«I pentiti del woke puntano sull’islamcomunismo»

Simone Lenzi, ex assessore alla Cultura del comune di Livorno (tuttora cantautore, sceneggiatore e autore televisivo) giubilato dal Pd locale per un post su X in cui ironizzava su una statua della Biennale arte 2024 di una «donna con fallo», lei è la vittima più conclamata della cultura woke in Italia. Eppure, conclude uno strepitoso articolo sul Foglio che riassume questi anni di ubriacatura politicamente corretti, con tout est pardonné: perché?

«Perché io non ho alcuna aspirazione a fare il maître à penser: alla fine, più modestamente, giudico le cose soprattutto sulla base dell’impatto che hanno sulla mia vita. E la mia vita è infinitamente migliorata da quando non faccio più l’assessore. Per cui, non solo li perdono, ma li ringrazio».

Questi anni le hanno aperto gli occhi sulle patologie del bel mondo gauchiste (mantenendo il francesismo)?

«È un periodo storico di narcisismo patologico. A sinistra, come ho detto più volte, questa malattia epocale si declina sotto forma di narcisismo etico, di segnalazione continua di virtù che spesso non si hanno. Ma alla fine è tutto marketing social: ci sono prodotti etici che ti piazzano immediatamente fra i buoni e i giusti, funzionano per un po’, poi vengono dismessi e finiscono col riempire i magazzini dell’invendibile. Nel frattempo però nessuno ha davvero discusso di nulla, si sono solo bastonati gli eretici».

Come chiamarli i contorcimenti della sinistra americana rappresentati da Alexandria Ocasio-Cortez? Autocritica, revisione, ripensamento, sconfessione, pentimento… come?

«Hanno compreso che una piattaforma politica basata sull’isteria dei pronomi, i trigger warnings (allarmi di contenuti sensibili ndr) e la lettura compulsiva di Judith Butler difficilmente li porterà a parlare a una maggioranza possibile di elettori. Ora cercano di correre ai ripari».

È un’operazione superficiale, troppo comoda, solo elettorale?

«Non conosco abbastanza bene il dibattito negli Stati Uniti per dirlo. Ma guardo in casa nostra. C’è una cosa che mi ha colpito particolarmente e che trovo emblematica: con l sua lettera a Repubblica, Giuseppe Conte ha fatto un assist a Renzi proprio sul tema del woke, che Renzi, con la sua indubbia scaltrezza politica, ha colto al volo. Insieme hanno gettato il woke giù dai carri del Pride per trovare qualcosa che tenesse insieme il campo largo e giustificasse il fatto di correre insieme alle elezioni. Renzi ha così ottenuto il diritto e far parte del campo largo, Conte, in cambio, ha ottenuto l’incoronazione a leader. Win win per entrambi».

La lettera di Conte è una scrollatina di mano sulla forfora della giacca o qualcosa di più?

«È un’abile mossa politica per intestarsi la leadership del campo largo. Elly Schlein non può smarcarsi con altrettanta disinvoltura e quindi la subisce. Da qui la scompostezza delle reazioni sulle primarie che la vedrebbero sconfitta. Roberto Speranza ha proposto il diciottenne o l’anziano partigiano come candidato simbolico alla primarie. Una cosa fantastica questa dell’anziano partigiano, anche perché un ragazzo che aveva 15 anni nel ’43 a occhio oggi ne avrebbe 99. Speriamo ce la facciano a trovarne uno ancora vivo entro le prossime elezioni! Quanto al resto, il M5s è a favore e contro qualunque cosa a giorni alterni, per cui su questo ha gioco facile e parte decisamente avvantaggiato».

C’è il pericolo di scambiare la cultura woke con la difesa dei diritti civili?

«Il wokismo è paradossalmente la pietra tombale delle lotte per i diritti civili. O si riesce a riportare queste lotte sotto l’ombrello di principi universalistici, quelli cioè per cui il diritto di uno è davvero diritto di tutti, compresi quelli che non lo dovranno esercitare, o quelle aspirazioni verranno esasperate e carezzate sempre e solo per fini elettorali, secondo utili strategie di segmentazione del mercato, per poi essere dismesse quando non fanno più comodo. Proprio come sta accadendo adesso».

Cosa serve per sradicare il narcisismo etico di questi mondi? Anzi, rettifico la domanda: è possibile sradicarlo?

«In generale, servirebbe frequentare di più i bar di paese, farsi amici fuori dalla bolla. Andare alla Sagra del Cinghiale, per esempio. Se poi hai ambizioni intellettuali, magari servirebbe stare meno sui social e leggere quel tanto che basta per storcere il naso ogni volta che ti vendono una parola d’ordine».

Andrea Minuz ha scritto che, siccome Conte propone come cura la riduzione delle diseguaglianze, molto meglio un po’ di schwa che il ritorno dei superbonus e di altri assistenzialismi. Concorda?

«Andrea ha il gusto del paradosso, e in questo paradosso c’è un quintale di ragione. Penso che il superbonus sia stata la più grossa scemenza del dopoguerra. Una cosa inutile, disutile e dannosa, che ha minato i conti dello Stato avendo come contropartita soprattutto il rincaro dei materiali da costruzione».

Dopo quella lettera alcuni leader Pd si sono discolpati, come mai non si è ancora udita sillaba da Elly Schlein?
«Non saprei. Mi pare però che, più in generale, la Schlein stia adottando una strategia di mimetizzazione coi muri di via Sant’Andrea delle Fratte. Intanto però è la segretaria più longeva, e già questo è un ottimo risultato: soprattutto per Conte».

Non le sembra che Schlein incarni proprio il wokismo di asterischi, pronomi, genderismo e che quindi il ripensamento rischi di archiviare anche lei?

«Non ne farei una questione personale, la politica raramente lo è. Piuttosto farei un salto indietro. Ricordo molto bene l’ironia saputella che girava negli ambienti di centrosinistra sulle parole della Meloni che si definiva “Giorgia, madre, e cristiana”. In realtà, si trattava di tre affermazioni identitarie che partivano dalla centralità dell’individuo, Giorgia, per poi ribadire altre due cosette su cui c’era ben poco da scherzare.

In un paese in cui lo Stato funziona poco, e in cui ci sono tante madri che si fanno in quattro per tenere in piedi la baracca, un paese in cui tanta della bellezza di cui andiamo così fieri ci viene proprio dal tesoro spirituale e materiale dell’eredità cristiana, la Meloni aveva scelto la narrazione vincente. Pensarono di combatterla mostrandole la foto in negativo. E la Meloni, che è una politica di razza, lo comprese subito e riconobbe immediatamente la Schlein come antagonista ideale. Ma da sempre l’antiqualcosa porta voti a ciò di cui, nei fatti, è parassita. Lo stesso identico errore dell’antiberlusconismo. E così si fecero portare a spasso per mesi su questioni irrilevanti di cui non frega nulla a nessuno come l’articolo maschile davanti a “presidente del consiglio”».

Per il resto, tutto dimenticato: i conduttori tv che s’inginocchiano in studio per George Floyd, la richiesta di decolonizzare lo sguardo e quello che lei ha chiamato il «preservativo sulla lingua» per purificare il linguaggio?

«Ancora una volta, il narcisismo etico e la sinistra delle classi agiate. Le faccio un esempio facile facile che capiscono tutti, a parte alcuni intellettuali: mia nonna contadina aveva un paio di scarpe. Una volta se le mise in un giorno lavorativo perché aveva una ferita al piede, invece di serbarle per la domenica come si usava. Il padrone del latifondo la rimproverò dal calesse: chi si credeva di essere? Come osava? Ecco, spero sia chiaro come esempio. Qualcuno mi spiega di cosa dovrei sentirmi in colpa? Qualcuno mi spiega in cosa consiste il mio privilegio di uomo bianco, ancorché nipote di servi della gleba? Infine, le do una notizia che la sconvolgerà: per un americano wasp noi italiani non siamo bianchi».

La frase primigenia, «Woke 1.0 was crazy», significa che magari ci saranno una fase due o tre e che saranno migliori?

«Spero di no. Lo ripeto, spero che si tornino a declinare le sacrosante aspirazioni di riscatto e progresso sociale in termini universalistici».

Il woke 2.0 è l’islamocomunismo?

«È un rischio, e credo sia l’ultimo portato dell’intersezionalismo. Fra due anni toccherà leggere una lettera su Repubblica in cui se ne prendono le distanze. Io non sono islamofobo, perché in generale non ho paura di nulla che riguardi le idee, le fedi o gli stili di vita. Ci sono migliaia di musulmani che lavorano, pagano le tasse e hanno tutto il diritto a piantare radici in Italia. Credo però sia saggio comprendere che l’Islam politico esiste e ha ambizioni che non possono convivere con i nostri ordinamenti civili. Che, ripeto, non so se sono i migliori in assoluto e non me ne importa nulla: sono i nostri e tanto mi basta. Credo che l’islam politico sia una forma di colonialismo che molti qui non riconoscono come tale perché, paradossalmente, sono dei suprematisti a loro insaputa: pensano cioè che noi occidentali siamo i migliori anche nel male, che abbiamo il copyright su ogni stortura del mondo e che gli altri siano sempre e solo nostre vittime. Un’altra declinazione del narcisismo etico».

A proposito di islamismo politico, che cosa pensa della comunità bengalese veneziana che minaccia scioperi se non verrà costruita la moschea?

«Non conosco la questione. In generale penso che professare una religione alla luce del sole, in luoghi riconoscibili e deputati, sia sempre meglio che relegarne il culto nelle cantine, dove magari è più facile che attecchiscano spinte alla radicalizzazione».

L’emergenza climatica e ambientale, che pure esiste, può essere il nuovo fronte di sperimentazione ideologica, un’altra forma di woke 2.0?

«Non ho competenze scientifiche abbastanza solide per parlare di emergenza climatica e mi rimetto a chi ne sa più di me. Che qualcosa sia cambiato però mi pare assolutamente evidente. Abbiamo passato un’estate di caldo insopportabile: a mia memoria una cosa così non si era mai vista. Oramai ogni estate si accumula un geopotenziale enorme che poi si traduce in disastri e inondazioni all’arrivo dell’autunno. Questo mi pare chiaro per tutti. L’unica cosa che so è che continuo ad avere fiducia nell’uomo e nella possibilità di trovare soluzioni adattive quando l’ambiente diventa ostile. La cultura è la nostra natura: non credo si possa vagheggiare un ritorno ai bei vecchi tempi quando non c’era l’aria condizionata o ci si scaldava al fuoco del camino, che era inquinantissimo. Credo si debbano trovare soluzioni tecnologiche più avanzate. Con buona volontà e, se possibile, senza isterismi».

