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Il Papa ospite di Fazio è meno evento di una volta

Impaginata tra la prefazione antifascista e antigovernativa del terzetto di giornalisti trendy (Annalisa Cuzzocrea, Nello Scavo e Massimo Giannini) e la postfazione di Luciana Littizzetto («Sei sempre il solito, mi hai esclusa anche stavolta!»), è andata in onda a Che tempo che fa l’attesa intervista di Fabio Fazio a papa Francesco. Cinquanta minuti di dialogo a tutto campo con prevalenza di temi teologici e morali e qualche omissis, tipo la strana sinergia tra le casse di alcune diocesi e l’attività della banda di Luca Casarini, sotto osservazione della Procura di Ragusa per favoreggiamento dell’emigrazione clandestina. Alla fine, bisogna ribadire i complimenti al conduttore per il colpo giornalistico, virato nella consueta melassa buonista su temi alti come la preghiera, il peccato, la misericordia divina e l’amore universale. Rivolgendosi a Fazio con il tu confidenziale, al quale lui rispondeva con l’ossequioso «Santo Padre», Bergoglio ha avuto agio per ribadire la condanna delle atrocità della guerra, la crudeltà nei confronti dei migranti, la sua predilezione per i bambini e i nonni, la misericordia incondizionata di Dio che «benedice tutti, tutti, tutti» (più corretto dire «ama» tutti?, timidamente chiediamo). Insomma, niente di particolarmente inedito. E, chissà, sarà forse questa la ragione per cui gli esiti televisivi del cosiddetto evento si sono rivelati inferiori alle aspettative. Che tempo che fa ha registrato il 13% di share con 2,6 milioni di spettatori, circa un punto in più delle precedenti serate sul Nove (la puntata con Beppe Grillo ottenne il 12,1 e 2,5 milioni di ascoltatori), mentre la sola intervista al Pontefice ha avuto un ascolto del 14,2% e 3 milioni di telespettatori. Numeri che classificano il programma al terzo posto dell’Auditel, dietro la soap di Canale 5, Terra amara (15,2%), e la replica del commissario Montalbano (La vampa d’agosto), su Rai 1 (14,8%). Ancora più significativo il confronto con la precedente ospitata di papa Francesco chez Fazio, il 6 febbraio 2022, allora su Rai 3. Quella volta fu primato assoluto con il 25,4% e 6,7 milioni di telespettatori, il doppio in termini di share e più del doppio per numero di ascoltatori perché in quell’occasione la concorrenza, pur ampiamente sconfitta, era corposa (Avanti un altro… pure di sera!, su Canale 5 e L’Amica geniale – Storia di chi fugge e di chi resta, su Rai 1). La morale (televisiva) della faccenda qual è? Che, forse, considerata l’inflazione di interventi ed esortazioni, un’intervista che ripropone nella melassa faziesca gli abituali cavalli di battaglia bergogliani non è più da considerare un vero evento.

 

La Verità, 16 gennaio 2024

E l’overdose di Telecorona finì per cancellare il Tg

Improvvisamente, tutti sudditi di Sua Maestà. Era dall’8 settembre, giorno della morte della regina Elisabetta II d’Inghilterra, che il Tg1 si preparava. Ma quello a cui abbiamo assistito ieri è stato un piccolo contrappasso: lo speciale Elisabetta II, l’addio, immancabilmente condotto da Monica Maggioni, ha fagocitato il Tg1, ridotto a tre minuti di titoli telegrafici con i quali la povera Laura Chimenti ha sintetizzato i fatti di giornata. È stata la prevedibile conclusione di un martellamento di dieci giorni di tg della sera e di mezzodì farciti di servizi di corrispondenti e inviati, con le altre notizie ridotte in pillole. Per non essere fraintesi va detto che ieri l’evento c’era tutto. Alle solenni esequie della regina del Commonwealth partecipavano oltre 200 presidenti (esclusi i rappresentanti della Federazione russa, non invitati) e 500 dignitari provenienti da tutto il mondo. La tradizione, la solennità, la scenografia trasudavano di un’austerità e di un rispetto dell’autorità di altri tempi. E difatti, oltre allo Speciale Tg1, anche il TgLa7 con Enrico Mentana (Dario Fabbri ed Enrica Roddolo del Corriere della Sera) e Canale 5 con Silvia Toffanin (Cesara Buonamici e Francesco Rutelli) hanno trasmesso in diretta il lungo addio. Quelli che stonano sono l’enfasi, la retorica e l’afflato condito da centinaia di aggettivi. Alle 14 Mentana ha ceduto la linea al telegiornale per dare le notizie di giornata, mentre sulla Rai 1 del presunto servizio pubblico si è andati avanti imperterriti con Telecorona. Bisognava seguire la cerimonia minuto per minuto senza perdere un battito di ciglia di Carlo III di Windsor e della consorte Camilla Shand, di Harry e William e delle loro mogli. O privarsi di un’inquadratura del percorso del feretro dopo la liturgia nell’Abbazia di Westminster, prima a piedi per le vie di Londra e poi in auto fino al Castello di Windsor, illustrato persino su Google maps. Così la cronaca in stile Downton Abbey si è dipanata per tutto il giorno. «In un’epoca in cui succedono milioni di cose in un istante», si è accorata Maggioni, «ci sono 4,5 miliardi di persone a guardare il rito lento e solenne di saluto alla regina». A sostenere l’imperversante direttrice c’erano i corrispondenti Marco Varvello e Natalia Augias, la scrittrice Simonetta Agnello Hornby, il docente di Letteratura inglese alla Sapienza Andrea Peghinelli. Tutti hanno sottolineato le ali di folla sul percorso del corteo funebre perché «il popolo era affezionato alla regina, la narrazione dei populisti che divide il popolo dall’élite è sbagliata». Siamo tutti sudditi di Sua Maestà.

