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«Perché la Rai penalizza un format come O anche no»

Paola Severini Melograni: una donna, un ciclone. La intercetto mercoledì 11 settembre, anniversario dell’attacco alle Torri gemelle. «Quel giorno ero con Piero (Melograni ndr). Lo chiamarono dal Sole 24 ore per chiedergli di scrivere l’editoriale». Attivista per i diritti umani, scrittrice e giornalista televisiva e radiofonica, direttrice dell’agenzia Angelipress.com, portale di cultura e informazione sociale, figura cardine del Terzo settore, Paola Severini Melograni ha ideato e conduce O anche no, la prima trasmissione «sulla disabilità positiva» di cui racconta scena e retroscena nell’ultimo saggio intitolato O anche no. Da vicino nessuno è normale (Castelvecchi editore). «L’altro giorno, quando è morta Clio Napolitano, moglie di Giorgio, il Corriere della Sera ha scritto che non ha mai concesso interviste. Errore: l’unica l’ha data a me, per il mio libro Le mogli della Repubblica, pubblicato da Baldini e Castoldi Dalai nel 2006 e poi ripubblicato da Marsilio. Anche Carla Pertini la sua unica intervista la concesse a me».
Come ci sei riuscita?
«Si fidavano».
Apprezzavano la tua incoscienza?
«No, perché?».
Mi son fatto l’idea che ami le cose complicate: per esempio, il tuo matrimonio con Antonio Guidi, ex ministro per la Famiglia del governo Berlusconi.
«Non era complicato perché lo amavo».
Te ne innamorasti a 14 anni, lui ne aveva 26 ed è nato con la tetraparesi spastica.
«Certo, in quegli anni era difficile. Ma io non ho visto la tetraparesi spastica, ho visto lui».
Lo sposasti da minorenne.
«A 17 anni, con la dispensa papale».
Non è una cosa complicata?
«Sono cattolica apostolica romana e per me era importante sposarmi in chiesa. Non mi è sembrato di fare niente di speciale. Sì, i miei genitori hanno sofferto parecchio. Non perché Guidi era spastico, ma perché io ero giovanissima. Mio padre era un medico cattolico, una delle persone più buone al mondo che abbia conosciuto».
Quando l’hai vista in azione questa bontà?
«A tavola c’era sempre un posto in più per qualcuno bisognoso che avrebbe potuto mangiare con noi. Mio padre era un cardiologo con un sacco di specializzazioni, ma si occupava di certi vecchi boxeur un po’ rintronati. Ce n’era uno finito a vendere saponette in Piazza San Pietro».
Si può dire che l’attenzione agli ultimi l’hai imparata in casa.
«Quando morì Giovanni XXIII andammo al funerale in Piazza San Pietro, mio padre mi tenne tutto il giorno sulle spalle. Aveva una fede cristallina. Seguiva le congregazioni religiose, anche i frati maroniti che avevano una sede in Italia ma erano libanesi. Allora lui, le ricette pro bono le scriveva in latino».
I tuoi genitori soffrirono quando tu e Guidi divorziaste?
«Erano già morti, mamma se ne andò a 46 anni, papà a 53. Fu Guidi a lasciarmi nel 1997, per me il matrimonio è un sacramento. Avevamo tre figli e io l’ho amato tanto anche se mi ha fatto parecchio male».
È stata l’esperienza privata più complicata o ce ne sono altre?
«La mia vita privata è tutta complicata. Vivo con persone molto malate. I primi Ladri di carrozzelle, che seguo da 30 anni, sono tutti morti. Uno si è suicidato, è per me è stata una cosa tremenda. Ho avuto grandi dolori e grandi difficoltà. Vivo tra gente che muore, per questo amo la vita e me la godo ogni secondo proprio perché sto tra gente che soffre. Dico grazie ogni mattina che mi sveglio».
La relazione con Melograni fu più semplice?
