«Poter seppellire mio marito mi ha salvato»

Negli ampi saloni del ministero per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità di Largo Chigi, contornata da solerti collaboratrici, Eugenia Roccella sembra ancora più minuta. In realtà, è un raro esempio di mitezza al potere. In questa intervista parla per la prima volta della tragica scomparsa di suo marito, Luigi Cavallari, il 27 giugno nel lago di Vico.

Ministro Roccella, com’è stata la ripresa del lavoro dopo la tragica morte di suo marito?

«Per la verità, non ho mai interrotto. Ho ripreso subito, anche perché è quello che avrebbe voluto lui. Lo so con certezza perché ha sempre accompagnato le mie scelte politiche, mi è sempre stato accanto, ha sempre parteggiato. Spesso c’è una difficoltà nei rapporti di coppia, soprattutto quando le donne hanno un impegno intenso fuori dall’ambito familiare; invece, Luigi è sempre stato il primo a mcondividere e ad appoggiarmi, senza mai essere invasivo. Ora è una mancanza abissale. Lo è tutti i minuti della mia vita, considerando che ho sempre vissuto con lui da quando avevo 18 anni. È stato però un grande conforto averlo ritrovato e averlo potuto seppellire cristianamente con una cerimonia affettuosa da parte di tanti. Adesso lo ricorderemo, e lo ricorderanno i suoi ex studenti all’università di Pescara il prossimo 4 dicembre».

Che cosa l’ha sorretta in quei 40 giorni quando non si trovava il suo corpo nel lago?

«La speranza, innanzitutto. E, ovviamente, le persone che mi sono state intorno. Non sono mai stata lasciata sola. La vicinanza dei figli e degli amici: averli intorno in questi momenti, avere una comunità, una rete di affetti, è fondamentale. Non mi sono mai rassegnata, quando non si riusciva a trovarlo. La speranza e la preghiera sono molto strette tra loro. Anche se la perdita è stata violenta. Il modo, lo è stato. Un attimo prima c’era e un attimo dopo era scomparso. La cerimonia degli addii è fondamentale. Ho accompagnato a morire mio padre, e anche mia madre. Sono morti in casa. Mio padre mi diceva: “Voglio morire con la mia mano nella tua”. È un cammino che accompagna la separazione tra due anime sulla terra. Con lui no, è stato molto brutale. Alla fine, non puoi capire, non puoi sapere. Vieni messo di fronte alla limitatezza della vita e della comprensione degli eventi. Non ti resta che affidarti. Capisci che la presunzione dell’autodeterminazione e l’idea del controllo umano sulla vita è qualcosa di illusorio. Così, la consapevolezza della finitezza e dell’impossibilità di avere tutto sotto controllo è un elemento fondamentale del percorso di crescita che nella nostra esistenza possiamo fare».

Quando fu rinvenuto il corpo di suo marito ringraziò pubblicamente gli uomini dello Stato che si erano prodigati a quello scopo: cosa pensa del disprezzo verso le forze dell’ordine a cui assistiamo in questi giorni?

«È un rispetto a cui tutti dovremmo essere educati perché la loro azione è una garanzia del nostro vivere insieme. Nella nostra civiltà si separano i diritti dalla responsabilità. La libertà invece è connessa alle responsabilità personali e sociali. Il disprezzo delle forze dell’ordine deriva da questa mancanza di senso della comunità e di solidarietà».

Da ministro che cosa la colpisce di quello che sta succedendo nelle nostre città?

«Alcuni anni fa il cardinale Camillo Ruini parlava di emergenza educativa. Oggi quella emergenza è diventata un’urgenza. Possiamo anche citare I no che aiutano a crescere, un famoso libro che aiutava a mettere le basi della distinzione tra bene e male. Mi sembra che nella mentalità comune la distinzione tra bene e male non sia più molto popolare. Pensiamo alle fiabe, ai cartoni animati…».

Cosa vuol dire?

«Che erano fondamentali nella formazione dei bambini. C’era il buono che incontrava difficoltà per raggiungere il suo scopo, c’era il cattivo che lo ostacolava, e c’era l’aiutante che faceva vincere il bene… Mi amareggia la svolta nichilista di alcune grandi piattaforme come la Disney. Nelle fiabe e nei cartoni moderni l’eroe è problematico e controverso. È un eroe che, da grande, potrà sfasciare le vetrine. Come ministero abbiamo cercato di aiutare le famiglie nel compito educativo. Oggi le famiglie sono molto più sole di un tempo perché la rete parentale si è smagliata. Mentre il bambino dev’essere al centro di un villaggio: stiamo provando a dare più strumenti, luoghi e risorse per ricostruire questo villaggio».

Un esempio?

«Con il decreto Caivano abbiamo inserito l’opzione del parental control sui nuovi cellulari perché si possa monitorare l’attività dei minori. I genitori possono regolare il tempo, gli orari, i contenuti, i siti e il tipo di persone frequentate dai figli con lo smartphone. Si è liberi di attivarlo oppure no. È un sostegno alle capacità educative dei genitori in cui crediamo molto».

Da ex ragazza del movimento studentesco e femminista sente l’urgenza di «capire» le rivolte di questi giovani?

«I giovani di ogni generazione hanno il proprio malessere. Quando con l’adolescenza ci si affaccia alla vita è normale. Perciò, lo sforzo di ascoltare va fatto sempre. Ma capire non vuol dire giustificare. Oggi vedo più un approccio giustificazionista che un reale tentativo di comprensione, mentre capire vuol dire anche giudicare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato».

Oltre il carovita che assillerebbe i teenagers, qual è il contenuto delle proteste?

«Non l’ho capito. Lo slogan che si sente ripetere è: se facciamo una manifestazione pacifica nessuno ci ascolta mentre se distruggiamo i negozi ci danno retta. Ma questo presuppone che ci siano dei contenuti da ascoltare. Le motivazioni vengono appiccicate dall’esterno, dai politici o dagli opinionisti».

Dopo i saccheggi, con la scoperta che l’ideatore del movimento «17 ottobre» è un militante pro Pal si è definito il profilo politico di queste proteste?

«Fin dall’inizio ho stentato a credere che queste proteste, in cui si vede spesso un atteggiamento distruttivo e nichilista, fossero spontanee. Si ha la sensazione che quello che sta accadendo sia almeno in parte preordinato, e alimentato con una regia. Le autorità competenti sono al lavoro, ma certamente gli elementi che stanno emergendo vanno in questa direzione, anche perché da tempo appare chiaro che in molti casi le mobilitazioni pro Pal in Italia nascondano più una spinta antigovernativa che un reale interesse per la popolazione palestinese».

Che cosa pensa del fatto che buona parte dei protagonisti di queste razzie sono preadolescenti?

«È l’emergenza educativa di cui parlavamo poco fa. Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha messo mano a interventi sulla scuola. Però non può passare l’idea di una certa impunità. Faccio l’esempio della Convenzione di Istanbul sulla violenza contro le donne: i primi due punti riguardano la prevenzione e la protezione, ma il terzo è la repressione. La punizione, se si sceglie il male, è fondamento dell’educazione».

Vuol dire qualcosa il fatto che i dodicenni di oggi durante il Covid avevano sei anni, hanno iniziato la scuola con la Dad e conosciuto i compagni attraverso uno schermo?

«È stata certamente una spinta ulteriore all’approccio ormai universale alla vita mediata dal telefonino. Il rapporto con le tecnologie e lo schermo è dilagante e lascia segni profondi. L’obiettivo è adeguare gli strumenti educativi alle nuove tecnologie, la proposta del parental control ne è un esempio».

L’invasione di Ceuta, la protesta dei casseur, il movimento 17 ottobre dicono che gli adulti non intercettano un intero mondo?

«Sì, è così. Per questo dobbiamo imparare a usare i nuovi strumenti per veicolare messaggi costruttivi. Quando ai ragazzi viene detto “vieni alla manifestazione perché puoi prenderti gratis le sneakers o la felpa firmata” noi che cosa abbiamo da contrapporre?».

Sui social scorre un’onda di rabbia per questi bambini-adolescenti che hanno iniziato a vivere dentro uno schermo?

«Non possiamo fermare le tecnologie, possiamo governarle. Di più, dobbiamo riempirle di contenuti positivi. Dev’esserci la parte gratificante, per potersi identificare con un modello positivo, socialmente riconosciuto. Sono canoni elementari: si deve poter dire “bravo” a un ragazzo che fa la cosa giusta e sanzionare quello che la fa sbagliata. Ma il no dev’essere concreto, non solo accademico».

Perché la Chiesa italiana non si è ancora sentita?

«I vescovi francesi sono stati molto chiari, spero che lo siano presto anche quelli italiani. Perché, proprio nella distinzione tra bene e male, la funzione educativa della Chiesa è fondamentale».

Il terreno più ostico per il suo ministero è quello in favore della natalità?

«È una lotta contro la matematica. Oggi c’è un tasso fertilità di poco più di un figlio per donna, simile a quello degli anni Novanta. Solo che nel 1995 nascevano circa 500.000 bambini e oggi ne nascono 200.000 di meno perché sono diminuite le donne in età fertile. Noi stiamo frenando la discesa più di Francia, Germania, Svezia, Belgio e Danimarca che hanno denatalità simili alla nostra. Non basta certo a consolarci».

Segnali di speranza?

«Un’inversione di tendenza è possibile nel lungo periodo, grazie a politiche di sostegno alla famiglia, ma bisogna aggiornarsi alla contemporaneità. I genitori devono sentirsi liberi di fare i figli che desiderano senza che questo si traduca in una penalizzazione della carriera e degli stili di vita contemporanei».

Quando verrà analizzata a distanza che cosa rimarrà della vicenda della famiglia del bosco?

«Come si è visto in un recente sondaggio questi fatti hanno diffuso sfiducia nei servizi sociali. L’alleanza tra famiglie e servizi ora va ricostruita perché, se nei momenti di difficoltà le famiglie non vi ricorrono per timore della loro invasività, il problema è molto grave».

I medici che stilano certificati falsi per non mandare gli irregolari nei Cpr, i magistrati che rilasciano gli immigrati che delinquono e gli assistenti sociali che tolgono i figli ai genitori di cosa sono sintomo?

«C’è una radicalizzazione del dibattito pubblico. Una volta si discuteva anche di temi molto divisivi con rispetto reciproco e dei ruoli. Cresce la tendenza a usare anche la professione come strumento politico improprio, nella logica della contrapposizione e della radicalizzazione».

Come si vede nella prossima legislatura?

«Se non ho lasciato dopo quello che mi è successo è evidente che continuerò a lavorare, nelle forme che non sarò io a decidere. Non so essere indifferente a ciò che avviene attorno a me. Per me è fondamentale prendere parte».

 

La Verità, 25 ottobre 2026

«La sinistra condanna la violenza con i se e i ma»

Il professor Luca Ricolfi è docente di Analisi dei dati all’Università di Torino e presidente e responsabile scientifico della Fondazione David Hume.

Professore, dopo Parigi e Madrid le proteste sono arrivate in Italia. Pur distinguendo ragioni e contesti, siamo all’internazionalizzazione della guerriglia urbana?

«Se per internazionalizzazione intendiamo la formazione di una rete globale organizzata direi di no, non mi sembra che siamo ancora a quel punto: organizzarsi sul serio è rischioso, molto più rischioso, che agire in modo scollegato. Penso, semmai, che siamo di fronte a meccanismi imitativi di emulazione, qualche volta – per le grandi occasioni – supportati da trasferte da un paese europeo all’altro, un po’ come per i rave. La pericolosità di queste frange è che non hanno un programma politico, e perciò possono sfruttare qualsiasi evento pubblico, come pulci che cambiano cane».

Come valuta che, prima degli ultimi vandalismi, settori della cultura e dei media parlavano delle mobilitazioni francesi e spagnole come dell’espressione della meglio gioventù?

«È il solito meccanismo di proiezione: dietro la violenza altrui si pretende di vedere le buone ragioni della propria parte politica. Il mondo progressista non ce la fa a condannare la violenza senza se e senza ma».

Che credito si può dare a mobilitazioni intitolate «No Meloni day» e «contro il carovita»?

