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Il viaggio di Adolescence nell’inferno dei ragazzi

Ci si prepara ad andare al lavoro e a scuola quando, mitra spianato, la polizia fa irruzione nella casa dei Miller. Siamo in una tranquilla cittadina britannica, ma quel ragazzino dev’essere arrestato. La madre urla, ancora in vestaglia. Il padre non capisce cosa sta accadendo, la sorella si rannicchia in bagno. Jamie Miller è accusato di aver ucciso Katie, una compagna di scuola, la sera prima nel parco con sette coltellate. Mentre i poliziotti gli leggono i suoi diritti, si fa la pipì addosso. Sembra un ragazzo qualsiasi di una famiglia qualsiasi. È mai possibile che un adolescente di 13 anni sia colpevole di un crimine tanto efferato? Siamo di fronte a uno scambio di persona? A un tragico errore giudiziario? Il dispiegamento di forze è esagerato. L’adolescente viene portato alla centrale di polizia: fotografato, spogliato, perquisito, rinchiuso in cella. Padre e madre sono attoniti. Sono i primi dieci minuti di Adolescence, la miniserie che, da pochi giorni visibile su Netflix, ha scalzato Il Gattopardo dal primo posto delle più viste. Da quel momento, la storia afferra il telespettatore e non lo molla più per i quattro episodi che la compongono, in un crescendo claustrofobico angosciante.
Creata da Stephen Graham (magistrale anche nel ruolo del padre) e Jack Thorne, e diretta da Philip Barantini, è un thriller psicologico girato in piano sequenza, con un’unica macchina da presa che ci porta dentro l’orrore di mondi apparentemente normali, invece totalmente estranei agli adulti. A cominciare dalla tranquilla ma inesplorata cameretta del ragazzino: «Che male può fare chiuso lì dentro?», si giustifica il padre di Jamie quando lo assale il senso di colpa per averlo trascurato. Inesplorato è anche lo strapotere dei social che, con la loro spietatezza, alimentano frustrazione, odio e rabbia: «L’80% delle donne va con il 20% degli uomini. Gli altri sfigati non li guardano neanche», svela Jamie (lo straordinario esordiente Owen Cooper) per spiegare il bullismo di cui lui e i suoi amici sono vittime e l’istinto di rivalsa che prende il mondo degli «incel», i celibi involontari, rifiutati sessualmente dalle donne.
Sebbene, in un certo senso, salvi la famiglia, Adolescence non dà risposte comode. Ma apre domande drammatiche che mettono di fronte a responsabilità radicali perché fotografa l’inferno quotidiano, riscontrabile in tante notizie di cronaca (basta ricordare Qui non è Hollywood sul delitto di Avetrana). Un inferno fatto di adolescenti in balia del vuoto. E di adulti – professori, psicologi e genitori – ignari e impotenti.

 

La Verità, 20 marzo 2025

Delitto, castigo e riscatto narrati da Franca Leosini

Onore a Franca Leosini. In un sistema della comunicazione che non coltiva la memoria e fagocita tutto e tutti senza farsi troppe domande, interrogarsi, molti anni dopo, su quale sia stato il cammino dei protagonisti di Storie maledette è, in sé stesso, un merito. La Leosini lo fa in Che fine ha fatto Baby Jane? (Rai 3, giovedì, ore 21,15, share del 4,5%, quasi un milione di telespettatori). Nella prima puntata al centro del racconto c’era il matricida Filippo Addamo che la conduttrice aveva incontrato nel 2004, ventitreenne, nel carcere di Bicocca a Catania. Per ricostruire la vicenda basta ricorrere alle teche di quell’intervista che già illuminava le ombre del delitto. La madre Rosa, avvenente moglie di un camionista, ma già nonna a 36 anni, non si rassegna alla vita ingrigita di «sartina» e cede alla corte del molto più giovane Benedetto, presentatole proprio da Filippo… Gelosia, senso di tradimento, delitto d’onore, squilibrio o tutto insieme, si compie il più insopportabile dei crimini. Filippo viene condannato a 24 anni, ridotti a 17 in Cassazione, scontati nei penitenziari di Brucoli, Porto Azzurro, Pianosa. Oggi ha 41 anni, si è sposato con Eleonora, dalla quale ha avuto un figlio, e vive libero in Belgio, dove lavora come muratore per mantenere la famiglia.

Che fine ha fatto Baby Jane? segue un copione definito nei minimi particolari e appuntato sul quadernone che la Leosini scorre fedelmente. Una clessidra separa i flashback dall’incontro con il nuovo Filippo.

Delitto, castigo e riscatto. La sceneggiatura si snoda in numerosi capitoli – dall’antefatto all’omicidio, dalla pena all’amore fino al presente – che, insieme a brevi docufiction e graphic novel, aiutano i telespettatori a seguire la vicenda. E poi c’è lei, Franca Leosini, figura di culto e non solo del crime italico: con la sua acconciatura sapientemente demodé, il suo linguaggio barocco, l’abbondante e colorita aggettivazione, la capacità di abbassare o alzare la tensione emotiva del racconto. La conduttrice prende per mano il pubblico, aiutandolo a inerpicarsi sui tornanti di un percorso, forse un tantino lungo, del quale lei sola conosce e controlla il finale. Un finale che non risparmia le domande giuste al suo interlocutore: «Pensa che riuscirà a dire a suo figlio di aver ucciso sua madre?»; «Lei ha saldato i conti con la giustizia, quelli con sé stesso li ha saldati?». La vicenda di Filippo Addamo è diventata anche traccia di un romanzo di Walter Siti (La natura è innocente – Due vite quasi vere), intervistato nel corso della puntata.

 

La Verità, 7 novembre 2021