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«Ateo fino a 40 anni, ora sono davvero Laudadio»

Ateo ribelle fino a quarant’anni e poi credente. Niente folgorazioni o cadute da cavallo, però. Ma circostanze e situazioni curiose, la prima è stata quella di anticipare, a sorpresa, il nome scelto da Jorge Mario Bergoglio, «Francesco». Ma guarda che finora nessuno si è chiamato così e di solito un Pontefice sceglie il nome di un predecessore, gli era stato fatto notare. Invece… Poi altri fatti, il libro Per una Chiesa scalza di Ernesto Olivero che qualcuno gli ha regalato, il rapporto con don Silvano Lucioni… Max Laudadio, 54 anni, attore, presentatore, storico inviato di Striscia la notizia, protagonista del musical Aladin, unisce tutti questi puntini in Il Cantico delle formiche (TS edizioni), una sorta di autobiografia esistenziale, civile e famigliare.
Chi era suo padre, al quale dedica il libro?
«Un uomo che partendo da un livello basso di cultura mi ha insegnato a essere interessato alla vita e a valori come il rispetto della famiglia, per la propria compagna, per i figli, e a non mancare agli appuntamenti importanti per loro. Quando sei bambino lo vedi come un supereroe. Crescendo, impari a riconoscere un uomo che sbaglia come tutti, rendendo più reale e solida l’immagine che hai di lui».
Nel primo capitolo parla della sua ricerca della felicità: può risultare qualcosa di sentimentale in un mondo pieno di violenze e contraddizioni?
«In realtà, credo che tutti cerchiamo questa benedetta felicità. Magari diciamo che viviamo per qualcos’altro, ma poi le scelte mirano a quell’obiettivo. Mentre da giovani la identifichi con il denaro, la carriera, le case che compri, andando avanti la abbini a qualcosa di più profondo. Certo, non tutti si fermano davanti a uno specchio chiedendosi che cosa ci manca per essere felici. Sì, in un mondo così può apparire un fatto sentimentale, ma da idealista spero che questa ricerca riguardi tutti. Io parlo della fede che è servita a me, ma non posso pretendere che sia universale. Però sono sicuro che non può coincidere con qualcosa di materiale».
Scrive che «la vita ha avuto bisogno dell’irrazionalità per dialogare con l’anima»: cosa vuol dire?

«Per definizione la fede è qualcosa di irrazionale: credi in una realtà che non vedi. Credere che Gesù sia il figlio di Dio è un fatto di fede che nessuno, Papa compreso, può dimostrare. Possiamo dire che storicamente è stato un grande uomo, ma la convinzione che Gesù figlio di Dio appartiene al nostro sentire».
Però la ragione, per sua stessa natura, ammette l’esistenza di un oltre trascendente.
«Anche la scienza quantistica afferma che siamo fatti di energia, ma non riesce a dimostrare come nascono i sentimenti. La ragione riconosce che esiste la trascendenza anche se non riesce a penetrarla. Da ateo pensavo, secondo certi stereotipi, che il credente subappaltasse le proprie decisioni. Invece, ho scoperto che ci viene chiesto di metterci in prima linea e agire. Magari anche contro i nostri interessi, perché se siamo con altre persone attorno a un tavolo il Vangelo ci dice di tener conto di tutti e non di pensare solo a noi stessi».
Perché preferisce chiamare quello che le è successo incontro piuttosto che conversione?
«Perché sono un po’ vittima degli stereotipi. Tipo: con l’anello del Papa potremmo sfamare i poveri dell’Africa. Parole come conversione, o anche misericordia, le sento desuete; parole che indicano qualcosa di vecchio».
La decisione di lasciare Milano e andare a vivere a Cuasso al Monte, un paesino del Varesotto a 700 metri di altitudine, è conseguente a questo incontro?
«No, è precedente e dipende dalla salute di mia figlia alla quale il pediatra aveva diagnosticato un’otite da inquinamento. Non sapevo nemmeno che esistesse. Da quel momento Bianca non ha più preso antibiotici».
