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«Litigo con quelli che amo. Anche con Dio, ma…»

Travolgente, istintivo, spudorato. Privo d’inibizioni e remore. Uno che non distingue tra vita e arte e dice sempre quello che gli passa per la testa. Pronto a rivelare vizi e debolezze. È Alessandro Haber: 120 film e oltre 50 opere teatrali. Nato a Bologna nel 1947, da padre ebreo rumeno e madre cattolica. Per Pupi Avati è «il migliore attore italiano in circolazione». Volevo essere Marlon Brando (ma soprattutto Gigi Baggini), scritto con Mirko Capozzoli, è la sua autobiografia pubblicata da Baldini+Castoldi. Un flusso di coscienza di 430 pagine intrise di sfuriate, sesso, notti di poker, tradimenti. Tutto improntato alla sincerità più totale. A volte, pure troppa.

Stefano Bonaga la definisce «un uomo evento» che mette in scena sé stesso, Alessio Boni «il cinghiale». Lei come si definisce?

«Tutt’e due insieme: un cinghiale evento. Sì, ho un po’ l’indole del gorilla e mi piace mangiare con le mani. Tra l’uomo e l’artista privilegio l’artista, perché davanti alla macchina da presa sono me stesso».

Ama più le donne o il mestiere di attore?

«Per me recitare, anche se non amo questo verbo, è come fare l’amore. Le donne venivano dopo il lavoro e si sentivano trascurate. Anche per questo mi hanno mollato. Giustamente».

Quante sono state le potenziali donne della sua vita se non avesse avuto in testa il cinema?

«Ne ho avute tante, ma quasi sempre capivo se erano storie che potevano durare o no. Lo capivo dalla dolcezza, dalle forme, dallo sguardo… Se provo un sentimento lo manifesto, può essere un gioco, una fantasia… Dopo un po’ di anni con la stessa, la passione declina. Avrei voluto imitare mio padre e mia madre che sono stati insieme tutta la vita e hanno visto crescere le rughe dell’altro. Invece ho tradito».

E lo è stato. Per lei è peggio esser traditi da una donna o il telefono che non squilla?

«Se il telefono non squilla vuol dire che non lavoro e non raggiungo quelle piccole felicità che mi fanno stare bene. Allora vado in crisi anche con le persone che mi stanno vicino. Se devo scegliere, preferisco il tradimento di una donna».

Da giovane amava il mestiere anche più della politica e delle manifestazioni?

«Nel Sessantotto avevo 21 anni e i miei sogni cominciavano a concretizzarsi. Partecipando alle manifestazioni temevo di essere coinvolto in qualche disordine e di rovinarmi la faccia. Tifavo per il Sessantotto e la sinistra, certo; come si tifa per una squadra di calcio. Ero concentrato a cercare i registi, i ruoli, a telefonare…».

Scrive che il lavoro lo ha salvato: da cosa?

«Potevo fare la fine di Gigi Baggini, l’attore fallito interpretato da Ugo Tognazzi in Io la conoscevo bene. Se non avessi avuto talento non so la mia mente e il mio corpo come avrebbero reagito».

L’ambizione di essere Marlon Brando si capisce, ma Gigi Baggini?

«Era un fallito che elemosinava una parte, una figura che mi ha devastato. Sperando di essere ingaggiato si esibisce in un tip tap che soddisfa solo il cinismo dei presenti. È stato un monito, perciò l’ho citato in tre film. Anche nella serie di Carlo Verdone il mio cameo è lui».

Con il suo talento avrebbe potuto avere ancora più successo: cosa l’ha frenata?

«Forse il mio carattere, se fossi stato uno che conta fino a dieci… Se fossi nato dieci anni prima, magari i mostri del cinema sarebbero stati cinque (I 4 riconosciuti erano Alberto Sordi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi ndr). Però ho avuto le mie soddisfazioni. A teatro reinvento i personaggi, anche i critici riconoscono che il mio Zio Vanja ha qualcosa di unico».

In La cena delle beffe diretta da Carmelo Bene si fece dare 70 ceffoni veri.

«Sfido qualsiasi attore a prenderli. Tornaquinci era un personaggio che non volevo fare. Il copione prevedeva che dovevo prendere una sberla, io proposi di farmene dare 70. Bene approvò: “Grande Haber, geniale”. Divenne una delle scene di culto. Quello che me le dava diceva che gli faceva male la mano. Capisce? Lui a me. Io non le sentivo perché quando sei sul palco non senti niente. Alla fine delle repliche avevo un callo sul viso».

Chi era Carmelo Bene?

