«Quanti inganni nella narrazione sulla cannabis»

Neurologo, scrittore, divulgatore scientifico, autore di bestseller come Panico – Una bugia del cervello che può rovinarci la vita (Mondadori, 2008), autorità riconosciuta in materia di funzionamento del cervello, Rosario Sorrentino ha appena pubblicato (con Francesca Weihs) Cannabis. Il grande inganno (Compagnia editoriale Aliberti). Il suo obiettivo è favorire la crescita serena dei giovani e la vita delle famiglie. «Voto e ho sempre votato Pd», dice, «ma devo riconoscere che sul contrasto alla diffusione degli stupefacenti la destra è più avanti».
Professor Sorrentino, qual è il grande inganno della cannabis?
«Raccontarla come una droga innocua, mentre, invece, può provocare danni irreversibili».
Perché lei e Francesca Weihs avete deciso di scrivere questo instant book?
«La miccia è stato un famoso podcast in cui Angelo Bonelli di Avs, che rispetto per la passione politica, faceva uno spot alla cannabis, invocandone la legalizzazione».
Lei è contrario?
«Non voglio che ci dividiamo in favorevoli e contrari. Forse tra vent’anni o più, quando nei giovani ci sarà la consapevolezza della pericolosità di questa droga, una consapevolezza che oggi manca, si potrà pensare di legalizzarla».
Intanto?
«Bisogna combattere la disinformazione perché può far sottovalutare il pericolo prodotto dall’uso di questa sostanza».
Perché definisce «priva di senso» la distinzione tra droghe leggere e pesanti che è un dogma a ogni latitudine?

«L’aggettivo qualificativo “leggera” è falso e pericoloso perché rispetto agli anni Settanta oggi la cannabis è molto più potente. E, sebbene non sia mai stata leggera, oggi, con alti contenuti di Thc (delta-9-tetraidrocannabinolo ndr), può innescare malattie psichiatriche, slatentizzare turbe profonde, produrre attacchi di panico, apatia, sindrome amotivazionale e altre patologie anche irreversibili».
Questo perché hashish e marijuana agiscono nel cervello soprattutto degli adolescenti?
«L’adolescenza è un’età meravigliosa, ma con un’alta esposizione al pericolo. Il cervello dei giovani e giovanissimi è un cantiere aperto dove si svolgono passaggi neurobiologici delicati che lo rendono molto vulnerabile. La cannabis, l’alcol, la mancanza di sonno e la dipendenza dai social sono un intervento a gamba tesa sul cervello, che è il direttore d’orchestra del nostro organismo».
Perché è sbagliata l’idea che consumare una «droga leggera» sia normale, un semplice rito di gruppo?
«Perché non siamo davanti a una sostanza innocua e innocente».
Chi sono «i cattivi maestri» delle «droghe leggere»?
«Tutti coloro che pensano di fare ideologia, demagogia e calcolo politico su questo argomento per conquistare consenso e apparire moderni, anche a costo di non raccontare tutta la verità sul caso».
Perché se gran parte della comunità scientifica concorda sugli effetti della cannabis, la narrazione prevalente la assolve quando non la promuove?
«Perché l’ideologia prevale sulla scienza, che è una Cenerentola inascoltata, mentre dovrebbe orientare le politiche sociali per segnalare i rischi che gli adolescenti corrono in maniera crescente».
C’è anche una generazione di genitori tra i cinquanta e i sessanta che si vanta di «fumare», di «farsi uno spinello, cosa vuoi che sia»…
«Vedo adolescenti che non diventano adulti e genitori che si atteggiano a ragazzi in una sorta di adolescenza comune e perpetua, arrivando ad assolvere la cannabis per assolvere sé stessi e la propria mancata vigilanza sui figli. A volte questi adulti condividono con i più giovani il presunto innocente spinello».
Lotta all’ansia, ricerca di rilassamento, conciliazione del sonno, riduzione dello stress, contrasto alla timidezza, aiuto a superare ostacoli: la cannabis è una forma di automedicazione emotiva?
«L’uso è molteplice. Viene assunta per motivi socializzanti, ricreativi, voluttuari o come una sorta di stampella biologica per mascherare le proprie vulnerabilità».
Quali sono i suoi effetti immediati e quelli mediati?
«Gli effetti della cannabis si fanno sentire dopo circa dieci minuti dall’assunzione e possono durare per tre o quattro ore. Possono essere euforizzanti, rilassanti, socializzanti, con un aumento dell’interattività e delle connessioni nei rapporti interpersonali. Ma, a volte, dietro questi effetti si nascondono le sorprese».
Quali?
«Fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione».
Cioè?
«Senso di distacco dalla realtà, dal proprio corpo. Attacchi di panico, fenomeni di allucinazione, episodi psicotici con sintomi neurovegetativi, tachicardia, sudorazione e, nei casi più eclatanti, richiesta di aiuto per correre al pronto soccorso».
E gli effetti a lungo termine?
«Disturbi del comportamento con manifestazioni impulsive, flessione del tono dell’umore, disturbi dell’attenzione, della concentrazione, dell’apprendimento, apatia e isolamento sociale».
Che cos’è la de-empatizzazione?
«Il progressivo distacco verso il contesto in cui si vive fino all’isolamento e, nei casi più gravi, una chiusura affettiva che riguarda sia i sentimenti che le emozioni».
Il ricorso alla cannabis e ai suoi derivati può rallentare la formazione della sfera razionale e prolungare l’adolescenza?
«Negli assuntori abituali non solo ritarda la formazione della corteccia prefrontale, la parte del cervello dove abitano la ragione, la razionalità e il senso del discernimento ma, in soggetti predisposti, la complica notevolmente producendo disturbi di difficile gestione. Favorendo ulteriori conflitti tra genitori e figli, dove il linguaggio dell’emozione e quello della ragione si confrontano in un dialogo tra sordi».
Come spiega che sempre più spesso adolescenti commettono crimini efferati senza provarne dispiacere o pentirsene come nel caso di Lamin Saidilly, il ventiduenne di origine gambiana che ha accoltellato senza motivo un passante e poi si è detto pronto a rifarlo perché si era divertito?
«Non solo nel nostro Paese esistono sacche di disagio mentale non diagnosticate e trascurate che possono esplodere per futili motivi e portare alcune persone a commettere atti orrendi. Insieme a condizioni ambientali sfavorevoli, alcune droghe determinano un assottigliamento della corteccia prefrontale, la parte del cervello che dovrebbe far sentire agli adolescenti quella voce interiore che dice: “Fermati, non lo puoi dire”, “Fermati, non lo puoi fare”. I giovani che ricorrono alle sostanze sono più propensi a seguire impulsi di varia natura, la rabbia, l’aggressività e, purtroppo, la violenza».
Le cause di origine neurologica si aggiungono alla mancata integrazione?
«Integrarsi in un ambiente vuol dire anche poter contare su quella sorveglianza del tessuto sociale che può aiutare a percepire i primi segnali di qualcosa di negativo e scomposto che sta montando».
Sorprende anche lei l’assenza di dispiacere e pentimento in alcuni giovani criminali?
«Certamente. Ricordiamoci che chi commette certi crimini spesso ha un bassissimo se non nullo senso di empatia, necessario per capire che le loro azioni mettono in grave pericolo la vita altrui. Tutti, nessuno escluso, stiamo subendo un processo generale di de-empatizzazione a causa del quale il valore della vita è sempre meno importante».
Siccome gli oppiacei hanno scopi terapeutici, allora ci stanno anche gli spinelli ricreativi?
«È un gigantesco equivoco. La cannabis terapeutica è prescritta da un medico che controlla tempi e dosaggi, quella ricreativa è quasi sempre incontrollata. Inoltre, nella prima si aumenta il Cbd (cannabidiolo ndr) e si riduce notevolmente il Thc che ha effetti psicotropi».
È solo un potente alibi per la fruizione ricreativa?
«E dietro l’alibi sanitario i furbi fanno affari. Poi c’è un altro mito da sfatare, quello della non dipendenza. Nel 30% dei casi chi consuma marijuana o hashish sviluppa un’addiction da queste sostanze».
Dipendenza chimica e psicologica?
«Tutte le principali droghe hanno una sorta di sosia nel cervello. Prendiamo la cannabis e la cocaina, le più diffuse. Una volta penetrata nel cervello, la cannabis sfratta l’endocannabinoide naturale, l’anandamide, sostituendosi a essa come un inquilino prepotente. La cocaina fa lo stesso con la dopamina. Il problema è che oggi subiamo il dominio assoluto della dopamina, la molecola più potente di cui siamo dotati, che gestisce il desiderio, il piacere, la motivazione e la gratificazione. Quando c’è dipendenza, questo strapotere agisce senza che la corteccia prefrontale riesca a frenare lo squilibrio chimico».
Lei che, come rivela nel libro, ha sempre votato Pd, che cosa pensa delle politiche della sinistra riguardo agli stupefacenti?
«Nelle mie chiacchierate con Goffredo Bettini, architetto del campo largo, ho sempre trovato grande attenzione e sensibilità per la salute mentale e il futuro dei giovani. È stato proprio Bettini a favorire il confronto, aspro ma civile, con Bonelli. Per me è una battaglia etica e di responsabilità».
L’attenzione di Bettini è un fatto nuovo perché finora il Pd è sempre stato molto permissivo.
«Ha ragione. Ma ora, con Bettini, vorremmo migliorare l’informazione sul tema e fare vera prevenzione».
Lei che cosa chiede alla politica?
«Sono un uomo di scienza e non un politico, e ho un’illusione: che su questo argomento destra e sinistra si uniscano e marcino insieme nell’interesse dei giovani, della famiglia e della società. Finora la cannabis è stata il pomo della discordia, ma mi auguro che finalmente si superino le divisioni tra detrattori e promotori per perseguire il bene comune».
Come valuta l’iniziativa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano su questi temi?
«Mantovano ha avviato un lavoro egregio che ha finalmente acceso il faro sull’epidemia in atto. Su questo tema devo riconoscere che la destra è avanti a tutti».
Come spiegherebbe a un giovane che l’uso reiterato di hashish e marijuana è autodistruttivo?
«Il mio prossimo impegno è entrare nelle scuole. Bisogna creare incontri mensili con l’aiuto delle neuroscienze, coinvolgendo studenti, esperti, genitori e insegnanti. Questa battaglia si vince tutti insieme. Sia in ambulatorio che nelle scuole mostro che cos’è il cervello. Ai giovani che ho di fronte dico: questi siete voi e questo è ciò che avviene quando fumate uno spinello o tirate hashish. Anche se ne salverò uno soltanto la mia azione avrà avuto uno scopo».

