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«La separazione delle carriere è di sinistra»

Anna Paola Concia, sono passati dieci giorni dalla sua lettera aperta alla sinistra. Reazioni?
«Nessuna».
Silenzio tombale?
«Qualcuno mi ha scritto privatamente, ma nessuna risposta pubblica. Perciò ignoro completamente cosa pensino».
Dieci giorni fa, Anna Paola Concia, ex parlamentare Pd, attivista dei diritti civili, omosessuale dichiarata che vive con la compagna a Francoforte ma è presentissima nel dibattito italiano, curatrice del volume appena uscito Quel che resta del femminismo (Liberilibri) e fondatrice del Comitato per il sì al referendum sulla separazione delle carriere dei giudici, ha scritto sul Foglio un accorato j’accuse contro il dogmatismo della sinistra che, per stigmatizzare i critici dell’estremismo woke, non esita ad applicare «censura, violenza, gogna, emarginazione, esclusione».
Sperava in una risposta dai leader o da persone rappresentative dei partiti a cui si è rivolta?
«Quella lettera era il frutto di una lunga riflessione. Ho letto parecchi saggi di autori stranieri sull’argomento e da tanto tempo mi interrogo su questi temi. L’ho scritta con il cuore in mano, nella speranza che, almeno, facesse riflettere».
Insomma, si aspettava qualcosa di più?
«So che tanti condividono quelle riflessioni, ma non si espongono».
Per paura, pigrizia, rassegnazione?
«Essendo stata a lungo nel Pd, penso che non si voglia mettere in discussione la linea del partito».
Per non disturbare il manovratore?
«È un momento delicato, in cui è difficile fare discussioni aperte sull’efficacia di alcune battaglie sui diritti civili e sulle donne».
Si aspettava un segnale da Elly Schlein?
«No. Magari una riflessione l’avranno fatta tra loro. Forse da qualche riformista mi aspettavo una reazione, anche privata».
Invece?
«Qualcuno mi ha scritto, bell’articolo… Con qualche riformista del Pd mi sarebbe piaciuto fare due chiacchiere. Ma la tendenza a rimuovere è prevalente. Comunque, a me farebbe piacere che anche la destra si interrogasse sui diritti civili».
Giusto.
«Penso che la polarizzazione tra destra e sinistra su questi temi sia una iattura che non fa fare neanche mezzo passo avanti. La sinistra ha il monopolio dei diritti civili e la destra il monopolio anti diritti civili. È una situazione manichea che, secondo me, non corrisponde neanche alla realtà delle persone sia di destra che di sinistra, perché ci sono posizioni miste e più sfumate».
Nel finale della lettera ha scritto di non riconoscersi «in questa sinistra che ha sostituito il pensiero con la paura di sbagliare parola». E quando si sbaglia cosa succede?
«Ormai la politica ha adottato le formule e le modalità oppositive dei social. Invece di provare a confrontarsi, se si sbaglia parola piovono scomuniche».
Mi viene in mente la vicenda dell’ex assessore alla cultura di Livorno Simone Lenzi.
«La conosco. Grazie al comportamento di cui il Pd locale non può andare orgoglioso, sono diventata amica di Lenzi. Ha subito la gogna…».
Aveva ironizzato sull’arte didascalica postando la statua di una donna con il pene, un trans, accompagnata dalla parola «woman».
«È stato accusato di essere omofobico e transfobico, cosa falsa, e fatto fuori dall’incarico di assessore, ruolo nel quale ha sempre dimostrato grande attenzione ai diritti Lgbt».
Mi viene in mente anche il caso del ministro Eugenia Roccella, crocifissa per aver parlato delle «gite» ad Auschwitz che hanno lasciato in eredità molto antifascismo senza cancellare l’antisemitismo.
«Quel concetto si poteva esprimere meglio. Mi è capitato di portare dei ragazzi ad Auschwitz e riconosco che c’è una riflessione da fare su ciò che hanno prodotto le visite ai campi di concentramento e le giornate della memoria. È giusto interrogarci sulla retorica della Shoah, perché oggi l’antisemitismo è riscoppiato in tutto il suo orrore. Il ministro non ha usato le parole giuste, ma senza gridare allo scandalo, le avrei corrette, raccogliendo il suo invito a riflettere sull’argomento».
Ha anche detto che le università, che dovrebbero essere il luogo del confronto, sono diventate luogo di settarismo.
«L’ho scritto anch’io. Le università tolgono la parola a chi dissente, impedendo il confronto tra chi ha idee diverse».
