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«I diritti Lgbtq funzionano nel mondo convenzionale»

S’intitola Ancora spero l’autobiografia che Marina Cicogna ha appena pubblicato da Marsilio. È il racconto della vita, che sembra romanzesca, della contessa del cinema italiano, figlia di  Cesare Cicogna Mozzoni (dinastia lombarda dal quattordicesimo secolo) e di Annamaria Volpi di Misurata (altro casato nobile) e nipote di Giuseppe Volpi, ministro del governo Mussolini, padrone della Compagnia italiana grandi alberghi (Ciga) e fondatore della Mostra del cinema di Venezia a cui sono tuttora intitolati i premi agli attori. È un’autobiografia (scritta con Sara D’Ascenzo) di case, dimore, vacanze, piscine, ricevimenti, party senza partiti, sciate al mattino presto, trasvolate oceaniche e trasgressioni senza pose, amori omosessuali. Di grandi armatori come Aristotele Onassis, di importanti produttori come David O. Selznick (Via col vento, i film di Alfred Hitchcock), di imprenditori visionari come Gianni Agnelli.

Marina Cicogna è una donna da primato, la prima a vincere l’Oscar per il miglior film straniero e la prima ad amare pubblicamente un’altra donna?

«Per quanto riguarda l’Oscar, sì. Il secondo primato non è mio, molte altre donne pubbliche mi hanno preceduto in questo tipo di relazione, soprattutto fuori dall’Italia».

Che cos’è per lei la libertà?

«Non andare controcorrente, perché vorrebbe dire lottare scientemente contro qualcosa o qualcuno. È seguire con una certa tranquillità i propri pensieri e le proprie convinzioni, senza guardarsi troppo in giro. La libertà te la fai tu, è dentro di te…».

Come si sta preparando a ricevere il David di Donatello alla carriera?

«Non faccio molti preparativi, cercherò dei vestiti che mi possano stare bene. Indosserò un abito di Valentino, come faccio nelle occasioni pubbliche. Per la sera è lo stilista più raffinato».

Se avendo lavorato solo dieci anni nel cinema le danno il David alla carriera vuol dire che ha seminato bene.

«Gli anni Sessanta e Settanta sono stati un periodo molto felice per il nostro cinema e non certo per merito mio. C’erano tanti talenti con i quali lavorare era gratificante. Se avessi continuato oltre quei dieci anni, considerati i cambiamenti, sarebbe stato diverso. Forse per la forza della televisione e per l’importanza delle nuove piattaforme il cinema ha perso un po’ di fascino».

Suo nonno fondò la Mostra di Venezia, suo padre vinse l’Oscar con Ladri di biciclette, ma la vera amante del cinema fu lei: perché sua madre affidò a suo fratello la direzione della Euro International?

«Mio nonno fondò la Mostra perché voleva attrarre più turisti all’Hotel Excelsior e al Des Bains del Lido. Mio padre produsse Ladri di biciclette perché cedette al fascino di Vittorio De Sica. Quando la acquistarono mia madre e mia zia, la Euro era solo una società di distribuzione, avrebbero ugualmente potuto comprare un’azienda che produceva yogurt. L’unica vera appassionata di quest’arte ero io».

E come mai non le affidarono le redini dell’azienda?

«Io volevo fare dei film, non occuparmi dei conti e mia madre pensò a mio fratello Bino. Mi opposi perché non lo ritenevo adatto. Il cinema era un mondo pericoloso per un ragazzo così giovane. Infatti, dopo un po’ tutto esplose e io me ne andai».

Non prima di conquistare l’Oscar nel 1971 con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Perché era convinta di non vincerlo tanto che nessuno del cast presenziò alla cerimonia?

«Al Festival di Cannes avevamo preso solo il Gran premio speciale della giuria. Elio Petri e Gian Maria Volontè erano stati iscritti al Pci e non potevano ottenere il visto per l’America, Florinda Bolkan era sul set di qualche film e io avevo grossi dubbi che gli americani apprezzassero quel film con problematiche distanti dalla loro sensibilità. Fu un errore non incaricare qualcuno di ritirare la statuetta just in case. Infatti, non l’ho mai vista».