La baita nel bosco è sinonimo di autenticità?
«Certo. Avere davanti i grattacieli e la movida è diverso dal vivere immersi in panorami che raccontano il mutare delle stagioni e smuovono le emozioni al tramonto. Davanti alla maestosità della natura ti senti una formica di fronte a una vetta».
Sua moglie ha avuto un ruolo nel suo avvicinamento al cristianesimo?
«Il contrario. Lei è sempre stata credente, ma quando ci siamo incontrati e io ero ateo anche lei ha praticato meno di prima. Poi, nella coppia si cammina insieme, le scelte vengono condivise e quando mi sono avvicinato per lei è stato un ritorno a casa. Mia moglie ha una gran testa e doti di razionalizzazione e progettazione unite a onestà e capacità di ascolto incredibili».
Anche se di notte la tiene allerta?
(Ride) «Mi accusa di russare, mentre lei ha il vizio di parlare nel sonno. Fa il sindaco anche dormendo; qualche sera fa riprendeva qualcuno che non pagava le tasse».
La fede ha generato l’attivismo espresso nell’Associazione On o era impegnato anche prima?
«Sono sempre stato attivo nel volontariato, ma adesso il mio impegno è cambiato. Prima cercavo la riconoscibilità, l’articolo di giornale che raccontasse il mio lavoro. Era una forma di egocentrismo. Ora questa ricerca di gratificazione è sparita. La gratuità vera è non cercare un tornaconto, nessuno può vedere interessi personali in ciò che faccio. Se sali su un palco davanti a 10.000 persone un po’ di ego lo devi avere, ma un conto è il lavoro, un altro la vita. Il teatro, l’Agenzia etica, il musical Aladin: tutto è influenzato da quello che mi è capitato».
Che è diventato anche un fatto comunitario?
«È come un’esplosione. La fede non ci obbliga a stare in ginocchio tutto il giorno, ma in prima linea. La preghiera la vivi dentro quello che fai, non vado a dire Gesù vuole questo, da ossessionato o estremista della fede».
Il suo libro è un concentrato di attività e iniziative: trova mai il tempo di rilassarsi?
«Penso che ognuno di noi è chiamato a dare il massimo, amo vedere la gente stare meglio. Poi serve un rilassamento anche fisico. Quando io e mia moglie andiamo qualche settimana a Tavolara l’ozio smuove la creatività, scrivo i miei libri, penso i progetti che poi realizzo. Lo spazio per la famiglia lo trovo sempre».
Il cristiano è un aggiustatore del mondo?
«No, è un uomo fortunato che potrebbe aiutare a migliorare il mondo. Perché le cose che Gesù diceva erano giuste, sfido chiunque a dire che erano sbagliate. Il punto è mettersi in prima linea e applicarle».
Che sintesi ha fatto del tentativo di adozione stoppato dal Tribunale dei minori?
«Viviamo in un Paese costruito su norme e burocrazie che fanno perdere il sentimento e i valori. L’esempio chiaro è un’assistente sociale che ha il potere di giudicare se posso essere un bravo padre, non se sono un pedofilo, un violento o una persona inaffidabile. Non aiuta le famiglie ad accogliere un bambino e dopo a verificare se è stato accolto bene. Prima ti fanno sudare 100 camicie per l’idoneità adottiva, poi quando il bambino arriva, spariscono. Ho fatto mille battaglie su questo».
Che cosa pensa del trattamento riservato ai Trevallion, la famiglia del bosco di Palmoli?
«Penso che si sia superato il limite. È giusto che i bambini abbiano un’educazione e non siano maltrattati, ma è doveroso rispettare le scelte di padre e madre che hanno dimostrato di amarli follemente. È più importante l’amore di questi genitori o che si rispettino le regole della società civile? Trovo tutto assurdo».
Cosa pensa della pratica dell’utero in affitto?