 

La Verità, 20 settembre 2022

Perché VivaRaiPlay! è l’evento tv dell’anno

La parola chiave, hashtag nel gergo moderno, è «inter», ma il calcio non c’entra. Inter nel senso di attraverso, cross in inglese, per cui si potrebbe dire anche crossover, suscitando le giuste reprimende degli italianisti. La prestazione della prima settimana di Fiorello con VivaRaiPlay! su Rai 1 e RaiPlay (su Radiodue dal 16 novembre) si è sviluppata attraverso diverse piattaforme: la tv generalista, la visione streaming e la app della Rai. Personalmente, ho visto le prime due puntate in tv e ho recuperato le ultime tre su RaiPlay attraverso il tablet. È proprio questo il carattere rivoluzionario dell’operazione realizzata dallo showman siciliano, sollecitato dalll’ad di Viale Mazzini Fabrizio Salini: la fruizione in diretta, la visione on demand e con applicazioni e dispositivi alternativi. Il secondo elemento è il viaggio intergenerazionale: da Pippo Baudo, Raffaella Carrà, Bruno Vespa e il muppet Vincenzo Mollica – la storia Rai – ai ballerini di Urban theory, i rapper Calcutta, Marracash, Mike Lennon e Coez passando per il meglio della musica italiana, Giorgia, Marco Mengoni, Emma Marrone, Giuliano Sangiorgi e tanti altri ospiti (Fabio Rovazzi, Virginia Raffaele), complici nel proporre qualcosa di nuovo, un linguaggio, una formula, un tormentone (Biagio Antonacci bloccato all’ingresso). Il tutto sorretto da una leggerezza che non risparmia punzecchiature alla critica (la recensione in tempo reale «Fiorello: tutto qua?»), in grado di fare di ogni episodio un pezzo artigianale unico di spontaneità e buonumore. Infine c’è l’attraversamento dei generi musicali: il rap, la trap, lo swing, il pop, il melodico, lo swing virato disco rap (come sollecitato dal whatsapp di Mina). Niente resta fuori grazie al susseguirsi dei camei degli ospiti, in una sorta di raffinato puntinismo televisivo che solo Fiorello può realizzare con il suo talento artistico – un po’ Walter Chiari, un po’ Adriano Celentano – e la stima di cui gode. Un minishow nel quale trovano la giusta misura sia l’omaggio a Fred Bongusto che la gag sulla diversità di stili tra Roma e Milano, in uno spettacolo che si vorrebbe non finisse (e perciò si aspetta il ritorno sulla piattaforma).

Su Rai 1 gli ascolti hanno oscillato tra il 22 e il 25% di share (tra 5,5 e 6,5 milioni di spettatori). E qualcuno ha davvero detto «tutto qua?». Ma per capire l’operazione andrebbero conteggiate anche le tante fruizioni on demand e sulle app, su cellulari e tablet. È qui la novità: interpiattaforma, intergenerazioni, intergeneri (musicali). Inter. Ma il calcio non c’entra, anche se è interista… Lui.

 

La Verità, 10 novembre 2019