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Il presepio di Eduardo sfida l’incomunicabilità

L’ultima volta che venne proposto in televisione Natale in casa Cupiello era il 1977, il terrorismo insanguinava le nostre strade e nel ruolo dei protagonisti della commedia c’erano Pupella Maggio ed Eduardo De Filippo. Quarantatré anni dopo nei panni di Don Luca e Concetta Cupiello ci sono Sergio Castellitto e Marina Confalone, l’adattamento è cinematografico e non solo l’Italia, ma l’intero pianeta è afflitto dall’epidemia di Covid. Come a dire che, in fondo, in momenti di crisi profonde, ci si rifugia nel calore d’o presepe. L’occasione della produzione Picomedia in collaborazione con Rai Fiction è ricordare i 120 anni dalla nascita del grande Eduardo e i 90 della prima messa in scena del suo capolavoro al Teatro Kursaal di Napoli. Restando fedele al testo originale, ma ambientandolo nel 1950, tra dopoguerra e ricostruzione, in una Napoli imbiancata dalla neve copiosa, il regista Edoardo De Angelis vi compare in un cameo nei panni di un pastore di un presepio vivente come per firmare il suo personale omaggio al maestro (Rai 1, martedì, ore 21,40, share del 23,9%, 5,6 milioni di telespettatori).

La storia è nota. Alla vigilia di Natale la famiglia Cupiello si prepara ai festeggiamenti, agitata dalle frustrazioni dei suoi componenti. La figlia primogenita Ninuccia (Pina Turco) non sopporta più l’anziano e facoltoso marito perché innamorata di Vittorio (Alessio Lapice). Il figlio minore Tommasino (Adriano Pantaleo) si rifiuta categoricamente di crescere e di apprezzare gli sforzi creativi del padre. Al cui insistente interrogativo – «Te piace ’o presepe?» – risponde alzando il mento: «Nun me piace, no!». «E allora te ne devi andare! Devi trovarti un lavoro! Vattene, perché questa è una casa di presepi!», sentenzia il visionario capofamiglia. Nella coloratissima casa Cupiello, il regista (Indivisibili, Il vizio della speranza) ambienta il ménage prenatalizio dei familiari, chiusi ognuno nel proprio mondo: la passione per l’amante di Ninuccia, la testarda indolenza di Tommasino, il pragmatismo distaccato di Concetta. Solo il vecchio Lucariello, un Castellitto al meglio della forma, tenta tra lamenti e rimproveri di mettere insieme i pezzi della famiglia, adorata quanto ’o presepe, che diviene metafora di tormenti vissuti in povertà ma con il cuore.

Se De Angelis riesce a costruire «un mondo più vero della realtà», al buon risultato finale concorrono anche i contributi delle scenografie di Carmine Guarino, dei costumi di Massimo Cantini, della fotografia di Ferran Paredes Rubio e delle musiche di Enzo Avitabile.

 

La Verità, 24 dicembre 2020