Un vostro legale, Carlo Majno, parlando di suo nonno, «un incrocio tra Giulio Andreotti e John Ford», disse che la sua famiglia era «distaccata dalla realtà in modo esagerato»: un’alterigia che ha contagiato anche lei?

«Majno descriveva l’incapacità di mia madre di affrontare la quotidianità. Non credo ci sia alterigia in me, mi pare che il libro racconti la vita di una donna con i piedi per terra».

Scrive che durante la guerra i suoi genitori «non erano gli unici aristocratici a opporsi al fascismo», eppure suo nonno fu ministro nel governo Mussolini…

«Prima, con Giovanni Giolitti era stato governatore della Libia. Poi fu ministro delle Finanze, ma nutriva una certa antipatia per Mussolini. Mi raccontarono che una volta scomparve a Roma per 48 ore e dissero che era stato preso dai fascisti, che lo restituirono dopo averlo drogato. Mio nonno non fu certo antifascista, mentre lo furono in modo deciso i miei genitori».

Conferma che Gianni Agnelli è stato l’uomo più affascinante che ha conosciuto?

«Confermo. Gli telefonavo spesso al mattino presto per consultarlo su quello che succedeva e lui aveva sempre un’idea precisa e mai banale».

Però una volta, più del suo fascino valse la lealtà verso l’amica Marella, sua moglie… Oppure l’attrazione per gli uomini era già scemata?

«Ci sono uomini che mi hanno sempre interessato molto. Se non fosse stato sposato, un passaggio con lui ci sarebbe stato di sicuro. In quel momento mi era parso inopportuno».

Con Alain Delon invece non si ritrasse e anticipò l’amica Ljuba Rosa Rizzoli che condivideva con lei la stanza in hotel, dove spuntò un bigliettino nel quale Delon invitava nella sua camera, ma senza specificare il destinatario.

«Infatti Ljuba ha sempre detto che l’invito era per lei, più affascinante e sexy di me. Ma io allora avevo una passione particolare per Delon. Quando lo vedo ancora oggi penso che all’epoca non ci fosse uomo altrettanto seducente».

Nemmeno il Leone d’oro del 1967 a Bella di giorno convinse sua madre a darle pieni poteri?

«Credo che nemmeno seppe quello che era accaduto. L’espressione di Majno sul distacco di mia madre nacque proprio in quell’occasione».

Sebbene scriva di non aver mai prodotto film «per ragioni vagamente politiche» perché Franco Zeffirelli le rimproverava di fare solo film di sinistra?

«Si riferiva a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, uscito due mesi dopo la strage di Piazza Fontana, e a La classe operaia va in Paradiso che vinse a Cannes nel 1972. Zeffirelli era l’unico regista di destra del cinema italiano ed era convinto che chi aveva una certa formazione doveva pensarla come lui».

Oggi il cinema è più libero di allora?

«Allora c’era la censura e dovevamo tagliare delle scene, oggi non c’è. I registi sono davvero liberi se sono anche produttori. Poi molti lavorano con i fondi pubblici».

Prevalgono un certo conformismo e certi clan?

«Esatto. Negli anni Trenta c’era più libertà, la moglie di Franklin Delano Roosevelt frequentava un’amica. Oggi vedo più conformismo: questo non si può dire, questo non si può fare».

Quanto il suicidio di suo fratello in Brasile l’ha cambiata?

«È stata una ferita non rimarginabile, che mi ha cambiato in profondità. Anche la scoperta della malattia mi ha cambiato, perché implica davvero un’altra vita. Fino al giorno prima andavo a sciare, oggi il mio maestro di sci mi ha mandato una foto di qualche anno fa. Con la malattia le giornate sono totalmente diverse».

Se Gianni Agnelli era il più affascinante, come definirebbe Vittorio De Sica?

«Anche De Sica lo era, da napoletano. Gianni era figlio di militari torinesi, Vittorio di una famiglia di attori del Sud. Per lui ogni situazione era motivo di divertimento, di commedia».

Cosa la colpiva di Pier Paolo Pasolini?

«M’intimidiva, unico fra i tanti grandi registi con cui ho lavorato. Era un uomo che non si capiva bene a cosa pensasse. Aveva un fascino silenzioso».