Rinfreschiamo la memoria con il caso di Emanuele Fiano?
«E il caso di Maurizio Molinari, di David Parenzo e di Daniele Capezzone, l’unico non ebreo dei quattro».
Che reazioni ha avuto la sua denuncia del dogmatismo che accomuna le battaglie Lgbt e pro Pal?
«Irritate. È evidente che spesso quelle battaglie sono portate avanti dalle stesse persone, con modalità politiche per me inaccettabili».
Ha evidenziato un parallelismo scomodo tra battaglie Lgbt e pro Palestina.
«Sono battaglie diverse, assimilate dallo stesso dogmatismo, che ha allontanato molte persone di sinistra, costrette a rifugiarsi nel silenzio per non essere massacrate».
Come valuta l’innamoramento italiano per il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani?
«La sinistra è sempre affascinata dal Papa straniero. Premettendo di aver votato per Mamdani, Antonio Monda ha scritto che sarebbe un errore madornale illudersi di applicare le sue proposte in Italia. Ho letto su un giornale un titolo sognante: “Se Mamdani fosse sindaco di Milano…”».
È un’infatuazione?
«Chi di noi non è d’accordo con il sostegno ai deboli, gli asili e i trasporti gratuiti. Sono una donna di sinistra, approvo il sostegno ai più deboli, tanto più in una città dov’è difficile vivere anche per il ceto medio. Se lo facessero il giorno dopo il comune di New York sarebbe in bancarotta. Non sono i buoni propositi, ma le ricette a dover funzionare. Perciò, sarei più prudente».
Fondamentalismo islamico e estremismo Lgbt sono la nuova miscela vincente?
«No perché, com’è noto, sono incompatibili. La sinistra deve togliersi il prosciutto dagli occhi, riconoscendo che l’estremismo islamico cancella le donne, ammazza gli omosessuali e discrimina i diversi».
Come mai una contraddizione così palese non ha sfiorato le piazze pro Pal?
«È una domanda da rivolgere a loro. Come fate a giustificare Hamas che ammazza gli omosessuali e opprime le donne? Da femminista universalista, mi batto per i diritti delle donne ebree, palestinesi,  iraniane, afghane…».
In Italia, nominando vicepresidente della Toscana Mia Diop, si copia la formula Mamdani?
«Pur apprezzandola, penso che un ruolo così di primo piano potrebbe non giovare né a lei né al suo futuro politico».
Lei è tra i fondatori di «Sìsepara», il Comitato per il sì al referendum sulla separazione delle carriere: gli anatemi se li cerca?
«Da 30 anni sono favorevole alla separazione delle carriere che è da sempre una battaglia della sinistra. Sarebbe sorprendente se arrivasse un anatema su un argomento oggetto di referendum e che a sinistra è stato ampiamente condiviso».
La rigidità che si registra dipende dal ruolo della magistratura militante?
«In questo momento, soprattutto nel Pd, si discute se sia il caso di schiacciarsi sulle posizioni dell’Anm. Questa legge è una parte della riforma che vuole promuovere il giusto processo, con un giudice terzo e una carriera separata da quella del Pm. È una legge in vigore in tutte le democrazie occidentali. L’articolo 104 della Costituzione non cambia, viene solo aggiunta la creazione di due Csm, uno per i giudici e l’altro per i Pm. L’indipendenza della magistratura, che è un principio importante, rimane inalterata. Quello che decade è il potere delle correnti che decidono trasferimenti, promozioni, incarichi…».
È il sistema del sorteggio che disturba i magistrati?
«Che è già in uso nella composizione del Tribunale dei ministri. L’Anm obietta che chiunque non può far parte del Csm. Perché? I magistrati superano già un concorso e per accedere al Csm devono avere anni di esperienza. Il paradosso è che chi sostiene la riforma ha più fiducia nella competenza dei giudici di quanto non ne abbiano i contrari».
Perché il presidente dell’Anm Cesare Parodi evita il confronto con il ministro Carlo Nordio?
«In Germania non sarebbe possibile che, per contrastare una legge del Parlamento, un gruppo di magistrati aprisse la sede del loro comitato nel palazzo della Cassazione. Qui l’imparzialità dei giudici è sacra: non possono andare in tv e rilasciare interviste. Evitare il confronto con il ministro per non trascinare il dibattito sul terreno politico, come ha detto Parodi, è pura ipocrisia. Con il sottosegretario alla Giustizia Paolo Sisto l’ha fatto».
