16 candidature agli Oscar, da miglior film a miglior regia fino a sonoro ed effetti visivi, questo suo quinto lungometraggio ha stracciato tutti i record, distanziando opere come Eva contro Eva, Titanic e La La Land che ne hanno avute 14, mentre Ben Hur si fermò a 12. Con questi numeri era ovvio che la curiosità fosse un filo acuminata e dunque fate pure la tara all’eccesso critico, resistente anche ai super incassi mondiali (360 milioni di dollari, mentre in Italia ha raccolto solo 1,3 milioni di euro). Va aggiunto che il numero delle categorie per le quali un’opera può concorrere, da quest’anno, con l’aggiunta del miglior casting, è di 24. Perciò, tolte quelle dalle quali si autoesclude in partenza non essendo né un cortometraggio né un film d’animazione né un documentario, praticamente I peccatori è in lizza per tutte le statuette in palio. Curioso, no? Guardandolo, è inevitabile chiedersi perché l’Academy of motion picture arts and sciences (Ampas), 10.000 fra produttori registi attori sceneggiatori eccetera, abbia nominato così massicciamente al premio più ambito della cinematografia mondiale un film di genere e di un genere insolito per le preferenze hollywoodiane.
Siamo nel 1932, in piena epoca proibizionista, e i due gemelli monozigoti neri Stake e Smoke, interpretati entrambi da Michael B. Jordan (attore feticcio di Coogler), tornano nel delta del Mississippi dopo anni di intensi traffici a Chicago. Acquistano da un suprematista bianco un’ex segheria che riempiono con il carico di alcol rubato nientemeno che ad Al Capone e lo trasformano in un juke joint dove la comunità nera potrà suonare, ballare e ubriacarsi. Per la serata inaugurale raccattano dalla piantagione di cotone il cugino Sammy (Miles Caton e il vero Buddy Guy), un talento alla chitarra, strapagano il virtuoso dell’armonica Delta Slim (Delroy Lindo), convincono la cantante Pearline (Jayme Lawson) e una coppia di cinesi che si occupa del cibo. Mentre la festa decolla sulle note del blues e sull’eros delle danze, tre bianchi che canticchiano filastrocche irlandesi pretendono di entrare per unirsi alla bolgia sebbene il locale sia per soli colored. Il rifiuto prepara lo scontro finale. «Se continui a ballare con il diavolo, un giorno il diavolo ti seguirà fino a casa», aveva messo in guardia Sammy, il padre pastore. Dietro i loro modi gentili, i tre bianchi sono vampiri del Ku Klux Klan e si può intuire la piega che prende tutta la faccenda, nonostante le fatture della sciamana, moglie di Smoke (Wunmi Musaku), e l’alba imminente.
I peccatori è un horror antirazzista, potente e suadente, che mescola musical e politica, e ha nella perversione dei bianchi l’emblema del male e nella sensualità della musica nera l’elemento antisegregazionista e redentivo. Un film di buona fattura, senza troppe sofisticherie autoriali. Ma mentre il ricordo va rapidamente a Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez, George Clooney Quentin Tarantino e Salma Hayek nel cast, rimane il mistero delle famose 16 nomination, arrivate, secondo Mariarosa Mancuso sul Foglio, «a dispetto dei critici italiani».
Sul Corriere della Sera, Paolo Mereghetti ha recensito con tre stellette e mezza su cinque il film di Coogler che «compie il salto di qualità inventando l’horror intertemporale, erotico, solidaristico: tutti uniti contro il demonio (e le discriminazioni razziali)… La ricerca spasmodica del brivido, della spettacolarizzazione compiaciuta e l’inevitabile retorica dello zombie qua e là distraggono Coogler, che però riesce a tenere in pugno la storia anche nelle sequenze più spigolose e splatter, quando il film assume una dimensione lunare, funesta, spaesata. Da fumetto cimiteriale». Su Dagospia, Marco Giusti è, come sempre, molto diretto: «Ma che bel film che è I Peccatori… Totalmente anti-cattolico, anti-trumpiano, anti-muskiano, si avvia a diventare un caso in America», aveva preconizzato all’esordio nelle sale, aprile 2025, quando Donald Trump regnava da soli quattro mesi. Più militante il commento alle candidature: «Faranno storia le 16 nominations per Sinners, il numero più alto mai raggiunto da un film, inoltre da un film horror e da un film quasi interamente interpretato, scritto e diretto da neri. Vincerle sarà un’altra cosa. Ma per Sinners queste 16 nominations sono già una vittoria». Adesso, il demonio contro cui coalizzarsi è ben più evidente perciò, comunque vada, sarà un successo. Perché il caso ci sia tutto lo spiega Piera Detassis, papessa della critica nostrana, cogliendo la metafora dell’«infezione bianca, il veleno nel morso, la soluzione finale di una comunità segregata. Sembra l’Ice e questo Mississippi è lo specchio di un’America profonda tendenza Maga, e Hollywood, benché sottosopra, come sempre vede lungo».

Tutto chiaro, no? Da che parte stia l’Academy è noto. Non sempre la massiccia semina delle candidature si tramuta in un raccolto altrettanto copioso. Ma stavolta qualcosa fa pensare che la notte dei The winner is… una certa proporzione sarà rispettata.

 