E di Andy Warhol?

«È stato alcune volte mio ospite, ma non mi sono mai fatta ritrarre da lui. Era educato e di ottime maniere, molto diverso dall’immagine dell’artista ribelle che se ne aveva».

Chi è il più grande attore con cui ha lavorato?

«Direi Gian Maria Volontè, mentre con Marcello Mastroianni non ho mai lavorato. Erano di due scuole opposte: Marcello era credibile in qualsiasi ruolo, Gian Maria aveva bisogno di un personaggio in cui affondare i denti».

A quale regista o produttore di oggi si sente affine?

«Forse ad Andrea Occhipinti e Domenico Procacci di Fandango».

Il suo con Florinda Bolkan è stato uno dei primi amori omosessuali senza finzioni: come guarda alle rivendicazioni della comunità arcobaleno?

«Mi sembra che facciano parte di un mondo molto convenzionale nel quale c’è bisogno di definire le situazioni per farle accettare. Non sono a favore di queste posizioni, credo che sia inutile cercare di spiegarsi, di spiegare ogni comportamento. Ognuno di noi vive attrazioni e abitudini diverse. Forse per i trans è più difficile, ma penso che ognuno dovrebbe seguire la propria natura».

Perché anche nella vita privata ha sempre tenuto lontane l’ideologia e la politica?

«Perché non c’entrano. Ognuno può essere libero con sé stesso e vivere in modo spontaneo, senza costruzioni».

Non la pensano così i militanti del Metoo.

«Da sempre i produttori importanti a Hollywood hanno avuto rapporti bizzarri con attrici e attori. Non è un comportamento inventato da Harvey Weinstein, che pure aveva il dono di essere uno tra gli uomini più antipatici del mondo».

Che cos’è per lei l’amicizia?

«Anche gli amici sono ognuno diverso. Da ragazza c’era Franco Rossellini, poi mia grande amica è stata Jeanne Moreau e ancora Ljuba Rizzoli. Non conoscevo Sara D’Ascenzo che mi ha proposto il libro e così è diventata un’amica. Quando sei nel bisogno, gli amici sanno esserti vicino senza fartelo pesare. Sono anche quelli con i quali condividi le passioni».

Benedetta Gardona con cui convive è cattolica e devota…

«Lo era di più fino a quando una sua amica d’infanzia è morta di tumore, e questo le ha fatto un po’ perdere la fede».

Lei ne è mai stata sfiorata?

«Ho ricevuto un’educazione religiosa non formale. Pensi che quando avevo 15 anni mia madre si accorse che non avevo ancora fatto la prima comunione. Ora che non sono in salute alcune domande me le pongo, ma non sono riuscita a darmi delle risposte».

L’autobiografia s’intitola Ancora spero: in che cosa, signora?

«Non so… Spero che la vita rimanente sia abbastanza accettabile. Che il morire sia dolce e non comporti troppa sofferenza. Spero anche tante cose belle per gli altri. Ho scelto queste parole per il titolo perché sono nel motto di famiglia: mi sembra dicano che uno vuole vivere di speranza più che di certezza».

 

La Verità, 6 maggio 2023

«Io, fondatore dei Pac, cambiato dal perdono»

Di Arrigo Cavallina colpiscono i toni sommessi e la riluttanza a dare giudizi definitivi. Forse è il suo modo di restituire lo sguardo misericordioso di cui egli stesso è stato oggetto non solo nei lunghi anni di carcere. Non era così il fondatore dei Pac (Proletari armati per il comunismo), il gruppo terroristico nel quale arruolò Cesare Battisti, quando lo conobbe Cesare Cavalleri, suo professore di ragioneria a Verona. Era il 1964 e i due già litigavano, stimandosi. Iscritto alla Fgci e contemporaneamente all’Azione cattolica, il ragazzo; membro dell’Opus Dei e fondatore delle edizioni Ares, il docente. Dopo il diploma, le loro strade si separarono. Il prof. tornò a Milano e Cavallina s’immerse nella clandestinità. Vent’anni dopo, l’arresto per l’inchiesta «7 aprile» li riavvicinò. Appresa la notizia, Cavalleri scrisse all’ex allievo recluso a Rebibbia: «Sappi che non sei solo». Ne scaturì una corrispondenza durata oltre trent’anni e ora resa pubblica con il titolo Il terrorista e il professore – Lettere dagli anni di piombo & oltre (Ares edizioni). Soprattutto, ne scaturì un’amicizia grandiosa e radiosa, fatta di visite in carcere, presenza ai processi, aiuto concretissimo. Senza aver partecipato ad azioni di sangue, Cavallina detiene il primato di carcerazione preventiva, 11 anni dei 22 comminati, poi ridotti a 12 per indulto e buona condotta. Tornato in libertà, insieme alla moglie, Elisabetta Antolini, si dedica al volontariato fra i carcerati con l’associazione La Fraternità.