Ernesto Galli della Loggia ha scritto che eticizzando la politica la sinistra tende a concepirla «come lotta tra il bene e il male, eredità della sua convinzione… di essere la rappresentante per antonomasia del progresso», il che instaurerebbe un senso di superiorità e toglierebbe legittimità all’avversario. È così?
«Sì, è così. Bisogna riconoscerlo».
La sinistra ha metabolizzato l’arrivo al governo di una destra guidata da una donna o deve fare ancora un po’ di strada?
«Penso che l’abbia faticosamente metabolizzato».
In una recente intervista il professor Luca Ricolfi ha detto che «gli intellettuali e i giornalisti di sinistra sono la maggiore sciagura cognitiva che si sia mai abbattuta su uno schieramento politico: anziché aiutare a comprendere la realtà, fanno l’impossibile per celarne i lati sgradevoli». Cosa ne pensa?
(Ride) «È una lettura severa che forse non aiuta la riflessione. Ma, non è stato il destino cinico e baro a far vincere la destra nel 2022. Interrogarsi sulle ragioni e su che cosa di noi ha contribuito alla vittoria della destra aiuterebbe a non perseverare nell’errore».
Ho visto che ha gioito per il suicidio assistito contemporaneo delle gemelle Kessler: non è estremismo woke anche quello?
«No e sono contenta di vivere nel Paese dove questo è possibile. Forse bisognerebbe interrogarsi laicamente su questo tema. Anche perché non è un obbligo, ma una libera scelta in una società civile. Sono per il libero arbitrio sulla propria vita e sulla propria morte».
Contesto l’uso dell’aggettivo propria: non decidiamo noi di venire al mondo perciò non possiamo disporne.
«Invece, nel momento in cui veniamo al mondo, nell’età adulta siamo padroni della nostra vita».
La morte diventa un fatto di carte bollate?
«Non è così. Il suicidio assistito non è una scelta leggera. Evidentemente il dolore di vivere era più forte del dolore di morire».
Quella che lei chiama società libera e civile nasconde il nichilismo?
«Non è nichilismo».
E che cos’è?
«Una scelta di autodeterminazione».

 

La Verità, 21 novembre 2025

 

«Il patriarcato? Resiste nelle comunità islamiche»

Ex maestra di tennis, ex deputata Pd, femminista, in prima linea sui diritti civili e sui temi dell’educazione con Didacta Italia, pochi giorni fa Anna Paola Concia ha firmato con Simone Lenzi e Ivano Scalfarotto un decalogo su «Destra, sinistra e l’alternativa che vorremmo». Dal 5 agosto 2011 è unita civilmente con la psicologa Ricarda Trautmann che ha assunto il suo  cognome. Vive a Francoforte.
In occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza contro le donne ha postato su X: «Mi scuserete se non partecipo alla saga delle banalità che oggi si ripetono urbi et orbi». Reazioni?
«Alcune donne si sono offese, molte hanno capito e concordato, gli odiatori che insultano non li considero. Alle donne che si sono offese ho spiegato che, siccome per me la violenza di genere è una cosa seria, rifuggo gli appuntamenti di circostanza perché, sempre secondo me, servono atti legislativi e processi culturali graduali e profondi».
Ci si aspettava che partecipasse alla manifestazione del 25 novembre che avveniva a ridosso dell’anniversario dell’uccisione di Giulia Cecchettin e dell’intervento del ministro Giuseppe Valditara?
«A parte il fatto che vivo in Germania, penso che bruciare la fotografia di un ministro com’è stato fatto non sia il modo migliore per rispondere alla violenza che si voleva condannare con quella manifestazione».
Il cui slogan era «Disarmiamo il patriarcato»: bersaglio corretto?
«Su questa parola c’è la solita polarizzazione. Chi lo nomina è di sinistra, chi non lo nomina è di destra. Trovo che il manicheismo non aiuti a capire. In 40 anni di lotte, noi femministe al patriarcato abbiamo dato una bella botta. Ora è tramortito, rimangono gli strascichi di una cultura che ancora non si rassegna. Femminicidi e violenza di genere sono azioni di uomini che non accettano la libertà femminile».
Come definisce il patriarcato?
«Le società patriarcali erano quelle in cui l’uomo era padre padrone».
Ovvero il patriarca: in quali ambienti c’è ancora?
