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Quando, da anarchico, De André difendeva la Lega

È giusto creare un dialogo, altrimenti non saremmo un Paese democratico». E poi: «Che ne sa Alice del nonno?». Bisogna ringraziare Dori Ghezzi per i suoi interventi durante e dopo il concerto di Diodato per ricordare Fabrizio De André. Domenica sera, la presenza tra il pubblico di Matteo Salvini stimola le proteste di una spettatrice del festival Time in jazz, in Sardegna: «Non posso rimanere ad assistere al concerto vista la sua presenza», sbotta una ragazza interrompendo l’esibizione del cantante. Nessun accenno a Giorgio Gori, eurodeputato Pd, e della moglie Cristina Parodi, seduti lì a fianco. Il pubblico si spazientisce per l’interruzione e contesta la contestatrice. Con poche parole Dori Ghezzi zittisce la ragazza insofferente e riporta la situazione nell’ambito del buon senso: «La penso diversamente, io sono di sinistra. Ma è giusto creare un dialogo. Altrimenti non saremmo un Paese democratico». Il concerto riprende, senza altri incidenti, ma con un disagio strisciante. Il giorno dopo la reazione sui social di Alice, nipote del grande cantautore, rinfocola la querelle: «Mio nonno avrebbe fermato il concerto e avrebbe chiesto a Salvini che c…o ci faceva lì», posta la figlia di Cristiano. «Io non so che cosa sia riuscito Salvini a capire dai testi di mio nonno. Forse la musica, forse la, la, la… perché sui testi, evidentemente, abbiamo avuto qualche problema di comprensione. Dire che i loro pensieri, i loro valori e la loro idea (dei leghisti ndr) di società siano diametralmente opposti è un eufemismo». Pronta la risposta di Salvini: «Davvero siamo arrivati al punto di chi può ascoltare De André e chi no? Chi può stare a un concerto e chi deve andarsene? Io sono anche abituato a contestazioni e insulti, a volte può accadere, nessun dramma… Funziona così, si chiama democrazia. Ma nessuno può decidere quali cantanti io possa ascoltare, quali libri leggere o non leggere, quali film guardare. Amo De André dai tempi del liceo, grazie ai dischi dei miei genitori…». La conferma giunge dalla stessa Dori Ghezzi: «Salvini si è sempre dichiarato amante di Fabrizio e conosce le sue canzoni a memoria». Il secondo «sdeng», Dori lo suona alla nipote presuntuosa e saputella: «Dobbiamo rispettarci, anche con chi la pensa diversamente. Alice? Cosa ne sa lei del nonno…».

Già, che cosa ne sa? Anarchico e libertario, De André non ha mai demonizzato la Lega, anzi. Ai tempi, alcune sue dichiarazioni furono interpretate da certi giornalisti come un endorsement verso il movimento di Umberto Bossi. Così, lo riporta la biografia Non per un dio ma nemmeno per gioco di Luigi Viva (Feltrinelli), «De André precisò di aver simpatizzato per qualcosa che somigliava molto a una Lega, il Partito sardo d’azione, e che la Lega era un movimento centrista, non un fenomeno di destra confondibile con il fascismo». E per definire in pubblico il proprio pensiero disse: «Io sono talmente favorevole al decentramento che darei autonomie speciali persino ai condomini». In un’intervista rilasciata nel 1992 a Giuseppe Attardi in occasione di una tournée nei teatri, definì ancora meglio la propria opinione: «Dopo che vedo sfilare migliaia di persone sotto Palazzo Venezia alzando il braccio e gridando “duce duce”, non posso dire che la Lega è di destra: c’è qualcosa più a destra di loro. Ho visto nel programma di Gad Lerner un gruppo di skinheads, non mi è sembrato che sulle teste rapate avessero il marchio di Alberto da Giussano. Quindi, io non la demonizzerei. Anche perché demonizzando il fenomeno leghista, che poi è un contenitore di protesta, si demonizzerebbero diversi milioni di italiani che hanno mandato in Parlamento cinquanta persone. Con questo non voglio assolutamente dire che io sono leghista», aveva chiarito l’autore di La guerra di Piero. «La mia esperienza regionalistica l’ho avuta con il Partito sardo d’azione, nato da una scissione del Pci sardo. Certo, non può essere assimilato alla Lega… Le regioni italiane», si legge ancora in quell’intervista, «sono state tenute insieme con la colla dal 1840 in poi: ci sono differenze enormi, forse ci tiene uniti una lingua. Non credo che l’intendimento della Lega, nella quale ci sono anche ex comunisti, sia quello della secessione. Così com’è per la Sardegna: vuole semplicemente un maggiore decentramento di poteri. Ed essendo io un libertario, non posso non auspicarlo».

