Il Leone all’unica regista donna, Italcinema ignorato

La risposta è no. Un no su tutta la linea. Un no bello tondo. Senza appello. Il cinema italiano lascia il Lido di Venezia a mani vuote. Stiamo parlando del concorso per il Leone d’oro, dove la bocciatura è totale e non bastano certo alcuni premi nelle sezioni secondarie (Riccardo Scamarcio, miglior attore di Orizzonti in I figli della scimmia) a compensare un verdetto inequivocabile. Dopo che i festival di Berlino e Cannes avevano bellamente ignorato i nostri registi ci si chiedeva se l’iscrizione al concorso di cinque film italiani, sui venti totali, fosse il segno di una rinascita o, quanto meno, di un risveglio. I giornalisti di settore più competenti si domandavano, speranzosi, se questa Mostra di Venezia avrebbe decretato il riscatto dell’Italcinema. La risposta è no. Zero tituli. È la prima notizia scaturita dal verdetto della giuria presieduta dalla regista e attrice americana Maggie Gyllenhaal (e composta da Kaouther Ben Hania, Daniel Blumberg, Francesco Casetti, Xavier Giannoli, Shahrbanoo Sadat e Johnnie To). Il Leone d’oro per il miglior film va a Kvinde Ukendt (Woman unknow) di May el-Toukhy, un’opera che narra il tentativo di riscatto di Marie, una domestica che sta per sposare il ricco vedovo per cui lavora quando, dal suo passato, affiora un segreto inconfessabile: durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Mathilde Arcel che la impersona si aggiudica anche la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile. Il doppio premio allo stesso film indica la precisa volontà della giuria di dare risonanza a questa storia drammatica che mette al centro il corpo delle donne, ispirata al libro-inchiesta La guerra non ha un volto di donna (Bompiani) della scrittrice premio Nobel bielorussa Svetlana Aleksievič. Il Leone d’argento – Gran premio della giuria va a Possible love di Lee Chang-dong, un film sulla storia di due coppie, una composta da un lavoratore disoccupato e da sua moglie, e l’altra da una documentarista e suo marito, che si conoscono attraverso la lavorazione di un film che affronta le difficoltà del mondo del lavoro nella società coreana contemporanea. Il Leone d’argento per la miglior regia lo conquista Dau, il kolossal esistenziale del regista dissidente russo Ilya Khrzhanovsky, ingiustificatamente osteggiato dal governo ucraino, che attraversa l’Unione sovietica dal 1928 al 1968. Come annunciato, John Malkovich si prende la Coppa Volpi come miglior attore per il ruolo dell’agente della Cia nel bellissimo Wild horse nine di Martin McDonagh e ringrazia, commosso, in video collegamento da Montreal dove sta girando un nuovo film. Il premio per la miglior sceneggiatura se lo aggiudicano Stéphane Brizé, Coralie Amédéo e Olivier Gorce per il film Un bon petit soldat, la storia di una responsabile delle risorse umane, ben interpretata da Alba Rohrwacher, di una grande società di assicurazioni che deve rilanciarsi con una nuova campagna promozionale, in realtà contraddetta nei comportamenti quotidiani. Il Premio speciale della giuria va a Naza, il documentario girato dai due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor che, garantendo loro l’anonimato, hanno intervistato 24 membri dell’intelligence di Benjamin Netanyahu, per conoscere le tecniche di uccisione dei militanti di Hamas anche a costo di colpire vittime civili. È un riconoscimento inferiore alle attese di buona parte della stampa e del pubblico che, alla proiezione in Sala Grande, gli aveva tributato 25 minuti di applausi. Anche il direttore artistico Alberto Barbera l’aveva fortemente voluto in gara: «Innanzitutto, perché è cinema vero, non solo un’infilata di interviste mascherate a una serie di persone», aveva detto in giornata, parlando a un gruppo di giornalisti. «E poi perché viviamo in una situazione mondiale che definire catastrofica è dire poco. Una situazione tragica. E di fronte a certi eventi è difficile rimanere neutrali». Tuttavia, pur riconoscendone il valore, il documentario prodotto dal Guardian è un lavoro politico, smentito dai portavoce delle Forze di difesa israeliane: «L’Idf colpisce obiettivi militari compiendo sforzi senza precedenti per ridurre al minimo i danni ai civili». Infine, Malou Khebizi conquista il premio Marcello Mastroianni per l’attore/attrice emergente per la sua interpretazione in 15/18 A place to heal di Cédric Kahn.

I premi sono stati consegnati nel corso della serata di chiusura, condotta da Greta Scarano e Nicolas Maupas sul filo delle citazioni cinematografiche, nella quale si è esibita Francesca Michielin. E nella quale l’immaginifico presidente della Fondazione Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco ha ringraziato il direttore artistico Barbera, il ministero della Cultura, la città di Venezia, la Regione Veneto, il pubblico e gli artisti. Complessivamente, con i premi alla storia femminile di Woman unknow, a Possible love che illumina le storture del mercato del lavoro in Oriente, al film sulle contraddizioni tra l’immagine e la realtà di una grande azienda europea contemporanea, si tratta di un verdetto di forte intonazione sociale.

Tornando a guardare alla débâcle italiana, la bocciatura è inappellabile. Bocciati i venerati maestri e le giovani promesse. Bocciata RaiCinema che ha prodotto e coprodotto tutte le opere in gara, e forse bisognerà tirare le somme anche su questo, considerato che si tratta di un’azienda pubblica. E poi bocciato l’intero circoletto. Che dire? Niente, è giusto così. Considerato il livello delle opere, c’è davvero poco da stupirsi. Nel corso della Mostra, è stato sconfortante confrontarsi con le altre cinematografie. Chiusi fisicamente dentro casa e ripiegati psicologicamente in discussioni estenuanti o in enigmatici silenzi, i nostri film sono parsi sideralmente distanti sia dalle produzioni asiatiche che da quelle europee, francesi in particolare. Ma soprattutto, quel che è peggio, le opere dell’Italcinema sono risultate lontane dalle reali problematiche contemporanee. C’è parecchio su cui riflettere.

 

 

La Verità, 13 settembre 2026

Italiani modesti, Malkovich da premio e troppi pro Pal

Stasera si conosceranno i vincitori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematofografica numero 83, ma per fare previsioni attendibili bisognerebbe avere un drone nella sala dove si riunisce la giuria per i Leoni d’oro presieduta dalla regista e attrice americana Maggie Gyllenhaal e composta da Kaouther Ben Hania (regista e sceneggiatrice tunisina), Daniel Blumberg (compositore britannico), Francesco Casetti (docente universitario italiano), Xavier Giannoli (regista e sceneggiatore francese), Shahrbanoo Sadat (regista e sceneggiatrice afghana) e Johnnie To (regista e produttore di Hong Kong). È stata complessivamente una Mostra discreta, con alcune punte e diversi film mediocri, purtroppo parecchi appartenenti alla pattuglia italiana. Ecco un bilancio scanzonato di questi 12 giorni.

