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«L’utero in affitto, orrore che mortifica le donne»

Femminista e cattolica. Da quando Eugenia Roccella è ministro per le Pari opportunità, la natalità e la famiglia del governo Meloni i media ce la disegnano dogmatica e sempre in trincea. In realtà, è figura complessa e sfaccettata. Giornalista, figlia di Franco, già capo dell’Ugi (Unione goliardica italiana) e fondatore del Partito radicale all’interno del quale animò accesi dibattiti con Marco Pannella, anche lei militò in quel partito prima di avvicinarsi alla fede cristiana. Un saggio della sua eleganza si è avuto qualche domenica fa su Rai 3 in quel «vedo che si coinvolge» lasciato cadere davanti all’incontinente Lucia Annunziata: «E fatele queste leggi, cazzo!». Se si vuole provare il piacere di leggere Una famiglia radicale (Rubbettino), oltre a una biografia particolarissima si scoprirà uno spaccato dell’ultimo cinquantennio italiano.

Questo libro è nato prima che si profilasse l’idea di diventare ministro?

«Sì. Pensavo ormai di aver abbandonato la politica e durante il lockdown avevo iniziato a scrivere. Se avessi saputo che sarei tornata con un impegno così importante non credo che l’avrei pubblicato. È un libro molto privato».

Fonte di problemi?

«No, semplicemente comporta un altro tipo di esposizione. Avevo deciso di scriverlo per due motivi. Il primo è che mi veniva spesso chiesto come, da radicale, si possa diventare cristiana. Il secondo motivo è non disperdere la storia soprattutto di mio padre, ma anche di mia madre, nelle vicende del nostro Paese. Lui non ha lasciato quasi niente di scritto, eppure un gran numero di testimoni e di storici come Gaetano Quagliariello e Giovanni Orsina gli riconosce ampio credito intellettuale nella stagione dell’Ugi e del Pr».

Lei ha avuto un’infanzia e un’adolescenza singolari, con un padrino di battesimo e una madrina di comunione leader radicali.

«Non credo che Sergio Stanzani, futuro segretario del Pr, e Liliana Pannella, sorella di Marco, siano entrati altre volte in chiesa dopo averlo fatto per me. La mia è stata un’adolescenza trasgressiva opposta alle normali trasgressioni. Io lo ero se andavo in chiesa, al punto che lo facevo di nascosto dai miei. Il battesimo fu un’imposizione su mio padre di mia zia che mi aveva educato fino allora. Lui, come contropartita, impose un padrino ferocemente anticlericale».

E la comunione?

«Fu una mia scelta. Avevo già incontrato proprio a scuola la fede, grazie a un sacerdote che mi aveva avvicinato ai vangeli di cui ero digiuna. Mi si era aperto un mondo. Come madrina di cresima mia madre m’invitò a scegliere un’amica cui ero affezionata e io indicai la sorella di Pannella. Vivevo una situazione ambivalente: immersa in un mondo laicista e antireligioso, ero sotterraneamente attratta dal cristianesimo. Quando gli chiesi il permesso di accedere alla comunione, da siciliano più che da laico e radicale, mio padre disse che per una donna non era male essere cattolica».

Quanto ha pesato nella sua vita la vicenda di sua sorella Simonetta, abbandonata nell’incubatrice e mai più ripresa dai suoi genitori?

«È una vicenda tragica, difficile da elaborare. Un fatto che ho ricostruito dolorosamente negli anni. E che comprende una riflessione che, partendo dalla mia famiglia, coinvolge il pensiero oggi dominante».

Qual è questo pensiero?

«L’idea che la vita non sia la costruzione della coscienza, ma la ricerca della realizzazione attraverso l’assolvimento dei propri desideri. Io auspicavo che questa ricerca di libertà venisse accompagnata dalla responsabilità personale. Invece, non fu e non è così. A causa di quella cultura, nessuno si incaricò della sopravvivenza di mia sorella. Ma non do colpe ai miei genitori».

Ci vuole molta misericordia.

«Anche il mio affidamento alla zia e l’anoressia successiva nacquero in quella cultura. Mio padre e mia madre erano persone generose, calde, affettivamente ricche. Ci adoravamo. Non porto rancore ai miei genitori. Sono grata perché lo sono stati, anche se nessuno dei due avrebbe voluto esserlo. Ma quell’individualismo può lasciare  intorno a sé morti e feriti. Nel caso di mia sorella, letteralmente».

