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La parabola di Pamich, una storia d’altri tempi

Un film tv, meglio di niente. Ci si può accontentare, considerata la marginalità nella quale è relegata la storia di quelli come Abdon Pamich, esuli e «profughi» istriani, nati italiani, ma divenuti slavi alla fine della Seconda guerra mondiale. Martedì sera, nel Giorno del ricordo istituito in memoria delle foibe, celebrate anche in Parlamento davanti alle massime autorità dello Stato, Rai 1 ha trasmesso Il marciatore – La vera storia di Abdon Pamich, film prodotto da Clemart in collaborazione con Rai Fiction, diretto da Alessandro Casale e tratto da Memorie di un marciatore (Biblioteca dell’immagine) dello stesso Pamich (ore 21.50, 2,4 milioni di telespettatori, 13% di share).
Un film tv, si diceva, forse poco per raccontare chi era questo campione schivo, con quel nome insolito di origine persiana che significa «Servo del Signore», eroe solitario della cinquanta chilometri di marcia, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo nel 1964. Una figura di sportivo d’altri tempi, forgiato dalle prove della guerra e dalla fuga per la libertà da quella Fiume dove le milizie del generale Tito, che l’avevano rinominata Rijeka, imperversavano, arrestavano, torturavano e uccidevano chi non si sottometteva alle loro imposizioni.
Dopo un prologo sul Carso in cui il vero Abdon Pamich, oggi novantaduenne, è riconosciuto da un giovane, lo ritroviamo adolescente (interpretato da Michael Marini) al fianco del fratello maggiore Giovanni (Tobia De Angelis) che gli fa da guida e lo sorregge nei momenti di smarrimento, quando anche loro, come già il padre e lo zio Cesare, lasciano Fiume per costruirsi un futuro. «Sono fiumano, non sono di Rijeka», s’inorgoglisce Abdon per farsi coraggio nei momenti di crisi che, se superati, servono a fortificarsi. L’altro aiuto a tener duro gli viene dalla memoria proprio dello zio, allenatore di boxe, che l’ha sempre incoraggiato a seguire l’istinto del cuore. Il campo di raccolta esuli a Novara e la difficile integrazione, il trasferimento a Genova con tutta la famiglia che, nel frattempo, si è ricomposta, le lunghe camminate per andare al lavoro, i primi allenamenti agli ordini del «mago della marcia» Giuseppe Malaspina (Michele Venitucci) sono le tappe di una formazione che corre veloce, restando però un po’ avulsa dal contesto dell’epoca. Così, pur contrappuntata di massime e frasi ad effetto, la parabola del grande marciatore rimane abbozzata in superficie. Magari la biografia del più istrionico Nino Benvenuti, scomparso meno di un anno fa, si presterà a un maggior approfondimento sulle vicende di quelle terre e di quelle genti.

 

La Verità, 12 febbraio 2026