«Le piazze di questi giorni sono molto diverse, per cui non si può fare un discorso generale. Non c’è niente di male a mobilitarsi contro il governo Meloni, e tantomeno contro il carovita, ma a due condizioni, una ovvia l’altra meno. Quella ovvia è rinunciare alla violenza. Quella meno ovvia è denunciare i violenti senza ambiguità, giustificazionismi, sofismi. L’atteggiamento più pericoloso è quello che dice: “io sono contro la violenza, condanno saccheggi e devastazioni, però i ragazzi che le mettono in atto hanno le loro buone ragioni, che noi dobbiamo capire”. No, se usano la violenza automaticamente declassano le loro buone ragioni».

La campagna elettorale già in corso impedisce di far passare il concetto che il caro benzina e i problemi energetici hanno cause internazionali?

«Il potere dei governi è enormemente sopravvalutato, perché non c’è nessuna consapevolezza dei vincoli cui qualsiasi governo, anche di sinistra, è costretto a sottostare».

Gli adolescenti e i minorenni avvertono in modo così drammatico il problema dell’inflazione e del caro benzina?

«Non credo. Se lo avvertissero, quando saccheggiano riempirebbero solo i carrelli della spesa anziché assaltare i negozi del lusso».

Come interpretare il fatto che una buona parte dei manifestanti sono maranza e immigrati di seconda generazione?

«Nel caso di Milano mi sembra evidente che c’è un problema di frustrazione economica: l’ostentazione del lusso, congeniale alla città ed enormemente cresciuto con la finanziarizzazione e le speculazioni edilizie degli ultimi anni, suscita risentimento e invidia sociale. Una parte dei membri delle seconde generazioni fanno il confronto con lo stile di vita dei figli di papà milanesi e vorrebbero bruciare le tappe. Ovvero: prendere con la forza e subito, anziché con il lavoro, quello cui pensano di avere diritto. Niente di più lontano dalla umiltà e laboriosità degli emigranti italiani del secolo scorso».

L’altra componente sono gli incappucciati dei centri sociali: sinistra e islam si saldano nelle piazze anti Meloni?

«Non ho elementi per valutare la forza di questa saldatura. Però una cosa me la sento di affermare: i centri sociali sono quasi sempre coinvolti negli scontri, e non prendono quasi mai le distanze dalla violenza. Quindi la richiesta da fare alla sinistra non è di condannare la violenza (niente di più facile, a parole), ma di spiegare a) perché non assume una posizione netta contro i comportamenti di tanti membri dei centri sociali; b) come mai continua a finanziare e proteggere quei centri a dispetto della loro evidente compromissione con la violenza».

Il sogno multietnico e l’integrazione tra Islam e Occidente rimane fantascienza?

«Quello multietnico sarebbe stato un sogno felice se avessimo accolto di meno, e soprattutto meglio, con organizzazione, severità e umanità. Così sta diventando un incubo. A mio parere nessuna integrazione è possibile se non c’è rifiuto totale e incondizionato della violenza. Ci balocchiamo con i “valori dell’Occidente” ma dimentichiamo che, dal Seicento in poi, il nostro valore supremo è stata la rinuncia alla violenza dei privati verso altri privati. È questo che accomuna Hobbes e Locke».

La regia delle mobilitazioni è attribuita alla sigla «Italia in piazza» operante sul Web: in piazza per spaccare tutto come i casseurs francesi?

«Allo stato se ne sa poco. Bisognerà chiedere al ministero dell’Interno di dare informazioni su questa sigla, e ai giornalisti di inchiesta di scoprire quel che il ministero non può rivelare. Sarebbe un ottimo inizio per la nuova stagione di Report».

Qualcuno si è stupito che a Torino, dove Askatasuna rimane attivissimo, sia stata vandalizzata una libreria Feltrinelli e non un marchio del lusso.

«Può anche essere casuale, gli obiettivi prescelti dipendono anche dal grado di protezione garantito da parte delle forze dell’ordine. Ma non si può escludere che invece non sia un caso: a Torino il lusso è poco esibito, e la ricchezza è molto minore che a Milano».

È questa la «rivolta sociale» auspicata da Maurizio Landini?

«Non credo che Landini si augurasse saccheggi e violenze. Ma questo aggrava le sue responsabilità: se davvero non voleva scatenare una rivolta, ha fatto un errore imperdonabile a usare quella parola. Se uno si accende una sigaretta con un fiammifero non puoi accusarlo di piromania, ma se lo fa in una foresta in pieno agosto sì».

Silvia Salis ha detto che le proteste giovanili sono «legittime e motivate» e Elly Schlein ha intimato al governo di «non offuscare le ragioni delle proteste». Silenzio da Giuseppe Conte. C’è un approccio diverso nel campo largo a questi temi?

«Le proteste giovanili potrebbero essere giudicate “legittime e motivate” se fossero accompagnate da un rifiuto esplicito e non ambiguo della violenza. Nel momento in cui tollerano la violenza perdono una parte importante della loro legittimità, è grave che Schlein non se ne renda conto. Sul silenzio di Conte mi sto interrogando anch’io. A me è capitato di intervistarlo qualche giorno fa al Teatro Umberto di Nola proprio sul tema della sicurezza, e ne ho ricavato l’impressione che, su questo, sia infinitamente più avanti di Schlein. Proprio la sicurezza potrebbe essere il punto che differenzia il programma dei Cinque Stelle da quello del Pd».

Secondo lei, ora che sono state devastate le Ztl, Partito democratico e Avs saranno meno indulgenti verso queste manifestazioni?

«Tenderei a escluderlo. Sulla sicurezza i dirigenti del campo largo sono prigionieri di automatismi mentali sessantottini, che non riescono a superare proprio perché, loro, il Sessantotto non l’hanno né vissuto né praticato né capito. E se una cosa l’hai solo orecchiata, senza viverla dal di dentro, hai anche più difficoltà a superarla».

 

 

La Verità, 20 ottobre 2026

«La nuova scuola impari a educare alla bellezza»

Davide Rondoni, che bilancio fa dell’ottavo centenario della morte di San Francesco?
«All’inizio della mia avventura nel Comitato per le celebrazioni avevo parlato di <un’esplosione di vita> e così è stata. Un’esplosione di vita, documentata in tante iniziative che rimarranno nel tempo e nella realizzazione di programmi artistici e solidali in 50 paesi del mondo».
Per i giovani è stata l’occasione privilegiata per scoprire una figura piena di fascino?

«A giudicare dalla loro partecipazione, direi proprio di sì. Vedo che tanti Tau occhieggiano al polso o al collo di molti ragazzi».

Lei ha pubblicato un saggio sul santo intitolato La ferita la letizia (Fazi editore): qual è la parola che direbbe ai giovani per trasmettere la sua testimonianza?

«La parola chiave è creatura. Francesco crede nell’Altissimo onnipotente e buono. Essere una creatura vuol dire che se sei nato vai bene, non me lo devi dimostrare tutti i giorni».

Il contrario della competizione che vediamo ovunque.

«Essere creatura è il contrario dell’ansia che domina la vita di tanti ragazzi».
Parlando dell’acqua e del fuoco ci possiamo dimenticare che le strofe del Cantico iniziano con «Laudato sii, mio Signore»?

«Il Cantico è alle creature, non alla flora e alla fauna. È un canto a Dio a cui si unisce tutto il creato e che Francesco ama poveramente perché la povertà è un amore povero. Francesco non ama le creature perché sono sue o fanno quello che dice lui. Sa che la natura a volte è madre e a volte sembra matrigna. È comunque segno di Dio creatore. In questi giorni in Nepal dire “sorella acqua” in modo banale sarebbe inopportuno e difficile».
Il fatto che in Italia non ci siano le proteste che vediamo in Francia è segno che le nostre istituzioni sono più attente al mondo della scuola?

«Non sono un sociologo, ma credo che la diversità dipenda dal fatto che il quadro sociale è migliore rispetto ai Paesi dove avvengono queste rivolte. Tuttavia, occorre fare attenzione ai segnali di disagio, dalla violenza alle dipendenze, che vengono da giovani ai quali non insegniamo il sentimento creaturale dell’esistenza».

Il decreto scuola del ministero dell’Istruzione e del merito che a giorni sarà legge è adeguato alle esigenze attuali?
«Non sono un politico e non ho mai voluto insegnare, ma giro le scuole e frequento un sacco di ragazzi. Mi permetto di dire che, come prevede il decreto, possiamo anche chiamare tutte le scuole superiori licei e applicare il buon senso al numero di stranieri nella stessa classe, ma trovo sorprendente che nella scuola italiana la musica sia quasi assente, l’arte sia proposta solo come storia e la poesia sia mal fatta, come dimostra il solo 5% dei maturandi che l’anno scorso hanno commentato un’opera di Cesare Pavese».

Il ministro Giuseppe Valditara ha appena annunciato che nei programmi di italiano si tratterà il melodramma.

«Non basta far approfondire Verdi nei licei musicali».

Insomma, per lei manca un’educazione alla bellezza?

«Mi sembra che, pur essendoci molti insegnanti ben disposti, l’educazione alla bellezza sia da sempre Cenerentola. Si pensa che l’arte non sia importante, ritenendo di fare integrazione ed educazione con le competenze e i vari corsi per la legalità e l’affettività. È paradossale, considerato che siamo l’Italia. A questo proposito, i dati, non le mie idee, sono impietosi. Perciò auspico che si crei il prima possibile un tavolo di lavoro comune tra il ministero della Cultura, quello dell’Istruzione e quello dell’Università che si occupa delle accademie e dei conservatori. Sarebbe bello che giovani musicisti dei conservatori girassero le scuole e che studenti delle superiori frequentassero le accademie delle belle arti, facendo più ore di musica e arte perché è di questo che hanno fame i ragazzi».

È un salto di qualità quello degli istituti tecnici e professionali trasformati in licei tecnologici e professionali?

«Non basta cambiare i nomi per ottenere un upgrade. Credo che anche un ragazzo che frequenta un liceo tecnologico o professionale abbia il diritto di incontrare la musica di Antonio Vivaldi, le sfumature di Caravaggio e le poesie di Pier Paolo Pasolini e Mario Luzi».

Non è che prima di questo decreto ne avessero la possibilità.

«Infatti, il problema dura da 50 anni e gli effetti si vedono. Proviamo a risolverlo».

Il decreto è finalizzato anche all’inclusione dei disabili, degli stranieri e ai corsi sull’affettività.
«Se non si fa arte, tanto vale chiudere le scuole e fare dei corsi di affettività di Stato. Un’idea alla quale neanche Stalin e Hitler avevano pensato».

C’è il fenomeno dei femminicidi.

«Leggendo le poesie dei trovatori e le opere di San Francesco si scoprirebbe la differenza tra amare e possedere».

È una novità positiva la richiesta ai genitori di origine straniera di imparare la lingua italiana?

«È ovvio. Ma la vera amicizia con la cultura italiana si ottiene facendone scoprire, attraverso la nostra lingua, le sue espressioni migliori come l’arte e la poesia. Ha fatto più integrazione san Filippo Neri cantando negli oratori di tanti progetti scolastici. L’Italia è un paese di grandi educatori, da don Bosco a Maria Montessori, da don Giussani a don Milani: guardiamo a loro per capire come hanno fatto».

C’è chi lamenta che anche per accedere a professioni normali servono troppi corsi che, per altro, non garantiscono l’inserimento. Una volta alle maestre elementari bastava il diploma delle magistrali, ora serve la laurea.

«Nel “Manifesto per una giovane Italia” scritto con altri artisti chiediamo l’abolizione del valore legale della laurea, un diverso sistema di ingresso nelle professioni e una rimessa in moto dei giovani attraverso una sferzata alla comodità degli adulti. Come ho avuto occasione di dire al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, non abbiamo solo ragazzi che primeggiano nello sport, ma anche in tante professioni. Soltanto che, per farlo bene vanno via. Mentre, se restano, si avviliscono».

La vera riforma da fare è quella del corpo insegnante, in gran parte impermeabile alle domande di senso degli adolescenti?
«Ho suggerito al ministro Valditara l’idea di istituire una vera scuola dei talenti al posto della scuola delle enciclopedie. Una scuola di scopritori di talenti, non di funzionari frustrati».