«Era un uomo di grandissima cultura. Conoscitore e amante della musica. Mi portava la colazione a letto. Con lui sono stata felice».
Ma non era credente.
«Diceva di non aver mai conosciuto tanti preti come da quando stava con me. Faceva lunghe discussioni con il cardinale Georges Cottier. Frequentava Gian Franco Zizola, grande vaticanista, era amico di Giuseppe Di Leo, la firma di temi religiosi di Radio radicale. Prima di morire chiese di avere un congedo religioso perché “il funerale laico è tanto triste”. Nella chiesa addobbata di melograni, risuonò Tutto il mondo è burla, dal Falstaff. A quel punto sono sicura che si è avvicinato e, per ciò che manca, ci pensano le mie preghiere».
Anche tu sei vicina al mondo radicale?
«Ero molto amica di Massimo Bordin. Vado spesso in carcere con l’associazione Nessuno tocchi Caino, è l’unica tessera che ho».
Cattolica e vicina ai radicali, altra complicazione?
«I radicali sono persone libere e io voglio bene a loro e li rispetto, nessuno mi ha mai chiesto di rinunciare alle mie convinzioni. Anche perché non lo farei».
Sulla vita e il fine vita sono poco conciliabili con quelle dei radicali.
«Personalmente la penso come la Chiesa cattolica che è contro l’accanimento terapeutico. La parte dei radicali che lotta per le persone disabili che vogliono vivere per me è molto importante».
E sull’inizio vita?
«Sono antiabortista, ma questo è ovvio e non mi impedisce di lavorare anche con loro».
Perché sei attratta dalle cose complicate.
«Forse. Ma non possiamo semplificare a tutti i costi la vita. Ho intervistato don Giorgio Ronzoni, prete a Santa Sofia a Padova, che ha avuto un ictus gravissimo e fa ancora il parroco muovendo tre dita su un joystick. Mi ha detto che rispetta chi decide di lasciare la vita. Bisogna mettersi ognuno nei panni degli altri».
Ti piace camminare sul ciglio del burrone.
«Don Oreste Benzi diceva che le cose belle prima si fanno e poi si pensano. Ecco, io forse ci penso dopo».
In Rai ti occupi di sociale, salita con pendenza elevata?
«La Rai è un grande problema perché non ha capito che questo è un Paese di vecchi e di disabili. E non ha capito che il suo pubblico è composto da poveri, perché i ricchi vedono Netflix, vanno a teatro e ai festival. Perciò, la gente che paga il canone ha diritto a un cibo per la mente migliore di quello che attualmente le danno».
Un Paese di vecchi e disabili non è confortante.
«Da un certo punto di vista sì perché un tempo vecchi e disabili morivano prima».
Il tuo impegno sociale in Rai è cominciato dall’ospitata di Ezio Bosso al Festival di Sanremo di Carlo Conti?
«Dal punto di vista personale è cominciato nel 1970 quando ho conosciuto Guidi. Sul piano dello spettacolo l’esplosione è avvenuta con Bosso all’Ariston».
Boom di ascolti.
«Esatto. Da lì ho iniziato il mio programma su Rai 2 grazie a Carlo Freccero e in questo momento sto parlando dall’aeroporto di Fiumicino dove, grazie all’Enac (Ente nazionale per l’aviazione civile ndr), vedo le nostre trasmissioni scorrere sugli schermi delle Sale amica davanti agli imbarchi».
L’anno dopo Bosso portasti a Sanremo i Ladri di carrozzelle, meno boom di ascolti?
«No, più ascolti perché Carlo Conti li fece cantare all’apertura della serata finale di quell’edizione».
Ovviamente sarai contenta che a Sanremo torna Conti.
«Felice. Dopo di lui ho visto i disabili esibiti come fiore all’occhiello o per pietà. Per esempio, Paolo Palumbo, malato di Sla, al Festival del 2020, come scrivo nel libro, non è stata un’esperienza entusiasmante».
