Il film che disturba Kiev non è distribuito in Italia

Auguro all’Ucraina di vincere la guerra», parole e contropiede vincente di Ilya Khrzhanovsky, il regista russo dissidente in concorso ieri alla Mostra del cinema di Venezia con Dau, il film di tre ore e mezza che arricchisce un progetto artistico iniziato nel 2006 e narra quarant’anni di vita – da Leningrado 1928 passando per Kharkiv 1938 fino a Mosca 1968 – di un geniale fisico russo di origine greca. Lo spiazzamento provocato dalle parole pronunciate dal suo autore davanti ai giornalisti inviati al Lido chiama in causa indirettamente il governo di Kiev che nelle scorse settimane ha contestato con diversi comunicati la partecipazione del film alla Mostra veneziana. «La mia posizione rispetto al conflitto russo-ucraino è sempre stata molto chiara, da ancor prima dello scoppio della guerra, ancor prima dell’invasione del 2022, dalla guerra del Donbass», afferma il cineasta. Ma chissà perché il ministero degli Affari esteri e della Cultura di Kiev non se n’erano accorti e avevano accusato il film di essere uno strumento della propaganda russa. Accusa che era stata immediatamente rigettata sia dal regista che dal direttore artistico della rassegna, Alberto Barbera.

Ora l’artista nato a Mosca aggiunge parole ancora più chiare: «L’Ucraina si trova in un momento di terribile e sanguinosa guerra, che dura da più di quattro anni. Penso che sopravvivrà, rimarrà forte e preserverà la sua indipendenza e avrà un futuro migliore. Ma al momento», sottolinea Khrzhanovsky, «la tensione è talmente alta che l’unica cosa che posso augurarle è la pace e che il governo ucraino abbia il successo più ampio possibile. Che salvi il Paese e vinca questa guerra». Dopo le nuove dichiarazioni del regista, le autorità ucraine dovranno convincersi a ritrattare. Ma non è sicuro che lo faranno. Avrebbero già dovuto farlo sulla base del profilo inequivocabile del cineasta moscovita, protagonista di critiche nei confronti di Vladimir Putin e contro la guerra che hanno portato il ministero della Giustizia russa a inserirlo nella lista degli «agenti stranieri». Nel 2024, il regista di Dau ha rinunciato alla cittadinanza russa, acquisendo quella tedesca, britannica e israeliana.

Nato come biografia del fisico premio Nobel Lev Landau (interpretato dal direttore d’orchestra e attore greco russo Teodor Currentzis) che contribuì alla creazione della prima bomba atomica sovietica, il film racconta il percorso del brillante e inquieto fisico. Le riprese sono durate anni e sono terminate nel 2011, poi ne sono state aggiunte di nuove. Si seguono gli scontri dialettici e anche fisici tra un gruppo di scienziati idealisti e i dirigenti del ministero della Difesa sovietico decisi a ottenerne la collaborazione per l’industria bellica. In un contesto vitale e colorato, con piazze piene di mercati, feste e spettacoli popolari di varietà, Khrzhanovsky introduce alcune forme linguistiche originali per rendere il conformismo della popolazione e degli intellettuali e l’asservimento a un sistema totalitario che manteneva il potere con la paura, il controllo ossessivo, l’uso di spie, i processi farsa, e le condanne ingiuste in un clima di sospetto diffuso. Nel pieno di questo conflitto, lo scienziato idealista Dau continua a interrogarsi sul bisogno di libertà, sulla ricerca della felicità e sul destino. Stringe una relazione con la spregiudicata Nora (Ramila Shchogolieva), ma ben presto cerca una liberazione in altre relazioni fuori dal matrimonio, finendo per perdere sé stesso e la propria capacità di amare. Nel Sessantotto a Mosca si scontrerà con le squadre del regime determinate a sedare ogni moto libertario.

Currentzis, l’attore e direttore d’orchestra che lo interpreta e che non ha accompagnato il film in Laguna, ha assunto una posizione neutrale sulla guerra in Ucraina. Interpellato in proposito, il regista ha detto che preferisce rivolgere le critiche a sé stesso, «cercando di agire e comportarmi come ritengo giusto. Non mi sento di criticare Teodor Currentzis per non aver fatto una scelta, al contrario di me, che l’ho fatta. Credo che ognuno risponda per le proprie decisioni, per la propria vita, per il proprio destino. E come si vede nel film, anche il protagonista fa delle scelte diverse. E ne paga le conseguenze, come accade a tutti noi. Da quando ho iniziato ad adesso», continua, «ho visto accadere molte cose terribili nel Paese in cui sono nato. Tutto è iniziato con la guerra in Ucraina, le cui violenze continuano e sono sempre peggiori. Questo è più importante di qualunque lettera o polemica contro il film».

A un certo punto, nel ruolo di un fisico comunista di quel periodo, compare in un cameo anche Carlo Rovelli: «È uno scienziato unico perché sa spiegare a un pubblico vasto la complessità della fisica quantistica», sottolinea il regista.

Ci si augura che la risonanza mediatica avuta dal film, anche a causa delle ingiustificate polemiche che ne hanno accompagnato la partecipazione alla Mostra, gli guadagni la distribuzione nei cinema italiani.

 

La Verità, 10 settembre 2026

Un doc demolisce Musk e un film punge Zuckerberg

A un certo punto dell’interminabile odiografia che Alex Gibney confeziona su Elon Musk si vede l’imprenditore sudafricano intervenire in video collegamento durante la campagna elettorale di Alternative für Deutschland (Afd), un mese prima del voto del 2025. Chissà che cosa penserà il documentarista premio Oscar ora che l’uomo più ricco del mondo ha commentato su Twitter con un «Ben fatto» il successo in Sassonia del partito di Ulrich Siegmund. Ma non è il caso di suggerire un’appendice a Musk, il doc presentato ieri nella sezione Venice open, che dura già così quattro ore, compresi dieci, provvidenziali, minuti di intervallo.

Ritrarre il patron di Tesla, di Space X e di X (ex Twitter) è certamente impresa titanica, tanto più che il protagonista ha rifiutato con un «Alex Gibney è un idiota» la sua mancata collaborazione. L’autore però non s’è perso d’animo e ha perseguito il suo progetto a tesi, schierando una lunga teoria di testimoni, collaboratori, ex mogli e compagne: tutti concordi nel tratteggiare il profilo di una personalità pericolosa, corrotta e opportunista. Solo il padre e il fratello di Elon, pur parlando di «un’infanzia difficile», gli riconoscono una grande genialità. Senza però riuscire a fugare l’impressione complessiva di un documentario molto orientato se non proprio militante, che assesta tanti cazzotti, ma non il colpo del kappaò.

