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«Il politicamente corretto vince solo sui giornali»

«Lo so, non dovrei», ammette Enrico Ruggeri mentre si accende una sigaretta. «Le dà fastidio il fumo?». Il fatto è che a metà agosto ha dovuto sospendere il tour a causa di un edema alle corde vocali e sarebbe meglio astenersi. Ma si sa. «Facevo più fatica… voce rauca», racconta. «Me l’hanno tolto e l’hanno analizzato. Sì, un filo di apprensione, ma non più di tanto». Adesso ha ripreso i concerti sia da solista che con i Decibel e intanto continua a fare le sue solite mille cose, dalla radio tutti i giorni su Radio24 a scrivere testi, a pensare romanzi… Quest’anno però non andrà a Sanremo. «L’ho fatto l’anno scorso. È buona norma saltare…».

Chi è L’Anticristo al quale ha dedicato l’ultimo album dei Decibel?

«Per noi è un protocollo comportamentale».

Cioè?

«Siamo fermamente convinti che ci sia una decina o quindicina di persone che si trova da qualche parte e decide chi sarà il presidente degli Stati Uniti, il cancelliere della Germania, quando scoppierà la prossima bolla finanziaria, quando inizierà il nuovo flusso migratorio. Sono i veri potenti che indirizzano le sorti del mondo. Il loro primo obiettivo è l’abbassamento della consapevolezza della gente».

Addirittura?

«Prendiamo il mio campo. Trent’anni fa c’erano Bob Dylan e John Lennon, adesso chi c’è? È tutto standardizzato. Si è voluta eliminare la forza dirompente dell’arte per renderla innocua».

Il protocollo comportamentale è un divertissement?

«Mica tanto. Secondo lei il fatto che una volta ci fosse Lennon e ora abbiamo gli One Direction è un caso?».

La qualità dei polli dipende da quella del mangime.

«Appunto, hanno cambiato mangime. Chi lo distribuisce? Quegli artisti influenzavano tutto il mondo. Quando Lennon con Yoko Ono fece il bed in per “dare una chance alla pace”, i giovani e la stampa arrivarono da tutto il mondo. Ora cantanti e artisti non hanno più peso sull’opinione pubblica».

Ce l’hanno gli influencer…

«Il paragone tra il tweet di un influencer a una canzone di Dylan avvalora la mia tesi».

Chi sono questi quindici potenti?

«Secondo me non sono famosi, vivono in maniera monacale. Il loro interesse è modificare gli assetti mondiali. Questo per noi è l’Anticristo».

Sono la fonte dell’omologazione?

«Del pensiero che ha poca consapevolezza, poco spirito critico».

I social favoriscono questo livellamento verso il basso?

«I social sono l’esaltazione della mediocrità. Chiunque pensa di aver voce in capitolo, di poter scrivere al Papa o a Donald Trump. Una volta gli influencer erano Umberto Eco, Pier Paolo Pasolini, Ennio Flaiano. Adesso sono persone che ti dicono che scarpe mettere o se quest’anno va il rosa o il giallo».

Non è un controsenso fare un disco sull’Anticristo quando non si parla più di Cristo?

«Il primo a elogiare il disco dei Decibel è stato il cardinal Gianfranco Ravasi: una delle poche menti profonde rimaste all’interno della Chiesa e della società».

Che cosa pensa delle polemiche sui presepi nelle scuole che disturberebbero gli alunni di altre religioni o che sarebbero contraddittori rispetto alla scarsa accoglienza verso i poveri e i migranti?

«Un altro degli obiettivi dei poteri forti è annullare le identità. Creare un magma nel quale tutti consumino le stesse cose. Oggi un centro commerciale di Singapore è uguale a uno di Roma. Ogni difesa della tradizione è un ostacolo sulla strada dell’omologazione perché tradizione vuol dire identità. Perciò va abbattuta».

Difendere la tradizione non significa essere rivolti al passato?

«Per me non è un’offesa. Si può costruire un grande futuro solo partendo dal proprio passato».

Chi viene ai suoi concerti coglie questa critica del presente?

«Forse non tutti, ma il mio destino non è scrivere per tutti».

In Lettera dal Duca canta: «Se guardo dentro me vedo l’infinito, supero i miei limiti più di quanto immagini». Oltre alla tradizione anche il senso religioso è un ostacolo all’omologazione?