Ora i Ladri di carrozzelle sono protagonisti di O anche no, la rubrica che conduci da cinque anni.
«Dal settembre 2019, prima su Rai 2, ora su Rai 3».
L’handicap fa audience?
«Dipende da ciò che si vuole dimostrare. Sicuramente una parte del successo di Andrea Bocelli è dovuto al fatto che è cieco. Ma poi è anche molto bravo, bravissimo. Guidi diventò ministro perché era disabile, ma poi era anche bravo. Non si può bluffare in tv perché è un’enorme lente d’ingrandimento. La mia storia d’amore con la Rai dura da 39 anni, ma le storie d’amore possono finire. Karl Popper diceva che la televisione può essere anche una buona maestra. Io ho cresciuto una squadra con la quale indichiamo una strada. La Rai dovrebbe ritrovare le radici solidali come quelle che mostrava il maestro Alberto Manzi».
Sei soddisfatta di come ti tratta?
«Neanche un po’. La Rai ci sopporta perché facciamo parte del contratto di servizio. Il mio più grande desiderio è che qualcuno punti su di noi, che creda nel nostro lavoro. Poi, magari, mi rimproveri se sbaglio. La gente ama questa visione perché sa che è il futuro. Quanti vecchi avremo tra dieci anni? In quante famiglie c’è un disabile? L’attenzione alla disabilità e alla povertà dev’essere la mission del servizio pubblico. L’unica volta che siamo andati su Rai 1 con uno speciale abbiamo fatto l’8,5% di share. A luglio e agosto nessun giorno di vacanza perché ci sono io, un autore e una collaboratrice ai testi. In Rai esistono programmi con 14 autori».
Perché tre anni fa non sei diventata presidente della Rai?
«Bisogna chiederlo a chi ha scelto Marinella Soldi, si è visto cos’ha fatto in tre anni. Ha usato la Rai come suo ufficio di collocamento».
Hai subito lo stop di qualcuno?
«Più di qualcuno. Però è stata una bella esperienza competere, perché si impara sempre molto».
Com’è andato Stravinco per la vita, il talk sulle Paralimpiadi?
«Benissimo, ha avuto un picco del 5,1%. Il rapporto qualità spesa è ottimo perché tutti gli ospiti sono venuti gratis. È facile fare talk a 100.000 euro a ospite. Noi abbiamo avuto Eraldo Affinati, Ferruccio De Bortoli, il ministro dello Sport Andrea Abodi, Davide Casaleggio, solo per citarne alcuni. Abbiamo parlato di tutti i temi del sociale, del progetto di Crazy for football. Mi ha chiamato Santo Rullo, il medico psichiatra che ha costruito la nazionale di calcio dei matti…».
Non sei contenta di O anche no?
«Certo, ma vorrei andare su Rai 1. Eduardo diceva che gli esami non finiscono mai, io penso di essere laureata. Però ci mandano in onda in contemporanea con la Messa che ha il mio stesso pubblico».
Chi?
«Rai 3».
Rai 3 o qualcun altro?
«Qualcun altro. Se mi metti contro la Messa mi ammazzi. Quando mandi l’unico programma sociale di servizio pubblico proprio nell’orario della Messa domenicale è chiaro che è una scelta voluta».
In che cosa consiste la convenzione con l’Enac?
«Permette ai disabili di volare da soli. Sono molto contenta di averla stipulata, ma lo sarei di più se l’avesse firmata la Rai, non Paola Severini Melograni».
La prossima cosa complicata sulla quale ti cimenterai?
«Il 27 e 28 settembre, insieme agli eredi della comunità di don Pierino Gelmini, faremo il primo Festival del calcio comunità educante. Sarà un esperimento per capire se e come, attraverso il calcio, si può cambiare la vita di tanti ragazzi. Vi parteciperanno le “squadre special”, composte soprattutto da ragazzi con lo spettro autistico. Se andrà bene, lo ripeteremo ogni anno».