Presentato a sua volta nel catalogo come «il più importante documentarista del nostro tempo» capace di firmare inchieste sulla pedofilia nella Chiesa, su Scientology e su Steve Jobs, Gibney ricorda in un certo senso l’Oliver Stone prima maniera quando afferrava il soggetto della sua indagine e non lo mollava fino al The End, battendo sempre sullo stesso tasto. In 235 minuti di testimonianze si riconosce solo all’inizio un rilevante grado di visionarietà a Musk. Con Tesla e Space X, questo inventore e ingegnere un po’ frustrato perché i meriti se li prendono sempre i manager, vuole dare nuovo impulso all’innovazione green e all’industria aerospaziale. Ben presto, però, gli obiettivi diventano meno nobili e il magnate immaginifico si trasforma in un «genio della fuffa». Da quando ha eccepito sui lockdown e sui vaccini e, poi, ha spalleggiato Donald Trump in campagna elettorale e accettato l’incarico al Dipartimento dell’efficienza governativa dell’amministrazione americana (Doge), «l’imprenditore-inventore» è diventato il pericoloso campione della tecnodestra. Non solo lui, in realtà: molti big della Silicon valley, prima esaltati come fautori dell’Eden tecnologico mondiale, ora che a sorpresa dialogano con la Casa Bianca sono improvvisamente passati nel dark side della narrazione globale. Nell’ottimo Bunker di Florian Zeller, per esempio, anch’esso presentato ieri in concorso qui al Lido, anche Mark Zuckerberg fa una pessima figura chiedendo all’archistar interpretato da Javier Bardem di costruirgli un avveniristico bunker che possa ospitare fino a una trentina di amici e parenti con cui salvarsi dall’apocalisse prossima futura. Deve mettersi di mezzo sua moglie, Penelope Cruz, editor di narrativa internazionale, per evitare che il coniuge firmi il megacontratto con il fondatore di Facebook: anche lui, ieri benefattore e filantropo, oggi turbocapitalista e egoista.

L’obiettivo di Gibney è smontare la lettura dei biografi di fiducia e delle schiere di follower che parlano di Musk come del nuovo Leonardo Da Vinci in grado di rispondere a ogni interrogativo e di «trasformare l’umanità in una specie multiplanetaria». Il suo racconto parte invece dal basso per illuminare i lati nascosti dell’epopea del «più grande capitalista nella storia degli Stati Uniti d’America», come viene annunciato alla convention elettorale di Trump al Madison Square Garden di New York. Così, c’è chi come Martin Eberhard, racconta le oscure manovre ordite dall’imprenditore sudafricano per conquistare il titolo di «fondatore di Tesla». Chi ricorda i lanci falliti, e il rischio di bancarotta conseguente, dei missili di Space X puntati su Marte. Chi, come la giornalista Kara Swisher, sottolinea i drastici tagli di personale e la riconversione di Twitter operati per ripristinare il free spech. L’ex moglie e scrittrice Justine Musk racconta invece la sofferenza di Vivian, la figlia trans nata come Xavier, da cui il padre ha preso le distanze.

L’influencer Ashley St. Clair, già attivista Maga, movimento dal quale si è allontanata, rivela di aver rifiutato 40 milioni di dollari per tacere sulla relazione con Elon dalla quale è nato un figlio, per poter testimoniare nel documentario. «L’ho fatto per i miei figli», ha assicurato in conferenza stampa. Lo stesso Gibney ha rivelato che «tanti hanno rinunciato a testimoniare per paura». Ma il suo lavoro è andato avanti lo stesso e «vuol essere un monito» perché ora il campione della tecnodestra è arrivato a «una corruzione morale che giustifica l’appoggio a un presidente che, puntando sul petrolio, sta distruggendo il pianeta». Tutto chiaro.

 

La Verità, 9 settembre 2026

L’Italcinema in Mostra è una galleria di sciagure

Una disgrazia dopo l’altra, parafrasando il titolo dell’ultimo film di Paul Thomas Anderson premiato quest’anno con sei premi Oscar. Qui al Lido il winner per il record di tragedie familiari è L’estranea di Paolo Strippoli, presentato ieri, terzo film italiano in concorso (produttori Propaganda Italia, l’immancabile Rai Cinema, Dinamo Film, Kazak Productions e Tarantula). Pensate una possibile sciagura e in questo esercizio estetico e di recitazione che sarà spacciato per cinema d’autore, la troverete. Oltre a quello del regista, da tenere a mente anche il nome di Salvatore De Chirico, co-sceneggiatore.

È vero, la Mostra di Venezia in realtà si chiama Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (con le maiuscole). È una rassegna artistica, di ricerca, e che ci porta in territori inesplorati. Perfetto. Tuttavia, vien da chiedersi perché, in particolare per l’Italcinema, questi territori siano immancabilmente tormentati, cupissimi, affliggenti. Non sono così le opere dei cineasti stranieri, dove pure i drammi non mancano. Come nel bellissimo Wild horse nine di Martin McDonagh che corre con la grazia dell’ironia nelle vite di due strani agenti della Cia nel Cile del 1973. O in Look back, del giapponese Irokazu Kore’eda, che racconta di due adolescenti che sognano di diventare creatrici di manga e stanno per riuscirci entrambe, quando… E figurarsi se possono mancare in 15/18 A place to heal, di Cédric Kahn, ambientato in un reparto psichiatrico per adolescenti, ma qui lo si sa in partenza e, comunque sia, c’è sempre un elemento di speranza.

Negli autori italiani no, il domino di sventure è inappellabile. Fatto salvo Succederà questa notte di Nanni Moretti, dove pure una buona dose di travagli si frappone all’amore tra Jasmine Trinca e Louis Garrel, gli altri due film in gara visti finora sono un campionario di maledizioni. Claustrofobici e ultra-pessimisti. In The echo chamber di Andrea Pallaoro, ispirato dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci, il protagonista (alter ego dello stesso regista, all’epoca in sedia a rotelle) è un produttore musicale afflitto da un’ernia e dalla dipendenza dalla cocaina. A interpretarlo è Luca Marinelli, già tormentato (per sua rivelazione) Benito Mussolini nella serie di Sky tratta da Antonio Scurati, che invece qui, sebbene abbia bisogno di una fisioterapista che lo rifornisca di antidolorifici per riuscire a lavorare, si riconosce pienamente nel personaggio: «Se avessi la possibilità di vivere un’altra vita, mi piacerebbe fare il musicista». Il paradosso finale è che, a causa di un evento imprevedibile, il dolore cesserà, ma lui non sarà più lui.