 

 

La Verità, 9 luglio 2026

«Calcio moribondo, Conte e Maldini non bastano»

Michele Criscitiello, patron di Sportitalia e presidente della Folgore Caratese, squadra dell’Alta Brianza promossa a sorpresa in Serie C in un girone di ferro, ha appena pubblicato Il libro nero del calcio italiano (Piemme). Un saggio documentatissimo, che analizza la gestione delle società e dei vivai, le ambiguità degli organi federali, l’attaccamento alla poltrona di tanti dirigenti, l’invadenza dei procuratori, la casta degli arbitri e il giro dei soldi.
Partiamo da una delle tue creature, la Folgore Caratese promossa in C davanti a Milan-Futuro e al redivivo Chievo. A chi dedichi questo successo?
«Il giorno prima che morisse avevo nominato presidente della società mio padre ottantenne con la promessa che saremmo approdati alla serie C. Lui è il capo della nostra famiglia calciofila. Credeva in me e mi spronava in questa avventura sul campo. Perciò, dedico a lui la nostra promozione».
In una parola, qual è il segreto di questo traguardo?
«Sono due: ambizione e organizzazione».
Che effetto ti fa guardare i Mondiali?
«Nessuno, li sto vedendo poco e malvolentieri. Come Aleksander Ceferin che ha distrutto la Champions League, anche Gianni Infantino sta distruggendo i Mondiali. Da un mese ne parliamo, ma ancora non abbiamo assistito a una partita decente. Speriamo cambia qualcosa da qui in avanti».
Perché bocci anche la Champions?
«Fino a febbraio è noiosa, poi entra nel vivo. L’errore dei grandi dirigenti è cambiare le cose che funzionano invece di quelle che non funzionano. Questi Mondiali, che si giocano in tre Paesi diversi, hanno stadi belli, ma freddi. Anche il pubblico c’è, ma è tiepido giusto per il meteo».
La finale sarà Francia-Argentina come quattro anni fa?
«Ce lo auguriamo, almeno sulla carta promette di essere una bella partita. Le trappole sul percorso non mancano, ma quella sarebbe una bella finale».
Sul nostro sport nazionale disegni uno scenario cupissimo. Qual è il nero più nero del calcio italiano?
«La poca trasparenza della Federazione. Il giorno dell’elezione di Giovanni Malagò ero presente come delegato e vedere 300 persone tributare una standing ovation a Gabriele Gravina mi ha confermato che non siamo consapevoli del pericolo di morte nel quale siamo incorsi».
Eri il nemico numero uno di Gabriele Gravina?
«Non è così. Al telefono lo sento spesso, mi sta simpatico, ci andrei a cena ogni settimana, però non posso non constatare le lacune della sua gestione. Se per due volte non andiamo al Mondiale di che inimicizia parliamo? Basta constatare i fatti. Che io dica che l’era Gravina è stata una sciagura non fa di me un paladino, caso mai giudica gli altri che non lo rimarcano. Il sistema crolla: tranne una quindicina, tutte le 100 società professionistiche perdono soldi. Che cosa aspettiamo? Di morire? Lo siamo già, l’assenza recidiva dai Mondiali lo certifica».
Scrivi che il circoletto del calcio somiglia a quello del cinema italiano, in concreto cosa vuol dire?
«Quello del cinema non lo conosco così bene, il circoletto del calcio pensa solo alla poltrona. Ma se il calcio muore, i grandi capi perdono anche il trono. Non faccio il finto moralista, capisco che i dirigenti vogliano fare business, ma devono farlo per far crescere l’intero movimento. Invece, per tutelare innanzitutto il proprio bene, non si preoccupano del futuro del sistema».
Chi è l’avvocato Giancarlo Viglione?
«È il vero presidente della Figc. Non è un’offesa. È un uomo che lavorava nell’ombra e non aveva un volto pubblico. Ma da quando ha indossato la giacca con il simbolo della Figc e si è seduto al fianco di Malagò la sua strategia è cambiata».
Cosa c’è di male?
«È sempre una questione di trasparenza. Se hai un ruolo ufficiale, se sei direttore generale della federazione, è giusto che tu stia sul palco a fianco del presidente. Ma se invece sei un avvocato, per quanto importante, è un altro discorso».
Già con Gravina era una figura di spicco.
«È l’uomo che ha favorito il patto per cui dopo Gravina doveva arrivare Cosimo Sibilia. Quel patto non fu rispettato e Viglione si è schierato con Gravina. Ora ha portato avanti l’accordo tra Gravina e Malagò. Non c’è nulla di male, ma è importante sapere come stanno le cose».
Da quanto tempo Renzo Ulivieri è presidente dell’Associazione allenatori?
«Da vent’anni, troppi. Non se ne abbia a male, ma non ha più l’età per reggere l’impegno della carica. Il giorno dell’elezione di Malagò era assente per problemi di salute. È un dato di fatto, non un’accusa personale».
Gli stipendi di questi dirigenti sono adeguati? Si fa un uso trasparente dei soldi che finanziano il sistema?
«Gli stipendi sono tutti esagerati verso l’alto. Quando Gianfranco Zola andò al Chelsea in Premier League, noi italiani lo prendevamo per i fondelli perché era andato in un campionato minore. Poi gli inglesi hanno investito i soldi dei diritti televisivi in strutture e stadi, mentre noi italiani li abbiamo spesi in calciatori, figurine e procuratori. Vent’anni dopo vediamo i risultati».
Come funziona l’Aia, l’Associazione italiana arbitri?
«È una casta. Un maxi circoletto dove fa carriera chi porta più voti al presidente e al designatore».
È un ente riformabile?
«Deve esserlo assolutamente. Soprattutto non deve dipendere dalla Federazione».
All’estero da chi dipendono gli arbitri?
«Sempre dalle federazioni, ma si scontrano con paletti invalicabili, mentre da noi si superano facilmente».
Dell’ultimo scandalo di quest’anno che coinvolgeva alcune partite che avrebbero favorito l’Inter non si sa più nulla.
«Si è fermato tutto, ma il capo d’accusa era debole».
Per gli arbitri, la soluzione potrebbe essere il professionismo?
«Potrebbe essere una soluzione per favorire l’indipendenza e cambiare un po’ di cose. Ma si potrebbe anche adottare la formula della Champions, con arbitri internazionali, designati a livello europeo. All’estero questo problema non ce l’hanno. Se ci arbitrassero direttori di gara francesi o spagnoli tanti problemi sarebbero superati, cominciando dai sospetti. Prendere un aereo da Parigi per Milano non è tanto diverso che prenderlo da Napoli».
Come funziona il centro federale di Coverciano?
«Se non hai il patentino Uefa, anche se sei un bravo allenatore, non puoi allenare. Molti posti ai corsi del Centro federale sono riservati agli ex calciatori: la meritocrazia non esiste».
Per diventare allenatori si spende molto?
«Parecchie migliaia di euro. Anche per diventare vice allenatore o preparatore atletico devi allargare il portafoglio. Questo crea una forte selezione».
Le serie C e D funzionano?
«La Serie C a 60 squadre non è sostenibile, ci sono troppi pochi soldi. Ogni club non può avere solo 700.000 euro all’anno dalla Figc».
Bisogna ridurre il numero di squadre?
«E aumentare la mutualità dalla Serie A alla Serie C. Quest’anno la Serie A ha speso 240 milioni per i procuratori, ma alla Serie C ha dato 22 milioni. Chiaro, no? E poi si parla di far crescere i giovani…».
Tornando ai flop della Nazionale, quali sono le cause principali?
«I giovani ci sono in Italia. In tutte le competizioni, le nazionali minori fino all’Under 21 vincono ovunque. Ma quando questi ragazzi arrivano nelle prime squadre non li fanno giocare perché li considerano acerbi, così il talento evapora».
Vedi anche tu un eccesso di stranieri nelle squadre?
«Questo è un altro problema. Per comprare uno straniero non serve depositare una fideiussione bancaria, come invece è richiesto per acquistare un calciatore italiano».
Perché questa disparità di trattamento?
«Non ho una spiegazione perché non riesco a immaginare una motivazione logica».
Qualcuno ci guadagna?
«È probabile, ma anche qui non ho risposte».
Cosa non va nella politica dei giovani e dei vivai?
«Non va tutto. Hanno tolto anche il vincolo societario per cui a fine stagione i giocatori sono liberi di accasarsi altrove. Così i club di B C D non hanno vantaggi nel farli crescere e migliorare, investendo in strutture, scuole calcio e allenatori».
In Italia sono improvvisamente spariti talento e fantasia, nostra forza in tutti i settori, o li soffochiamo con politiche sbagliate?
«Li soffochiamo perché non facciamo giocare ed esprimere i giovani. L’esempio di Palestra è lampante. Il Chelsea ha pagato 60 milioni un giocatore che una big aveva dato in prestito al Cagliari che lottava per non retrocedere».
Cosa si può fare contro lo strapotere dei procuratori?
«Mettere dei paletti. Le commissioni ai procuratori devono avere dei tetti oltre i quali non andare. E poi non devono poter agire sia per conto dei giocatori che delle società. Servono regole più severe e serve farle rispettare».
Perché la Juventus, prima, e poi anche realtà di provincia come Udinese e Atalanta sono riuscite a realizzare o rinnovare lo stadio di proprietà, mentre Roma, Milano e Napoli da decenni ne parlano soltanto?
«La Juventus si è mossa in anticipo per ottenere la concessione di 99 anni dell’impianto. L’Udinese ha approfittato della lungimiranza del sindaco giusto, Furio Honsell, che ha deciso di fare lo stadio».
Altrove prevale la cultura del non fare?
«Purtroppo sì».
Che futuro prevedi per il «metodo Moneyball», la priorità degli algoritmi nella scelta dei giocatori?
«L’analisi dei dati può essere utile per chiudere il cerchio e completare il profilo di un calciatore. Ma prima bisogna considerare altri criteri, più completi, che riguardano la persona. Se usi gli algoritmi per il 20% di rifinitura di un identikit va bene. Ma se con i numeri pensi di sostituire il lavoro degli osservatori e degli esperti di campo, rischi grossi buchi nell’acqua».
Giovanni Malagò è la soluzione giusta per la Figc?
«Se cambia la mentalità e i dirigenti, sì».
Vasto programma: ne è consapevole e ne ha la forza?

«Consapevole lo è, bisogna vedere se ha la forza di arrivare fino in fondo».
Basterà chiamare Antonio Conte e magari Paolo Maldini in Nazionale per far rinascere il nostro movimento?
«Non basterà, ma possono essere gli uomini giusti per ripartire».

 

La Verità, 2 luglio 2026

«Riscopro il mio avo che ispirò la Lega santa»

