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«Salvini? Un bomber che viene tenuto in panchina»

Il primo preambolo dell’intervista a Bruno Vespa è composto da un paio di domande che lui rivolge a me e quando gli accenno alla rubrica degli Irregolari, «anche se», celio, «è difficile presentare Bruno Vespa come un irregolare», mi replica: «Eppure io sono un grande irregolare, unico giornalista moderato lungamente sopravvissuto in Rai». Questione risolta.

Il secondo preambolo riguarda il tassista che mi accompagna all’appuntamento. Quando vede Perché l’Italia diventò fascista (e perché il fascismo non può tornare) (Rai Libri e Mondadori) mi dice: «Lei ha un bel libro…». E, dopo una pausa, «mi piace questa qui», indicando l’aquila romana che campeggia in copertina.

Perché questo libro?

«Sono da sempre un appassionato studioso del fascismo. Credo sia giusto chiedersi perché l’Italia si è consegnata a un regime come quello. È drammaticamente affascinante. Non il libro, ma quello che racconta: quando vedi che la crema dell’antifascismo ha invocato Benito Mussolini, qualche domanda è giusto farsela».

E la risposta è?

«La democrazia ha una vocazione al suicidio di cui non si rende conto. Quello che è successo dopo la Prima guerra mondiale ha dell’incredibile».

Parecchi autogol in serie.

«Bisognava capire che portare i soviet in Italia era una follia. E che era un grave errore mortificare i reduci già responsabilizzati da ruoli importanti mettendoli ai margini. Lo squadrismo fascista nacque anche da queste frustrazioni e dalla volontà degli agrari di proteggersi dalle prepotenze delle leghe rosse. Gli squadristi hanno fatto da brigante a brigante e mezzo e sappiamo com’è finita. Non cominciavano quasi mai per primi, ma le loro rappresaglie erano terribili».

Perché non c’è pericolo che torni il fascismo?

«Perché gli anticorpi sono molto forti. Però dobbiamo stare attenti che il desiderio di ordine e stabilità crescente non porti ad anestetizzare certi valori fondamentali. Quello che sta succedendo per esempio in alcuni Paesi dell’Est deve farci riflettere. I critici dei sistemi ungherese e polacco segnalano che l’ordine e il benessere conquistati hanno finito per autorizzare un lenimento di certe libertà democratiche».

I dati economici di quei Paesi posso avere una certa presa.

«Eccome. Ma questo in Italia non può accadere. A Matteo Salvini scappò quella frase sui pieni poteri che Mussolini pronunciò perché senza “non si farebbe una lira” e che ho messo in esergo al libro».

Ci credono davvero Franceschini e gli opinionisti di Repubblica quando paventano il ritorno del fascismo con Salvini?

«Fino in fondo no, anche perché tutti gli altri, da Nicola Zingaretti a Luigi Di Maio a Matteo Renzi, non ci credono. Insieme temono che un Parlamento salviniano possa portare a un presidente della Repubblica eletto per la prima volta da uno schieramento di centrodestra. Non è mai accaduto nonostante Silvio Berlusconi abbia governato per nove anni».

Il razzismo negli stadi, le cene con i fregi e i busti del Ventennio, le manifestazioni col saluto romano possono alimentare ombre sul futuro?

«Sono fatti gravi, ma marginali, e più se ne parla più si fa il gioco di queste realtà minuscole. Alle elezioni Forza nuova e Casapound raggiungono lo zero virgola. Per assolvere ai compiti della par condicio li devo invitare in trasmissione, ma la visibilità che così ottengono è enormemente superiore ai voti che prendono».

Se non ci sono reali pericoli di derive a cosa serve agitarne lo spauracchio?

«Non vedo elementi che giustifichino questi timori. Ciò che avviene in Germania, in Italia non sarebbe accettato. È vero, il malessere dei tedeschi orientali è qualcosa di molto serio. Penso siano pazzi a rimpiangere il muro visti i progressi che ha fatto il Paese nel suo complesso. Ma non essendo contenti, ottengono risultati elettorali importanti. Venendo all’Italia, credo che in tempi medi Salvini si staccherà sia da Marie Le Pen sia da Afd (la formazione di estrema destra Alternativa per la Germania ndr). Perché, se è certo che la Le Pen non è come il padre e che Afd ha dei settori che somigliano alla Csu bavarese, è altrettanto certo che, se Salvini vuol rientrare nei giochi europei deve avere altre alleanze. Giancarlo Giorgetti sta lavorando a questo. Un leader che ambisce a diventare premier non può avere quelle parentele europee».