Chissà se il recupero di qualche lettura aiuterà Alice a non inscatolare il nonno in uno schema prestabilito, buoni da una parte reietti dall’altra. Anarchico e libertario lo era davvero De André, e mai avrebbe coniato gerarchie di rispettabilità sociale. «Salvini mi ha detto che se c’era bisogno se ne sarebbe andato», ha detto ancora Dori. «Fabrizio non avrebbe mandato via nessuno. Ai suoi concerti qualcuno approfittava per fare contestazione politica, ma lui sedava, non mandava via nessuno. E alla fine stavano tutti zitti a sentire il concerto».

Purtroppo, nella nostra Italia tanti giovani sono stati educati nel clima e nella retorica dei migliori, basta riavvolgere il nastro. Sottolineando l’importanza del rispetto «di chi la pensa diversamente», Dori Ghezzi ha evidenziato una sensibilità diversa da quella di Francesco Guccini, fresco di beatificazione laica non solo del cardinale amico e presidente della Cei, Matteo Zuppi. Il Maestrone era solito rivendicare la differenza – anzi, chiamiamola pure superiorità – della sinistra sul resto del mondo e dei suoi testi rispetto a quelli dei colleghi, De André compreso. Saputo della predilezione di Giorgia Meloni per alcune sue canzoni, Guccini aveva osservato: «Vuol dire che non ne ha capito il testo». Nel giorno della sua morte, il premier ha detto: «Continuerò a cantare le sue canzoni anche se non ne sarebbe contento e nonostante abbia letto le sue dichiarazioni livorose nei miei confronti». L’amore per la libertà non è acqua.

 

La Verità, 12 agosto 2026

«Sì alla Lega nazionale, no al lepenismo di Salvini»

A Irene Pivetti calza come un guanto il titolo dell’autobiografia di Vittorio Gassman: «Un grande avvenire dietro le spalle». Essendo diventata presidente della Camera a 31 anni, da lì in poi è difficile non mettersi a inseguire il passato. La incontro a Milano, tra mille impegni, negli uffici di Only Italia, piattaforma per la promozione di piccole e medie imprese nell’esportazione verso l’Oriente.

Presidente Pivetti, sta vedendo 1993, la serie di Sky su Tangentopoli?

«Purtroppo no, in queste settimane sono stata in Cina per lavoro».

C’è una parte dedicata alla discesa dei leghisti a Roma e il Carroccio non ne esce benissimo.

«Credo ci sia poca comprensione della Lega in generale, un fenomeno veramente fuori dagli schemi. Quando ero al liceo si teorizzava l’avvento della post politica, ma una volta che arrivò non andava bene perché non era quella che si aspettavano gli intellettuali».

Pietro Bosco (Guido Caprino) agita il cappio in Parlamento

Pietro Bosco (Guido Caprino) agita il cappio in Parlamento citando Luca Orsenigo

La Lega è dipinta come una forza ingenua, ma avulsa al Palazzo.

«La Lega comprendeva le logiche di potere, superandole. Le faccio un esempio: nel 1990 Umberto Bossi doveva avere un appuntamento a Roma con Giulio Andreotti: il numero uno della politica incontrava il numero zero. All’ora dell’appuntamento Bossi era ancora in Piazza Massari a Milano. Da dove, con calma, si avviò all’aeroporto per raggiungere Andreotti con oltre quattro ore di ritardo. Il Senatúr conosceva i codici e li usava contro il sistema. Ma i giornalisti si scandalizzavano: “Quel buzzurro arriva in ritardo all’appuntamento con Andreotti”. Anche la famosa canotta in Costa Smeralda: un messaggio, come altri, perfettamente consapevole, per dire che il Re era nudo e che quel potere poteva essere sovvertito».

Nella serie c’è una scena in cui Gianfranco Miglio sottolinea il ruolo rigeneratore dei «barbari».