«Un artista, un poeta unico. O l’amavi o ti stava sul cazzo. Era di un altro pianeta. Un trascinatore, anche un uomo fragile, con tutti i suoi difetti, in questo ci assomigliamo. A me la perfezione mi fa cagare».

Qual è l’episodio che ricorda con più piacere?

«Quello che avvenne sul set de Il conformista di Bernardo Bertolucci, con Stefania Sandrelli e Jean-Louis Trintignant. Il primo giorno di prove fu rinviato perché morì la bambina di 10 mesi di Trintignant. Due giorni dopo iniziammo a girare. Io ero un cieco ubriacone di idee socialiste e dovevo raccontare una barzelletta sul Duce, prima di essere malmenato da un fascista. Trintignant assisteva, assorto nei suoi pensieri. Allo stop di Bertolucci scoppiò l’applauso e mentre le comparse si complimentavano sentii battermi sulla spalla: “Merci, vous êtes vraiment un grand acteur” (Grazie, lei è davvero un grande attore ndr). Con quello che stava passando in quel momento, Trintignant si era congratulato con un attore sconosciuto».

Poi però quella scena…

«Fu tagliata al montaggio per esigenze di produzione. M’incazzai a morte. Bertolucci era molto imbarazzato: “Ti sono debitore”, mi disse».

La ripagò?

«Mai. Anni dopo, quando lo rividi, gli ricordai la promessa. “Mi fai dei ricatti?”, si arrabbiò. Non ci siamo salutati per un po’, poi abbiamo fatto pace. Forse non c’erano i ruoli… Abitavamo vicino, negli ultimi anni lo vedevo in carrozzella e con me era sempre gentile. E poi va bene così anche questo scontro-incontro. Quando ti capita di mandare affanculo Bertolucci?».

Perché secondo lei alcuni registi che la elogiavano non l’hanno chiamata?

«Con Mario Monicelli ho fatto cinque film, ma avrei potuto farne otto se non fossi stato impegnato a teatro. Con Pupi Avati ne ho fatti otto, ma avrebbero potuto essere undici».

Nanni Moretti?

«È vero, nonostante le promesse con lui ho fatto solo Sogni d’oro. Io lo adoro Nanni, mi fa tenerezza. Adesso il carattere si è addolcito. All’epoca gli piaceva che la corte lo ossequiasse. Quando giocavamo a pallone voleva fare il regista anche lì, ma se era il caso, io lo mandavo affanculo. È venuto a vedermi a teatro e qualcosa mi aspettavo… A volte è come per il ristorante sotto casa: non ci vai proprio perché è lì e ti scapicolli dall’altra parte della città, ma magari si mangia meglio lì sotto».

Pupi Avati invece la prese subito per Regalo di Natale.

«Andai nel suo ufficio: “Sono anni che mi fai complimenti, dimostrami che ti piaccio sul serio”. Telefonò al fratello e mi disse: “Sei nel prossimo film”. Non finirò mai di ringraziarlo».

Adesso è quasi un suo attore feticcio.

«Coglie la musicalità e le sfumature, valorizza gli attori. È uno dei più grandi in Italia e forse in Europa. Anche lui ha fatto qualche film meno riuscito, come tutti. Non ha ottenuto tutto quello che meritava perché non fa parte della sinistra cinematografica e gliel’hanno fatta pagare. Io non guardo gli schieramenti, rispetto il talento. Le emozioni non sono di destra o di sinistra».

Chi è il più grande con cui ha lavorato?

«Ci pensavo oggi. Voglio regalare il libro ad Avati e riflettevo sulla dedica. Vorrei metterlo con Monicelli e Nanny Loi. Devo trovare una poetica che racconti…».

Questa trinità?

«Esatto. Ognuno ha la propria personalità, ma io li vedo insieme. Straordinariamente intelligenti anche se narrativamente diversi però accomunati dalla stessa sensibilità».

Qual è stato il suo più grande errore?

«Quando dissi di no a Vittorio De Sica. Che idiota. Quando mi chiamò per Il giardino dei Finzi-Contini dissi che conoscevo a memoria il libro ed ero perfetto per interpretare il protagonista. Ma siccome Giorgio Bassani l’aveva chiamato Celestino per gli occhi azzurri, io non ero adatto. De Sica mi propose di fare Bruno Lattes, ma io m’impuntai e rifiutai. Salvo pentirmene presto, ben prima che il film vincesse l’Oscar».

Perché quando le offrono una parte le capita di chiederne un’altra?