«L’anima è un fattore scomodo. La ricerca introspettiva è un tentativo di affrontare e risolvere i problemi partendo dalla propria interiorità. Invece si vuole che vengano risolti consumando. Più sei infelice più consumi. Per far lievitare i consumi bisogna aumentare l’insoddisfazione. Più l’anima è povera e più si cerca di arricchirsi acquistando beni dei quali magari non si ha bisogno».

Che ruolo hanno i grandi marchi della tecnologia?

«La tecnologia è il braccio armato di questa operazione. Tutto deve diventare un magma senza identità».

Però iniziano ad alzarsi voci dissidenti nei confronti della globalizzazione. Si comincia a coglierne il lato negativo…

«Passata l’infatuazione, tutte le grandi invenzioni rivelano i loro effetti negativi. Il fuoco fu scoperto per riscaldare durante le stagioni fredde. Dopo un po’ si iniziò a usarlo per bruciare la capanna del vicino. Il problema non è fermare il progresso, ma canalizzarlo nelle giuste direzioni».

Quest’estate è finito al centro di una querelle per un tweet dopo il rifiuto di un euro dato a un ambulante mentre era a cena con sua figlia. Cos’era successo esattamente?

«Un venditore di rose aveva rifiutato degli spiccioli. Avevo percepito una certa arroganza e ho fatto delle considerazioni che qualcuno ha capito e altri no. Se respingi un’elemosina solo perché fatta con gli spiccioli vuol dire che non ne hai davvero bisogno».

Si è scatenato il putiferio?

«Una volta c’erano le lettere anonime, oggi sui social si può conquistare una certa visibilità senza esporsi. Ognuno si sente in diritto di dare lezioni o di insultare. È curioso che in 40 anni che faccio questo mestiere nessuno mi abbia mai detto in faccia che non gli piacciono le mie canzoni o che il mio pensiero gli fa schifo. Queste cose avvengono quando ci si nasconde dietro la tastiera. Ma quello che succede a me è niente rispetto a chi è stato insultato su Facebook, magari dopo la morte di un figlio».

Il problema è l’anonimato o anche il potere del politicamente corretto?

«Come hanno dimostrato le ultime elezioni la parte che si abbarbica al politicamente corretto è minoritaria».

Però continua a influenzare la cosiddetta narrazione della vita pubblica.

«Perché controlla i grandi media, giornali e televisioni».

La trovo ottimista.

«Qualcosa sta cambiando, anche se sei mesi sono pochi per giudicare. Per cambiare un paese come l’Italia ci vogliono dieci anni non dieci minuti».

Che cosa le piace del governo gialloblù?

«Penso che siano stati più bravi a intercettare le istanze della gente, avvicinandosi a chi è in difficoltà. In tutta Europa si sta verificando un cambiamento epocale: i poveri votano a destra e i ricchi votano a sinistra. Questo dieci anni fa era impensabile ed è un fatto positivo. Aggiungerei che chi è al governo ha contro i poteri forti e perciò fa la corsa in salita».

Invece, che cosa non le piace?

«L’eccessiva spettacolarizzazione delle loro azioni. Io non voglio che un ministro faccia bei tweet, ma che faccia buone leggi. L’unica persona che nel dopoguerra può dire di aver salvato l’Italia è Alcide De Gasperi ridando dignità a un Paese povero e sconfitto. Da persona schiva non si metteva mai in vetrina. Ci ha pensato la storia a dargli ragione».

Oggi la politica è comunicazione.

«È così».

Chi sono secondo lei i principali oppositori del governo?

«Mi sembra che questo governo non piaccia alle banche. Questo non vuol dire di per sé che sia buono. Ma che fa cose invise all’alta finanza, ai mercati».

Che cosa pensa della politica di Matteo Salvini sull’immigrazione? È un argomento sovrastimato?

«È il territorio di scontro per eccellenza».

È giusto che lo sia?

«Lo è per interesse di entrambi le parti. A Salvini piace parlare di immigrazione perché è un argomento nel quale si sente forte. All’opposizione piace parlarne perché ritiene sia il punto su cui Salvini è moralmente più attaccabile. Mi sembra un argomento su cui tutte e due le parti dicono quello che i loro elettori vogliono sentirsi dire. A nessuno piace parlare di scuole e ospedali».