L’italiano migliore Voto: 7 I ricordi riemergono dalla segreteria telefonica e da vecchie foto, ma la storia c’è tutta. Ultimo e migliore degli italiani in gara, Marco Bechis dirige Ritorno a Buenos Aires e manda Adriano Giannini sui luoghi di Garage Olimpo. La forza del film di denuncia deriva dalla tragedia dei desaparecidos raccontata senza appesantimenti ideologici. È di qualità anche la forma. Nel post-credit spunta l’ennesima libreria: peccato.

Il Muro del Lido Voto: 9 Se si vuole ridere ci si ferma vicino al self-service, dove il personale è migliore del cibo. Il pubblico appende sui fogli del Codacons recensioni intinte nell’acido. Pallaoro e Amelio rivaleggiano nelle stroncature. «The echo chamber? Forse un po’ lungo. Poteva durare quei 123 minuti in meno». «Bello il film di Amelio, mi ha fatto venir voglia di votare Vannacci». Alberto Barbera ha promesso che l’anno prossimo il Muro si allargherà e l’ideatore Gianni Ippoliti gongola: lunga vita a «Ridateci i soldi».

La madrina pro Pal Voto: 3,5 È una presenza fissa. Un ruolo in commedia. Una parte irrinunciabile nel film della Mostra del cinema. L’anno scorso Emanuela Fanelli era in prima fila alla manifestazione di Venice4Palestine, quest’anno Greta Scarano agita il ventaglio di cocomero in prima fila davanti ai fotografi. Susan Sarandon ha presentato domanda di cittadinanza italiana.

I media pro George Voto: 5 Tutti pazzi per Clooney, soprattutto le colleghe. Applausi, sospiri, sguardi pendenti. La sera del Leone d’oro alla carriera Laura Dern l’ha descritto come l’angelo Gabriele e qualcuno ha visto nel suo ringraziamento il discorso per la Casa Bianca dove mezza stampa italiana lo spinge. Peccato che lui avesse appena spiegato che non farà più il regista perché non vuole allontanarsi dai suoi figli. Il candidato (im)perfetto.

Flotilla flop Voto: 4 Attesa e sbandierata per giorni con appelli e firme illustri, da Matteo Garrone a Roger Waters, da Fabrizio Gifuni ad Anna Foglietta, quando la barchetta ha attraccato dietro il Palazzo del cinema tra i tanti volti noti annunciati c’era solo il meno atteso di Luciana Castellina. Nel cartellone della Mostra c’erano ben tre opere filopalestinesi; eppure, abbiamo letto, visto e sentito proclami, lettere, slogan, bandiere, aquiloni, sit-in, panel… Sotto la propaganda, fuffa.

Bolliti maestri Voto: 4 Qualcuno in concorso, come Nanni Moretti, qualcuno fuori come Gianni Amelio, ma accomunati dalla modestia dei loro film. Sentimentalismo di maniera in Succederà questa notte, buonismo e cliché a cascata in Nessun dolore. Tutto prevedibile, nulla che spiazzi o sorprenda. I bolliti non vanno d’estate, tanto più se rovente come questa. Il voto è la media fra il 5 di Nanni e il 3 di Gianni.

L’età di mezzo Voto: 3 Se Paolo Strippoli e Andrea Pallaoro sono il nuovo che avanza siamo a posto. Per andare a vedere L’estranea – horror di sciagure più che thriller psicologico – e The echo chamber – esercizio di stile per sentirsi Bertolucci – quanti euro mi date? Giovani promesse, finora non mantenute.

Una e bina Voto: 5 Jasmine sul set e Trinca fuori. Del resto, in L’estranea interpreta una madre in odore di schizofrenia. Se evitasse di sproloquiare nelle interviste contro il capitalismo e la produttività indossando abiti da migliaia di euro sarebbe meglio per lei. Qualcuno la vedeva già alzare la Coppa Volpi, anche come «risarcimento a Moretti». Ma dopo aver letto le sue dichiarazioni… Una e bis.

Excelsior off limits Voto: 5 L’hotel simbolo della Mostra di Venezia vietato alla stampa è un affronto. Era il posto dove si mischiavano star e reporter e si carpiva qualche notizia. Stop. Da quest’anno l’ingresso per i giornalisti è quello secondario. L’altra sera, quelli delle testate nazionali si sono consolati alla festa allo Spazio Campari di Sala Grande, la nuova testata online diretta da Flavio Natalia, già direttore di Ciak. In bocca al lupo.

Lui&Lei Voto: 6 Sono la coppia più famosa del cinema mondiale. Belli, progressisti e glamour. Anche in Bunker di Florian Zeller Bardem e Cruz sono marito e moglie dentro una casa tutta di design. Però qualcosa s’incrina… Fortuna che sul red carpet, vicino a lei in abito rosso fuoco, lui ha indossato lo smoking. Lasciando la kefiah a Cannes.

Tutti pazzi per John Voto: 8 Chi può scippargli la Coppa Volpi? Malkovich nel ruolo della spia cinica e svagata è una meraviglia di sarcasmo e gigioneria. Tiene in piedi il film da solo. Anzi no, c’è anche la storia e ci sono i dialoghi fulminanti. Perciò, il premio come miglior attore potrebbe essere sacrificato per gli altri che Wild horse nine di Martin McDonagh merita: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura. Comunque, nessuno gli toglierà quello del pubblico, dal 5 novembre. Dispiace solo il finale.

 

La Verità, 12 settembre 2026

Il doc israeliano che racconta gli orrori di Gaza

In un certo senso è «come in un videogame» perché i bombardamenti si fanno da remoto. Lo spiega uno dei 25 membri dell’intelligence israeliana che hanno accettato di essere intervistati con la garanzia dell’anonimato e l’alterazione digitale della voce per non essere riconosciuti. Un altro ufficiale dice che colpire può essere «divertente», perché portare a termine una missione «dà soddisfazione». Siamo dentro Naza, l’atteso documentario presentato ieri alla Mostra del cinema, prodotto da The Guardian e diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro registi israeliani che con No other land nel 2025 hanno vinto l’Oscar nella categoria dei documentari. A Venezia, i doc partecipano al concorso per il Leone d’oro e in passato lo hanno vinto, come fu nel 2013 con Sacro Gra di Francesco Rosi. Difficile che Naza, distribuito in Italia da I Wonder, arrivi a tanto, anche considerando la composizione della giuria. Si tratta di un’indagine giornalistica volta a spiegare come avviene «l’uccisione di massa di civili palestinesi programmata da Israele». Un lavoro di 80 minuti, durato tre anni, che cita solo all’inizio, un po’ velocemente, il massacro del 7 ottobre 2023 ordito da Hamas. Naza è l’acronimo usato dall’intelligence per indicare le vittime collaterali, fino a 50, che possono essere uccise durante un bombardamento per colpire un esponente dell’organizzazione terroristica palestinese.