 

La Verità, 14 settembre 2024

«Vorrei Montalbano come leader della sinistra»

Signora Parietti, che cos’ha imparato dall’autoisolamento per coronavirus?

Che la gente peggiora e non migliora. Quando provavo a raccontare quello che mi era capitato dicevano che volevo farmi pubblicità. Tipo: cosa vuole la Parietti, parli del Grande fratello.

Che conclusioni ha tratto?

Che se continuassi a farmi le foto del culo, che peraltro regge, al massimo mi prenderei della vecchia. Mentre parlando del coronavirus mi son presa insulti di tutti i tipi.

Tra l’incavolato e il risentito, Alba Parietti sbotta dalla sua casa di Basiglio, a sud di Milano. Il coronavirus l’ha colpita in forma lieve, si è fatta un’autodiagnosi dopo la febbre, la spossatezza, la perdita dell’olfatto consultandosi con i medici del San Matteo di Pavia. E si è autoisolata per due settimane. Ma gli inviti a non parlare dell’epidemia da Covid-19 ricevuti in qualche talk show non li ha mandati giù. «A qualcuno ha dato fastidio che fossi informata e che, sulla base di quello che sapevo, contestassi anche i virologi».

E che cosa sapeva, signora?

Che le mascherine erano fondamentali, mentre alcuni di loro sostenevano di no. Siccome avevo parlato con persone che vivevano in Cina, sono stata tra le prime a fare la battaglia…

E poi?

Replicavo a chi minimizzava. A metà febbraio un’infermiera di un reparto di infettivologia mi aveva detto che negli ospedali lombardi la situazione stava degenerando.

Le sue opinioni non erano gradite.

No. Anche quando dicevo che bisognava diversificare i provvedimenti. In Lombardia i posti di terapia intensiva stavano finendo, mentre in Veneto il problema non si è posto grazie all’opera efficace del governatore Luca Zaia. Non ci volevano chissà quali studi per vedere queste cose. Il virus colpisce tutti e chiunque ha diritto di esprimersi sulla base di una corretta informazione.

Si temevano le fake news e si voleva privilegiare la competenza scientifica?

Siamo d’accordo, però nemmeno i virologi avevano certezze e si contraddicevano fra loro. Ancora adesso nessuno sa niente di questa malattia. Ma siccome sono una soubrette… Hanno provato a zittirmi, qualcuno ha cercato vendette personali. Lasciamo stare i nomi, preferisco non rinfocolare polemiche.

Secondo lei che cosa è mancato nella gestione dell’emergenza da parte del governo?

Si è trovato in una situazione inedita, non si può dargli addosso.

Sebbene il premier si fosse detto prontissimo.

È mancata una comunicazione reale di quello che stava accadendo in Lombardia. Uno tsunami. Tanti hanno provato e dovuto salvarsi da soli. So di persone rimaste a casa settimane con la febbre a 38, costrette a diagnosi fai da te per l’impossibilità di fare i tamponi. Io stessa l’ho provato… È stato un terremoto, abbiamo scavato con le mani, mentre medici e infermieri tentavano di salvare vite come durante una guerra.

Dopo una prima sottovalutazione si è finito per drammatizzare troppo?

Forse le linee guida adottate in Lombardia non andavano estese al resto d’Italia. La situazione era diversa. Gli italiani vanno messi un po’ alle strette, poi rispondono bene. Adesso per ripartire forse si è fatto un po’ di terrorismo, non sono tutti raffinati psicologi. Se dovessi dare una medaglia la darei a Zaia, un politico che non rispecchia il mio orientamento, ma ha affrontato la situazione con fermezza. Nel suo modo barocco, anche il governatore della Campania Vincenzo De Luca si è fatto capire.

Si sono tenute nella giusta considerazione le esigenze della gente comune?

Spero che chi ha le possibilità rinunci a un po’ di guadagno per mantenere i dipendenti e favorire la ripresa di tutti. Parlo delle grandi aziende e dei grandi marchi, ovviamente. Non degli artigiani e dei piccoli commercianti che non si sa se riusciranno a sopravvivere.

Ha già programmato le vacanze estive?

Non ancora. Ho due case, una in Valle d’Aosta e una a Ibiza. Spero di poterci andare…

Diciamo che è fortunata.

Molto, riconosco i miei privilegi. Nella vita ho potuto guadagnare. Mio figlio, per esempio, non farà vacanze perché non se le può permettere. Come la sua fidanzata, ha consumato parte delle ferie in attesa della cassa integrazione. Questo è tutt’altro che un virus democratico. Come fanno famiglie di 5 persone a mantenere il distanziamento in 60 metri quadri? Il coronavirus ridurrà alla fame persone che già prima erano in difficoltà.

Gli osservatori più attenti prevedono un autunno di rivolte sociali causato dalla povertà.

Non siamo proprio un Paese di rivoluzionari.

Parlavo di rivolte, di proteste.

Dove c’è povertà e disuguaglianza sociale è facile che, per sopravvivere, la popolazione prenda le strade peggiori. In assenza di risposte adeguate possono affermarsi forme di sopruso e sfruttamento, dal lavoro nero al controllo delle mafie che sicuramente non starà a guardare.

Come giudica il contributo del Pd al governo?

Non saprei dare un giudizio tecnico. Né vorrei alimentare polemiche che trovo odiose in questo momento.

Che differenze vede tra Nicola Zingaretti ed Enrico Berlinguer?

Lei vuol farmi parlar male di qualcuno. Zingaretti appartiene alla classe politica attuale che non rispecchia il mio ideale. Il confronto con la generazione di Bettino Craxi e Giorgio Almirante è impari. Per me Berlinguer era un semidio.