Nella prefazione al libro Michele Brambilla sottolinea il mezzo del rapporto con Cavalleri: «Lettere, fogli bianchi scritti a macchina o a mano, imbustati e affrancati e poi spediti…». Se negli anni Ottanta ci fosse stata la posta elettronica per lei che cosa sarebbe cambiato?

«Con la velocità di oggi sarebbe stata una corrispondenza meno ponderata e sofferta. Una lettera scritta a penna o a macchina costringeva a pensare un po’ di più. Poi c’era l’attesa della risposta… Erano riflessioni più meditate».

Il libro s’intitola Il terrorista e il professore: almeno un ex davanti ci poteva stare

«All’inizio non volevo che fosse usata quella parola. Il terrorismo colpisce vittime indiscriminate, come nei casi delle bombe di Piazza Fontana, di Piazza della Loggia o dell’Italicus. Poi il termine è entrato nell’uso comune, perciò ho accettato di definirmi terrorista o ex terrorista, anche se non sarebbe corretto».

Che possibilità c’è per chi ha praticato la lotta armata di costruire un futuro non definito dal passato?

«Anche il passato non è definito dal fatto di essere stato terrorista e, nel mio caso, ancor meno assassino non avendo mai ucciso. La persona ha una sua complessità. Perciò non sono d’accordo nel dire che una persona è un terrorista, e basta. Quella persona è quella cosa, ma è anche quell’altra e quell’altra ancora».

Ai Pac da lei fondati si aggregò il delinquente comune Cesare Battisti. Chi è per lei Cesare Battisti?

«Era un ragazzo conosciuto nel carcere di Udine con la voglia di cambiare le cose che soffiava nell’area comunista. Successivamente venne a chiedermi d’imboscarlo perché era ricercato. Lo aiutai e ci frequentammo, finché aderì alla banda nascente orientata ad azioni contro il sistema carcerario».

Tra le quali non c’era l’omicidio di Pierluigi Torregiani.

«Lo dico con grande vergogna: noi pensavamo che una fascia di emarginati che rifiutavano la legalità, criminali dunque, fosse potenzialmente vicina alle nostre istanze. Si volevano colpire le persone che, come Torregiani e Lino Sabbadin, avevano osato difendersi dai rapinatori, nostri alleati in carcere. Era una mostruosità, con la quale non c’entro perché avevo già lasciato i Pac».

Nei quali ha militato dal 1978 al?

«1978. Eravamo anche amici oltre che combattenti. Progressivamente non mi riconoscevo e non partecipavo. In questa posizione di dissenso sono arrivato ai primi mesi del 1979, non più di un anno in totale. Non ci fu un atto formale di uscita».

Che cosa di preciso le fece prendere le distanze?

«Alla base delle tesi dei Pac come le avevamo formulate io e Luigi Bergamin, mio caro amico ora in attesa di estradizione dalla Francia, c’era la critica alla dittatura della merce. Non pensavamo di conquistare il potere come le Brigate rosse, ma di renderci padroni della nostra vita. Anche oggi siamo in un sistema di bisogni indotti, allora associavamo a questa constatazione una visione marxista. L’uso delle armi doveva restare un fatto minore».

Che cosa la fece allontanare?

«Quando rapinarono delle armi vidi alcuni militanti giocarci felici. Per loro l’arma era una cosa bella, per me una necessità tristissima».

Cosa suscitò in lei la prima lettera di Cavalleri?

«Grande stupore. Ero contento di aver ritrovato una persona che stimavo. Mi colpì così profondamente che gli risposi aprendogli il cuore».