Bisognerebbe iniziare pagando adeguatamente i professori?

«Quando vedrò gli insegnanti in piazza per chiedere 3.500 euro al mese, ma al contempo disponibili ad accettare il licenziamento, sarò contento. Purtroppo, per garantire il lavoro sicuro si è siglato un patto fatto di routine a 1.500 euro. A pagarlo in termini umani sono i ragazzi. Forse la parabola dei talenti offre un’impostazione educativa migliore dell’enciclopedia statalista della scuola attuale».

 

La Verità, 14 ottobre 2026

«La speranza? I “cattolici bambini” di Francia»

Susanna Tamaro, perché ha deciso di pubblicare questo saggio intitolato Dopo il diluvio – Riscoprire la saggezza educativa per salvare i nostri ragazzi (Solferino)?
«Perché quando ci si guarda intorno e si incontrano le persone ci si accorge di una deriva che produce disperazione e distruzione. È in continuo aumento la quantità di ragazzi che abusano di alcol e stupefacenti, che si devastano nella ricerca dello sballo, che praticano forme di autolesionismo. Tutti questi fenomeni sono il segno di una società che non ama la vita ed è incapace di affrontare il futuro».
Quand’è iniziato il diluvio a cui si riferisce?
«Negli anni Novanta del secolo scorso quando si sono messi in discussione i fondamenti etici della persona agendo sulla testa dei bambini. Le faccio un esempio: il telecomando in mano ai piccoli. Facendo click, un bambino vede la scena di uno spot, poi l’omicidio di un film e una notizia del telegiornale. È un disordine di immagini che gli fa percepire una realtà priva di senso».
In tempi recenti anche la pandemia è stata una forma di diluvio?
«Il Covid è stato uno spartiacque tra un prima e un dopo e, purtroppo, questo dopo manda bagliori molto sinistri. La Dad nelle scuole e l’annullamento della socialità hanno prodotto disastri. Oggi i ragazzi convivono con livelli di ansia sconosciuti». 
Dopo il Covid siamo diventati più succubi della tecnologia perché ci siamo illusi che aiutasse la rinascita?

«Durante i lockdown abbiamo imparato a coltivare i rapporti a distanza e poi abbiamo continuato a farlo. Tutti comunichiamo attraverso i messaggi, ma sappiamo che i rapporti veri sono quelli che comprendono i corpi, i contatti e le loro complessità».
Perché rimpiange il tempo in cui i bambini giocavano per strada?
«Perché era la palestra dell’umano. Da bambina ero una vittima sacrificale perché mai vincente nei giochi di gruppo. Ma in quegli anni ho scoperto come una folgorazione che esisteva la menzogna: qualcuno si diceva tuo alleato e invece ti tradiva alle spalle. Così, ho imparato che ci sono persone leali, altre false, altre carogne. Nella dimensione del gioco infantile, per fortuna in assenza dei genitori iperprotettivi di oggi, si imparava a difendersi da soli. Oggi viviamo nell’era della permalosità, tutti si offendono e sono feriti».
Quando è accaduto che il bambino è diventato un essere da proteggere come una reliquia?
«Da qualche decennio si è prodotto questo capovolgimento antropologico, gli adulti pendono dalle labbra del bambino come da quelle di un saggio».
Le cronache pullulano di adulti menati quando chiedono educazione o di professoresse aggredite per un brutto voto: perché gli adolescenti non tollerano la correzione?

«Perché da bambini sono stati cresciuti come dei Buddha viventi. Le famiglie smembrate e le mamme single hanno distrutto il ruolo dell’autorità. Una volta c’erano anche i maestri maschi, una figura estinta. Risultato: tanti bambini e adolescenti sono certificati per sindromi particolari».
Perché?
«Perché le certificazioni tranquillizzano tutti, io stessa lo sarei stata. Per me andare a scuola era una tragedia, mi sarei tolta le scarpe e avrei strappato i quaderni, ma il livello di ordine che mi circondava rendeva impossibile seguire i miei istinti. Con un’insegnate di sostegno forse avrei sofferto di meno, ma alla fine ce l’ho fatta lo stesso. Credo che oggi le certificazioni siano esagerate, i problemi sono neurologici non psicologici».
Gli educatori moderni sono consapevoli, come diceva Pavel Florenskij, che i primi sette anni di vita sono determinanti per la vita di una persona?
«Secondo me no, perché, come abbiamo detto, si considera il bambino un saggio perfetto. Invece, come le piante anche il bambino ha uno sviluppo progressivo ed è inabitato da sensibilità sottili che aspettano di essere riconosciute e coltivate. Oggi si tende ad anticipare l’avvento della razionalità, chiudendo le porte della fantasia e dell’apertura all’invisibile».
Come si spiega i tanti ragazzi che accoltellano, uccidono o si uccidono per noia, per futili motivi o, quando ne hanno uno, per gareggiare sui social?
«È stata rimossa l’idea che il male sia parte dell’animo umano. Così, quando lo si ignora, può pendere il sopravvento».
Qual è la patologia principale di questa società?
«L’odio per la vita. Viviamo in una società tanatofila, in cui si parla solo dei diritti delle donne e dei bambini, di quando si vuole morire, di come morire, di come essere smaltiti. È una società che considera la vita una malattia di cui liberarsi. Invece, dovremmo dire ai ragazzi che la vita è un’ avventura straordinaria, a volte negativa, ma sempre da scoprire giorno dopo giorno».
Oggi l’istruzione ha sostituito l’educazione, ma il modo di proporla rimuove la ricerca di senso che abita i giovani perché la maggioranza degli insegnanti è figlia di una cultura che rimuove queste domande?
«È così. Ricordo con devozione l’insegnante di italiano delle medie dalla quale ho imparato molto. Dopo aver letto una mia intervista mi scrisse suo figlio, raccontandomi che sua madre gli aveva parlato di me come di un’allieva straordinaria. Una sola insegnante consapevole può fare la differenza rispetto a quei professori che ammanniscono istruzioni automatiche».
Lei scrive che «la semplicità è far capire che la vita è, prima di tutto, politically incorrect e che essere uomini vuol dire sapersi rapportare con la conflittualità e la contraddittorietà dei nostri giorni», ma le «mamme spazzaneve» e i «genitori elicotteri» fanno tutto per appianare ogni ostacolo.

«Per questo alla prima difficoltà i nostri giovani crollano. Quand’ero bambina, andavamo a scuola a piedi e anche allora c’erano i pedofili, ma senza spiegarci perché, i nostri genitori ci dicevano di non accettare caramelle da sconosciuti. Fidarci dell’autorità ci è bastato. Oggi c’è una preoccupazione continua, un’iperprotettività tossica, ultimamente diseducativa perché crea persone deboli».
«Crescere vuol dire saper scegliere e sapere che, scegliendo, si rinuncia a qualcosa. Ma sono proprio quelle rinunce a costruire l’impalcatura solida della vita». In realtà, l’intero sistema ci invita a non scegliere per possedere tutto…
«Dobbiamo consumare, mangiare e vedere tutto. Siamo una società pantagruelica come quella del Paese dei balocchi di Pinocchio, libro profetico. Ma sta arrivando Mangiafuoco e presto i ciuchini finiranno in fondo al mare».
C’è chi chiede i corsi sull’affettività a scuola, lei quale idea suggerirebbe al ministro Giuseppe Valditara?
«Prima di fare i corsi a scuola li farei ai genitori perché sono i primi ad aver bisogno di un indirizzo. Il problema evidentemente sta nel manico, nello stato di fragilità e di confusione in cui vivono ormai la maggior parte dei genitori».
A chi affiderebbe questi corsi?
«A psicologi, pedagoghi e personalità riconosciute che insegnino a distinguere tra il bene e il male. Dobbiamo, purtroppo, ammettere l’assenza della Chiesa su questi temi. Proporrei anche degli incontri per le neomamme e i neopadri perché fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo e nessuno lo insegna. Una volta c’era la linea generazionale, c’erano i nonni e le nonne, oggi questa trasmissione si è affievolita».
Elogiando le scuole parentali vuol farsi scomunicare dal partito politico-mediatico?
«Esattamente. Sono maestra elementare, per questo osservo con attenzione i cambiamenti della scuola che da elementare si è trasformata in primaria perdendo così la vocazione a creare le basi del sapere. Forse per questo sempre più persone, quelle che se lo possono permettere, mandano i loro figli alle scuole parentali o d’ispirazione cattolica».
Ha anche difeso la famiglia del bosco, elogiando il libro della madre Catherine Birmingham.
«Certamente. È un caso gravissimo che inquieta buona parte del Paese perché è un’azione sintomo di uno Stato che sta diventando totalitario».
Grazie alla sinergia tra servizi sociali e settori della magistratura?
«Se si trattava di un problema di igiene lo si poteva risolvere facilmente perché abbiamo di fronte persone colte e intelligenti che hanno un programma educativo che non mette a rischio la formazione dei bambini. Anzi».
Un’altra affermazione rivoluzionaria contenuta nel libro è: «La persona è la sua genealogia». Teorici del transumanesimo, fautori dell’eldorado tecnologico e del primato dell’egualitarismo antropologico inorridiranno.
«L’inorridimento è reciproco. Noi siamo la somma delle persone che, nel bene e nel male, ci hanno preceduto. Ho diversi amici della mia generazione che sono stati adottati da bambini e la ricerca del volto che li ha generati è stato un sottofondo costante, una grande domanda che fa parte della loro vita».
Se la sente di dare un consiglio al ministro per la Famiglia, le pari opportunità e la natalità Eugenia Roccella?
«Forse suggerirei che dobbiamo ricominciare da capo, provando a parlare dell’affettività come costruzione. Alla vita come consumo si deve opporre la vita come costruzione di senso. E soprattutto  rimettere al centro il fondamento dell’etica: non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso».
All’indulgenza nei confronti delle cosiddette droghe leggere oppone l’origine della parola assassino.
«Perché deriva dalla setta degli hashishiyyin della Persia del XII secolo, cioè coloro che, prima di uccidere, fumavano hashish. Una sostanza oggi molto potenziata rispetto ad allora, perciò, parlare di droghe leggere è ingannevole».
Dove intravede un bagliore di speranza?
«Nel sempre maggiore bisogno di silenzio delle persone. Il livello di confusione è tale che sta nascendo un prepotente desiderio di discernimento e di vera libertà interiore.  Negli anni abbiamo visto crescere in maniera esponenziale il fenomeno dei cammini. E i cammini ci parlano di persone in ricerca di senso e di silenzio. L’invisibile parla nel silenzio».
Che cosa pensa di Papa Leone XIV?
«Ho seguito il suo viaggio in Francia in televisione e quando ho visto le folle a Lourdes partecipare al Rosario al lume dei flambeaux e cantare con lui Salve regina sono rimasta sorpresa che, in un mondo apparentemente scristianizzato, esistano ancora tanti “cattolici bambini”».

 

La Verità, 11 ottobre 2026

«I pentiti del woke puntano sull’islamcomunismo»

Simone Lenzi, ex assessore alla Cultura del comune di Livorno (tuttora cantautore, sceneggiatore e autore televisivo) giubilato dal Pd locale per un post su X in cui ironizzava su una statua della Biennale arte 2024 di una «donna con fallo», lei è la vittima più conclamata della cultura woke in Italia. Eppure, conclude uno strepitoso articolo sul Foglio che riassume questi anni di ubriacatura politicamente corretti, con tout est pardonné: perché?

«Perché io non ho alcuna aspirazione a fare il maître à penser: alla fine, più modestamente, giudico le cose soprattutto sulla base dell’impatto che hanno sulla mia vita. E la mia vita è infinitamente migliorata da quando non faccio più l’assessore. Per cui, non solo li perdono, ma li ringrazio».

Questi anni le hanno aperto gli occhi sulle patologie del bel mondo gauchiste (mantenendo il francesismo)?