Dall’appoggio alla clinica gestita da Adele Faccio e Giorgio Conciani alla sua posizione di oggi sull’aborto cos’è successo?

«Si è capovolto un mondo. Da ciò che erano all’epoca la condizione della donna, il diritto di famiglia e la discriminazione degli omosessuali c’è stato un rovesciamento totale. Ho seguito questo percorso rimettendo al centro i veri bisogni dell’uomo sui quali m’illuminò Pier Paolo Pasolini quando previde il tradimento degli intellettuali progressisti che avrebbero accolto i diritti civili in un contesto di “ideologia edonistica e falsa tolleranza” escludendo “ogni reale alterità”».

Come riemerse la fede che non aveva più coltivato?

«La fede c’era, chiusa in un cassetto dove l’avevo accantonata come elemento incongruo al contesto. Riemerse durante la malattia di mia madre. Standole vicino mi ritrovai a pregare».

Perché lasciò il Partito radicale?

«Quando mia madre si è ammalata mi stavo già allontanando dal Pr e da Pannella. Non mi riconoscevo nella svolta ideologica che avevano intrapreso».

Si può essere femminista e cattolica allo stesso tempo?

«Certamente. Il cristianesimo pone le basi culturali della pari dignità delle donne, nella differenza».

Quest’ultima sottolineatura serve a non identificare femminismo e livellamento dei sessi?

«Il femminismo è composto da molte correnti, io appartengo a quella della differenza, che in Italia è stata maggioritaria. Il corpo sessuato è il punto di partenza per valorizzare la differenza. C’è ingiustizia quando due persone uguali sono trattate in modo diverso, ma anche quando due persone diverse sono trattate in modo uguale».

Perché oggi la regolarizzazione dei figli di coppie omosessuali è al centro dell’agenda politica?

«Perché si cerca di occultare il problema dell’utero in affitto».

Perché è importante?

«Perché la maternità viene spezzettata e svilita. Esiste un mercato transnazionale della maternità e dei bambini per cui ci possono essere fino a tre madri».

Quali sono?

«La madre sociale, che alleverà il bambino, la madre genetica che dà gli ovociti, e infine quella che presta l’utero. Nella maternità surrogata si prende sempre l’ovocita da una donna e l’utero da un’altra».

Perché?

«Innanzitutto per evitare contenziosi. Se la madre gestazionale fosse anche la donatrice dell’ovocita, nel caso ci ripensasse e volesse tenersi il bambino, sebbene abbia firmato un contratto di cessione, per qualunque corte sarebbe difficile sostenere che non ne ha diritto. Separare le due funzioni serve a impedire controversie».

E l’unico motivo?

«Ce n’è un secondo. Per l’ovocita, che trasmette il Dna, la scelta del committente avviene in base alle caratteristiche genetiche che si desidera abbia il bambino, mentre la donna che porta avanti la gravidanza viene selezionata con altri criteri».

Una pratica razzista?

«Si sceglie sul catalogo il colore della pelle, degli occhi, dei capelli, la statura, il quoziente d’intelligenza. Lascio a lei dire se sia un comportamento razzista. In questi cataloghi le persone bianche hanno un costo superiore».

La battaglia condotta dai sindaci riguarda in prevalenza le coppie di donne per le quali non necessariamente si ricorre all’utero in affitto.

«I sindaci sono pubblici ufficiali e la nostra legge stabilisce due modi di filiazione, biologico o adottivo. Non ce n’è un altro».

Come ci si regola nei casi di due donne con un figlio del precedente matrimonio eterosessuale?

«Seguendo la legge italiana tutti i bambini avrebbero una mamma e un papà. Quando le coppie tornano da pratiche di fecondazione non consentite nel nostro Paese, la registrazione del genitore biologico è automatica. Da quel momento il bambino gode di tutti i diritti, come accade per le mamme single. Non vedo in piazza madri single, con un figlio non riconosciuto dal padre o vedove. Eppure, se si vuole il riconoscimento del nuovo compagno o compagna, anche loro devono seguire la procedura adottiva in casi speciali».

Il governo è accusato di fare scelte ideologiche.

«Il governo in carica non ha fatto nulla di nuovo. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto che venisse rispettata la legge in vigore. Che è sempre la stessa, e la sinistra ha avuto tutto il tempo per cambiarla, ma non l’ha fatto. La sentenza delle sezioni unite civili della Cassazione del 30 dicembre 2022 recita: “L’automatismo del riconoscimento del rapporto di filiazione con il genitore di intenzione sulla base del contratto di maternità surrogata e degli atti di autorità straniere che riconoscono la filiazione risultante dal contratto, non è funzionale alla realizzazione del miglior interesse del minore, attuando semmai quello degli adulti che aspirano ad avere un figlio a tutti i costi”».