Luca Josi, lei ha inventato il romanzo parentale?
«Assolutamente no, ho solo traslato i racconti di una nonna che di cognome faceva Bragadin e aveva sostituito le fiabe dei fratelli Grimm con la saga del mio avo Marcantonio».
Dalla nonna alla moglie, Allegra Scattaglia, è un romanzo scritto a quattro mani.
«Siamo una coppia in cui il 99% del talento è in mano a lei mentre e me resta l’1% per far fallire il progetto».
Un sodalizio creativo già provato dalla scoperta di Sven Otten, il ballerino del tormentone della Tim di qualche anno fa, scovato da sua moglie.
«Lì la sua quota era del 100%».
È un romanzo parentale anche per la discendenza da Marcantonio Bragadin: perché ha deciso di raccontarne ora la storia?
«Mio padre ironizza molto sul fatto che abbia la vocazione al martirio, forse riferendosi al fatto che sono diventato craxiano nel 1992».
Già produttore tv con Einstein multimedia e capo della struttura Brand strategy e media di Tim, vulcanico imprenditore della comunicazione, ora Luca Josi pubblica, con Allegra Scattaglia, Venetians. Il segreto dell’Arsenale (Sonzogno), primo di una serie di romanzi storici su Marcantonio Bragadin, l’eroico generale della Repubblica di Venezia, scuoiato vivo dai turchi durante l’assedio di Famagosta perché rifiutò di convertirsi all’islam. Leggendolo, ci si accorge che è una sceneggiatura già pronta per la tv.
La vocazione al martirio spunta anche nella scelta d’imbarcarsi in quest’impresa?
«In famiglia ci sono due stelle polari. Da parte della nonna paterna che faceva Monti Bragadin, e da parte di quella materna, che ci ha regalato uno zio, il tenente Piero Borrotzu che si fece fucilare a 22 anni per salvare i 70 abitanti di Chiusola, rastrellati dai nazisti. Queste due storie non mi garantiscono nessun onore, né coraggio o lustrini, semmai oneri nel doverle e volerle tramandare».
Cominciando dall’eroe di Famagosta.
«Tre anni fa era il 500° anniversario della nascita e ce lo siamo perso. Marcantonio nasce il 21 aprile del 1523 e m’impegnai, con scarsissimi risultati, a far commemorare un signore che, se non fosse esistito, probabilmente il mondo occidentale di oggi sarebbe diverso. Contro il mondo islamico, prima e dopo, ci sono state la battaglia di Poitiers e quella di Vienna. Ma se non ci fosse stata la resistenza disperata di Famagosta, la Lega santa non avrebbe trovato il tempo materiale per organizzare la flotta e poi contro i musulmani la motivazione morale in ragione del supplizio di Bragadin di fermare la storia».
Senza Bragadin non ci sarebbe stata la vittoria di Lepanto.
«Il primo 7 ottobre della storia, 1571, si consuma con una vittoria dell’Occidente totalmente inaspettata che innesca una serie di eventi fino alla divisione del mondo attuale. Io non credo alle cabale e altre suggestioni numerologiche, ma registro che abbiamo avuto altri 7 ottobre: quello dell’Achille Lauro, nel 1985, e quello tragico del 2023, in Israele, esattamente 500 anni dopo la nascita di Bragadin».
Il dedalo di calli e campielli è la cornice perfetta del conflitto tra cattolici, ebrei e musulmani?
«È la città incubatrice che anticipa un’infinità di fenomeni e sistemi e consente a diverse etnie di convivere nella piccola dimensione dei suoi quartieri. Venezia concepisce e dà il nome al primo ghetto della storia».
Perché Marcantonio Bragadin è da riscoprire?
«Intanto, perché è un dimenticato. Non a caso abbiamo deciso di dedicare il libro, oltre che a lui, agli smarriti della storia. Abbiamo una memoria e una capacità mentale limitata. Serve un po’ di tenacia per mantenere vive e ricordare alcune storie invece di altre».
Ma nello specifico che cosa rappresenta?
«È la testimonianza della lealtà alla propria appartenenza. Fior di storici etichettano Bragadin come uno dei tanti ufficiali violenti dell’epoca. Mi sembrano come coloro che discettano nei salotti tv di quanto dovrebbe essere educata e gentile la gestione della politica e non si sa se sarebbero in grado di gestire un’assemblea di condominio».
Perché anche la Serenissima è da riscoprire?
«In quest’anno in cui si celebra il 250° anniversario dell’Indipendenza americana sarebbe un orgoglio italiano ricordarsi che i fondatori, Thomas Jefferson per esempio, citano Filippo Mazzei tra gli ispiratori della Costituzione americana in quanto debitrice dell’architettura legislativa della Serenissima del Cinquecento».
Quest’orgoglio non ce l’abbiamo?
«Non lo sappiamo nemmeno. L’America l’abbiamo scoperta grazie al mio conterraneo Cristoforo Colombo, poi ne abbiamo ispirata la Costituzione grazie a quella di Venezia. Abbiamo buone quote azionarie del processo formativo di quello che oggi è, ancora, non si sa per quanto, il Primo mondo».
Venezia come simbolo e patria dell’Occidente e anche porta d’Oriente?
«Come si direbbe oggi, Venezia era un hub, un luogo di scambi con tutto il mondo conosciuto che vive producendo ricchezza, attraverso la forza dei commerci, della ricerca e la solidità delle sue istituzioni. Nel 1540 di Bragadin, siamo a 50 anni dalla scoperta dell’America, il mondo si sta spostando verso Ovest».
Venezia, patria occidentale in quanto patria di dialogo e commerci?
«È la città che fa convivere la quantità più numerosa di etnie e lingue in un sistema di modernità che anticipa una serie di fenomeni e meccanismi industriali. Negli arsenali si costruiscono due galee al giorno, anziché una Biennale ogni due anni, e nelle procuratie nascono i sistemi di intelligence così come li concepiamo oggi: protezione dei commerci e tutela dei brevetti. Venezia, con Manuzio, inventa il nostro formato di libro ed è la prima Silicon valley della storia perché è la valle del vetro».
Oggi rispolverare il Bragadin di Famagosta e Lepanto vuol dire alzare muri?
«No, è storia che non può essere guardata o scordata a seconda delle opportunità».
Come giudica il fatto che in molte città europee sopravvivono enclavi musulmane poco integrate che minano il senso di sicurezza dei cittadini?
«Il mondo vive di contaminazioni che diventano virtuose se reciproche e simmetriche».
Pietrangelo Buttafuoco ha parlato della Biennale che presiede come di un «giardino di pace»: è un’immagine valida anche per Venezia?
«Diciamo che Bragadin è in pace col Signore e se avesse capitolato forse avremmo avuto ancora prima un presidente islamico della Biennale».
Fedelissimo di Bettino Craxi nel momento della gogna dell’Hotel Raphael, si è definito «un salmone orfano»: anche Buttafuoco lo è andando controcorrente in un momento in cui il fascismo è morto?
«Non so, oggi la destra è ancora al potere, per cui mi sembra che a Buttafuoco sia andata abbastanza bene. Non lo vedo orfano. E mi sembra che la Biennale gli sia arrivata in ragione della Meloni al governo e non di altre categorie dello spirito».
Quindi il fascismo è attivo come si sostiene in molti talk show?
«Chiedersi se il fascismo sia ancora vivo nel 2026 equivarrebbe, nel 1920, a guardare a Napoleone Bonaparte invece che a Filippo Tommaso Marinetti e Benito Mussolini. Oggi bisognerebbe interrogarsi sui tecnofascismi del nostro tempo».
Come avviene spesso a Otto e mezzo, come ci si trova?
«Intanto, mi ospitano con curiosità. Poi posso dire quello che voglio, quindi mi trovo bene».
Assodato che i padiglioni della Biennale sono di proprietà dei singoli Stati, lei è favorevole a bocciare le partecipazioni di alcuni Paesi?
«No. Vorrei che fosse davvero aperta a tutti. I socialisti, nel 1977, fecero la Biennale del dissenso; i sovranisti nel 2026 del consenso in cui il dissenso maggiore è verso il loro stesso governo».
C’è la Biennale degli Stati e quella del team della curatrice Koyo Kouoh, deceduta.
«Non sono un tuttologo ma un pocologo, i miei amici esperti segnalano l’assenza di artisti italiani fuori dal padiglione Italia. Morta la curatrice hanno tenuto la lista che lei aveva redatto, non sappiamo se è incompleta o wokista. Tuttavia, in una Biennale di un governo sovranista quest’assenza si coglie».
Sbaglia Massimo Cacciari a sostenere che, in assenza di forme di propaganda, tenendo aperto il confronto, l’arte e la ricerca scientifica, possono facilitare la ripresa dei rapporti una volta cessate le ostilità?
«No, assolutamente. Infatti, la domanda è se interessa conoscere l’opera dei parenti del ministro Sergej Viktorovic Lavrov o degli enne artisti dissidenti, di quella come delle altre autocrazie del mondo, che navigano nelle solitudini e nelle ossessioni di sistemi che non li lasciano esprimere».
Gli Stati, Italia compresa, scelgono i loro artisti, ma devono sottostare ai diktat delle burocrazie europee non elette da nessuno?
«Diciamo che ci siamo portati avanti avendo avuto enne governi non eletti da nessuno».
Sembra che ci stiamo ravvedendo.
«Speriamo. Dopo aver distrutto classi dirigenti e infamato la politica in ogni sua forma, oggi far politica è un atto di misericordia e un’infamia sociale».
Ribellarsi alle burocrazie calate dall’alto può essere un primo passo?
«Le burocrazie devono essere in funzione delle visioni politiche e non il contrario».
Andando oltre il diritto alla libertà espressiva, è possibile che quasi sempre le esposizioni artistiche contengano critica dell’Occidente, denuncia del capitalismo e del colonialismo?
«Lo è perché noi, Venezia e l’Occidente, nasciamo come mondo delle libertà e le Biennali le facciamo. Nel nostro Occidente prima di questa crisi ospitavamo sui nostri territori e nelle nostre banche migliaia di oligarchi con conti correnti, barche e ville. Contemporaneamente non si ha notizia di miliardari occidentali con dacie, conti correnti o panfili in mondi dell’Est. Il che significa che, almeno sul piano materiale, l’Occidente aveva stravinto».
Si può dire oggi dello Stato israeliano quello che, commentando il depistaggio riguardante le trame contro la Serenissima, Marco Bragadin dice degli ebrei come «utili capri espiatori»?
«Benjamin Netanyahu ha realizzato un capolavoro di autodistruzione dando la stura a un antisemitismo che fa tornare attuale la frase di Isaiah Berlin: “Un antisemita è uno che odia gli ebrei più del necessario”».
Secondo lei il centrodestra al governo ha davvero un progetto di egemonia culturale?
«Se se ne parla significa che non c’è perché l’egemonia si compie quando una serie di soggetti in azione nei vari ambiti della società vengono identificati per la loro appartenenza politica solo dagli addetti ai lavori o dalle controparti. Quando questo avviene è egemonia, altrimenti è lottizzazione».

 

La Verità, 16 maggio 2026

«Vile l’Unione europea che minaccia l’arte»

Ex sindaco di Venezia e filosofo di livello internazionale, il 6 novembre scorso Massimo Cacciari ha tenuto una lectio magistralis alla Biennale di Venezia presieduta da Pietrangelo Buttafuoco intitolata «La morte dello jus belli» sulla fine del diritto internazionale nei conflitti contemporanei.
Professor Cacciari, che cosa pensa della minaccia dell’Unione europea di sospendere i finanziamenti alla Biennale dell’arte di Venezia se non chiuderà il padiglione della Russia?
«E dov’è la novità? Ha ribadito minacce già fatte».
Stavolta c’è un ultimatum con la richiesta di una decisione entro trenta giorni.
«L’ho già detto altre volte. Quella della Ue è una posizione insostenibile e retrograda. Un atteggiamento da Prima guerra mondiale. Come quando si impedivano i concerti e le opere di Johann Strauss, di Giuseppe Verdi e Richard Wagner. L’arte sotto il tallone dei burocrati, una posizione miope e inqualificabile».
La Biennale deve decidere se bloccare la partecipazione degli artisti russi entro trenta giorni, ma l’esposizione inizia il 9 maggio.
«Buttafuoco ha tutta la mia solidarietà, come ho già detto in altre occasioni».
La stupisce il silenzio degli intellettuali, altrimenti soliti strepitare in difesa della libertà e dell’arte?
«Non più di tanto, questo è il mondo… Cosa vuole che le dica… cazzi loro. Avranno paura di perdere fondi ministeriali o altri privilegi, mi pare evidente».
Silenzio davanti a un ultimatum.
«La lettera della Ue è una vergogna. Si accanisce solo nei confronti della Russia, mentre non si esprime su Israele invitando Netanyahu  a interrompere bombardamenti e violenze. Si è perso ogni criterio di giustizia e di verità su tutto. È evidente che un popolo civile, anche laddove si sia in presenza, come lo siamo, di gravi violazioni del diritto internazionale, debba continuare ad avere rapporti sul piano culturale e artistico anche con Paesi avversari o nemici affinché, poi, finita la guerra, si possano ripristinare più facilmente rapporti, se non fraterni, almeno civili. La Biennale fa bene a farlo. Penso che sul piano culturale e scientifico si debbano mantenere tutti i rapporti possibili».
Senza eccezioni?
«È chiaro che la Biennale controllerà. Verificherà che le opere non esprimano contenuti di propaganda. Che non si inneggi all’invasione dell’Ucraina. In questo caso sì, si impedisce la partecipazione. Come se nel padiglione di Israele si esaltasse il massacro di centinaia di migliaia di palestinesi. Il confronto culturale scientifico e artistico deve essere salvaguardato, mentre va corretto quando prende il sopravvento la propaganda. Ma queste sono osservazioni ovvie laddove non avessimo tutti portato il cervello all’ammasso».
Nei mesi scorsi si sono susseguite manifestazioni in cui i movimenti pro Pal intimavano alle università italiane di sospendere i rapporti di collaborazione scientifica con gli atenei israeliani.
«Un’idiozia altrettanto grande come quella imposta dalla Ue alla Biennale. Un’idiozia simmetrica, l’una speculare all’altra».
Qual è, secondo lei, l’atteggiamento mentale che presiede a questi interventi di Bruxelles? Ultimatum, diktat, sanzioni, provvedimenti e minacce che piovono dall’alto.
«Rivelano solo la grande impotenza politica e economica dell’Europa. Siccome non si può fare i prepotenti nei confronti di Israele e degli Stati Uniti, si fa la voce grossa contro la Biennale. È un atteggiamento tipico dei deboli, dei vigliacchi, dei vili».
Un atteggiamento che si giova della compiacenza di politici e media del nostro Paese?
«Ma certo, sono un’unica cosa con i burocrati europei. Manifestano la stessa debolezza, la stessa impotenza».
Se dovesse dare un consiglio a Buttafuoco quale sarebbe?
«Non è facile. Mi auguro che riesca a tener duro. Se non dovesse farcela, lungi da me giudicare. Non è facile scegliere la posizione giusta, dovrà tener conto del rapporto con il governo, il ministero della Cultura, e con l’Unione europea. Non mi scandalizzerei se facesse marcia indietro».
Non sembra questa la sua intenzione.
«Allora gli dico “bravo”. Ma lo capirei se dovesse ingoiare il rospo».