Ma scrivendo: «Leggo con un’insanabile riserva mentale».

«Dopo aver sbagliato abbracciando un’idea totalizzante, avevo forte timore di ripetere lo  stesso errore aderendo a un’altra certezza».

Guardare il proprio passato «come in uno specchio rotto» nel quale non ci si riconosce è l’effetto dell’ideologia?

«Quando mi chiedevo che cosa c’è all’origine del mostro, di quello che non mi andava di me stesso, l’ideologia era la risposta che mi davo. Ideologia è una parola piena di significati, ma se vogliamo condensare è quella giusta».

Come superare «lo scandalo di me che mi riempie»?

«Continuavo a chiedermi: nel processo si può essere sinceri? Posso dire quello che non è vero ai fini della difesa processuale? Posso reggere il peso della menzogna davanti alle persone a cui voglio bene e che mi aiutano? Alla fine ho concluso che m’importava di più essere me stesso. E il processo vada come vada».

È molto duro il suo giudizio sul pentimento che si traduce in meno carcere per il collaboratore di giustizia a fronte di più carcere per altri terroristi.

«È un giudizio duro sul pentimento come calcolo, ma non sempre è questo. Bisogna capire le debolezze e le motivazioni. Ci sono persone che hanno detto cose vere. Approvo la rivelazione che impedisce ad altri di continuare nel reato ed evita la soppressione di altre vite».

Nell’impegno per la dissociazione, oltre il dualismo tra irriducibili e pentiti, quale risultato è stato più importante?

«Essere riusciti a far passare l’idea che una pena retributiva, rendere male per male, induce alla menzogna. Possiamo fare l’esempio di Cesare Battisti. Noi sosteniamo un valore riparatorio della pena. Se so che per ciò che ho fatto non mi viene restituito altrettanto male, non ho difficoltà a riconoscere la verità. La pena riparativa può essere un aiuto a ricostruire una nuova identità».

Perché nella cronologia degli anni di piombo compare l’incontro in carcere tra Giovanni Paolo II e Ali Agca?

«Ciò che Giovanni Paolo II ha fatto e detto è stato importantissimo per me. Il tema del perdono è centrale anche nella corrispondenza con Cavalleri. Nel discorso ai detenuti di Rebibbia il Papa affermò la dignità compiuta di ogni persona. Fu sconvolgente: per gran parte della magistratura e del sistema carcerario noi coincidevamo con i nostri reati».

Chi avversava il movimento per la dissociazione?

«Il maggior riconoscimento è venuto dagli ambienti cattolici. Le figure della riconciliazione sono state Giovanni Paolo II, il cardinal Carlo Maria Martini, monsignor Luigi Di Liegro, il cappellano di San Vittore e don Matteo Zuppi, allora pretino della comunità di sant’Egidio».

E le resistenze?

«Erano maggiori da parte comunista. Anche se Leda Colombini e Angiolo Marroni, vicepresidente della regione Lazio, aiutarono a costruire un ponte tra società e carcere».

Nelle corti giudicanti e in genere nella magistratura?

«Noi pensavamo che dietro le posizioni più dure, come quelle espresse nel teorema Calogero, ci fosse il Pci. Ma forse c’entravano le persone più che l’appartenenza».

In risposta a una delle prime lettere di Cavalleri che le suggerisce la necessità di un confronto con un Giudice che contempla il perdono lei sottolinea di non avvertirne il bisogno.

«Poi, invece, è diventata la cosa più importante su cui ho riflettuto. Ci ho fatto la tesi di laurea e scritto un libro. È l’argomento di cui cerco di parlare quando vado nelle scuole».

Cavalleri la invita a confessarsi dicendo che la verità esistenziale la aiuterà ad affrontare quella processuale. Non trovava troppo insistenti queste esortazioni?

«Al contrario, le ho stimate perché erano dimostrazioni di affetto. Da un lato era giustamente insistente su ciò che secondo lui era il mio bene. Dall’altro mi diceva di sentirmi libero nell’aderire o no. È stata una bella lezione, l’antitesi del settarismo».