 

La Verità, 29 agosto 2026

«Quante Verità nascoste in Italia ancora da svelare»

Dopo 22 anni in Rai, Milo Infante è appena atterrato sul pianeta Mediaset dove condurrà due programmi su Rete 4: una striscia quotidiana al mattino e una prima serata al martedì, al posto di È sempre cartabianca di Bianca Berlinguer.
Qual è il suo stato d’animo per il debutto: curiosità, entusiasmo, preoccupazione?
Prevale la preoccupazione per l’impegno in una realtà editoriale diversa e in un orario tutto nuovo. Credo sia giusto essere preoccupato perché Mediaset ha delle aspettative sul mio lavoro. Proverò a farlo al mio meglio. Il sentimento prevalente è la preoccupazione unito alla felicità per la nuova avventura.
Mediaset le chiede uno share minimo?
Non ne abbiamo parlato perché la striscia quotidiana di Ore 11 è una sperimentazione. Ci aspettiamo che cresca gradualmente. In Rai, all’inizio, Ore 14 faceva l’1.9% per poi raggiungere punte del 13. Mi sembra che alla presentazione della stagione il presidente Pier Silvio Berlusconi abbia fissato a Natale una verifica.
La preoccupazione maggiore deriva dalla concorrenza per il programma del martedì sera, Verità nascoste, nella collocazione di È sempre cartabianca?
Il martedì è un giorno difficile, con grande pluralità di offerte. Con sintesi volgare si potrebbe dire: so’ ca…i. Affronterò con umiltà Giovanni Floris da una parte e Le Iene dall’altra, oltre alla controproposta della Rai, prima Mi manda Raitre e poi Filorosso di Antonino Monteleone. Una serata affollata, ma a me piacciono le sfide.
Nel pomeriggio di Canale 5 è iniziato anche Verità nascoste – Il diario.
L’ho trovata un’idea coraggiosa e molto generosa. Per farmi conoscere, Mediaset mette a mia disposizione forse il pubblico più ampio che abbia mai avuto in una rete ammiraglia e in una fascia di grande ascolto.
La
condirezione di Videonews, la testata di informazione Mediaset, è il vero motivo del suo abbandono della Rai per l’impossibilità di far coesistere la conduzione e il ruolo di direttore?
No, alla fine anche in Rai erano possibilisti. Tuttavia, nella tv pubblica non ho trovato condivisione della mia idea di sperimentare nuovi formati e nuovi linguaggi. Disponibilità che ho trovato moltiplicata in Mediaset. Quando li ho incontrati la prima volta, Mauro Crippa e Andrea Delogu (direttore generale e vicedirettore dell’Informazione e comunicazione Mediaset ndr) mi hanno raccontato il percorso che avevano in mente per me all’interno dell’azienda, prima ancora di parlare della conduzione dei programmi. Questo mi ha molto gratificato.
Quali sono Le verità nascoste? È un titolo un po’ complottista?
Sono quelle che non abbiamo ancora scoperto. Non sempre la verità processuale coincide con la verità vera o la verità intera di un avvenimento.
Un esempio?
Su Garlasco, considerati i tanti errori commessi, le verità nascoste sono talmente tante che non si sa da dove cominciare.
Prima puntata dell’uno settembre
su Garlasco o sul caso Ranucci?
Dipende da ciò che succede. È la cronaca a comandare, vedremo cosa si scoprirà su Ranucci-Lavitola.
Al posto di Ranucci avrebbe fatto un passo indietro?
Non è facile mettersi nei panni degli altri. La vera domanda è: mi sarei mai seduto a tavola con Lavitola?
L’hanno fatto
fior di editorialisti e direttori di giornali.
Evidentemente Lavitola ha grande capacità attrattiva se persino Paolo Mieli mangiava felice il suo piatto di vongole sgusciate, ma non lo ascoltava nei momenti clou… Per me, in questa fase, Ranucci è una vittima, una vera responsabilità dev’essere provata diversamente. Dobbiamo fare attenzione a non trasformarci noi nei Pm.
Certo, ma sul piano della credibilità di un conduttore del servizio pubblico una riflessione è opportuna.

È una valutazione che fortunatamente deve fare la Rai. Oggi ci chiediamo se il lavoro di Report è stato trasparente, ma la Rai ha tutti i giorni la possibilità di verificare la correttezza dei suoi programmi. Se si considera Report un mondo a parte forse si è vissuto nel far west per anni, ma non credo sia così.
In queste prime settimane a Mediaset quali differenze ha riscontrato rispetto alla Rai nel metodo di lavoro e nel rapporto con i colleghi?
Il rapporto con i colleghi della Rai è sempre stato straordinario, ma a Mediaset ho trovato un affetto che non mi sono ancora meritato. Un’accoglienza che ti avvolge e, dal centralinista al dirigente dell’ottavo piano, ti fa sentire parte di una famiglia.
E sul
metodo di lavoro?
Sto applicando il mio, ma dall’altra parte trovo un’azienda dinamica nella quale il prodotto è al centro di tutto e dove, a fronte di una richiesta, c’è una risposta.
Che cosa pensa guardando alle esperienze di altri colleghi come Gerardo Greco e Bianca Berlinguer arrivati a Mediaset dalla Rai oltre a Myrta Merlino che proveniva da La7?
Sono esperienze molto diverse. Bianca ha portato un format che si sta consolidando e che quest’anno al mercoledì regalerà grandi soddisfazioni. Myrta Merlino è arrivata per condurre un programma ed era legata alle sorti di quel programma.
Vivere a Milano aiuta a star lontani dal «mondo di mezzo», quello dei ristoranti romani dove giornalisti, politici, lobbisti e manager pubblici si danno del tu e dove nascono situazioni complicate?
Assolutamente. È il mondo della Roma che si attovaglia e che Dagospia ha raccontato in maniera eccelsa in tutte le sue declinazioni. Milano è lontana dal sistema di «A Fra’, che te serve?» di evangelistiana memoria.
La Madonnina preserva?
Sì, senza pensare che qui siano tutti stinchi di santi. Anche a Milano si fa politica e si può inciampare. Serve prudenza, devi sapere con chi ti attovagli e cosa vuole la persona che hai davanti.
Com’è riuscito finora a non essere paparazzato dalle testate di gossip?
Non vado nei locali, non vivo il jet set. Ho la mia famiglia, mia moglie e mio figlio. Pensa che certi ambienti non m’invitino a cena? Preferisco declinare perché magari non so bene chi paga il conto e c’è il rischio che devi pagarlo tu, non in contanti ma in favori.
Come valuta il fatto che dopo Garlasco il nuovo cold case sia l’uccisione di Simonetta Cesaroni di 35 anni fa?
Ai tempi di Simonetta Cesaroni non si potevano fare indagini sofisticate come oggi. Per di più, che anche quelle possibili sono state fatte male.
Come per Chiara Poggi?
Basta dire che dal 13 agosto 2007 per tutto questo tempo l’unico sospettato è stato Alberto Stasi. Ad Andrea Sempio, portato in caserma il 14 agosto, non fu chiesto che cosa aveva fatto il giorno prima.
Sono irrisolti anche i casi di
Unabomber, del Mostro di Firenze e di Emanuela Orlandi: i nostri corpi investigativi sono inefficienti?
La piccola Kata scomparsa nel nulla da un hotel di Firenze nel giugno 2023 e non è mai più stata trovata. Le indagini o partono bene subito oppure non si riesce più a recuperarle.
Chi sono i suoi amici nel mondo della televisione?
Non sono tantissimi, una è Monica Leoffredi con cui ho lavorato tanti anni e che mmi ha seguito a Mediaset. Ho buoni rapporti con Fiorello, Antonella Clerici, Amadeus e Carlo Conti, anche se non ci frequentiamo quotidianamente. Molti amici li ho fuori dalla televisione.

 

La Verità, 28 agosto 2026

«Il primo approdo è quello del Paese della Ong»

Con le sue «occhiaie di riguardo», Toni Capuozzo, volto storico di Mediaset, incarna un tipo di giornalismo schietto, senza enfasi e piedistalli. Un giornalismo che sa di vecchi mestieri e trasmette passione per l’uomo. Da domenica 30 agosto su Rete 4, l’ex conduttore di Terra! ci racconterà quattro GigantiI protagonisti della storia: Giovanni Paolo II, la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, John Fitzgerald Kennedy e Leonardo Da Vinci.
Come li hai scelti?
«Non li ho scelti da solo. C’era un ventaglio di nomi, ma non è stato un gioco della torre al contrario. Spero chi è rimasto escluso rientri in una seconda tornata».
L’Europa e l’Occidente hanno bisogno di ritrovare le fondamenta anche grazie a figure come queste?
«Certo. Non è un caso che in Francia abbia spopolato il film su Charles De Gaulle. C’è bisogno di personalità nelle quali riconoscersi, soprattutto a fronte di troppi leader sbiaditi. L’idea stessa di Europa è un po’ impallidita, come dimostra la vicenda dei migranti, i cosiddetti dublinanti, restituiti ai Paesi di primo asilo».
Che cosa non ti convince?
«Molti di loro sono stati raccolti da navi di Ong con bandiere tedesche, spagnole o di altri Stati. Quindi, il primo asilo è avvenuto nei Paesi rappresentati da quelle bandiere. Il pasticcio di questi giorni, con il loro ritorno in territorio italiano, testimonia la confusione in cui si dibatte l’Europa. Guardare ad alcune figure del passato, siano gli uomini del Manifesto di Ventotene, piuttosto che Winston Churchill, Konrad Adenauer o Alcide De Gasperi, può aiutare a capire se è lo sbiadirsi dell’Europa a produrre una classe politica scarsa o se è il contrario».
Lei cosa pensa?
«Che valgano entrambe le ipotesi. Si parla molto della necessità di una visione, ma poi, a proposito di De Gasperi, non c’è un leader che sappia guardare alle prossime generazioni anziché alle prossime elezioni. Lo testimonia il silenzio riguardo a temi come la demografia e i cambiamenti climatici. Prevale un pensiero pigro che si esaurisce nell’amministrazione quotidiana».
La richiesta di Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia e Paesi bassi di rimpatrio dei migranti transitati dal nostro Paese è una risposta alla sospensione dell’Italia degli accordi di Schengen con la Spagna?
«No, queste sono le baruffe politiche. I rimpatri testimoniano l’egoismo dei singoli Stati. Se ad analizzarli fosse uno studioso asiatico o sudamericano li prenderebbe per ciò che sono: una manifestazione di sovranismo spinto».
In che senso?
«La Germania che restituisce i migranti all’Italia mostra di ignorare che l’Europa finisce a Lampedusa. Ognuno si muove per conto proprio, dimostrando grande egoismo. È anche una presa in giro perché se il migrante è stato accolto da una Ong tedesca, il primo asilo è avvenuto su territorio tedesco».
La sospensione di Schengen con la Spagna è giusta?
«Anche questo fa parte delle baruffe politiche. Per muoversi da Ceuta serve almeno prendere un traghetto, bisogna conoscere la geografia. Il blocco di Schengen è nato in seguito a Ceuta e non alle 50.000 regolarizzazioni regalate da Sánchez».
A cosa si deve quell’invasione improvvisa?
«Innanzitutto, al potere dei social. I Marocchini non fuggono dalla fame e dalla guerra, non vanno nei borghi disabitati di montagna, ma puntano al lusso e al divertimento delle città di cui, al massimo, godranno le briciole. Alla base c’è l’antica querelle tra Marocco e Spagna a proposito del Sahara che la recente visita di Sánchez in Algeria ha rinfocolato. Perciò il Marocco ha chiuso entrambi gli occhi su questo esodo. Infine, non dimentichiamo il ruolo dei Fratelli musulmani che hanno offerto aiuto a chi ce l’avrebbe fatta. Il loro disegno resta la riconquista dell’Europa con l’arma demografica».
Escludi l’influenza dei servizi segreti americani?
«Sì, è una dietrologia eccessiva».
Le autorità dell’Unione europea hanno realizzato la centralità del tema dell’immigrazione, in molti Paesi causa della crescita dei partiti di destra?
«Non sono sicuro che l’abbiano realizzato. Accoglienza è la parola magica che attraverso la Chiesa e la sinistra politica seduce le persone buone e non solo loro. Questa parola va messa in discussione non certo per costruire muri, ma per governare il fenomeno».
O si sceglie la via del sentimento o quella della politica?
«Quella della politica e di regole che rispondano alle necessità e al buon senso. In questi giorni sul Messaggero veneto un’inserzione pubblicitaria annuncia: “Cercasi vendemmiatori”. Un tempo la vendemmia era un impegno stagionale di noi giovani. Solo in Friuli ho contato tre o quattro centri per minori che se ne stanno lì senza fare niente. Evitando, ovviamente, lo sfruttamento dei minori, perché non si fanno centri di formazione professionale per camerieri, muratori e per quei mestieri per i quali manca la manodopera? Il principio di accoglienza samaritana che offre tutto, vitto e alloggio con il vuoto attorno, non ha più alcun senso».
Per quanto ancora i leader dell’Ue potranno rinviare la necessità di una linea comune sulla sicurezza e sulla convivenza con le comunità islamiche?
«I leader europei sono prigionieri di un’agenda vecchia. Ci hanno fatto credere che il futuro dell’Europa dipendeva dalla questione ucraina, spingendoci al riarmo per ricacciare la Russia nei vecchi confini e rinunciando alla diplomazia. L’Ue dovrebbe ridiscutere questa agenda e riconsiderare la politica dell’accoglienza. Come si dice accoglienza in tedesco?».
Chi ha predicato per decenni questo verbo saprà correggersi?
«Nel Dna della sinistra c’è una difficoltà strutturale ad ammettere gli errori. Dopo un certo numero di anni sarebbe giusto chiedersi se la politica dell’accoglienza ha funzionato o no. Sarebbe auspicabile farlo assieme. Come, per esempio, in Italia, dovremmo riconsiderare l’errore commesso con il referendum sul nucleare. Io stesso votai no per la suggestione del Sole che ride. Ora ci accorgiamo dell’errore».
Che bilancio fa dei primi due anni di presidenza Trump?
«Ha avuto il merito di cancellare l’ipocrisia dai rapporti internazionali facendo capire, da una parte, che la forza conta e, dall’altro, che da sola non basta. Se noi europei volessimo imparare, capiremmo che non sono le favole del diritto internazionale a governare il mondo. E nemmeno, come insegna la crisi di Hormuz, che il riarmo basti da solo, come c’illudiamo sull’Ucraina».
Credi alla presa di distanza dei dem americani dalla cultura woke?
«Credo che quello coltivato nei college sia in gran parte un pensiero parolaio. Oggi certe prese di distanza derivano da calcoli elettorali. Anche in Italia si pensa che basti cambiare le parole per modificare la realtà. In pubblico, quando mi rivolgo a un’autorità cittadina chiedo se devo chiamarla “sindaco” o “sindaca”. Sono minuetti settecenteschi».
Come giudichi i ripensamenti degli interventi e della lettera di Giuseppe Conte a Repubblica?
«È la conferma che si tratta di una conversione elettorale. La prova della verità ce l’abbiamo davanti agli errori, che vanno evitati e puniti, delle forze dell’ordine. Il fatto che i colpevoli siano sempre coloro che indossano una divisa misura la scarsa autenticità di questi ripensamenti».
A questi primi ritratti ne seguiranno altri?
«Spero di sì».
La domenica sera ci sono anche le partite della Serie A, avete definito uno share minimo?
«Credo che gli ascolti non siano vita o morte per un programma all’esordio».
Nella storia italiana c’è qualche altro gigante da ritrarre?
«
Mi piacerebbe fare Garibaldi o Anita. O anche De Gasperi, poco televisivo ma in grado di identificare l’Italia che deve rinascere dopo la guerra. Poi ci potrebbero essere dei giganti non della bontà, da Saddam Hussein a Tito. Oppure altri che possono insegnare qualcosa, come Gandhi o Madre Teresa di Calcutta. E figure popolari come Padre Pio: raccontarne il lato umano è una bella sfida per un giornalista».
Come hai lavorato?
«Con l’aiuto di storici abituati al linguaggio televisivo. E poi facendo l’inviato, andando nei luoghi simbolo delle loro vite e delle loro morti».
Il presidente della Cei, Matteo Zuppi, che ha definito «gigante» Francesco Guccini, potrebbe averti dato un suggerimento?