La Verità, 4 febbraio 2026

Sorrentino-Servillo e una grazia che sa di politica

Dicendolo in napoletano, la fregatura per Paolo Sorrentino e Toni Servillo, la seconda o, forse, la prima coppia del cinema italiano per longevità e creatività (l’altra, molto competitiva, è quella formata da Gennaro Nunziante e Luca Medici/Checco Zalone) è che il Leone d’oro della Mostra di Venezia a un film sull’eutanasia l’aveva già preso l’anno prima Pedro Almodóvar con La stanza accanto. Inopportuno darne un altro quest’anno a un’opera sullo stesso tema. La grazia, da oggi in 500 sale cinematografiche, è un grande film con qualche difettuccio, uscito come un proiettile dalla testa e dalla penna del regista premio Oscar, autore unico anche della sceneggiatura, scritta già qualche anno fa e portata sul set solo nella primavera scorsa. Non ci fosse stato quel premio dell’anno prima, forse sarebbe emerso dal Lido con qualcosa più della Coppa Volpi per Servillo che, diciamolo, è bravo, certo, ma ormai, come in certe sussiegose interviste, tipo quella al Venerdì di Repubblica intitolata: «Che fai? Penso», più che interpretare recita – o celebra – sé stesso. Dietro l’ottima resa, a volte i lunghi e collaudati sodalizi hanno come effetto collaterale quello di non riuscire a fugare un retrogusto di déjà vu. Senza l’Almodóvar dell’anno prima, forse La grazia avrebbe potuto aggiudicarsi il Leone d’oro, e magari sarebbe approdato alle sale in tempo utile per competere per l’Oscar al miglior film straniero al posto del pur interessante Familia, già escluso dalla shortlist.
Tuttavia, un’opera così è sempre grasso che cola per il cinema italiano e per il dibattito sui grandi temi di attualità che il cineasta Sorrentino ha sempre il pregio di affrontare. Ad Aldo Cazzullo che lo ha intervistato ha detto che non era sua intenzione riportare l’eutanasia al centro dell’attenzione come invece suggerisce Avvenire, ma se il film «facesse da volano alla riapertura della discussione» ne sarebbe «orgoglioso». Alla Mostra di Venezia, invece, scegliendo il sottotono, ha ammesso di auspicare che il suo lavoro possa alimentare la riflessione sul tema, «ma non so se il cinema abbia ancora questo potere». Dubbio più che legittimo, sebbene per esempio il fresco primato assoluto d’incassi di Buen camino dimostri che ce l’ha, soprattutto quando è accompagnato dalla grazia della leggerezza, della semplicità e della capacità di parlare a tutti come ha la commedia firmata da Gennaro Nunziante e Luca Medici.
Restando nell’alveo del cinema intellettualmente più ambizioso – non dico d’autore perché anche Nunziante lo è alla grande – i precedenti in materia di eutanasia, oltre al citato Almodóvar sono numerosi e altisonanti, dal Denys Arcand di Le invasioni barbariche al Clint Eastwood di Million dollar baby, dal Marco Bellocchio di La bella addormentata sul caso di Eluana Englaro (sempre con Servillo) al François Ozon di È andato tutto bene. Questo per dire che il grande cinema è da sempre massicciamente schierato in favore dello staccare la spina e che le eccezioni come, per esempio, Brado di Kim Rossi Stuart, non godono delle stesse attenzioni.
La grazia di Sorrentino, si diceva, è un grande film con qualche difettuccio (un balletto pleonastico, qualche indugio autocompiaciuto) e momenti memorabili (la sfilata sul piazzale del Quirinale del presidente portoghese, le intemperanze dell’amica di De Santis interpretata da Milvia Marigliano, l’agonia del cavallo nelle scuderie del Quirinale). Soprattutto ha un’idea furba nella definizione del protagonista. Chi è davvero l’enigmatico Mariano De Santis, ritagliato sulle rughe di Servillo, il capo dello Stato ribattezzato «Cemento armato» che, giunto nell’ultimo semestre del settennato deve ugualmente firmare la legge sul fine vita e pronunciarsi sulle istanze di grazia di due detenuti? «Abbiamo avuto innumerevoli presidenti democristiani, innumerevoli presidenti vedovi, innumerevoli presidenti uomini di legge, innumerevoli presidenti con una sola figlia e, infine, innumerevoli presidenti napoletani», è il vago identikit tracciato da Servillo al Lido quando l’hanno interrogato sull’identità del suo personaggio. Tagliando corto, è un misto di Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano (molto meno individuabili i tratti del tradizionalista Oscar Luigi Scalfaro). In sintesi, De Santis è un Mattarano, o un Napolitella. Forse più il primo del secondo perché, pur essendo democristiano di appartenenza, alla fine, davanti al dilemma morale scelto come innesco narrativo, si comporta come un presidente di sinistra o post-comunista. Davanti alla figlia, l’ottima Anna Ferzetti, pure lei fine giurista, che lo sollecita a esaminare il dossier sull’eutanasia con la domanda «di chi sono i nostri giorni?», lui si arrovella nel dubbio amletico: «Se firmo sono un assassino, se non firmo sono un torturatore». Opposto «al narcisismo» e alla tendenza «a mostrare i muscoli» come denuncia Servillo, i nostri politici dovrebbero coltivare il dubbio. Non tutti però soddisfano l’attore protagonista perché se in materia si fanno «due passi avanti e tre indietro» allora no, non va bene, spiega nelle numerose interviste, dando alla campagna promozionale un tratto di opposizione antigovernativa. Insieme alla grazia come istituto giuridico concessa dal capo dello Stato a uno dei detenuti che ne fanno richiesta, il dubbio etico-filosofico è l’atteggiamento auspicato dal titolo: «La grazia è la bellezza del dubbio», dice il Papa con rasta e scooter (Rufin Doh Zeyenouin) a De Santis. Il quale, incalzato dalla figlia, lo risolve concludendo che «i nostri giorni sono nostri», distanziandosi dal titubante presidente democristiano interpretato fino a quel momento. Insomma, comportandosi più da Napolitano che da Mattarella.
Perché un uomo che abbia una formazione cattolica sa che non è così. Che i nostri giorni non sono nostri anche solo per il fatto che veniamo al mondo senza deciderlo. Ci troviamo fatti. E, se così è, non può essere nella legge di natura disfarci. E sa anche che, fra le tante, esiste la grazia divina che «trae bellezza dalle cose brutte» (Grace, U2). Che, però, non è contemplata nel copione di Sorrentino.

 