«La verità e che Miglio non contava nulla nella Lega. Era una persona intelligente e stimabile, ma certamente non l’ideologo. Che era Bossi. Miglio piaceva agli intellettuali e ai giornalisti e serviva da traduttore simultaneo».

Nella prossima stagione, 1994, ci sarà una ragazza di 31 anni che diventa presidente della Camera.

«Il ’94 fu un anno importante, con una campagna elettorale molto impegnativa perché il centrodestra era diviso, con il Polo delle libertà al Nord e il Polo del buongoverno al Sud».

C’è qualcosa che ancora non sappiamo della sua nomina?

«Io avrei dovuto fare il ministro dell’Istruzione e Roberto Maroni il presidente della Camera. Ma Maroni voleva gli Interni. Allora Bossi propose Francesco Speroni per il Senato, sul quale cadde il veto di Berlusconi a causa delle sue giacche variopinte».

Come si arrivò a lei?

«Ci sono tanti padri di quella nomina, ma contò il benestare di Bossi. Ricordo che ero in macchina vicino al Castello Sforzesco quando squillò il cellularone dell’epoca: “Uè, mi sa che ti tocca fare il presidente. Vai alla Camera”. E io: “Aspetta un attimo che accosto…”. Mi disse che il partito mi avrebbe sostenuto. E fu così, soprattutto sul piano umano umano. Dal punto di vista politico, invece, ci mancava l’esperienza. Andai avanti col mio fiuto e l’aiuto delle persone di cui mi fidavo».

Che erano?

«Gianluigi Marrone, capo di gabinetto, giudice unico della Città del Vaticano e capo del personale della Camera. Vincenzo Parisi, capo della polizia, che morì di lì a poco, un grande servitore dello Stato. Francesco Cossiga, un galantuomo d’altri tempi, mente eclettica e personalità lungimirante».

È difficile reinventarsi dopo aver conquistato la vetta così giovani?

«Molto. Ma siccome lo sapevo mi ci sono preparata da subito. Devi avere coscienza che quell’esperienza è transitoria e dura finché servi».

E pur preparandosi…

«Le difficoltà restano. Quando esci da una carica così sei ingombrante. Essere imparziale mi procurò nemici politici e amministrativi. Bonificai il bilancio della Camera del 19% ogni anno: la spending review l’ho applicata ben prima di Mario Monti».

Secondo lei abbiamo completamente capito e metabolizzato la stagione di Tangentopoli?

«Metabolizzato sì, capito forse no. Tangentopoli è servita a cambiare la politica, ha distrutto i partiti e, a volte, anche delle persone. Ma non ha distrutto la corruzione».

Irene Pivetti e Umberto Bossi agli albori della Lega

Irene Pivetti e Umberto Bossi agli albori della Lega

Chi è e chi è stato Umberto Bossi?

«Chi è adesso non lo so, non vedendolo da anni. È stato la persona che ha reso davvero possibile la Seconda repubblica. Lui e Berlusconi sono una coppia simul stabunt simul cadent. Bossi ha portato la legittimazione popolare, Berlusconi gli strumenti. E con un riuscito matrimonio d’interessi sono diventati vincenti».

Berlusconi è l’Ercolino sempre in piedi della politica?

«Non lo definirei così. Berlusconi continua a dare le carte. È una persona che ha mantenuto lo spazio del centrodestra moderato, orfano della Dc. Ho dissentito sul primo accordo con Matteo Renzi: che significava opposizione non belligerante?».

E il Renzusconi di adesso lo approva?

«Questo è un accordo tecnico, finalizzato a una legge specifica. Berlusconi trova ancora le formule per presidiare quell’area priva di forze alternative».

Un’area in cui si riconosce, forse più che nella Lega attuale?

«Mi riconosco in quest’area moderata in base ai motivi originari della Lega, nella quale è sempre stata viva l’idea di uno Stato che rispetti i valori della cultura e delle libertà locali. Libertà e identità sono le parole chiave della Lega delle origini. Chi mi dà questo ha il mio voto».

E anche la sua candidatura?

«Come lei sa adesso faccio l’imprenditrice, un’attività che mal si concilia con la politica. Ho fatto un’esperienza più affettiva che efficace come capolista della Lega a Roma, ma il risultato è stato modesto».

Esclude di candidarsi?