La sinistra agita il pericolo del fascismo perché è a corto di argomenti?

«La storia insegna che tutti i sistemi in difficoltà o dichiarano una guerra o richiamano alle armi contro l’invasore. In democrazia l’invasore e Salvini. Se ci fosse un governo stabile, con un programma preciso e condiviso, tutto andrebbe in un altro modo. Il problema e che il M5s è dichiaratamente e orgogliosamente diverso sia dalla Lega che dal Pd».

È giustificata la creazione di una commissione speciale contro l’antisemitismo, il razzismo e l’odio?

«Sono un profondo ammiratore di Liliana Segre. L’ho incontrata a casa sua a Milano, l’ho intervistata per un mio documentario sul 1948. Solo per pudore non le ho chiesto di mostrarmi il braccio dove ha impresso il numero di matricola di Auschwitz. Liliana Segre ha dato prova della sua statura aprendo la porta della sua casa e dichiarandosi pronta a incontrare Salvini. Credo ci siano gli elementi perché le regole di quella commissione vengano scritte in modo da non prestarsi a equivoci».

Odio e razzismo sono monodirezionali? Si tace sul divieto di parlare a Fausto Biloslavo nella facoltà di sociologia di Trento e si dimenticano presto le liste di proscrizione di Gad Lerner. Parliamo di censori istruiti, non di anonimi haters.

«Quando alcuni anni fa bruciarono un mio libro a Genova nessuno si prese la briga di stigmatizzare quei comportamenti. Silenzio anche quando un odiatore di professione m’impedì di presentarlo urlando e spaventando il pubblico, fino a metterlo in fuga. Auspico che si concretizzi la ventilata iniziativa comune contro l’antisemitismo di Giorgia Meloni e Riccardo Pacifici, storica figura della comunità ebraica romana. Sarebbe un aiuto a mantenere la commissione entro confini non equivoci».

Quanto gli attacchi di Roberto Saviano, Lerner e Lilli Gruber giovano a Salvini?

«Molto».

Il peggior autogol di Salvini è stata la richiesta di pieni poteri o il Papeete prolungato?

«Nonostante Salvini l’abbia chiarita, la frase sui pieni poteri andava precisata meglio. Dopodiché questo Paese ha bisogno di un governo che governi davvero, altrimenti non si va da nessuna parte. Mi spingo a dire un governo di qualunque colore, purché sia operativo e non costretto a mediazioni paralizzanti».

L’errore del Papeete?

«Quando 45 anni fa, il giorno di Ferragosto, intervistai il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani durante una breve passeggiata su Via Nazionale, la deroga al protocollo fu considerata un evento. Il Papeete l’avrei limitato a piccole dosi».

Salvini è come certi calciatori promettenti che hanno ampio margine di miglioramento?

«Salvini è un goleador, quello che segna di più. Tant’è vero che si vuole evitare di fargli giocare la partita decisiva delle elezioni».

Dovrebbe darsi un profilo più istituzionale e accettabile da qualcuno dei poteri forti?

«Credo che questo periodo di opposizione lo aiuterà a migliorare il proprio profilo istituzionale in Italia e in Europa. Non a caso sta già cambiando linguaggio. La leadership dev’essere convincente, ma non gridata».

Che idea si è fatto dell’apertura al dialogo del cardinal Ruini nei suoi confronti?

«So che la mattina in cui è uscita l’intervista al Corriere della Sera a molta gente nei Sacri palazzi è venuto un colpo. Credo che la Chiesa debba dialogare. Così ha fatto con San Giovanni Paolo II che ha risolto la questione ebraica e si è aperto all’islam… I papi vanno nelle moschee e i cardinali non possono parlare con Salvini? Lo troverei singolare, considerando che nell’elettorato della Lega c’è qualche milione di cattolici».

Perché gli ambienti che si richiamano alla sinistra Dc demonizzano la Lega più della sinistra tradizionale?

«Succedeva anche con Berlusconi. Ricordo che una volta, quando lo seguii per Panorama durante la campagna elettorale del 1996, D’Alema mi disse: “Spiegami perché uno come te non può votare per noi”. Non feci in tempo a rispondere: “La sinistra democristiana? Ma io quelli li ammazzo”. Fece tutto lui, io non dissi una parola. Per onestà devo riconoscere che oggi la sinistra Dc è molto meno settaria di allora».

Se il Pd perde anche in Emilia Romagna che cosa accadrà?