La Verità, 15 gennaio 2026

Checco Zalone s’inventa il religiosamente scorretto

A volte la trovata geniale ce l’abbiamo talmente davanti agli occhi che non riusciamo a vederla. Chissà che cosa s’inventerà stavolta Luca Medici, in arte Checco Zalone, che a cinque anni da Tolo Tolo in cui si era auto diretto, torna al cinema con la regia del fedele Gennaro Nunziante (cinque film su sei in coppia)? Invece, a volte non serve lambiccarsi il cervello, basta guardarsi attorno per vedere chi sono gli adulti, o presunti tali, di oggi. E chi sono i ragazzi e che cosa cercano davvero.
Realizzato da Indiana production con Medusa, in collaborazione con Mzl e Netflix e con il contributo degli investimenti del ministero della Cultura, Buen camino esce il 25 dicembre in mille copie, destinate ad aumentare dopo la prima settimana di programmazione. Rispetto a Tolo Tolo che s’infilava nella difficile tematica dell’immigrazione stentando a trovare una chiave originale (pur sempre 48 milioni al botteghino), Buen camino è incentrato sul rapporto tra un padre e una figlia che, d’istinto, potrebbe risultare «una cosa un po’ ruffiana», ammette Checco. In realtà, è una storia semplice che tocca temi complessi con leggerezza, facendo ridere tra scorrettezze e le iperboli classiche della coppia Zalone-Nunziante. L’attesa è notevole, anche dopo le accuse di Pietro Valsecchi, ex produttore del comico pugliese, intervistato qualche giorno fa dal Corriere della Sera: «Luca era diventato ossessivo… voleva essere accettato dall’intellighenzia di sinistra, che non l’aveva mai capito». Che cosa replica? «Gli voglio bene», è la lapidaria risposta.
Mentre nella megavilla in Sardegna, tra piramidi faraoniche e piscine hollywoodiane fervono i preparativi per la festa dei 50 anni di Eugenio Zalone, ignorante produttore brianzolo di divani, si scopre che l’unica figlia Cristal (Letizia Arnò), così in omaggio alle bollicine francesi, è scomparsa, ribelle alla ricchezza e alla vacuità strabordanti. È l’ex moglie (una Martina Colombari con lunghi capelli grigi) a strappare il padre dallo yacht e dalle sinuosità della nuova fiamma venticinquenne, costringendolo alla ricerca dell’adolescente. Niente di più improbabile. Il papà, tutto tatuaggi e carte di credito, non sa nulla della ragazzina ma, per vincere la sfida con il compagno dell’ex moglie, un regista palestinese («l’unico che occupa territori fuori dal Medio Oriente, gaza mia»), si attrezza all’impresa impossibile. La dritta giusta arriva dall’amica del cuore di Cristal e così eccolo pedinarla su una delle sue tante Ferrari nel Cammino di Santiago de Compostela. Determinata a proseguire la sua ricerca di autenticità, l’adolescente trascina il padre recalcitrante su sentieri assolati e dentro spartani ostelli. 800 chilometri a piedi, tra scomodità e imprevisti. In realtà, l’imprevisto più grande è il cambiamento delle persone.
Buen camino è una storia leggera e profonda, disseminata di battute che strappano risate improvvise e che potrà piacere anche a sinistra per la critica alla ricchezza più ostentata e kitsch. Un film «famigliare», lo definisce Zalone. E con qualche cenno biografico, ammette, citando le sue figlie adolescenti «che passano la vita sul cellulare e sui social». «Siamo partiti dalla definizione del personaggio di Checco», racconta Nunziante. «È un ricco, è dio ma non alla ricerca di Dio, perché la ricchezza si sostituisce a Dio. Così, il luogo più stridente per lui è il Cammino di Santiago. Un posto religioso, ma non solo e non di moda perché dopo la pandemia il Cammino è calato molto».
La storia scaturisce dal contrasto fra il personaggio di Checco e la ricerca della figlia. «Cristal si ribella alla ricchezza. Quello che manda in tilt noi adulti è quando i nostri ragazzi rifiutano quello che siamo. Allora ci accorgiamo che quello che possediamo non serve a nulla», ragiona il regista. La questione della paternità è centrale. «Da tempo riflettiamo sulla società senza padri. Il primo motivo è che non sappiamo più chi è l’uomo, di conseguenza non possiamo sapere chi è il padre. Il personaggio di Checco è partito che era già padre ma non lo sapeva e torna che lo è. Diventa quello che è ma non sapeva di essere. Questo è il nostro cinema. Se l’uomo rimane lo stesso fino alla fine, siamo nel cinema americano. I finali del cinema europeo cercano di andare incontro all’uomo e di aiutarlo a crescere». Zalone è curioso della reazione del pubblico giovane: «Un po’ mi spaventa. Mia figlia non l’ho mai vista attenta a un contenuto che dura più di 40 secondi e questo è un film tradizionale, di 90 minuti». Qualcuno lo stuzzica sulle battute scorrette come quella su Gaza. «Credo che anziché lamentarsi del politicamente corretto, la risposta migliore sia essere scorretti con intelligenza». Interessante anche sapere che rapporto hanno Zalone e Nunziante con la spiritualità. «A 17 anni non vivevo questa ricerca. Volevo fare il pianista, ma poi è emerso il comico. Ho sentito tanti racconti, chissà, un giorno non escludo di farlo sul serio questo Cammino, negli ostelli», ipotizza il comico. «Non so se spiritualità sia la parola giusta, ma sì, avevo la percezione che la vita non finisse nella vita», argomenta Nunziante. «Se perde la dimensione metafisica l’uomo impoverisce. Si finisce a parlare del sociale e il sociale ha rotto le scatole. Veniamo da decenni di derisione della condizione cristiana in una società in cui l’elemento prevalente è stato il marxismo. Mi piace misurarmi con l’ignoto, il comico fa questo e la commedia non dà risposte. Nel dubbio si cresce e davanti a un dubbio la commedia ne crea un altro. Chi fornisce risposte rasenta la volgarità».

 