Afflizioni e drammi sono elevati all’ennesima potenza nell’opera di Strippoli. Una madre, ancora Jasmine Trinca, si presenta all’improvviso nella casa romana della figlia (Romana Maggiora Vergano) per rivelarle un segreto che la riguarda. La sua è una famiglia felice e benestante: il papà (Adriano Giannini) è un imprenditore stimato, la madre una donna invidiata, lei e il fratello promettono grandi successi nel mondo della tv e del cinema e nel calcio. L’incantesimo s’infrange in un radioso pomeriggio d’estate quando, durante una festa in giardino, uno dei cani aggredisce la bimba, fresca di scrittura per una prestigiosa campagna pubblicitaria. Per evitare che i sogni crollino come un castello di carte, la madre stringe un patto con una misteriosa donna (Valeria Bruni Tedeschi) che la avvicina nella cappella dell’ospedale dove alla figlia sta per essere amputata una gamba. Da quel momento, la catena di sciagure non risparmia nessuno: il fratello diventa bulimico, l’azienda del marito finisce in mano agli strozzini, poi l’alcolismo, un tentato suicidio, un incidente fatale. Chi è l’estranea del patto scellerato? Chi vuol fare una full immersion nelle tragedie avrà materia abbondante dall’8 ottobre, giorno di uscita del film.

 

 

La Verità, 8 settembre 2026

La Flotilla floppa alla Mostra del cinema pro Pal

Il momento clou della Mostra palestinese del cinema di Venezia è l’annunciatissimo arrivo dell’imbarcazione della Global Sumud Flotilla alla Riva di Corinto, il pontile nel bacino retrostante il Palazzo del cinema. È il picco militante della presenza pro Pal al Lido. Poi ci sono le altre iniziative, i panel, le raccolte di firme, «migliaia» dicono genericamente gli attivisti. E i film filo palestinesi, naturalmente. L’approdo della barca è l’evento più atteso della giornata. Più della conferenza stampa di L’estranea di Paolo Strippoli, terzo film italiano in concorso, con Jasmine Trinca, e più di Musk, il documentario di quattro ore del premio Oscar Alex Gibney sull’imprenditore visionario sudafricano. Le aspettative sono tante, si cerca la visibilità, le sigle lunghe sembrano roba seria: Global Sumud Flotilla, Venice4Palestine… La propaganda la sanno fare bene, i pro Pal.

Ad attendere l’imbarcazione c’è un piccolo gruppo di militanti con un paio di bandiere e qualche kefiah volante. Forse sono di più i giornalisti. Greta Scarano, la madrina della Mostra che ha posato per diversi shooting fotografici con il ventaglio-anguria, non si vede. «Starà sistemando il trucco da attivista», sibila qualcuno. Non si vede nemmeno Trinca, a sua volta firmataria dell’appello al direttore artistico Alberto Barbera con la richiesta di issare la bandiera palestinese vicino a quelle dei Paesi rappresentati alla Mostra e di «rompere le complicità» con lo Stato d’Israele. Assente pure Anna Foglietta, anche lei ha sottoscritto il testo ed è presente alla Mostra nella sezione Orizzonti, con Una storia, il suo primo film da regista. L’unico volto noto è quello di Luciana Castellina, storica esponente della sinistra-sinistra, in attesa su una sedia a rotelle. Chissà se le ragazze con anfibi neri al polpaccio sanno chi è. Finalmente, ecco avvicinarsi una piccola barca con lo stendardo «Palestine». A bordo, sei o sette persone, di cui tre bambini. «Free free Palestine…». Scende Maria Elena Delia, portavoce italiana della Gsf. «Per il secondo anno consecutivo abbiamo chiesto al direttore della Mostra Barbera di esporre la bandiera palestinese. Lui ci ha risposto che la Mostra espone quelle degli Stati riconosciuti dalle Nazioni unite e che la nostra richiesta deve essere inoltrata al governo italiano. Siamo d’accordo…». Applausi, slogan. «From the river to the sea, Palestine will be free». Il microfono passa da un sostenitore all’altro. «La Mostra è una cassa di risonanza internazionale e bisogna assumersi delle responsabilità. Ringraziamo gli artisti che si sono esposti. Però non possiamo accontentarci, non possiamo accettare il film dell’orrore che si sta girando in questi giorni a Gaza con gli interventi militari, l’azione dei coloni, gli aiuti umanitari che non arrivano». Ogni dieci parole rimbalza quella magica: «Genocidio». «Free free Palestine». Si legge una lettera di Mona Abuamara, «ambasciatrice di Palestina in Italia», a proposito di sigle virtuali. Si accusa di complicità anche la Biennale perché nell’esposizione ai Giardini, della mostra di Arte contemporanea, è «tranquillamente presente il Padiglione israeliano». Gli attivisti non si accontentano degli attacchi di cui sono già oggetto il governo di Benjamin Netanyahu e l’amministrazione americana e promuovono «il panel sulla complicità culturale» (oggi nella sede delle Giornate degli autori). Non si accontentano del documentario Al mowaten Osama (Citizen Osama), passato domenica, di Ahmed Hassouna, anche lui palestinese, sulla vita quotidiana di un amico e collega che vive nella Striscia di Gaza e cerca di proteggere la moglie e il figlio neonato, mentre a sua volta racconta la devastazione. Interviene il produttore Rashid Masharawi per dire che da «quando è stato proclamato il fuoco sono state uccise altre 1200 persone». Anche lui spara a raffica «genocidio», l’hashtag della community. Si susseguono gli interventi. Ieri, nella sezione Venezia Spotlight, è passato anche Hiwar Ma’ Albahr (Conversation with the sea), il film del palestinese che vive a Gerusalemme Muayad Alayan e che racconta dello Stato d’Israele che esige dal sessantenne Kamal di pagare un debito fiscale del figlio che, in realtà, è annegato diversi anni prima nel Mar Rosso. Giovedì arriverà l’attesissimo Naza, titolo sufficientemente rivelatore, dei due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor (già premiati con l’Oscar per No other land) che, come si legge nella sinossi, filmano dai tetti di Tel Aviv «l’uccisione calcolata di civili palestinesi a Gaza programmata da Israele».

Domenica Susan Sarandon ha lamentato l’ostruzionismo di cui soffre in America per aver assunto posizioni contro il governo israeliano. «Penso che i festival siano importanti», ha premesso, prima di planare sulla solita parola magica: «Ma non credo che alla Mostra del cinema di Venezia si deciderà che cosa accadrà nel genocidio in Palestina». Ecco. Chissà come l’avranno presa gli attivisti che insistono sulla «cassa di risonanza internazionale». Intanto, Sarandon ha fatto bene ad accettare il ruolo di una stagionata rockstar che torna in sala di registrazione dopo anni di isolamento propostogli da Andrea Pallaoro in The echo chamber. Può essere un buon inizio. Da noi le madrine della Mostra si refrigerano con un ventaglio-manifesto e le attrici di grido che firmano appelli lavorano ancora di più. Perché non trasferirsi qui, Susan? Ascolti il nostro consiglio: se venisse in Italia, sarebbe cinematograficamente più ubiqua di Pierfrancesco Favino.