«Non riesco a spingermi così avanti. Mancano quasi tre mesi che oggi, in Italia, sono quasi trent’anni».

Posto che Franceschini e Mattarella hanno ribadito che dopo il Conte bis c’è solo il voto, Renzi abbaierà senza mordere?

«Per Renzi è troppo presto per votare. Ha spinto per questo governo apposta, è all’inizio del guado».

Berlusconi è fuori dai giochi?

«Ho assistito a troppi funerali di Berlusconi per credere alla sua morte. Quando è uscita l’anticipazione del libro sulla creazione di Altra Italia, nel suo partito è scoppiato il putiferio perché in tanti temono la mossa del cavallo. Continuerei a non sottovalutarlo, anche Salvini, saggiamente, ha smesso di farlo».

Concorda con lo scenario delineato dal sociologo Luca Ricolfi di 1 più 4: la Lega oltre il 30% e altri 4 partiti, Pd, 5 stelle, Italia viva e Fratelli d’Italia tra il 10 e il 20?

«Il grande sinologo Edgar Snow diceva: “Più conosco la Cina e meno la capisco”. Più conosco la politica meno mi azzardo a fare previsioni numeriche. Sono un grande estimatore di Ricolfi, l’ultimo suo libro è illuminante. Ma un anno fa non c’era una persona che potesse prevedere che i rapporti di forza tra Lega e 5 stelle si sarebbero capovolti: dal 17 e 32 delle politiche al 34 a 17 delle europee».

Parlando di previsioni, che cosa le fa dire che dopo le prossime elezioni la coalizione degli italiani, nuovo nome del centrodestra, farà il governo con Renzi?

«È un paradosso non una previsione. La cosa divertente è che nel Pd hanno il sacro terrore che possa davvero avverarsi».

 

La Verità, 10 novembre 2019

 

«Un codice etico al Salone del libro? Mi auguro di no»

Libri ovunque, naturalmente. Alle pareti, sui tavoli e sulle madie. Nell’attico di Casa Rustici in corso Sempione a Milano, vive Gian Arturo Ferrari, gran signore dell’editoria italiana. «Anche se ritengo che il libro sia la più importante invenzione dell’uomo», premette, «io non sono un bibliofilo. Certo, ne possiedo di antichi, questa è una cinquecentina di Manuzio e mi piace… Ma soprattutto m’interessa quello che c’è scritto dentro. La lettura è come una droga, quando ne scopri il segreto non smetti più». Nato a Pavia, storico direttore generale di Mondadori, autore della voce Libro nella prestigiosa collana dei Sampietrini di Bollati Boringhieri, Ferrari ha calcato anche le stanze di Rizzoli, Einaudi, Electa, Sperling & Kupfer, Piemme. Ora, a settantacinque anni portati senza il sussiego proverbiale di molti intellettuali, si gode la splendida abitazione progettata da Giuseppe Terragni, massimo esponente italiano dell’architettura razionalista. E soprattutto si diverte. Come quando impreziosisce Dago in the Sky di Roberto D’Agostino o scruta con disincanto il polverone che avvolge il Salone del libro di Torino.

Che idea se n’è fatto? Con Francesco Polacchi, editore di Altaforte vicino a Casapound, indagato per apologia di fascismo e lo stand espulso è tutto a posto e niente in ordine?

«In questi giorni mi è tornato alla mente un episodio di gioventù. Era il 1975 e alla Fiera di Francoforte l’editore Giuseppe Ciarrapico aveva proposto una ristampa anastatica di Signal, la rivista delle Ss italiane. Noi smaniavamo nell’onda lunga del Sessantotto e la Germania era un paese conservatore. Con alcuni amici organizzammo una chiassosa protesta, salvo scoprire una quindicina di anni dopo con stupore che Ciarrapico era diventato grande amico di Carlo Caracciolo, editore dell’Espresso e di Repubblica, e mediatore nella spartizione di Mondadori. Perciò, chissà, non escludo che tra qualche anno anche questo Polacchi possa avere un futuro nell’establishment. La nostra Italia è un paese di sorprese e trasformismi».

La levata di scudi contro Altaforte è giustificata o è un eccesso d’intransigenza ideologica?

«Forse è anche il desiderio dei protagonisti di mettersi in evidenza. Personalmente, ritengo che la libertà di espressione non sia negoziabile, esattamente come il non uccidere. Mi sembra evidente che questa querelle sia nata dalla pubblicazione del libro intervista a Matteo Salvini. Tutti i politici hanno fatto libri di interviste. Anche gli ex brigatisti rossi li hanno fatti. Il Salone del libro di Torino è una manifestazione importante e prestigiosa e l’editore si è proclamato fascista. Ma partecipare a una fiera non è una decorazione al merito della Repubblica italiana: si paga per avere uno stand».