«È successo con Moretti per Sogni d’oro. Rifiutai la sua proposta, gli chiesi d’interpretare lo sceneggiatore sfigato e lui accettò. Ho sempre guardato ai ruoli non ai soldi. Stamattina il direttore artistico del Quirino di Roma mi ha offerto di fare l’avvocato di Testimone d’accusa, il giallo di Agatha Christie. Nel film di Billy Wilder lo fa Charles Laughton. Ma è un personaggio che non evolve. Io prediligo figure più complesse. Così gli ho detto di no, lui mi ha dato ragione. A volte produttori e registi se ne approfittano perché sono un drogato di teatro e dopo un po’ vado in astinenza. Hanno ragione».

Il suo più grande amico nel cinema?

«Giovanni Veronesi. Poi Alessandro Capitani e Nicola Guaglianone. Quelli storici sono Pietro Valsecchi, Massimo Ghini, Rocco Papaleo e Giuliana De Sio. Ennio Fantastichini, Flavio Bucci e Monica Scattini li ho persi».

Cosa vuol dire che «Dio è il mio protagonista»?

«Non sappiamo se c’è o no. Questo mistero ti turba perché non sei sicuro che ci sia. Probabilmente sì, basta guardarsi attorno, la natura… Quando qualche volta lo bestemmio è per stimolare l’idea che ci dev’essere. Non è così stupido da offendersi. Io litigo con le persone alle quali voglio bene non con gli sconosciuti. È un’entità che non vedi, ma speri che ci sia».

Tornando al mestiere, non ama la dizione, la recitazione con il diaframma… C’è il metodo Haber?

«Non lo so. Il perbenismo della dizione non mi convince, un piccolo difetto dimostra che sei vero, credibile. Se non riscrivo i personaggi faccio una lettura. Anthony Hopkins ha vinto l’Oscar come migliore attore per l’interpretazione di The Father – Nulla è come sembra. È un’opera proposta ovunque. Io l’ho fatto per tre anni a teatro e Florian Zeller, l’autore del libro, mi ha detto che la mia interpretazione contiene sfumature che lui stesso non immaginava».

Perché, invece, nella vita vera è difficile fare il padre?

«A teatro lo so fare, nella realtà i critici mi stroncherebbero. Di solito i figli hanno soggezione del padre, mia figlia Celeste no. Se alzo la voce mi ribatte e io m’incazzo come una furia, ma dopo un minuto mi sciolgo come un marron glacé. Forse va bene così».

 

La Verità, 13 novembre 2021

Delle Piane: «Solo sul set le mie fobie spariscono»

Più che a lui, l’intervista andrebbe fatta ad Anna Crispino, la donna di 36 anni più giovane che lo accompagna e lo assiste in tutto e per tutto da quando lo conobbe, casualmente, alle prove di uno spettacolo al Parco Santa Maria della Pietà di Roma. Lei cantante, lui il suo attore preferito. Incontrai Carlo Delle Piane, sei anni fa, era appena uscita la sua autobiografia (Signori e signore, Carlo Delle Piane; edizioni Testepiene) e Anna era una «grande amica e donna paziente». Ora sono marito e moglie. Vivere insieme, però, no. Abitano vicini e lei gli porta da mangiare tutti i giorni, lo cura, lo accompagna dovunque, ne condivide attività e impegni e sopporta le sue fisime, infinite, con pazienza ma anche con la veracità tipica di una donna napoletana. «Ho una figlia di 14 anni», racconta Anna mentre Carlo si allontana per le sue abluzioni. «I miei rapporti col mondo maschile non sono stati buoni. Ho scelto di dedicarmi a lui. Avevo un padre fragile, pieno di paure, so cosa vuol dire. Ma è dura. Carlo lo sa, e se perdo la pazienza, si spaventa e mi rimprovera».