Perché il Parlamento europeo ha approvato un emendamento che invita l’Italia a regolarizzare i figli di coppie omogenitoriali?

«È un pronunciamento solo politico perché il certificato europeo di filiazione dei figli fatti all’estero con la maternità surrogata è stato bocciato dal Parlamento italiano. Ma anche dal Senato francese, con l’esplicita motivazione che favorirebbe l’utero in affitto».

Perché vi ricorrono più di frequente le coppie eterosessuali?

«Le coppie etero possono mascherare il ricorso alla maternità surrogata. Ma è un mercato da estirpare sia che riguardi coppie omo che eterosessuali».

Cosa pensa del caso di Anna Obregon, l’attrice che è ricorsa all’utero in affitto nel quale è stato impiantato un ovocita fecondato dal seme del figlio morto?

«Non mi piace dare giudizi sui comportamenti personali. Vorrei dire però che casi del genere saranno sempre più frequenti e inevitabili, se si continua a considerare ogni desiderio individuale un diritto».

Con Elly Schlein segretaria del Pd si profila un lungo periodo di scontro?

«In passato al Parlamento europeo non ha votato un emendamento contro l’utero in affitto. Vedremo come si comporterà il Pd di fronte alla proposta di Carolina Varchi di Fdi che, pur senza aggravare le pene, chiede di perseguire la maternità surrogata anche se praticata all’estero».

A fronte dell’espandersi della cultura dei diritti il recupero di un’antropologia tradizionale è una battaglia di retroguardia?

«È una battaglia di avanguardia e di salvaguardia. Il rifiuto di queste pratiche e di questa cultura non deriva innanzitutto da un giudizio etico, ma dalla necessità di conservare l’esperienza umana con tutta la sua ricchezza e tutti i suoi limiti».

 

La Verità, 8 aprile 2023

 

 

 

 

 

 

 

«La donna cattolica? La più potente che c’è»

Una specie di Wonder woman del matrimonio indissolubile. «Una cattolica tradizionale sotto copertura», come si autodefinisce. Una donna sposata con lo stesso uomo da quasi 25 anni, madre di tre figlie e pure una professionista che gira il mondo occupandosi di export. È Anna Porchetti, autrice di Amatevi finché morte non vi separi (Effatà), scritto con leggerezza come una lettera aperta alle mogli, fidanzate, compagne e ragazze in affannosa ricerca dell’anima gemella.

Com’è nato questo libro?

«Per caso. Eravamo chiusi dal lockdown quando ho cominciato a vedere che, proprio durante la pandemia, alcune coppie erano entrate in crisi. Anche coppie che ritenevo solide. Così ho iniziato ad appuntarmi che cosa tiene saldi i matrimoni e quali sono le trappole da evitare. Quegli appunti sono diventati un testo».

Oggi tutto cospira contro il matrimonio tradizionale: è un libro folle?

«Sì, ma credo necessario. Un matrimonio fallito è un lutto per marito e moglie. Se ci sono dei figli, è ancora più doloroso per tutti».

È partita soprattutto dalle situazioni di crisi?

«Ho pensato quali consigli potevano aiutare certi matrimoni a riprendersi anziché a interrompersi. Avevo notato che quando una coppia è in difficoltà, spesso gli amici si limitano a passare il numero di un “avvocato civilista bravissimo”. Invece, magari quella coppia ha bisogno di aiuto per provare a stare insieme non per dividersi».

Contro quante mode va un libro così?

«Soprattutto contro l’idea del matrimonio a tempo, dell’amore eterno finché dura».

Qual è l’ostacolo principale alla tenuta?

«L’incapacità di accettare la fatica di un rapporto che, per tanti motivi, può incrinarsi».

Lei punta a ripararlo?

«Sì. Anche i coniugi che si vogliono bene commettono errori. Ma siccome non siamo preparati ad affrontare queste dinamiche, se non si va d’accordo su qualcosa o l’altro ci ha deluso, buttiamo via tutto perché pensiamo che dividerci sia la cosa giusta».

Lei però non è una matrimonialista, una psicologa o un’esperta.