La vera causa di tutto è il libro di Salvini?

«Quest’ondata d’indignazione ha illuminato un editore sconosciuto. Finora chi conosceva questa piccola editrice? Di solito i libri dei politici vendono poco, magari stavolta no. Se non produrrà vendite clamorose sarà solo perché in maggioranza i lettori italiani dissentono dalle opinioni di Salvini. Alle europee si prevede che la Lega conquisti la maggioranza relativa, è comprensibile che catalizzi tanta ostilità».

Altaforte c’è da un anno circa, il nome nasce da una sestina di Ezra Pound.

«In Italia ci sono parecchie case editrici orientate a destra, altrettante a sinistra e, in passato, anche, pericolosamente, all’estrema sinistra. Fortunatamente ognuno può pubblicare ciò che vuole. Vogliamo discutere Ezra Pound, uno dei maggiori poeti del Novecento, mentore di Thomas Stearns Eliot? Sì, era un fascista… un po’ come Fernand Céline, addirittura nazista. Saremmo tutti contenti se la qualità artistica coincidesse con quella morale. Spesso non è così».

Chi esce peggio da questa vicenda?

«Mi ha stupito in negativo l’intervento del Comune di Torino e della Regione Piemonte. Non capisco perché le autorità pubbliche debbano stabilire i criteri di ammissibilità degli editori che pagano per esporre i propri libri».

Regione e Comune sono tra i fondatori del Salone.

«Sono favorevole alla distinzione dei ruoli. La sfera morale appartiene solo alla coscienza dei singoli».

L’aut aut posto da Halina Birenbaum, la scrittrice ebrea superstite del lager, ripropone il tema dell’intangibilità della vittima le cui condizioni sono sempre incontestabili e vincenti?

«Io sono un cultore dell’Olocausto. In Rizzoli ho pubblicato il testo di Shoah, il documentario capolavoro di 9 ore di Claude Landzmann sui campi di sterminio in Polonia. Poi l’ho ripubblicato con il dvd da Einaudi. Ho letto quasi tutto sull’argomento, pochi giorni fa ero ad Auschwitz e non per la prima volta. Era comprensibilissimo che la scrittrice deportata non volesse vedere persone che si dichiarano fasciste ed era un suo sacrosanto diritto non partecipare».

L’Olocausto giustifica la censura?

«L’Olocausto è qualcosa da meditare due o tre volte al giorno per capire che cosa gli uomini possono arrivare a fare. Tuttavia, deploro che il potere politico si erga ad arbitro, non credo sia suo compito».

Hanno sostenuto la tesi della censura giusta.

«È un’idea che c’è sempre stata. La civiltà moderna è nata proprio contro questo. Giuste o sbagliate: tutte le censure sono censure tout court. Poi ci possono essere delle questioni di coscienza. Per esempio, un libro che elogia la pedofilia… Ma se si censura, allora dovremmo bruciare anche Lolita di Vladimir Nabokov».

Cosa pensa dell’idea di un codice etico che vagli i partecipanti al Salone?

«Spero proprio di no. Chi decide? Chi è il tribunale titolato a giudicare in caso di controversie?».

Gli editori «salonabili» dovrebbero essere graditi agli intellettuali giusti.

«Allora la stessa cosa dovrebbe valere anche per i festival cinematografici e per ogni altra manifestazione di cultura. Non scherziamo. Questa povera sinistra culturale si trova a vivere in un paese in cui la maggioranza dell’opinione pubblica non la segue più e prova a difendere la propria roccaforte. La vaccinazione morale è un’assurdità. Siamo prontissimi a difendere la libertà d’espressione quando si tratta della nostra, mentre invece va difesa quando riguarda le opinioni a noi avverse».

Stavolta il soggetto censurato ha fatto apologia di fascismo.

«Non è che nel 1945 i fascisti siano spariti. Quello che la Costituzione soprattutto impedisce è la ricostituzione del partito fascista. Per molto tempo qualcuno ha ritenuto che il Msi fosse fuorilegge, dopo di che la Dc decise di non accanirsi. In Germania si è scelta una linea più rigida, con risultati da verificare. Io non sono un giurista e preferisco l’ironia al muro contro muro. La scena dei Blues Brothers in cui John Belushi e il suo socio si lanciano in macchina contro un gruppo di fanatici inneggianti al Führer, procurando loro un bagno fuori programma, mi diverte sempre».