La Verità, 23 dicembre 2025

La speranza che allevia il peso delle giovani madri

L’effetto speciale è la forza della realtà e della vita. Niente fronzoli, niente algoritmi, niente ideologie. Giovani madri è un film che sembra un documentario e racconta la vicenda – già dire «storia», saprebbe di artificio – di cinque ragazze madri minorenni. Non ci sono discorsi o insistenze pedagogiche. Solo gesti, sguardi e silenzi. E dialoghi secchi come fucilate. Non c’è nemmeno la colonna sonora, come d’abitudine nel cinema dei fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne, autori anche della sceneggiatura, premiata all’ultimo Festival di Cannes. Distribuito da Bim in collaborazione con Lucky Red, il film, 105 minuti in tutto, è uscito il 20 novembre, accolto dagli elogi di gran parte della critica. Certamente non scalerà il botteghino, ma merita che se ne parli perché è un film diverso. Che ci introduce in una maison maternelle con operatrici laiche che aiutano ad avere figli dopo che il termine per abortire è superato. E non è merito da poco, visto che finora il cinema d’autore e da festival (Magdalene, Leone d’oro alla Mostra di Venezia nel 2002 e Philomena, miglior sceneggiatura sempre a Venezia nel 2013) ha indugiato sugli istituti di suore che, soprattutto in Irlanda, maltrattavano le ragazze madri, per costringerle ad abbandonare i neonati in favore di ricche adozioni.
In questo film, però, non si cerca la denuncia, ma di indagare la fragilità del rapporto fra tre generazioni di genitori e figli. Senza tuttavia cedere alla sociologia. «Cerchiamo sempre di rimanere sulla persona, non vogliamo mai rappresentare un “gruppo sociale”», hanno sottolineato di recente i registi. «Il nostro obiettivo è che i personaggi esistano come individui, come esseri umani, ovviamente in dialogo con lo spettatore». Che qui partecipa da subito a uno scambio intenso. Nella prima scena Jessica parla al cellulare mentre aspetta una persona alla fermata del bus. Incinta di qualche mese, si avvicina a una signora sconosciuta per chiederle se è lì per incontrare una ragazza di nome Jessica. Subito dopo scopriamo che è stata abbandonata alla nascita e che ora si sente tradita dall’appuntamento mancato. Poi la vediamo chiamare un’infermiera perché non sente battere il cuore del feto. Con il suo neonato dentro la carrozzella, Perla, una teenager di colore, va ad aspettare il compagno che esce finalmente di galera, ma si mostra disinteressato all’idea di costruire un futuro insieme. Tornata a casa, l’operatrice la esorta alla sua responsabilità: «Il tuo bambino piange, lo prendi in braccio?». «Piango anche io», replica Perla. «Ha fame», insiste la donna. «Anche io ho fame», ribatte lei.
Il domino del disamore e della solitudine produce anaffettività verso i piccoli, i più indifesi della catena. Ma queste adolescenti strette dentro una sproporzione esistenziale e psicologica rivendicano il diritto a essere ascoltate e amate. E a vivere la loro età. Ancora figlie, sono già madri o si accingono a diventarlo senza che nessuno abbia insegnato loro cosa voglia dire. Mentre provano a capirlo, cercando il loro posto nel mondo, devono maneggiare biberon, pannolini, carrozzine. Senza un sostegno di madri, padri o nonni. Salvo quello, discreto, di infermiere e operatrici che suggeriscono e consigliano. Ariane ha una madre alcolizzata con un compagno violento: «Se c’è lui noi non entriamo», dice la ragazza davanti alla soglia di casa della donna. Che tenta di riguadagnare la fiducia dopo troppe promesse disattese. Vuole coccolare la piccolina per dissuadere la figlia a darla in adozione: «La tengo io». Ma da fuori arriva una voce maschile… Julie è un’ex tossicodipendente che, con il suo ragazzo, pure lui con un passato di strada, prova a credere in un futuro ancora fragile. Bisogna recuperare un equilibrio per svezzare la loro bambina, l’unica «cosa vera» in una vita di bugie. Naïma, che ha trovato lavoro alla stazione dei treni e con il suo bimbo si trasferirà in una casa lì vicino, è il motivo di una festicciola con le compagne. Intanto, Jessica ritrova finalmente la madre… Quell’enorme sproporzione può essere alleviata anche da una poesia di Apollinaire, da un abbraccio improvviso o da una lettera alla figlia, da aprire quando compirà 18 anni.
A Repubblica che ha chiesto loro quale sia «la funzione del regista politico oggi», i fratelli Dardenne hanno risposto: «Una singola lacrima che cade da un volto aggiunge più umanità e spiritualità nella mente di uno spettatore di quanto non faccia un film di protesta sociale o una manifestazione di piazza. Dobbiamo chiederci cosa ci rende più umani quando usciamo dal cinema».

 

La Verità, 22 novembre 2025

Il Maestro di Favino e il tennis metafora della vita

Ora che abbiamo in Jannik Sinner un campione nel quale possiamo riconoscerci checché ne dicano i rosiconi Schützen e Novak Djokovic, tutti abbiamo anche un figlio o un nipote che vorremmo proiettare ai vertici delle classifiche mondiali. Grazie alle soddisfazioni che regala, il tennis inizia a competere con il calcio come nuovo sport nazionale (giovedì su Rai 1 la Nazionale di Rino Gattuso ha totalizzato 5,6 milioni di telespettatori mentre sommando Rai 2 e Sky Sport, il match di Musetti – non di Sinner – contro Alcaraz ha superato i 3,5 milioni). Così, dopo esser stati Ct della Nazionale ora stiamo diventando tutti coach di tennis. Tuttavia, in Il Maestro, interpretato dall’ottimo Pierfrancesco Favino, Andrea Di Stefano (erano insieme anche in L’ultima notte di Amore) raffredda le illusioni perché non avalla nessuna facile aspirazione di gloria. Anzi.

A fine anni Ottanta, mentre imperversano Ivan Lendl e John McEnroe, i telefoni vanno a gettone e si indossano pantaloncini ascellari, il papà, ingegnere della Sip, destina energie e risorse economiche al progetto di trasformare in un campione il figlio tredicenne (il bravissimo Tiziano Menichelli). Niente sbruffonate e gioco d’attacco, «quello lo lasciamo ai figli dei ricchi», ma ore di allenamento serale con il padre dietro il «drago lanciapalle» a dettare i tempi delle rincorse a fondocampo. La strategia funziona a livello dei tornei regionali, ma ora che si avvicinano l’estate e il circuito nazionale, c’è un cambio di programma. Cancellate le vacanze nel solito villaggio turistico (pure con campi da tennis), con disappunto della parte femminile della famiglia, i risparmi vengono investiti nell’ingaggio di un maestro accompagnatore che vanta un ottavo di finale agli Internazionali di Roma. Il curriculum del campione mancato però omette altre caratteristiche non secondarie ma incombenti. Le consegne dell’inflessibile padre al maestro riempiono il borsello a tracolla: quaderni con regole di allenamenti e di comunicazione durante i match, sacchetto di gettoni per le telefonate quotidiane di aggiornamento sui risultati, contanti per il pagamento del maestro e degli alberghi nelle località delle competizioni.

Si parte per la consacrazione dei sogni. Ma già a bordo della Jaguar parecchio fané di Favino iniziano le prime divergenze sul giocatore preferito, l’imperturbabile Lendl per il ragazzo e lo sregolato Guillermo Vilas per l’allenatore, e sugli approcci all’universo femminile. «Le ragazze non mi interessano», replica l’adolescente alle proposte di intraprendenza dell’adulto, che recupera con un «bravo, ti volevo testare». In realtà, dovendo mantenere nella disciplina l’allievo, l’insegnante prova a liberarsi delle trasgressioni che lo rendono irrisolto e malinconico. Il ragazzo è disorientato e comincia a inanellare sconfitte con conseguente dramma famigliare. Inevitabile che il conflitto tra il rigore del padre e la cialtroneria del maestro deflagri non solo sulla racchetta dell’adolescente. Il quale, reggendo a situazioni ben più grandi di lui, si rivela il più adulto di tutti.