Il documentario consiste in una lunga serie di interviste ai membri dell’intelligence, alcuni dei quali si dicono «di sinistra», che si svolgono di notte, sui tetti di Tel Aviv, dove non c’è nessuno, in un contesto favorevole alle confessioni. «Noi, in quanto israeliani, siamo in una posizione di privilegio e ci possiamo relazionare con questo sistema a cui ci opponiamo perché crediamo sia ingiusto», spiega Abraham. «Se dei colleghi palestinesi avessero tentato di contattare l’intelligence israeliana, sarebbero stati arrestati oppure uccisi, così com’è accaduto ad altri 200 giornalisti a Gaza».

Spesso è l’Intelligenza artificiale a decidere quale abitazione colpire perché può essere più oggettiva di un ufficiale che magari la settimana prima ha subito, lui o qualche persona a lui vicina, un attentato da Hamas. Un tecnico ha ideato l’algoritmo per individuare i bersagli attraverso il controllo dei loro cellulari. Si bombarda nelle ore notturne, quando la famiglia dorme e il padre, solitamente l’obiettivo primario, è rientrato in casa. In tre anni, i civili uccisi sono più di 70.000. Non ci si fa scrupolo di colpire famiglie con bambini. «Io sono solo un tecnico», si giustifica uno degli intervistati, «non devo fare scelte morali. Se mi rifiutassi, il mio compito l’assolverebbe qualcun altro». Vivo qui, sono ebreo e questo è il mio lavoro, osserva un altro: «A volte faccio un bombardamento, poi esco con gli amici». Qualcuno ha dei ripensamenti: «Sono stato in Polonia e ho imparato come hanno agito i nazisti. Per me sono sempre stati il male, perciò mi chiedo: io che cosa sono?». I registi riprendono la similitudine tra l’Olocausto e ciò che avviene nella Striscia: «Primo Levi ha parlato di deumanizzaione, di un essere umano che diventa non umano», riflette Abraham. «I riferimenti all’Olocausto sono emersi in più di un ufficiale intervistato. Ci sono tante differenze, naturalmente, con quello che succede a Gaza, ma una scelta coerente è porsi il problema della responsabilità e della giustizia che è fondamentale per andare avanti. Lavoriamo per rompere il silenzio che circonda le uccisioni che proseguono anche adesso mentre siamo qui a Venezia».

 

La Verità, 11 settembre 2026

Che noia l’Italcinema, mostra solo artisti e intellò

Due camere, cucina e una grande libreria. È la nuova variante del cinema-circoletto italiano. Libri, scrittori, artisti, editori, premi letterari… Dove tirano i film dei nostri registi in gara, e anche fuori, alla Mostra di Venezia lo si capisce dall’arredamento delle case. Del resto, sono tutte opere molto domestiche, persino claustrofobiche, «si esce poco la sera, compreso quando è festa» cantava Lucio Dalla. È tutto un lavaggio di panni e di rese dei conti tra le quattro mura e si capiscono subito il ceto, le professioni e le ambizioni dei protagonisti. Tinelli traboccanti di libri. Scaffali stipati. Mensole cariche di cd, piu spesso di vinili che fa molto tendenza. Succede anche nei film di autori stranieri, soprattutto europei. In Bunker di Florian Zeller, la coppia (anche nella vita) dell’upper class londinese, immigrata dalla Spagna, è composta dall’archistar interpretata da Javier Bardem e dalla responsabile della narrativa straniera di una casa editrice, cui dà volto e corpo la moglie Penelope Cruz. In Un peu avant minuit di Nicolas Pariser, Melvil Poupaud è un giornalista culturale che dopo la chiusura della sua prestigiosa rivista tiene dei corsi all’università e, in attesa di separarsi dalla compagna, rivede gli ex colleghi che stanno girando una serie tv sul loro magazine e riflette sul suo rapporto con le donne. Non è affascinante l’autoreferenzialità cinephile avvitata nei salotti dell’élite culturale e dell’establishment? Non è cool?

Nell’Italcinema, il fenomeno è persino più conclamato. Ieri è passato fuori concorso Scherzetto di Mario Martone. Un confronto di generazioni e sguardi agli antipodi. Un nonno vedovo, pittore e illustratore affermato, interpretato da Toni Servillo, per tenere il nipotino di cinque anni mentre i genitori sono a un convegno, torna da Milano a Napoli. Ma la vecchia casa dov’è cresciuto e il bambino, anche troppo sveglio, scardinano gli equilibri dell’austero signore facendo affiorare i fantasmi del passato e le frustrazioni del presente, dando vita a un thriller psicologico che si perde tra incomprensioni con l’editore e strani incubi.

Altrettanto opprimente è la storia del personaggio di Luca Marinelli in The echo chamber di Andrea Pallaoro che vorrebbe essere un regista alla Bernardo Bertolucci da cui ha preso l’ultima sceneggiatura. Qui siamo a Londra, Leo è un affermato produttore musicale, proprietario di un lussuosissimo appartamento foderato di cd, vinili e libri, assillato da una fortissima discopatia e dalla dipendenza dalla cocaina. Il salotto ospita anche pianoforte, chitarre e un essenziale studio di registrazione dove si può incidere; perciò, anche qui si esce «di rado», come cantava Adriano Celentano, e la cinepresa indugia sulla carta da parati, sulle porte chiuse e sulle docce del protagonista. Una volta che mette il naso fuori, è per provocare un grave incidente con la propria Jaguar.

Niente, di operai in Panda, nell’Italcinema che sfila qui al Lido, invece non se ne vedono. E nemmeno artigiani che caricano il furgone. In Il fuoco che ti porti dentro di Edoardo De Angelis, si vede invece il salotto pieno di ninnoli e scaffali di libri dell’editor di narrativa interpretato da Lino Musella, figlio succube della nevrotica Vanessa Scalera che, al contrario di Servillo, da Napoli sale a Milano. Lui avrebbe tanto voluto fare lo scrittore e vincere lo Strega, «ma non ce l’ha fatta e ha ripiegato sull’editoria», serpeggia la mammina. Così, la sera della Vigilia di Natale, deve fare buon viso all’autoinvito dello scrittore (Tommaso Ragno) che si è fatto precedere da una cassa di champagne per brindare al nuovo contratto con la casa editrice di Musella. I cin cin non addolciranno la drammatica resa dei conti tra madre e figlio.