Ottantun anni compiuti giovedì scorso – «ma li festeggio domenica con pochi amici, Antonio e Pupi Avati» – e 104 film all’attivo, Delle Piane è il più longevo attore italiano avendo esordito nel 1948, quando di anni ne aveva dodici, scelto da Duilio Coletti e Vittorio De Sica a un casting nelle scuole, per il ruolo di Garoffi in Cuore. Da allora ha attraversato tutte le stagioni del cinema, dalle commedie del dopoguerra ai musicarelli, dal neorealismo alle pochade con Edwige Fenech e Renzo Montagnani. Diretto da Totò, Eduardo De Filippo, Aldo Fabrizi, Vittorio Gassman, Roman Polanski, Steno, Mario Monicelli, Sergio Corbucci, fino a diventare, per qualche anno, l’attore feticcio di Pupi Avati. Ha recitato per Ermanno Olmi, Luca Miniero e Paolo Genovese ed è Il bello del cinema italiano del documentario di Giuseppe Aquino (presto su Rai 5). Uno dei suoi maggiori rimpianti è non aver potuto accogliere l’invito di Jean Jacques Annaud, venuto apposta a Roma per convincerlo a interpretare un frate in Il nome della rosa. «Mi avrebbe messo a disposizione i migliori insegnanti per imparare le battute in inglese. Ma dopo una notte insonne gli dissi di no: non potevo recitare senza capire che cosa mi dicevano gli altri. Io ho imparato da De Sica, quasi un mio secondo padre. Si parla sempre del metodo Stanislavskij e dell’Actor Studio. Io dovrei parlare di De Sica». Il padre naturale di Carlo, sarto in casa sempre oberato di lavoro per mantenere tre figli maschi, era invece uno che recitava inventando continui infortuni per giustificare i ritardi nella consegna degli abiti. La madre Olga, casalinga, allergica al contatto fisico, aveva perennemente in mano uno straccio per spolverare. In mano Carlo ha sempre un fazzoletto di carta che lo protegge dalle maniglie. Fu dopo il risveglio da un mese di coma in seguito a un incidente stradale che, certe fobie latenti, s’impadronirono di lui. Non dà la mano per salutare o fare conoscenza con qualcuno, incarta il cappellino quando se lo toglie per evitare che tocchi una superficie estranea, al ristorante o in auto siede sopra un asciugamano. A un certo punto, salendo dei gradini stava perdendo l’equilibrio e io ho allungato un braccio per sorreggerlo: arrivati al ristorante ha strofinato a lungo la giacca nel punto dove l’avevo toccata. «È una prigione», dice Anna, «ma non ci può fare niente. Le fobie sono il rovescio della depressione. Non prende e non vuole prendere farmaci, avrebbe dovuto iniziare molto tempo fa».

Carlo Delle Piane con la moglie, Anna Crispino

Carlo Delle Piane con la moglie, Anna Crispino

Due anni fa ha avuto un’emorragia cerebrale, ma oggi la trovo più vivace di quando ci vedemmo nel 2011. Mi ha anche risposto al cellulare…

«Allora non ce l’avevo. Ho dovuto comprarlo quando sono stato a casa di Anna dopo l’emorragia. Lei non possedeva il telefono fisso».

Resta il fatto che mi sembra più dinamico e protagonista.

«Miglioro invecchiando, come il vino. Scherzi a parte, forse è perché ho ripreso a recitare e sono in attesa dell’uscita di un film di cui però non posso anticipare nulla».

Nemmeno il titolo o cast?

«Nulla».

Da spettatore, invece, come lo vive il cinema?

«Non entro nelle sale. Ma credo di non perdermi molto. Amo troppo il cinema per intristirmi con le solite commediole. Forse sono diventato troppo esigente e soprattutto il cinema italiano, così provinciale, mi appare di una semplicità disarmante».

Non salva nulla?

«Poche eccezioni. I film di Paolo Sorrentino, di Ferzan Ozpetek e di Paolo Genovese».

E del cinema straniero, magari visto in tv?

«Mi piace quello di Clint Eastwood, le sue regie così asciutte e personali. Penso a Million Dollar Baby e a Gran Torino. Non era facile prevederlo cineasta quando lo si vedeva nei panni di un cowboy. Mi piace anche Martin Scorsese. Andando indietro amo molto John Ford e Orson Welles: le nuove tecniche della regia e del montaggio sono nate con Quarto Potere e L’infernale Quinlan. E poi Billy Wilder, il più grande di tutti nelle commedie».

Clint Eastwood, tra i registi preferiti di Delle Piane

Clint Eastwood, tra i registi preferiti di Delle Piane

E tra gli attori?

«Marlon Brando è stato il vero innovatore, libero di inventare e aggiungere i suoi tic. La recitazione moderna è nata con lui, prima erano tutti così misurati. Senza Marlon Brando non ci sarebbe stato Robert De Niro. E anche Gene Hackman, grandissimo in La conversazione di Coppola».

Se dovesse scegliere i tre migliori film del cinema mondiale?

«Una cosa da niente. Metterei Fronte del porto… poi Il Padrino e forse qualcosa di Stanley Kubrick».

C’era una volta in America?

«Non amo molto il cinema di Sergio Leone. Lo trovo un po’ ricercato, troppi primi piani».

Quentin Tarantino?

«Grande regista. Diciamo che il suo cinema, così frenetico, non è il mio. Però ne riconosco il talento».

Tra i suoi film, se dovesse premiarne solo tre?