Curato nei dettagli di costume, ben sceneggiato da Ludovica Rampoldi con il regista, Il Maestro metabolizza Open di André Agassi e J.R. Moehringer, Challengers di Luca Guadagnino e persino Il sorpasso. Ma a ben guardare, non è né un film on the road, né un film sul tennis, né una commedia brillante – caso mai dolceamara. Pur, come detto, ambientato negli anni Ottanta, parla del presente e di tanti aspetti che ci sono famigliari. Dei padri invadenti e oppressivi (che oggi aggrediscono gli arbitri di calcio nei campetti), dei genitori che vogliono fare i coach (quanti ne vediamo nei team dei top ten), degli atleti che non hanno vinto quanto potevano perché convinti che bastasse il talento e delle sconfitte che fanno maturare.

Insomma, un film che parla di noi.

 

La Verità, 15 novembre 2025

Sorrentino usa la grazia per parlare di eutanasia

La grazia è un film toccato dalla grazia. Uscito come una fucilata dalla testa e dalla penna di Paolo Sorrentino. Un film che sa divertire e anche commuovere, inaspettatamente. Un film con personaggi ad alta definizione e dialoghi di elevata densità. Un film con momenti strazianti e struggenti. E con scene memorabili come la rovinosa caduta del vecchio presidente del Portogallo investito da un diluvio nel cortile del Quirinale durante la visita al suo omologo italiano. Certo, non è un film perfetto, con qualche eccesso, qualche passaggio pleonastico e qualche inevitabile ridondanza recitativa. Per esempio, in Toni Servillo che interpreta un presidente della Repubblica tra Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano. E che, non a caso, in conferenza stampa sottolinea «l’importanza di un rilancio narrativo, il regalo di un personaggio totalmente nuovo, che ci ha evitato di adagiarci sul già fatto». Un film, infine, e questo è forse il suo pregio maggiore, che riesce a trattare in modo leggero un tema pesante come l’eutanasia, sul quale è difficile procedere per certezze assolute, tanto più per un artista come Sorrentino.
Mariano De Santis è un grande giurista ed ex magistrato, autore di un codice di procedura penale di 2046 pagine, divenuto presidente della Repubblica. È un uomo ancora innamorato della moglie Aurora, morta alla vigilia dell’elezione e, ora che sta per iniziare il semestre bianco durante il quale i suoi poteri si riducono, la nostalgia di lei non gli dà tregua in un Quirinale, sempre più «luogo di solitudine». Una solitudine acuita dal tradimento di quarant’anni addietro, con chi egli non ha mai saputo. Dopo di allora, anche se marito e moglie hanno continuato ad amarsi, De Santis è rimasto fermo a quel tradimento. Così, ora lo vediamo avvolto nelle sue malinconie e nell’indecisionismo dal quale tenta di smuoverlo la figlia Dorotea, una bravissima Anna Ferzetti, anche lei raffinata giurista. Le responsabilità incombono, soprattutto De Santis è invitato a firmare la legge sull’eutanasia. Per la quale, da Presidente democratico cristiano, non può non confrontarsi con il Papa; un Papa nero con lunghi rasta grigi, raccolti in una coda di cavallo, interpretato da Rufin Don Zeyenouin, che, dopo aver detto che le domande contano più delle risposte, come un contraddittorio Bergoglio, lo esorta a non firmare la legge. «Non sei mai stato capace di leggerezza», lo rimprovera la vulcanica amica storica (una formidabile Milvia Marigliano) confermando il soprannome di «cemento armato» che si porta dietro. «Sono l’uomo più noioso che conosco», dice lui di sé stesso. Tutto il colore e l’estrosità della vita erano nella moglie che non c’è più. Fortunatamente, la figlia gli impedisce di perdersi nelle malinconie e lo incalza con i faldoni delle istanze di grazia. Quella di una donna che ha ucciso il marito violento e torturatore («era un malato psichico terminale, l’ho liberato dalla sua schiavitù, la mia è stata una forma di eutanasia»), e quella presentata dai cittadini di Moncalieri per un professore amato dai suoi alunni che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. E soprattutto con il testo sull’eutanasia di fronte al quale è come paralizzato. «La domanda finale è solo una», stringe Dorotea, «di chi sono i nostri giorni?».
«Mi sono ispirato al Decalogo di Krzysztof Kiesloski, un autore che procede per dilemmi morali», spiega il regista nell’affollata conferenza stampa. «Lo spunto mi è venuto dalla cronaca quando ho saputo che Sergio Mattarella aveva concesso la grazia a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer. I dilemmi morali sono un ottimo motore narrativo. Da lì, mi sono soffermato sul presidente della Repubblica e sul suo potere di concedere la grazia. Che, oltre a essere uno strumento giuridico, può essere anche un atteggiamento verso il mondo e la vita. Ho immaginato questo Presidente come una persona innamorata della moglie, ma poi anche della figlia e del diritto. Penso che la costante ricerca delle certezze porti a frequentare il dubbio come, secondo me, dovrebbero fare i politici fino a trasformarlo in una decisione etica e responsabile». Neanche Sorrentino, però, ha certezze granitiche: «La riflessione sull’eutanasia non è un’alternativa tra il bene e il male, ma più spesso è una domanda su quale sia il male minore. Tra la domanda semplice su di chi sono i nostri giorni e la risposta altrettanto semplice che dice che sono nostri, c’è il muro della vita».
Altro tema classico del cinema sorrentiniano, anche quest’opera si sofferma sullo scorrere del tempo e la trasmissione di valori tra generazioni. Fino a un certo punto della vita sono i genitori a insegnare, ma poi tocca ai figli condurre i genitori, riflette De Santis quando scioglie i dubbi sul testo della controversa legge: «I nostri giorni sono nostri». Insomma, il protagonista è un Mattarella che alla fine si avvicina molto a Napolitano, come confermerebbero le sue origini partenopee? Servillo: «Non c’è il riferimento a un unico personaggio che ha ricoperto il ruolo di Capo dello Stato. Abbiamo avuto innumerevoli presidenti democristiani, innumerevoli presidenti vedovi, innumerevoli presidenti uomini di legge, innumerevoli presidenti con una sola figlia e, infine, innumerevoli presidenti napoletani». Già. Ma un presidente democristiano sa che i nostri giorni non sono nostri perché non veniamo al mondo per nostro volere, ma ci troviamo fatti.
Alla fine, il produttore di Freemantle, Andrea Scrosati, regala una notizia: «Sorrentino mi ha fatto leggere questa sceneggiatura quattro anni fa, ma poi ha voluto realizzare Parthenope. Ora quello che ho visto sullo schermo è ancora meglio di quella sceneggiatura». Quando arriverà nelle sale, il 15 gennaio, il film potrebbe alimentare il dibattito sull’eutanasia? «Me lo auspico, ma non so se il cinema abbia ancora questo potere», ammette il regista. Di sicuro, quella data lo escluderebbe dalla corsa agli Oscar. Ma forse la conquista di un grande premio alla Mostra potrebbe suggerire di anticiparne l’uscita.

