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«Io, cavaliere errante dei libri, cerco uno scudiero»

Per Ferruccio Mazzariol le definizioni si rincorrono. Il cavaliere errante dei libri. L’editore sognatore. Il romantico della letteratura. Il libraio gentiluomo. Ognuna fotografa un tratto di questo fresco ottantenne, solito al baciamano alle signore, umile, elegante e sommesso affabulatore, in possesso di una scrittura densa di consapevolezza ma giocosa di forma, dotata di funambolica aggettivazione. Una prosa riposante e terapeutica come le acque dei fiumi di quassù, il Sile soprattutto, e la prediletta Piave: sì, al femminile, materna e feconda, come da coniugazione locale.

Anche la sua creatura, la Santi Quaranta di Treviso, l’Adelphi del Nordest – altra definizione coniata per l’editrice frutto di un miscuglio di autori triveneti e mitteleuropei, di una cura artigianale, dell’opera dello stampatore scovato a Vago di Lavagno (Verona) – sta per scollinare un anniversario importante, il trentesimo, forte di 200 titoli e circa 700.000 copie vendute quasi porta a porta. È la piccola epopea che ha tenuto a galla una scialuppa tra le onde dei grandi marchi editoriali, ma che ora è giunta a un punto di svolta decisivo.

Ho letto da qualche parte che sta cercando un erede cui cedere le redini: sono venuto per dissuaderla.

«Ma sono così bravo io?».

E me lo chiede?

«Sì, perché non sono stato capace di creare un’équipe che poteva sostituirmi. Ho dei limiti, più che un intellettuale sono solo un gran lettore che voleva unire la tradizione orale veneta alla letteratura ispirata dall’umanesimo cristiano. Non mi sono aggiornato dal punto di vista tecnologico. La tenuta di Santi Quaranta è legata al cavaliere errante dei libri: sono andato di paese in paese a portare i frutti del mio lavoro. Non c’è nessun editore, né grande né piccolo, che abbia tanti punti vendita nel Triveneto come noi. Ma così ho finito per privilegiare i libri del territorio, non i più importanti. Le faccio un esempio…».

Prego.

«Sabato scorso mi ha telefonato il direttore del Centro culturale San Carlo di Milano per informarsi su Lettere a Olga di Vaclav Havel, un testo fondamentale dell’ex presidente ceco. Quest’estate vorrebbe farne leggere dei brani in piazza Duomo e mi ha chiesto se ho in mente di ripubblicare il libro. Capisce? Credeva fosse esaurito. Invece ne abbiamo ancora diverse copie. Il nostro catalogo è ricco di perle, ma non riusciamo a promuoverle».

Urge entrare nell’era digitale e nel marketing moderno.

«La vendita online è tutta da sviluppare, il mio sistema ha fatto il suo tempo. Anche perché sono tra i pochi che pagano i diritti d’autore e non pubblicano a pagamento. Le entrate vengono solo dalle vendite e i distributori vogliono anche il 60% dell’incasso».

Ci vuole il collaboratore giusto?

«Il sito c’è, ma serve chi sappia manovrarlo».

Come nacque Santi Quaranta?

«Avevo tentato di evitare la chiusura di Città armoniosa, la casa editrice di Reggio Emilia per la quale traducevo i grandi francesi. Aveva un catalogo pregiato, ma i soci litigavano. Una volta venduto il magazzino, ci dividemmo gli incassi. Città armoniosa si rimise in sesto per un po’, ma poi chiuse, mentre io cominciai a chiedermi perché dovevo vendere i libri degli altri».

Da qui all’idea della sua etichetta il passo fu breve?

«Mica tanto. Non volevo creare un’editrice clericale e musona, ma una casa che avesse la genuinità delle focacce e dei vini veneti. Perciò era importante la narrativa: credo sia lo strumento più rivelatore della condizione umana, più ancora della teologia. A quel punto c’era il problema del nome».

Risolto come?

«Con il sociologo Ulderico Bernardi e l’editore e amico Giampaolo Picari scegliemmo Santi Quaranta, dal nome di una delle porte delle mura trevigiane. Mi convinse la storia dei martiri di Sebaste che nel 320 morirono perché non si piegarono all’imperatore romano: c’era l’indipendenza dal potere. Nel XVI° secolo la porta fu aggiornata dai dogi veneziani e vi comparve il leone di san Marco: c’era l’identità; che io interpreto come veicolo di cultura e di lingua».