Nel nostro milieu intellettuale pochi possiedono l’arte dello sberleffo dei Blues Brothers. In passato non senza una certa dose di cinismo sono stati pubblicati I Diari di Mussolini «veri o presunti».

«Erano falsi, usiamo le parole nel loro significato. Li rifiutai nonostante le molte pressioni. Gli storici a cui li feci analizzare ne dimostrarono la falsità. La prova regina era il divario cadenzato tra il giorno delle udienze a Palazzo Venezia e quello in cui ne dava notizia Il Popolo d’Italia. Nel diario erano sempre annotate le date della pubblicazione sul giornale».

Il complesso di superiorità di un certo mondo intellettuale è una forma di razzismo culturale?

«Questo era vero 30 o 40 anni fa. La sinistra ha egemonizzato la cultura italiana fino agli anni Ottanta. Oggi sono rimasti solo i brandelli di quel glorioso manto. Certo, provano a stenderlo di nuovo, ma con scarso successo».

Ha mai pubblicato o fatto pubblicare un libro maledetto?

«Quand’ero in Mondadori, unici editori al mondo, pubblicammo i Versetti satanici di Salman Rushdie dopo la fatwa dell’ayatollah Khomeini. Io e altri dirigenti girammo con la scorta per sei mesi. Una parte degli intellettuali criticò la nostra decisione sottolineando che ogni civiltà ha i propri valori, di fatto difendendo le posizioni del regime iraniano. Anche le polemiche per il Libro nero del comunismo furono accese. Molti asserirono che era stato Silvio Berlusconi a volerlo. In realtà, insieme con il capo della saggistica Marco Vigevani, lo acquistammo da un editore francese in un corridoio della Fiera di Francoforte. Berlusconi non c’entrava niente. Pensavamo solo che avrebbe venduto molto. Se nel caso di Rushdie, tra i dubbi di molti dirigenti, fu Carlo De Benedetti a darci una mano a stamparlo, nel caso del Libro nero del comunismo quando fummo attaccati, ci difese Berlusconi, ben contento di farlo».

Secondo Augusto Del Noce, diventando una religione, l’antifascismo ha trasformato il fascismo nel demonio moderno, da qui la sua inafferrabilità e onnipresenza, anche fasulla. Fascismo eterno di Umberto Eco ne ha confermato il carattere soprannaturale. È il nemico necessario per ricompattare la sinistra?

«Il fascismo è la maggiore invenzione politica italiana dell’età moderna. Non a caso Adolf Hitler nutriva grande ammirazione per Mussolini. Prese il potere nel 1922 come risposta alla rivoluzione bolscevica del 1917. Il nazismo, arrivato nel 1933, ha aggiunto l’elemento darwinista della superiorità ariana alla guerra tra comunismo e capitalismo. Gli italiani hanno il copyright mondiale del fascismo, da qui l’ipersensibilità della sinistra sull’argomento. In Germania il nazismo è sepolto, in Italia il fascismo potrebbe tornare. Additarlo, anche dove non c’è, è un’efficace scorciatoia per ricoagulare le stanche truppe dei suoi antagonisti storici».

 

La Verità, 12 maggio 2019

«Nel populista Grillo rivedo il primo Mussolini»

«Sì, certo, il Vittoriale è una grande avventura. E spero di presiederlo ancora diversi anni, c’è tanto da fare. Tuttavia, non vorrei che fosse come quei ruoli, pur molto amati, dai quali certi attori non riescono a emanciparsi». Giordano Bruno Guerri non è solo il manager culturale che ha trasformato la dimora di Gabriele D’Annunzio, un sito dall’immagine polverosa ferma alla Prima guerra mondiale, in un’istituzione innovativa al centro di una miriade d’iniziative, eventi, festival. Storico, studioso del fascismo, autore di inchieste rumorose, già direttore editoriale della Mondadori, direttore di giornali e riviste, editorialista, avrebbe potuto starsene a Roma a firmare documenti salvo qualche trasferta una tantum. Invece, si è stabilito sul Garda con la famiglia per dedicarsi senza riserve. Ora, mentre lui tiene la posizione, la moglie Paola e i figli Nicola Giordano e Pietro Tancredi, si sono spostati a Lanzarote, Canarie, «dove ho trovato un’ottima scuola per i ragazzi, la vita costa poco e io li posso raggiungere in 4 ore di volo low coast da Bergamo».