Riavvolgendo rapidamente il nastro della Mostra, in Nessun dolore di Gianni Amelio Alessandro Borghi fa il libraio in un chiosco dalle parti del Vaticano. Ma per una catena di accadimenti finisce per trovarsi, accondiscendente, la casa ribollente di extracomunitari. Gli intellettuali, buoni per definizione, sono protesi all’accoglienza. Ma i libri ci (e li) salveranno perché, quando la comune di clandestini che si è impossessata della mansarda con soppalco del mite bancarelliere, la abbandonerà portandosi via mobili e suppellettili, lascerà lì, sparsa sul parquet tutta la sua biblioteca privata. Davvero una scena catartica. Nel primo film italiano in concorso, il sopravvalutato Succederà questa notte di Nanni Moretti, è Louis Garrel, l’insistente amante di Jasmine Trinca, ad avere una libreria a poche centinaia di metri dal chiosco di Borghi, nel quartiere Prati. Un luogo, un simbolo, un circoletto. Non sarebbe meraviglioso scoprire che, mentre interpretavano contemporaneamente un ruolo simile nei rispettivi set, Borghi e Garrel si sono scambiati qualche romanzo? Anzi, potrebbe essere l’idea di un nuovo film, magari diretto dalla neo-regista Valeria Golino che in quello di Amelio è una professoressa democratica che regala i libri che le avanzano al bravo e superaccogliente personaggio di Borghi. Trama: due attori che stanno interpretando in due film diversi due librai con negozi poco distanti tra loro si conoscono e iniziano a scambiarsi libri e consigli di lettura. Non è una bella storia? Il cinema che supera la realtà. Anzi, la realtà che diventa cinema. No, il cinema che si fa realtà. La realtà che si fa cinema…

Chiamate l’ambulanza.

 

La Verità, 11 settembre 2026

Il film che disturba Kiev non è distribuito in Italia

Auguro all’Ucraina di vincere la guerra», parole e contropiede vincente di Ilya Khrzhanovsky, il regista russo dissidente in concorso ieri alla Mostra del cinema di Venezia con Dau, il film di tre ore e mezza che arricchisce un progetto artistico iniziato nel 2006 e narra quarant’anni di vita – da Leningrado 1928 passando per Kharkiv 1938 fino a Mosca 1968 – di un geniale fisico russo di origine greca. Lo spiazzamento provocato dalle parole pronunciate dal suo autore davanti ai giornalisti inviati al Lido chiama in causa indirettamente il governo di Kiev che nelle scorse settimane ha contestato con diversi comunicati la partecipazione del film alla Mostra veneziana. «La mia posizione rispetto al conflitto russo-ucraino è sempre stata molto chiara, da ancor prima dello scoppio della guerra, ancor prima dell’invasione del 2022, dalla guerra del Donbass», afferma il cineasta. Ma chissà perché il ministero degli Affari esteri e della Cultura di Kiev non se n’erano accorti e avevano accusato il film di essere uno strumento della propaganda russa. Accusa che era stata immediatamente rigettata sia dal regista che dal direttore artistico della rassegna, Alberto Barbera.

Ora l’artista nato a Mosca aggiunge parole ancora più chiare: «L’Ucraina si trova in un momento di terribile e sanguinosa guerra, che dura da più di quattro anni. Penso che sopravvivrà, rimarrà forte e preserverà la sua indipendenza e avrà un futuro migliore. Ma al momento», sottolinea Khrzhanovsky, «la tensione è talmente alta che l’unica cosa che posso augurarle è la pace e che il governo ucraino abbia il successo più ampio possibile. Che salvi il Paese e vinca questa guerra». Dopo le nuove dichiarazioni del regista, le autorità ucraine dovranno convincersi a ritrattare. Ma non è sicuro che lo faranno. Avrebbero già dovuto farlo sulla base del profilo inequivocabile del cineasta moscovita, protagonista di critiche nei confronti di Vladimir Putin e contro la guerra che hanno portato il ministero della Giustizia russa a inserirlo nella lista degli «agenti stranieri». Nel 2024, il regista di Dau ha rinunciato alla cittadinanza russa, acquisendo quella tedesca, britannica e israeliana.

Nato come biografia del fisico premio Nobel Lev Landau (interpretato dal direttore d’orchestra e attore greco russo Teodor Currentzis) che contribuì alla creazione della prima bomba atomica sovietica, il film racconta il percorso del brillante e inquieto fisico. Le riprese sono durate anni e sono terminate nel 2011, poi ne sono state aggiunte di nuove. Si seguono gli scontri dialettici e anche fisici tra un gruppo di scienziati idealisti e i dirigenti del ministero della Difesa sovietico decisi a ottenerne la collaborazione per l’industria bellica. In un contesto vitale e colorato, con piazze piene di mercati, feste e spettacoli popolari di varietà, Khrzhanovsky introduce alcune forme linguistiche originali per rendere il conformismo della popolazione e degli intellettuali e l’asservimento a un sistema totalitario che manteneva il potere con la paura, il controllo ossessivo, l’uso di spie, i processi farsa, e le condanne ingiuste in un clima di sospetto diffuso. Nel pieno di questo conflitto, lo scienziato idealista Dau continua a interrogarsi sul bisogno di libertà, sulla ricerca della felicità e sul destino. Stringe una relazione con la spregiudicata Nora (Ramila Shchogolieva), ma ben presto cerca una liberazione in altre relazioni fuori dal matrimonio, finendo per perdere sé stesso e la propria capacità di amare. Nel Sessantotto a Mosca si scontrerà con le squadre del regime determinate a sedare ogni moto libertario.

Currentzis, l’attore e direttore d’orchestra che lo interpreta e che non ha accompagnato il film in Laguna, ha assunto una posizione neutrale sulla guerra in Ucraina. Interpellato in proposito, il regista ha detto che preferisce rivolgere le critiche a sé stesso, «cercando di agire e comportarmi come ritengo giusto. Non mi sento di criticare Teodor Currentzis per non aver fatto una scelta, al contrario di me, che l’ho fatta. Credo che ognuno risponda per le proprie decisioni, per la propria vita, per il proprio destino. E come si vede nel film, anche il protagonista fa delle scelte diverse. E ne paga le conseguenze, come accade a tutti noi. Da quando ho iniziato ad adesso», continua, «ho visto accadere molte cose terribili nel Paese in cui sono nato. Tutto è iniziato con la guerra in Ucraina, le cui violenze continuano e sono sempre peggiori. Questo è più importante di qualunque lettera o polemica contro il film».

A un certo punto, nel ruolo di un fisico comunista di quel periodo, compare in un cameo anche Carlo Rovelli: «È uno scienziato unico perché sa spiegare a un pubblico vasto la complessità della fisica quantistica», sottolinea il regista.

Ci si augura che la risonanza mediatica avuta dal film, anche a causa delle ingiustificate polemiche che ne hanno accompagnato la partecipazione alla Mostra, gli guadagni la distribuzione nei cinema italiani.