 

 

La Verità, 8 settembre 2026

Moretti molla la politica e va a caccia dell’amore

Avrei tanto voluto parlare dell’attualità politica, ma il tempo a disposizione è scaduto», dice sferzante Nanni Moretti, congedandosi dai giornalisti al termine della conferenza stampa che si era aperta con urletti da tifo della curva sud, suscitando il compiacimento finto imbarazzato del regista. Curiosamente, nonostante la venerazione diffusa, nessuno l’ha sollecitato sull’argomento e, a quanto è dato sapere, non risulta che abbia concesso incontri riservati nemmeno a poche testate scelte, sebbene con Succederà questa notte che apre la sfilata di film italiani in concorso all’83ª edizione della Mostra, tornasse al Lido a 37 anni dalla burrascosa partecipazione con Palombella rossa, dirottata all’epoca solo nella sezione della Settimana della critica. «Ho letto alcune ricostruzioni sulla mia lunga assenza dalla Mostra del cinema. In realtà, i miei film non erano mai pronti in tempo per l’estate. Stavolta, avendo girato in autunno, questo lo era», ha spiegato lasciando nei presenti la sensazione di esprimersi con qualche difficoltà (come pure si era intuito dalle rapide comparsate nel film) e questo potrebbe spiegare la scelta di limitare al minimo i momenti pubblici. Quindi, niente riferimenti al record di durata del governo Meloni e nemmeno freccette contro la sagoma del capo della Casa Bianca, bersaglio abituale della maggioranza di attori e cineasti in passerella in Laguna, da Clooney ad Amelio, solo per citare i primi che vengono in mente.

È, dunque, un Moretti intimo e sentimentale, che si concentra sui rapporti e le passioni, quello stimolato da Legami, raccolta di racconti dello scrittore israeliano Eskhol Nevo che già l’aveva ispirato per il non riuscitissimo Tre piani. Qui lavora in équipe con le sceneggiatrici Valia Santella e Federica Pontremoli per approntare una grande storia d’amore tra un uomo e una donna che non si incontrano mai nel momento giusto. Quando Matteo (Louis Garrel) si è appena separato, mentre sta giocando a tennis col fratello, Greta (Jasmine Trinca) irrompe in abito da sposa e chiede di sfidarlo. Giocheranno solo un game, ma dopo quella irruzione dirompente, quel mini-match, stravinto da lei, Matteo non riuscirà più a togliersela dalla testa. A suggerire la chiave interpretativa di tutta la storia è il padrone del ristorante (Paolo Sassanelli) dove Matteo e suo fratello cenano dopo le partite: «Le orecchie e le occasioni vanno in coppia», dice il ristoratore saggio. «Nel nostro corpo abbiamo due di tutto: orecchie, gambe, braccia, occhi. Lo stesso con questa ragazza, figliolo, anche con lei avrai una seconda occasione. Non preoccuparti, la vita è lunga». Così, la passione tra Matteo, un libraio nel centro di Roma (il secondo in pochi giorni dopo quello di Nessun dolore), e Greta, attrice mancata, si trasforma in un viaggio tortuoso, tra matrimoni ordinari e figlie hikikomori. Insomma, l’amore va alla caccia del suo compimento e fa i conti con il destino. Poi ci sono tutti gli altri rapporti, tra padre e figlio, tra madre e figlia, tra marito e moglie, secondo la traccia fornita dai racconti di Nevo e che le sceneggiatrici hanno coagulato attorno alla passione centrale in un percorso che parte da Oslo, passa da San Sebastian per un concerto di Bruce Springsteen e Torino, per placarsi a Roma.

Succederà questa notte è un film con alcune lentezze, che tende ad avvitarsi su sé stesso, con troppe citazioni musicali e il momento «balletto catartico» che non manca mai. Su un fatto, però, ha perfettamente ragione Moretti, ed è la scelta di puntare tutto su Jasmine Trinca che riempie lo schermo con la sua espressività e i suoi occhi sorridenti. «L’ho scelta 27 anni fa quando ho cominciato a lavorare a La stanza del figlio», ha raccontato il regista rispondendo a precisa domanda sul suo rapporto speciale con l’attrice. «Alcune assistenti realizzavano nelle scuole di Roma brevi interviste per individuare una possibile protagonista. Al liceo Virgilio spuntò Jasmine e mi accorsi che era una persona e anche un’attrice speciale. Lei voleva fare l’archeologa, ma dopo La stanza del figlio Marco Tullio Giordana la scelse per La meglio gioventù. Poi io la richiamai per Il Caimano. Per il finale del Sol dell’avvenire ho richiamato i vecchi attori e le attrici del mio cinema e nel primo piano ho visto in lei una grande luminosità. Jasmine è luminosa». Trinca ha ringraziato e parlato del suo rapporto con il regista scopritore: «Finalmente ho saputo perché Nanni mi ha chiamato per La stanza del figlio. Gli devo la mia carriera e il mio arrivo qui. Non tanto come si sta in scena, i vezzi e le pose. Dai padri si conserva una certa distanza. Ho fatto anche un cinema diverso, ma quello fatto con lui ha costruito parti di me come attrice e come donna. È un regista, molto presente, che interviene parecchio, insegna l’esercizio di spogliarsi di noi, ci toglie le pause e tante cose. Per questo film non sapevo cosa aspettarmi, poi quando l’ho visto ho capito che era qualcosa di magico, che non c’era niente di performativo, che l’amore tra me e Matteo segue il linguaggio di una filastrocca, come un gioco di bambini».

 

La Verità, 6 settembre 2026

Sul fine vita la Mostra di Venezia fa da sponda a Zaia

E tre. Per il terzo anno di fila si parla di eutanasia alla Mostra del cinema e sarebbe fin troppo facile titolare sulla «Morte a Venezia». Non lo faremo, ma sta di fatto che un grande evento internazionale come la rassegna della Fondazione della Biennale, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco e diretta da Alberto Barbera, che celebra un’arte vitale come il cinema continua a spingere sull’urgenza di promuovere la dolce morte. La Mostra vetrina dell’eutanasia, tanto più se Wild horse nine, passato ieri qui al Lido, diretto da Martin McDonagh, autore già di opere comeTre manifesti a Ebbing, si aggiudicasse, non è da escludere, il Leone d’oro. Sarebbero di certo contenti l’ex governatore Luca Zaia, Marco Cappato, l’Associazione Coscioni, la sinistra in blocco ma anche l’ala radicaleggiante di Forza Italia, tutti accomunati dal medesimo sentire sull’argomento e confortati dal fatto che l’élite del cinema mondiale nei suoi autori di grido promuove l’eutanasia senza troppe cautele. Basta citare due nobilissimi precedenti come Le invasioni barbariche di Denys Arcand (fra i tanti premi, Oscar come miglior film straniero nel 2004) e Million dollar baby del mitico Clint Eastwood, che nel 2005 fece razzia di Oscar. Stiamo parlando di opere notevoli, come questa del regista britannico di origini irlandesi, che conferma la propensione dei grandi cineasti a spingere per le leggi sul fine vita (forse con la sola eccezione del meno ambizioso Brado di Kim Rossi Stuart che, facendo una scelta opposta, non ebbe successo). Gli artisti sono persone sensibili e allo stesso tempo molto avvezze a governare tutto, senza che alcun limite si frapponga alle loro decisioni. I registi, poi, sono monarchi assoluti sul set, per non dire dittatori. Come possono tollerare che sul set della vita intervenga la morte in forme e modi che «trascendono ogni loro controllo»? Come possono ricordare che l’esistenza, insieme ai talenti di cui è corredata, sia un dono totalmente gratuito?

