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Disney+ e la beatificazione civile di Gratteri

Nicola Gratteri è sicuramente il magistrato più mediatico d’Italia. Dopo Lezioni di mafie, il ciclo di quattro puntate trasmesso in autunno da La7, è frequente ospite di talk show, non solo del prediletto Otto e mezzo di Lilli Gruber. Anche di DiMartedì di Giovanni Floris, per esempio, sempre su La7, dove, da testimonial del No nella campagna referendaria, ha dispensato qualche perla poco memorabile. Nei giorni scorsi Disney+ ha rilasciato World wide mafia. ’Ndrangheta, quattro episodi prodotti dalla Ibc Movie di Beppe Caschetto, scritti e diretti da François Cahyé e Jacques Charmelot, compagno di Gruber, di cui un paio di volte si vede ospite il magistrato per annunciare l’apertura del maxi processo di Lamezia terme e allorché gli viene implementata la scorta a causa di nuove, ulteriori, minacce di morte.
Il metodo adottato da Gratteri nella guerra contro la criminalità organizzata – «per noi questa è una guerra e sarà una guerra cruenta» – è, in un certo senso, lo stesso scelto da Roberto Saviano contro la camorra e le mafie in genere. Riflettori accesi puntati contro il silenzio e l’invisibilità preferiti dalla ’ndrangheta per agire indisturbata. Ecco spiegata, prima di un certo narcisismo, la mediaticità del magistrato.
I quattro episodi della docuserie raccontano la sua stagione a capo della procura di Catanzaro quando diresse «Rinascita Scott», l’operazione che la notte del 19 dicembre 2019 portò all’arresto di 334 persone, «una delle più grandi operazioni antimafia della storia italiana». La prima parte, intitolata «La missione», muove dai propositi del piccolo Nicola d’intraprendere una professione che avrebbe impedito le ingiustizie perpetrate a scuola dai figli dei boss. Protagonista della seconda parte è il pentito Emanuele Mancuso, «l’asso nella manica» per sgominare le cosche. La terza parte è dedicata al «processo», istruito nell’aula bunker di Lamezia terme e costruita appositamente per ridare speranza a tutto il territorio. Principale antagonista di Gratteri è il penalista Salvatore Staiano, del collegio di difesa di Giancarlo Pittelli, ex parlamentare di Forza Italia, condannato in primo grado a 11 anni di reclusione (la richiesta era di 17). Infine, la quarta al «verdetto». La ricostruzione che illumina la struttura criminale, i metodi contro chi si ribella al pizzo e la condizione del pentito appare efficace. Più enfatici i raccordi della voce narrante e i ricordi personali, quasi che la luce riflessa dell’azione investigativa giustifichi una sorta di beatificazione civile del magistrato. Aspettiamoci una seconda stagione, dedicata alla camorra.

 

La Verità, 23 maggio 2026

Uno vale uno, autofiction, social: tanti germi nell’Mcs

In fondo, i selfie alla camera ardente con la moglie appena rimasta sola sono l’ultima frontiera della società dello spettacolo. Non si erano mai visti. Come si dice, c’è sempre una prima volta. Ma, in realtà, sono l’ultima conseguenza, l’allungarsi dell’acqua sulla battigia. Prima della risacca, si spera. Docile, ma forse nel suo intimo furente, Maria De Filippi si è concessa. E meritano una carezza sia lei sia chi glieli ha chiesti.

Quando accade qualcosa di inedito significa che siamo di fronte a un’innovazione. In una recente intervista, Stefano Zecchi, filosofo e suo frequente ospite, ha detto che Maurizio Costanzo «è stato un grande innovatore del linguaggio». Inconfutabile. Qualche voce autorevole ha invece espresso disappunto per la beatificazione laica e l’eccesso di solennità delle esequie. La celebrazione trasmessa a reti unificate dalla tv commerciale e dalla tv pubblica. La partecipazione dei volti noti, variamente coinvolti e commossi. A ben vedere, inevitabile. Come pure inevitabile la preghiera degli artisti, nella chiesa degli artisti. Meno scontate le note della sigla dell’Mcs all’uscita del feretro. Ma, sempre a ben guardare e con rispetto, degna conclusione dell’esibizione in mortem della solita società dello spettacolo. Come a racchiudervi, con quella sigla, anche la cerimonia religiosa.