«È un periodo storico di narcisismo patologico. A sinistra, come ho detto più volte, questa malattia epocale si declina sotto forma di narcisismo etico, di segnalazione continua di virtù che spesso non si hanno. Ma alla fine è tutto marketing social: ci sono prodotti etici che ti piazzano immediatamente fra i buoni e i giusti, funzionano per un po’, poi vengono dismessi e finiscono col riempire i magazzini dell’invendibile. Nel frattempo però nessuno ha davvero discusso di nulla, si sono solo bastonati gli eretici».

Come chiamarli i contorcimenti della sinistra americana rappresentati da Alexandria Ocasio-Cortez? Autocritica, revisione, ripensamento, sconfessione, pentimento… come?

«Hanno compreso che una piattaforma politica basata sull’isteria dei pronomi, i trigger warnings (allarmi di contenuti sensibili ndr) e la lettura compulsiva di Judith Butler difficilmente li porterà a parlare a una maggioranza possibile di elettori. Ora cercano di correre ai ripari».

È un’operazione superficiale, troppo comoda, solo elettorale?

«Non conosco abbastanza bene il dibattito negli Stati Uniti per dirlo. Ma guardo in casa nostra. C’è una cosa che mi ha colpito particolarmente e che trovo emblematica: con l sua lettera a Repubblica, Giuseppe Conte ha fatto un assist a Renzi proprio sul tema del woke, che Renzi, con la sua indubbia scaltrezza politica, ha colto al volo. Insieme hanno gettato il woke giù dai carri del Pride per trovare qualcosa che tenesse insieme il campo largo e giustificasse il fatto di correre insieme alle elezioni. Renzi ha così ottenuto il diritto e far parte del campo largo, Conte, in cambio, ha ottenuto l’incoronazione a leader. Win win per entrambi».

La lettera di Conte è una scrollatina di mano sulla forfora della giacca o qualcosa di più?

«È un’abile mossa politica per intestarsi la leadership del campo largo. Elly Schlein non può smarcarsi con altrettanta disinvoltura e quindi la subisce. Da qui la scompostezza delle reazioni sulle primarie che la vedrebbero sconfitta. Roberto Speranza ha proposto il diciottenne o l’anziano partigiano come candidato simbolico alla primarie. Una cosa fantastica questa dell’anziano partigiano, anche perché un ragazzo che aveva 15 anni nel ’43 a occhio oggi ne avrebbe 99. Speriamo ce la facciano a trovarne uno ancora vivo entro le prossime elezioni! Quanto al resto, il M5s è a favore e contro qualunque cosa a giorni alterni, per cui su questo ha gioco facile e parte decisamente avvantaggiato».

C’è il pericolo di scambiare la cultura woke con la difesa dei diritti civili?

«Il wokismo è paradossalmente la pietra tombale delle lotte per i diritti civili. O si riesce a riportare queste lotte sotto l’ombrello di principi universalistici, quelli cioè per cui il diritto di uno è davvero diritto di tutti, compresi quelli che non lo dovranno esercitare, o quelle aspirazioni verranno esasperate e carezzate sempre e solo per fini elettorali, secondo utili strategie di segmentazione del mercato, per poi essere dismesse quando non fanno più comodo. Proprio come sta accadendo adesso».

Cosa serve per sradicare il narcisismo etico di questi mondi? Anzi, rettifico la domanda: è possibile sradicarlo?

«In generale, servirebbe frequentare di più i bar di paese, farsi amici fuori dalla bolla. Andare alla Sagra del Cinghiale, per esempio. Se poi hai ambizioni intellettuali, magari servirebbe stare meno sui social e leggere quel tanto che basta per storcere il naso ogni volta che ti vendono una parola d’ordine».

Andrea Minuz ha scritto che, siccome Conte propone come cura la riduzione delle diseguaglianze, molto meglio un po’ di schwa che il ritorno dei superbonus e di altri assistenzialismi. Concorda?

«Andrea ha il gusto del paradosso, e in questo paradosso c’è un quintale di ragione. Penso che il superbonus sia stata la più grossa scemenza del dopoguerra. Una cosa inutile, disutile e dannosa, che ha minato i conti dello Stato avendo come contropartita soprattutto il rincaro dei materiali da costruzione».

Dopo quella lettera alcuni leader Pd si sono discolpati, come mai non si è ancora udita sillaba da Elly Schlein?
«Non saprei. Mi pare però che, più in generale, la Schlein stia adottando una strategia di mimetizzazione coi muri di via Sant’Andrea delle Fratte. Intanto però è la segretaria più longeva, e già questo è un ottimo risultato: soprattutto per Conte».

Non le sembra che Schlein incarni proprio il wokismo di asterischi, pronomi, genderismo e che quindi il ripensamento rischi di archiviare anche lei?

«Non ne farei una questione personale, la politica raramente lo è. Piuttosto farei un salto indietro. Ricordo molto bene l’ironia saputella che girava negli ambienti di centrosinistra sulle parole della Meloni che si definiva “Giorgia, madre, e cristiana”. In realtà, si trattava di tre affermazioni identitarie che partivano dalla centralità dell’individuo, Giorgia, per poi ribadire altre due cosette su cui c’era ben poco da scherzare.

In un paese in cui lo Stato funziona poco, e in cui ci sono tante madri che si fanno in quattro per tenere in piedi la baracca, un paese in cui tanta della bellezza di cui andiamo così fieri ci viene proprio dal tesoro spirituale e materiale dell’eredità cristiana, la Meloni aveva scelto la narrazione vincente. Pensarono di combatterla mostrandole la foto in negativo. E la Meloni, che è una politica di razza, lo comprese subito e riconobbe immediatamente la Schlein come antagonista ideale. Ma da sempre l’antiqualcosa porta voti a ciò di cui, nei fatti, è parassita. Lo stesso identico errore dell’antiberlusconismo. E così si fecero portare a spasso per mesi su questioni irrilevanti di cui non frega nulla a nessuno come l’articolo maschile davanti a “presidente del consiglio”».

Per il resto, tutto dimenticato: i conduttori tv che s’inginocchiano in studio per George Floyd, la richiesta di decolonizzare lo sguardo e quello che lei ha chiamato il «preservativo sulla lingua» per purificare il linguaggio?

«Ancora una volta, il narcisismo etico e la sinistra delle classi agiate. Le faccio un esempio facile facile che capiscono tutti, a parte alcuni intellettuali: mia nonna contadina aveva un paio di scarpe. Una volta se le mise in un giorno lavorativo perché aveva una ferita al piede, invece di serbarle per la domenica come si usava. Il padrone del latifondo la rimproverò dal calesse: chi si credeva di essere? Come osava? Ecco, spero sia chiaro come esempio. Qualcuno mi spiega di cosa dovrei sentirmi in colpa? Qualcuno mi spiega in cosa consiste il mio privilegio di uomo bianco, ancorché nipote di servi della gleba? Infine, le do una notizia che la sconvolgerà: per un americano wasp noi italiani non siamo bianchi».

La frase primigenia, «Woke 1.0 was crazy», significa che magari ci saranno una fase due o tre e che saranno migliori?

«Spero di no. Lo ripeto, spero che si tornino a declinare le sacrosante aspirazioni di riscatto e progresso sociale in termini universalistici».

Il woke 2.0 è l’islamocomunismo?

«È un rischio, e credo sia l’ultimo portato dell’intersezionalismo. Fra due anni toccherà leggere una lettera su Repubblica in cui se ne prendono le distanze. Io non sono islamofobo, perché in generale non ho paura di nulla che riguardi le idee, le fedi o gli stili di vita. Ci sono migliaia di musulmani che lavorano, pagano le tasse e hanno tutto il diritto a piantare radici in Italia. Credo però sia saggio comprendere che l’Islam politico esiste e ha ambizioni che non possono convivere con i nostri ordinamenti civili. Che, ripeto, non so se sono i migliori in assoluto e non me ne importa nulla: sono i nostri e tanto mi basta. Credo che l’islam politico sia una forma di colonialismo che molti qui non riconoscono come tale perché, paradossalmente, sono dei suprematisti a loro insaputa: pensano cioè che noi occidentali siamo i migliori anche nel male, che abbiamo il copyright su ogni stortura del mondo e che gli altri siano sempre e solo nostre vittime. Un’altra declinazione del narcisismo etico».

A proposito di islamismo politico, che cosa pensa della comunità bengalese veneziana che minaccia scioperi se non verrà costruita la moschea?

«Non conosco la questione. In generale penso che professare una religione alla luce del sole, in luoghi riconoscibili e deputati, sia sempre meglio che relegarne il culto nelle cantine, dove magari è più facile che attecchiscano spinte alla radicalizzazione».

L’emergenza climatica e ambientale, che pure esiste, può essere il nuovo fronte di sperimentazione ideologica, un’altra forma di woke 2.0?

«Non ho competenze scientifiche abbastanza solide per parlare di emergenza climatica e mi rimetto a chi ne sa più di me. Che qualcosa sia cambiato però mi pare assolutamente evidente. Abbiamo passato un’estate di caldo insopportabile: a mia memoria una cosa così non si era mai vista. Oramai ogni estate si accumula un geopotenziale enorme che poi si traduce in disastri e inondazioni all’arrivo dell’autunno. Questo mi pare chiaro per tutti. L’unica cosa che so è che continuo ad avere fiducia nell’uomo e nella possibilità di trovare soluzioni adattive quando l’ambiente diventa ostile. La cultura è la nostra natura: non credo si possa vagheggiare un ritorno ai bei vecchi tempi quando non c’era l’aria condizionata o ci si scaldava al fuoco del camino, che era inquinantissimo. Credo si debbano trovare soluzioni tecnologiche più avanzate. Con buona volontà e, se possibile, senza isterismi».

 

La Verità, 29 agosto 2026

«Quante Verità nascoste in Italia ancora da svelare»

Dopo 22 anni in Rai, Milo Infante è appena atterrato sul pianeta Mediaset dove condurrà due programmi su Rete 4: una striscia quotidiana al mattino e una prima serata al martedì, al posto di È sempre cartabianca di Bianca Berlinguer.
Qual è il suo stato d’animo per il debutto: curiosità, entusiasmo, preoccupazione?
Prevale la preoccupazione per l’impegno in una realtà editoriale diversa e in un orario tutto nuovo. Credo sia giusto essere preoccupato perché Mediaset ha delle aspettative sul mio lavoro. Proverò a farlo al mio meglio. Il sentimento prevalente è la preoccupazione unito alla felicità per la nuova avventura.
Mediaset le chiede uno share minimo?
Non ne abbiamo parlato perché la striscia quotidiana di Ore 11 è una sperimentazione. Ci aspettiamo che cresca gradualmente. In Rai, all’inizio, Ore 14 faceva l’1.9% per poi raggiungere punte del 13. Mi sembra che alla presentazione della stagione il presidente Pier Silvio Berlusconi abbia fissato a Natale una verifica.
La preoccupazione maggiore deriva dalla concorrenza per il programma del martedì sera, Verità nascoste, nella collocazione di È sempre cartabianca?
Il martedì è un giorno difficile, con grande pluralità di offerte. Con sintesi volgare si potrebbe dire: so’ ca…i. Affronterò con umiltà Giovanni Floris da una parte e Le Iene dall’altra, oltre alla controproposta della Rai, prima Mi manda Raitre e poi Filorosso di Antonino Monteleone. Una serata affollata, ma a me piacciono le sfide.
Nel pomeriggio di Canale 5 è iniziato anche Verità nascoste – Il diario.
L’ho trovata un’idea coraggiosa e molto generosa. Per farmi conoscere, Mediaset mette a mia disposizione forse il pubblico più ampio che abbia mai avuto in una rete ammiraglia e in una fascia di grande ascolto.
La
condirezione di Videonews, la testata di informazione Mediaset, è il vero motivo del suo abbandono della Rai per l’impossibilità di far coesistere la conduzione e il ruolo di direttore?
No, alla fine anche in Rai erano possibilisti. Tuttavia, nella tv pubblica non ho trovato condivisione della mia idea di sperimentare nuovi formati e nuovi linguaggi. Disponibilità che ho trovato moltiplicata in Mediaset. Quando li ho incontrati la prima volta, Mauro Crippa e Andrea Delogu (direttore generale e vicedirettore dell’Informazione e comunicazione Mediaset ndr) mi hanno raccontato il percorso che avevano in mente per me all’interno dell’azienda, prima ancora di parlare della conduzione dei programmi. Questo mi ha molto gratificato.
Quali sono Le verità nascoste? È un titolo un po’ complottista?
Sono quelle che non abbiamo ancora scoperto. Non sempre la verità processuale coincide con la verità vera o la verità intera di un avvenimento.
Un esempio?
Su Garlasco, considerati i tanti errori commessi, le verità nascoste sono talmente tante che non si sa da dove cominciare.
Prima puntata dell’uno settembre
su Garlasco o sul caso Ranucci?
Dipende da ciò che succede. È la cronaca a comandare, vedremo cosa si scoprirà su Ranucci-Lavitola.
Al posto di Ranucci avrebbe fatto un passo indietro?
Non è facile mettersi nei panni degli altri. La vera domanda è: mi sarei mai seduto a tavola con Lavitola?
L’hanno fatto
fior di editorialisti e direttori di giornali.
Evidentemente Lavitola ha grande capacità attrattiva se persino Paolo Mieli mangiava felice il suo piatto di vongole sgusciate, ma non lo ascoltava nei momenti clou… Per me, in questa fase, Ranucci è una vittima, una vera responsabilità dev’essere provata diversamente. Dobbiamo fare attenzione a non trasformarci noi nei Pm.
Certo, ma sul piano della credibilità di un conduttore del servizio pubblico una riflessione è opportuna.