 

La Verità, 12 aprile 2026

«Un intellettuale non di sinistra è un’anomalia»

La locandina di un convegno su Clint Eastwood occhieggia dal profilo Whatsapp di Andrea Minuz, docente di Storia del cinema alla Sapienza di Roma, firma del Foglio e autore dell’imperdibile Egemonia senza cultura. Storia sentimentale di un’ossessione italiana (Silvio Berlusconi editore) leggendo il quale ci si convince che l’egemonia è una cosa seria.
È così, professore?
«Sì, ed è un peccato che oggi sia un’espressione povera di significato, quasi una presenza spettrale. Una specie di forza invisibile che spiega le sconfitte elettorali e i monopoli intellettuali. Usata in modi diversi rispetto a come l’aveva pensata Antonio Gramsci. Chi ne parla spesso è molto interessato all’egemonia e poco alla cultura».
Quella di sinistra è seria, quella di destra una velleità?
«Certo. Quella di destra non può essere avvicinata all’idea gramsciana, mentre la sinistra è erede della lunga stagione del Partito comunista che ha avuto il suo climax negli anni Settanta».
Oggi c’è un clima più avvolgente?
«Allora c’erano l’enciclopedia Einaudi e il cinema impegnato e chiunque si occupava di cultura faceva i conti con le idee e le persone del Pci. Oggi è vivo e vegeto un luogo comune: l’equivalenza tra cultura e sinistra».
Egemonia culturale è un concetto figlio o padre della superiorità morale della sinistra?
«Secondo me, più figlio. Il Pci ha saputo attirare gli intellettuali e convincerli che fossero decisivi per vincere la battaglia delle idee. Loro ci hanno creduto e nella categoria è rimasto questo convincimento di superiorità con il paradosso che, più perdevano di importanza, più si rafforzava in loro l’idea di essere interpreti di questa missione».
La superiorità morale è una versione sofisticata di razzismo?
«È una forma di razzismo perché tende a escludere dal campo delle idee tutte quelle che hanno storie diverse o opposte a quella gramsciano-marxista che da noi è stata prevalente».
La superiorità morale genera anche l’atto dello sdoganare?
«Certo, con la polizia del gusto che alza la sbarra e approva il passaggio da una parte all’altra del campo culturale».
Perché l’espressione intellettuale di destra o cattolico stona?
«Se l’intellettuale non è di sinistra è considerato un’anomalia. Mi viene in mente uno come Augusto Del Noce, distante anni luce dal mondo marxista, un cattolico, un conservatore che ha anticipato una quantità di fenomeni e di cui oggi una persona sotto i trent’anni non ha mai sentito parlare».
Tra i tanti presenti nel libro qual è l’esempio più illuminante di egemonia culturale?
«Ne scelgo due. Il primo è la Rai: tutti i vincitori delle elezioni si illudono di poterla controllare per indirizzare l’opinione pubblica. È l’idea di egemonia gramsciana. In realtà, il partito più forte in Rai è il partito della Rai».
Il secondo?
«Le facoltà umanistiche. Qui, più che egemonia culturale, vedo un conformismo diffuso che porta a non mettere mai in discussione l’eredità del pensiero marxista. Si studiano sempre Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini e mai Giuseppe Berto. Un’altra convinzione scontata è che il mercato e il capitalismo sono sempre un po’ sospetti e cattivi».
Perché la parabola di Giuseppe Berto è significativa?
«Anzitutto perché Il male oscuro è uno dei più grandi romanzi del Secondo dopoguerra che oggi in pochi conoscono. Poi perché Berto ha commesso il peccato di preferire il termine afascista a quello di antifascista perché sapeva che in nome dell’antifascismo si possono compiere le peggiori nefandezze, come la lotta armata».
E perché è significativa la vicenda di Tolkien e del Signore degli anelli?
«È un esempio di egemonia culturale al contrario. C’è un libro della controcultura americana che diventa “la Bibbia degli hippies” e che, rifiutato da Elio Vittorini, consulente Mondadori, arriva in Italia anni dopo grazie a Edilio Rusconi. Tolkien è rifiutato dalla sinistra non perché è un fantasy, ma perché è un libro Rusconi. Per di più, l’operazione editoriale è gestita da Alfredo Cattabiani, un intellettuale emarginato nonostante abbia promosso autori come Cristina Campo e Pavel Florenskij. A quel punto, i giovani di destra degli anni Settanta trovano in Tolkien la mitologia fondativa estranea al fascismo che cercavano».
Poi c’è la fatwa contro il cinema d’evasione: divertirsi è sconveniente?
«Uno dei dogmi della cultura italiana, seriosa e quaresimale, è il primato del realismo e dell’impegno. Perciò, quando ridevi con un film di Totò o di Alberto Sordi o dei fratelli Vanzina dovevi quasi giustificarti. Da qui il mantra: “Se è culturale non può essere divertente e se è divertente non è culturale”».
Ha funzionato di più l’ascensore culturale di Lotta continua o Repubblica come startup di scrittori e artisti?
«Sono due matrimoni perfetti. Dai picchetti alle fabbriche, parte della generazione di Lotta continua si è ritrovata in pochi passi ai vertici di media e giornali o sulle cattedre universitarie. Mentre Repubblica, soprattutto all’epoca dell’antiberlusconismo più arcigno, era la commissione che rilasciava la patente di intellettuale e scrittore civile».
Roberto Saviano si afferma scrivendo il coccodrillo di Pietro Taricone.
«Scalfari ha l’intuizione di trasformarlo in icona pop. Può esibirsi a braccio sull’attualità, come Pasolini».
E Murgia punta di diamante della cultura woke?
«Ha l’intuizione di tradurla al momento giusto in salsa italiana».
Chi è lo scrittore brand?
«Qualcuno che mette il posizionamento politico davanti alla sua opera, indica una minaccia di fascismo al mese e odia il capitalismo anche se ci si trova benissimo. Da ultimo, è uno che dà grande rilievo al suo disagio, meglio se psichico».
Per esempio?
«Paolo Cognetti racconta il suo Tso, Scurati il disagio mentre scriveva M. Il figlio del secolo, tra i candidati al prossimo Premio Strega, Alcide Pierantozzi firma un romanzo costruito sulle sue cartelle cliniche. Magari è bellissimo…».
Qual è il ruolo degli attori cinematografici?
«Dagli anni Settanta il cinema è roccaforte della sinistra. Parliamo delle istituzioni come l’Anac (Associazione nazionale autori cinematografici ndr): un prolungamento del partito. Il cinema è un mondo piccolo e corporativo, dove c’è molto Stato e poco mercato. Quindi destinato a essere un boccone della politica e vittima dell’egemonia culturale».
Deriva da questo l’abitudine del finanziamento pubblico?
«In Italia senza finanziamento pubblico non c’è cinema, la nostra industria è troppo piccola per reggersi solo sulle sue gambe. La perversione è la pigrizia di produttori e registi che considerano dovuti i soldi per fare film. Il problema sono i criteri con cui vengono distribuiti».
I nostri attori sono più militanti di quelli di Hollywood?
«Di sicuro Hollywood è più credibile perché dipende molto meno dalla politica e dai finanziamenti pubblici».
Perché
si sentono in dovere di pronunciarsi su ogni questione di attualità proponendosi come maestri di vita?
«Si sentono investiti di una missione, come se fare bei film non bastasse. Sentono il bisogno di posizionarsi dentro le cause giuste. Il caso del referendum sulla giustizia è emblematico, tutti compatti per il No. Mi sembra un conformismo che fa torto alla complessità in forza di una posizione monolitica e dogmatica. Come ha evidenziato Gaetano Gifuni che ha voluto distanziarsi dalla vicenda raccontata nella serie su Enzo Tortora annunciando il suo voto contro la riforma».
Perché non ci sarà mai un Veltroni di destra?
«Intanto, perché Veltroni è una dinastia, c’era papà Vittorio. Perciò Walter è cresciuto nutrendosi di egemonia culturale e senso di superiorità. Poi Veltroni è un network. La naturalezza con cui passa da un film a un editoriale a un libro del Campiello lo rende l’emblema dell’egemonia culturale».
La serie sulle foibe dimostra che è difficile proporre una fiction di destra?
«Nel racconto delle foibe si avverte un eccesso di committenza della politica che rende sospetto il prodotto. La fiction di destra paga il fatto che la fiction sinistreggiante è la fiction tout court. Perciò, dovendo inventare quella di destra la si giustifica da una posizione di svantaggio».
Intanto la cosiddetta TeleMeloni prepara quella sul Commissario Buonvino tratta dai gialli di Veltroni.
«Veltroni, inteso come network, sa essere amico di tutti. Riuscirebbe a piazzare una fiction anche agli ayatollah».
A proposito di TeleMeloni, vede anche lei una Rai ancora priva di un’identità riconoscibile?
«Io non vedo alcuna TeleMeloni, alcun progetto identitario coerente. Su questo mi sembra molto più bravo Cairo. Anche volendo, la compattezza ideologica di La7 sarebbe impossibile in Rai. Capisco il bisogno di coniare formule come furono TeleCraxi e TeleKabul, ma la politica passa e la Rai resta: è uno dei pezzi più forti di Deep state».
Alla Biennale di Venezia sta andando diversamente, nonostante le rigidità della politica?
«La Biennale di Venezia è la dimostrazione che non esistono due intellettuali di destra che la pensano allo stesso modo. È un bene per le idee, ma è un problema per qualsiasi progetto egemonico».
Politicizzando il referendum Dario Franceschini ha messo tutti nel sacco?
«Sì. Credo che l’80% dell’elettorato non abbia votato sulla giustizia, ma contro la guerra, contro Trump amico di Meloni, contro il governo, motivi che nulla avevano a che fare… Questo è evidente nel voto giovanile».
Le sentinelle della Costituzione.
«Non me la sento di attaccare i giovani… Si è scritto che il No ha vinto grazie a loro, una fetta di popolazione che non ha mai avuto a che fare con la giustizia. Personalmente, contesto soprattutto l’idolatria diffusa della Costituzione che, quando dev’essere modificata dal centrodestra, si trasforma nel Corano».
Cito da un suo articolo: la vittoria del No è un po’ la vittoria del Noi.
«La sinistra ha messo il copyright su una serie di valori da educazione civica come la solidarietà, la democrazia, la pace nel mondo su cui c’è ben poco da obiettare, facendo passare l’idea che le ragioni del Noi siano sempre più importanti di quelle dell’Io. E che le rivoluzioni siano eccitanti e le riforme noiose».
Oggi il dominio woke è un po’ meno incontrastato?
«Credo che abbia iniziato la parabola discendente perché ha mostrato il suo volto intollerante, dogmatico e non di rado pericoloso. Ma non illudiamoci perché non sappiamo da che cosa sarà sostituito. Il pensiero dogmatico e intollerante trova sempre un pubblico disposto a eccitarsi».