«Ho fatto tanti servizi anche a Striscia: è una scelta che non condivido assolutamente. Ma questo indipendentemente dalla fede. Sono pratiche non giuste. Posso capire una donna che vuole avere un figlio, ma ci sono tanti modi per averlo, primo fra tutti adottarlo. Tutt’altra faccenda è far crescere nel proprio corpo un bambino e poi darlo…».
Dietro compenso.
«In un mondo dove ci sono milioni di bambini che si possono adottare».
Nell’ambiente dello spettacolo e della tv come hanno reagito colleghi e amici davanti al suo cambiamento?
«Non credo che nessuno si sia accorto di niente perché sono lo stesso pirla di prima. Non è che se uno diventa cristiano cambia rispetto a quello che è. Faccio sempre gli stessi errori, ho cambiato solo il modo di fare le scelte. Non penso più solo a me stesso, ma agli altri, questo è ciò che mi ha insegnato la fede. Non sono diventato un supereroe».
Perché ha lasciato Striscia la notizia?
«È stata una scelta ponderata, difficile e sofferta. Dopo 23 anni Striscia è casa mia, lo facevo con l’idea di aiutare qualcuno. Poi, essendo un sognatore, voglio provare altre cose, credo che a 55 anni si possa farlo. Questo mi ha portato in teatro, nel musical e a una serie di idee che spero di realizzare prima possibile».
Me ne può anticipare uno?
«Sto lavorando a un progetto televisivo… Con la certezza che, arrivato al musical, non voglio più uscirne».
Antonio Ricci dice che chi è stato inviato di Striscia lo rimane per sempre.
«Credo sia vero perché lo fai con degli ideali, credi nella giustizia, nell’aiutare gli altri e ti senti chiamato a questo lavoro. Dentro, penso di rimanere sempre un inviato di Striscia. Detto questo, nessuno di noi è una sola cosa, possiamo portare avanti altre professionalità e altri talenti. Rinunciare ai sogni sarebbe un peccato».
«Responsabilità, misericordia, allegria» è il motto di San Domenico Savio che ha adottato: l’allegria può essere obbligatoria?
«Non puoi scegliere di essere felice. Invece l’allegria, essendo sprigionata da un fattore chimico del nostro organismo, può essere indotta in modo più facile. Se al risveglio penso a cose positive, il mio corpo reagisce di conseguenza. In tanti momenti possiamo favorire la nostra allegria».
Papa Francesco, Il Cantico delle creature, l’amore per il Santo di Assisi: il suo è stato un incontro con il cristianesimo o con il francescanesimo?
«Caspita… È un incontro con tutto. Sono un fan sfegatato di San Francesco e un fan sfegatato di Cristo in quanto uomo che ha fatto cose meravigliose. Amo la Chiesa povera di chi si mette a disposizione totale con i sandali, ma conosco preti come don Silvano Lucioni che ha una storia diversa e la stessa fede. Le sensibilità e le correnti appartengono più alla comunicazione che alla concretezza della verità».
La lode a Dio ce l’ha nel cognome: è diventato quello che è sempre stato?
«Non so se sono diventato quello che già ero, so che adesso mi piaccio molto di più».

 

La Verità, 23 gennaio 2026

«La fede è una bomba, ma il dolore dei bambini…»

Ciao Rosa, vorrei intervistare Verdone sul Natale. Rosa Esposito (ufficio stampa di Carlo Verdone): «In questi giorni sta girando la quarta stagione della serie. Non ha un minuto, è regista e attore». Proprio perché non ho perso un episodio voglio vedere se sono l’unico a cui riesce a dire di no. «Va bene, Maurizio: glielo chiedo…». Un paio d’ore dopo, su whatsapp: «Carlo prova a chiamarti oggi».
Com’è il Natale nella vita di Carlo?