«Nelle società occidentali grazie alle battaglie femministe è tramortito. Ma la cultura patriarcale si esprime soprattutto nelle relazioni affettive. Sono state fatte delle leggi, si son fatti passi avanti sul piano culturale. Oggi noi donne oggettivamente non viviamo più con il patriarca sopra la testa, sebbene resistano disuguaglianze tra uomini e donne, come il gender gap. Il patriarca sopravvive nei Paesi dell’integralismo islamico. E in quelle comunità insediate nei Paesi occidentali che non si sono integrate».
L’integrazione è una sfida possibile?
«Io vivo in un Paese dove gli immigrati sono il 20%. Sebbene la Germania investa molto sull’integrazione, in alcune aree non è compiuta. Non volerlo vedere è un errore madornale».
Qualche giorno fa sul sito FeministPost Marina Terragni ci ha ricordato il Capodanno 2016 a Colonia quando decine di donne furono violentate da arabi e nordafricani.
«Fu una pagina molto buia che aprì gli occhi sulla necessità di maggior integrazione di uomini e ragazzi provenienti dai Paesi musulmani. Ci furono denunce e accuse di razzismo, ma i fatti erano inequivocabili».
Che cosa disapprova del neofemminismo?
«Il suo integralismo e la sua matrice profondamente anti occidentale. È una frangia coccolata dai media che tende a cancellare la differenza sessuale».
È anche incline al vittimismo?
«Purtroppo sì. L’identificazione tra l’essere donna e l’essere vittima è una trappola mortale che rischia di consolidare il patriarcato».
Appurato che giuristi e sociologi affermano che non c’è più, che cosa sopravvive del patriarcato?
«Il machismo e il maschilismo. Per sconfiggerli non bastano le leggi, serve un processo culturale che ci impegni tutti».
Intervistata dalla Verità Giorgia Meloni ha detto che le violenze e gli stupri sono favoriti dall’immigrazione irregolare: è razzista o fattuale?
«Nella marginalità c’è prevaricazione e quindi anche violenza sessuale. È un elemento di disagio sociale che vale sia per gli immigrati irregolari sia per i cittadini italiani».
Intanto i dati dicono che l’incidenza sui reati di violenza e stupro è superiore alla percentuale di immigrati nel nostro Paese.
«Questo problema non può essere affrontato dicendo se sono peggio gli immigrati o gli italiani. Sappiamo tutti che se la violenza è esercitata da un amico le donne tendono a denunciare meno. L’Istat ci dice che esiste una violenza sommersa che deve essere indagata e contrastata».
I femminicidi perpetrati sono espressione di mascolinità tossica o sintomo di debolezza?
«Un uomo che risponde con l’assassinio di una donna che gli ha detto no è sicuramente espressione di mascolinità tossica».
L’incapacità di accettare un abbandono è sintomo di debolezza?
«Certo che lo è. Purtroppo, stiamo educando generazioni incapaci di accettare le sconfitte. Che, invece, nella vita esistono. Siamo cresciuti anche attraverso le sconfitte, accettandole ci siamo rinforzati. Bisogna imparare a farci i conti».
Chi erano i suoi genitori?
«Due dirigenti dell’Azione cattolica. Mio padre è stato formatore di Gianni Letta, erano entrambi di Avezzano».
Era un padre autoritario o amico?
«Era un padre severo. Un democristiano puro. Si è confrontato con quattro figli impegnativi, io sono l’ultima. Negli anni delle contestazioni a casa mia c’era tutto l’arco parlamentare. Mia sorella era del Pdup, mio fratello radicale, un altro del Msi, io comunista. Facevamo discussioni feroci, ma i miei genitori erano democratici e noi abbiamo vissuto ognuno la propria vita».
Perché oggi tanti cosiddetti maschi bianchi non accettano l’abbandono di una donna?
«Qui ci vorrebbe una psicologa… Se vuole giro la domanda a mia moglie che lo è».
Prego.
Risponde Ricarda Concia, criminologa: «La causa è la mancanza di autostima. Oggi si è creato uno squilibrio, gli uomini non sono cresciuti quanto le donne e hanno perso il privilegio del capo. Inoltre, se le cose vanno bene, l’uomo medio attribuisce il merito a sé stesso, se vanno male dà la colpa agli altri, nel caso specifico alla donna».
Perché secondo lei in questi anni si è parlato di mamme elicottero e mamme spazzaneve e mai di padri?
«Infatti, i padri non esistono e non hanno mai responsabilità… Mi sembra una follia».