«Guccini l’ho amato in quanto suo contemporaneo, ma mi sembra più un grande interprete degli stati d’animo più che un grande della musica. Certamente, ha accompagnato una generazione».
Soprattutto all’interno un decennio?
«Quello del lungo Sessantotto italiano. Noi abbiamo il Secolo breve e il Sessantotto lungo».
Che effetto ti fa l’ossequio di alcuni vescovi per non credenti o figure che appartengono ad altre ideologie?
«È la Chiesa moderna, convinta che i santi siano modelli d’altri tempi, ridotti a patroni della festa di paese. Il loro percorso di vita non conta più molto e si prendono a prestito modelli laici».
Al posto di Sigfrido Ranucci ti saresti fatto da parte per proteggere l’autorevolezza del marchio e la squadra di Report?
«Se davvero volessi bene alla mia redazione sicuramente sì. Ma temo che il suo ego non glielo consenta. È una storia che non mi affascina. Preferisco ricordare, per assonanza del cognome e differenza nel profilo, Amedeo Ricucci, un altro giornalista, inviato del Tg1, Mixer e La storia siamo noi, scomparso, senza clamore, pochi anni fa mentre lavorava a un servizio sulla ’ndrangheta».
Che opinione hai del giornalismo dell’ultimo Report?
«È un giornalismo a tesi, un giornalismo che si erge a giudice e anche a Pm, senza separazione delle carriere».
Ti aspettavi che insieme alla stella di Ranucci si appannassero anche quelle di Marco Travaglio e Paolo Mieli?
«No, mi sembra che il giornalismo italiano sia un piccolo paese che si parla abbastanza addosso».
Soprattutto a Roma?
«A Roma ci sono i palazzi della politica. Il verbo “attovagliato” dice il fascino e la dannazione di Roma, ben raccontati da Dagospia».
Alla fine, chi credi sarà il leader del campo largo?
«Non ho un’idea e mi interessa relativamente».
La comparsa del generale Vannacci ti sembra un elemento di stimolo o di disturbo per il centrodestra?
«Dipenderà dall’abilità della leadership del centrodestra. Credo che una delle doti di un leader sia quella di essere un federatore di stili e istanze. Con Vannacci il problema può essere che coinvolgerlo in un cartello può essere, per chi lo fa, il bacio della morte. Ma anche in questo caso, mi interessa relativamente poco».

 

 

La Verità, 22 agosto 2026

«Quanti inganni nella narrazione sulla cannabis»

Neurologo, scrittore, divulgatore scientifico, autore di bestseller come Panico – Una bugia del cervello che può rovinarci la vita (Mondadori, 2008), autorità riconosciuta in materia di funzionamento del cervello, Rosario Sorrentino ha appena pubblicato (con Francesca Weihs) Cannabis. Il grande inganno (Compagnia editoriale Aliberti). Il suo obiettivo è favorire la crescita serena dei giovani e la vita delle famiglie. «Voto e ho sempre votato Pd», dice, «ma devo riconoscere che sul contrasto alla diffusione degli stupefacenti la destra è più avanti».
Professor Sorrentino, qual è il grande inganno della cannabis?
«Raccontarla come una droga innocua, mentre, invece, può provocare danni irreversibili».
Perché lei e Francesca Weihs avete deciso di scrivere questo instant book?
«La miccia è stato un famoso podcast in cui Angelo Bonelli di Avs, che rispetto per la passione politica, faceva uno spot alla cannabis, invocandone la legalizzazione».
Lei è contrario?
«Non voglio che ci dividiamo in favorevoli e contrari. Forse tra vent’anni o più, quando nei giovani ci sarà la consapevolezza della pericolosità di questa droga, una consapevolezza che oggi manca, si potrà pensare di legalizzarla».
Intanto?
«Bisogna combattere la disinformazione perché può far sottovalutare il pericolo prodotto dall’uso di questa sostanza».
Perché definisce «priva di senso» la distinzione tra droghe leggere e pesanti che è un dogma a ogni latitudine?

«L’aggettivo qualificativo “leggera” è falso e pericoloso perché rispetto agli anni Settanta oggi la cannabis è molto più potente. E, sebbene non sia mai stata leggera, oggi, con alti contenuti di Thc (delta-9-tetraidrocannabinolo ndr), può innescare malattie psichiatriche, slatentizzare turbe profonde, produrre attacchi di panico, apatia, sindrome amotivazionale e altre patologie anche irreversibili».
Questo perché hashish e marijuana agiscono nel cervello soprattutto degli adolescenti?
«L’adolescenza è un’età meravigliosa, ma con un’alta esposizione al pericolo. Il cervello dei giovani e giovanissimi è un cantiere aperto dove si svolgono passaggi neurobiologici delicati che lo rendono molto vulnerabile. La cannabis, l’alcol, la mancanza di sonno e la dipendenza dai social sono un intervento a gamba tesa sul cervello, che è il direttore d’orchestra del nostro organismo».
Perché è sbagliata l’idea che consumare una «droga leggera» sia normale, un semplice rito di gruppo?
«Perché non siamo davanti a una sostanza innocua e innocente».
Chi sono «i cattivi maestri» delle «droghe leggere»?
«Tutti coloro che pensano di fare ideologia, demagogia e calcolo politico su questo argomento per conquistare consenso e apparire moderni, anche a costo di non raccontare tutta la verità sul caso».
Perché se gran parte della comunità scientifica concorda sugli effetti della cannabis, la narrazione prevalente la assolve quando non la promuove?
«Perché l’ideologia prevale sulla scienza, che è una Cenerentola inascoltata, mentre dovrebbe orientare le politiche sociali per segnalare i rischi che gli adolescenti corrono in maniera crescente».
C’è anche una generazione di genitori tra i cinquanta e i sessanta che si vanta di «fumare», di «farsi uno spinello, cosa vuoi che sia»…
«Vedo adolescenti che non diventano adulti e genitori che si atteggiano a ragazzi in una sorta di adolescenza comune e perpetua, arrivando ad assolvere la cannabis per assolvere sé stessi e la propria mancata vigilanza sui figli. A volte questi adulti condividono con i più giovani il presunto innocente spinello».
Lotta all’ansia, ricerca di rilassamento, conciliazione del sonno, riduzione dello stress, contrasto alla timidezza, aiuto a superare ostacoli: la cannabis è una forma di automedicazione emotiva?
«L’uso è molteplice. Viene assunta per motivi socializzanti, ricreativi, voluttuari o come una sorta di stampella biologica per mascherare le proprie vulnerabilità».
Quali sono i suoi effetti immediati e quelli mediati?
«Gli effetti della cannabis si fanno sentire dopo circa dieci minuti dall’assunzione e possono durare per tre o quattro ore. Possono essere euforizzanti, rilassanti, socializzanti, con un aumento dell’interattività e delle connessioni nei rapporti interpersonali. Ma, a volte, dietro questi effetti si nascondono le sorprese».
Quali?
«Fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione».
Cioè?
«Senso di distacco dalla realtà, dal proprio corpo. Attacchi di panico, fenomeni di allucinazione, episodi psicotici con sintomi neurovegetativi, tachicardia, sudorazione e, nei casi più eclatanti, richiesta di aiuto per correre al pronto soccorso».
E gli effetti a lungo termine?
«Disturbi del comportamento con manifestazioni impulsive, flessione del tono dell’umore, disturbi dell’attenzione, della concentrazione, dell’apprendimento, apatia e isolamento sociale».
Che cos’è la de-empatizzazione?
«Il progressivo distacco verso il contesto in cui si vive fino all’isolamento e, nei casi più gravi, una chiusura affettiva che riguarda sia i sentimenti che le emozioni».
Il ricorso alla cannabis e ai suoi derivati può rallentare la formazione della sfera razionale e prolungare l’adolescenza?
«Negli assuntori abituali non solo ritarda la formazione della corteccia prefrontale, la parte del cervello dove abitano la ragione, la razionalità e il senso del discernimento ma, in soggetti predisposti, la complica notevolmente producendo disturbi di difficile gestione. Favorendo ulteriori conflitti tra genitori e figli, dove il linguaggio dell’emozione e quello della ragione si confrontano in un dialogo tra sordi».
Come spiega che sempre più spesso adolescenti commettono crimini efferati senza provarne dispiacere o pentirsene come nel caso di Lamin Saidilly, il ventiduenne di origine gambiana che ha accoltellato senza motivo un passante e poi si è detto pronto a rifarlo perché si era divertito?
«Non solo nel nostro Paese esistono sacche di disagio mentale non diagnosticate e trascurate che possono esplodere per futili motivi e portare alcune persone a commettere atti orrendi. Insieme a condizioni ambientali sfavorevoli, alcune droghe determinano un assottigliamento della corteccia prefrontale, la parte del cervello che dovrebbe far sentire agli adolescenti quella voce interiore che dice: “Fermati, non lo puoi dire”, “Fermati, non lo puoi fare”. I giovani che ricorrono alle sostanze sono più propensi a seguire impulsi di varia natura, la rabbia, l’aggressività e, purtroppo, la violenza».
Le cause di origine neurologica si aggiungono alla mancata integrazione?
«Integrarsi in un ambiente vuol dire anche poter contare su quella sorveglianza del tessuto sociale che può aiutare a percepire i primi segnali di qualcosa di negativo e scomposto che sta montando».
Sorprende anche lei l’assenza di dispiacere e pentimento in alcuni giovani criminali?
«Certamente. Ricordiamoci che chi commette certi crimini spesso ha un bassissimo se non nullo senso di empatia, necessario per capire che le loro azioni mettono in grave pericolo la vita altrui. Tutti, nessuno escluso, stiamo subendo un processo generale di de-empatizzazione a causa del quale il valore della vita è sempre meno importante».
Siccome gli oppiacei hanno scopi terapeutici, allora ci stanno anche gli spinelli ricreativi?
«È un gigantesco equivoco. La cannabis terapeutica è prescritta da un medico che controlla tempi e dosaggi, quella ricreativa è quasi sempre incontrollata. Inoltre, nella prima si aumenta il Cbd (cannabidiolo ndr) e si riduce notevolmente il Thc che ha effetti psicotropi».
È solo un potente alibi per la fruizione ricreativa?
«E dietro l’alibi sanitario i furbi fanno affari. Poi c’è un altro mito da sfatare, quello della non dipendenza. Nel 30% dei casi chi consuma marijuana o hashish sviluppa un’addiction da queste sostanze».
Dipendenza chimica e psicologica?
«Tutte le principali droghe hanno una sorta di sosia nel cervello. Prendiamo la cannabis e la cocaina, le più diffuse. Una volta penetrata nel cervello, la cannabis sfratta l’endocannabinoide naturale, l’anandamide, sostituendosi a essa come un inquilino prepotente. La cocaina fa lo stesso con la dopamina. Il problema è che oggi subiamo il dominio assoluto della dopamina, la molecola più potente di cui siamo dotati, che gestisce il desiderio, il piacere, la motivazione e la gratificazione. Quando c’è dipendenza, questo strapotere agisce senza che la corteccia prefrontale riesca a frenare lo squilibrio chimico».
Lei che, come rivela nel libro, ha sempre votato Pd, che cosa pensa delle politiche della sinistra riguardo agli stupefacenti?
«Nelle mie chiacchierate con Goffredo Bettini, architetto del campo largo, ho sempre trovato grande attenzione e sensibilità per la salute mentale e il futuro dei giovani. È stato proprio Bettini a favorire il confronto, aspro ma civile, con Bonelli. Per me è una battaglia etica e di responsabilità».
L’attenzione di Bettini è un fatto nuovo perché finora il Pd è sempre stato molto permissivo.
«Ha ragione. Ma ora, con Bettini, vorremmo migliorare l’informazione sul tema e fare vera prevenzione».
Lei che cosa chiede alla politica?
«Sono un uomo di scienza e non un politico, e ho un’illusione: che su questo argomento destra e sinistra si uniscano e marcino insieme nell’interesse dei giovani, della famiglia e della società. Finora la cannabis è stata il pomo della discordia, ma mi auguro che finalmente si superino le divisioni tra detrattori e promotori per perseguire il bene comune».
Come valuta l’iniziativa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano su questi temi?
«Mantovano ha avviato un lavoro egregio che ha finalmente acceso il faro sull’epidemia in atto. Su questo tema devo riconoscere che la destra è avanti a tutti».
Come spiegherebbe a un giovane che l’uso reiterato di hashish e marijuana è autodistruttivo?
«Il mio prossimo impegno è entrare nelle scuole. Bisogna creare incontri mensili con l’aiuto delle neuroscienze, coinvolgendo studenti, esperti, genitori e insegnanti. Questa battaglia si vince tutti insieme. Sia in ambulatorio che nelle scuole mostro che cos’è il cervello. Ai giovani che ho di fronte dico: questi siete voi e questo è ciò che avviene quando fumate uno spinello o tirate hashish. Anche se ne salverò uno soltanto la mia azione avrà avuto uno scopo».