 

La Verità, 5 aprile 2026

«Certi big del No soffrono di disforia professionale»

Annalisa Imparato, sostituto procuratore a Santa Maria Capua Vetere, è una delle testimonial più brillanti della campagna per il Sì alla riforma Nordio. I lettori della Verità l’hanno letta su queste colonne il 1° marzo scorso. Il pubblico televisivo l’ha conosciuta qualche giorno fa nello studio di Cinque minuti di Bruno Vespa durante il confronto con il pm della Procura di Patti, Andrea Apollonio. Prima che si presentasse Apollonio avevano dato forfait Silvia Albano, la presidente di Magistratura democratica che boccia sistematicamente i trattenimenti dei clandestini nel Cpr in Albania, e Giovanni Salvi, ex procuratore di Cassazione ed ex membro del Csm.
Annalisa Imparato, lei è la «spaventa magistrati del No»?
«È una domanda che mi fa sorridere. Certamente mi sono molto esposta perché questa riforma garantisce una giustizia più trasparente per i cittadini».
Perché magistrati come Silvia Albano e Giovanni Salvi la evitano?
«Forse, ma è una mia idea, hanno preferito dare priorità ai sondaggi. Cioè, hanno scelto di non presentarsi per evitare eventuali cali di gradimento piuttosto che provare a spiegare le ragioni delle loro posizioni. Mi dispiace perché ritengo arricchente il confronto anche con colleghi che hanno posizioni diverse dalle mie e con i quali ci scambiamo quotidianamente idee e valutazioni. Esiste una magistratura ponderata e moderata da ambedue le parti, ma non sempre prevale».
Che cosa teme chi evita di confrontarsi con lei?
«La verità, credo. Sono riemersi fatti sui quali non è stata fatta abbastanza luce e che evidenziano il rapporto scorretto tra magistratura e correnti politicizzate».
Il famoso «sistema Palamara»?
«Chiamiamolo così. Per me Palamara è stato il primo pentito della magistratura. La paura è far riemergere quei fatti, trovandosi poi costretti a ridurre certe sacche di potere».
Il sistema Palamara è ancora attivo?
«Gli ultimi due anni lo dimostrano. È divertente notare come alcuni importanti magistrati, ora testimonial del No al referendum, abbiano completamente cambiato idea sul sorteggio e la politicizzazione delle correnti. Ci sono procuratori capo che due anni fa definivano le correnti il male assoluto o che parlavano di “sistema paramafioso”, un termine che non condivido, e ora hanno cambiato radicalmente posizione».
Si sono ravveduti senza una giustificazione tecnica: il motivo di questa conversione può essere politico?
«La polarizzazione del referendum è la chiave giusta per cogliere le ragioni di certe conversioni. Questa polarizzazione ha avuto un impatto devastante sull’opinione pubblica perché i toni utilizzati hanno ulteriormente allontanato i cittadini dai magistrati. In alcune situazioni abbiamo visto un certo delirio di onnipotenza».
Perché secondo lei il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il pm anche lui a Napoli Henry John Woodcock e l’ex pm antimafia Nino Di Matteo hanno cambiato posizione rispetto a qualche anno fa?
«Evidentemente c’era del malcontento, qualcuno è rimasto insoddisfatto. E così si è fatta strada una sorta di… come potremmo definirla… disforia professionale».
Che cosa intende dire?
«Che ora, in questo preciso momento storico, si percepiscono diversamente da come si percepivano qualche anno fa».
È vero, come ha scritto, che alcuni magistrati trattano promozioni, carriere e favori adottando comportamenti simili a quelli che perseguono nei politici o negli imprenditori?
«È la storia dal 2019 in poi. Una storia di spartizioni e di nomine avvenute con l’intervento delle correnti. Esistono numerose indagini comprovate da fatti documentali».
Alcuni magistrati adottano comportamenti che invece perseguono nei politici e negli imprenditori?
«Comportamenti simili a quelli che possono avvenire a margine di un concorso universitario. Raccomandazioni, sponsorizzazioni, favori».
Il reato sarebbe traffico di influenze illecite?
«Sì, l’abuso d’ufficio non è più reato. Palamara è stato perseguito proprio per traffico di influenze illecite. Un soggetto che agisce in cambio di un vantaggio adotta una condotta impropria».
Un magistrato si comporta così perché ritiene di averne diritto o perché si considera intoccabile?
«Nella scelta dei ruoli apicali i criteri dovrebbero essere il merito e l’anzianità. Ma la storia degli ultimi anni ci ha dimostrato che spesso le decisioni erano orientate dall’appartenenza alle correnti».
E oggi si teme che il sorteggio dei Csm scardini il sistema?
«Il sorteggio elimina, sia nel Csm che nell’Alta corte disciplinare, il rischio che il giudice non sia quello naturale, ma scelto per la tessera di corrente. Il sorteggio è il meccanismo democratico per eccellenza».
Già adottato in molte situazioni che riguardano la magistratura e il Tribunale dei ministri.
«Vale per la commissione concorsi e per le nomine apicali negli organi direttivi e semidirettivi dei magistrati. Ricorre in tutta la nostra carriera. Perché il livello qualitativo e professionale dei magistrati è molto elevato».
Ma non tutti hanno diritto di accesso al sorteggio.
«A quello per il Csm bisognerà avere 12 anni di anzianità. È un sorteggio qualificato».
Anche a lei è capitato di imbattersi nel cosiddetto sistema?
«Ho avuto un approccio lampo a una corrente. Per una curiosità di giovane magistrato mi sono avvicinata, immaginando che fosse un’occasione di confronto tecnico e del tutto estraneo a componenti ideologiche. Invece, ho scoperto che non era così e ho deciso di allontanarmi».
Questo che cos’ha comportato?
«Ho sempre espresso il mio pensiero liberamente e quando ho deciso di schierarmi pubblicamente per il referendum l’ho fatto per un senso di responsabilità nei confronti dei cittadini e della magistratura. Oggi non concordo con chi, da una parte e dall’altra, ha scelto di nascondersi».
È vero che ha avuto anche consulenze governative?
«C’è chi scrive che la destra mi voleva “stipendiare”, ma è una macchinazione per delegittimarmi. Siccome sono stata consulente part-time e a titolo gratuito della Commissione parlamentare sulle ecomafie, mi era stata proposta la nomina come consulente giuridica del Comitato per la legislazione del Senato».
Di che organismo si tratta?
«È un organo costituzionale eminentemente tecnico e non politico, perciò né di destra né di sinistra, che valuta la congruità dei testi legislativi. Non a caso la sua presidenza cambia ogni anno tra maggioranza e opposizione. Comunque, il Csm non ha autorizzato l’incarico perché avrebbe minato la mia imparzialità. E questa è la prova evidente che non sono una donna di corrente».
L’argomento principale del fronte del No è che la riforma assoggetta la magistratura alla politica, vero o falso?
«Il testo riformato dell’articolo 104 della Costituzione prevede l’indipendenza e l’autonomia sia della magistratura giudicante che della magistratura requirente. Non c’è nessuna possibilità di sottomissione del pm al potere esecutivo».
Nei due Csm presieduti dal Capo dello Stato ci sarebbero sempre due terzi di magistrati e un terzo di laici, nell’Alta corte i magistrati sarebbero il 66%, un’altra parte verrebbe scelta col sorteggio in una platea disposta dal Parlamento, non dal governo, e l’ultima parte dal Capo dello Stato.

«Le opposizioni interpretano questa riforma insieme a quella che, secondo loro, ha indebolito la Corte dei conti e a quella che ha cancellato l’abuso d’ufficio. Quindi anche questa riforma sarebbe volta a indebolire la magistratura. Ma è un’assoluta bugia perché i membri togati verranno scelti con un sorteggio qualificato, mentre i laici saranno scelti in un panel di professori di materie giuridiche e avvocati dal Parlamento. E saranno, quindi, espressione sia della maggioranza che dell’opposizione. È una critica del tutto infondata».
Che proviene dal M5s e dal Pd che hanno diversi ex magistrati nelle loro file.
«Tra un anno si vota. Se fosse vero che la riforma porta il pm sotto il controllo della politica, l’attuale maggioranza varerebbe una legge che la esporrebbe alla possibilità che tra un anno la sinistra orienti la magistratura ancora più di adesso. Mi sembra una follia».
È vero che la riforma Nordio non ha effetti sulla vita dei cittadini?
«Magistrati indipendenti dalle influenze politiche saranno più attenti e diligenti perché consapevoli che all’errore può corrispondere un’adeguata sanzione disciplinare».
Eventualità attualmente remota. È per questo che per l’Anm l’Alta corte disciplinare è un tabù?
«Invece è un passo importante nel miglioramento del funzionamento della giustizia perché aumenterà la qualità delle indagini. Ci sarà maggiore cura e maggiore responsabilizzazione del magistrato a causa dell’introduzione della verifica disciplinare. Anche in questo caso si rompe il rapporto di protezione tra il magistrato e la corrente di riferimento».
Lei è mai stata al Palazzo di giustizia di Roma in Piazza Cavour, il cosiddetto Palazzaccio, dove ha sede la Corte di Cassazione?
«L’ho visitato da studentessa».
Da quello che ha rivelato Ermes Antonucci sul Foglio potrebbe essere una visita istruttiva: il sistema ha anche un curioso risvolto immobiliare?
«Le sedi istituzionali dovrebbero essere neutre e neutrali. Quello che ha scritto Antonucci dovrebbe avere grande risonanza perché in quel Palazzo ci sono il Comitato per il No, l’Anm, l’Associazione europea e anche quella mondiale dei magistrati. Tutti s trovano nel Palazzo dove ha sede un organismo che dovrebbe essere assolutamente terzo. E nessuno paga l’affitto. Le solidarietà intercontinentali corrono da una porta all’altra. Mi sembra evidente che qualcosa non funziona».
Come andrà a finire questo referendum?
«Negli ultimi giorni abbiamo registrato una crescita di attenzione dei cittadini che ora possono cogliere il senso di un cambiamento necessario. Non possiamo restare arroccati a un metodo non allineato agli altri Paesi europei. L’Italia deve progredire e completare finalmente la riforma del processo accusatorio voluta da Giuliano Vassalli».
Serve coraggio a esporsi come sta facendo, teme di doversene pentire?
«Non credo proprio. La campagna di delegittimazione di chi si è speso per il Sì, come la collega Bernadette Nicotra, sconfessata da Magistratura indipendente, e Anna Gallucci, attaccata da una parte della stampa e da molti colleghi, è stata ed è avvilente. Anziché denigrarci sui social, magistrati e giornalisti avrebbero potuto spendere quelle energie per motivare il loro sostegno al No. Il rancore e la rabbia non sono mai buoni compagni di viaggio, ancor meno lo sono per dei magistrati».