«Sul piano teorico sono incompetente, perciò non voglio salire in cattedra. Il mio è un manuale umoristico per far sorridere e riflettere allo stesso tempo sulla base dell’esperienza di moglie da un quarto di secolo che, come avviene a tante, ha affrontato momenti di difficoltà».

Perché propone il matrimonio in chiesa?

«È la base, per chi crede. Per chi non crede ci sono tanti posti bellissimi».

Però i matrimoni religiosi, pur triplicati rispetto al periodo della pandemia, continuano a calare.

«Se si è credenti, non si può immaginare di unirsi a qualcuno senza il sacramento. Che poi fa la differenza».

Senza l’aiuto divino il matrimonio indissolubile è impossibile?

«Succede che anche i matrimoni sacramentali vadano in crisi e si sciolgano. Ma senza il sacramento forse è più difficile durare. Un rapporto dell’Istat documenta che i matrimoni religiosi hanno una percentuale più bassa di separazioni e divorzi. Credo che un’unione tra uomini e basta sia più sottoposta alla variabilità delle emozioni e delle passioni».

Mentre il matrimonio cristiano…

«È un’unione più solida perché è un patto a tre, con Dio che opera attraverso lo Spirito Santo. C’è qualcosa più dell’umano».

Oggi va più di moda la convivenza.

«Abbassa il rischio e anche l’investimento emotivo».

L’altro giorno su Real time è partita la decima edizione di Matrimonio a prima vista.

«L’ho visto qualche volta, all’inizio ero molto curiosa».

Sei sconosciuti, tre donne e tre uomini, si incontrano e si sposano guidati da esperti, vanno a convivere e dopo un mese decidono se confermare le nozze o divorziare.

«Quasi sempre emergono l’immaturità e l’egoismo che sono le ragioni per cui quelle persone erano rimaste single fino a quel momento».

Oggi chi si prende un impegno per la vita?

«Abbiamo trasformato i desideri in diritti e ci siamo dimenticati i doveri».

Per esempio?

«Quando ci si sposa si acquisisce il diritto di stare con quella persona, ma anche il dovere di amarla, onorarla e rispettarla. Invece, pretendiamo il diritto, ma non accettiamo il dovere».

Si pensa che basti il sentimento?

«Quando l’emozione è al top va tutto bene, quando cala si comincia a pensare di aver fatto la scelta sbagliata e si vuole scappare».

Cosa ostacola di più la tenuta delle unioni?

«L’idea che se il matrimonio non tiene si può voltare pagina e ricominciare con un altro o un’altra. Va bene, hai fatto un’esperienza. C’è una visione esperienziale e non valoriale del matrimonio. Nella mentalità moderna manca la capacità di resistenza alla frustrazione, la rifiutiamo. Ci sottraiamo alla prima difficoltà. O, appena ci annoiamo, cerchiamo nuove emozioni e nuove situazioni comfort, come direbbero gli inglesi».

Puntare al matrimonio indissolubile è ambizione o presunzione?

«È una piccola follia che va contro gli appetiti umani. È un percorso di santità, per questo l’aiuto divino è importante».

Il segreto di un matrimonio che funziona è dimenticarsi d’inseguire la perfezione?

«La perfezione è un’illusione e un inganno della nostra contemporaneità. È un attributo del divino e quando ce lo attacchiamo noi umani sulla maglietta facciamo disastri. È un grande alibi ai nostri fallimenti: non siamo perfetti, perciò non possiamo amarci e stare insieme tutta la vita».

Un altro segreto è accettare la differenza dell’altro sesso. È un luogo comune disegnare le donne multitasking e gli uomini monotasking?

«Come molte formule non è detto che corrisponda alla verità. Oggi non siamo progettati per accettare la differenza».

In che senso?

«Spesso si sente dire: ci siamo lasciati perché siamo incompatibili. Ovvio, siete un uomo e una donna. La differenza va messa nel conto in partenza, non dev’essere una sorpresa che decreta la fine del rapporto».

Lei suggerisce di stimare il partner superiore a sé in qualcosa: nella mentalità comune gli uomini sono un po’ deprezzati?

«Sono maltrattati, perciò è importante che almeno le loro compagne e mogli imparino ad apprezzarli».

Si parla molto di mascolinità tossica.

«Ma anche di mancanza di virilità. C’è una svalutazione dell’uomo come maschio».

Perché si definisce «una cattolica tradizionalista sotto copertura»?

«Perché oggi c’è un astio spaventoso nei confronti dei cattolici che ammettono di esserlo».