È una valutazione che fortunatamente deve fare la Rai. Oggi ci chiediamo se il lavoro di Report è stato trasparente, ma la Rai ha tutti i giorni la possibilità di verificare la correttezza dei suoi programmi. Se si considera Report un mondo a parte forse si è vissuto nel far west per anni, ma non credo sia così.
In queste prime settimane a Mediaset quali differenze ha riscontrato rispetto alla Rai nel metodo di lavoro e nel rapporto con i colleghi?
Il rapporto con i colleghi della Rai è sempre stato straordinario, ma a Mediaset ho trovato un affetto che non mi sono ancora meritato. Un’accoglienza che ti avvolge e, dal centralinista al dirigente dell’ottavo piano, ti fa sentire parte di una famiglia.
E sul
metodo di lavoro?
Sto applicando il mio, ma dall’altra parte trovo un’azienda dinamica nella quale il prodotto è al centro di tutto e dove, a fronte di una richiesta, c’è una risposta.
Che cosa pensa guardando alle esperienze di altri colleghi come Gerardo Greco e Bianca Berlinguer arrivati a Mediaset dalla Rai oltre a Myrta Merlino che proveniva da La7?
Sono esperienze molto diverse. Bianca ha portato un format che si sta consolidando e che quest’anno al mercoledì regalerà grandi soddisfazioni. Myrta Merlino è arrivata per condurre un programma ed era legata alle sorti di quel programma.
Vivere a Milano aiuta a star lontani dal «mondo di mezzo», quello dei ristoranti romani dove giornalisti, politici, lobbisti e manager pubblici si danno del tu e dove nascono situazioni complicate?
Assolutamente. È il mondo della Roma che si attovaglia e che Dagospia ha raccontato in maniera eccelsa in tutte le sue declinazioni. Milano è lontana dal sistema di «A Fra’, che te serve?» di evangelistiana memoria.
La Madonnina preserva?
Sì, senza pensare che qui siano tutti stinchi di santi. Anche a Milano si fa politica e si può inciampare. Serve prudenza, devi sapere con chi ti attovagli e cosa vuole la persona che hai davanti.
Com’è riuscito finora a non essere paparazzato dalle testate di gossip?
Non vado nei locali, non vivo il jet set. Ho la mia famiglia, mia moglie e mio figlio. Pensa che certi ambienti non m’invitino a cena? Preferisco declinare perché magari non so bene chi paga il conto e c’è il rischio che devi pagarlo tu, non in contanti ma in favori.
Come valuta il fatto che dopo Garlasco il nuovo cold case sia l’uccisione di Simonetta Cesaroni di 35 anni fa?
Ai tempi di Simonetta Cesaroni non si potevano fare indagini sofisticate come oggi. Per di più, che anche quelle possibili sono state fatte male.
Come per Chiara Poggi?
Basta dire che dal 13 agosto 2007 per tutto questo tempo l’unico sospettato è stato Alberto Stasi. Ad Andrea Sempio, portato in caserma il 14 agosto, non fu chiesto che cosa aveva fatto il giorno prima.
Sono irrisolti anche i casi di
Unabomber, del Mostro di Firenze e di Emanuela Orlandi: i nostri corpi investigativi sono inefficienti?
La piccola Kata scomparsa nel nulla da un hotel di Firenze nel giugno 2023 e non è mai più stata trovata. Le indagini o partono bene subito oppure non si riesce più a recuperarle.
Chi sono i suoi amici nel mondo della televisione?
Non sono tantissimi, una è Monica Leoffredi con cui ho lavorato tanti anni e che mmi ha seguito a Mediaset. Ho buoni rapporti con Fiorello, Antonella Clerici, Amadeus e Carlo Conti, anche se non ci frequentiamo quotidianamente. Molti amici li ho fuori dalla televisione.

 

La Verità, 28 agosto 2026

«Il primo approdo è quello del Paese della Ong»

Con le sue «occhiaie di riguardo», Toni Capuozzo, volto storico di Mediaset, incarna un tipo di giornalismo schietto, senza enfasi e piedistalli. Un giornalismo che sa di vecchi mestieri e trasmette passione per l’uomo. Da domenica 30 agosto su Rete 4, l’ex conduttore di Terra! ci racconterà quattro Giganti – I protagonisti della storia: Giovanni Paolo II, la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, John Fitzgerald Kennedy e Leonardo Da Vinci.
Come li hai scelti?
«Non li ho scelti da solo. C’era un ventaglio di nomi, ma non è stato un gioco della torre al contrario. Spero chi è rimasto escluso rientri in una seconda tornata».
L’Europa e l’Occidente hanno bisogno di ritrovare le fondamenta anche grazie a figure come queste?
«Certo. Non è un caso che in Francia abbia spopolato il film su Charles De Gaulle. C’è bisogno di personalità nelle quali riconoscersi, soprattutto a fronte di troppi leader sbiaditi. L’idea stessa di Europa è un po’ impallidita, come dimostra la vicenda dei migranti, i cosiddetti dublinanti, restituiti ai Paesi di primo asilo».
Che cosa non ti convince?
«Molti di loro sono stati raccolti da navi di Ong con bandiere tedesche, spagnole o di altri Stati. Quindi, il primo asilo è avvenuto nei Paesi rappresentati da quelle bandiere. Il pasticcio di questi giorni, con il loro ritorno in territorio italiano, testimonia la confusione in cui si dibatte l’Europa. Guardare ad alcune figure del passato, siano gli uomini del Manifesto di Ventotene, piuttosto che Winston Churchill, Konrad Adenauer o Alcide De Gasperi, può aiutare a capire se è lo sbiadirsi dell’Europa a produrre una classe politica scarsa o se è il contrario».
Lei cosa pensa?
«Che valgano entrambe le ipotesi. Si parla molto della necessità di una visione, ma poi, a proposito di De Gasperi, non c’è un leader che sappia guardare alle prossime generazioni anziché alle prossime elezioni. Lo testimonia il silenzio riguardo a temi come la demografia e i cambiamenti climatici. Prevale un pensiero pigro che si esaurisce nell’amministrazione quotidiana».
La richiesta di Germania, Svizzera, Austria, Finlandia, Svezia e Paesi bassi di rimpatrio dei migranti transitati dal nostro Paese è una risposta alla sospensione dell’Italia degli accordi di Schengen con la Spagna?
«No, queste sono le baruffe politiche. I rimpatri testimoniano l’egoismo dei singoli Stati. Se ad analizzarli fosse uno studioso asiatico o sudamericano li prenderebbe per ciò che sono: una manifestazione di sovranismo spinto».
In che senso?
«La Germania che restituisce i migranti all’Italia mostra di ignorare che l’Europa finisce a Lampedusa. Ognuno si muove per conto proprio, dimostrando grande egoismo. È anche una presa in giro perché se il migrante è stato accolto da una Ong tedesca, il primo asilo è avvenuto su territorio tedesco».
La sospensione di Schengen con la Spagna è giusta?
«Anche questo fa parte delle baruffe politiche. Per muoversi da Ceuta serve almeno prendere un traghetto, bisogna conoscere la geografia. Il blocco di Schengen è nato in seguito a Ceuta e non alle 50.000 regolarizzazioni regalate da Sánchez».
A cosa si deve quell’invasione improvvisa?
«Innanzitutto, al potere dei social. I Marocchini non fuggono dalla fame e dalla guerra, non vanno nei borghi disabitati di montagna, ma puntano al lusso e al divertimento delle città di cui, al massimo, godranno le briciole. Alla base c’è l’antica querelle tra Marocco e Spagna a proposito del Sahara che la recente visita di Sánchez in Algeria ha rinfocolato. Perciò il Marocco ha chiuso entrambi gli occhi su questo esodo. Infine, non dimentichiamo il ruolo dei Fratelli musulmani che hanno offerto aiuto a chi ce l’avrebbe fatta. Il loro disegno resta la riconquista dell’Europa con l’arma demografica».
Escludi l’influenza dei servizi segreti americani?
«Sì, è una dietrologia eccessiva».
Le autorità dell’Unione europea hanno realizzato la centralità del tema dell’immigrazione, in molti Paesi causa della crescita dei partiti di destra?
«Non sono sicuro che l’abbiano realizzato. Accoglienza è la parola magica che attraverso la Chiesa e la sinistra politica seduce le persone buone e non solo loro. Questa parola va messa in discussione non certo per costruire muri, ma per governare il fenomeno».
O si sceglie la via del sentimento o quella della politica?
«Quella della politica e di regole che rispondano alle necessità e al buon senso. In questi giorni sul Messaggero veneto un’inserzione pubblicitaria annuncia: “Cercasi vendemmiatori”. Un tempo la vendemmia era un impegno stagionale di noi giovani. Solo in Friuli ho contato tre o quattro centri per minori che se ne stanno lì senza fare niente. Evitando, ovviamente, lo sfruttamento dei minori, perché non si fanno centri di formazione professionale per camerieri, muratori e per quei mestieri per i quali manca la manodopera? Il principio di accoglienza samaritana che offre tutto, vitto e alloggio con il vuoto attorno, non ha più alcun senso».
Per quanto ancora i leader dell’Ue potranno rinviare la necessità di una linea comune sulla sicurezza e sulla convivenza con le comunità islamiche?
«I leader europei sono prigionieri di un’agenda vecchia. Ci hanno fatto credere che il futuro dell’Europa dipendeva dalla questione ucraina, spingendoci al riarmo per ricacciare la Russia nei vecchi confini e rinunciando alla diplomazia. L’Ue dovrebbe ridiscutere questa agenda e riconsiderare la politica dell’accoglienza. Come si dice accoglienza in tedesco?».
Chi ha predicato per decenni questo verbo saprà correggersi?
«Nel Dna della sinistra c’è una difficoltà strutturale ad ammettere gli errori. Dopo un certo numero di anni sarebbe giusto chiedersi se la politica dell’accoglienza ha funzionato o no. Sarebbe auspicabile farlo assieme. Come, per esempio, in Italia, dovremmo riconsiderare l’errore commesso con il referendum sul nucleare. Io stesso votai no per la suggestione del Sole che ride. Ora ci accorgiamo dell’errore».
Che bilancio fa dei primi due anni di presidenza Trump?
«Ha avuto il merito di cancellare l’ipocrisia dai rapporti internazionali facendo capire, da una parte, che la forza conta e, dall’altro, che da sola non basta. Se noi europei volessimo imparare, capiremmo che non sono le favole del diritto internazionale a governare il mondo. E nemmeno, come insegna la crisi di Hormuz, che il riarmo basti da solo, come c’illudiamo sull’Ucraina».
Credi alla presa di distanza dei dem americani dalla cultura woke?
«Credo che quello coltivato nei college sia in gran parte un pensiero parolaio. Oggi certe prese di distanza derivano da calcoli elettorali. Anche in Italia si pensa che basti cambiare le parole per modificare la realtà. In pubblico, quando mi rivolgo a un’autorità cittadina chiedo se devo chiamarla “sindaco” o “sindaca”. Sono minuetti settecenteschi».
Come giudichi i ripensamenti degli interventi e della lettera di Giuseppe Conte a Repubblica?
«È la conferma che si tratta di una conversione elettorale. La prova della verità ce l’abbiamo davanti agli errori, che vanno evitati e puniti, delle forze dell’ordine. Il fatto che i colpevoli siano sempre coloro che indossano una divisa misura la scarsa autenticità di questi ripensamenti».
A questi primi ritratti ne seguiranno altri?
«Spero di sì».
La domenica sera ci sono anche le partite della Serie A, avete definito uno share minimo?
«Credo che gli ascolti non siano vita o morte per un programma all’esordio».
Nella storia italiana c’è qualche altro gigante da ritrarre?
«
Mi piacerebbe fare Garibaldi o Anita. O anche De Gasperi, poco televisivo ma in grado di identificare l’Italia che deve rinascere dopo la guerra. Poi ci potrebbero essere dei giganti non della bontà, da Saddam Hussein a Tito. Oppure altri che possono insegnare qualcosa, come Gandhi o Madre Teresa di Calcutta. E figure popolari come Padre Pio: raccontarne il lato umano è una bella sfida per un giornalista».
Come hai lavorato?
«Con l’aiuto di storici abituati al linguaggio televisivo. E poi facendo l’inviato, andando nei luoghi simbolo delle loro vite e delle loro morti».
Il presidente della Cei, Matteo Zuppi, che ha definito «gigante» Francesco Guccini, potrebbe averti dato un suggerimento?