«Nell’infanzia e nell’adolescenza fino a quand’ero universitario sono stati natali felici perché eravamo una famiglia molto unita. C’era la tradizione di trovare un regalo sotto l’albero, da bambino la pistola di Pecos Bill o, dopo, i racconti di Anton Cechov che mio padre mi regalò a 23 anni. Un libro che poi mi servì, perché al saggio di regia del Centro sperimentale portai proprio un racconto di Cechov».
E più avanti negli anni?
«Mi sono divertito, e mi diverto, a far trovare i regali sotto l’albero a Giulia e Paolo, i miei figli. Mi spiace quando sento dire: “Il Natale che tristezza, non vedo l’ora che passi”. Dovrebbe essere una festa che dà serenità e pacifica. Oggi le famiglie sono cambiate e non c’è più quel momento di aggregazione in casa, una volta la cena insieme era quasi una legge».
È stata una festa caciarona o intima?
«Non amo il Natale caciarone. L’ho trascorso con i miei figli e mio fratello. Una serata semplice. Ho la fortuna di avere una casa che sta in alto e di godermi il panorama del Gianicolo».
Ha una particolare tradizione di famiglia che ha mantenuto?
«Andavamo a messa nella chiesa di San Salvatore in Onda e continuo a farlo anche se adesso abito più lontano. Quando stavamo nella casa sopra i portici in Lungotevere dei Vallati, il palazzo dava su Via dei Pettinari, dove si trova quella chiesa importante per la mia famiglia perché, durante la guerra, i preti Pallottini nascosero mio zio che, avendo sposato una donna ebrea, era ricercato».
Importante.
«È anche la chiesa dove si sono sposati i miei genitori e anch’io sono stato battezzato lì. È piccola, elegante. Mia madre, che era di idee progressiste ma anche molto cattolica, aveva la devozione del primo venerdì del mese e amava che la condividessi con lei, come per un po’ ho fatto. Quindi quella chiesa mi ricorda mia madre, e anche il presepio dei Pallottini. In questi giorni lei ci portava a vedere i presepi e alla fine del giro facevamo insieme la classifica di quello più poetico».
Adesso i presepi non si fanno per non irritare i non cristiani.
«Non capisco molto questi problemi. Se andassi in un Paese islamico non contesterei le loro tradizioni».
Spesso siamo noi ad autocensurarci.
«È un’ipocrisia intellettuale, una cautela dei salotti, non una cosa che parte dal proletariato».
Negli ultimi anni il suo è un Natale più religioso?
«Forse lo era di più qualche anno fa, quando speravo che il mondo seguisse strade meno tormentate, con meno guerre, meno tensioni. Andando avanti con gli anni si prova un grande dolore se alcune persone alle quali si è voluto un bene dell’anima, persone che non hanno mai fatto male a nessuno, improvvisamente se ne vanno e magari sono più giovani di te. Questo fatto mi sconvolge… Ma ce n’è un altro che mi turba ancora di più».
La ascolto.
«Sono rimasto due giorni intristito dopo aver visitato i bambini affetti da tumore all’istituto oncologico. Con che coraggio diciamo che la vita è meravigliosa? La vita dipende dalla buona sorte. Sì, poi c’è una democrazia perché tutti dobbiamo morire. Ma quando vedi un bambino di sei anni che non riesce a parlarti perché ha un tumore ai polmoni, non reggi… Mi sono inventato una scusa per uscire dalla stanza e non mostrare che piangevo… Perché accanirsi con un bambino? I suoi genitori sanno bene che non ce la farà. Se fossi il Padreterno avrei risparmiato loro questo supplizio».
Il dolore dei bambini è un mistero inspiegabile.
«Insopportabile. Manda in crisi la mia fede. Poi, magari rifletti, e pensi che siamo nati con il certificato di morte in mano. Ma non si può dire a cuor leggero che la vita è meravigliosa».
La misura di Dio è diversa dalla nostra?