 

La Verità, 28 agosto 2025

Al Lido i proPal cercano di allargare i consensi

Alla ricerca della visibilità, del consenso, dell’applauso facile. Il collettivo attori e registi militanti è in servizio permanente effettivo, da un appello all’altro. E pazienza se spesso e volentieri la mira è sbagliata. Dopo l’intemerata di Elio Germano sui finanziamenti ministeriali rivelatosi un boomerang per il salotto buono del cinema, alla vigilia della 82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica che si apre stasera con la proiezione di La grazia di Paolo Sorrentino, tiene banco la richiesta di revocare l’invito a Gal Gadot e Gerard Butler, un’attrice e un attore colpevoli di essere filo israeliani e di sostenere l’azione di Netanyahu. Venice4Palestine (V4P), la sigla nella quale si sono aggregati artisti e associazioni, ne ha fatto esplicita richiesta in un appello e in una successiva lettera aperta indirizzati ai vertici della Biennale di Venezia.

La politica viene prima dell’arte. Gaza viene prima di La grazia. Curioso che siano attori e registi a promuovere il ribaltamento delle priorità. Il direttore della Mostra Alberto Barbera ha espresso la sua contrarietà a ogni forma di censura: «Non è certamente vietando a degli artisti di partecipare a un evento che si risolvono i conflitti. Non ci sarà nessun ritiro di invito». Altrettanto chiara la replica del presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco: «Io non chiudo, io apro. Anche in tempo di guerra intellettuali e artisti devono incontrarsi e discutere».

A conferma che il battage allestito da V4P è propaganda, c’è il fatto che, prima che la lettera giungesse a destinazione, i due attori avevano rinunciato ad accompagnare alla Mostra In the hand of Dante, il film sulla Divina commedia diretto da Julian Schnabel, il visionario regista newyorchese di famiglia ebrea che il 3 settembre riceverà in Sala grande il premio Cartier Glory to the filmaker 2025. Girato in Italia, il film vanta un cast che, oltre ai due attori scomunicati, annovera tra gli altri Al Pacino, Martin Scorsese, John Malkovich e i nostri Sabrina Impacciatore e Claudio Santamaria. Loro potranno sfilare, Gal Gadot e Gerard Butler no. Ex miss Israele ed ex Wonder woman, Gadot è colpevole di aver prestato servizio militare obbligatorio nel Paese dove vive dal 2005, divenendo istruttrice di combattimento e poi di aver posato per un servizio fotografico dell’esercito intitolato «le soldatesse più sexy del mondo». Non importa che abbia un nonno sopravvissuto ad Auschwitz e che nei giorni scorsi si sia unita alle famiglie degli ostaggi nelle mani di Hamas per chiederne il rilascio al fine di accelerare i negoziati. Scozzese di 55 anni, cresciuto in una famiglia cattolica e protagonista di film d’azione, Butler ha promosso con Arnold Schwarzenegger, Robert De Niro e Larry King raccolte fondi in favore dell’esercito israeliano che sta occupando la Striscia di Gaza. Chissà come sarebbe andata se De Niro avesse voluto sfilare al Lido. I democratici firmatari dell’appello, paradossalmente sostenuto anche dalla rete di Artisti #NoBavaglio, vogliono sbarrare il Lido a Gadot e Butler. Certo, non è esattamente come recita un sarcastico post su X: «Nessun boicottaggio pro Pal degli attori italiani potrà mai battere quello del pubblico verso i loro film». Ma la ricerca di consenso e di plauso dai media rimuove tante contradizioni e forse ambisce a quella visibilità che non sempre la loro arte garantisce.

Lunedì sul Foglio, Pupi Avati ha ricostruito da par suo la rinascita dell’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici) illudendoci, come recitava il titolo, che «alla fine poté più il cinema della politica». Purtroppo, l’attivismo di Venice4Palestine ha smentito rapidamente l’illusione. I firmatari dell’appello – tra i quali Kean Loach, Marco Bellocchio, Matteo Garrone, Mario Martone, Gabriele Muccino, Valeria Golino, Jasmine Trinca, Laura Morante, Alba e Alice Rohrwacher, Beppe e Toni Servillo, Serena Dandini, Fiorella Mannoia e Roger Waters (fino a 1500 adesioni) – hanno chiesto alla Biennale «di esporsi con azioni e posizioni chiare e che si impegni a interrompere le partnership con qualunque organizzazione che sostiene il governo israeliano, direttamente o indirettamente». Già in luglio, in vista di possibili contestazioni, alla presentazione del programma era stata sottolineata la significativa partecipazione al concorso di The voice of Hind Rajab della regista Kaouther Ben Hania, film sulla bambina che, intrappolata in un’auto in mezzo ai parenti uccisi durante l’invasione dell’esercito israeliano di Gaza del gennaio 2024, chiede aiuto, invano, ai soccorritori. Ora V4P vuole che una sua delegazione sfili sul tappeto rosso con la bandiera palestinese e annuncia una manifestazione al Lido per sabato.

«La Biennale di Venezia e la Mostra del cinema sono sempre stati nella loro storia luoghi di confronto aperti e sensibili a tutte le questioni più urgenti della società e del mondo», hanno replicato dall’istituzione veneziana. Non basta. Attori e registi pretendono la condanna «del genocidio» e il ritiro degli inviti. Proprio come avvenuto qualche settimana fa a Valery Gergiev, il direttore d’orchestra in odore di putinismo, prima invitato per dirigere un concerto alla Reggia di Caserta e poi scaricato a furor di proteste dem. O come successo in questi giorni a Woody Allen, caduto sotto gli strali del governo ucraino per aver elogiato il cinema russo durante la Settimana internazionale del cinema di Mosca: «Credo fermamente che Putin abbia torto, ma l’arte va tenuta fuori», ha respinto le accuse il cineasta americano.