Da qualche tempo, alla Mostra di Venezia, il tema dell’eutanasia è un tantinello inflazionato. Un appuntamento ormai fisso. Come l’appello pro Pal della madrina delle serate, la polemica sulla partecipazione di qualcosa che abbia a che fare con la Russia, dissidenza compresa, agli eventi della Biennale, il film sull’accoglienza indiscriminata dei migranti, il red carpet delle influencer sconosciute però svestite. Che il Lido sia la vetrina politica giusta per promuovere a livello mondiale il tema lo capì già nel 2012 Marco Bellocchio, il maestro di simpatie radicali che vi presentò Bella addormentata sulla tragica vicenda di Eluana Englaro. In tempi più recenti, nel 2024 La stanza accanto di Pedro Almodóvar (con Tilda Swinton e Julianne Moore) vinse il Leone d’oro, mentre l’anno scorso La grazia di Paolo Sorrentino, in cui il presidente della Repubblica di Toni Servillo promulgava la legge sul fine vita, non vinse nulla forse perché due premi consecutivi sul medesimo argomento saranno sembrati troppo persino alla giuria progressista del Lido. Quest’anno, però, ci si potrà rifare con Wild horse nine (approssimativamente Nove cavalli selvaggi) perché parliamo di un film originale, sceneggiato benissimo dallo stesso regista, con dialoghi esilaranti, locato nella splendida Isola di Pasqua e recitato da un cast superlativo. E, rilevantissimo, con il pregio, a differenza delle produzioni dell’Italcinema, di non menarla con l’ideologia né di frignare con i ripiegamenti psicologici. Fosse per lui, ha scritto Stenio Solinas, al terzo giorno la Mostra «potrebbe chiudere i battenti: difficilmente vedremo qualcosa di meglio».

Dunque. All’aeroporto di Santiago del Cile, qualche settimana prima del golpe che sostituirà il socialista Salvador Allende con Augusto Pinochet, due splendide e improbabili spie della Cia aspettano un volo per l’Isola di Pasqua, ma conversando con due belle figliole, uno di loro spiffera qualcosa che converrebbe tacere. È l’innesco narrativo di una storia tra il serio, il sarcastico e l’amaro che incolla lo spettatore dall’inizio alla fine. John Malkovich giganteggia nel ruolo del disincantato agente malato di cancro che chiede al partner (Sam Rockwell) di ucciderlo perché le sue «fisime da cattolico» gli impediscono di farlo da solo. Ipocrisia a parte, sarà difficile che qualcuno gli scippi la Coppa Volpi (e forse anche l’Oscar) come migliore attore. A completare la squadra degli interpreti, oltre al cameo di Tom Waits, c’è uno Steve Buscemi credibilissimo nel ruolo dell’eroinomane capo della Cia per il Sudamerica che, a sua volta, ordina al socio di Malkovich di ucciderlo prima che, dettando le sue memorie, la spia chiacchierona riveli inconfessabili segreti sulla morte di JFK a Dallas: «Lo so, è un finale triste», ammette per convincere il killer del mandato, «ma è la vita che è triste… secondo te perché mi faccio continuamente di eroina?».

Come s’intuisce, i dialoghi sulfurei risultano assai godibili: l’abbinamento tra la produzione di formaggi flaccidi e gli «Stati gay» vale da solo il prezzo del biglietto. Si ride spesso anche con l’anti americanismo spruzzato qua e là. E si ride più amaro quando si ripetono le inquadrature sul crocifisso sotto lo specchietto dell’auto o nella camera d’albergo di Malkovich, simboli di un cristianesimo reliquia, incapace di fronteggiare il passo della sofferenza finale. Ma si sa, in questa cinematografia, ancorché di elevata fattura, il nichilismo vince sistematicamente a mani basse.

Mentre si aggirano tra le enigmatiche statue dell’esotica isola, forse per il puro gusto della citazione, al malato viene in mente proprio Venezia, come meta ancora più esotica dove consumare, in gondola, il suicidio assistito. Alla fine, però, Malkovich desiste e si accontenta di farsi ammazzare tra i cavalli selvaggi dell’Isola di Pasqua.

Il film uscirà nelle sale il 5 novembre prossimo. Zaia e Cappato saranno di sicuro in prima fila.

 

La Verità, 5 settembre 2026

Amelio accoglie i migranti con una favola buonista

Il primo film italiano di questa 83ª Mostra del cinema di Venezia s’intitola Nessun dolore, è fuori concorso ed è diretto da Gianni Amelio, l’autore che già oltre trent’anni fa, con Lamerica, premiato qui al Lido con l’Osella d’oro per la miglior regia, fu tra i primi a riflettere sull’emergenza immigrazione. Davide, interpretato da Alessandro Borghi, è un trentenne, molto buono, forse troppo, che vende libri usati, mentre Elsa, Valeria Golino, è una docente democratica. Domanda retorica: con due protagonisti così (per inciso, i due attori rispuntano in coppia in Serpenti, nella sezione Venezia Spotlight) che storia può nascere? Invece, siamo davanti a un film emblematico di tutta la Mostra: il fenomeno dell’immigrazione si affronta con i sentimenti o con la politica? Un film anche importante, nella sua povertà e nella sua ricchezza. La povertà è quella dei contenuti, talmente basati su cliché che si sa già un minuto prima cosa capiterà. La ricchezza, invece, è quella del cast produttivo. Oltre a RaiCinema che coproduce e distribuisce (come quasi tutte le opere italiane in programma), gli altri produttori sono la Kavac film di Marco Bellocchio e Simone Gattoni, la Our films di Lorenzo Mieli e Mario Gianani, e la Be Water film di Mattia Guerra. Insomma, l’élite dell’Italcinema. Infine, l’ultima ricchezza è quella dei fondi del ministero della Cultura all’opera di interesse nazionale.