 

La Verità, 20 marzo 2026

«Il Pd sacrifica gli interessi italiani alla sua bottega»

Arianna Meloni è reduce dalla manifestazione del Comitato per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati al Teatro Franco Parenti di Milano. Ha qualche linea di febbre, ma accetta di parlare con La Verità della riforma della giustizia, del rapporto con le opposizioni e dello scenario internazionale.
Arianna Meloni, come andrà il referendum?
«Vincerà il Sì».
Sicura?
«Sono piuttosto ottimista».
Per quali motivi?
«Nonostante il tentativo di fuorviare il dibattito con inutili polemiche, quando si entra nel merito ci si accorge che si tratta di una buona riforma. Una riforma che dà forza alla magistratura, rendendola più libera e indipendente dalla politica e dalle correnti politicizzate. Inoltre, con l’istituzione dell’Alta corte disciplinare, i magistrati pagano per gli errori che commettono. Ogni anno si registrano quasi mille ingiuste detenzioni. Una situazione che pagano prima di tutto i diretti interessati sulla propria pelle, e poi i cittadini tutti attraverso il conseguente e ingente esborso finanziario dello Stato per i risarcimenti».
Fino a qualche giorno fa la vittoria sembrava più sicura mentre ora è tornata in discussione?
«Non mi risulta. Certamente, c’è chi ha trasmesso un messaggio fazioso, spostando il dibattito sul piano politico e contro il governo, più che sul merito della legge».
Qualcosa vi ha convinto a impegnarvi maggiormente nella campagna referendaria?
«La riforma della giustizia è un punto qualificante del programma di governo. È una riforma storica, da 30 anni nessuno è riuscito a realizzarla. Questo governo ci sta riuscendo perché è stabile. Non inventiamo nulla di nuovo, ma realizziamo i punti del programma perché, grazie a questa stabilità, possiamo fare le riforme che gli italiani aspettano da decenni. Questa è una delle più importanti. Credo che gli italiani debbano ricordarsi quanto incide il funzionamento della giustizia sulle loro vite. Coloro che scelgono di votare No non otterranno di sicuro l’effetto di mandare a casa il governo Meloni, ma rischiano solo di tenersi una giustizia che non funziona».
Premesso che per gran parte della sinistra e della magistratura si tratta di un voto contro il governo, l’impegno diretto di Giorgia Meloni e di Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, può rivelarsi un boomerang?

«Siamo persone molto coraggiose nel rappresentare le nostre idee. Non temiamo boomerang o autogol, anche perché i sondaggi danno FdI al 30% e Giorgia è tra i leader più amati degli ultimi decenni». 
C’è il rischio che si riproduca lo schema visto con il referendum per la riforma del Senato promosso da Matteo Renzi?

«Innanzitutto, bisogna dire che Renzi arrivò al governo senza passare dal voto popolare. In secondo luogo, non godeva di quella fiducia che oggi gli italiani nutrono per l’attuale premier. Infine, come detto, credo che gli elettori sappiano che questo non è un voto sul governo, ma per i cittadini, per rendere l’Italia più moderna, più efficiente e più giusta. Il voto sul governo ci sarà tra un anno, quando gli italiani potranno decidere se Giorgia Meloni ha lavorato bene o no».
Piazzapulita Renzi ha detto che nel 2027 vincerà il campo largo perché gli italiani si sono accorti che Giorgia Meloni è un bluff.
«Al di là di come la pensa Renzi, credo che, per vincere, il campo largo dovrebbe prima di tutto produrre un programma comune e magari trovare un leader unico e credibile per tutta la coalizione. Frammentato com’è, dubito che ci riesca. Quanto al centrodestra, stiamo realizzando il nostro programma punto per punto».
Lei chiuderà la campagna il 19 a Roma, avete pensato anche a un momento finale di tutta la maggioranza?

«Ci stiamo impegnando tutti molto, stiamo facendo eventi in tutta Italia».
Tutti i partiti della maggioranza sono convinti allo stesso modo dell’importanza di vincere il referendum o da qualcuno vi aspettavate un maggior impegno?

«Mi sembra che stiamo lavorando tutti pancia a terra. Consapevoli che non si tratta di una riforma di partito, ma di un cambiamento fondamentale per gli italiani». 
Lo conferma anche il fatto che alla manifestazione di Milano non avete esposto simboli?
«Abbiamo scelto di privilegiare la visibilità del Sì su quella del simbolo di partito».
Come spiega il fatto che il Pd aveva nel suo programma la separazione e l’Alta corte disciplinare fin dalla Bicamerale di D’Alema…
«Fin dal tempo dell’ex partigiano Giuliano Vassalli».
 E ora la segretaria Elly Schlein si schiera con il No?
«Lo spiego con il fatto che per il Pd diventa più importante raggranellare qualche voto di schieramento contro la Meloni piuttosto che fare una riforma che gran parte della sinistra condivide. Tant’è vero che ci sono molte persone intellettualmente oneste di quell’area che stanno facendo campagna per il Sì».
Perché una nutrita schiera di magistrati, da Nicola Gratteri a Nino Di Matteo fino a Henry John Woodcock, in passato favorevoli al sorteggio del Csm, ora contrastano la riforma?

«Perché vogliono difendere lo status quo».
In che modo pensa che questa riforma possa aiutare a superare le sentenze politiche sull’immigrazione e i divieti ai rimpatri?

«Attraverso il sorteggio del Csm che renderà i magistrati liberi dalle logiche delle correnti, mettendoli in grado di rispondere solo alla loro coscienza e a quello per cui hanno studiato. E attraverso l’Alta corte disciplinare, per cui i magistrati che sbagliano risponderanno dei loro errori. Grazie a questi due nuovi strumenti avremo una giustizia giusta e non ideologizzata».
Qual è la sua opinione sulla vicenda della famiglia del bosco?
«Ritengo che sia utile andare a fondo. In uno Stato di diritto la magistratura dovrebbe applicare le leggi in modo uniforme, in questo caso si ha l’impressione di un accanimento ideologico nei confronti di una famiglia solo perché non se ne condivide lo stile di vita. Togliere i figli ai genitori è una misura estrema, che dovrebbe essere applicata solo in casi in cui si siano appurati gravi abusi, ex post e non ex ante».
Anche in questo caso siamo di fronte a un eccessivo interventismo degli apparati sulla vita dei cittadini?
«Altroché. Lo stesso avviene, per esempio, anche quando un magistrato decide di non convalidare la permanenza nei Cpr di immigrati irregolari con procedimenti penali gravissimi come stupro, stupro di gruppo e pedofilia».
L’establishment e i poteri forti vivono il governo Meloni come una parentesi troppo lunga?
«Noi facciamo politica perché siamo al servizio dei cittadini. Ci interessano poco l’establishment, i salotti e i poteri forti».
Quanto lo scenario internazionale con le guerre in Ucraina, in Israele e ora in Iran ha complicato l’azione di governo?

«È chiaramente uno scenario molto complicato che preoccupa tutti. Abbiamo però la fortuna di avere un leader autorevole come Giorgia Meloni che gode di grande stima internazionale. E che sta lavorando su tutti i fronti per una de-escalation del conflitto e mettere in sicurezza gli italiani che vivono in quell’area».
Speravate in un rapporto più lineare e meno turbolento con la nuova amministrazione americana?
«Non siamo qui a misurare simpatie o antipatie. I rapporti sono quelli di un capo del governo con il presidente degli Stati Uniti, nostro storico alleato, eletto da milioni di americani».
Vi aspettavate una maggiore disponibilità dalle opposizioni, oltre a quella di Elly Schlein, all’offerta di una collaborazione sulle questioni internazionali?
«Certamente sì. Noi siamo sempre stati coerenti, perseguiamo le nostre idee, andando oltre le ideologie. Quando ci sono stati fatti allarmanti come l’invasione dell’Ucraina l’allora presidente del Consiglio poté contare sul nostro sostegno anche dai banchi dell’opposizione. Per quanto ci riguarda ci è molto chiaro che l’interesse della nazione è prioritario, purtroppo non è altrettanto chiaro a tutti».
Se fosse confermata dal referendum la riforma della giustizia basterebbe a caratterizzare la legislatura?
«Fortunatamente abbiamo fatto molte altre cose. Nonostante la situazione internazionale sia estremamente complessa la nazione è tornata a crescere. È ripartita l’economia, è ripartita l’occupazione, ci sono 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro. L’occupazione è cresciuta al Sud, è cresciuta quella femminile e a tempo indeterminato. Quando ci siamo insediati lo spread era a 230 punti. Ora, con due guerre in atto, è poco sopra 70».
Con la vittoria del Sì, sareste spronati a procedere con il premierato?
«Anche se non si vincesse, continueremmo a portare avanti i punti del programma. Il premierato è importante perché dà stabilità e quindi certezza economica alla nazione».
E se vincesse il No che conclusioni tirereste?
«Che gli italiani preferiscono tenersi un giustizia con tante fragilità».

 

 

La Verità, 14 marzo 2026

«Per il No al referendum una squadra di smemorati»

Giorgio Mulè, lei è il giustiziere dei magistrati?
«No, io sono per una giustizia che riguardi anche i magistrati. Una giustizia che li faccia essere responsabili per gli errori che commettono e che sappia esaltarne la professionalità e il merito».
Il video del confronto di Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, esponente di Forza Italia ed ex direttore di Panorama, con il pm Henry John Woodcock a Piazzapulita ha fatto il giro di tutti i social. Il magistrato, divenuto molto mediatico grazie al Savoiagate, Vallettopoli e l’inchiesta sulla P4, ne è uscito malconcio.
Come vi siete salutati alla fine?
«Ci siamo dati la mano, con un reciproco in bocca al lupo».
Si è tolto anche il sassolino delle intercettazioni cui Woodcock sottopose la redazione di Panorama.
«È solo un granello rispetto alla valanga di ingiustizia prodotta dalla Procura di cui faceva parte Woodcock. E rispetto alle vite rovinate, ai destini diversi e alla normalità compromessa di molti cittadini italiani, vittime di indagini finite nel nulla».
Dopo la performance di Piazzapulita la stanno chiamando altri programmi o a La7 è nella lista nera?
«A La7 vado come nella fossa dei leoni. Se mi chiamano, continuerò ad andare, compatibilmente con i miei impegni».
Quando un confronto con Nicola Gratteri?
«Quando vuole, dove vuole…».
Woodcock come Gratteri, Nino Di Matteo e, in parte, anche Marco Travaglio?
«Sono tutti parte di una compagnia di smemorati perché hanno dimenticato ciò che dicevano come antidoto alla malagiustizia, a cominciare dal sorteggio dei membri del Csm per proseguire con la separazione delle carriere».
Perché è importante sottolineare che hanno cambiato idea?
«È importante inchiodarli alla loro ipocrisia. Far emergere che si tratta di posizioni solo ideologiche, che nascondono una contrapposizione a questo governo, i cui destini dovrebbero dipendere dall’esito del referendum».
Questa ipocrisia determinata dalla riforma partorita dal governo è un esempio palese di dipendenza di questi magistrati dalla politica?
«Lo è. Come lo è il voltafaccia della sinistra rispetto a idee di riforme che ha portato avanti per anni e che costituivano il suo Dna autenticamente riformista e garantista».
L’Alta corte disciplinare e la postura garantista erano nella tradizione della sinistra.
«L’Alta corte era a pagina 30 del programma elettorale del Pd del 2022. Questi magistrati sono gli smemorati di complemento rispetto alla compagnia di Travaglio & Co».
Molti leader della sinistra sempre pronti a gridare al ritorno del fascismo scordano che l’unificazione delle carriere fu voluta dal ministro della Giustizia di Mussolini Dino Grandi?
«Questa è una riforma per dirsi autenticamente antifascisti. Chi vota Sì è antifascista perché supera quell’ordinamento del 1941 di uno Stato totalitario e che poggiava su due pilastri: la presunzione di colpevolezza e l’unicità delle carriere».
E scordano che, al contrario, la separazione fu propugnata dal partigiano Giuliano Vassalli?
«Dalla Medaglia d’argento della Resistenza al regime nazifascista Giuliano Vassalli, per la precisione. Che aveva in animo la separazione delle carriere e fu fermato dall’unico partito che ha resistito alla Prima e alla Seconda repubblica: l’Associazione nazionale magistrati».
Un’altra amnesia del fronte del No è l’europeismo?
«Nell’Europa a 27 Stati l’Italia è la Cenerentola della separazione delle carriere insieme alla Grecia. Persino il Vaticano ha introdotto da più di un lustro la separazione».
Significa che negli altri 25 Stati europei la giustizia è assoggettata al potere politico?
«In alcuni Stati è espressamente previsto, come in Francia, dove il pm è “agente dell’esecutivo” e dove il ministro della Giustizia può disporre nomine e trasferimenti. Negli altri Paesi la separazione è netta e totale, con vari ruoli che la politica esercita direttamente sulla magistratura».
Quindi hanno ragione coloro che mettono in guardia da questo rischio?
«In Italia c’è la corazza della Costituzione a impedire qualsiasi ingerenza».
Che percezione ha riguardo all’esito del referendum?
«Non ho percezioni, ma parlo di ciò che vedo da Reggio Calabria a Novara: migliaia di cittadini di destra, di sinistra e di centro che hanno ben chiari i contenuti della riforma e andranno a votare Sì. Alla fine, chi vota No vota per lasciare tutto com’è, magari nella speranza di avere una crisi di governo ed Elly Schlein presidente del consiglio. Non mi pare un affarone, francamente. Soprattutto per il momento storico in cui ci troviamo. Chi vota Sì supera queste degenerazioni, migliora la giustizia e, anche se non gli piace Giorgia Meloni, tra un anno voterà per cambiare il governo. In ogni caso, per adesso ci teniamo la stabilità e chi può gestire la crisi. Unire i due piani è profondamente sbagliato».
Anziché sul merito si discute sullo schieramento e si vota contro il governo?
«Esatto, ed è la cosa più sbagliata perché determinata dalla vacuità e dalla pochezza di argomenti come la deriva autoritaria che nulla c’entrano con il No alla riforma».
La guerra in Iran favorisce il fronte del No?
«La guerra in Iran nulla c’entra con il referendum che non è un campo di battaglia, ma una partita a sé, fondamentale perché riguarda la Costituzione, madre di tutte le leggi italiane. Perciò non si può fare la guerra sul referendum come tentano di fare la sinistra e parte della magistratura. Dev’essere un confronto sereno sulle ragioni del Sì e del No. Noi siamo capaci di portare degli argomenti, dall’altra parte si tenta di innescare una guerra che, però, devia il corso della consultazione».