Quando si antepone l’ideologia all’arte o si confonde l’appartenenza a un popolo con l’adesione acritica al suo governo gli effetti possono essere nefasti. «Cosa c’entra Netanyahu col divieto di ospitare un artista israeliano? Allora non si dovrebbe invitare nessun iraniano per Khamenei, o nessun artista cinese per le tensioni tra Pechino e Taiwan», ha osservato Andrée Ruth Shammah, regista e direttrice del Teatro Franco Parenti di Milano, manifestando la sua amarezza per la presenza di tanti amici nelle file dei censori.

Dal palco dei David di Donatello, prima di innescare la controproducente polemica sui finanziamenti al cinema Elio Germano disse che «un palestinese ha la stessa dignità di un israeliano». Oggi si deve dire che vale anche il contrario.

 

La Verità, 27 agosto 2025

Una manina ripulisce la carriera truffa di Kaufmann

Un curriculum fasullo che qualcuno sta provando a cancellare. Una carrierona inesistente, servita per accaparrarsi denaro pubblico, che adesso si tenta di sverniciare. Altro che lo scandalo di certe lauree inventate e scoperte tardi. I titoli professionali di Francis Kaufmann sono una recita da premio Oscar. Un’opera da genio del male degno di grandi festival internazionali. Una pantomima da Academy awards. Peccato che nessuno se ne fosse accorto. Nessuno che avesse detto Kaufmann chi? Nemmeno nei felpati uffici del ministero della Cultura. Nemmeno coloro che, stando al curriculum, avrebbero dovuto essere compagni di set del grande cineasta, ora inquisito per l’omicidio della piccola Andromeda e di Anastasia Trofimova.
È una millantazione kolossal, la sua. Un piano minuziosissimo che lo ha fatto apparire collaboratore di Paolo Sorrentino, in Youth – La giovinezza. Presente nel cast tecnico di Heaven, regia di Tom Tykwer su sceneggiatura di Krzysztof Kieslowski (con Cate Blanchett e Remo Girone). Produttore esecutivo di Ridley Scott in Tutti i soldi del mondo e in Ore 15,17: attacco al treno di Clint Eastwood. Al fianco di Beyoncé e Idris Elba nel thriller Obsessed. Sceneggiatore e produttore di 3 metros sobre el cielo, adattamento spagnolo del romanzo di Federico Moccia. Una super carriera cinematografica, dunque.

Oggi, però, la notizia è un’altra, ancora più stravagante. «Se non fosse una tragedia sarebbe una commedia perfetta», ha detto Sergio Castellitto, commentando la bizzarria dei finanziamenti ministeriali a un film mai girato, per giunta da un presunto criminale. La notizia di oggi trasforma la tragicommedia in un thriller. Nelle ultime ore, qualcuno sta cancellando le tracce di questa carrierona. Una manina sta nascondendo i falsi titoli professionali con i quali lo Zelig dei set ha inventato il suo profilo da cineasta. Mentre Kaufmann è nelle carceri greche in attesa di estradizione per il duplice omicidio di Villa Pamphili, parecchio lavoro attende la polizia postale per smascherare l’azione di questa manina. A rivelarlo è Franco Bechis, il direttore della testata online Open, già autore dello scoop che qualche giorno fa ha rivelato il finanziamento di 863.000 euro ottenuti dal film Stelle della notte mai realizzato dal sedicente regista americano che si firmava Rexal Ford. Fondi pubblici ottenuti grazie all’assegnazione priva di controlli e di verifiche disposta dalla legislazione del tax credit attuata dal ministero della Cultura ai tempi di Dario Franceschini.
L’invidiabile carriera di Kaufmann nel cinema era stata messa a punto nella versione professionale del sito Imdb, una specie di Bibbia dell’industria cinematografica, di proprietà di Amazon. Lì, Rexal Ford, uno dei nominativi con cui il finto regista si era accreditato, compariva, insieme a Matteo Capozzi, attivo sui profili social, e a Michael Sterling, firmatario delle lettere di presentazione, come direttore esecutivo della fantomatica Tintagel films Llc, la società di produzione che non ha sede a Malta, bensì a Canterbury, in Gran Bretagna. Anche questo, però, risulta falso perché nessuna azienda con quel nome compare nel registro delle imprese del Regno unito. Tuttavia, il piano era studiato nei minimi dettagli. Con una sofisticata tecnica di hackeraggio, i nomi dei tre direttori della Tintagel erano stati inseriti nelle schede dei film citati e presentati come credenziali negli uffici giusti. Ma il falso è kolossal perché negli sterminati titoli di coda originali dei film ai quali Kaufmann millantava la partecipazione, dove si elencano anche i nomi degli elettricisti e dei fonici, né Rexal Ford né Matteo Capozzi né Michael Sterling comparivano mai.

Ora, nella notte tra il 24 e il 25 giugno le 48 collaborazioni eccellenti a film e lungometraggi si sono dimezzate. «Una manina evidentemente collegata alla rete di Kaufmann», scrive Bechis, «è intervenuta e ha modificato la scheda della Tintagel Films su Imdb pro. Rexal Ford è rimasto tra i direttori, ma nella sua scheda sono state cancellate la metà delle produzioni che erano indicate fino al giorno prima. Sparita la partecipazione da produttore esecutivo nella versione spagnola di Tre metri sopra il cielo. Ripulite le schede originali dei film che così non erano più hackerate». La stessa ripulitura è stata realizzata sul profilo di Matteo Capozzi, «sparito del tutto con tutti i film cui avrebbe partecipato. Cancellata la sua scheda, sparita ogni traccia».
È un lavoro di ripulitura sofisticato in corso d’opera. Le partecipazioni diminuivano col passare delle ore, cancellate una ad una, certosinamente. È stato fatto un hackeraggio al contrario, opposto a quello che in fase di costruzione della falsa carriera aveva infilato i diversi avatar di Kaufmann nelle opere da esibire. Un’operazione che svela l’esistenza di una rete tuttora attiva, in possesso di strumenti raffinati, complice della persona che, secondo gli indizi in possesso degli inquirenti, avrebbe ucciso la propria compagna e la propria figlioletta.
Secondo Pupi Avati, maestro di tutti i generi cinematografici, la tragicommedia con elementi thriller ha, purtroppo, anche amari risvolti horror: «Occorreva che un mostro uccidesse la propria figlia e la propria compagna perché i grandi media si occupassero del disastro in cui si trova il cinema italiano. Che fu grande fino a quando i politici non lo ritennero cosa propria».