«Una volta, dopo che aveva visto un mio film, andai a trovare monsignor Ersilio Tonini, un sacerdote vero. Mi disse: “Caro Verdone, non si lasci prendere dallo sconforto. Avete un’arma che usate male: la preghiera. Telefoni a Gesù…”. “Io lo chiamo, ma non sento nessuna voce”, replicai. “Ma lui ascolta tutto. Avrà una bella sorpresa quando finirà questo cinematografo che è la vita”».
Di recente ha detto che quando si diventa maturi e qualche persona cara non c’è più «esplode ’sta bomba della fede». Che tipo di esplosione è?
«Senti la necessità di pregare di più. Non importa se in chiesa o prima di dormire, importa che sia una preghiera che viene dal cuore, non a macchinetta come alle scuole elementari. Anche se non avviene quello che chiedi, ti aiuta a non mollare e ti trasmette serenità, dopo. Non è una suggestione».
Questa fede riguarda l’aldilà?
«Non so com’è l’aldilà, però credo di avvertirlo nella presenza delle anime dei miei genitori, un padre e una madre molto speciali, che ancora mi aiutano».
È una fede dettata dalla paura della morte?
«Certo. Anche un non credente prima o poi finisce per dirla una preghiera. Avevo un caro amico che faceva dell’ateismo la sua bandiera. Un giorno si è ammalato e gli furono diagnosticati due anni di vita. Una volta, entrando in una chiesa me lo sono trovato inginocchiato sul primo banco. Gli ho voluto ancora più bene vedendo quella sua disperazione aggrapparsi all’ultima fune».
Senza aspettare il tempo che si accorcia si può credere pensando che, se tutto finisse, chi ci ha dato la vita ci avrebbe fatto uno scherzo crudele?
«Sì, sarebbe un teatro dell’assurdo. Nulla nasce dal nulla. Da pagani possiamo dirla anche con Seneca: nulla si estingue, ma tutto si decompone per ricomporsi in una forma che a noi ancora non è chiara».
Quindi, è fiducioso sul dopo?
«È l’ultima speranza che mi rimane. Seguo l’esempio di mia madre che, nell’orrenda malattia che la colpì, nonostante i mancamenti e i vuoti di memoria, continuava a dire il rosario anche negli ultimi giorni. Non sbandierava il suo essere cattolica. Quelli che m’infastidiscono sono i cattolici di professione, che vivono i dogmi senza riflettere. E poi credo un’altra cosa. Abbiamo il calendario dei santi: penso che di santi ce ne siano tanti nel mondo, non solo delinquenti, ladri, opportunisti… Voglio raccontarle una storia».
Prego.
«Per molto tempo dalla mia finestra, ho visto una vecchia salire curva verso il Gianicolo, trascinando un carrello pesante anche sotto il sole a picco dell’estate. Una donna molto povera che poteva dormire per strada o in un centro per anziani. Ogni volta mi chiedevo quanti anni avesse, come facesse a salire, piegata come Cristo verso il Calvario. Un giorno che si era fermata per prendere fiato sono sceso con 50 euro in una busta: “Lei non mi conosce, ma io la vedo spesso passare di qua e le voglio fare un piccolo dono…”. “Questi soldi li dia a chi ne ha più bisogno di me”, mi ha risposto gentile, con la sua asma. “Mi offende, lo faccio col cuore. Mi farebbe piacere se accettasse”, ho replicato. “Guardi che c’è chi sta peggio di me”, ha ribadito, ferma. Ho dovuto rimettere i soldi in tasca e tornarmene a casa a pensare».
A Francesca Fagnani che gli ha chiesto se potesse riportare in vita qualcuno per pochi minuti chi sarebbe e che cosa gli direbbe, Jovanotti ha risposto: «Chiunque… per chiedergli com’è di là, dopo la morte».
«A me non interessa sapere cosa c’è di là, se si chiama paradiso o no… Mi basterebbe rivedere tre minuti mia madre e dal suo volto, dal suo sorriso, capirei se è serena e in armonia. E se mi segue nella vita, come credo sia».
Questa bomba della fede vale anche per l’aldiquà?