 

La Verità, 10 settembre 2026

Un doc demolisce Musk e un film punge Zuckerberg

A un certo punto dell’interminabile odiografia che Alex Gibney confeziona su Elon Musk si vede l’imprenditore sudafricano intervenire in video collegamento durante la campagna elettorale di Alternative für Deutschland (Afd), un mese prima del voto del 2025. Chissà che cosa penserà il documentarista premio Oscar ora che l’uomo più ricco del mondo ha commentato su Twitter con un «Ben fatto» il successo in Sassonia del partito di Ulrich Siegmund. Ma non è il caso di suggerire un’appendice a Musk, il doc presentato ieri nella sezione Venice open, che dura già così quattro ore, compresi dieci, provvidenziali, minuti di intervallo.

Ritrarre il patron di Tesla, di Space X e di X (ex Twitter) è certamente impresa titanica, tanto più che il protagonista ha rifiutato con un «Alex Gibney è un idiota» la sua mancata collaborazione. L’autore però non s’è perso d’animo e ha perseguito il suo progetto a tesi, schierando una lunga teoria di testimoni, collaboratori, ex mogli e compagne: tutti concordi nel tratteggiare il profilo di una personalità pericolosa, corrotta e opportunista. Solo il padre e il fratello di Elon, pur parlando di «un’infanzia difficile», gli riconoscono una grande genialità. Senza però riuscire a fugare l’impressione complessiva di un documentario molto orientato se non proprio militante, che assesta tanti cazzotti, ma non il colpo del kappaò.

Presentato a sua volta nel catalogo come «il più importante documentarista del nostro tempo» capace di firmare inchieste sulla pedofilia nella Chiesa, su Scientology e su Steve Jobs, Gibney ricorda in un certo senso l’Oliver Stone prima maniera quando afferrava il soggetto della sua indagine e non lo mollava fino al The End, battendo sempre sullo stesso tasto. In 235 minuti di testimonianze si riconosce solo all’inizio un rilevante grado di visionarietà a Musk. Con Tesla e Space X, questo inventore e ingegnere un po’ frustrato perché i meriti se li prendono sempre i manager, vuole dare nuovo impulso all’innovazione green e all’industria aerospaziale. Ben presto, però, gli obiettivi diventano meno nobili e il magnate immaginifico si trasforma in un «genio della fuffa». Da quando ha eccepito sui lockdown e sui vaccini e, poi, ha spalleggiato Donald Trump in campagna elettorale e accettato l’incarico al Dipartimento dell’efficienza governativa dell’amministrazione americana (Doge), «l’imprenditore-inventore» è diventato il pericoloso campione della tecnodestra. Non solo lui, in realtà: molti big della Silicon valley, prima esaltati come fautori dell’Eden tecnologico mondiale, ora che a sorpresa dialogano con la Casa Bianca sono improvvisamente passati nel dark side della narrazione globale. Nell’ottimo Bunker di Florian Zeller, per esempio, anch’esso presentato ieri in concorso qui al Lido, anche Mark Zuckerberg fa una pessima figura chiedendo all’archistar interpretato da Javier Bardem di costruirgli un avveniristico bunker che possa ospitare fino a una trentina di amici e parenti con cui salvarsi dall’apocalisse prossima futura. Deve mettersi di mezzo sua moglie, Penelope Cruz, editor di narrativa internazionale, per evitare che il coniuge firmi il megacontratto con il fondatore di Facebook: anche lui, ieri benefattore e filantropo, oggi turbocapitalista e egoista.

L’obiettivo di Gibney è smontare la lettura dei biografi di fiducia e delle schiere di follower che parlano di Musk come del nuovo Leonardo Da Vinci in grado di rispondere a ogni interrogativo e di «trasformare l’umanità in una specie multiplanetaria». Il suo racconto parte invece dal basso per illuminare i lati nascosti dell’epopea del «più grande capitalista nella storia degli Stati Uniti d’America», come viene annunciato alla convention elettorale di Trump al Madison Square Garden di New York. Così, c’è chi come Martin Eberhard, racconta le oscure manovre ordite dall’imprenditore sudafricano per conquistare il titolo di «fondatore di Tesla». Chi ricorda i lanci falliti, e il rischio di bancarotta conseguente, dei missili di Space X puntati su Marte. Chi, come la giornalista Kara Swisher, sottolinea i drastici tagli di personale e la riconversione di Twitter operati per ripristinare il free spech. L’ex moglie e scrittrice Justine Musk racconta invece la sofferenza di Vivian, la figlia trans nata come Xavier, da cui il padre ha preso le distanze.

L’influencer Ashley St. Clair, già attivista Maga, movimento dal quale si è allontanata, rivela di aver rifiutato 40 milioni di dollari per tacere sulla relazione con Elon dalla quale è nato un figlio, per poter testimoniare nel documentario. «L’ho fatto per i miei figli», ha assicurato in conferenza stampa. Lo stesso Gibney ha rivelato che «tanti hanno rinunciato a testimoniare per paura». Ma il suo lavoro è andato avanti lo stesso e «vuol essere un monito» perché ora il campione della tecnodestra è arrivato a «una corruzione morale che giustifica l’appoggio a un presidente che, puntando sul petrolio, sta distruggendo il pianeta». Tutto chiaro.

 

La Verità, 9 settembre 2026

L’Italcinema in Mostra è una galleria di sciagure

Una disgrazia dopo l’altra, parafrasando il titolo dell’ultimo film di Paul Thomas Anderson premiato quest’anno con sei premi Oscar. Qui al Lido il winner per il record di tragedie familiari è L’estranea di Paolo Strippoli, presentato ieri, terzo film italiano in concorso (produttori Propaganda Italia, l’immancabile Rai Cinema, Dinamo Film, Kazak Productions e Tarantula). Pensate una possibile sciagura e in questo esercizio estetico e di recitazione che sarà spacciato per cinema d’autore, la troverete. Oltre a quello del regista, da tenere a mente anche il nome di Salvatore De Chirico, co-sceneggiatore.

È vero, la Mostra di Venezia in realtà si chiama Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (con le maiuscole). È una rassegna artistica, di ricerca, e che ci porta in territori inesplorati. Perfetto. Tuttavia, vien da chiedersi perché, in particolare per l’Italcinema, questi territori siano immancabilmente tormentati, cupissimi, affliggenti. Non sono così le opere dei cineasti stranieri, dove pure i drammi non mancano. Come nel bellissimo Wild horse nine di Martin McDonagh che corre con la grazia dell’ironia nelle vite di due strani agenti della Cia nel Cile del 1973. O in Look back, del giapponese Irokazu Kore’eda, che racconta di due adolescenti che sognano di diventare creatrici di manga e stanno per riuscirci entrambe, quando… E figurarsi se possono mancare in 15/18 A place to heal, di Cédric Kahn, ambientato in un reparto psichiatrico per adolescenti, ma qui lo si sa in partenza e, comunque sia, c’è sempre un elemento di speranza.