L'ingresso del Vittoriale degli italiani di cui Guerri è presidente: nel 2017 258.000 visitatori

L’ingresso del Vittoriale degli italiani di cui Guerri è presidente: nel 2017 258.000 visitatori

L’inizio è obbligato, Guerri: il nome è un programma?

«Ho diffuso molte leggende. La verità è che un nonno voleva chiamarmi Bruno e l’altro Giordano, così è saltato fuori questo nome doppio. Ma non sapevano chi fosse Giordano Bruno, tant’è vero che mi hanno battezzato. Però è stata una fortuna, quel nome sembra uno spot».

Il prodotto ne mantiene le promesse?

«Ho avuto un’educazione religiosa, ho fatto il chierichetto e frequentato l’oratorio. Fino all’abituale crisi religiosa adolescenziale. Non sono anticlericale, nel clero ci sono bravissime persone. Da libertario nutro diffidenza verso una religione che dipende da un testo sacro. Per di più, avendo scritto Gli italiani sotto la Chiesa, conosco gli effetti benefici, ma anche quelli malefici che ha causato al nostro Paese».

Ha scritto anche Io ti assolvo, registrando i preti nei confessionali.

«Fu un gesto maleducato, ma indispensabile. Era l’unico modo per sapere cosa dice la Chiesa ai penitenti».

E scoprì che i preti erano cupi moralisti.

«Il primo pensiero era la morale sessuale. Lo spunto era venuto dai vescovi olandesi, per i quali non era giusto che i bambini facessero la confessione non essendo in grado di capirla».

Lei non poteva fingersi bambino.

«Ma ricordavo bene quanto il mio prete, un salesiano, rompesse le scatole sul sesso: “Dovete confessare tutto”, ammoniva, “se no quando l’ostia si poserà sulla lingua diventerà un tizzone ardente”. Siccome avevo già deciso di non raccontargli i fatti miei, passai giorni di terrore in attesa della prima comunione».

Con papa Francesco è tutto superato?

«Con il catechismo olandese sono convinto che i bambini non debbano accedere alla confessione prima degli 11 anni. Non mi pare che questa regola sia stata applicata».

Le piace Bergoglio?

«È un innovatore e mi sembra che vada nella direzione di una maggiore apertura della Chiesa».

Libertario, anarchico, anticlericale: come si definirebbe?

«Anarchico, come ateo, è una definizione assoluta nella quale non mi ritrovo. Mi considero antireligioso perché la religione è il non pensiero. O meglio, è un pensiero preconfezionato».

Antireligioso vuol dire anticristiano?

«Tutt’altro, non posso non dirmi cristiano. Per fortuna il cristianesimo ha vinto e imposto i suoi valori. Uno dei bersagli di Cristo era il sacro. Il cattolicesimo, invece, è il trionfo del sacro».

Forse per chi lo identifica con la morale.

«E con che cosa va identificato? In concreto: insegno ai miei figli il senso dello stare insieme e del volersi bene. Però contesto le feste come momento strumentale ed evito di imbottirgli la testa con troppe pippe sul Natale, la Pasqua e la famiglia tradizionale».

Il cristianesimo è qualcosa di più, è credere che Gesù Cristo è il salvatore. Dio avrebbe potuto salvarci schioccando le dita, invece ha fatto diventare il suo unico figlio uno di noi: non c’è in nessuna religione.

«Se si crede in questo… Per me Cristo è un grande rivoluzionario. Anche la storia dell’unico figlio, sai che roba: Dio poteva mandarne cento di figli».

Complicato serializzare l’immacolata concezione.

«Anche l’immacolata concezione regge poco».

È il modo attraverso il quale Cristo è uomo e Dio perché concepito senza peccato.

«Guardi, l’ho risolta così: un creatore che ama la vita avendola creata sarà contento di incontrarmi perché anch’io l’ho molto amata e onorata. E quando mi vedrà, allargando le braccia, dirà: “Finalmente”».

Non ne dubito. Le piace di più il lavoro di manager culturale o di storico?

«Faccio ancora lo storico, per fortuna. A maggio uscirà per La nave di Teseo il seguito dell’Antistoria degli italiani, da Romolo a Giovanni Paolo II: 150 pagine col nuovo sottotitolo: da Romolo a Grillo».

La sua biografia di Gianni Agnelli è stata bloccata?

«La biografia di 700 pagine è terminata e nessuno l’ha bloccata. Deve uscire in contemporanea nei Paesi per i quali è in fase di traduzione in sette lingue».