Dicevamo della storia. Davide ha un chiosco di libri vicino al Vaticano e cammina dentro giacconi di velluto che avvolgono spalle gravate dal peso del mondo. Elsa indossa basco e sciarpa in tono, da habitué dei salotti colti e lo rifornisce dei libri già letti che traboccano dagli scaffali. Proprio la passione per i libri li rende complici, ma la loro affinità viene ostacolata dagli imprevisti. Il più fastidioso dei quali è un bambino nordafricano che prende improvvisamente a seguire ovunque Davide. Quando finalmente sembra sia riuscito a liberarsene, il bambino viene travolto da un motociclista. Superata la crisi di panico, adesso è il senso di colpa a presentare il conto. Nel pronto soccorso dove attende notizie, Davide assiste al maltrattamento di un’immigrata incinta che decide di ospitare per la notte. Ma dopo aver appreso che il bambino è morto, tornando a casa sempre più lacerato dalla colpa, la trova piena di parenti e amici dell’ospite. Anche se i nordafricani aumentano ogni giorno e s’impossessano di tutto, Davide trasforma l’invasione indesiderata in un modo per espiare il proprio errore. Non avrà ripensamenti nemmeno quando, insospettiti dal via vai, gli inquilini del palazzo lo denunciano facendolo finire in galera per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Si è scritto che i registi italiani presenti alla Mostra hanno scelto, in prevalenza, di riflettere sui sentimenti e le tematiche legate ai rapporti interpersonali, dentro e fuori della famiglia, mentre i cineasti internazionali sembrano più propensi a cimentarsi con le crisi della politica. Con questo film, Amelio tenta una sintesi, affrontando in modo intimista un’emergenza epocale. Nel senso di colpa di Davide si può intravedere quello dell’Occidente, predatore e colonialista. E, di fronte all’invasione della casa, la scelta di dormire nel chiosco può simboleggiare la debolezza dell’Europa disposta alla «sottomissione».

È l’impalcatura del buonismo, ultimo surrogato del progressismo travestito da accoglienza incondizionata, anche se messa a dura prova. Come ha argomentato l’altra sera George Clooney ricevendo il Leone d’oro alla carriera, «le storie sono sempre pericolose per chi specula sulla paura». E infatti recita l’esergo del film: «La storia che raccontiamo non è ancora realmente accaduta». Suona come una minaccia, ma a volte, raccontare storie di fantasia può aiutare a dimenticare e a non misurarsi con ciò che accade quotidianamente nelle nostre periferie e riempie le cronache dei media (oltre alle carceri).

Sebbene Amelio ricordi di essersi interrogato già un trentennio fa sul fenomeno migratorio, oggi «il problema dei problemi chiama in causa l’attuale presidente degli Stati Uniti visto che ha dettato un comportamento suicida oltre che fratricida perché l’America è stata per decenni un punto di accoglienza di tutti i popoli, simbolo della democrazia, mentre ora è tutto il contrario. Da noi», ha proseguito, «con gli ultimi ingressi dal Marocco, in Europa il problema dei problemi non va affrontato dai singoli paesi come la Spagna o l’Italia, ma da un’Europa che funzioni, coesa e non coatta (come, invece, gli scappa detto). Qualche giorno fa Michele Serra ha scritto che per l’accoglienza basta il cuore, ma per l’inserimento serve la politica. Ecco, speriamo che l’Europa si svegli. Se dico a mio nipote o a mio figlio che andrà tutto bene, colgo in loro un senso di incredulità». Alla fine, sollecitato ancora sul mondo prigioniero della paura, il regista ha ammesso che tutto è peggiorato: «Non solo a proposito dell’accoglienza, ma anche per l’inaridimento umano in generale e per l’incapacità di molti ad aprirsi, a condividere i sentimenti e il pane, chiusi come sono nel proprio particulare. Ma per fortuna», ha concluso, non senza una certa contraddizione con il suo film, «le persone che mi circondano me le scelgo io, le altre non le voglio vedere. Anche quando vado a votare…».

 

 

La Verità, 4 settembre 2026

Al Lido il film sul Sun che smonta il «ranuccismo»

L’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica si è aperta con un film che è un pugno allo stomaco di Sigfrido Ranucci e del ranuccismo. Un film che smonta il giornalismo come missione etica, che si prefigge di indottrinare e migliorare le persone. S’intitola Ink (inchiostro), è diretto da Danny Boyle, regista britannico di Trainspotting e di The Millionaire, quest’ultimo premiato con l’Oscar. Un regista pop, provocatore e di grande impatto com’è questo suo film che quando arriverà nelle sale farà discutere e potrà avere un discreto successo. È tratto dall’opera teatrale di James Graham, che qui firma come sceneggiatore, e narra la vera storia del Sun, il tabloid acquistato da Rupert Murdoch che sul finire dei Sessanta rivoluzionò il giornalismo anglosassone diventando il quotidiano più venduto nel mondo anglofono. «Il 1969, l’anno in cui l’uomo ha messo piede sulla Luna per la prima volta», si legge nelle note del regista, «è anche l’anno in cui Rupert Murdoch e Larry Lamb hanno lanciato un quotidiano destinato a cambiare il mondo in modo ancora più radicale. Ben prima di Fox News, del clickbait e di Truth Social; decenni prima di Twitter, Facebook, Google e OnlyFans, questi due uomini hanno dato vita a un nuovo tabloid che, contro ogni previsione, è diventato il giornale più venduto al mondo». Boyle fa interpretare il «pecoraio australiano» da Guy Pearce, australiano a sua volta, in una gara di pragmatismo con «il suo agnellino» Larry Lamb, il direttore con la mascella squadrata impersonato da Jack O’Connell. È una guerra contro le regole dell’informazione paludata e i conformismi della city londinese dove dominano il Daily Mirror e il Telegraph, testate «che trasudano supponenza e autocompiacimento», convinte di dover inoculare la buona morale nei lettori. Ci si entusiasma, soprattutto all’inizio, per la rivalsa degli outsider, i perdenti che ora incalzano la concorrenza puntando sugli scandali, il gossip e lo sport.

Insieme a questo Ink, La ragazza con la Leica di Alina Marazzi (sezione Orizzonti) che racconta la vita di Gerda Taro, fotoreporter e compagna di Robert Capa, ha completato una giornata incentrata sull’informazione. Un tema molto caro anche a George Clooney che alla Mostra del 2005 presentò da regista e interprete Good night, and good luck e che ieri, nel corso della serata inaugurale, è stato premiato con il Leone d’oro alla carriera.