 

 

La Verità, 9 luglio 2026

«Calcio moribondo, Conte e Maldini non bastano»

Michele Criscitiello, patron di Sportitalia e presidente della Folgore Caratese, squadra dell’Alta Brianza promossa a sorpresa in Serie C in un girone di ferro, ha appena pubblicato Il libro nero del calcio italiano (Piemme). Un saggio documentatissimo, che analizza la gestione delle società e dei vivai, le ambiguità degli organi federali, l’attaccamento alla poltrona di tanti dirigenti, l’invadenza dei procuratori, la casta degli arbitri e il giro dei soldi.
Partiamo da una delle tue creature, la Folgore Caratese promossa in C davanti a Milan-Futuro e al redivivo Chievo. A chi dedichi questo successo?
«Il giorno prima che morisse avevo nominato presidente della società mio padre ottantenne con la promessa che saremmo approdati alla serie C. Lui è il capo della nostra famiglia calciofila. Credeva in me e mi spronava in questa avventura sul campo. Perciò, dedico a lui la nostra promozione».
In una parola, qual è il segreto di questo traguardo?
«Sono due: ambizione e organizzazione».
Che effetto ti fa guardare i Mondiali?
«Nessuno, li sto vedendo poco e malvolentieri. Come Aleksander Ceferin che ha distrutto la Champions League, anche Gianni Infantino sta distruggendo i Mondiali. Da un mese ne parliamo, ma ancora non abbiamo assistito a una partita decente. Speriamo cambia qualcosa da qui in avanti».
Perché bocci anche la Champions?
«Fino a febbraio è noiosa, poi entra nel vivo. L’errore dei grandi dirigenti è cambiare le cose che funzionano invece di quelle che non funzionano. Questi Mondiali, che si giocano in tre Paesi diversi, hanno stadi belli, ma freddi. Anche il pubblico c’è, ma è tiepido giusto per il meteo».
La finale sarà Francia-Argentina come quattro anni fa?
«Ce lo auguriamo, almeno sulla carta promette di essere una bella partita. Le trappole sul percorso non mancano, ma quella sarebbe una bella finale».
Sul nostro sport nazionale disegni uno scenario cupissimo. Qual è il nero più nero del calcio italiano?
«La poca trasparenza della Federazione. Il giorno dell’elezione di Giovanni Malagò ero presente come delegato e vedere 300 persone tributare una standing ovation a Gabriele Gravina mi ha confermato che non siamo consapevoli del pericolo di morte nel quale siamo incorsi».
Eri il nemico numero uno di Gabriele Gravina?
«Non è così. Al telefono lo sento spesso, mi sta simpatico, ci andrei a cena ogni settimana, però non posso non constatare le lacune della sua gestione. Se per due volte non andiamo al Mondiale di che inimicizia parliamo? Basta constatare i fatti. Che io dica che l’era Gravina è stata una sciagura non fa di me un paladino, caso mai giudica gli altri che non lo rimarcano. Il sistema crolla: tranne una quindicina, tutte le 100 società professionistiche perdono soldi. Che cosa aspettiamo? Di morire? Lo siamo già, l’assenza recidiva dai Mondiali lo certifica».
Scrivi che il circoletto del calcio somiglia a quello del cinema italiano, in concreto cosa vuol dire?
«Quello del cinema non lo conosco così bene, il circoletto del calcio pensa solo alla poltrona. Ma se il calcio muore, i grandi capi perdono anche il trono. Non faccio il finto moralista, capisco che i dirigenti vogliano fare business, ma devono farlo per far crescere l’intero movimento. Invece, per tutelare innanzitutto il proprio bene, non si preoccupano del futuro del sistema».
Chi è l’avvocato Giancarlo Viglione?
«È il vero presidente della Figc. Non è un’offesa. È un uomo che lavorava nell’ombra e non aveva un volto pubblico. Ma da quando ha indossato la giacca con il simbolo della Figc e si è seduto al fianco di Malagò la sua strategia è cambiata».
Cosa c’è di male?
«È sempre una questione di trasparenza. Se hai un ruolo ufficiale, se sei direttore generale della federazione, è giusto che tu stia sul palco a fianco del presidente. Ma se invece sei un avvocato, per quanto importante, è un altro discorso».
Già con Gravina era una figura di spicco.
«È l’uomo che ha favorito il patto per cui dopo Gravina doveva arrivare Cosimo Sibilia. Quel patto non fu rispettato e Viglione si è schierato con Gravina. Ora ha portato avanti l’accordo tra Gravina e Malagò. Non c’è nulla di male, ma è importante sapere come stanno le cose».
Da quanto tempo Renzo Ulivieri è presidente dell’Associazione allenatori?
«Da vent’anni, troppi. Non se ne abbia a male, ma non ha più l’età per reggere l’impegno della carica. Il giorno dell’elezione di Malagò era assente per problemi di salute. È un dato di fatto, non un’accusa personale».
Gli stipendi di questi dirigenti sono adeguati? Si fa un uso trasparente dei soldi che finanziano il sistema?
«Gli stipendi sono tutti esagerati verso l’alto. Quando Gianfranco Zola andò al Chelsea in Premier League, noi italiani lo prendevamo per i fondelli perché era andato in un campionato minore. Poi gli inglesi hanno investito i soldi dei diritti televisivi in strutture e stadi, mentre noi italiani li abbiamo spesi in calciatori, figurine e procuratori. Vent’anni dopo vediamo i risultati».
Come funziona l’Aia, l’Associazione italiana arbitri?
«È una casta. Un maxi circoletto dove fa carriera chi porta più voti al presidente e al designatore».
È un ente riformabile?
«Deve esserlo assolutamente. Soprattutto non deve dipendere dalla Federazione».
All’estero da chi dipendono gli arbitri?
«Sempre dalle federazioni, ma si scontrano con paletti invalicabili, mentre da noi si superano facilmente».
Dell’ultimo scandalo di quest’anno che coinvolgeva alcune partite che avrebbero favorito l’Inter non si sa più nulla.
«Si è fermato tutto, ma il capo d’accusa era debole».
Per gli arbitri, la soluzione potrebbe essere il professionismo?
«Potrebbe essere una soluzione per favorire l’indipendenza e cambiare un po’ di cose. Ma si potrebbe anche adottare la formula della Champions, con arbitri internazionali, designati a livello europeo. All’estero questo problema non ce l’hanno. Se ci arbitrassero direttori di gara francesi o spagnoli tanti problemi sarebbero superati, cominciando dai sospetti. Prendere un aereo da Parigi per Milano non è tanto diverso che prenderlo da Napoli».
Come funziona il centro federale di Coverciano?
«Se non hai il patentino Uefa, anche se sei un bravo allenatore, non puoi allenare. Molti posti ai corsi del Centro federale sono riservati agli ex calciatori: la meritocrazia non esiste».
Per diventare allenatori si spende molto?
«Parecchie migliaia di euro. Anche per diventare vice allenatore o preparatore atletico devi allargare il portafoglio. Questo crea una forte selezione».
Le serie C e D funzionano?
«La Serie C a 60 squadre non è sostenibile, ci sono troppi pochi soldi. Ogni club non può avere solo 700.000 euro all’anno dalla Figc».
Bisogna ridurre il numero di squadre?
«E aumentare la mutualità dalla Serie A alla Serie C. Quest’anno la Serie A ha speso 240 milioni per i procuratori, ma alla Serie C ha dato 22 milioni. Chiaro, no? E poi si parla di far crescere i giovani…».
Tornando ai flop della Nazionale, quali sono le cause principali?
«I giovani ci sono in Italia. In tutte le competizioni, le nazionali minori fino all’Under 21 vincono ovunque. Ma quando questi ragazzi arrivano nelle prime squadre non li fanno giocare perché li considerano acerbi, così il talento evapora».
Vedi anche tu un eccesso di stranieri nelle squadre?
«Questo è un altro problema. Per comprare uno straniero non serve depositare una fideiussione bancaria, come invece è richiesto per acquistare un calciatore italiano».
Perché questa disparità di trattamento?
«Non ho una spiegazione perché non riesco a immaginare una motivazione logica».
Qualcuno ci guadagna?
«È probabile, ma anche qui non ho risposte».
Cosa non va nella politica dei giovani e dei vivai?
«Non va tutto. Hanno tolto anche il vincolo societario per cui a fine stagione i giocatori sono liberi di accasarsi altrove. Così i club di B C D non hanno vantaggi nel farli crescere e migliorare, investendo in strutture, scuole calcio e allenatori».
In Italia sono improvvisamente spariti talento e fantasia, nostra forza in tutti i settori, o li soffochiamo con politiche sbagliate?
«Li soffochiamo perché non facciamo giocare ed esprimere i giovani. L’esempio di Palestra è lampante. Il Chelsea ha pagato 60 milioni un giocatore che una big aveva dato in prestito al Cagliari che lottava per non retrocedere».
Cosa si può fare contro lo strapotere dei procuratori?
«Mettere dei paletti. Le commissioni ai procuratori devono avere dei tetti oltre i quali non andare. E poi non devono poter agire sia per conto dei giocatori che delle società. Servono regole più severe e serve farle rispettare».
Perché la Juventus, prima, e poi anche realtà di provincia come Udinese e Atalanta sono riuscite a realizzare o rinnovare lo stadio di proprietà, mentre Roma, Milano e Napoli da decenni ne parlano soltanto?
«La Juventus si è mossa in anticipo per ottenere la concessione di 99 anni dell’impianto. L’Udinese ha approfittato della lungimiranza del sindaco giusto, Furio Honsell, che ha deciso di fare lo stadio».
Altrove prevale la cultura del non fare?
«Purtroppo sì».
Che futuro prevedi per il «metodo Moneyball», la priorità degli algoritmi nella scelta dei giocatori?
«L’analisi dei dati può essere utile per chiudere il cerchio e completare il profilo di un calciatore. Ma prima bisogna considerare altri criteri, più completi, che riguardano la persona. Se usi gli algoritmi per il 20% di rifinitura di un identikit va bene. Ma se con i numeri pensi di sostituire il lavoro degli osservatori e degli esperti di campo, rischi grossi buchi nell’acqua».
Giovanni Malagò è la soluzione giusta per la Figc?
«Se cambia la mentalità e i dirigenti, sì».
Vasto programma: ne è consapevole e ne ha la forza?