C’è una data?

«Il 2019, verosimilmente la seconda metà».

Come ha fatto a togliere a D’Annunzio l’alone di intellettuale protofascista?

«Questa è stata la vera impresa. Peraltro, non ancora completata. Abbiamo riscoperto D’Annunzio in tutta la sua grandezza di genio rinascimentale piantato nei nostri tempi».

Oltre alle esposizioni D’Annunzio eroe e D’Annunzio segreto, all’Automobile è femmina, al ripristino del laghetto, del canile, all’aumento dei visitatori, alle donazioni di Martino Zanetti, dello scultore Velasco Vitali, della biblioteca di Ida Magli, all’illuminazione serale e tutto il resto, colpisce la rinuncia ai finanziamenti statali, mentre tutti li bramano.

«È stata una scelta di gestione. In cambio ho ottenuto un consiglio d’amministrazione agile e maggiore libertà di manovra. Se il Vittoriale non fosse stato privatizzato dovrebbe fare entrare gratis i visitatori ogni prima domenica del mese, come fanno, giustamente, i musei statali. Il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini ha annunciato per il 2017 50 milioni di visitatori e 200 milioni d’incassi, ovvero 4 euro a biglietto. Al Vittoriale l’ingresso costa 11 euro. È come se avesse totalizzato un fatturato di 750.000 visitatori e non di 260.000, che pure sono un record».

Che cosa pensa della scelta di Franceschini di affidare la direzione di importanti musei a direttori stranieri?

«Ha fatto benissimo, ha indetto un concorso internazionale. Con il patrimonio artistico di cui disponiamo dobbiamo avere i manager migliori».

Lei diventò direttore di Storia illustrata senza essere giornalista: cos’era successo?

«La Mondadori mi chiamò dopo il successo del libro su Maria Goretti. Avvertii che non avevo mai messo piede in un giornale. Però presi confidenza con il nostro strano mondo fin dal primo giorno quando trovai sulla scrivania la lettera che dovevo firmare e spedire all’Ordine dei giornalisti: “Io sottoscritto Giordano Bruno Guerri, direttore di Storia illustrata, dichiaro che il signor Giordano Bruno Guerri sta svolgendo il praticantato sotto la mia direzione”».

È vero che da ragazzo ha chiesto l’elemosina?

«Vero, nella stazione della metropolitana di Cordusio e girando l’Europa in autostop. Lo facevamo sull’esempio dei Beatnik e dei Provos: uno sberleffo di cui non mi vergogno affatto».

Era anche un gran libertino: mi dice l’esperienza più trasgressiva pubblicabile su un giornale?

«Che ne so, sono stato con quattro donne insieme. Ma erano cose normali, situazioni che capitavano negli anni Settanta in epoca pre Aids e di liberazione sessuale a tutti i costi. Non si aveva l’idea di compiere chissà quale performance. Era un lusso: complicato, faticoso e non cercato. Dove si finiva più che altro per ridere. Soprattutto se si presentava la quinta».

Che cosa pensa della vicenda delle molestie, della subalternità delle donne e delle rivelazioni a scoppio ritardato?

«Che è giustissimo sollevare il problema, soprattutto in certi ambienti e per certe professioni. Solo che il problema delle attrici si sta riverberando ovunque. Non penso che mettere una mano sul ginocchio di una signora nell’intento di corteggiarla vada considerata una molestia. Può dire “no, grazie” e tutto finisce. È un atto che sta nel rapporto tra uomo e donna, l’intraprendenza da una parte, il rifiuto dall’altra».

Si definisce liberale, liberista, libertario: che cosa l’ha fatta diventare ex libertino?

«Mia moglie. Essermi innamorato di una donna straordinaria mi rende talmente felice e soddisfatto da non avere altri desideri. Mi posso vantare di dodici anni di fedeltà assoluta, spontanea e gioiosa. L’unica volta che ebbi un incarico politico, nel comune di Soveria Mannelli, in Calabria, scelsi di fare l’assessore al “Dissolvimento dell’ovvio” per andare contro la cultura imperante e la standardizzazione. Oggi sceglierei la carica di assessore al “Ripristino dell’ovvio”: fedeltà, lavoro regolare, attenzione agli altri».

Giordano Bruno Guerri con la moglie, la scrittrice Paola Veneto: «Da 12 anni sono felicemente fedele»

Giordano Bruno Guerri con la moglie Paola Veneto: «Da 12 anni sono felicemente fedele»

Sua moglie Paola Veneto ha fatto il miracolo. Come l’ha conosciuta?