«Guccini l’ho amato in quanto suo contemporaneo, ma mi sembra più un grande interprete degli stati d’animo più che un grande della musica. Certamente, ha accompagnato una generazione».
Soprattutto all’interno un decennio?
«Quello del lungo Sessantotto italiano. Noi abbiamo il Secolo breve e il Sessantotto lungo».
Che effetto ti fa l’ossequio di alcuni vescovi per non credenti o figure che appartengono ad altre ideologie?
«È la Chiesa moderna, convinta che i santi siano modelli d’altri tempi, ridotti a patroni della festa di paese. Il loro percorso di vita non conta più molto e si prendono a prestito modelli laici».
Al posto di Sigfrido Ranucci ti saresti fatto da parte per proteggere l’autorevolezza del marchio e la squadra di Report?
«Se davvero volessi bene alla mia redazione sicuramente sì. Ma temo che il suo ego non glielo consenta. È una storia che non mi affascina. Preferisco ricordare, per assonanza del cognome e differenza nel profilo, Amedeo Ricucci, un altro giornalista, inviato del Tg1, Mixer e La storia siamo noi, scomparso, senza clamore, pochi anni fa mentre lavorava a un servizio sulla ’ndrangheta».
Che opinione hai del giornalismo dell’ultimo Report?
«È un giornalismo a tesi, un giornalismo che si erge a giudice e anche a Pm, senza separazione delle carriere».
Ti aspettavi che insieme alla stella di Ranucci si appannassero anche quelle di Marco Travaglio e Paolo Mieli?
«No, mi sembra che il giornalismo italiano sia un piccolo paese che si parla abbastanza addosso».
Soprattutto a Roma?
«A Roma ci sono i palazzi della politica. Il verbo “attovagliato” dice il fascino e la dannazione di Roma, ben raccontati da Dagospia».
Alla fine, chi credi sarà il leader del campo largo?
«Non ho un’idea e mi interessa relativamente».
La comparsa del generale Vannacci ti sembra un elemento di stimolo o di disturbo per il centrodestra?
«Dipenderà dall’abilità della leadership del centrodestra. Credo che una delle doti di un leader sia quella di essere un federatore di stili e istanze. Con Vannacci il problema può essere che coinvolgerlo in un cartello può essere, per chi lo fa, il bacio della morte. Ma anche in questo caso, mi interessa relativamente poco».

 

 

La Verità, 22 agosto 2026

«Quanti inganni nella narrazione sulla cannabis»

Neurologo, scrittore, divulgatore scientifico, autore di bestseller come Panico – Una bugia del cervello che può rovinarci la vita (Mondadori, 2008), autorità riconosciuta in materia di funzionamento del cervello, Rosario Sorrentino ha appena pubblicato (con Francesca Weihs) Cannabis. Il grande inganno (Compagnia editoriale Aliberti). Il suo obiettivo è favorire la crescita serena dei giovani e la vita delle famiglie. «Voto e ho sempre votato Pd», dice, «ma devo riconoscere che sul contrasto alla diffusione degli stupefacenti la destra è più avanti».
Professor Sorrentino, qual è il grande inganno della cannabis?
«Raccontarla come una droga innocua, mentre, invece, può provocare danni irreversibili».
Perché lei e Francesca Weihs avete deciso di scrivere questo instant book?
«La miccia è stato un famoso podcast in cui Angelo Bonelli di Avs, che rispetto per la passione politica, faceva uno spot alla cannabis, invocandone la legalizzazione».
Lei è contrario?
«Non voglio che ci dividiamo in favorevoli e contrari. Forse tra vent’anni o più, quando nei giovani ci sarà la consapevolezza della pericolosità di questa droga, una consapevolezza che oggi manca, si potrà pensare di legalizzarla».
Intanto?
«Bisogna combattere la disinformazione perché può far sottovalutare il pericolo prodotto dall’uso di questa sostanza».
Perché definisce «priva di senso» la distinzione tra droghe leggere e pesanti che è un dogma a ogni latitudine?

«L’aggettivo qualificativo “leggera” è falso e pericoloso perché rispetto agli anni Settanta oggi la cannabis è molto più potente. E, sebbene non sia mai stata leggera, oggi, con alti contenuti di Thc (delta-9-tetraidrocannabinolo ndr), può innescare malattie psichiatriche, slatentizzare turbe profonde, produrre attacchi di panico, apatia, sindrome amotivazionale e altre patologie anche irreversibili».
Questo perché hashish e marijuana agiscono nel cervello soprattutto degli adolescenti?
«L’adolescenza è un’età meravigliosa, ma con un’alta esposizione al pericolo. Il cervello dei giovani e giovanissimi è un cantiere aperto dove si svolgono passaggi neurobiologici delicati che lo rendono molto vulnerabile. La cannabis, l’alcol, la mancanza di sonno e la dipendenza dai social sono un intervento a gamba tesa sul cervello, che è il direttore d’orchestra del nostro organismo».
Perché è sbagliata l’idea che consumare una «droga leggera» sia normale, un semplice rito di gruppo?
«Perché non siamo davanti a una sostanza innocua e innocente».
Chi sono «i cattivi maestri» delle «droghe leggere»?
«Tutti coloro che pensano di fare ideologia, demagogia e calcolo politico su questo argomento per conquistare consenso e apparire moderni, anche a costo di non raccontare tutta la verità sul caso».
Perché se gran parte della comunità scientifica concorda sugli effetti della cannabis, la narrazione prevalente la assolve quando non la promuove?
«Perché l’ideologia prevale sulla scienza, che è una Cenerentola inascoltata, mentre dovrebbe orientare le politiche sociali per segnalare i rischi che gli adolescenti corrono in maniera crescente».
C’è anche una generazione di genitori tra i cinquanta e i sessanta che si vanta di «fumare», di «farsi uno spinello, cosa vuoi che sia»…
«Vedo adolescenti che non diventano adulti e genitori che si atteggiano a ragazzi in una sorta di adolescenza comune e perpetua, arrivando ad assolvere la cannabis per assolvere sé stessi e la propria mancata vigilanza sui figli. A volte questi adulti condividono con i più giovani il presunto innocente spinello».
Lotta all’ansia, ricerca di rilassamento, conciliazione del sonno, riduzione dello stress, contrasto alla timidezza, aiuto a superare ostacoli: la cannabis è una forma di automedicazione emotiva?
«L’uso è molteplice. Viene assunta per motivi socializzanti, ricreativi, voluttuari o come una sorta di stampella biologica per mascherare le proprie vulnerabilità».
Quali sono i suoi effetti immediati e quelli mediati?
«Gli effetti della cannabis si fanno sentire dopo circa dieci minuti dall’assunzione e possono durare per tre o quattro ore. Possono essere euforizzanti, rilassanti, socializzanti, con un aumento dell’interattività e delle connessioni nei rapporti interpersonali. Ma, a volte, dietro questi effetti si nascondono le sorprese».
Quali?
«Fenomeni di depersonalizzazione e derealizzazione».
Cioè?
«Senso di distacco dalla realtà, dal proprio corpo. Attacchi di panico, fenomeni di allucinazione, episodi psicotici con sintomi neurovegetativi, tachicardia, sudorazione e, nei casi più eclatanti, richiesta di aiuto per correre al pronto soccorso».
E gli effetti a lungo termine?
«Disturbi del comportamento con manifestazioni impulsive, flessione del tono dell’umore, disturbi dell’attenzione, della concentrazione, dell’apprendimento, apatia e isolamento sociale».
Che cos’è la de-empatizzazione?
«Il progressivo distacco verso il contesto in cui si vive fino all’isolamento e, nei casi più gravi, una chiusura affettiva che riguarda sia i sentimenti che le emozioni».
Il ricorso alla cannabis e ai suoi derivati può rallentare la formazione della sfera razionale e prolungare l’adolescenza?
«Negli assuntori abituali non solo ritarda la formazione della corteccia prefrontale, la parte del cervello dove abitano la ragione, la razionalità e il senso del discernimento ma, in soggetti predisposti, la complica notevolmente producendo disturbi di difficile gestione. Favorendo ulteriori conflitti tra genitori e figli, dove il linguaggio dell’emozione e quello della ragione si confrontano in un dialogo tra sordi».
Come spiega che sempre più spesso adolescenti commettono crimini efferati senza provarne dispiacere o pentirsene come nel caso di Lamin Saidilly, il ventiduenne di origine gambiana che ha accoltellato senza motivo un passante e poi si è detto pronto a rifarlo perché si era divertito?
«Non solo nel nostro Paese esistono sacche di disagio mentale non diagnosticate e trascurate che possono esplodere per futili motivi e portare alcune persone a commettere atti orrendi. Insieme a condizioni ambientali sfavorevoli, alcune droghe determinano un assottigliamento della corteccia prefrontale, la parte del cervello che dovrebbe far sentire agli adolescenti quella voce interiore che dice: “Fermati, non lo puoi dire”, “Fermati, non lo puoi fare”. I giovani che ricorrono alle sostanze sono più propensi a seguire impulsi di varia natura, la rabbia, l’aggressività e, purtroppo, la violenza».
Le cause di origine neurologica si aggiungono alla mancata integrazione?
«Integrarsi in un ambiente vuol dire anche poter contare su quella sorveglianza del tessuto sociale che può aiutare a percepire i primi segnali di qualcosa di negativo e scomposto che sta montando».
Sorprende anche lei l’assenza di dispiacere e pentimento in alcuni giovani criminali?
«Certamente. Ricordiamoci che chi commette certi crimini spesso ha un bassissimo se non nullo senso di empatia, necessario per capire che le loro azioni mettono in grave pericolo la vita altrui. Tutti, nessuno escluso, stiamo subendo un processo generale di de-empatizzazione a causa del quale il valore della vita è sempre meno importante».
Siccome gli oppiacei hanno scopi terapeutici, allora ci stanno anche gli spinelli ricreativi?
«È un gigantesco equivoco. La cannabis terapeutica è prescritta da un medico che controlla tempi e dosaggi, quella ricreativa è quasi sempre incontrollata. Inoltre, nella prima si aumenta il Cbd (cannabidiolo ndr) e si riduce notevolmente il Thc che ha effetti psicotropi».
È solo un potente alibi per la fruizione ricreativa?
«E dietro l’alibi sanitario i furbi fanno affari. Poi c’è un altro mito da sfatare, quello della non dipendenza. Nel 30% dei casi chi consuma marijuana o hashish sviluppa un’addiction da queste sostanze».
Dipendenza chimica e psicologica?
«Tutte le principali droghe hanno una sorta di sosia nel cervello. Prendiamo la cannabis e la cocaina, le più diffuse. Una volta penetrata nel cervello, la cannabis sfratta l’endocannabinoide naturale, l’anandamide, sostituendosi a essa come un inquilino prepotente. La cocaina fa lo stesso con la dopamina. Il problema è che oggi subiamo il dominio assoluto della dopamina, la molecola più potente di cui siamo dotati, che gestisce il desiderio, il piacere, la motivazione e la gratificazione. Quando c’è dipendenza, questo strapotere agisce senza che la corteccia prefrontale riesca a frenare lo squilibrio chimico».
Lei che, come rivela nel libro, ha sempre votato Pd, che cosa pensa delle politiche della sinistra riguardo agli stupefacenti?
«Nelle mie chiacchierate con Goffredo Bettini, architetto del campo largo, ho sempre trovato grande attenzione e sensibilità per la salute mentale e il futuro dei giovani. È stato proprio Bettini a favorire il confronto, aspro ma civile, con Bonelli. Per me è una battaglia etica e di responsabilità».
L’attenzione di Bettini è un fatto nuovo perché finora il Pd è sempre stato molto permissivo.
«Ha ragione. Ma ora, con Bettini, vorremmo migliorare l’informazione sul tema e fare vera prevenzione».
Lei che cosa chiede alla politica?
«Sono un uomo di scienza e non un politico, e ho un’illusione: che su questo argomento destra e sinistra si uniscano e marcino insieme nell’interesse dei giovani, della famiglia e della società. Finora la cannabis è stata il pomo della discordia, ma mi auguro che finalmente si superino le divisioni tra detrattori e promotori per perseguire il bene comune».
Come valuta l’iniziativa del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano su questi temi?
«Mantovano ha avviato un lavoro egregio che ha finalmente acceso il faro sull’epidemia in atto. Su questo tema devo riconoscere che la destra è avanti a tutti».
Come spiegherebbe a un giovane che l’uso reiterato di hashish e marijuana è autodistruttivo?
«Il mio prossimo impegno è entrare nelle scuole. Bisogna creare incontri mensili con l’aiuto delle neuroscienze, coinvolgendo studenti, esperti, genitori e insegnanti. Questa battaglia si vince tutti insieme. Sia in ambulatorio che nelle scuole mostro che cos’è il cervello. Ai giovani che ho di fronte dico: questi siete voi e questo è ciò che avviene quando fumate uno spinello o tirate hashish. Anche se ne salverò uno soltanto la mia azione avrà avuto uno scopo».