«Consapevole lo è, bisogna vedere se ha la forza di arrivare fino in fondo».
Basterà chiamare Antonio Conte e magari Paolo Maldini in Nazionale per far rinascere il nostro movimento?
«Non basterà, ma possono essere gli uomini giusti per ripartire».

 

La Verità, 2 luglio 2026

«Riscopro il mio avo che ispirò la Lega santa»

Luca Josi, lei ha inventato il romanzo parentale?
«Assolutamente no, ho solo traslato i racconti di una nonna che di cognome faceva Bragadin e aveva sostituito le fiabe dei fratelli Grimm con la saga del mio avo Marcantonio».
Dalla nonna alla moglie, Allegra Scattaglia, è un romanzo scritto a quattro mani.
«Siamo una coppia in cui il 99% del talento è in mano a lei mentre e me resta l’1% per far fallire il progetto».
Un sodalizio creativo già provato dalla scoperta di Sven Otten, il ballerino del tormentone della Tim di qualche anno fa, scovato da sua moglie.
«Lì la sua quota era del 100%».
È un romanzo parentale anche per la discendenza da Marcantonio Bragadin: perché ha deciso di raccontarne ora la storia?
«Mio padre ironizza molto sul fatto che abbia la vocazione al martirio, forse riferendosi al fatto che sono diventato craxiano nel 1992».
Già produttore tv con Einstein multimedia e capo della struttura Brand strategy e media di Tim, vulcanico imprenditore della comunicazione, ora Luca Josi pubblica, con Allegra Scattaglia, Venetians. Il segreto dell’Arsenale (Sonzogno), primo di una serie di romanzi storici su Marcantonio Bragadin, l’eroico generale della Repubblica di Venezia, scuoiato vivo dai turchi durante l’assedio di Famagosta perché rifiutò di convertirsi all’islam. Leggendolo, ci si accorge che è una sceneggiatura già pronta per la tv.
La vocazione al martirio spunta anche nella scelta d’imbarcarsi in quest’impresa?
«In famiglia ci sono due stelle polari. Da parte della nonna paterna che faceva Monti Bragadin, e da parte di quella materna, che ci ha regalato uno zio, il tenente Piero Borrotzu che si fece fucilare a 22 anni per salvare i 70 abitanti di Chiusola, rastrellati dai nazisti. Queste due storie non mi garantiscono nessun onore, né coraggio o lustrini, semmai oneri nel doverle e volerle tramandare».
Cominciando dall’eroe di Famagosta.
«Tre anni fa era il 500° anniversario della nascita e ce lo siamo perso. Marcantonio nasce il 21 aprile del 1523 e m’impegnai, con scarsissimi risultati, a far commemorare un signore che, se non fosse esistito, probabilmente il mondo occidentale di oggi sarebbe diverso. Contro il mondo islamico, prima e dopo, ci sono state la battaglia di Poitiers e quella di Vienna. Ma se non ci fosse stata la resistenza disperata di Famagosta, la Lega santa non avrebbe trovato il tempo materiale per organizzare la flotta e poi contro i musulmani la motivazione morale in ragione del supplizio di Bragadin di fermare la storia».
Senza Bragadin non ci sarebbe stata la vittoria di Lepanto.
«Il primo 7 ottobre della storia, 1571, si consuma con una vittoria dell’Occidente totalmente inaspettata che innesca una serie di eventi fino alla divisione del mondo attuale. Io non credo alle cabale e altre suggestioni numerologiche, ma registro che abbiamo avuto altri 7 ottobre: quello dell’Achille Lauro, nel 1985, e quello tragico del 2023, in Israele, esattamente 500 anni dopo la nascita di Bragadin».
Il dedalo di calli e campielli è la cornice perfetta del conflitto tra cattolici, ebrei e musulmani?
«È la città incubatrice che anticipa un’infinità di fenomeni e sistemi e consente a diverse etnie di convivere nella piccola dimensione dei suoi quartieri. Venezia concepisce e dà il nome al primo ghetto della storia».
Perché Marcantonio Bragadin è da riscoprire?
«Intanto, perché è un dimenticato. Non a caso abbiamo deciso di dedicare il libro, oltre che a lui, agli smarriti della storia. Abbiamo una memoria e una capacità mentale limitata. Serve un po’ di tenacia per mantenere vive e ricordare alcune storie invece di altre».
Ma nello specifico che cosa rappresenta?
«È la testimonianza della lealtà alla propria appartenenza. Fior di storici etichettano Bragadin come uno dei tanti ufficiali violenti dell’epoca. Mi sembrano come coloro che discettano nei salotti tv di quanto dovrebbe essere educata e gentile la gestione della politica e non si sa se sarebbero in grado di gestire un’assemblea di condominio».
Perché anche la Serenissima è da riscoprire?
«In quest’anno in cui si celebra il 250° anniversario dell’Indipendenza americana sarebbe un orgoglio italiano ricordarsi che i fondatori, Thomas Jefferson per esempio, citano Filippo Mazzei tra gli ispiratori della Costituzione americana in quanto debitrice dell’architettura legislativa della Serenissima del Cinquecento».
Quest’orgoglio non ce l’abbiamo?
«Non lo sappiamo nemmeno. L’America l’abbiamo scoperta grazie al mio conterraneo Cristoforo Colombo, poi ne abbiamo ispirata la Costituzione grazie a quella di Venezia. Abbiamo buone quote azionarie del processo formativo di quello che oggi è, ancora, non si sa per quanto, il Primo mondo».
Venezia come simbolo e patria dell’Occidente e anche porta d’Oriente?
«Come si direbbe oggi, Venezia era un hub, un luogo di scambi con tutto il mondo conosciuto che vive producendo ricchezza, attraverso la forza dei commerci, della ricerca e la solidità delle sue istituzioni. Nel 1540 di Bragadin, siamo a 50 anni dalla scoperta dell’America, il mondo si sta spostando verso Ovest».
Venezia, patria occidentale in quanto patria di dialogo e commerci?
«È la città che fa convivere la quantità più numerosa di etnie e lingue in un sistema di modernità che anticipa una serie di fenomeni e meccanismi industriali. Negli arsenali si costruiscono due galee al giorno, anziché una Biennale ogni due anni, e nelle procuratie nascono i sistemi di intelligence così come li concepiamo oggi: protezione dei commerci e tutela dei brevetti. Venezia, con Manuzio, inventa il nostro formato di libro ed è la prima Silicon valley della storia perché è la valle del vetro».
Oggi rispolverare il Bragadin di Famagosta e Lepanto vuol dire alzare muri?
«No, è storia che non può essere guardata o scordata a seconda delle opportunità».
Come giudica il fatto che in molte città europee sopravvivono enclavi musulmane poco integrate che minano il senso di sicurezza dei cittadini?
«Il mondo vive di contaminazioni che diventano virtuose se reciproche e simmetriche».
Pietrangelo Buttafuoco ha parlato della Biennale che presiede come di un «giardino di pace»: è un’immagine valida anche per Venezia?
«Diciamo che Bragadin è in pace col Signore e se avesse capitolato forse avremmo avuto ancora prima un presidente islamico della Biennale».
Fedelissimo di Bettino Craxi nel momento della gogna dell’Hotel Raphael, si è definito «un salmone orfano»: anche Buttafuoco lo è andando controcorrente in un momento in cui il fascismo è morto?
«Non so, oggi la destra è ancora al potere, per cui mi sembra che a Buttafuoco sia andata abbastanza bene. Non lo vedo orfano. E mi sembra che la Biennale gli sia arrivata in ragione della Meloni al governo e non di altre categorie dello spirito».
Quindi il fascismo è attivo come si sostiene in molti talk show?
«Chiedersi se il fascismo sia ancora vivo nel 2026 equivarrebbe, nel 1920, a guardare a Napoleone Bonaparte invece che a Filippo Tommaso Marinetti e Benito Mussolini. Oggi bisognerebbe interrogarsi sui tecnofascismi del nostro tempo».
Come avviene spesso a Otto e mezzo, come ci si trova?
«Intanto, mi ospitano con curiosità. Poi posso dire quello che voglio, quindi mi trovo bene».
Assodato che i padiglioni della Biennale sono di proprietà dei singoli Stati, lei è favorevole a bocciare le partecipazioni di alcuni Paesi?
«No. Vorrei che fosse davvero aperta a tutti. I socialisti, nel 1977, fecero la Biennale del dissenso; i sovranisti nel 2026 del consenso in cui il dissenso maggiore è verso il loro stesso governo».
C’è la Biennale degli Stati e quella del team della curatrice Koyo Kouoh, deceduta.
«Non sono un tuttologo ma un pocologo, i miei amici esperti segnalano l’assenza di artisti italiani fuori dal padiglione Italia. Morta la curatrice hanno tenuto la lista che lei aveva redatto, non sappiamo se è incompleta o wokista. Tuttavia, in una Biennale di un governo sovranista quest’assenza si coglie».
Sbaglia Massimo Cacciari a sostenere che, in assenza di forme di propaganda, tenendo aperto il confronto, l’arte e la ricerca scientifica, possono facilitare la ripresa dei rapporti una volta cessate le ostilità?
«No, assolutamente. Infatti, la domanda è se interessa conoscere l’opera dei parenti del ministro Sergej Viktorovic Lavrov o degli enne artisti dissidenti, di quella come delle altre autocrazie del mondo, che navigano nelle solitudini e nelle ossessioni di sistemi che non li lasciano esprimere».
Gli Stati, Italia compresa, scelgono i loro artisti, ma devono sottostare ai diktat delle burocrazie europee non elette da nessuno?
«Diciamo che ci siamo portati avanti avendo avuto enne governi non eletti da nessuno».
Sembra che ci stiamo ravvedendo.
«Speriamo. Dopo aver distrutto classi dirigenti e infamato la politica in ogni sua forma, oggi far politica è un atto di misericordia e un’infamia sociale».
Ribellarsi alle burocrazie calate dall’alto può essere un primo passo?
«Le burocrazie devono essere in funzione delle visioni politiche e non il contrario».
Andando oltre il diritto alla libertà espressiva, è possibile che quasi sempre le esposizioni artistiche contengano critica dell’Occidente, denuncia del capitalismo e del colonialismo?
«Lo è perché noi, Venezia e l’Occidente, nasciamo come mondo delle libertà e le Biennali le facciamo. Nel nostro Occidente prima di questa crisi ospitavamo sui nostri territori e nelle nostre banche migliaia di oligarchi con conti correnti, barche e ville. Contemporaneamente non si ha notizia di miliardari occidentali con dacie, conti correnti o panfili in mondi dell’Est. Il che significa che, almeno sul piano materiale, l’Occidente aveva stravinto».
Si può dire oggi dello Stato israeliano quello che, commentando il depistaggio riguardante le trame contro la Serenissima, Marco Bragadin dice degli ebrei come «utili capri espiatori»?
«Benjamin Netanyahu ha realizzato un capolavoro di autodistruzione dando la stura a un antisemitismo che fa tornare attuale la frase di Isaiah Berlin: “Un antisemita è uno che odia gli ebrei più del necessario”».
Secondo lei il centrodestra al governo ha davvero un progetto di egemonia culturale?
«Se se ne parla significa che non c’è perché l’egemonia si compie quando una serie di soggetti in azione nei vari ambiti della società vengono identificati per la loro appartenenza politica solo dagli addetti ai lavori o dalle controparti. Quando questo avviene è egemonia, altrimenti è lottizzazione».