 

La Verità, 10 marzo 2026

«La riforma mi avrebbe salvato dalla persecuzione»

Ex senatore pd, animato da senso di giustizia e impegnato nella difesa dei diritti sociali, Stefano Esposito è stato vittima di una lunga e persecutoria indagine della Procura di Torino. La racconta in Massacro giudiziario (Liberilibri) di Ermes Antonucci e in questa intervista.
Se dovesse definire con un’immagine la vicenda di cui è stato vittima quale userebbe?
«Il tritacarne».
Composto da?
«Un mix di elementi di cui non sono né il primo né, temo, l’ultimo a essere vittima: il teorema del pm Gianfranco Colace e i media che l’hanno veicolato. È il famoso circuito mediatico giudiziario, che trita chi ci finisce dentro».
Nella prefazione a Massacro giudiziario, Giuliano Ferrara cita Il processo di Franz Kafka: «Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, un mattino fu arrestato». Lei non è stato arrestato, perché dice che lo avrebbe preferito?
«Perché, visti gli adempimenti cui è sottoposta una persona privata della libertà, avrei potuto dire la mia. Invece, in 2.589 giorni, quant’è durata la mia vicenda, non sono nemmeno riuscito a depositare una memoria».
Sette anni d’indagine e 500 intercettazioni non autorizzate, viene in mente il film Le vite degli altri.
«Il riferimento è appropriato perché nel 2020 ho scoperto che erano state attivate intercettazioni telefoniche sull’utenza di Giulio Muttoni, un imprenditore mio amico, per sorvegliare me. Intercettazioni avvenute senza soluzione di continuità dal gennaio 2015 al marzo 2018».
Com’è possibile che 500 intercettazioni, una piccola parte delle 30.000 che hanno riguardato Muttoni, siano state attivate mentre era senatore senza autorizzazione del Parlamento?
«È un grande mistero sul quale ha fatto luce, con una sentenza inusuale per durezza, la Corte costituzionale parlando di “indagine preordinata”».
I capi d’accusa erano corruzione, turbativa d’asta e traffico d’influenze illecite.
«La corruzione sarebbe nata nel 2010, ma si sarebbe concretizzata nel 2015, e già questo la dice lunga sulla preordinazione. Inoltre, sarebbe avvenuta mediante un prestito di Muttoni con un bonifico restituito a un tasso di favore. Questa era, per la Procura, la prova della corruzione. Un pm antimafia mio amico mi ha detto: “Sei l’unico cittadino italiano che ha incassato una tangente tramite un bonifico, restituito”».
Un bonifico tra due preveggenti.
«Ho fatto una telefonata, cinque anni dopo il bonifico, a Raffaele Cantone, presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione ndr), per chiedere informazioni sulla procedura che avrebbe riguardato l’azienda del mio amico colpita da un’interdittiva antimafia. Appena ricevuta la documentazione dell’indagine, i pm di Roma, titolari per competenza territoriale, l’hanno smontata alla radice».
Poi le contestavano il regalo di un Rolex e di un tapis roulant.
«Il Rolex non è mai esistito, come hanno scritto sempre i pm di Roma. Quanto al tapis roulant, è vero che l’ho ricevuto ma anche che l’ho immediatamente restituito. Tutte evidenze presenti nelle carte dell’accusa, ma ignorate».
Qualcuno poteva interpretare il suo interessamento per l’appalto del Forum dello sviluppo economico locale come un contrasto alla società del Lingotto dove si tiene il Salone del libro?
«Il paradosso di quella vicenda è che fui proprio io a insistere affinché il comune di Torino non affidasse l’appalto direttamente al mio amico, ma venisse indetta la gara. Altro che turbativa d’asta».
Lei era un esponente del Pd favorevole alla Tav?
«Forse ero l’unico senza ruoli istituzionali che si batteva per la Torino Lione. Anche sindaci e governatori, da Mercedes Bresso a Giorgio Chiamparino a Piero Fassino erano favorevoli».
Quindi il suo impegno non avrebbe dovuto esporla?
«Mi ha esposto rispetto alle timidezze dei miei colleghi di partito. Non dimentichiamoci che c’erano e ci sono molti sindaci in Val di Susa, consiglieri regionali e comunali del Pd che strizzano l’occhio ai No Tav».
E al centro sociale Askatasuna?
«Il movimento No Tav non esiste nella sua inclinazione violenta senza Askatasuna. Sono inscindibili».
Il suo impegno ha cozzato contro i poteri forti della città o per accusarla i magistrati hanno fatto da soli?
«Credo che in città si sia creato un contesto che già 15 anni fa definivo zona grigia, esattamente come l’ha definito di recente la procuratrice generale Lucia Musti. Siccome non ho condotto una battaglia silenziosa, intorno a me si formò un clima d’insofferenza che qualcuno può aver raccolto».
Era un presunto colpevole?
«Per il pm Colace e chi ha retto la Procura dal 2015 al 2022 l’obiettivo non era istruire il processo ma, con l’avviso di garanzia e la chiusura delle indagini, minare la mia reputazione».
Com’è possibile che abbia saputo dell’archiviazione dell’indagine di sei mesi prima solo grazie all’interrogazione parlamentare di Ivan Scalfarotto al ministro Carlo Nordio?
«Questo è il sistema. La norma prevede che l’indagato sia informato dai pm in caso di rinvio a giudizio, non in caso di archiviazione. A proposito di parità tra accusa e difesa…».
Qual è il costo umano di questa disparità?
«In queste situazioni si continua a omettere che un indagato inizia a scontare la pena dal momento in cui riceve l’avviso di garanzia. Se sei innocente, come nel mio caso, la sconti da innocente».
Che impatto ha avuto questa vicenda sulla sua famiglia?
«Devastante. Il prezzo più alto lo sta pagando mia moglie Rachele che continua ad avere problemi perché la società per cui lavora non ha, come tutte le società con la testa negli Stati Uniti, una compliance particolarmente garantista. In sintesi, ha perso il ruolo che aveva e, nonostante l’indagine sia terminata come abbiamo detto, nessuno glielo ha restituito. Questo ha prodotto il ricorso a cure farmacologiche…».
E gli effetti sui suoi figli?
«Ricordo che una sera Francesco è tornato a casa da scuola dopo che un compagno gli aveva dato del figlio del mafioso. Mi son dovuto trattenere dal telefonare al papà di questo ragazzino e dall’intervenire in altre situazioni analoghe perché le poche energie dovevo concentrarle nella battaglia per dimostrare la mia innocenza».
Come ha fatto a non ammalarsi?
«Non so se non mi sono ammalato, mi tengo sotto controllo. Di sicuro non sono più la persona che ero».
Chi è oggi?
«Un padre e un marito che cerca di portare avanti la propria vita garantendo il miglior standard possibile alla propria famiglia. È faticoso raggiungere questo obiettivo, ma forse ci sto riuscendo. Naturalmente non ho più niente a che fare con la persona che faceva politica 18 ore al giorno e si occupava della vita degli altri. Purtroppo, sono diventato molto cinico…».
Di che cosa vive?
«Ho un’attività di consulenze amministrative, legislative e di relazioni istituzionali per imprese».
Si è mai rimproverato un eccesso di generosità?
«Altroché. Se mi fossi comportato come alcuni miei colleghi che i problemi li schivavano, sicuramente non mi sarei trovato in questa situazione. E, magari, invece di due mandati parlamentari ne avrei fatti quattro. Ma non ho mai interpretato la politica come un mestiere».
Il pm Colace ha avuto sanzioni disciplinari?
«Il Csm l’ha sanzionato con il trasferimento da Torino a Milano, dal penale al civile e con la perdita di un anno di anzianità. La gup Lucia Minutella ha subito una censura. Siccome entrambi hanno fatto ricorso, sono sanzioni ancora sub iudice».
Come si è comportato il suo partito negli anni dell’indagine?
«Un minuto dopo la sua pubblicazione tante persone sono scomparse. Non gli amici, come Matteo Orfini, Emanuele Fiano, Andrea Orlando, Simona Malpezzi, Gianni Cuperlo, Francesco Verducci e naturalmente Scalfarotto, che peraltro non era più nel Pd. Ho riscontrato maggiore vicinanza da altri partiti che dal mio».
Che cosa sarebbe cambiato se fosse stata in vigore la separazione delle carriere?
«Posso presumere che un gip distinto avrebbe osservato gli elementi con maggior attenzione e avrebbe potuto chiudere l’indagine almeno tre anni prima. All’udienza preliminare ho avuto la netta percezione che il gup fosse lì per fare quello che voleva il pm».
Sarebbe bastato controllare le date e la tracciabilità del famoso prestito.
«Sarebbe bastato aver letto le memorie del mio avvocato».
Oltre alla separazione tra pm e giudici quant’è importante la responsabilità civile dei magistrati?
«L’istituzione dell’Alta corte disciplinare è uno dei punti qualificanti della riforma. Come tanti che hanno vissuto un’esperienza simile alla mia non nutro sentimenti di vendetta, ma mi auguro che si possa stabilire un principio per cui un magistrato che dispone di enormi poteri sulle vite delle persone, di fronte a un errore conclamato e ripetuto, sia sanzionato come avviene per tutte le categorie professionali. Di fatto, oggi, i magistrati, pm e giudici, godono di un’impunità pressoché assoluta».
Cosa pensa delle dichiarazioni di Nicola Gratteri e Nino Di Matteo?
«Quelle del 2020 e 2021, quando urlavano contro il sistema delle correnti dal quale erano esclusi o quelle che oggi le rinnegano?».
Quelle in cui affermano che votano Sì al referendum mafiosi e massoni mentre votano No le persone per bene.
«Gratteri è mille miglia lontano dalla cultura garantista alla base della nostra Costituzione. Ci si riempie la bocca della Costituzione più bella del mondo, ma ci si dimentica la pagina che parla della presunzione d’innocenza. Ne sono conferma gli esiti di troppe indagini, comprese le sue, costellate da centinaia di innocenti, distrutti».
I magistrati dell’Anm temono più la separazione, il sorteggio dei membri dei Csm o l’Alta corte disciplinare?
«Temono il sorteggio perché verrebbe meno la loro funzione di potere e distribuzione degli incarichi. E temono l’Alta corte perché un soggetto esterno ai meccanismi attuali qualche sanzione seria nei confronti dei magistrati che sbagliano la applicherebbe».
Come fanno i fautori del Sì al referendum a sopravvivere nel Pd di Elly Schlein?
«Non lo so. Ho scelto di star fuori da questo Partito democratico che ha abbandonato la cultura garantista e l’impegno in favore dei cittadini per privilegiare quello di bottega. La separazione delle carriere era nel Dna della sinistra, ma è stata piegata a una battaglia antigovernativa. Naturalmente chi ha deciso di rimanere ha il mio rispetto, ma credo che l’attuale Pd non c’entri nulla con quello fondato con Walter Veltroni al Lingotto. Oggi il Pd va al traino del M5s, di Avs e di un’associazione privata che si chiama Anm».