 

 

La Verità, 9 luglio 2026

«Calcio moribondo, Conte e Maldini non bastano»

Michele Criscitiello, patron di Sportitalia e presidente della Folgore Caratese, squadra dell’Alta Brianza promossa a sorpresa in Serie C in un girone di ferro, ha appena pubblicato Il libro nero del calcio italiano (Piemme). Un saggio documentatissimo, che analizza la gestione delle società e dei vivai, le ambiguità degli organi federali, l’attaccamento alla poltrona di tanti dirigenti, l’invadenza dei procuratori, la casta degli arbitri e il giro dei soldi.
Partiamo da una delle tue creature, la Folgore Caratese promossa in C davanti a Milan-Futuro e al redivivo Chievo. A chi dedichi questo successo?
«Il giorno prima che morisse avevo nominato presidente della società mio padre ottantenne con la promessa che saremmo approdati alla serie C. Lui è il capo della nostra famiglia calciofila. Credeva in me e mi spronava in questa avventura sul campo. Perciò, dedico a lui la nostra promozione».
In una parola, qual è il segreto di questo traguardo?
«Sono due: ambizione e organizzazione».
Che effetto ti fa guardare i Mondiali?
«Nessuno, li sto vedendo poco e malvolentieri. Come Aleksander Ceferin che ha distrutto la Champions League, anche Gianni Infantino sta distruggendo i Mondiali. Da un mese ne parliamo, ma ancora non abbiamo assistito a una partita decente. Speriamo cambia qualcosa da qui in avanti».
Perché bocci anche la Champions?
«Fino a febbraio è noiosa, poi entra nel vivo. L’errore dei grandi dirigenti è cambiare le cose che funzionano invece di quelle che non funzionano. Questi Mondiali, che si giocano in tre Paesi diversi, hanno stadi belli, ma freddi. Anche il pubblico c’è, ma è tiepido giusto per il meteo».
La finale sarà Francia-Argentina come quattro anni fa?
«Ce lo auguriamo, almeno sulla carta promette di essere una bella partita. Le trappole sul percorso non mancano, ma quella sarebbe una bella finale».
Sul nostro sport nazionale disegni uno scenario cupissimo. Qual è il nero più nero del calcio italiano?
«La poca trasparenza della Federazione. Il giorno dell’elezione di Giovanni Malagò ero presente come delegato e vedere 300 persone tributare una standing ovation a Gabriele Gravina mi ha confermato che non siamo consapevoli del pericolo di morte nel quale siamo incorsi».
Eri il nemico numero uno di Gabriele Gravina?
«Non è così. Al telefono lo sento spesso, mi sta simpatico, ci andrei a cena ogni settimana, però non posso non constatare le lacune della sua gestione. Se per due volte non andiamo al Mondiale di che inimicizia parliamo? Basta constatare i fatti. Che io dica che l’era Gravina è stata una sciagura non fa di me un paladino, caso mai giudica gli altri che non lo rimarcano. Il sistema crolla: tranne una quindicina, tutte le 100 società professionistiche perdono soldi. Che cosa aspettiamo? Di morire? Lo siamo già, l’assenza recidiva dai Mondiali lo certifica».
Scrivi che il circoletto del calcio somiglia a quello del cinema italiano, in concreto cosa vuol dire?
«Quello del cinema non lo conosco così bene, il circoletto del calcio pensa solo alla poltrona. Ma se il calcio muore, i grandi capi perdono anche il trono. Non faccio il finto moralista, capisco che i dirigenti vogliano fare business, ma devono farlo per far crescere l’intero movimento. Invece, per tutelare innanzitutto il proprio bene, non si preoccupano del futuro del sistema».
Chi è l’avvocato Giancarlo Viglione?
«È il vero presidente della Figc. Non è un’offesa. È un uomo che lavorava nell’ombra e non aveva un volto pubblico. Ma da quando ha indossato la giacca con il simbolo della Figc e si è seduto al fianco di Malagò la sua strategia è cambiata».
Cosa c’è di male?
«È sempre una questione di trasparenza. Se hai un ruolo ufficiale, se sei direttore generale della federazione, è giusto che tu stia sul palco a fianco del presidente. Ma se invece sei un avvocato, per quanto importante, è un altro discorso».
Già con Gravina era una figura di spicco.
«È l’uomo che ha favorito il patto per cui dopo Gravina doveva arrivare Cosimo Sibilia. Quel patto non fu rispettato e Viglione si è schierato con Gravina. Ora ha portato avanti l’accordo tra Gravina e Malagò. Non c’è nulla di male, ma è importante sapere come stanno le cose».
Da quanto tempo Renzo Ulivieri è presidente dell’Associazione allenatori?
«Da vent’anni, troppi. Non se ne abbia a male, ma non ha più l’età per reggere l’impegno della carica. Il giorno dell’elezione di Malagò era assente per problemi di salute. È un dato di fatto, non un’accusa personale».
Gli stipendi di questi dirigenti sono adeguati? Si fa un uso trasparente dei soldi che finanziano il sistema?
«Gli stipendi sono tutti esagerati verso l’alto. Quando Gianfranco Zola andò al Chelsea in Premier League, noi italiani lo prendevamo per i fondelli perché era andato in un campionato minore. Poi gli inglesi hanno investito i soldi dei diritti televisivi in strutture e stadi, mentre noi italiani li abbiamo spesi in calciatori, figurine e procuratori. Vent’anni dopo vediamo i risultati».
Come funziona l’Aia, l’Associazione italiana arbitri?
«È una casta. Un maxi circoletto dove fa carriera chi porta più voti al presidente e al designatore».
È un ente riformabile?
«Deve esserlo assolutamente. Soprattutto non deve dipendere dalla Federazione».
All’estero da chi dipendono gli arbitri?
«Sempre dalle federazioni, ma si scontrano con paletti invalicabili, mentre da noi si superano facilmente».
Dell’ultimo scandalo di quest’anno che coinvolgeva alcune partite che avrebbero favorito l’Inter non si sa più nulla.
«Si è fermato tutto, ma il capo d’accusa era debole».
Per gli arbitri, la soluzione potrebbe essere il professionismo?
«Potrebbe essere una soluzione per favorire l’indipendenza e cambiare un po’ di cose. Ma si potrebbe anche adottare la formula della Champions, con arbitri internazionali, designati a livello europeo. All’estero questo problema non ce l’hanno. Se ci arbitrassero direttori di gara francesi o spagnoli tanti problemi sarebbero superati, cominciando dai sospetti. Prendere un aereo da Parigi per Milano non è tanto diverso che prenderlo da Napoli».
Come funziona il centro federale di Coverciano?
«Se non hai il patentino Uefa, anche se sei un bravo allenatore, non puoi allenare. Molti posti ai corsi del Centro federale sono riservati agli ex calciatori: la meritocrazia non esiste».
Per diventare allenatori si spende molto?
«Parecchie migliaia di euro. Anche per diventare vice allenatore o preparatore atletico devi allargare il portafoglio. Questo crea una forte selezione».
Le serie C e D funzionano?
«La Serie C a 60 squadre non è sostenibile, ci sono troppi pochi soldi. Ogni club non può avere solo 700.000 euro all’anno dalla Figc».
Bisogna ridurre il numero di squadre?
«E aumentare la mutualità dalla Serie A alla Serie C. Quest’anno la Serie A ha speso 240 milioni per i procuratori, ma alla Serie C ha dato 22 milioni. Chiaro, no? E poi si parla di far crescere i giovani…».
Tornando ai flop della Nazionale, quali sono le cause principali?
«I giovani ci sono in Italia. In tutte le competizioni, le nazionali minori fino all’Under 21 vincono ovunque. Ma quando questi ragazzi arrivano nelle prime squadre non li fanno giocare perché li considerano acerbi, così il talento evapora».
Vedi anche tu un eccesso di stranieri nelle squadre?
«Questo è un altro problema. Per comprare uno straniero non serve depositare una fideiussione bancaria, come invece è richiesto per acquistare un calciatore italiano».
Perché questa disparità di trattamento?
«Non ho una spiegazione perché non riesco a immaginare una motivazione logica».
Qualcuno ci guadagna?
«È probabile, ma anche qui non ho risposte».
Cosa non va nella politica dei giovani e dei vivai?
«Non va tutto. Hanno tolto anche il vincolo societario per cui a fine stagione i giocatori sono liberi di accasarsi altrove. Così i club di B C D non hanno vantaggi nel farli crescere e migliorare, investendo in strutture, scuole calcio e allenatori».
In Italia sono improvvisamente spariti talento e fantasia, nostra forza in tutti i settori, o li soffochiamo con politiche sbagliate?
«Li soffochiamo perché non facciamo giocare ed esprimere i giovani. L’esempio di Palestra è lampante. Il Chelsea ha pagato 60 milioni un giocatore che una big aveva dato in prestito al Cagliari che lottava per non retrocedere».
Cosa si può fare contro lo strapotere dei procuratori?
«Mettere dei paletti. Le commissioni ai procuratori devono avere dei tetti oltre i quali non andare. E poi non devono poter agire sia per conto dei giocatori che delle società. Servono regole più severe e serve farle rispettare».
Perché la Juventus, prima, e poi anche realtà di provincia come Udinese e Atalanta sono riuscite a realizzare o rinnovare lo stadio di proprietà, mentre Roma, Milano e Napoli da decenni ne parlano soltanto?
«La Juventus si è mossa in anticipo per ottenere la concessione di 99 anni dell’impianto. L’Udinese ha approfittato della lungimiranza del sindaco giusto, Furio Honsell, che ha deciso di fare lo stadio».
Altrove prevale la cultura del non fare?
«Purtroppo sì».
Che futuro prevedi per il «metodo Moneyball», la priorità degli algoritmi nella scelta dei giocatori?
«L’analisi dei dati può essere utile per chiudere il cerchio e completare il profilo di un calciatore. Ma prima bisogna considerare altri criteri, più completi, che riguardano la persona. Se usi gli algoritmi per il 20% di rifinitura di un identikit va bene. Ma se con i numeri pensi di sostituire il lavoro degli osservatori e degli esperti di campo, rischi grossi buchi nell’acqua».
Giovanni Malagò è la soluzione giusta per la Figc?
«Se cambia la mentalità e i dirigenti, sì».
Vasto programma: ne è consapevole e ne ha la forza?