Mentre…

«Ce ne sarebbe bisogno. Ci sono problemi altrettanto e forse più urgenti dell’immigrazione».

Dopo il tour cosa farà?

«Sto scrivendo delle canzoni, ma senza scadenze né fretta».

Per i Decibel o per lei?

«Per me. Avendo il mio studio, posso lavorare in tutta tranquillità».

Per altri interpreti non scrive più?

«Ho scritto una canzone per Mimmo Locasciulli, un amico. Più difficile che scriva per i nuovi virgulti».

E per Pico Rama, suo figlio?

«Più facile che scriva lui una canzone che piace a me che il contrario».

La scena musicale è dominata dal rap: troppo?

«Ormai il rap è diventato pop. Lo ascoltano anche i bambini, ha sostituito Peppa Pig. È una fiera di personaggi che cambiamo e spariscono continuamente».

C’è qualcosa o qualcuno da salvare?

«Il mio primo concerto da spettatore fu di Emerson Lake & Palmer. Poi ho visto David Bowie e Paul McCartney, difficile che mi entusiasmi per le nuove leve. Vedo molta piaggeria: pur di essere trasmessi e scaricati si accetta di abbassare il tiro. Credo che le cose migliori siano quelle che se ne fregano del mercato».

Ai giovani che consiglio darebbe?

«Di avere pazienza e costanza. Di non aspettarsi di diventare ricchi e famosi in poco tempo. L’epoca alla quale appartengo, quella di Franco Battiato e Vasco Rossi, è stata un’anomalia. Era più facile, c’era meno concorrenza. Eppure, nessuno di noi ha sfondato al primo disco. Io ebbi un contratto per cinque album. Oggi la selezione è spietata. Se il primo cd non sfonda, dopo sei mesi hai già cambiato mestiere».

 

La Verità, 10 dicembre 2018

Ruggeri: «I social annullano la competenza»

Asciutto e con la pelata liscia da duro del cinema americano, nell’anno dei suoi sessanta, Enrico Ruggeri accelera ancora. Resuscitati i Decibel, la band della felice stagione punk di fine anni settanta, parte per un nuovo tour con date a Bologna, Sassari, Nuova Goriça, Vercelli. Tutto senza dimenticare la radio, i romanzi gialli, i concerti da solista: Ruggeri è uno degli artisti più poliedrici e meno allineati del rock italiano. Lo incontro nel suo studio di registrazione, periferia sud est di Milano.

Da dove nasce la reunion dei Decibel?

«Da un atto irregolare. Quest’anno compio 60 anni. E sempre quest’anno è il quarantennale dal primo disco dei Decibel e dalla nascita del punk. Mentre sono trent’anni da Si può dare di più e Quello che le donne non dicono. In occasione di questi anniversari, la prima cosa da non fare è quello che fanno tutti, ovvero il classico album di duetti. Un modo stantio di celebrarsi. Ho pensato di risentire i miei amici, per capire se avevano qualche pezzo nel cassetto. Mi hanno travolto. Ispirando l’idea di realizzare un disco per noi, magari in cento copie in vinile. Poi, un giorno ho fatto ascoltare i pezzi ad Andrea Rosi, presidente di Sony music, mio amico da quando eravamo ragazzi. Gli ho detto: “Prova a sentire. È roba di nicchia, non ti riguarda”. Dopo tre brani ha spento: “Nicchia un cazzo”. Così abbiamo finito d’incidere e il disco è uscito in pompa magna con tanto di cofanetto, brani storici dei Decibel, fotografie. Ho solo chiesto che facessero un marketing da musica classica».

In che senso?

«Nel senso che quando ero bambino il rock era una forma di protesta nei confronti degli adulti. Oggi è uno stile dell’anima. Prendi uno di 65 anni, ne aveva 18 quando morì Jimi Hendrix. Ai concerti dei Decibel vengono i sessantenni e i quindicenni, accomunati dal punk».

Sul suo sito ha lanciato l’hashtag #punksnotdead. Che cosa può dire il movimento punk al momento attuale?