Già l’idea dell’ammissione, quasi fosse una colpa, è sintomatica.

«Essere cattolici tradizionali è l’unica vera scelta scandalosa che c’è oggi. Tutte le altre opzioni sono state sdoganate».

Perché?

«Si pensa che cattolico sia sinonimo di bigotto, persona culturalmente e antropologicamente inferiore, di vedute ristrette. Invece è straordinario che il progresso della cultura occidentale derivi dalla cultura cristiana. La storia dell’arte, cominciando dalla possibilità di raffigurare il volto divino e umano, viene dal Concilio di Nicea. Nelle altre religioni monoteiste questa possibilità è contrastata».

Dopo questo libro la copertura è saltata?

«In realtà, salta subito. Ho un aspetto da persona normale, anche se poi mi comporto da cattolica».

Un cattolico non è una persona normale?

«Nell’immaginario, no. Le donne s’immaginano beghine con il gonnellone lungo e i capelli arruffati. Gli uomini ottusi e sessualmente repressi. Invece, anche le donne cattoliche mettono la minigonna».

Sono sessualmente libere?

«Se libertà è dire di sì o di no a seconda di come ci si sente, le uniche libere di negarsi sono le donne cattoliche. Le altre sono sottoposte a pressioni di fronte alle quali non hanno argomenti per opporsi».

È liberatorio consigliare il sesso dopo il matrimonio?

«Liberatorio e anche utile per la salute delle persone e delle relazioni».

Qual è la convenienza?

«Aver identificato la persona che si vuole amare per tutta la vita, mentre oggi il sesso è un’attività d’intrattenimento. E il partner è usato per il piacere, senza che ci sia interesse per lui o lei».

Da cattolica tradizionale disapprova aborto ed eutanasia?

«Trovo allucinante che ci abbiano convinto che il primo nemico da eliminare sia nostro figlio».

Una cattolica tradizionale è disegnata in modo non corrispondente come Jessica Rabbit?

«È una donna che si autodetermina, molto empowered, molto potente. Non riesco a immaginare una cosa più empowering che dare la vita».

Cos’ha fatto per la festa della donna?

«Non vedo tutti questi motivi per festeggiare».

Perché?

«Le donne restano soggette al giudizio dell’opinione pubblica per cui quasi tutto quello che fanno è sbagliato».

Tipo?

«Se decide di stare a casa e dedicarsi alla famiglia vuol dire che è arretrata, annichilita e priva di ambizioni».

O vittima della società patriarcale?

«Tra i luoghi comuni sulle donne che non lavorano c’è anche questo. La libera scelta è un po’ un’utopia».

Cosa vuol dire?

«Che le attività di cura della famiglia e dei figli sono considerate prive di valore. Una donna che le sceglie dev’essere per forza stata plagiata. Non che le donne che lavorano e hanno famiglia siano giudicate meglio…».

Perché?

«Si ritiene che o sono cattive madri o cattive lavoratrici o entrambe. Anche le donne che decidono di non aver figli sono considerate di minor valore, quindi non c’è scampo».

L’emancipazione della donna resta lontana?

«Il femminismo ha posto la domanda giusta, ma ha dato una risposta sbagliata. Chiedere alle donne che cosa volessero fare di loro stesse era giusto. Ma la risposta è stata deludente e ingannevole perché sembra che l’unica liberazione sia contrapporsi all’uomo e rinunciare alla famiglia. Tutte realtà che invece ci rendono felici perché abbiamo bisogno di amare ed essere amate».

Cosa pensa della parità di genere?

«Penso sia giusto e sacrosanto che uomini e donne abbiano gli stessi diritti e accesso alle medesime opportunità. Però non mi piace la tendenza a uniformare tutto, perché le vite di un uomo e di una donna comportano sfide e necessità diverse».

È contenta di Giorgia Meloni premier?

«Non m’interesso molto di politica, ma sono contenta di avere un presidente del consiglio donna, tanto più madre. Ma non penso che una persona sola possa risolvere le battaglie aperte della condizione femminile».

Non facendo battaglie femministe è un po’ meno utile alla causa delle donne?

«Ritengo un po’ sorpassate le battaglie femministe. Quando vedo che si scende in piazza per difendere l’interruzione della gravidanza mentre non c’è nessun progetto di abrogazione della legge mi sembra che siamo finiti in un corto circuito. Non serve difendere un diritto che non è sotto minaccia. Però lo sbarramento preventivo ci impedisce di fare una riflessione più profonda sull’aborto».