Particolarmente stimolanti, alcuni spunti del film di Boyle avranno fatto fischiare le orecchie agli «inviati di Report», ai fautori del giornalismo a tesi e ai «conduttori unici delle coscienze» che amministrano i talk show delle nostre tv. Per il regista britannico la disintermediazione, il ridimensionamento del giornalista-guru che monta, smonta e smista «la verità», inizia al Sun. Lo mostra la scena della riunione di redazione in cui Lamb interroga i suoi collaboratori: quali sono le vostre passioni reali, che cosa vi entusiasma davvero, a cosa pensate quando siete da soli? «Io guardo la televisione», rivela la reporter più sagace, interpretata da Claire Foy. Io lo sport, io vado in discoteca al pub e a ballare, a me interessano le donne e il sesso, a me il denaro, sono le altre risposte. Poi, certo, anche tra questi «reietti», scarti degli altri giornali, c’è chi dice di pensare «alla traduzione dal francese delle opere minori di Émile Zola». Ma a Lamb basta per sovvertire la gerarchia delle notizie: basta con il Guatemala e quello che succede a Washington… Il «giornalismo a specchio» sostituisce quello «fatto da una finestra», e il grafico delle vendite prende a salire vertiginosamente, prima accorciando il distacco dal Mirror, poi…

«Sì, il film parla di una storia di più di cinquant’anni fa, ma è una storia che c’entra con il presente e con il modo di informarci di oggi», ha osservato Boyle nell’incontro con i media. «Quell’epopea è entusiasmante perché Murdoch era straniero, non piaceva all’establishment britannico e si scontrava con forti pregiudizi. Anche noi siamo prigionieri di una certa narrazione sul suo conto. Ma quello in quegli anni l’abbiamo visto ribaltare le regole di un sistema monolitico e molto paternalista guidato dai giornali tradizionali». «Con il Sun è finito il giornalismo che si preoccupava di informare ed educare», ha sintetizzato lo sceneggiatore. Poi, certo, la strada imboccata si portava dietro altri pericoli. Ancora Boyle: «Siamo saliti su uno scivolo che ci ha portati in un luogo oscuro, un posto dove tutto può succedere, come ci mostra il personaggio di Jack O’Connell che a me ricorda Al Pacino del Padrino». Un uomo senza scrupoli, che supera lo stesso Murdoch nella gara di cinismo quando, per battere definitivamente il concorrente, prima rompe il tabù del nudo di donna in prima pagina, poi sceglie di cavalcare sul giornale il rapimento della moglie del vicepresidente del gruppo editoriale. Il sorpasso sulla concorrenza si realizza, ma il prezzo è molto alto. Troppo anche per Murdoch, uomo d’affari sì, ma anche editore che amava il giornalismo e seppe porsi dei limiti.

 

La Verità, 3 settembre 2026

L’Italcinema in Mostra scommette sui sentimenti

Da zero a otto nel rapido volgere di una stagione. Sono i film italiani invitati ai Festival: zero erano quelli richiesti in febbraio alla Berlinale e in maggio a Cannes, otto quelli in concorso e fuori concorso (senza contare quelli delle «sezioni minori»), alla Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia che inizia oggi con Ink di Danny Boyle, sul miracolo editoriale del Sun, e con la consegna del Leone d’oro alla carriera a George Clooney. Cioè: in primavera le principali rassegne europee hanno ritenuto di ignorare il nostro cinema, mentre a fine estate la Biennale ha iscritto alla competizione cinque film italiani, un quarto del totale dei concorrenti per il Leone d’oro. Inevitabile chiedersi: il cinema italiano è improvvisamente rinato, (sempre che prima fosse davvero defunto)? L’83ª edizione sarà il riscatto dei registi, produttori e attori del Belpaese? O, proseguendo con i quesiti, la rassegna veneziana è diventata troppo provinciale o, perlomeno, particolarmente attenta ai codici dell’ospitalità domestica? Alla presentazione del cartellone a fine luglio, il direttore artistico Alberto Barbera aveva attribuito la differenza di atteggiamento dei festival verso l’Italcinema a una questione di tempistiche produttive. Con la sola eccezione di Succederà questa notte di Nanni Moretti, gli altri film non erano pronti e la difficoltà della Mostra non è stata trovare i titoli giusti, ma esser costretti a rifiutarne alcuni per mancanza di spazio. Perciò, se di reale rinascita si tratta lo sapremo solo al termine della manifestazione, il 13 settembre. Nel frattempo, possiamo provare a capire cosa ci aspetta leggendo tra le righe delle sinossi e a cogliere qualche convergenza, da verificare con la visione delle opere.

Complessivamente, restando alla rappresentanza italiana, si nota la tendenza a concentrarsi sui sentimenti, sui rapporti interpersonali dentro e fuori le famiglie o nell’impatto con qualche ospite inaspettato. In un certo senso, la chiave la offre proprio Moretti col suo film tratto da Legami di Eskhol Nevo: evita i temi politici e narra i diversi rapporti tra gli inquilini di un condominio in cui le persone si sfiorano, si incontrano e si confrontano, attraversate dal desiderio, elemento sorprendente che anima o spegne le relazioni. C’è da scommettere che il recupero della politica, in panchina nel film, avverrà nell’incontro con i giornalisti visto il ritorno a Venezia del controverso regista romano a 37 anni dalla polemica per Palombella rossa, allora proposto solo nella Settimana della critica. Anche Edoardo De Angelis attinge a un romanzo, Il fuoco che ti porti dentro di Antonio Franchini, in cui un ragazzo lascia Napoli per motivi di lavoro trasferendosi a Milano dove, in occasione delle festività natalizie, lo raggiunge l’invadente madre (Vanessa Scalera). In L’estranea di Paolo Strippoli, un’altra madre possessiva è interpretata da Jasmine Trinca che, nella speranza di ricucire il rapporto con la figlia, piomba nella sua casa per rivelarle un segreto sempre tenuto nascosto. Al centro di Echo chamber di Andrea Pallaoro, tratto dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci, c’è la tormentata storia d’amore tra una fisioterapista e un produttore cinematografico con problemi di droga. In Scherzetto, il film fuori concorso di Mario Martone, l’equilibrio di un nonno artista e solitario (Toni Servillo) è messo a repentaglio dal nipotino di cui deve improvvisamente occuparsi. Un altro equilibrio che va in frantumi per l’avvento di un altro bambino è quello del protagonista di Nessun dolore di Gianni Amelio (in programma domani), un uomo (Alessandro Borghi) che ha una bancarella di libri vicino al Vaticano. Ma il fatto che il bambino sia Nordafricano innesca un apologo sul senso di colpa e il dovere dell’accoglienza. Se ne parlerà, sebbene sia fuori concorso. L’ultimo film italiano che, invece, compete per il Leone d’oro è Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis che narra di un medico che dopo esser sfuggito al destino dei desaparecidos, torna in Argentina per testimoniare contro il regime militare. Non casualmente programmato alla fine della rassegna, il più politico dei lungometraggi italiani, conferma la preferenza per le riflessioni private dei nostri cineasti. Mentre sono invece i loro colleghi stranieri a cimentarsi con i temi più strettamente politici. Come si vedrà con l’atteso Naza, di Yuval Abraham e Rachel Szor, i due registi israeliani già premi Oscar 2025 con No other land, che hanno filmato «l’uccisione di massa di palestinesi a Gaza programmata da Israele». Oppure con Dau, del regista dissidente russo Il’ja Chrzanovskij, osteggiato dal governo ucraino e, infine, con Musk, il lungo documentario di Alex Gibney sull’imprenditore-inventore americano.