Negli autori italiani no, il domino di sventure è inappellabile. Fatto salvo Succederà questa notte di Nanni Moretti, dove pure una buona dose di travagli si frappone all’amore tra Jasmine Trinca e Louis Garrel, gli altri due film in gara visti finora sono un campionario di maledizioni. Claustrofobici e ultra-pessimisti. In The echo chamber di Andrea Pallaoro, ispirato dall’ultima sceneggiatura scritta da Bernardo Bertolucci, il protagonista (alter ego dello stesso regista, all’epoca in sedia a rotelle) è un produttore musicale afflitto da un’ernia e dalla dipendenza dalla cocaina. A interpretarlo è Luca Marinelli, già tormentato (per sua rivelazione) Benito Mussolini nella serie di Sky tratta da Antonio Scurati, che invece qui, sebbene abbia bisogno di una fisioterapista che lo rifornisca di antidolorifici per riuscire a lavorare, si riconosce pienamente nel personaggio: «Se avessi la possibilità di vivere un’altra vita, mi piacerebbe fare il musicista». Il paradosso finale è che, a causa di un evento imprevedibile, il dolore cesserà, ma lui non sarà più lui.

Afflizioni e drammi sono elevati all’ennesima potenza nell’opera di Strippoli. Una madre, ancora Jasmine Trinca, si presenta all’improvviso nella casa romana della figlia (Romana Maggiora Vergano) per rivelarle un segreto che la riguarda. La sua è una famiglia felice e benestante: il papà (Adriano Giannini) è un imprenditore stimato, la madre una donna invidiata, lei e il fratello promettono grandi successi nel mondo della tv e del cinema e nel calcio. L’incantesimo s’infrange in un radioso pomeriggio d’estate quando, durante una festa in giardino, uno dei cani aggredisce la bimba, fresca di scrittura per una prestigiosa campagna pubblicitaria. Per evitare che i sogni crollino come un castello di carte, la madre stringe un patto con una misteriosa donna (Valeria Bruni Tedeschi) che la avvicina nella cappella dell’ospedale dove alla figlia sta per essere amputata una gamba. Da quel momento, la catena di sciagure non risparmia nessuno: il fratello diventa bulimico, l’azienda del marito finisce in mano agli strozzini, poi l’alcolismo, un tentato suicidio, un incidente fatale. Chi è l’estranea del patto scellerato? Chi vuol fare una full immersion nelle tragedie avrà materia abbondante dall’8 ottobre, giorno di uscita del film.

 

 

La Verità, 8 settembre 2026

La Flotilla floppa alla Mostra del cinema pro Pal

Il momento clou della Mostra palestinese del cinema di Venezia è l’annunciatissimo arrivo dell’imbarcazione della Global Sumud Flotilla alla Riva di Corinto, il pontile nel bacino retrostante il Palazzo del cinema. È il picco militante della presenza pro Pal al Lido. Poi ci sono le altre iniziative, i panel, le raccolte di firme, «migliaia» dicono genericamente gli attivisti. E i film filo palestinesi, naturalmente. L’approdo della barca è l’evento più atteso della giornata. Più della conferenza stampa di L’estranea di Paolo Strippoli, terzo film italiano in concorso, con Jasmine Trinca, e più di Musk, il documentario di quattro ore del premio Oscar Alex Gibney sull’imprenditore visionario sudafricano. Le aspettative sono tante, si cerca la visibilità, le sigle lunghe sembrano roba seria: Global Sumud Flotilla, Venice4Palestine… La propaganda la sanno fare bene, i pro Pal.

Ad attendere l’imbarcazione c’è un piccolo gruppo di militanti con un paio di bandiere e qualche kefiah volante. Forse sono di più i giornalisti. Greta Scarano, la madrina della Mostra che ha posato per diversi shooting fotografici con il ventaglio-anguria, non si vede. «Starà sistemando il trucco da attivista», sibila qualcuno. Non si vede nemmeno Trinca, a sua volta firmataria dell’appello al direttore artistico Alberto Barbera con la richiesta di issare la bandiera palestinese vicino a quelle dei Paesi rappresentati alla Mostra e di «rompere le complicità» con lo Stato d’Israele. Assente pure Anna Foglietta, anche lei ha sottoscritto il testo ed è presente alla Mostra nella sezione Orizzonti, con Una storia, il suo primo film da regista. L’unico volto noto è quello di Luciana Castellina, storica esponente della sinistra-sinistra, in attesa su una sedia a rotelle. Chissà se le ragazze con anfibi neri al polpaccio sanno chi è. Finalmente, ecco avvicinarsi una piccola barca con lo stendardo «Palestine». A bordo, sei o sette persone, di cui tre bambini. «Free free Palestine…». Scende Maria Elena Delia, portavoce italiana della Gsf. «Per il secondo anno consecutivo abbiamo chiesto al direttore della Mostra Barbera di esporre la bandiera palestinese. Lui ci ha risposto che la Mostra espone quelle degli Stati riconosciuti dalle Nazioni unite e che la nostra richiesta deve essere inoltrata al governo italiano. Siamo d’accordo…». Applausi, slogan. «From the river to the sea, Palestine will be free». Il microfono passa da un sostenitore all’altro. «La Mostra è una cassa di risonanza internazionale e bisogna assumersi delle responsabilità. Ringraziamo gli artisti che si sono esposti. Però non possiamo accontentarci, non possiamo accettare il film dell’orrore che si sta girando in questi giorni a Gaza con gli interventi militari, l’azione dei coloni, gli aiuti umanitari che non arrivano». Ogni dieci parole rimbalza quella magica: «Genocidio». «Free free Palestine». Si legge una lettera di Mona Abuamara, «ambasciatrice di Palestina in Italia», a proposito di sigle virtuali. Si accusa di complicità anche la Biennale perché nell’esposizione ai Giardini, della mostra di Arte contemporanea, è «tranquillamente presente il Padiglione israeliano». Gli attivisti non si accontentano degli attacchi di cui sono già oggetto il governo di Benjamin Netanyahu e l’amministrazione americana e promuovono «il panel sulla complicità culturale» (oggi nella sede delle Giornate degli autori). Non si accontentano del documentario Al mowaten Osama (Citizen Osama), passato domenica, di Ahmed Hassouna, anche lui palestinese, sulla vita quotidiana di un amico e collega che vive nella Striscia di Gaza e cerca di proteggere la moglie e il figlio neonato, mentre a sua volta racconta la devastazione. Interviene il produttore Rashid Masharawi per dire che da «quando è stato proclamato il fuoco sono state uccise altre 1200 persone». Anche lui spara a raffica «genocidio», l’hashtag della community. Si susseguono gli interventi. Ieri, nella sezione Venezia Spotlight, è passato anche Hiwar Ma’ Albahr (Conversation with the sea), il film del palestinese che vive a Gerusalemme Muayad Alayan e che racconta dello Stato d’Israele che esige dal sessantenne Kamal di pagare un debito fiscale del figlio che, in realtà, è annegato diversi anni prima nel Mar Rosso. Giovedì arriverà l’attesissimo Naza, titolo sufficientemente rivelatore, dei due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor (già premiati con l’Oscar per No other land) che, come si legge nella sinossi, filmano dai tetti di Tel Aviv «l’uccisione calcolata di civili palestinesi a Gaza programmata da Israele».

