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Per Zuncheddu, Zustissia non è ancora pienamente fatta

Trentatré anni in galera da innocente. Proviamo a contarli, 33 anni (l’età di uno dei miei figli). Per la precisione, Beniamino Zuncheddu è stato «dentro» 32 anni otto mesi e rotti, 11.943 giorni in totale. Proviamo a contarli, uno alla volta: quanto durano, in tre diverse carceri della Sardegna?
Oggi arriva nei cinema italiani Zustissia, il film di Francesco Piras, con Fabrizio Ferracane nella parte della vittima del più grande errore giudiziario della storia repubblicana, e Michele Riondino nei panni di Mauro Trogu, l’avvocato che lo ha difeso fino all’assoluzione del 26 gennaio 2024. Però, fidatevi, se ne parlerà poco perché sono tutti alla Festa del cinema di Roma ad applaudire Susan Sarandon e le altre star pro Pal. Prodotto da Palomar e Piper film con Netflix, è tratto da Io sono innocente (DeAgostini), il libro scritto a quattro mani da Beniamino e Mauro.

La prima volta che si vedono nella sala dei colloqui del penitenziario di Uta a Cagliari è settembre 2016 e, dalla sera dell’arresto (28 febbraio 1991) con l’accusa di aver ucciso tre pastori nell’entroterra cagliaritano, quando i poliziotti irrompono nel tinello mentre il giovane Zuncheddu sta guardando i Tazenda in gara a Sanremo, sono trascorsi 25 anni. 9.125 giorni che, però, il film non racconta. Ugualmente, pensare che è «tratto da una storia vera», come si avverte all’inizio, acuisce il malessere dello spettatore. Il regista alterna i corridoi lugubri della galera ai pendii soleggiati, le spelonche dei pecorai allo sguardo mansueto di Zuncheddu. Anche quando si illustra il caso giudiziario agli studenti di Legge per spiegare qualche snodo forense il racconto non indugia mai su tecnicismi da tribunale, ma riesce a bilanciare la vicenda umana con l’assurdità degli avvenimenti. Su tutti, il fatto ancora oggi stupefacente è che, in un tempo così lungo e sordo, Beniamino non si sia suicidato. Non sia impazzito. Non si sia ammalato di depressione. Non abbia condannato l’intero sistema giudiziario. Non abbia inscenato scioperi della fame a favore di telecamera. Non abbia coinvolto la politica. Da persona mite ma tenace ha solo continuato a dichiararsi innocente. Senza piegarsi, come gli avevano consigliati fior di avvocati. Si fosse detto colpevole, dopo 26 anni di reclusione avrebbe potuto uscire con la condizionale. «Ma lui si rifiuta», racconta la sorella Augusta (Laura Mura) a Trogu prima che cominci a esaminare il dossier e accetti di incontrarlo. Quando lo fa, di avvocati Zuncheddu ne ha già cambiati sei e avverte lui che è il settimo: «Non è che mi vuol far dire che sono colpevole, vero? Perché l’ultimo che l’ha fatto, qui, l’ho mandato via subito».

Al secondo incontro, il legale ha letto le carte e si accorto che il processo di primo grado, tra ottobre e novembre 1991, si è consumato in soli 30 giorni, quello d’appello, il giugno successivo, in una settimana, e la sentenza di condanna all’ergastolo è diventata definitiva in Cassazione il 21 dicembre 1992. Tre gradi di giudizio in 14 mesi. Una solerzia sorprendente. Poi ha scoperto che l’unico superstite della strage di 25 anni prima, imbeccato da qualcuno, aveva ritrattato la prima versione. Invece, i testimoni della difesa che confermano l’alibi di Beniamino erano stati ignorati. Infine, aveva scoperto che nell’ovile buio dove avviene la sparatoria, il sopravvissuto non aveva una vista sufficiente per identificare l’assassino. Alla fine delle sue verifiche, conclude che la strage non è un regolamento di conti tra pastori come si è voluto accreditare, ma un crimine intrecciato ai sequestri di persona e alle mire dei proprietari terrieri della zona. Forse le vittime sapevano qualcosa che non dovevano sapere e Zuncheddu era il colpevole perfetto per chiudere la pratica.
Così, ora, studiato il faldone, Trogu è lì per dirgli che accetta di assumere la difesa. E Beniamino risponde che a lui interessa lavorare… L’avvocato gli prospetta la revisione del processo, un tentativo complicato, che comporta la ricerca di nuove prove, e che non è detto venga accolta. «Io, dopo 25 anni, illusioni non me ne faccio più. La speranza, quella non l’ho mai persa», replica il detenuto prima di fare una pausa e guardarlo in faccia: «Lei è credente?». L’avvocato balbetta qualcosa. «Io sono devoto a Santa Rita», riprende il condannato. «Conosce Santa Rita? La santa degli impossibili, i casi disperati proprio. Cade a maggio». «Il 22 maggio, lo so», replica l’avvocato, «è il giorno del mio compleanno». Allora il volto di Beniamino si distende…

È l’inizio di una battaglia legale che durerà altri sette anni. La procuratrice di Cagliari Francesca Nanni, (interpretata da Phlippine Leroy-Beaulieu, figlia di Philippe Leroy, poi marito di Silvia Tortora, figlia di Enzo), presenta richiesta di revisione del processo. Si dispongono nuovi interrogatori e nuove intercettazioni che dimostrano la malafede dell’unico vero testimone d’accusa. L’innocenza di Zuncheddu è finalmente provata. Ci sono voluti 33 anni perché il sistema di potere, in auge all’epoca dell’Anonima sequestri e con connivenze nelle aule di tribunale e nelle stazioni di polizia, ha avuto bisogno di un colpevole inoffensivo. Il film si concentra sul dramma dell’ergastolano innocente e sulla battaglia per arrivare alla verità, senza accendere il faro sulle dinamiche dei poteri che l’hanno stritolato.

Perciò, Zustissia non è ancora pienamente fatta. Come avverte una didascalia, a più di 35 anni dall’arresto nella sera dei Tazenda a Sanremo, la vittima non ha ancora ricevuto adeguato risarcimento (se non pochi spiccioli di indennizzo per il disagio dovuto all’affollamento delle celle). Nel frattempo, come avvenne per quelli che condannarono ingiustamente Enzo Tortora, alcuni dei magistrati che hanno distrutto la vita di Beniamino Zuncheddu, lungi dal pagare per l’errore giudiziario, hanno fatto carriera. Per raccontarle, queste carriere, ci vorrebbe un altro film.

 

La Verità, 15 ottobre 2026