Le mamme delle chat di Whatsapp fanno di tutto perché i figli non trovino ostacoli?
«Tutto questo sindacalismo protettivo dei figli non li aiuta a crescere. Quando andavo a scuola l’insegnante aveva sempre ragione. Andavo malissimo in matematica, avevo un professore complicato, ma nonostante questo i miei genitori non mettevano mai in discussione l’autorità dell’insegnante. Lo scardinamento dell’autorevolezza dell’insegnante rende più fragile il percorso educativo. Non si può ricorrere al Tar perché tuo figlio ha preso sette anziché otto. Tu sei un genitore e fai il genitore, l’insegnante fa l’insegnante».
Deriva da questi atteggiamenti l’incapacità di metabolizzare un’opposizione femminile?
«Filippo Turetta è l’esempio eclatante di questo».
Mamme spazzaneve e padri amici educano figli fragili?
«Io non sono una tradizionalista. Con i miei genitori era difficile parlare, oggi si parla di più e questo per me è un fatto positivo. Farsi raccontare, parlare e confrontarsi non vuol dire essere genitori amici».
Può essere la scomparsa del padre la malattia della società contemporanea?
«No. Sono d’accordo che c’è la morte del padre, ma è un fatto storico. Oggi dobbiamo costruire insieme un tempo nuovo, ma non a colpi di machete».
Il gender può essere un’espressione perversa del patriarcato?
«Oggi la fluidità sessuale è un dato di realtà. Penso che tutti debbano avere diritto di cittadinanza. Acquisita questa fluidità, rifiuto la cancellazione delle donne. Sono per riconoscere gli uomini, le donne, le persone fluide, le persone transgender e chi più ne ha più ne metta, ma senza cancellare nessuno».
Il ricorso alla maternità surrogata e alla Gpa è una forma di sfruttamento del corpo della donna?
«Sì. Durante la manifestazione dell’altro giorno un cartello recitava: “Non siamo macchine per la riproduzione, ma donne pronte alla rivoluzione”. Apprendo con piacere che anche le donne di Non una di meno sono contro la Gpa».
L’ammissione di persone trans o iper-androgine alle competizioni femminili come alle ultime Olimpiadi può essere espressione di una cultura patriarcale?
«Sono una donna di sport e sono una che non esclude ma allo stesso tempo non impone: penso che se oggi molte persone trans atlete vogliono gareggiare è arrivato il momento di creare una terza categoria».
Mah…
«Lo sport deve avere condizioni paritarie di partenza: tra una persona trans e una donna non lo sono. È un dato scientifico. Chiediamoci perché le donne trans che diventano uomini non chiedono mai di competere nelle gare maschili. La biologia esiste e ha la sua incidenza».
Lo sfruttamento commerciale del corpo femminile nelle piattaforme, nei social, nella promozione pubblicitaria è un’espressione del maschilismo o del patriarcato?
«Del maschilismo, del racconto maschile sul corpo delle donne».
Le neofemministe vorrebbero legalizzare la prostituzione.
«Sono favorevoli al sex worker, io sono contraria. La prostituzione femminile risponde a una domanda di sesso a pagamento di uomini. Il 90% di questa risposta comporta la tratta delle donne. E sono donne giovani. Poi c’è un 10% di donne che decidono di vendere il proprio corpo. In Italia, grazie alla legge Merlin, se una donna vuole prostituirsi può farlo, ma promuoverlo a emblema della libertà femminile è imbarazzante. Il 90% sono donne sfruttate».
Le piaceva lo spot per la Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne che recitava: «Se io non voglio, tu non puoi»?
«Francesca Capelli, una giornalista che vive in Argentina, ha suggerito che era meglio scrivere: “Se io non voglio, tu non devi” anziché tu non puoi. Perché potere, può eccome, purtroppo».
Che cosa pensa del fatto che l’8 marzo scorso Non una di meno ha impedito la partecipazione alle manifestazioni di donne che volevano ricordare le vittime del massacro del 7 ottobre?
«La fobia antioccidentalista di Non una di meno è così forte da negare gli stupri del 7 ottobre. Questo è contro il femminismo. Per quanto mi riguarda, loro possono chiamarsi come vogliono, ma non sono un movimento femminista».
È favorevole alla creazione di un’associazione Saman Abbas come proposto dal professor Ricolfi?
«Totalmente. Anzi, sono disponibile a dare una mano. Bisogna occuparsi anche di queste ragazze che sono più esposte al patriarcato».

 

La Verità, 30 novembre 2024