Un’editrice periferica?

«Una casa testimone delle piccole patrie dell’Alpe Adria, animate dal brio e dall’operosità dell’umanesimo cristiano».

Nel Paese dei gelsi si autodefinisce «ambulante libraio».

«Siamo nati in aprile, ma il primo libro, Il prete selvatico di Pasquale Maffeo, esce nel novembre 1989, mentre cade il muro di Berlino. Quando pubblico Il paese dei gelsi, il mio amico panettiere Floreno Paro, mi compra 100 copie, due milioni di vecchie lire. Poi comincio a battere le librerie e le edicole della Marca, cavaliere errante locale. Il primo successo arriva con La poltrona di midollina di Giuliana Gramigna, nipote di Mario Borsa già direttore del Corriere della Sera. Gaetano Afeltra ne scrive sul quotidiano di via Solferino e nel 1993 il libro della Gramigna è il più venduto a Milano».

L’ambulante libraio?

«Nell’estate del 1994 batto i posti citati dalla Gramigna, mete di vacanza dei milanesi. Partivo alle tre del mattino del lunedì: passo del Tonale, passo dell’Aprica, Valsassina, Barzio, Tirano, Bormio; tornavo passando da Bergamo, Brescia, Edolo. Lasciavo i libri in deposito. Conoscevo tutti, ma la sera mangiavo due gelati. Sono andato a Viareggio, nelle valli dell’Alto Adige, al Lido di Venezia».

Quando arriva la svolta?

«Nel 1994 a una presentazione di Il pane negato di Minnie Alzona si fa avanti Elio Gioanola, un professore di lingua e letteratura italiana all’università di Genova: “Avrei un libro con due racconti”. Lo intitolo La grande e la piccola guerra. L’anno dopo Sebastiano Vassalli lo seleziona nel terzetto dei finalisti del premio Chiara. Gli altri due sono Ritratti di signora di Elisabetta Rasy, pubblicato da Rizzoli, e La paura del cielo di Fleur Jaeggy, moglie di Roberto Calasso, edito da Adelphi. In confronto siamo una caravella. Il vincitore viene decretato da una giuria popolare di 200 lettori, 100 della Prealpina di Varese e 100 del Corriere del Ticino di Lugano. Quando arriviamo a Varese, Alessandra Casella pronostica: “Vincerà Gioanola”. E così va, con gran sorpresa generale. Ne parlano tutti i giornali: chi è questo editore sconosciuto che ha battuto Rizzoli e Adelphi?».

È l’Adelphi del Nordest, giusto?

«Un po’ sì, un po’ no. In certe nostre opere si affaccia la densità di Adelphi, e anche la raffinatezza estetica compete con la casa milanese. Però Santi Quaranta non ha influenze esoteriche, ma una linea popolare, guareschiana, radiosa, come attestano i libri di Amedeo Giacomini, di Bernardi, il mio Paese dei gelsi, la collana dei Ciclamini nella quale si mischiano poesia e antropologia. Poi ci sono le opere di Elio Bartolini, già sceneggiatore di Michelangelo Antonioni e autore Mondadori e Rusconi».

Come pesca gli autori?

«Mi arrivano molti dattiloscritti, ma alla seconda riga tanti saltano. Insieme alla fabula dev’esserci la profondità, ma senza intellettualismi. Ultimamente pubblico più stranieri che scrittori del Nordest».

Come arriva a Theodor Fontane, Antoine de Saint-Exupéry, René Girard, Havel?

«Conosco Alessandro Spina, un imprenditore cattolico amico di Cristina Campo e autore Rusconi. Recensisco Il giovane maronita per L’Osservatore romano, lui mi invita a cena a Venezia e diventa mio suggeritore. Per l’uscita di Infanzia sul Baltico di Fontane, Franco Cordelli fa un paginone sul Corriere».

Havel?

«Su Russia cristiana (poi L’altra Europa ndr) leggo un saggio sulla sua autobiografia, L’uomo al castello. Angelo Bonaguro, il suo traduttore, mi dice che quel volume è tradotto ovunque, ma non in Italia. La mia redattrice, Alessandra Poletto, riesce a contattare la segreteria di Havel e pubblico L’uomo al castello. Antonio Troiano, capo della cultura del Corriere, vuole conoscermi. Vado a Milano e lui mi accoglie festante; pensavo per Havel, invece mi fa: “Grande Antonio Russello…”».