«Adesso non ci penso. Faccio un lavoro che mi assorbe: promuovo il made in Italy in Cina».

Stando alle cronache sembra sia la Cina a prendersi l’Italia.

«Sì, a causa dell’incapacità della nostra politica di governare questo fenomeno. La Cina è una grandissima risorsa, un Paese che cura il proprio benessere e la propria crescita e con il quale si può lavorare bene se si hanno idee chiare e personalità. Le nostre istituzioni non hanno né l’una né l’altra. Amiamo dare di noi stessi l’immagine di un Paese del lusso e del futile, dimenticando che la forza dell’Italia è stata la sua capacità di progettare e realizzare uno Stato moderno a partire da un Paese agricolo e ignorante. Questo potrebbe fare di noi un grande partner della Cina. Ma ci comportiamo come nobili decaduti che non hanno voglia di lavorare».

La Seconda repubblica l’ha delusa?

«Sta durando troppo. Dovevamo destrutturare il precedente sistema per costruirne uno nuovo. Invece siamo sopra le macerie senza che si veda il nuovo progetto. Manca la visione di uno Stato capace di servire gli interessi più deboli e di inserire l’Italia al posto che merita. Ci accontentiamo della cena con Barack Obama o di stringere la mano a Donald Trump, ma la verità e che non contiamo niente».

Le piace la Lega nazionale di Matteo Salvini?

«Mi piace: la prospettiva nazionale appartiene alle origini. Ricordo quando, nel 1991, andammo con una decina di persone a tenere un comizio a Napoli. Molte altre volte siamo andati al Sud per far nascere le sezioni».

E il lepenismo le piace?

«No. Quella destra ha un’origine culturale diversa dalla nostra, che è popolare e identitaria. La Lega è un movimento delle Italie plurali, che non ha niente a che vedere con le forze sovraniste francesi».

Il tratto di unione è il rifiuto dell’accoglienza degli immigrati.

«Sono d’accordo a contrastare l’immigrazione perché e una forma moderna di tratta degli schiavi. La risposta vera però dev’essere politica: la cooperazione non è più sufficiente. Bisogna richiamare alle loro responsabilità gli Stati complici, molti dei quali sono quelli di provenienza».

Che cosa pensa di papa Francesco?

«Che è un gesuita estremamente in gamba. La sa lunga in termini di comunicazione e lascia che tre quarti del mondo lo trovi rivoluzionario, mentre lui non fa che ripetere con grande chiarezza la dottrina della Chiesa, spostando l’accento sulla misericordia. Mi piace molto. Non condivido le accuse di essere troppo innovativo. Al contrario, vedo molta ignoranza in queste critiche».

Le piace anche il suo magistero dell’accoglienza?

«Il Papa fa il Papa. E ci ricorda che gli immigrati sono persone che hanno una dignità. Non indica una linea politica. Tocca ai politici prendere le decisioni. Con Salvini spesso cito il catechismo dove dice che l’accoglienza è doverosa “nei limiti del possibile”. Il che vuol dire che ci sono istituzioni che devono fare di più per rimuovere le cause, contrastando all’origine il flusso migratorio».

A cena con Bergoglio o con Trump?

«La conversazione della cena si addice di più a un presidente. Ma un ritiro con Bergoglio lo farei volentieri».

Cosa pensa dell’altro Matteo?

«È un bravo comunicatore. Però è anche moltissimo borghese, nel senso che la sua è una sinistra adatta ai ricchi e ai colti, ma che lascia indietro il popolo».

E di Beppe Grillo?

«Ottimo uomo di spettacolo. Come politico mi ha sorpreso perché pensavo mollasse prima. Però, a questo punto, è ora che tiri fuori una proposta. L’onestà è un prerequisito del far politica. Tutta l’anima dei 5 stelle è un discorso sul metodo: i contenuti oggettivi e la visione restano ignoti».

Perché a un certo punto la sua esperienza televisiva si è fermata?

«Mi sono concentrata sul lavoro d’impresa e non mi sono più stati proposti programmi adatti. Ma è stata un’esperienza positiva».

Che cosa farà Irene Pivetti da grande?

«Svilupperò questa piattaforma di affari tra Italia e Oriente, Cina prima e Via della seta. Poi farò qualche bella vacanza di trekking».

La Verità, 4 giugno 2017