Il suo blocco riguarda soprattutto il sacramento della confessione: che cosa glielo fa superare? Nel libro non lo esplicita…

«Non voglio avvalorare l’idea della conversione come spartiacque, o di qua o di là. La conversione è una ricerca con delle certezze. La prima delle quali è la persona di Gesù Cristo: questa è la strada che voglio percorrere».

Riferendosi a Cavalleri, scrive: «Qualcuno deve volermi molto bene per avermi mandato uno come te».

«Me lo dico spesso, non solo a proposito di Cesare, ma anche di mia moglie Elisabetta».

Molti ex terroristi hanno trovato nella Chiesa un interlocutore per il proprio cambiamento. Chi ha coagulato l’intellighenzia degli appelli ha scelto di restare nel territorio dell’ideologia?

«Ognuno ha scelto una propria strada. Alcuni hanno cercato un significato profondo e altri sono rimasti più in superficie, parliamo di un movimento di migliaia di persone. Una certa intellighenzia ha creato una rete di solidarietà, anche questo può essere un calcolo. Tuttavia, non possiamo sapere se uno, dentro di sé, è cambiato. Molti di coloro che si sono rifugiati all’estero hanno cercato di presentarsi come perseguitati politici e di non ammettere reati gravi per non rischiare l’estradizione».

Perché a suo avviso in Italia il Sessantotto è durato alcuni decenni?

«L’ho vissuto poco, per me il Sessantotto era già in ritardo, non lo vedevo come una liberazione. La cosa che mi colpisce di più è la pretesa del marxismo: un’ideologia durata un secolo che, appena ha provato a misurarsi nelle sue conseguenze con la realtà, è crollata».

 

La Verità, 18 settembre 2021

«Quando Craxi era l’uomo nero e io la sua strega»

Buongiorno signora Alda D’Eusanio, perché non è andata ad Hammamet per il ventennale della morte di Bettino Craxi?

«Per me la tragedia di Hammamet, come la chiamo, è una ferita ancora aperta. Non credo molto nelle visite collettive in occasione degli anniversari. Credo invece che vada fatta un’opera per ristabilire la verità e la giustizia sul caso Craxi, affinché il Paese possa riflettere su ciò che è stato. La fine di Bettino è stata anche la morte di un intero sistema».

«Bettino»: lo chiama spesso così, Alda D’Eusanio, in questa intervista; per sottolineare la prevalenza dell’uomo sullo statista e per esprimere il senso di un’amicizia che ha lasciato un vuoto. Giornalista, moglie del sociologo Gianni Statera, scomparso pochi mesi prima del leader socialista, D’Eusanio è un volto molto noto della televisione italiana. Ha condotto per alcuni anni il Tg2 e poi ideato e condotto diversi programmi di cronaca e attualità, da L’Italia in diretta a Ricomincio da qui, da Al posto tuo a Qualcosa è cambiato. Grazie all’abitudine a evitare troppe circonlocuzioni, da qualche stagione si è ritagliata uno spazio come opinionista di programmi popolari, soprattutto in Mediaset.

Non è andata ad Hammamet pur essendo amica del leader socialista.

«Ci sono sempre andata e ancora ci andrò, in forma privata. Ero un’amica come lo era mio marito, uno studioso, autore di molti libri, tra i quali uno intitolato Il caso Craxi. Immagine di un presidente».

In che cosa consisteva quest’amicizia?

«Mio marito, che era molto stimato da Craxi, me lo fece conoscere. Ogni 15 giorni o più spesso – dipendeva dai loro impegni – c’invitava a cena all’hotel Raphael. Con il mio carattere privo di formalità ero riuscita a superare le sue diffidenze iniziali. Bettino credeva nell’amicizia».

Pochi lo ricordano così.

«M’infastidisce che quando si parla di lui si citino sempre nani e ballerine. La sua casa era frequentata da politici come Giovanni Spadolini, oltre ai tanti amici socialisti. Il fatto di averla aperta anche a persone del mondo dello spettacolo come Ornella Vanoni, Adriana Asti o Caterina Caselli non ha fatto di lui il capo di un circo».

Come s’intende quando si rispolvera quel binomio?