«Venne a farmi un’intervista su Pier Paolo Pasolini e siccome godevo di cattiva fama si presentò accompagnata da un signore alto due metri. È un’autrice teatrale che parla quattro lingue e fa traduzioni».

Aldo Busi ed Eva Robin’s, amicizie che le mancano?

«Aldo Busi sì perché gli voglio molto bene. È un grande scrittore oltre che un uomo buono che temo soffra molto di solitudine. Eva Robin’s è una simpatica amica».

E Leonardo Mondadori?

«Era un grande amico con il quale litigai per quel libro sui confessionali. Per fortuna ci siamo rappacificati prima della sua morte prematura».

Altri rapporti che rimpiange?

«Per lo più quelli con persone scomparse, Pier Vittorio Tondelli, Moana Pozzi. La perdita maggiore è stata Ida Magli, aveva più di novant’anni. Avvicinando questi tre nomi ammetto una certa irregolarità».

Chi è il giornalista più stimolante e intelligente con cui ha lavorato?

«Me stesso».

Se dovesse scegliere un’idea da imprimere nel cuore dei suoi figli?

«Libertà. Soprattutto di pensiero e di comportamento».

Nel film di prossima uscita Sono tornato Mussolini dice: «Eravate un popolo di analfabeti, dopo ottant’anni torno e vi ritrovo ancora un popolo di analfabeti». Ha ragione?

«Forse sì, i dati sulla lettura non sono incoraggianti. Il primo fascismo era un movimento populista. Se Mussolini fosse nato negli anni Sessanta non avrebbe fatto le camicie nere, le leggi razziali, le guerre. Era un uomo che mirava a trasformare la società, usando gli strumenti e i bisogni dell’epoca. Oggi farebbe tutt’altro. La figura più simile è Grillo non perché sia fascista, ma perché ha trovato gli strumenti, la chiave inglese del numero giusto, per provare a intervenire nel presente».

Non nel senso che Grillo è un potenziale dittatore.

«Esatto».

Voterà per il M5s?

«No, perché il M5s è un movimento di massa e io non mi riconosco nella massa. Un giorno un importantissimo uomo politico di cui non le dirò il nome mi disse: “Lei è un uomo partito, deve fondare un partito”. Sono economicamente di destra, liberalismo e mercato, e socialmente di sinistra, eutanasia e diritti civili. In questo, mi sento un anarchico di destra. Tant’è vero che fino a quando c’era Marco Pannella votavo radicale».

Adesso Emma Bonino è affiliata al Pd.

«Affiliata al Pd e con il simbolo di Bruno Tabacci. Ma a parte questo dettaglio tecnico e la Bonino che è persona stimabile, mi pare che i radicali siano più divisi del lecito e abbiano perso forza d’impatto nella società».

Il presidente Sergio Mattarella ha detto che il fascismo non ha meriti.

«È una visione parziale. A titolo di storia: la scolarizzazione massiccia, la frenesia di opere pubbliche, le bonifiche, la lotta alla tubercolosi, l’avvio della previdenza sociale…».

Vede il pericolo del ritorno del fascismo?

«La rete dell’Europa e della globalizzazione non lo consentirebbero mai. Non parliamo del fascismo con gli stivali, ma neanche delle forme più soft. A meno che non si verifichino drammatiche crisi economiche».

Di Casa Pound cosa dice?

«Che so’ ragazzi».

Gene Gnocchi su La7 durante la copertina delle polemiche

Gene Gnocchi su La7 durante la copertina delle polemiche

Quanto ha sbagliato Gene Gnocchi su Claretta Petacci?

«Una volgarità di una ingiustizia umana e storiografica indicibile».

Ma lei era davvero una donna senza macchia che si è immolata per amore?

«Aveva un fratello stronzo, ma amava Mussolini. Innamorata e per di più fascista: immagini che cosa rappresentasse per lei quell’uomo».

C’è spazio per una destra autorevole, credibile, colta? O la destra è solo quella dei cinepanettoni?

«Lo spazio c’è, ma resta da vedere se c’è quella destra credibile, autorevole e colta. Forse è scarsamente rappresentata e allora acquistano rilevanza fenomeni come Casa Pound. L’intellettuale di sinistra è più portato alla conciliazione. Quelli di destra è difficile che si mettano a lavorare a uno scopo comune. Credendo molto nell’individuo, sono individualisti».

La Verità, 28 gennaio 2017