 

La Verità, 16 maggio 2026

«Vile l’Unione europea che minaccia l’arte»

Ex sindaco di Venezia e filosofo di livello internazionale, il 6 novembre scorso Massimo Cacciari ha tenuto una lectio magistralis alla Biennale di Venezia presieduta da Pietrangelo Buttafuoco intitolata «La morte dello jus belli» sulla fine del diritto internazionale nei conflitti contemporanei.
Professor Cacciari, che cosa pensa della minaccia dell’Unione europea di sospendere i finanziamenti alla Biennale dell’arte di Venezia se non chiuderà il padiglione della Russia?
«E dov’è la novità? Ha ribadito minacce già fatte».
Stavolta c’è un ultimatum con la richiesta di una decisione entro trenta giorni.
«L’ho già detto altre volte. Quella della Ue è una posizione insostenibile e retrograda. Un atteggiamento da Prima guerra mondiale. Come quando si impedivano i concerti e le opere di Johann Strauss, di Giuseppe Verdi e Richard Wagner. L’arte sotto il tallone dei burocrati, una posizione miope e inqualificabile».
La Biennale deve decidere se bloccare la partecipazione degli artisti russi entro trenta giorni, ma l’esposizione inizia il 9 maggio.
«Buttafuoco ha tutta la mia solidarietà, come ho già detto in altre occasioni».
La stupisce il silenzio degli intellettuali, altrimenti soliti strepitare in difesa della libertà e dell’arte?
«Non più di tanto, questo è il mondo… Cosa vuole che le dica… cazzi loro. Avranno paura di perdere fondi ministeriali o altri privilegi, mi pare evidente».
Silenzio davanti a un ultimatum.
«La lettera della Ue è una vergogna. Si accanisce solo nei confronti della Russia, mentre non si esprime su Israele invitando Netanyahu  a interrompere bombardamenti e violenze. Si è perso ogni criterio di giustizia e di verità su tutto. È evidente che un popolo civile, anche laddove si sia in presenza, come lo siamo, di gravi violazioni del diritto internazionale, debba continuare ad avere rapporti sul piano culturale e artistico anche con Paesi avversari o nemici affinché, poi, finita la guerra, si possano ripristinare più facilmente rapporti, se non fraterni, almeno civili. La Biennale fa bene a farlo. Penso che sul piano culturale e scientifico si debbano mantenere tutti i rapporti possibili».
Senza eccezioni?
«È chiaro che la Biennale controllerà. Verificherà che le opere non esprimano contenuti di propaganda. Che non si inneggi all’invasione dell’Ucraina. In questo caso sì, si impedisce la partecipazione. Come se nel padiglione di Israele si esaltasse il massacro di centinaia di migliaia di palestinesi. Il confronto culturale scientifico e artistico deve essere salvaguardato, mentre va corretto quando prende il sopravvento la propaganda. Ma queste sono osservazioni ovvie laddove non avessimo tutti portato il cervello all’ammasso».
Nei mesi scorsi si sono susseguite manifestazioni in cui i movimenti pro Pal intimavano alle università italiane di sospendere i rapporti di collaborazione scientifica con gli atenei israeliani.
«Un’idiozia altrettanto grande come quella imposta dalla Ue alla Biennale. Un’idiozia simmetrica, l’una speculare all’altra».
Qual è, secondo lei, l’atteggiamento mentale che presiede a questi interventi di Bruxelles? Ultimatum, diktat, sanzioni, provvedimenti e minacce che piovono dall’alto.
«Rivelano solo la grande impotenza politica e economica dell’Europa. Siccome non si può fare i prepotenti nei confronti di Israele e degli Stati Uniti, si fa la voce grossa contro la Biennale. È un atteggiamento tipico dei deboli, dei vigliacchi, dei vili».
Un atteggiamento che si giova della compiacenza di politici e media del nostro Paese?
«Ma certo, sono un’unica cosa con i burocrati europei. Manifestano la stessa debolezza, la stessa impotenza».
Se dovesse dare un consiglio a Buttafuoco quale sarebbe?
«Non è facile. Mi auguro che riesca a tener duro. Se non dovesse farcela, lungi da me giudicare. Non è facile scegliere la posizione giusta, dovrà tener conto del rapporto con il governo, il ministero della Cultura, e con l’Unione europea. Non mi scandalizzerei se facesse marcia indietro».
Non sembra questa la sua intenzione.
«Allora gli dico “bravo”. Ma lo capirei se dovesse ingoiare il rospo».

 

La Verità, 12 aprile 2026

«Un intellettuale non di sinistra è un’anomalia»

La locandina di un convegno su Clint Eastwood occhieggia dal profilo Whatsapp di Andrea Minuz, docente di Storia del cinema alla Sapienza di Roma, firma del Foglio e autore dell’imperdibile Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi editore) leggendo il quale ci si convince che l’egemonia è una cosa seria.
È così, professore?
«Sì, ed è un peccato che oggi sia un’espressione povera di significato, quasi una presenza spettrale. Una specie di forza invisibile che spiega le sconfitte elettorali e i monopoli intellettuali. Usata in modi diversi rispetto a come l’aveva pensata Antonio Gramsci. Chi ne parla spesso è molto interessato all’egemonia e poco alla cultura».
Quella di sinistra è seria, quella di destra una velleità?
«Certo. Quella di destra non può essere avvicinata all’idea gramsciana, mentre la sinistra è erede della lunga stagione del Partito comunista che ha avuto il suo climax negli anni Settanta».
Oggi c’è un clima più avvolgente?
«Allora c’erano l’enciclopedia Einaudi e il cinema impegnato e chiunque si occupava di cultura faceva i conti con le idee e le persone del Pci. Oggi è vivo e vegeto un luogo comune: l’equivalenza tra cultura e sinistra».
Egemonia culturale è un concetto figlio o padre della superiorità morale della sinistra?
«Secondo me, più figlio. Il Pci ha saputo attirare gli intellettuali e convincerli che fossero decisivi per vincere la battaglia delle idee. Loro ci hanno creduto e nella categoria è rimasto questo convincimento di superiorità con il paradosso che, più perdevano di importanza, più si rafforzava in loro l’idea di essere interpreti di questa missione».
La superiorità morale è una versione sofisticata di razzismo?
«È una forma di razzismo perché tende a escludere dal campo delle idee tutte quelle che hanno storie diverse o opposte a quella gramsciano-marxista che da noi è stata prevalente».
La superiorità morale genera anche l’atto dello sdoganare?
«Certo, con la polizia del gusto che alza la sbarra e approva il passaggio da una parte all’altra del campo culturale».
Perché l’espressione intellettuale di destra o cattolico stona?
«Se l’intellettuale non è di sinistra è considerato un’anomalia. Mi viene in mente uno come Augusto Del Noce, distante anni luce dal mondo marxista, un cattolico, un conservatore che ha anticipato una quantità di fenomeni e di cui oggi una persona sotto i trent’anni non ha mai sentito parlare».
Tra i tanti presenti nel libro qual è l’esempio più illuminante di egemonia culturale?
«Ne scelgo due. Il primo è la Rai: tutti i vincitori delle elezioni si illudono di poterla controllare per indirizzare l’opinione pubblica. È l’idea di egemonia gramsciana. In realtà, il partito più forte in Rai è il partito della Rai».
Il secondo?
«Le facoltà umanistiche. Qui, più che egemonia culturale, vedo un conformismo diffuso che porta a non mettere mai in discussione l’eredità del pensiero marxista. Si studiano sempre Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini e mai Giuseppe Berto. Un’altra convinzione scontata è che il mercato e il capitalismo sono sempre un po’ sospetti e cattivi».
Perché la parabola di Giuseppe Berto è significativa?
«Anzitutto perché Il male oscuro è uno dei più grandi romanzi del Secondo dopoguerra che oggi in pochi conoscono. Poi perché Berto ha commesso il peccato di preferire il termine afascista a quello di antifascista perché sapeva che in nome dell’antifascismo si possono compiere le peggiori nefandezze, come la lotta armata».
E perché è significativa la vicenda di Tolkien e del Signore degli anelli?
«È un esempio di egemonia culturale al contrario. C’è un libro della controcultura americana che diventa “la Bibbia degli hippies” e che, rifiutato da Elio Vittorini, consulente Mondadori, arriva in Italia anni dopo grazie a Edilio Rusconi. Tolkien è rifiutato dalla sinistra non perché è un fantasy, ma perché è un libro Rusconi. Per di più, l’operazione editoriale è gestita da Alfredo Cattabiani, un intellettuale emarginato nonostante abbia promosso autori come Cristina Campo e Pavel Florenskij. A quel punto, i giovani di destra degli anni Settanta trovano in Tolkien la mitologia fondativa estranea al fascismo che cercavano».
Poi c’è la fatwa contro il cinema d’evasione: divertirsi è sconveniente?
«Uno dei dogmi della cultura italiana, seriosa e quaresimale, è il primato del realismo e dell’impegno. Perciò, quando ridevi con un film di Totò o di Alberto Sordi o dei fratelli Vanzina dovevi quasi giustificarti. Da qui il mantra: “Se è culturale non può essere divertente e se è divertente non è culturale”».
Ha funzionato di più l’ascensore culturale di Lotta continua o Repubblica come startup di scrittori e artisti?
«Sono due matrimoni perfetti. Dai picchetti alle fabbriche, parte della generazione di Lotta continua si è ritrovata in pochi passi ai vertici di media e giornali o sulle cattedre universitarie. Mentre Repubblica, soprattutto all’epoca dell’antiberlusconismo più arcigno, era la commissione che rilasciava la patente di intellettuale e scrittore civile».
Roberto Saviano si afferma scrivendo il coccodrillo di Pietro Taricone.
«Scalfari ha l’intuizione di trasformarlo in icona pop. Può esibirsi a braccio sull’attualità, come Pasolini».
E Murgia punta di diamante della cultura woke?
«Ha l’intuizione di tradurla al momento giusto in salsa italiana».
Chi è lo scrittore brand?
«Qualcuno che mette il posizionamento politico davanti alla sua opera, indica una minaccia di fascismo al mese e odia il capitalismo anche se ci si trova benissimo. Da ultimo, è uno che dà grande rilievo al suo disagio, meglio se psichico».
Per esempio?
«Paolo Cognetti racconta il suo Tso, Scurati il disagio mentre scriveva M. Il figlio del secolo, tra i candidati al prossimo Premio Strega, Alcide Pierantozzi firma un romanzo costruito sulle sue cartelle cliniche. Magari è bellissimo…».
Qual è il ruolo degli attori cinematografici?
«Dagli anni Settanta il cinema è roccaforte della sinistra. Parliamo delle istituzioni come l’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici ndr): un prolungamento del partito. Il cinema è un mondo piccolo e corporativo, dove c’è molto Stato e poco mercato. Quindi destinato a essere un boccone della politica e vittima dell’egemonia culturale».
Deriva da questo l’abitudine del finanziamento pubblico?
«In Italia senza finanziamento pubblico non c’è cinema, la nostra industria è troppo piccola per reggersi solo sulle sue gambe. La perversione è la pigrizia di produttori e registi che considerano dovuti i soldi per fare film. Il problema sono i criteri con cui vengono distribuiti».
I nostri attori sono più militanti di quelli di Hollywood?
«Di sicuro Hollywood è più credibile perché dipende molto meno dalla politica e dai finanziamenti pubblici».
Perché
si sentono in dovere di pronunciarsi su ogni questione di attualità proponendosi come maestri di vita?
«Si sentono investiti di una missione, come se fare bei film non bastasse. Sentono il bisogno di posizionarsi dentro le cause giuste. Il caso del referendum sulla giustizia è emblematico, tutti compatti per il No. Mi sembra un conformismo che fa torto alla complessità in forza di una posizione monolitica e dogmatica. Come ha evidenziato Gaetano Gifuni che ha voluto distanziarsi dalla vicenda raccontata nella serie su Enzo Tortora annunciando il suo voto contro la riforma».
Perché non ci sarà mai un Veltroni di destra?
«Intanto, perché Veltroni è una dinastia, c’era papà Vittorio. Perciò Walter è cresciuto nutrendosi di egemonia culturale e senso di superiorità. Poi Veltroni è un network. La naturalezza con cui passa da un film a un editoriale a un libro del Campiello lo rende l’emblema dell’egemonia culturale».
La serie sulle foibe dimostra che è difficile proporre una fiction di destra?
«Nel racconto delle foibe si avverte un eccesso di committenza della politica che rende sospetto il prodotto. La fiction di destra paga il fatto che la fiction sinistreggiante è la fiction tout court. Perciò, dovendo inventare quella di destra la si giustifica da una posizione di svantaggio».
Intanto la cosiddetta TeleMeloni prepara quella sul Commissario Buonvino tratta dai gialli di Veltroni.
«Veltroni, inteso come network, sa essere amico di tutti. Riuscirebbe a piazzare una fiction anche agli ayatollah».
A proposito di TeleMeloni, vede anche lei una Rai ancora priva di un’identità riconoscibile?
«Io non vedo alcuna TeleMeloni, alcun progetto identitario coerente. Su questo mi sembra molto più bravo Cairo. Anche volendo, la compattezza ideologica di La7 sarebbe impossibile in Rai. Capisco il bisogno di coniare formule come furono TeleCraxi e TeleKabul, ma la politica passa e la Rai resta: è uno dei pezzi più forti di Deep state».
Alla Biennale di Venezia sta andando diversamente, nonostante le rigidità della politica?
«La Biennale di Venezia è la dimostrazione che non esistono due intellettuali di destra che la pensano allo stesso modo. È un bene per le idee, ma è un problema per qualsiasi progetto egemonico».
Politicizzando il referendum Dario Franceschini ha messo tutti nel sacco?
«Sì. Credo che l’80% dell’elettorato non abbia votato sulla giustizia, ma contro la guerra, contro Trump amico di Meloni, contro il governo, motivi che nulla avevano a che fare… Questo è evidente nel voto giovanile».
Le sentinelle della Costituzione.
«Non me la sento di attaccare i giovani… Si è scritto che il No ha vinto grazie a loro, una fetta di popolazione che non ha mai avuto a che fare con la giustizia. Personalmente, contesto soprattutto l’idolatria diffusa della Costituzione che, quando dev’essere modificata dal centrodestra, si trasforma nel Corano».
Cito da un suo articolo: la vittoria del No è un po’ la vittoria del Noi.
«La sinistra ha messo il copyright su una serie di valori da educazione civica come la solidarietà, la democrazia, la pace nel mondo su cui c’è ben poco da obiettare, facendo passare l’idea che le ragioni del Noi siano sempre più importanti di quelle dell’Io. E che le rivoluzioni siano eccitanti e le riforme noiose».
Oggi il dominio woke è un po’ meno incontrastato?
«Credo che abbia iniziato la parabola discendente perché ha mostrato il suo volto intollerante, dogmatico e non di rado pericoloso. Ma non illudiamoci perché non sappiamo da che cosa sarà sostituito. Il pensiero dogmatico e intollerante trova sempre un pubblico disposto a eccitarsi».