Domenica Susan Sarandon ha lamentato l’ostruzionismo di cui soffre in America per aver assunto posizioni contro il governo israeliano. «Penso che i festival siano importanti», ha premesso, prima di planare sulla solita parola magica: «Ma non credo che alla Mostra del cinema di Venezia si deciderà che cosa accadrà nel genocidio in Palestina». Ecco. Chissà come l’avranno presa gli attivisti che insistono sulla «cassa di risonanza internazionale». Intanto, Sarandon ha fatto bene ad accettare il ruolo di una stagionata rockstar che torna in sala di registrazione dopo anni di isolamento propostogli da Andrea Pallaoro in The echo chamber. Può essere un buon inizio. Da noi le madrine della Mostra si refrigerano con un ventaglio-manifesto e le attrici di grido che firmano appelli lavorano ancora di più. Perché non trasferirsi qui, Susan? Ascolti il nostro consiglio: se venisse in Italia, sarebbe cinematograficamente più ubiqua di Pierfrancesco Favino.

 

 

La Verità, 8 settembre 2026

Moretti molla la politica e va a caccia dell’amore

Avrei tanto voluto parlare dell’attualità politica, ma il tempo a disposizione è scaduto», dice sferzante Nanni Moretti, congedandosi dai giornalisti al termine della conferenza stampa che si era aperta con urletti da tifo della curva sud, suscitando il compiacimento finto imbarazzato del regista. Curiosamente, nonostante la venerazione diffusa, nessuno l’ha sollecitato sull’argomento e, a quanto è dato sapere, non risulta che abbia concesso incontri riservati nemmeno a poche testate scelte, sebbene con Succederà questa notte che apre la sfilata di film italiani in concorso all’83ª edizione della Mostra, tornasse al Lido a 37 anni dalla burrascosa partecipazione con Palombella rossa, dirottata all’epoca solo nella sezione della Settimana della critica. «Ho letto alcune ricostruzioni sulla mia lunga assenza dalla Mostra del cinema. In realtà, i miei film non erano mai pronti in tempo per l’estate. Stavolta, avendo girato in autunno, questo lo era», ha spiegato lasciando nei presenti la sensazione di esprimersi con qualche difficoltà (come pure si era intuito dalle rapide comparsate nel film) e questo potrebbe spiegare la scelta di limitare al minimo i momenti pubblici. Quindi, niente riferimenti al record di durata del governo Meloni e nemmeno freccette contro la sagoma del capo della Casa Bianca, bersaglio abituale della maggioranza di attori e cineasti in passerella in Laguna, da Clooney ad Amelio, solo per citare i primi che vengono in mente.

È, dunque, un Moretti intimo e sentimentale, che si concentra sui rapporti e le passioni, quello stimolato da Legami, raccolta di racconti dello scrittore israeliano Eskhol Nevo che già l’aveva ispirato per il non riuscitissimo Tre piani. Qui lavora in équipe con le sceneggiatrici Valia Santella e Federica Pontremoli per approntare una grande storia d’amore tra un uomo e una donna che non si incontrano mai nel momento giusto. Quando Matteo (Louis Garrel) si è appena separato, mentre sta giocando a tennis col fratello, Greta (Jasmine Trinca) irrompe in abito da sposa e chiede di sfidarlo. Giocheranno solo un game, ma dopo quella irruzione dirompente, quel mini-match, stravinto da lei, Matteo non riuscirà più a togliersela dalla testa. A suggerire la chiave interpretativa di tutta la storia è il padrone del ristorante (Paolo Sassanelli) dove Matteo e suo fratello cenano dopo le partite: «Le orecchie e le occasioni vanno in coppia», dice il ristoratore saggio. «Nel nostro corpo abbiamo due di tutto: orecchie, gambe, braccia, occhi. Lo stesso con questa ragazza, figliolo, anche con lei avrai una seconda occasione. Non preoccuparti, la vita è lunga». Così, la passione tra Matteo, un libraio nel centro di Roma (il secondo in pochi giorni dopo quello di Nessun dolore), e Greta, attrice mancata, si trasforma in un viaggio tortuoso, tra matrimoni ordinari e figlie hikikomori. Insomma, l’amore va alla caccia del suo compimento e fa i conti con il destino. Poi ci sono tutti gli altri rapporti, tra padre e figlio, tra madre e figlia, tra marito e moglie, secondo la traccia fornita dai racconti di Nevo e che le sceneggiatrici hanno coagulato attorno alla passione centrale in un percorso che parte da Oslo, passa da San Sebastian per un concerto di Bruce Springsteen e Torino, per placarsi a Roma.

Succederà questa notte è un film con alcune lentezze, che tende ad avvitarsi su sé stesso, con troppe citazioni musicali e il momento «balletto catartico» che non manca mai. Su un fatto, però, ha perfettamente ragione Moretti, ed è la scelta di puntare tutto su Jasmine Trinca che riempie lo schermo con la sua espressività e i suoi occhi sorridenti. «L’ho scelta 27 anni fa quando ho cominciato a lavorare a La stanza del figlio», ha raccontato il regista rispondendo a precisa domanda sul suo rapporto speciale con l’attrice. «Alcune assistenti realizzavano nelle scuole di Roma brevi interviste per individuare una possibile protagonista. Al liceo Virgilio spuntò Jasmine e mi accorsi che era una persona e anche un’attrice speciale. Lei voleva fare l’archeologa, ma dopo La stanza del figlio Marco Tullio Giordana la scelse per La meglio gioventù. Poi io la richiamai per Il Caimano. Per il finale del Sol dell’avvenire ho richiamato i vecchi attori e le attrici del mio cinema e nel primo piano ho visto in lei una grande luminosità. Jasmine è luminosa». Trinca ha ringraziato e parlato del suo rapporto con il regista scopritore: «Finalmente ho saputo perché Nanni mi ha chiamato per La stanza del figlio. Gli devo la mia carriera e il mio arrivo qui. Non tanto come si sta in scena, i vezzi e le pose. Dai padri si conserva una certa distanza. Ho fatto anche un cinema diverso, ma quello fatto con lui ha costruito parti di me come attrice e come donna. È un regista, molto presente, che interviene parecchio, insegna l’esercizio di spogliarsi di noi, ci toglie le pause e tante cose. Per questo film non sapevo cosa aspettarmi, poi quando l’ho visto ho capito che era qualcosa di magico, che non c’era niente di performativo, che l’amore tra me e Matteo segue il linguaggio di una filastrocca, come un gioco di bambini».