Una delle vostre scoperte?

«Più una riscoperta, a scoprirlo era stato Elio Vittorini, ma poi avevano litigato. Russello era un anarco-cristiano siciliano trasferitosi in provincia di Treviso. Abbiamo ripubblicato tutta la sua opera che in certe cose anticipava quella di Leonardo Sciascia».

Perché molti suoi autori sono sconosciuti?

«Nei giornali e nelle tv domina la cultura radicale. Di rado qualche nostro scrittore riesce a bucare la nebbia, ma in generale comandano certi sacerdoti laici».

Per esempio?

«Nel Novecento il gran cerimoniere è stato Elio Vittorini, divenuto antifascista dopo esser stato fascista e filonazista. Nell’ottobre del 1942, quando Hitler convocò a Weimar gli scrittori europei, fu lui a guidare la delegazione italiana. Dopo l’ingresso nel Pci scrisse Uomini e no: gli uomini erano gli antifascisti di sinistra tutti gli altri no. Respinse Il gattopardo perché considerato reazionario, Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio, Guido Morselli, Russello e lo stesso Bartolini. Quella discriminante vale ancora».

Come giudica il sistema dei premi?

«Coinvolgono grandi interessi… Allo Strega non sempre esce la pallina migliore dell’urna. Nell’ultimo decennio ha vinto sempre Mondadori con le sue affiliate. Spesso sono libri che illudono. Salverei il Campiello, nato in opposizione al Viareggio, oggi declinante».

Tre grandi romanzi italiani del Novecento.

«La casa d’altri di Silvio D’Arzo, Il partigiano Johnny di Fenoglio e L’isola di Arturo di Elsa Morante».

I grandi romanzi veneti?

«La gloria di Giuseppe Berto, Il viaggio in Italia di Guido Piovene, anche se non è un romanzo, Pontificale in San Marco di Bartolini».

E Un altare per la madre di Ferdinando Camon?

«Giusto, grandissimo: lo metterei tra i migliori italiani».

Libri ora in lettura?

«La rivoluzione culturale nazista di Johann Chapoutot e Il meraviglioso viaggio di Nils Holgersson di Selma Lagerlöf».

Concludiamo con un pensiero?

«Salviamo Santi Quaranta e portiamola nel Terzo millennio».

 

La Verità, 31 marzo 2019

«Quando il tennis era per dandy solitari, ma liberi»

Un’ossessione chiamata tennis. Un morbo. Una religione. Possibile? «Possibilissimo, altamente probabile», acconsente Matteo Codignola, autore di Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi). «Certo, c’è anche chi gioca un’ora a settimana. Per hobby, o per fare un po’ di movimento. Ma se lo si ama, il tennis può tramutarsi in una malattia». Che si vive alla morte. Da giocatore, da spettatore, da lettore e da scrittore. Come accade a Codignola, genovese, classe 1959, traduttore e curatore per Adelphi di Patrick McGrath, Mordecai Richler, Patrick Dennis e John McPhee. E come documenta questo che è qualcosa più di un libro: oggetto feticcio, raffinato album fotografico virato seppia, galleria di personaggi eccentrici, divagazione sulla natura di una disciplina patologica, di gran lunga il più completo e complesso sport individuale esistente. Coerentemente con la materia che tratta, anche la genesi di Vite brevi di tennisti eminenti è alquanto singolare, essendo che da un bel po’, ma invano, Codignola cercava l’innesco per un grande racconto sul tennis. Fin quando il suo amico Vincenzo Campo, editore della sofisticata Henry Beyle e habitué di mercatini, non rinvenne in quello di Cormano una valigia di cuoio, scrigno di una collezione d’immagini in buste ordinate per argomento: moda, cinema, ingegneria, tennis. Era il famoso spunto mancante. Tra gli oltre cento scatti di gesti bianchi e normalità a bordo campo, prima e dopo i match, sulla scaletta dell’aereo o in posa di gruppo, Codignola ne ha scelte 22 attorno alle quali stendere le sue torrenziali digressioni fitte di aneddoti, relative a una crème di giocatori dilettanti tra i Cinquanta e i Sessanta. Perché, dietro quelle immagini eleganti e bizzarre che danno l’idea di un ambiente un filo estetizzante, in realtà si celano «strane creature», baroni, dandy, zingari teatranti, coach inflessibili, invasati del funny game. «Di prezioso quelle foto avevano la casualità della vita quotidiana che mai avrebbe avuto una ricerca d’archivio».