«Il manifesto del movimento punk è scandalizzare i borghesi. Epater les bourgeois, dicevano i poeti francesi. In musica significa proporre qualcosa di diverso dall’omologazione imperante. I dischi sono tutti uguali. Fatti dagli stessi tre arrangiatori con gli stessi suoni e le stesse miserie letterarie. I Decibel in concerto salgono sul palco e suonano. Che c’è di strano? Oggi i concerti iniziano con sequenze di suoni registrati in studio e i musicisti sul palco si aggiungono alle sequenze».

I Decibel: Enrico Ruggeri con Silvio Capeccia (a sinistra) e Fulvio Muzio

I Decibel: Enrico Ruggeri con Silvio Capeccia (a sinistra) e Fulvio Muzio

E andando oltre la musica?

«Per secoli fare musica voleva dire essere artisti. Oggi è diventata una rivalsa sociale, un mezzo per fare soldi. Come giocare a calcio. I genitori di oggi sperano solo che il proprio figlio faccia il calciatore o il cantante».

Per tanto tempo ha frequentato la canzone d’autore francese. Oggi?

«Le parole che usiamo nelle canzoni non sono fonemi buttati lì. La lezione dei grandi cantautori francesi è raccontare gli stati dell’animo con grande poesia. Ma questo si può fare anche col rock. In Noblesse oblige ci sono anche canzoni struggenti, che parlano dell’anima. Non è tutto electro pop. Per me oggi il pop è il nemico. È omologazione, appiattimento, piaggeria».

Nei confronti di che cosa?

«Del mercato. Del pensiero unico che c’è anche nella musica».

Nel 2015 ha scritto una canzone intitolata Centri commerciali. Che cosa pensa della polemica sul lavoro domenicale?

«I centri commerciali hanno sostituito l’oratorio. Una volta si usciva di casa, si andava all’oratorio e li c’erano tutti. Non c’era whatsapp. Adesso si va nei centri commerciali dove decine di ragazzini con lo smartphone in mano non parlano nemmeno tra loro. Poi magari si lamentano della società. Ma non fanno nulla per cambiarla».

Nel video i giovani sono accovacciati nei carrelli.

«Perché la merce sono loro. Il consumismo li ha mercificati».

Il suo tratto distintivo è la capacità di reinventarsi?

«A sessant’anni è obbligatorio».

Negli ultimi anni si è scoperto anche giallista e romanziere.

«Ho scritto un libro per Feltrinelli, poi quattro romanzi. A me piace raccontare delle storie agli altri. Ci sono dei momenti in cui la canzone ti va stretta».

Ha fatto anche televisione. Ora conduce Il falco e il gabbiano su Radio24.

«È sempre lo stesso principio. Anche in tv raccontavo storie agli altri. Ora lo faccio alla radio. L’importante è non cambiare la propria linea. In tv andavo quando Luca Tiraboschi, allora direttore di Italia 1, mi disse: “Non sei tu che devi andare in tv, ma è la tv che deve venire da te”. Ho smesso perché ho un’idea precisa del mio essere e del mio presentarmi. Non sono disposto a cambiare pur di andare in televisione. Quando mi sono accorto che avrei dovuto assoggettarmi a delle regole di mercato non l’ho più fatta».

La guarda?

«Le partite. Guardo di più Sky Arte e Rai 5».

Due canali che hanno il suo stesso eclettismo.

«Da Caravaggio ai Deep Purple. Raramente su Sky Arte c’è un programma che non m’interessa».

Tra le sue forme di espressione qual è quella in cui si riconosce e che la gratifica di più?

«Mi riconosco in tutte, anche se ho sospeso la tv. La gratificazione maggiore viene dai concerti. In radio parli a persone che non vedi. I libri li scrivi per lettori che in gran parte non conosci. Sul palco c’è l’applauso e l’amore ti torna indietro immediatamente».

Da autore di canzoni di successo per Loredana Bertè e Fiorella Mannoia non le è mai piaciuta la mitologia sui cantautori: perché?

«Ho scelto di percorrere strade autonome. Detesto gli stereotipi e il modo d’intendere i cantautori cui lei si riferisce è stato uno stereotipo, al di là del fatto che abbiano scritto canzoni splendide».

Oggi è tramontata la stagione dei cantautori o solo quel modo di intenderli?