 

La Verità, 26 giugno 2025

Macron arruola anche Cannes a difesa di Zelensky

Arruolata anche la Croisette. Spedita al fronte. Schierata sulla linea di confine della guerra in Ucraina con tutta la grandeur, l’allure e il glamour di star e starlette, sebbene quest’anno meno svestite del solito. Il 78º Festival di Cannes si è aperto nei giorni della trattativa tra Volodymyr Zelensky e la delegazione russa con la mediazione logistica della Turchia e quella diplomatica dell’amministrazione Trump e, con raro zelo temporale, la direzione della più importante manifestazione francese ha colorato di giallo e azzurro un’intera giornata. Quattro film, meglio, tre documentari e un lungometraggio in concorso, dedicati all’Ucraina. Uno schieramento massiccio, senza possibilità di equivoci, «con un evidente significato politico che», annota la solitamente asettica Ansa, «non può essere sganciato dall’impegno del presidente francese Macron per il gruppo dei Volenterosi».
Il presidente ucraino è, invece, il protagonista di due documentari mostrati nella sala intitolata al prestigioso critico Jean Bazin. Un reportage firmato da Bernard-Henry Lévy e Marc Roussel, girato sui fronti dell’Ucraina orientale, dal significativo titolo Notre guerre, dove lo si vede riluttante nei giorni che precedono la visita alla Casa bianca. Ma è soprattutto Zelensky, 135 minuti di biopic firmati da Yves Jeuland, Ariane Chemin e Lisa Vapné, autori e giornalisti francesi, a irradiare di luci prive d’ombra l’ascesa dell’ex comico nato a Kyvryj Rih e diventato nella realtà il personaggio inscenato nella finzione della serie Servitore del popolo.
Assai bizzarro è il fatto che, per mostrare questa sorta di agiografia, Cannes abbia derogato alla consuetudine di proporre solo opere inedite. Le due parti del documentario sono infatti da giorni visibili su Arte.tv, la piattaforma culturale che in homepage martella la sua vocazione «europea per gli europei». Et Volodia devint Zelensky, è il titolo originale, prende le mosse dalla celebrazione per i 33 anni dell’indipendenza ucraina, il 24 agosto 2024, quando la guerra è in corso da due anni e mezzo.
Chi è Volodymyr Zelensky, si chiedono gli autori. Un nazionalista, una marionetta, un saltimbanco o un eroe che porta sulle spalle il destino di un popolo intero? «Questa è la storia di un sovietico che sognava il mondo dello spettacolo». Oppure, «è la storia di un comico che ha interpretato così bene il presidente da diventarlo sul serio». Si riparte da Kyvryj Rih, nell’Ucriana ancora sovietica, patria del protagonista, la città del ferro dove, se a qualcuno fosse sfuggito il filo rosso sotterraneo, basta poco per apprendere che «il suo acciaio è servito per costruire la Torre Eiffel». Sul palco del cortile di casa il giovane Volodia e i suoi amici iniziano a esibirsi con piccole storie, canzoni, gag. Volevano diventare star della televisione. Le maestre dei ragazzi raccontano che la Gioventù comunista li addestra come «pionieri». «Ma noi non volevamo essere uomini sovietici», sottolinea l’amico Denys. La scuola propone corsi di matematica, dibattiti, gare di danza. Volodia eccelle in tutto. A 28 anni partecipa a Ballando con le stelle e vince. Fonda il gruppo Kvartal 95 per partecipare al varietà umoristico Kvn. Il produttore Alexandre Rodniasky ricorda la prima volta che lo vide: «Era divertente, carismatico, estremamente svelto, un vero leader». Ma dal 2003 al Cremlino c’è un nuovo inquilino, Vladimir Putin, e una band di Kiev non può spuntarla sui ragazzi di Mosca. Così, il giovane Zelensky torna in Ucraina, nel frattempo divenuta indipendente, dove il successo è inarrestabile.
Altra citazione strategica, la seconda parte del documentario si apre con l’intervento di Zelensky all’inaugurazione del Festival di Cannes. È il 17 maggio 2022, l’invasione di Putin è iniziata da tre mesi e il presidente ucraino evoca Charlie Chaplin nel Grande dittatore. «Zelensky non è il nuovo Chaplin», concedono gli autori, «ma la sua storia è altrettanto romanzesca».
Il 2014 è l’anno dei cambiamenti. Zelensky non partecipa alla rivolta della piazza Maidan, ma quando Putin annette la Crimea gli risponde sul filo della satira e poi va nel Donbass per tenere alto il morale delle truppe al confine (lui che il servizio militare è riuscito a evitarlo). Con gli amici di sempre, scrive la sceneggiatura della serie Servitore del popolo in cui interpreta Goloborodko, un insegnante che diventa presidente dell’Ucraina. La finzione irrompe nella realtà. La serie, diffusa dalla rete tv 1+1 del magnate e suo futuro sponsor elettorale Ihor Kolomoisky, ha grande successo. Un amico deposita il marchio del partito Servitore del popolo. Il 31 dicembre 2018 a mezzanotte lui rompe gli indugi in diretta tv annunciando la sua candidatura dal backstage di uno show. Dopo l’annuncio, riprende a cantare fra le ballerine. Gli autori della serie sono gli organizzatori della campagna elettorale. La confusione e la sovrapposizione tra i due ruoli, i due linguaggi e i due copioni è voluta. Zelensky è un Beppe Grillo che ce l’ha fatta.
A completare la spedizione cinematografica embedded, a Cannes si sono visti anche 2000 metri da Andriivka del regista premio Oscar Mstyslav Chernov che, camminando a fianco dei soldati ucraini ne documenta l’avanzata per liberare il villaggio di Andriivka, e Two prosecutors, in concorso, del regista ucraino Sergej Loznitsa, dedicato all’orrore delle purghe staliniane.
La diplomazia culturale della Croisette è stata organizzata nei minimi dettagli.

 

La Verità, 17 maggio 2025