«Se ne avessimo di più forse non ci sarebbero tante brutte situazioni. Mi vengono in mente le pubblicità sui bambini africani, ci sono zone dove il 60% sono ciechi. Perché non facciamo qualcosa? Elon Musk parla di andare su Marte… Chi se ne frega di andare la quarta volta sulla luna con i problemi che abbiamo qui? Basta… Userei quelle risorse per aiutare quei bambini, per ridar loro la vista».
In Vita da Carlo il fatto più divertente è la sua generosità che la rende vittima di sé stesso.
«È una questione di rispetto… L’ennesima richiesta d’intervista sulla Roma e Claudio Ranieri la respingo. Qualcuno mi rimprovera che do troppe interviste, ma oggi un ragazzo prende 15 euro ad articolo. Se mi fa una proposta intelligente e posso aiutare il suo curriculum perché non devo farlo?».
Dopo il film d’autore, il sindaco di Roma e il Festival di Sanremo quale sarà la sfida della quarta stagione?
«Paramount mi chiede di non dare anticipazioni. Posso solo dire che desideravo interagire con molti giovani, un gruppo di studenti pieni di passione per il cinema e la cultura».
Il Giubileo appena iniziato è grazia o disgrazia?
«Per hotel, ristoranti, Uber e tassinari sicuramente una grazia».
Da romano?
«Roma è ridotta a un posto di aperitivi, ristoranti giapponesi, thailandesi, vinerie. Un’immensa Capri. Dalla città degli imperatori e dei grandi monumenti siamo passati alla città culinaria, con i funghi a calore per riscaldare chi cena all’aperto».
E da credente?
«Può essere una grazia. Viviamo un momento così complicato… Se afferriamo il senso della speranza di cui continua a parlare il Papa possiamo recuperare l’etica che abbiamo perso. Per chi ha questa sensibilità può essere un’occasione e per chi non ce l’ha, anche».
Avrebbe fatto cantare Tony Effe al Concertone?
«Non ho seguito tutte le polemiche però sì, l’avrei fatto cantare».
Tanto più che andrà a Sanremo…
«Vasco Rossi quando ci andò la prima volta aveva scritto Portatemi Dio, una canzone che diceva: “Metteteci Dio sul banco degli imputati”. Poi si è rivelato una persona generosa…».
Questo politicamente corretto ci sta facendo andare fuori di testa?
«Su alcune cose si può capire, ma è sbagliato non contestualizzare le situazioni. Via col vento dovrebbe essere bruciato perché la mami è nera? Suvvia. Il Sorpasso è maschilista, ma è un capolavoro. Con i criteri di oggi, quanti film di Alberto Sordi, Ugo Tognazzi o Vittorio Gassman dovrebbero andare al rogo? E i miei? In Acqua e sapone vado a letto con una ragazzina che non ha ancora 18 anni, ma è una fiaba. Sette otto miei film dovrebbero essere eliminati. È una moda fastidiosa, diffusa sempre dai soliti salotti intellettuali, il popolo non si pone questi problemi».

 

La Verità, 28 dicembre 2024

«La bellezza è visibile anche da chi non vede»

Vincenzo Mollica è un gigante con l’innocenza di un bambino. Con lui e sua moglie Rosa Maria, anche lei persona speciale, ho trascorso una bellissima mattinata nella loro casa in Val Seriana. Una casa immersa nel verde e allietata dal cinguettio degli uccelli. Non conoscevo Vincenzo, storico inviato di spettacoli del Tg1, premiato con il David di Donatello alla carriera. Ma dopo qualche telefonata ha accettato di soddisfare questa curiosità: cieco a causa di un grave glaucoma e affetto dal morbo di Parkinson – «du fiji de ’na mignotta» -, rimane sereno perché è buono come il pane o perché lo aiuta qualcos’altro? Oltre l’impossibilità di vedere, la fede gli dona un altro tipo di sguardo? «Non ho mai raccontato pubblicamente queste cose, ma stavolta lo faccio perché Cesare G. Romana, illustre collega del Giornale, mi aveva parlato di te», confida. A mia volta io ricordo quando, mentre si lavorava a una trasmissione televisiva, Claudia Mori e Adriano Celentano si gasavano: «Adesso dobbiamo chiamare Vincenzo». Una manciata d’anni dopo, eccomi a dialogare con lui di giornalismo, grandi artisti e bellezza.