«Purtroppo è finita quella stagione a favore di una peggiore. Se non altro, i cantautori scrivevano opere profonde, anche se a volte abbinate a musiche non eccelse. Però erano storie importanti. Oggi il ruolo della canzone è un riempitivo, semplice evasione per la massa».

Colpa di chi? Della televisione, delle case discografiche?

«Le case discografiche non hanno più denaro da investire sui talenti veri e devono pensare all’immediato».

Cosa pensa dei talent show? Sono utili a innalzare il livello della produzione musicale?

«I talent show portano alla ribalta bravi cantanti. Resta da vedere se saranno in grado di portare avanti a lungo linee editoriali e contenuti profondi».

Pico Rama, autore di ragamuffin, figlio di Enrico Ruggeri

Pico Rama, autore di ragamuffin, figlio di Enrico Ruggeri

I giovani di oggi possiedono le doti per reggere le sfide del presente?

«C’è un 80% che vive in modo passivo e condizionabile. E un 20% di ragazzi curiosi e irrequieti. Mi auguro siano quelli che faranno strada».

Uno dei suoi figli, Pico Rama, un rapper emergente è tra questi.

«Più che il rap suona il raggamuffin (un sottogenere del reggae). Il fatto che sia difficilmente inquadrabile è la cosa che mi piace di più di lui».

Avete inciso un duetto insieme. Qual è il consiglio su cui insiste di più?

«Non è uno che accetta molti consigli. La cosa che apprezzo è che non ha l’ambizione di vendere dischi, ma di comunicare qualcosa di sé».

Tornando a lei, il fatto di non essere allineato ha comportato dei costi nella sua carriera?

«Dal primo giorno a oggi».

Ricorda qualche episodio?

«Non ci sono episodi. Ci sono posti dove non t’invitano, o dove non ti citano. Magari leggi un articolo dove si elogiano i cantautori e il tuo nome è omesso. Il mobbing nel nostro mondo è semplice, basta chiamare qualcun altro».

Può esemplificare?

«Preferisco non dettagliare. A volte hai la sensazione che quella cosa tu l’avresti fatta meglio di quello che la sta facendo in quel momento».

A Sanremo però è di casa, ne ha vinti due.

«A Sanremo m’invitano».

La escludono da certi talk show?

«Diciamo che non vado particolarmente di moda. La parte glamour della tv mi ritiene troppo intellettuale. La parte intellettuale mi ritiene troppo poco allineato».

Che cosa non le piace dell’Italia di oggi?

«Il conformismo buonista».

Un esempio?

«La sintassi. Quando sento dire “ministra” mi si accappona la pelle. E poi non mi piace il fatto che tutti esprimano opinioni senza informarsi. Quando non capisco bene una cosa, sto zitto».

La democrazia orizzontale è una conquista dei social media.

«Oggi Marilyn 99 ti dà consigli sulla vita».

È una critica al grillismo?

«Non solo. È che non esistono più gli esperti. Non si rispetta chi ha studiato. Qualche anno fa quelli di destra difendevano il metodo antitumorale di Luigi Di Bella e quelli di sinistra dicevano che era un ciarlatano. Né gli uni né gli altri erano qualificati a esprimersi. Io credo che prima ci si debba laureare in immunologia».

La stessa sottovalutazione della competenza si sta ripetendo sui vaccini.

«Uguale. E la Cecenia? Io non ho un’opinione sulla Cecenia e non mi vergogno a dirlo. Prima vai lì tre mesi a parlare con la gente, poi ti ascolto. Nel mio campo, prima passi tre anni in studio di registrazione e poi scrivi cosa pensi del modo in cui ho registrato il disco. Internet ha annullato la competenza. Siamo tutti capi del governo, ministri degli Esteri o dell’Economia».

Non crede alla democrazia virtuale.

«È falsa democrazia».

Invece, che cosa le piace dell’Italia?

«Penso che l’Italia non ce la farà, ma molti italiani sì. Continueranno a crollare ponti. E continueremo a vedere aree dismesse e ospedali che non funzionano. Ma allo stesso tempo continueremo a vedere eccellenze in tanti campi».

Perché secondo lei l’inventiva italiana non riesce a contagiare le istituzioni?

«Per la distanza tra la gente e la politica. Una distanza ormai incolmabile».

 

La Verità, 23 aprile 2017