Un ritrovamento che mise in moto la sua ricerca?

«Avevo una bella traccia. Non sono un feticista delle racchette di legno, quelle partite oggi ci annoierebbero. Ma sapevo che il tennis precedente all’era open, iniziata nel 1968, generava storie. Che il circo bianco dei dilettanti, equivalente grossomodo all’attuale circuito Atp, era un mondo cosmopolita e senza tabù, fatto di ragazzi molto amici o molto nemici fra loro, che si divertivano anche fuori dal campo. Finivano la carriera a 35 o 40 anni avendo girato il mondo. Aerei, navi, alberghi. Ma spesso dovevano inventarsi una vita perché venivano pagati a rimborso spese. A quel punto, aiutati da ghostwriter, pubblicavano autobiografie».

Fonti inesauribili.

«Tra una partita e l’altra, i tennisti di allora parlavano. Molto. Oggi tutto è deciso dagli sponsor, dai team, dai manager. Una gabbia impenetrabile. Ci sono il match e la conferenza stampa. Stop. Di Alexander Zverev o Stefanos Tsitsipas sai appena il paese d’origine e chi li allena. Io non penso si possa raccontare uno sport descrivendo solo l’evento agonistico. Allora tutto era più esotico e spontaneo. Se frequentavi i tornei potevi fare due chiacchiere con Rod Laver, stava seduto lì. I match fra John Newcombe e Ken Rosewall erano prima di tutto scontri tra due personaggi».

C’era più gossip?

«C’erano più storie. Anche nel calcio, della vita di Angelillo facevano parte la vita notturna, la nostalgia per l’Argentina… Della crisi di Novak Djokovic durata oltre un anno non sappiamo nulla. Si fanno delle supposizioni, ma non esce una parola».

Perché i tennisti sono una setta di perfezionisti paranoici pieni di tic?

«È un gioco solitario, che costringe a una vita anche più solitaria. Mentre pensi come anticipare meglio un rovescio, ti rendi conto che lo stai facendo in un tre stelle a Trebisonda o a Tashkent. Non è semplice né divertente, uno in qualche modo deve sfogarsi».

Björn Borg voleva la temperatura della camera a 12 gradi. Rafa Nadal ha la paranoia delle bottigliette. Tutti, anche se il tubo delle palle nuove è appena stato aperto, vogliono scegliere le due necessarie fra 3 o 4.

«La serie di cause alle quali un tennista può attribuire una sconfitta tende all’infinito. All’esterno è difficile da credere. Roger Federer, che è il più serafico, dopo un solo torneo con un nuovo modello di racchetta ha smesso di utilizzarla perché le striscioline di colore bianco introdotte nell’ovale nero lo distraevano».

Il rapporto del tennista con la pallina somiglia a quello dello scrittore con la parola?

«Non saprei fare un accostamento. Per alcuni scrivere è divertimento, per altri una sofferenza. Nel tennis la palla non è tutto. È importante, certo, tutto si decide lì, da come la colpisci… Ma poi ci sono tante altre componenti, i movimenti, la coordinazione, i segnali del corpo… Quando giochi, pensi forse più al resto che alla palla. Spesso sbagliando».

Perché il tennis può diventare un’ossessione?

«Un giocatore scopre sempre che ci sono più cose tra la linea di fondo campo e la rete di quante ne possa contenere la sua filosofia».

Parafrasando William Shakespeare…

«O era lui che parafrasava i tennisti del suo tempo?».

Potrebbe essere.

«C’è qualcosa, nel gioco, che non è mai cambiato, e non cambierà mai – a meno che non lo stravolgano, come stanno tentando di fare. La geometria delle linee, rassicurante in un certo senso, minacciosa in un altro, come le righe sulla tovaglia di Io ti salverò. E il tempo, tutto quel tempo vuoto tra uno scambio e l’altro. O anche durante gli scambi, a pensarci bene».

 Un tempo nel quale accadono un sacco di cose.

«Nel quale sei solo ed elabori un’infinità di pensieri, parole, dubbi. Una partita ti logora, alla lettera. Il campo è un luogo del delitto sul quale continueresti a tornare per correggere gli errori».