«La politica spettacolo era già arrivata con Marco Pannella che fu il primo a usare la tv in modo moderno. Anche Sandro Pertini era molto attento alla sua immagine. Bettino non lo è mai stato, era schivo, persino timido».

Non dava questa impressione.

«Invece era così. Non amava i riflettori, il palcoscenico, il lusso».

A differenza del suo amico Silvio Berlusconi?

«Che però allora non faceva politica e si occupava, molto bene, di televisione. Berlusconi era il volto seduttivo del potere, l’esatto opposto di Craxi. Che non era né seduttivo né simpatico».

Ha ragione Claudio Martelli che ha intitolato il suo libro L’Antipatico. Bettino Craxi e la grande coalizione?

«Sì. Non faceva nulla per conquistarsi la simpatia di nessuno. Tutta la sua mente era rivolta alla soluzione dei problemi. L’unico momento di svago era la sera a cena, quando incontrava amici, politici, scrittori o persone dello spettacolo, ma sempre parlando di politica. Ha condotto una vita in un certo senso umile, al Raphael non viveva in un attico sfarzoso come si diceva, erano due stanze piene di libri, giornali e polvere».

Si è parlato a lungo del suo tesoro, conti all’estero, ville, donazioni alle amanti.

«Ancora la storia dell’oro di Dongo? A smentirla basta la sobrietà della vita condotta da lui e dalla sua famiglia. Le case in cui ha vissuto, compresa quella di Hammamet, l’unica di proprietà, erano come quelle due stanze al Raphael».

Perché dice che è stato ucciso? E da chi?

«Quando doveva operarsi e si sapeva che la Tunisia non aveva ospedali all’altezza, non gli è stato consentito di tornare in Italia. È stato un modo di ucciderlo. Solo la Tunisia l’ha accolto. François Mitterand disse che non poteva garantirgli la protezione: poteva garantirla ai terroristi assassini di innocenti come Cesare Battisti, ma non a un leader politico. Craxi non voleva sfuggire alla giustizia italiana, ma auspicava l’esercizio di una giustizia giusta, che non agisse come un potere deciso ad azzerare un intero ceto politico».

Martelli sostiene che è stato ucciso da una grande coalizione della finanza internazionale.

«Nessuno credo pensi realmente che il sistema politico e sociale della quinta potenza industriale potesse essere distrutto dal mariuolo Guido Chiesa e dal poliziotto Antonio Di Pietro. Sicuramente c’era un disegno. Martelli è sempre stato lucido nelle sue analisi, era il delfino di Bettino. Che, del resto, a differenza di altri leader, si è sempre circondato di persone di valore, come Rino Formica e Gianni De Michelis».

Non ci sono state anche colpe sue nel compiersi di quella tragedia?

«Eraclito dice che il destino dell’uomo è il suo carattere. Quello di Bettino lo portava a combattere mettendo da parte la prudenza. Non era capace di abbassare la testa per aspettare che passasse l’onda».

Ha visto Hammamet di Gianni Amelio?

«Sì e non mi è piaciuto. Non è né un documento politico né un’operazione verità sui suoi ultimi mesi. Se non ci fosse la bravura di Pierfrancesco Favino… È un film che non aggiunge nulla, solo cose sbagliate».

Per esempio?

«Il modo di raccontare la famiglia. Bettino era amato dalla moglie Anna e da Bobo, Stefania lo adorava. Nel film si vede quasi solo lei. Ma la vera infermiera era Anna, che non lo ha mai lasciato mezzo secondo, tranne quando è stata costretta ad andare a Parigi per curarsi. È morto quando si è allontanata, ma nel film è descritta come una donna che guarda la tv. Anche Bobo si era trasferito lì con la famiglia. Quegli ultimi anni sono stati raccontati meglio in Route El Fawara, Hammamet di Gianni Pennacchi».

L’amicizia con Craxi ha aiutato la sua carriera di giornalista?

«Io ero molto critica nei confronti della gestione della Rai del Psi e del Pci. C’è una mia intervista a Maria Latella del Corriere della Sera intitolata: “Telegarofano, la mia croce”. Commentandola, Giampaolo Pansa scrisse sull’Espresso: “Attenti a quell’Alda di notte”».

Aveva ragione?