 

La Verità, 7 marzo 2026

«Voterò sì, non perdono i persecutori di mio padre»

Gaia Tortora, chi era tuo padre?
«Un uomo per bene. Che amava leggere e fare il suo lavoro. Un giornalista prima e un conduttore televisivo poi».
Come si comportava in famiglia?
«Era una persona normale. Nonostante fossimo consapevoli della sua popolarità, siamo cresciuti in un clima in cui vigevano le regole delle persone normali. Non abbiamo mai respirato l’aria della popolarità o del vippismo, come si dice oggi. Anche in seguito questo ci ha aiutato a mantenere la barra a dritta».
L’hai riconosciuto nell’interpretazione di Fabrizio Gifuni nella serie tv di Hbo Max Portobello diretta da Marco Bellocchio?
«Ho ritrovato lo spirito di mio padre. Ovvio che nessuno fisicamente potrebbe mai somigliargli, ma con la voce e lo sguardo, Gifuni si è calato nello spirito della persona, non del personaggio. Si vede che ha studiato».
Che ricordo hai del giorno dell’arresto quando hai sostenuto l’esame di terza media?
«Ho un ricordo molto nitido di una giornata iniziata in maniera un po’ strana. C’era un certo lavorio in casa, si abbassava il volume della radio, il telefono che squillava… Cose che attribuivo al mio esame. Invece, era altro».
Vi ripetevate che l’equivoco si sarebbe chiarito in fretta, questione di ore.
«Era evidente che doveva essere così, una svista che si sarebbe chiarita rapidamente».
Hai collaborato alla realizzazione della serie, gli sceneggiatori hanno attinto al tuo libro Testa alta, e avanti?
«È un lavoro iniziato tre anni fa e loro hanno letto tutto quello che c’è in giro. Ci siamo visti, mi aggiornavano. Ma io non ho messo bocca su nulla. Intanto, perché c’era un signore che si chiama Marco Bellocchio, poi per preservare la libertà eventuale di poter dire che un film non mi piace».
Invece?
«È un lavoro molto coraggioso, che finalmente restituisce dignità e verità alla storia di mio padre».
Bellocchio si controlla più che in altre occasioni?
«Anch’io temevo le sue visioni, invece qui è stato molto asciutto».
C’è una scena in cui insieme a tua sorella Silvia e alla zia Anna visitate in carcere il papà, ma lui vi dice di non tornare: come vivesti quella decisione?
«Il carcere è un posto dove nessuno ha voglia di vedere un proprio famigliare. A quei tempi i colloqui avvenivano attorno a un tavolone dove ti dovevi quasi sdraiare per toccare un braccio dell’altro. Capii che il suo desiderio fosse evitare quel genere di situazioni».
Avevi 14 anni e, come si direbbe oggi, il diritto alla spensieratezza: come ha segnato la tua adolescenza quella tragedia?
«Ha segnato tutta la vita, non solo l’adolescenza. Ho capito verso i 50 anni quanto ha inciso su di me, in tutto. Nei rapporti con gli altri, nel volerli proteggere a costo di farmi del male. Da adulta ho iniziato a chiedermi che tipo di persona sarei stata se non fossi entrata in questo inferno».
È importante saperlo?
«È molto buddista dirsi “questa è la mia storia e basta”. Ma ogni tanto la testa va lì, e penso che sarei stata una ragazza più spensierata, senza il carico di dolore che si è accumulato nella vita con perdite su perdite».
Compresa quella di tua sorella Silvia.
«Che è morta a 59 anni, la stessa età in cui morì mio padre. Per fortuna mia madre, mancata nel giugno scorso, è arrivata a 92 anni. Convivo con il fatto di essere sola al mondo».
Tuo padre era l’unico uomo in una famiglia di donne. Che cosa vuol dire quello che scrivi nel libro: «ci siamo tutti trasformati nei doppi di noi stessi»?
«Vivi accantonando il te stesso vero, reale, che vorrebbe piangere, urlare e lasciarsi andare, e indossi i panni di un soldato che vuole raggiungere il prima possibile l’obiettivo».
Come hai potuto sopportare tutto questo dolore?
«Fingendo di non sentire, sostanzialmente, come fossi morta. Cosa che ho pagato con una serie di sintomi che sono emersi in età adulta».
Nella serie qualche scena ti ha commosso più di altre?
«Due forse. Quella del Pulcinella che danza nel corridoio della galera che è una citazione delle lettere rivolte ai giudici da mio padre. E il colloquio con il compagno di cella, il rivoluzionario interpretato da Pier Giorgio Bellocchio, quando mio padre gli dice: “tu sai perché sei qui, io no”».
C’è qualche momento che invece ti ha convinto di meno?
«Francamente no».
Uno dei pregi della serie è mostrare che i pentiti vivevano a stretto contatto nella caserma Pastrengo di Roma e trascorrevano insieme il tempo libero?
«Non solo, godevano di privilegi e potevano montare o smontare le loro versioni. Non a caso si chiamava Grand Hotel Pastrengo».
Un altro pregio è sottolineare la complicità tra la procura di Napoli e i cronisti di giudiziaria?
«Per come sono andate le cose, più che cronisti erano dei passa veline. Gli uffici della Procura le passavano e loro le pubblicavano senza verificarle e condendole di aggettivi vomitevoli».
Quanto ti dispiace che non l’abbia prodotta la Rai e che non la vedrà un pubblico più ampio?
«Mi dispiace per tutte le persone che mi stanno fermando e che non possono permettersi una piattaforma. Rai Fiction partecipa con una piccola quota. D’altra parte, quando gli americani hanno visto il soggetto sono impazziti e hanno deciso di farne un lancio mondiale».
Qual è stata la causa principale di ciò che è accaduto a tuo padre?
«Ho 56 anni e ancora me lo chiedo. Pensa com’è difficile vivere con questo tarlo nella testa».
È stato vittima di un errore giudiziario o di qualcos’altro?
«Per sintesi lessicale, televisiva ed editoriale si parla di malagiustizia o di errore. Io ritengo ci sia stata in quella magistratura e in quell’informazione del dolo».
Cioè?
«Non verificando e non cercando i riscontri, automaticamente si gioca con la vita di una persona in maniera consapevole. Sai che quello che fai è sbagliato. Quando c’è dolo c’è responsabilità».
Quanto fa male riconstatare che gli inquirenti non hanno verificato le falsità dei pentiti?
«Fa male tutti i giorni, non solo quando se ne parla per una serie o per altro».
Sarebbe bastato chiamare il numero di telefono annotato nell’agendina della compagna di Giuseppe Puca sotto il nome di Enzo Tortona?
«Per questo dico che c’è dolo. Sarebbe bastato anche un accertamento bancario, piccole cose».
I mancati controlli e la superficialità delle indagini derivano da arroganza e presunzione dei magistrati?
«Non lo so. Capisco che voi colleghi poniate la domanda a me, ma forse non sono io a dover rispondere. Quando si mette in piedi un’operazione come quella contro la Nco (Nuova camorra organizzata ndr) se si sfila l’imputato eccellente magari tutto l’impianto accusatorio crolla».
Arroganza e presunzione sono vizi da cui la magistratura di oggi si è liberata?
«Non mi piace generalizzare proprio perché credo nella giustizia, ma non voglio avere paura della giustizia. Non penso che tutti abbiano vizi come quelli che aveva chi ha gestito le indagini su mio padre».
Che cosa pensi del fatto che i magistrati che l’hanno condannato hanno fatto carriera?
«Che è un’assoluta vergogna. E che nei curriculum dei magistrati, molti dei quali sono bravissimi, bisogna controllare quante inchieste hanno portato a buon fine e quante no».
Secondo te, come hanno continuato a vivere quelli che dopo 11 mesi dall’assoluzione in Cassazione hanno appreso della morte di tuo padre?
«Sinceramente cos’hanno fatto o non fatto dopo non lo so e non mi interessa. Di certo, non li perdono».
Che cosa pensi del fatto che negli ultimi sette anni sono stati pagati dallo Stato 220 milioni di risarcimenti per ingiuste detenzioni, 78 dei quali in Calabria dove Nicola Gratteri è stato titolare di numerose importanti inchieste?
«Penso che questo potrebbe essere uno dei casi in cui controllare il curriculum. E che il dottor Gratteri abbia detto una cosa molto grave qualche giorno fa. Stigmatizzando, oltre a massoni deviati, indagati e imputati tra coloro che votano Sì al referendum, ha dato un marchio di colpevolezza a persone che il nostro ordinamento giudiziario presume innocenti fino al terzo grado di giudizio. Sono francamente basita che quando questo signore viene intervistato nessuno glielo ricordi».
Che cosa insegna la vicenda di tuo padre riguardo al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati?
«Io voto Sì e avrei votato Sì solo per il merito della riforma anche con un governo di centrosinistra».
Perché prima dell’uscita della serie su Hbo Max alcuni media orientati verso il No hanno preventivamente messo in guardia da strumentalizzazioni?

«Se è per questo ho sentito dire anche che il caso di mio padre è stato un errore del fato. Così come a destra qualcuno lo sventola a sinistra lo si vive con imbarazzo. La libertà ha un prezzo anche se, personalmente, non sono collocabile né a destra né a sinistra. Credo che la gente abbia il cervello per informarsi, guardare un film e decidere. Poi, purtroppo, ora il tema è diventato politico. Abbiamo già visto altri referendum dove entra di tutto come in un frullatore».
Oltre che per favorire la terzietà del giudice nel processo, lo smantellamento delle correnti serve a rendere un po’ meno intoccabile la più intoccabile fra le categorie professionali?

«Forse per renderla più equilibrata. Tanti magistrati che non appartengono alle correnti principali non toccano palla e così sono obbligati ad affiliarsi. Secondo me, questo non è un referendum contro, ma in favore della magistratura e di un suo corretto funzionamento».
Premesso che fu il ministro della Giustizia fascista Dino Grandi a unificare le carriere e che l’ex partigiano Giuliano Vassalli voleva separarle, perché Elly Schlein, Massimo D’Alema, Romano Prodi e Rosy Bindi si sono espressi in favore del No?

«Sinceramente non lo so. Rispetto tutte le opinioni e potrei fare altri nomi di persone di centrosinistra che trovano le ragioni del Sì negli opposti orientamenti di Grandi e Vassalli. Forse coloro che votano No lo fanno all’interno di una logica politica. Siccome al governo c’è una maggioranza di centrodestra, bisogna combattere questa coalizione con tutte le forze».

La Verità, 22 febbraio 2026