Cosa c’è dentro il tennis?

«Soprattutto il monologo continuo con sé stessi. Le coazioni e le psicosi che uno ha nella vita quotidiana, nella competizione si amplificano. Vince chi le controlla meglio».

Preferiamo l’artista della racchetta, ma spesso vince lo scacchista?

«Una volta ho chiesto a Ivan Lendl come aveva potuto perdere da Michael Chang al Roland Garros quella famosa partita in cui, a un certo punto, il tennista americano aveva battuto dal basso. Lendl rispose che ai massimi livelli le differenze tecniche sono irrilevanti, basta un minimo calo di attenzione e il giocatore più debole può vincere. Una partita dura 4 ore e si risolve in sette, otto secondi».

Stiamo stabilendo che il talento è perdente?

«Oggi non basta più. Uno come Ilie Nastase si allenava quando e se voleva. Ma oggi se Djokovic non si presenta al meglio può perdere dal numero 195. Il concetto stesso di talento va aggiornato. Per esempio, Nadal è sicuramente un giocatore costruito, ma in tutto ciò che non riguarda la naturalezza dei colpi – tattica, intelligenza, agonismo –  è un talento smisurato. Di Federer si ammirano l’eleganza, la creatività, le angolazioni, senza pensare che la sua facilità di esecuzione deriva da una preparazione atletica fenomenale. E massacrante».

È la ricerca della perfezione la patologia del tennis?

«C’entra moltissimo. Nessuno lo ammetterebbe razionalmente, ma molti tennisti hanno l’idea della partita perfetta. Come del game perfetto: quattro ace senza che l’avversario tocchi la pallina. Non si vorrebbe sbagliare mai. Il primo errore rovina il match. Si vorrebbe appallottolare il foglio e ricominciare da capo».

Ogni partita è un romanzo perché si giocano tanti punti, ognuno dei quali può derivare da lunghi scambi e capovolgere l’andamento della sfida?

«Non ci sono mai due partite uguali. Devi cercare un punto di rottura tecnico o psicologico in quell’altro che sta oltre la rete. Oltre alla qualità dei colpi, conta anche la psicologia. È una guerra di nervi. Stai sempre a scrutare l’altro, ti chiedi se sta bene o se comincia a cedere».

Stando a Torben Ulrich, padre del batterista dei Metallica, secondo il quale il tennis è anche un fatto sonoro, ha ragione Adriano Panatta con il suo «pof», simbolo di stile?

«Torben era un eccentrico, e le sue battute possono sembrare mattane, ma non è così. Anche a livello amatoriale ci sono colpi che riconosci vincenti dall’impatto, dal suono della palla sulla racchetta. Certe volée, certe stop volley, certi dritti da fondo… Il “pof” di Panatta dice questo».

Perché il cinema sul tennis è meno credibile della letteratura?

«Perché deve competere con la cosa vera, già vista in tv e ripresa meglio. Il tennis è quello che succede in campo, se non puoi farlo vedere, o devi ricostruirlo copiandolo dagli originali su YouTube, sei fritto. In questo senso, la letteratura ha più armi a disposizione».

Mettendo insieme titoli come Tennis di John McPhee, Divina di Gianni Clerici, Il tennis come esperienza religiosa di David Foster Wallace e Open scritto da J. R. Moehringer per André Agassi si può parlare di genere tennistico?

«Open è un buonissimo romanzo sotto mentite spoglie, nel quale il tennis c’entra fino a un certo punto. A questa lista aggiungerei anche Tennis, tv, trigonometria, tornado in cui Foster Wallace, che è stato un ottimo giocatore, racconta la sua adolescenza nel ventoso Illinois, e il suo amore quasi fisico per il nemico numero uno di qualsiasi avversario: lo spaventoso vento del Midwest. Ci sono singoli titoli eccellenti come The Courts of Babylon, il classico di Peter Bodo sull’esplosione pop del tennis negli anni Settanta. E poi, certo, c’è Gianni Clerici. Che non è uno scrittore, ma un genere letterario, uno di quei fenomeni sempre in fuga, dietro i quali gli altri arrancano sui tornanti. Ma siamo solo agli inizi. Credo che i grandi libri di tennis, in realtà, siano ancora da scrivere».

 

La Verità, 9 dicembre 2018