«Faccia lei. Prima di diventare giornalista a 40 anni me ne sono fatta undici di precariato. Poi ho condotto il tg della notte che è quello che ti danno quando non vogliono farti far carriera. Ho cominciato ad avere successo nel 1996 con L’Italia in diretta quando Bettino era ad Hammamet da due anni. La prima conduzione in prima serata l’ho avuta nel 2001, con Al posto tuo, quando sia mio marito che Craxi erano morti».

Alla conduzione del tg delle 20.30 quando arrivò?

«Nel 1995. Fu Clemente Mimun a spostarmi, ma durò pochi mesi perché poi passai a L’Italia in diretta. Poco dopo spuntarono le intercettazioni delle nostre telefonate…».

Che cosa venne fuori?

«Lo chiamavo alla sera con mio marito, sapendo benissimo che eravamo intercettati, per chiedergli come stava e riferirgli lo stato di salute di Vincenzo Muccioli, nostro amico. Lui parlava, si sfogava anche. Io manifestai l’intenzione di scrivere un libro sulla sua vicenda».

Disse: «Sarò la tua voce».

«Il senso era questo: se riuscirò a convincere un editore sarò la tua voce. Si parlava di un libro da scrivere. Un’altra volta in cui raccontava del dolore provocato da un’ernia gli mandai affettuosamente “un bacino sulla bua, che ti passa”. Fui messa alla gogna, il mio peccato originale era stato ammettere di essere amica di Bettino Craxi. Lo rivendicai, chiedendo di dimostrarmi dove sbagliavo. Avevo anche rifiutato, come Enrico Mentana, di fare uno spot elettorale».

Gli attacchi non si placarono?

«L’Indipendente di Vittorio Feltri, L’Unità e Norma Rangeri sul Manifesto scrissero le cose più ignominiose. Se Bettino era l’uomo nero io ero una strega. Forse volevano anche colpire mio marito, socialista sopra le parti. Ma avevamo la coscienza a posto, non temevamo l’isolamento di cui fummo oggetto per anni. Quando andavo a mangiare alla mensa della Rai, come mi sedevo tutti si alzavano e restavo sola al tavolo».

Intanto continuava a condurre: come definirebbe la sua televisione?

«Una televisione coraggiosa, che guardava avanti e raccontava le storie delle persone comuni. Non a caso fu copiata da tutti».

Per esempio?

«L’Italia in diretta divenne La vita in diretta, poi Ricomincio da qui, Un pugno o una carezza, Qualcosa è cambiato hanno ispirato tanti programmi di questi anni, le storie e l’infotainment. È stata copiata anche la tecnica dei primissimi piani durante il racconto. Di pomeriggio Al posto tuo batteva Maria De Filippi. Ideavo programmi, ma dopo un anno mi mandavano via».

Perché?

«La libertà e la solitudine si pagano».

Non c’erano anche polemiche per l’uso di attori?

«La tv è fatta dal rapporto tra i telespettatori e il conduttore che tiene il pubblico legato alla storia. Io non recitavo e non facevo recitare, facevo passare i sentimenti, li stimolavo».

Negli ultimi anni è stata opinionista di alcuni reality. Che cosa le piace di questi programmi?

«L’unico reality è stato L’Isola dei Famosi. M’incuriosiva la durezza del format: le situazioni estreme, la sopravvivenza e la convivenza con persone diverse mettono a nudo il carattere delle persone. Poi sono stata opinionista anche per Piero Chiambretti e, a volte, per Barbara D’Urso. È la tv di adesso».

Che cosa guarda da telespettatrice?

«Seguo i programmi d’informazione, da Ballarò a Report a Porta a porta. E poi Maurizio Crozza, che mi diverte molto».

Tra i politici di oggi chi le fa meno rimpiangere quelli della Prima repubblica?

«Tutti me li fanno rimpiangere perché dopo di allora non c’è più stata vera politica. Berlusconi ci ha provato, anche se non era del ramo. Sono politica il Conte 1, il Conte 2 o allearsi prima con un partito e subito dopo con un altro? Lei vede in giro qualcuno che possa lontanamente paragonarsi a Giulio Andreotti, Bettino Craxi o Enrico Berlinguer?».

 

La Verità, 19 gennaio 2020