Un grande innovatore, dunque. Un gigante del linguaggio. Pur mutuata da David Letterman, la vera, radicale e a suo modo rivoluzionaria novità era tutta contenuta nel titolo del programma più famoso: Maurizio Costanzo Show. Uno spettacolo nel nome e cognome. Cioè, semplicemente: lo spettacolo è la persona. La sua identità. Nel caso specifico, più corretto dire l’individuo. L’individualità. Che poi diventerà individualismo. Quando nacquero gli antenati di quello show, Bontà loro e Acquario, l’Italia era ancora sprofondata nel decennio del «tutto è politica», con le esasperazioni e le degenerazioni tragiche che si portava. E Costanzo lavorava ancora per l’editore pubblico. Gli ospiti erano un paio, forse qualcuno in più. Ascoltati singolarmente e messi a confronto. Qualche anno dopo, nelle reti commerciali mise a punto il programma che l’ha definitivamente consegnato alla storia. Della televisione e del costume, s’intende, e non è poco. Correva già il decennio del riflusso. Della riduzione della dimensione collettiva. Comunitaria. La liquefazione dell’idea di un popolo che si aggregava attorno alle grandi visioni della storia, il marxismo e, nella nostra Italia, il cristianesimo. In fondo, a ben vedere, era cominciata una grande, chissà se inconsapevole, operazione di sradicamento. Di recisione delle radici. Di affermazione del relativismo. Quello stesso relativismo che permise a Costanzo di essere un bastione delle televisioni di Silvio Berlusconi e, contemporaneamente, consulente di Francesco Rutelli, sindaco di Roma, e di Massimo D’Alema, segretario dei Ds.

Alla serata d’esordio su Rete 4 suggerì l’immagine dell’«Orient Express, dove la varia umanità s’incontra e parla». E anche di «un grande minestrone«. L’Mcs era già un grande dispositivo, come direbbero i colti, che conteneva in nuce numerose piccole e meno piccole rivoluzioni. Sul palco del Teatro Parioli da dove andava in onda, prendeva forma la preveggenza di Andy Warhol, datata 1968, sui 15 minuti di fama che in futuro avrebbero potuto toccare chiunque. Costanzo convocava persone già affermate e assoluti sconosciuti che noti e famosi lo sarebbero diventati proprio in virtù di quella convocazione. Li metteva uno a fianco all’altro in una disposizione orizzontale, senza gerarchie, e così apparivano ai telespettatori sintonizzati tutte le sere per decenni in seconda serata su Canale 5. Una disposizione democratica – prima delle sue anticipazioni – si potrebbe dire nell’accezione grillina dell’uno vale uno. Su quel palco, per molti anni erano uguali il magistrato e la casalinga, il comico dilettante e il regista premio Oscar, il viaggiatore esotico e immaginifico e la massaia saggia e ruspante che non si muoveva da Prati. Ruppe saltuariamente questa formula, che rimase dominante, con sporadici Uno contro tutti, protagonisti personaggi creati e consacrati in quell’altra liturgia: tutti schierati orizzontalmente in un gran campionario di eccentricità mentre lui, alle spalle, tirava le fila come un grande burattinaio. Consigli per gli acquisti.

Protagoniste erano le storie degli individui – seconda grande anticipazione – di quello che in anni più recenti si sarebbe chiamato lo storytelling. Non che fosse tutto pura invenzione, no. A sua volta anticipando fenomeni e tendenze che stanno tuttora dispiegando la loro magnifica potenza, nel 1979 Christopher Lasch aveva scritto La cultura del narcisismo. Il Muro di Berlino era in piedi, non c’era internet e si telefonava con i gettoni dalle cabine, metà delle quali per vari motivi inservibili. Ma in letteratura e al cinema il narcisismo si sposò con lo storytelling e partorirono l’autofiction, fenomeno dominante nelle ultime generazioni di scrittori, registi, attori.

Qualche giorno fa, analizzando tecnicamente le innovazioni costanziane, Carlo Freccero ha detto anche che fu anticipatore dei social media. E siamo a tre. I racconti del Parioli erano la rivincita del privato sul tutto è politica. Con le storie, le vicende individuali, il privato diventava dimensione collettiva, mediatica. Che cosa sono i social se non l’esasperazione di questo? Nel loro livello basico una sfilata di foto di piatti al ristorante, di camerette addobbate, di make up in intimo… Nel livello degli influencer, il privato che assurge a mercato, affare, business. Costanzo ha anticipato Chiara Ferragni. Alla fine di una puntata dell’Mcs si sarebbe tranquillamente potuto votare con il pollice per ogni singolo ospite. Come avveniva per i gladiatori nei teatri dell’antica Roma. Anche quella era, a suo modo, società dello spettacolo. Non è da escludere che Costanzo lo facesse, con i suoi collaboratori, per disporre gli inviti successivi.

Sipario. Senza sigla.