«Consapevole lo è, bisogna vedere se ha la forza di arrivare fino in fondo».
Basterà chiamare Antonio Conte e magari Paolo Maldini in Nazionale per far rinascere il nostro movimento?
«Non basterà, ma possono essere gli uomini giusti per ripartire».

 

La Verità, 2 luglio 2026

«Riscopro il mio avo che ispirò la Lega santa»

Luca Josi, lei ha inventato il romanzo parentale?
«Assolutamente no, ho solo traslato i racconti di una nonna che di cognome faceva Bragadin e aveva sostituito le fiabe dei fratelli Grimm con la saga del mio avo Marcantonio».
Dalla nonna alla moglie, Allegra Scattaglia, è un romanzo scritto a quattro mani.
«Siamo una coppia in cui il 99% del talento è in mano a lei mentre e me resta l’1% per far fallire il progetto».
Un sodalizio creativo già provato dalla scoperta di Sven Otten, il ballerino del tormentone della Tim di qualche anno fa, scovato da sua moglie.
«Lì la sua quota era del 100%».
È un romanzo parentale anche per la discendenza da Marcantonio Bragadin: perché ha deciso di raccontarne ora la storia?
«Mio padre ironizza molto sul fatto che abbia la vocazione al martirio, forse riferendosi al fatto che sono diventato craxiano nel 1992».
Già produttore tv con Einstein multimedia e capo della struttura Brand strategy e media di Tim, vulcanico imprenditore della comunicazione, ora Luca Josi pubblica, con Allegra Scattaglia, Venetians. Il segreto dell’Arsenale (Sonzogno), primo di una serie di romanzi storici su Marcantonio Bragadin, l’eroico generale della Repubblica di Venezia, scuoiato vivo dai turchi durante l’assedio di Famagosta perché rifiutò di convertirsi all’islam. Leggendolo, ci si accorge che è una sceneggiatura già pronta per la tv.
La vocazione al martirio spunta anche nella scelta d’imbarcarsi in quest’impresa?
«In famiglia ci sono due stelle polari. Da parte della nonna paterna che faceva Monti Bragadin, e da parte di quella materna, che ci ha regalato uno zio, il tenente Piero Borrotzu che si fece fucilare a 22 anni per salvare i 70 abitanti di Chiusola, rastrellati dai nazisti. Queste due storie non mi garantiscono nessun onore, né coraggio o lustrini, semmai oneri nel doverle e volerle tramandare».
Cominciando dall’eroe di Famagosta.
«Tre anni fa era il 500° anniversario della nascita e ce lo siamo perso. Marcantonio nasce il 21 aprile del 1523 e m’impegnai, con scarsissimi risultati, a far commemorare un signore che, se non fosse esistito, probabilmente il mondo occidentale di oggi sarebbe diverso. Contro il mondo islamico, prima e dopo, ci sono state la battaglia di Poitiers e quella di Vienna. Ma se non ci fosse stata la resistenza disperata di Famagosta, la Lega santa non avrebbe trovato il tempo materiale per organizzare la flotta e poi contro i musulmani la motivazione morale in ragione del supplizio di Bragadin di fermare la storia».
Senza Bragadin non ci sarebbe stata la vittoria di Lepanto.
«Il primo 7 ottobre della storia, 1571, si consuma con una vittoria dell’Occidente totalmente inaspettata che innesca una serie di eventi fino alla divisione del mondo attuale. Io non credo alle cabale e altre suggestioni numerologiche, ma registro che abbiamo avuto altri 7 ottobre: quello dell’Achille Lauro, nel 1985, e quello tragico del 2023, in Israele, esattamente 500 anni dopo la nascita di Bragadin».
Il dedalo di calli e campielli è la cornice perfetta del conflitto tra cattolici, ebrei e musulmani?
«È la città incubatrice che anticipa un’infinità di fenomeni e sistemi e consente a diverse etnie di convivere nella piccola dimensione dei suoi quartieri. Venezia concepisce e dà il nome al primo ghetto della storia».
Perché Marcantonio Bragadin è da riscoprire?
«Intanto, perché è un dimenticato. Non a caso abbiamo deciso di dedicare il libro, oltre che a lui, agli smarriti della storia. Abbiamo una memoria e una capacità mentale limitata. Serve un po’ di tenacia per mantenere vive e ricordare alcune storie invece di altre».
Ma nello specifico che cosa rappresenta?
«È la testimonianza della lealtà alla propria appartenenza. Fior di storici etichettano Bragadin come uno dei tanti ufficiali violenti dell’epoca. Mi sembrano come coloro che discettano nei salotti tv di quanto dovrebbe essere educata e gentile la gestione della politica e non si sa se sarebbero in grado di gestire un’assemblea di condominio».
Perché anche la Serenissima è da riscoprire?
«In quest’anno in cui si celebra il 250° anniversario dell’Indipendenza americana sarebbe un orgoglio italiano ricordarsi che i fondatori, Thomas Jefferson per esempio, citano Filippo Mazzei tra gli ispiratori della Costituzione americana in quanto debitrice dell’architettura legislativa della Serenissima del Cinquecento».
Quest’orgoglio non ce l’abbiamo?
«Non lo sappiamo nemmeno. L’America l’abbiamo scoperta grazie al mio conterraneo Cristoforo Colombo, poi ne abbiamo ispirata la Costituzione grazie a quella di Venezia. Abbiamo buone quote azionarie del processo formativo di quello che oggi è, ancora, non si sa per quanto, il Primo mondo».
Venezia come simbolo e patria dell’Occidente e anche porta d’Oriente?
«Come si direbbe oggi, Venezia era un hub, un luogo di scambi con tutto il mondo conosciuto che vive producendo ricchezza, attraverso la forza dei commerci, della ricerca e la solidità delle sue istituzioni. Nel 1540 di Bragadin, siamo a 50 anni dalla scoperta dell’America, il mondo si sta spostando verso Ovest».
Venezia, patria occidentale in quanto patria di dialogo e commerci?
«È la città che fa convivere la quantità più numerosa di etnie e lingue in un sistema di modernità che anticipa una serie di fenomeni e meccanismi industriali. Negli arsenali si costruiscono due galee al giorno, anziché una Biennale ogni due anni, e nelle procuratie nascono i sistemi di intelligence così come li concepiamo oggi: protezione dei commerci e tutela dei brevetti. Venezia, con Manuzio, inventa il nostro formato di libro ed è la prima Silicon valley della storia perché è la valle del vetro».
Oggi rispolverare il Bragadin di Famagosta e Lepanto vuol dire alzare muri?
«No, è storia che non può essere guardata o scordata a seconda delle opportunità».
Come giudica il fatto che in molte città europee sopravvivono enclavi musulmane poco integrate che minano il senso di sicurezza dei cittadini?
«Il mondo vive di contaminazioni che diventano virtuose se reciproche e simmetriche».
Pietrangelo Buttafuoco ha parlato della Biennale che presiede come di un «giardino di pace»: è un’immagine valida anche per Venezia?
«Diciamo che Bragadin è in pace col Signore e se avesse capitolato forse avremmo avuto ancora prima un presidente islamico della Biennale».
Fedelissimo di Bettino Craxi nel momento della gogna dell’Hotel Raphael, si è definito «un salmone orfano»: anche Buttafuoco lo è andando controcorrente in un momento in cui il fascismo è morto?
«Non so, oggi la destra è ancora al potere, per cui mi sembra che a Buttafuoco sia andata abbastanza bene. Non lo vedo orfano. E mi sembra che la Biennale gli sia arrivata in ragione della Meloni al governo e non di altre categorie dello spirito».
Quindi il fascismo è attivo come si sostiene in molti talk show?
«Chiedersi se il fascismo sia ancora vivo nel 2026 equivarrebbe, nel 1920, a guardare a Napoleone Bonaparte invece che a Filippo Tommaso Marinetti e Benito Mussolini. Oggi bisognerebbe interrogarsi sui tecnofascismi del nostro tempo».
Come avviene spesso a Otto e mezzo, come ci si trova?
«Intanto, mi ospitano con curiosità. Poi posso dire quello che voglio, quindi mi trovo bene».
Assodato che i padiglioni della Biennale sono di proprietà dei singoli Stati, lei è favorevole a bocciare le partecipazioni di alcuni Paesi?
«No. Vorrei che fosse davvero aperta a tutti. I socialisti, nel 1977, fecero la Biennale del dissenso; i sovranisti nel 2026 del consenso in cui il dissenso maggiore è verso il loro stesso governo».
C’è la Biennale degli Stati e quella del team della curatrice Koyo Kouoh, deceduta.
«Non sono un tuttologo ma un pocologo, i miei amici esperti segnalano l’assenza di artisti italiani fuori dal padiglione Italia. Morta la curatrice hanno tenuto la lista che lei aveva redatto, non sappiamo se è incompleta o wokista. Tuttavia, in una Biennale di un governo sovranista quest’assenza si coglie».
Sbaglia Massimo Cacciari a sostenere che, in assenza di forme di propaganda, tenendo aperto il confronto, l’arte e la ricerca scientifica, possono facilitare la ripresa dei rapporti una volta cessate le ostilità?
«No, assolutamente. Infatti, la domanda è se interessa conoscere l’opera dei parenti del ministro Sergej Viktorovic Lavrov o degli enne artisti dissidenti, di quella come delle altre autocrazie del mondo, che navigano nelle solitudini e nelle ossessioni di sistemi che non li lasciano esprimere».
Gli Stati, Italia compresa, scelgono i loro artisti, ma devono sottostare ai diktat delle burocrazie europee non elette da nessuno?
«Diciamo che ci siamo portati avanti avendo avuto enne governi non eletti da nessuno».
Sembra che ci stiamo ravvedendo.
«Speriamo. Dopo aver distrutto classi dirigenti e infamato la politica in ogni sua forma, oggi far politica è un atto di misericordia e un’infamia sociale».
Ribellarsi alle burocrazie calate dall’alto può essere un primo passo?
«Le burocrazie devono essere in funzione delle visioni politiche e non il contrario».
Andando oltre il diritto alla libertà espressiva, è possibile che quasi sempre le esposizioni artistiche contengano critica dell’Occidente, denuncia del capitalismo e del colonialismo?
«Lo è perché noi, Venezia e l’Occidente, nasciamo come mondo delle libertà e le Biennali le facciamo. Nel nostro Occidente prima di questa crisi ospitavamo sui nostri territori e nelle nostre banche migliaia di oligarchi con conti correnti, barche e ville. Contemporaneamente non si ha notizia di miliardari occidentali con dacie, conti correnti o panfili in mondi dell’Est. Il che significa che, almeno sul piano materiale, l’Occidente aveva stravinto».
Si può dire oggi dello Stato israeliano quello che, commentando il depistaggio riguardante le trame contro la Serenissima, Marco Bragadin dice degli ebrei come «utili capri espiatori»?
«Benjamin Netanyahu ha realizzato un capolavoro di autodistruzione dando la stura a un antisemitismo che fa tornare attuale la frase di Isaiah Berlin: “Un antisemita è uno che odia gli ebrei più del necessario”».
Secondo lei il centrodestra al governo ha davvero un progetto di egemonia culturale?
«Se se ne parla significa che non c’è perché l’egemonia si compie quando una serie di soggetti in azione nei vari ambiti della società vengono identificati per la loro appartenenza politica solo dagli addetti ai lavori o dalle controparti. Quando questo avviene è egemonia, altrimenti è lottizzazione».

 

La Verità, 16 maggio 2026