 

La Verità, 5 aprile 2026

«Certi big del No soffrono di disforia professionale»

Annalisa Imparato, sostituto procuratore a Santa Maria Capua Vetere, è una delle testimonial più brillanti della campagna per il Sì alla riforma Nordio. I lettori della Verità l’hanno letta su queste colonne il 1° marzo scorso. Il pubblico televisivo l’ha conosciuta qualche giorno fa nello studio di Cinque minuti di Bruno Vespa durante il confronto con il pm della Procura di Patti, Andrea Apollonio. Prima che si presentasse Apollonio avevano dato forfait Silvia Albano, la presidente di Magistratura democratica che boccia sistematicamente i trattenimenti dei clandestini nel Cpr in Albania, e Giovanni Salvi, ex procuratore di Cassazione ed ex membro del Csm.
Annalisa Imparato, lei è la «spaventa magistrati del No»?
«È una domanda che mi fa sorridere. Certamente mi sono molto esposta perché questa riforma garantisce una giustizia più trasparente per i cittadini».
Perché magistrati come Silvia Albano e Giovanni Salvi la evitano?
«Forse, ma è una mia idea, hanno preferito dare priorità ai sondaggi. Cioè, hanno scelto di non presentarsi per evitare eventuali cali di gradimento piuttosto che provare a spiegare le ragioni delle loro posizioni. Mi dispiace perché ritengo arricchente il confronto anche con colleghi che hanno posizioni diverse dalle mie e con i quali ci scambiamo quotidianamente idee e valutazioni. Esiste una magistratura ponderata e moderata da ambedue le parti, ma non sempre prevale».
Che cosa teme chi evita di confrontarsi con lei?
«La verità, credo. Sono riemersi fatti sui quali non è stata fatta abbastanza luce e che evidenziano il rapporto scorretto tra magistratura e correnti politicizzate».
Il famoso «sistema Palamara»?
«Chiamiamolo così. Per me Palamara è stato il primo pentito della magistratura. La paura è far riemergere quei fatti, trovandosi poi costretti a ridurre certe sacche di potere».
Il sistema Palamara è ancora attivo?
«Gli ultimi due anni lo dimostrano. È divertente notare come alcuni importanti magistrati, ora testimonial del No al referendum, abbiano completamente cambiato idea sul sorteggio e la politicizzazione delle correnti. Ci sono procuratori capo che due anni fa definivano le correnti il male assoluto o che parlavano di “sistema paramafioso”, un termine che non condivido, e ora hanno cambiato radicalmente posizione».
Si sono ravveduti senza una giustificazione tecnica: il motivo di questa conversione può essere politico?
«La polarizzazione del referendum è la chiave giusta per cogliere le ragioni di certe conversioni. Questa polarizzazione ha avuto un impatto devastante sull’opinione pubblica perché i toni utilizzati hanno ulteriormente allontanato i cittadini dai magistrati. In alcune situazioni abbiamo visto un certo delirio di onnipotenza».
Perché secondo lei il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il pm anche lui a Napoli Henry John Woodcock e l’ex pm antimafia Nino Di Matteo hanno cambiato posizione rispetto a qualche anno fa?
«Evidentemente c’era del malcontento, qualcuno è rimasto insoddisfatto. E così si è fatta strada una sorta di… come potremmo definirla… disforia professionale».
Che cosa intende dire?
«Che ora, in questo preciso momento storico, si percepiscono diversamente da come si percepivano qualche anno fa».
È vero, come ha scritto, che alcuni magistrati trattano promozioni, carriere e favori adottando comportamenti simili a quelli che perseguono nei politici o negli imprenditori?
«È la storia dal 2019 in poi. Una storia di spartizioni e di nomine avvenute con l’intervento delle correnti. Esistono numerose indagini comprovate da fatti documentali».
Alcuni magistrati adottano comportamenti che invece perseguono nei politici e negli imprenditori?
«Comportamenti simili a quelli che possono avvenire a margine di un concorso universitario. Raccomandazioni, sponsorizzazioni, favori».
Il reato sarebbe traffico di influenze illecite?
«Sì, l’abuso d’ufficio non è più reato. Palamara è stato perseguito proprio per traffico di influenze illecite. Un soggetto che agisce in cambio di un vantaggio adotta una condotta impropria».
Un magistrato si comporta così perché ritiene di averne diritto o perché si considera intoccabile?
«Nella scelta dei ruoli apicali i criteri dovrebbero essere il merito e l’anzianità. Ma la storia degli ultimi anni ci ha dimostrato che spesso le decisioni erano orientate dall’appartenenza alle correnti».
E oggi si teme che il sorteggio dei Csm scardini il sistema?
«Il sorteggio elimina, sia nel Csm che nell’Alta corte disciplinare, il rischio che il giudice non sia quello naturale, ma scelto per la tessera di corrente. Il sorteggio è il meccanismo democratico per eccellenza».
Già adottato in molte situazioni che riguardano la magistratura e il Tribunale dei ministri.
«Vale per la commissione concorsi e per le nomine apicali negli organi direttivi e semidirettivi dei magistrati. Ricorre in tutta la nostra carriera. Perché il livello qualitativo e professionale dei magistrati è molto elevato».
Ma non tutti hanno diritto di accesso al sorteggio.
«A quello per il Csm bisognerà avere 12 anni di anzianità. È un sorteggio qualificato».
Anche a lei è capitato di imbattersi nel cosiddetto sistema?
«Ho avuto un approccio lampo a una corrente. Per una curiosità di giovane magistrato mi sono avvicinata, immaginando che fosse un’occasione di confronto tecnico e del tutto estraneo a componenti ideologiche. Invece, ho scoperto che non era così e ho deciso di allontanarmi».
Questo che cos’ha comportato?
«Ho sempre espresso il mio pensiero liberamente e quando ho deciso di schierarmi pubblicamente per il referendum l’ho fatto per un senso di responsabilità nei confronti dei cittadini e della magistratura. Oggi non concordo con chi, da una parte e dall’altra, ha scelto di nascondersi».
È vero che ha avuto anche consulenze governative?
«C’è chi scrive che la destra mi voleva “stipendiare”, ma è una macchinazione per delegittimarmi. Siccome sono stata consulente part-time e a titolo gratuito della Commissione parlamentare sulle ecomafie, mi era stata proposta la nomina come consulente giuridica del Comitato per la legislazione del Senato».
Di che organismo si tratta?
«È un organo costituzionale eminentemente tecnico e non politico, perciò né di destra né di sinistra, che valuta la congruità dei testi legislativi. Non a caso la sua presidenza cambia ogni anno tra maggioranza e opposizione. Comunque, il Csm non ha autorizzato l’incarico perché avrebbe minato la mia imparzialità. E questa è la prova evidente che non sono una donna di corrente».
L’argomento principale del fronte del No è che la riforma assoggetta la magistratura alla politica, vero o falso?
«Il testo riformato dell’articolo 104 della Costituzione prevede l’indipendenza e l’autonomia sia della magistratura giudicante che della magistratura requirente. Non c’è nessuna possibilità di sottomissione del pm al potere esecutivo».
Nei due Csm presieduti dal Capo dello Stato ci sarebbero sempre due terzi di magistrati e un terzo di laici, nell’Alta corte i magistrati sarebbero il 66%, un’altra parte verrebbe scelta col sorteggio in una platea disposta dal Parlamento, non dal governo, e l’ultima parte dal Capo dello Stato.