 

La Verità, 6 settembre 2026

Sul fine vita la Mostra di Venezia fa da sponda a Zaia

E tre. Per il terzo anno di fila si parla di eutanasia alla Mostra del cinema e sarebbe fin troppo facile titolare sulla «Morte a Venezia». Non lo faremo, ma sta di fatto che un grande evento internazionale come la rassegna della Fondazione della Biennale, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco e diretta da Alberto Barbera, che celebra un’arte vitale come il cinema continua a spingere sull’urgenza di promuovere la dolce morte. La Mostra vetrina dell’eutanasia, tanto più se Wild horse nine, passato ieri qui al Lido, diretto da Martin McDonagh, autore già di opere comeTre manifesti a Ebbing, si aggiudicasse, non è da escludere, il Leone d’oro. Sarebbero di certo contenti l’ex governatore Luca Zaia, Marco Cappato, l’Associazione Coscioni, la sinistra in blocco ma anche l’ala radicaleggiante di Forza Italia, tutti accomunati dal medesimo sentire sull’argomento e confortati dal fatto che l’élite del cinema mondiale nei suoi autori di grido promuove l’eutanasia senza troppe cautele. Basta citare due nobilissimi precedenti come Le invasioni barbariche di Denys Arcand (fra i tanti premi, Oscar come miglior film straniero nel 2004) e Million dollar baby del mitico Clint Eastwood, che nel 2005 fece razzia di Oscar. Stiamo parlando di opere notevoli, come questa del regista britannico di origini irlandesi, che conferma la propensione dei grandi cineasti a spingere per le leggi sul fine vita (forse con la sola eccezione del meno ambizioso Brado di Kim Rossi Stuart che, facendo una scelta opposta, non ebbe successo). Gli artisti sono persone sensibili e allo stesso tempo molto avvezze a governare tutto, senza che alcun limite si frapponga alle loro decisioni. I registi, poi, sono monarchi assoluti sul set, per non dire dittatori. Come possono tollerare che sul set della vita intervenga la morte in forme e modi che «trascendono ogni loro controllo»? Come possono ricordare che l’esistenza, insieme ai talenti di cui è corredata, sia un dono totalmente gratuito?

Da qualche tempo, alla Mostra di Venezia, il tema dell’eutanasia è un tantinello inflazionato. Un appuntamento ormai fisso. Come l’appello pro Pal della madrina delle serate, la polemica sulla partecipazione di qualcosa che abbia a che fare con la Russia, dissidenza compresa, agli eventi della Biennale, il film sull’accoglienza indiscriminata dei migranti, il red carpet delle influencer sconosciute però svestite. Che il Lido sia la vetrina politica giusta per promuovere a livello mondiale il tema lo capì già nel 2012 Marco Bellocchio, il maestro di simpatie radicali che vi presentò Bella addormentata sulla tragica vicenda di Eluana Englaro. In tempi più recenti, nel 2024 La stanza accanto di Pedro Almodóvar (con Tilda Swinton e Julianne Moore) vinse il Leone d’oro, mentre l’anno scorso La grazia di Paolo Sorrentino, in cui il presidente della Repubblica di Toni Servillo promulgava la legge sul fine vita, non vinse nulla forse perché due premi consecutivi sul medesimo argomento saranno sembrati troppo persino alla giuria progressista del Lido. Quest’anno, però, ci si potrà rifare con Wild horse nine (approssimativamente Nove cavalli selvaggi) perché parliamo di un film originale, sceneggiato benissimo dallo stesso regista, con dialoghi esilaranti, locato nella splendida Isola di Pasqua e recitato da un cast superlativo. E, rilevantissimo, con il pregio, a differenza delle produzioni dell’Italcinema, di non menarla con l’ideologia né di frignare con i ripiegamenti psicologici. Fosse per lui, ha scritto Stenio Solinas, al terzo giorno la Mostra «potrebbe chiudere i battenti: difficilmente vedremo qualcosa di meglio».

Dunque. All’aeroporto di Santiago del Cile, qualche settimana prima del golpe che sostituirà il socialista Salvador Allende con Augusto Pinochet, due splendide e improbabili spie della Cia aspettano un volo per l’Isola di Pasqua, ma conversando con due belle figliole, uno di loro spiffera qualcosa che converrebbe tacere. È l’innesco narrativo di una storia tra il serio, il sarcastico e l’amaro che incolla lo spettatore dall’inizio alla fine. John Malkovich giganteggia nel ruolo del disincantato agente malato di cancro che chiede al partner (Sam Rockwell) di ucciderlo perché le sue «fisime da cattolico» gli impediscono di farlo da solo. Ipocrisia a parte, sarà difficile che qualcuno gli scippi la Coppa Volpi (e forse anche l’Oscar) come migliore attore. A completare la squadra degli interpreti, oltre al cameo di Tom Waits, c’è uno Steve Buscemi credibilissimo nel ruolo dell’eroinomane capo della Cia per il Sudamerica che, a sua volta, ordina al socio di Malkovich di ucciderlo prima che, dettando le sue memorie, la spia chiacchierona riveli inconfessabili segreti sulla morte di JFK a Dallas: «Lo so, è un finale triste», ammette per convincere il killer del mandato, «ma è la vita che è triste… secondo te perché mi faccio continuamente di eroina?».

Come s’intuisce, i dialoghi sulfurei risultano assai godibili: l’abbinamento tra la produzione di formaggi flaccidi e gli «Stati gay» vale da solo il prezzo del biglietto. Si ride spesso anche con l’anti americanismo spruzzato qua e là. E si ride più amaro quando si ripetono le inquadrature sul crocifisso sotto lo specchietto dell’auto o nella camera d’albergo di Malkovich, simboli di un cristianesimo reliquia, incapace di fronteggiare il passo della sofferenza finale. Ma si sa, in questa cinematografia, ancorché di elevata fattura, il nichilismo vince sistematicamente a mani basse.

Mentre si aggirano tra le enigmatiche statue dell’esotica isola, forse per il puro gusto della citazione, al malato viene in mente proprio Venezia, come meta ancora più esotica dove consumare, in gondola, il suicidio assistito. Alla fine, però, Malkovich desiste e si accontenta di farsi ammazzare tra i cavalli selvaggi dell’Isola di Pasqua.

Il film uscirà nelle sale il 5 novembre prossimo. Zaia e Cappato saranno di sicuro in prima fila.

 

La Verità, 5 settembre 2026