Quali sono i segreti della tua carriera?
«La fatica, la curiosità e la passione. Il quarto segreto è l’idea di servizio pubblico imparata da Emilio Rossi, direttore del Tg1, e dal suo vice, Nuccio Fava. Per questo non ho mai cambiato casacca e sono sempre rimasto nella redazione cultura e spettacoli che ho contribuito a fondare con Gianni Raviele sotto la direzione di Albino Longhi».
Qual è stata la tua maggiore soddisfazione professionale?
«Sono state tante. Ho avuto la possibilità di essere testimone degli Oscar alla carriera di Federico Fellini e di Michelangelo Antonioni e degli Oscar a Roberto Benigni per La vita è bella. Ho potuto frequentare tanti artisti».
Ci sono gli amici nel mondo dello spettacolo?
«Ci sono come in tutte le situazioni della vita. Ho la fortuna di averne tanti e di continuare ad averne anche se non faccio più il mio lavoro. Lo sono stati Fellini, Hugo Pratt, Andrea Pazienza, Alda Merini, Franco Battiato, Daniele Del Giudice, Vincenzo Cerami. Lo sono Rosario Fiorello, Renato Zero, Paolo Conte, Francesco De Gregori, Milo Manara, Adriano Celentano. Persone con cui ho condiviso 40 anni di vita. Mina è un’altra persona cara, ho curato la raccolta di dvd sui suoi anni alla Rai».
Chi è il cronista, come ti definisci orgogliosamente?
«È un cercatore di storie, gli artisti hanno tante qualità da far conoscere. Come cronisti abbiamo il compito di trovare persone che riescono ad allargare il nostro sguardo sulla vita. Per me le opere d’arte non sono accessorie, ma sostanza. Se non avessi letto certi libri, visto certi film, ascoltato certe canzoni non sarei quello che sono oggi. A 71 anni ho ancora voglia di cercare e Mister Parkinson e Signora Cecità mi aiutano a farlo».
In che modo?
«Mi danno la voglia di capire ciò che mi sta succedendo, mi spronano a cercare l’essenza della vita. Quando hai due compagni così senti tutto in modo diverso, dai profumi dei fiori al canto degli uccelli. Il sapore del creato. A volte ci si sente abbandonati, altre volte si è contenti di sperimentare ciò che ci regala l’avventura umana».
Perché ti piace fare le interviste?
«Vinicius de Moraes diceva: “La vita, amico, è l’arte dell’incontro”. Così ho capito che durante le interviste la cosa più importante è ascoltare. Non ho mai usato le domande per esaltare il mio narcisismo e mostrarmi più colto di chi mi risponde. Solo così puoi trasmettere le informazioni e le emozioni di quell’incontro».
Ci vuole curiosità per le persone, per il mistero dell’uomo.
«Una volta Fellini mi disse che era la curiosità a farlo alzare la mattina. La curiosità alimenta la nostra vita. In particolare, le cose che ami, quelle che la condensano meglio. Come l’arte».
Ciò che conta è lo stupore?
«La vita ci sorprende continuamente. Viviamo momenti di dolore, di allegria, di solidarietà, di generosità. E tutto è concentrato in queste quattro lettere. Per spiegare la vita ci vorrebbe una biblioteca sconfinata. Ma anche se ci avviciniamo alla sua realtà non riusciamo ad afferrarla perché è irriducibile a una formula matematica».
Qual è l’incontro che ti ha dato di più?