Non si metta sulla difensiva.

Sarebbe come fare paragoni tra Madonna e Alba Parietti.

Quindi?

Berlinguer ha attraversato un periodo di grande difficoltà. Ha tentato di fare il compromesso storico… Anche la sua ultima immagine pubblica è quella di una persona che ha portato fino in fondo la sua visione perché mossa dalla passione. Gran parte dei politici di oggi è mossa dall’ambizione. Ma non voglio accusare Zingaretti. Se si candidasse nei panni del commissario Montalbano voterei volentieri suo fratello. Andrea Camilleri era un uomo di sinistra molto credibile. I leader del passato li abbiamo criticati, ma c’era ammirazione. Anche per figure controverse come Giulio Andreotti, magari diabolico ma mai banale.

Da donna che cosa pensa di Giorgia Meloni?

Non approvo nulla del suo pensiero, ma la trovo una tosta. Una dei politici più veri che ci siano in Italia. Non è lì per caso.

Ha condiviso la polemica sulla scarsa rappresentanza femminile nelle task force?

Nulla di nuovo, in questo Paese le donne sono calcolate molto poco. Ma la misoginia è quasi più femminile che maschile. Se una donna riesce a imporsi bisognerebbe gioirne tutte…

Invece?

Tra donne c’è molta solidarietà a parole, ma di fatto… Siamo nate con il pomo della discordia.

Le sembra che le ministre Lucia Azzolina, Elena Bonetti, Teresa Bellanova, Paola Pisano e Nunzia Catalfo si stiano muovendo bene?

Non vedo figure particolarmente significative. Dicendo così mi dimostro anch’io poco solidale con le donne. Ma penso che la Merkel italiana non ce l’abbiamo e forse non siamo nemmeno pronti ad averla.

Il premier Conte invece è molto apprezzato dalle donne.

Sì, ma un pensierino non ce l’ho mai fatto. Sono clemente a causa del momento difficile. Non sono mai stata attratta dagli uomini di potere, perché avrebbero poco tempo da dedicarmi.

Come giudica la sua espressione a proposito degli artisti che «fanno divertire la gente»?

Anche i politici fanno divertire in certi periodi. Basta vedere il programma di Maurizio Crozza. Ancora oggi fatichiamo a pensare che l’arte sia cultura, non parlo della televisione che è intrattenimento grazie al quale tanta gente non si è sentita sola. Parlo del nostro cinema e del nostro teatro che è un errore sottostimare.

Di Matteo Salvini che opinione ha?

È un abilissimo comunicatore. Bravissimo a far leva sui sentimenti di disperazione della gente comune. Molto più della sinistra, che certo non avrebbe potuto usare gli stessi slogan.

La destra è più vicina alla gente comune della sinistra?

No. Siamo tutti povera gente in un momento in cui il mondo sta cambiando. Individuare un nemico è la strategia più facile, ma non è un buon modo per andare avanti insieme. In questo momento il migliore è il Papa.

Lo immaginavo.

Immaginavo che lo immaginava. Papa Bergoglio è una guida, ciò che dovrebbe essere anche un leader politico.

Bergoglio parla delle periferie, la sinistra vince nei centri storici.

Non andare nelle periferie vuol dire lasciare il territorio ad altri. Va nelle periferie chi capisce dove nascono i problemi.

Mi fa un ritratto dei grandi professionisti della tv con cui ha lavorato? Enzo Tortora.

L’ho conosciuto alla fine. Aveva un tormento, ma era imperscrutabilmente signorile.

Angelo Gugliemi.

Il maestro geniale che vede il talento degli altri e non ne ha paura.

Carlo Freccero.

Il mestiere e la follia.

Gianni Boncompagni.

L’enfant gaté, il bambino viziato. Anche lui geniale.

Pippo Baudo.

È Pippo Baudo, non ha aggettivi.

Maurizio Costanzo.

L’eminenza grigia dalle mille sfaccettature, il narcisista intelligente.

Che cosa manca ai dirigenti tv di oggi?

La fantasia e il coraggio di rischiare di non piacere.

Che cosa le manca di Ezio Bosso?

Il tempo di stare insieme che è finito. Il tempo nel quale potevo ascoltarlo e ammirarlo. E dirgli: «Ciao, come stai?».

 

Panorama, 27 maggio 2020