«Le opposizioni interpretano questa riforma insieme a quella che, secondo loro, ha indebolito la Corte dei conti e a quella che ha cancellato l’abuso d’ufficio. Quindi anche questa riforma sarebbe volta a indebolire la magistratura. Ma è un’assoluta bugia perché i membri togati verranno scelti con un sorteggio qualificato, mentre i laici saranno scelti in un panel di professori di materie giuridiche e avvocati dal Parlamento. E saranno, quindi, espressione sia della maggioranza che dell’opposizione. È una critica del tutto infondata».
Che proviene dal M5s e dal Pd che hanno diversi ex magistrati nelle loro file.
«Tra un anno si vota. Se fosse vero che la riforma porta il pm sotto il controllo della politica, l’attuale maggioranza varerebbe una legge che la esporrebbe alla possibilità che tra un anno la sinistra orienti la magistratura ancora più di adesso. Mi sembra una follia».
È vero che la riforma Nordio non ha effetti sulla vita dei cittadini?
«Magistrati indipendenti dalle influenze politiche saranno più attenti e diligenti perché consapevoli che all’errore può corrispondere un’adeguata sanzione disciplinare».
Eventualità attualmente remota. È per questo che per l’Anm l’Alta corte disciplinare è un tabù?
«Invece è un passo importante nel miglioramento del funzionamento della giustizia perché aumenterà la qualità delle indagini. Ci sarà maggiore cura e maggiore responsabilizzazione del magistrato a causa dell’introduzione della verifica disciplinare. Anche in questo caso si rompe il rapporto di protezione tra il magistrato e la corrente di riferimento».
Lei è mai stata al Palazzo di giustizia di Roma in Piazza Cavour, il cosiddetto Palazzaccio, dove ha sede la Corte di Cassazione?
«L’ho visitato da studentessa».
Da quello che ha rivelato Ermes Antonucci sul Foglio potrebbe essere una visita istruttiva: il sistema ha anche un curioso risvolto immobiliare?
«Le sedi istituzionali dovrebbero essere neutre e neutrali. Quello che ha scritto Antonucci dovrebbe avere grande risonanza perché in quel Palazzo ci sono il Comitato per il No, l’Anm, l’Associazione europea e anche quella mondiale dei magistrati. Tutti s trovano nel Palazzo dove ha sede un organismo che dovrebbe essere assolutamente terzo. E nessuno paga l’affitto. Le solidarietà intercontinentali corrono da una porta all’altra. Mi sembra evidente che qualcosa non funziona».
Come andrà a finire questo referendum?
«Negli ultimi giorni abbiamo registrato una crescita di attenzione dei cittadini che ora possono cogliere il senso di un cambiamento necessario. Non possiamo restare arroccati a un metodo non allineato agli altri Paesi europei. L’Italia deve progredire e completare finalmente la riforma del processo accusatorio voluta da Giuliano Vassalli».
Serve coraggio a esporsi come sta facendo, teme di doversene pentire?
«Non credo proprio. La campagna di delegittimazione di chi si è speso per il Sì, come la collega Bernadette Nicotra, sconfessata da Magistratura indipendente, e Anna Gallucci, attaccata da una parte della stampa e da molti colleghi, è stata ed è avvilente. Anziché denigrarci sui social, magistrati e giornalisti avrebbero potuto spendere quelle energie per motivare il loro sostegno al No. Il rancore e la rabbia non sono mai buoni compagni di viaggio, ancor meno lo sono per dei magistrati».

 

La Verità, 20 marzo 2026

«Il Pd sacrifica gli interessi italiani alla sua bottega»

Arianna Meloni è reduce dalla manifestazione del Comitato per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati al Teatro Franco Parenti di Milano. Ha qualche linea di febbre, ma accetta di parlare con La Verità della riforma della giustizia, del rapporto con le opposizioni e dello scenario internazionale.
Arianna Meloni, come andrà il referendum?
«Vincerà il Sì».
Sicura?
«Sono piuttosto ottimista».
Per quali motivi?
«Nonostante il tentativo di fuorviare il dibattito con inutili polemiche, quando si entra nel merito ci si accorge che si tratta di una buona riforma. Una riforma che dà forza alla magistratura, rendendola più libera e indipendente dalla politica e dalle correnti politicizzate. Inoltre, con l’istituzione dell’Alta corte disciplinare, i magistrati pagano per gli errori che commettono. Ogni anno si registrano quasi mille ingiuste detenzioni. Una situazione che pagano prima di tutto i diretti interessati sulla propria pelle, e poi i cittadini tutti attraverso il conseguente e ingente esborso finanziario dello Stato per i risarcimenti».
Fino a qualche giorno fa la vittoria sembrava più sicura mentre ora è tornata in discussione?
«Non mi risulta. Certamente, c’è chi ha trasmesso un messaggio fazioso, spostando il dibattito sul piano politico e contro il governo, più che sul merito della legge».
Qualcosa vi ha convinto a impegnarvi maggiormente nella campagna referendaria?
«La riforma della giustizia è un punto qualificante del programma di governo. È una riforma storica, da 30 anni nessuno è riuscito a realizzarla. Questo governo ci sta riuscendo perché è stabile. Non inventiamo nulla di nuovo, ma realizziamo i punti del programma perché, grazie a questa stabilità, possiamo fare le riforme che gli italiani aspettano da decenni. Questa è una delle più importanti. Credo che gli italiani debbano ricordarsi quanto incide il funzionamento della giustizia sulle loro vite. Coloro che scelgono di votare No non otterranno di sicuro l’effetto di mandare a casa il governo Meloni, ma rischiano solo di tenersi una giustizia che non funziona».
Premesso che per gran parte della sinistra e della magistratura si tratta di un voto contro il governo, l’impegno diretto di Giorgia Meloni e di Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, può rivelarsi un boomerang?

«Siamo persone molto coraggiose nel rappresentare le nostre idee. Non temiamo boomerang o autogol, anche perché i sondaggi danno FdI al 30% e Giorgia è tra i leader più amati degli ultimi decenni». 
C’è il rischio che si riproduca lo schema visto con il referendum per la riforma del Senato promosso da Matteo Renzi?

«Innanzitutto, bisogna dire che Renzi arrivò al governo senza passare dal voto popolare. In secondo luogo, non godeva di quella fiducia che oggi gli italiani nutrono per l’attuale premier. Infine, come detto, credo che gli elettori sappiano che questo non è un voto sul governo, ma per i cittadini, per rendere l’Italia più moderna, più efficiente e più giusta. Il voto sul governo ci sarà tra un anno, quando gli italiani potranno decidere se Giorgia Meloni ha lavorato bene o no».
Piazzapulita Renzi ha detto che nel 2027 vincerà il campo largo perché gli italiani si sono accorti che Giorgia Meloni è un bluff.
«Al di là di come la pensa Renzi, credo che, per vincere, il campo largo dovrebbe prima di tutto produrre un programma comune e magari trovare un leader unico e credibile per tutta la coalizione. Frammentato com’è, dubito che ci riesca. Quanto al centrodestra, stiamo realizzando il nostro programma punto per punto».
Lei chiuderà la campagna il 19 a Roma, avete pensato anche a un momento finale di tutta la maggioranza?

«Ci stiamo impegnando tutti molto, stiamo facendo eventi in tutta Italia».
Tutti i partiti della maggioranza sono convinti allo stesso modo dell’importanza di vincere il referendum o da qualcuno vi aspettavate un maggior impegno?

«Mi sembra che stiamo lavorando tutti pancia a terra. Consapevoli che non si tratta di una riforma di partito, ma di un cambiamento fondamentale per gli italiani». 
Lo conferma anche il fatto che alla manifestazione di Milano non avete esposto simboli?
«Abbiamo scelto di privilegiare la visibilità del Sì su quella del simbolo di partito».
Come spiega il fatto che il Pd aveva nel suo programma la separazione e l’Alta corte disciplinare fin dalla Bicamerale di D’Alema…
«Fin dal tempo dell’ex partigiano Giuliano Vassalli».
 E ora la segretaria Elly Schlein si schiera con il No?
«Lo spiego con il fatto che per il Pd diventa più importante raggranellare qualche voto di schieramento contro la Meloni piuttosto che fare una riforma che gran parte della sinistra condivide. Tant’è vero che ci sono molte persone intellettualmente oneste di quell’area che stanno facendo campagna per il Sì».
Perché una nutrita schiera di magistrati, da Nicola Gratteri a Nino Di Matteo fino a Henry John Woodcock, in passato favorevoli al sorteggio del Csm, ora contrastano la riforma?

«Perché vogliono difendere lo status quo».
In che modo pensa che questa riforma possa aiutare a superare le sentenze politiche sull’immigrazione e i divieti ai rimpatri?

«Attraverso il sorteggio del Csm che renderà i magistrati liberi dalle logiche delle correnti, mettendoli in grado di rispondere solo alla loro coscienza e a quello per cui hanno studiato. E attraverso l’Alta corte disciplinare, per cui i magistrati che sbagliano risponderanno dei loro errori. Grazie a questi due nuovi strumenti avremo una giustizia giusta e non ideologizzata».
Qual è la sua opinione sulla vicenda della famiglia del bosco?
«Ritengo che sia utile andare a fondo. In uno Stato di diritto la magistratura dovrebbe applicare le leggi in modo uniforme, in questo caso si ha l’impressione di un accanimento ideologico nei confronti di una famiglia solo perché non se ne condivide lo stile di vita. Togliere i figli ai genitori è una misura estrema, che dovrebbe essere applicata solo in casi in cui si siano appurati gravi abusi, ex post e non ex ante».
Anche in questo caso siamo di fronte a un eccessivo interventismo degli apparati sulla vita dei cittadini?
«Altroché. Lo stesso avviene, per esempio, anche quando un magistrato decide di non convalidare la permanenza nei Cpr di immigrati irregolari con procedimenti penali gravissimi come stupro, stupro di gruppo e pedofilia».
L’establishment e i poteri forti vivono il governo Meloni come una parentesi troppo lunga?
«Noi facciamo politica perché siamo al servizio dei cittadini. Ci interessano poco l’establishment, i salotti e i poteri forti».
Quanto lo scenario internazionale con le guerre in Ucraina, in Israele e ora in Iran ha complicato l’azione di governo?

«È chiaramente uno scenario molto complicato che preoccupa tutti. Abbiamo però la fortuna di avere un leader autorevole come Giorgia Meloni che gode di grande stima internazionale. E che sta lavorando su tutti i fronti per una de-escalation del conflitto e mettere in sicurezza gli italiani che vivono in quell’area».
Speravate in un rapporto più lineare e meno turbolento con la nuova amministrazione americana?
«Non siamo qui a misurare simpatie o antipatie. I rapporti sono quelli di un capo del governo con il presidente degli Stati Uniti, nostro storico alleato, eletto da milioni di americani».
Vi aspettavate una maggiore disponibilità dalle opposizioni, oltre a quella di Elly Schlein, all’offerta di una collaborazione sulle questioni internazionali?
«Certamente sì. Noi siamo sempre stati coerenti, perseguiamo le nostre idee, andando oltre le ideologie. Quando ci sono stati fatti allarmanti come l’invasione dell’Ucraina l’allora presidente del Consiglio poté contare sul nostro sostegno anche dai banchi dell’opposizione. Per quanto ci riguarda ci è molto chiaro che l’interesse della nazione è prioritario, purtroppo non è altrettanto chiaro a tutti».
Se fosse confermata dal referendum la riforma della giustizia basterebbe a caratterizzare la legislatura?
«Fortunatamente abbiamo fatto molte altre cose. Nonostante la situazione internazionale sia estremamente complessa la nazione è tornata a crescere. È ripartita l’economia, è ripartita l’occupazione, ci sono 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro. L’occupazione è cresciuta al Sud, è cresciuta quella femminile e a tempo indeterminato. Quando ci siamo insediati lo spread era a 230 punti. Ora, con due guerre in atto, è poco sopra 70».
Con la vittoria del Sì, sareste spronati a procedere con il premierato?
«Anche se non si vincesse, continueremmo a portare avanti i punti del programma. Il premierato è importante perché dà stabilità e quindi certezza economica alla nazione».
E se vincesse il No che conclusioni tirereste?
«Che gli italiani preferiscono tenersi un giustizia con tante fragilità».

 

 

La Verità, 14 marzo 2026