«Direi Una gita scolastica e Regalo di Natale. E il prossimo di cui non dico nulla, ma di cui sentirete parlare presto».

Il cinema è anche una gioia da condividere: scambia commenti e giudizi con qualche amico?

«Al massimo qualche telefonata. Avevo qualche rapporto negli anni in cui lavoravo con Pupi. Non esco molto e non coltivo le relazioni. Quando lo faccio devo sempre sapere dove vado e cosa trovo, perciò finisco sempre nei soliti posti, dove mi conoscono».

Segue la politica?

«Ne sono totalmente disgustato: vedo solo ipocrisie, false promesse per accaparrarsi i voti, sempre più politici indagati».

Ha sperato in una ripresa con il Movimento 5 stelle, anche qui a Roma?

«Da tempo non spero più».

E quindi non vota?

«Da parecchi anni».

Che cosa la turba di più?

«Penso a che cosa lasceremo ai bambini di oggi. Mi preoccupano lo sfascio dell’ambiente, il degrado delle nostre città, il menefreghismo, l’economia in crisi perenne. Su YouTube si trova anche una mia canzone intitolata Bambini».

Ha un’idea di che cosa si potrebbe fare per cambiare questa situazione?

«Come ho detto, non credo più nella politica. E i miei limiti sono palesi. Alcuni anni fa ho avviato l’adozione a distanza di una bambina del Bangladesh, che è proseguita fino a quando si è sposata. Così, mi hanno scritto che non aveva più bisogno. Ho iniziato ad aiutare altre tre femminucce che hanno dieci anni per portarle alla fine degli studi: una etiope, una colombiana e una brasiliana. Sono sempre in contatto con la Caritas. Faccio i bonifici, mi mandano le foto, le lettere, le pagelle scolastiche».

Carlo Delle Piane in «Regalo di Natale»

Carlo Delle Piane in «Regalo di Natale»

Dev’essere una soddisfazione. Diceva che trasmetteremo ai bambini un ambiente e delle città deturpate. Anche un’etica nichilista?

«Dominano l’egoismo e l’arrivismo. Si pensa solo ad arricchirsi e al proprio tornaconto. Anche nei rapporti umani è sempre il calcolo a comandare: se si dà qualcosa è per avere qualcos’altro in cambio».

Com’è la sua giornata?

«Anna, hai sentito che domanda mi ha fatto (ride)? La mia giornata… scrivo continuamente. Trascorro mattinate ad appuntarmi tutto quello che devo fare (estrae un foglietto con una grafia minuta). Per esempio: “Devo dire al giornalista che non parleremo del nuovo film”. Me lo sono scritto, dopo che al telefono gliel’ho detto non so quante volte. È una forma di ansia, un bisogno di controllo ossessivo, anche delle cose minime».

Ha mai pensato di scrivere un diario?

«Mi sarebbbe piaciuto. Non l’ho mai fatto e ne sono pentito perché avrei avuto molto da raccontare. Ma ho una grande pigrizia mentale. Per esempio: ho duemila vinili, molti sono ancora incellophanati. Anche a leggere, mi stanco dopo poche pagine. Ha capito che razza di vita? Se non avessi conosciuto Anna non so come sarebbe finita. Dopo l’emorragia sono ancora più pauroso. Tutta la mia vita l’ho vissuta diviso tra finzione e realtà. Recitare è come andare in terapia. Solo che invece di spendere, guadagno. Quando recito posso fare tutto, do la mano, abbraccio, sto in poltrona senza stendere un fazzoletto sul sedile».

La finzione la rende libero?

«È così. Divento il personaggio che interpreto».

È un processo mentale per cui cambia identità o rimuove la sua psiche?

«È come se mi sdoppiassi. Scindo la mia identità da quella del personaggio e le mie fobie scompaiono. A volte ironizzo su queste mie manie e dico ad Anna: quando morirò ricordati di far pulire bene la bara».

Alla fine si può dire che la sua vera vita è il cinema, quando fa cinema…

«Ho vissuto tutte le stagioni, dalla fanciullezza alla vecchiaia passando per la gioventù e la maturità. E ho recitato in tutte le età, dall’esordio a 12 anni a questo nuovo film che mi ha coinvolto dopo anni in cui mancavo. Credo non ci sia nessun attore italiano che abbia una storia così lunga».

C’è qualcosa o qualcuno che la fa sorridere, Anna a parte?

«Ho un pronipote di otto mesi, figlio di un figlio di mio fratello. Si chiama Francesco e quando lo vedo mi dà sempre grande gioia. E anche un po’ di preoccupazione…».

La Verità, 5 febbraio 2017