In chiusura, tornando all’Italcinema, tutti i film in concorso e i principali fuori sono prodotti o coprodotti da RaiCinema e attori come Jasmine Trinca, Valerio Mastandrea, Adriano Giannini, Alessandro Borghi e Valeria Golino sono presenti in due opere. Il circoletto è sempre vivo e «lotta insieme a noi».

 

La Verità, 2 settembre 2026

Nolan, più coraggioso con Omero che con Hollywood

Tra i tanti, forse il colpo di genio più riuscito di Christopher Nolan è portare in scena proprio Omero, l’autore primigenio, l’iniziatore della letteratura e della classicità. L’amore, la guerra, la fuga, il ritorno a casa, la vendetta. Insomma, l’avventura della vita. Il rapper Travis Scott percuote con un martello il marmo e annuncia i capisaldi della trama: «Un viso… una flotta… una città… un uomo… un inganno». Inizia il corpo a corpo tra il grande regista e il sommo ispiratore. Ci vuole una gran dose di coraggio, quasi d’incoscienza, per misurarsi con la pietra miliare. E già qui va riconosciuta la grandezza di Nolan, cineasta prodigo di grandi opere, l’ultima Oppenheimer e prima Dunkirk e prima… E, venendo a quest’ultima, va detto che di filmone si tratta, dalle parti del capolavoro, pur con qualche cedimento di cui parleremo.

Dunque, il coraggio di confrontarsi con Omero e di tentare una riduzione cinematografica dell’Odissea. Riduzione, inevitabilmente. Sebbene l’opera – in tecnologia Imax 70mm, godibile in pochi schermi e comunque solo grandi o enormi – duri 173 minuti che corrono veloci. L’Odissea di Nolan è un kolossal d’azione con un cast superlativo: Matt Damon è un variegato Odisseo (nome originale di Ulisse), Tom Holland è il figlio Telemaco, Anne Hathaway è Penelope, Robert Pattinson è il perfido Antinoo, Charlize Theron la splendida Calypso, Zendaya è Athena, Samantha Morton una respingente maga Circe. Perfette anche le figure minori. Cast superlativo, ma in parte condizionante perché avendo puntato sulla familiarità degli interpreti con il grande pubblico, si sono scelti attori e attrici notissimi e già identificati con grandi saghe – Jason Bourne, Spider Man, Il Diavolo veste Prada, Twilight, Dune – che affiorano qua e là nella recitazione. La grandezza del kolossal la completano il direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, con penombre e scorci dark, e il direttore delle musiche Ludwig Göransson che è ricorso agli strumenti dell’epoca, il gong e la lira.

Con un budget da 250 milioni di dollari più 125 di promozione, l’obiettivo è il grande blockbuster, l’incasso record, soprattutto la messe di candidature all’Oscar. E quindi, signori, ecco spiegati la Elena di Troia nera di Lupita Nyong’o, l’Athena mulatta di Zendaya e l’invenzione registica di Sinone, soldatino di guardia al cavallo di Troia, interpretato dal transgender Elliot Page. C’è chi esulta per il rigurgito d’ideologia woke a dispetto di quella Maga e ognuno è libero di scegliere come suicidarsi. Tuttavia, detto che Elena di Troia compare sì e no cinque minuti e che una dea può pure essere meticcia, proviamo a immaginare che forza avrebbe avuto questa Odissea se avesse tenuto la schiena dritta anche di fronte ai protocolli dell’Academy di Los Angeles. Forse un autore come Nolan faceva ben sperare. Invece, pazienza. Più facile essere coraggiosi con Omero che con i codicilli di Hollywood? O il cinismo delle major calcola l’uso promozionale anche delle polemiche sul politicamente corretto?

Potente, travolgente, coinvolgente, questa Odissea ha comunque tanti meriti. Aver riportato al centro del dibattito la letteratura fondante dell’Occidente, innanzitutto. E poi, dopo tanti intimismi e nichilismi anche della cinematografia nostrana, tornare a farci pensare in grande. Odisseo è il generale di Agamennone e con uno stratagemma organizza il sacco di Troia. Il cavallo, regalo della dea Athena come pegno di pace, spunta obliquo nel bagnasciuga e centinaia di comparse lo trascinano dentro le mura. Il raggiro è compiuto e l’esercito greco incendia, distrugge e semina morte. Una strage che Odisseo attua per obbedienza, ma che si porterà dentro per il resto della vita raminga. E anche dopo, una volta tornato in patria. Nolan governa con grande maestria i piani narrativi, i flashback e i racconti nel racconto. Gli intrighi di Itaca, dove Penelope fa e disfa il telaio, assediata dai pretendenti che vogliono prendere il posto del marito e dove «la legge di Zeus» che accoglie i deboli è stata dimenticata. Le confidenze a Calypso che ammalia il profugo con i fiori di loto. Il suo vagare travagliatissimo, al cospetto del mostruoso Polifemo, dal confronto con il quale il regista espunge l’inganno di «il mio nome è Nessuno». Poi Odisseo che fugge dai Lestrigoni, giganteschi guerrieri dentro spaventose corazze. I suoi soldati che sono trasformati in maiali da Circe, che patiscono la seduzione del canto delle sirene e muoiono tra i gorghi e le belve di Scilla e Cariddi. Tra i tanti agguati di un Mediterraneo infernale, regno delle vendette di Poseidone, il peggiore tormento dell’eroe viene dai rimproveri della sua ciurma che gli rinfaccia di non aver dato adeguata sepoltura ai compagni morti. Li onoreremo salvandoci, ribatte più volte Odisseo, echeggiando l’evangelico «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti». Ma il suo è un pragmatismo solo apparente perché il senso di colpa gli attraversa l’anima, scavandola di rimorso per le troppe morti, le brutalità e le sofferenze provocate. Un tormento che sembra avvicinarlo fin quasi al pentimento. E che infonde a tutto il racconto un retrogusto pacifista, una nausea della guerra. Tornato finalmente a casa, l’eroe dovrà ritrovare oltre agli affetti agognati nuove energie per combattere un’altra battaglia, ancora più impegnativa. Quella contro «la fine della nostra civiltà».

 

La Verità, 22 luglio 2026