«Quello con Federico Fellini. Quando uscivi con lui non sapevi mai a che ora saresti tornato a casa, ma sapevi che ci saresti tornato meglio di come eri uscito. Con la mia Uno rossa, di notte, ci perdevamo per Roma. Spesso voleva passare per piazza San Pietro, vedere il colonnato, assaporare la spiritualità che emanavano quei luoghi. Andavamo al ristorante a mangiare cibi semplici, ma lui riusciva a farti percepire la solita cosa in modo nuovo. “L’unico vero realista è il visionario”, diceva. Oppure, citando Leopardi: “Nulla si sa, tutto si immagina”. Me lo disse quand’ero vedente e ora questa frase continua a echeggiare nella mia testa».
Cos’hai pensato quando da bambino hai appreso che saresti diventato cieco?
«Sono felice di averlo saputo a 8 anni. Mia mamma si era accorta che dall’occhio sinistro non vedevo. Mi portarono da un oculista a Locri e dopo la visita mi pregarono di uscire dalla stanza. Ma la porta rimase socchiusa e gli sentii dire che sarei diventato cieco. Tornando a casa non ho cercato di capire cosa volesse dire, ma se coprivo l’occhio destro con la mano, non vedevo più nulla. Un oculista di Messina che mi visitava ogni sei mesi mi tranquillizzò: se avverrà, sarà da adulto, ma potrebbe anche non avvenire. Invece, è avvenuto».
Come ti sei preparato?
«Cercando di memorizzare quello che vedevo. Camminando, localizzavo la posizione delle pietre. Quando andavo al Festival di Cannes o alla Mostra di Venezia imparavo i percorsi a memoria. Avrei già potuto muovermi a occhi chiusi. Imparavo anche i libri e i fumetti che leggevo. Una volta chiesi ad Andrea Camilleri, anche lui colpito dal glaucoma, se esisteva l’arte di non vedere. Mi disse: “Vincenzino, non dimenticare mai la tavolozza dei colori che hai nella testa”. E mi raccontò che di notte faceva un esercizio particolare, proiettando mentalmente i quadri e le scene dei film che aveva amato, e che gli apparivano più vividi di come li aveva visti la prima volta: “Con il cervello, puoi trasformare il buio in un grande schermo”. Come in un fumetto».
Che cosa ti aiuta a non perdere la serenità?
«Ci sono persone che sono entrate in depressione. Io non ne ho mai sofferto, ho accettato questi due malanni che mi sono capitati. Ho la fortuna di avere un carattere paziente e ironico. Poi ci sono Rosa Maria, mia moglie, e Caterina, mia figlia, che mi accompagnano con pazienza e dolcezza».
Oltre a godere della loro vista, che cosa ti manca in particolare?
«Scrivere e disegnare a mano su fogli di carta. Non ho mai usato la tecnologia, pur essendo stato il primo giornalista Rai con un sito dedicato. Mi manca scarabocchiare sulla carta, le frasi che cancelli tornano buone per quello che scriverai dopo. Anche durante i collegamenti con il tg mi aiutavo con appunti su foglietti. E mi piaceva colorare…».
Sottolinei spesso che attingi al bicchiere mezzo pieno: che liquido contiene?
«Contiene il sostegno della mia famiglia e anche della fede. Sono credente. È un fatto intimo, personale. Considero la Bibbia un libro fondamentale e la figura di Gesù una fonte permanente di speranza».
Hai l’abitudine di pregare?
«Prego non per necessità o per chiedere qualcosa che vorrei mi accadesse. Ma per coltivare una dimensione spirituale che il tempo in cui viviamo ci induce a trascurare».
Ti aiuta a convivere con la tua condizione?
«Non c’è dubbio. Quassù, fino a qualche anno fa, c’era don Tarcisio, un sacerdote di grande delicatezza umana, con il quale facevo lunghe chiacchierate. Erano come momenti di preghiera. Sempre qui vicino c’è il santuario di Lantana, davanti a una vallata meravigliosa. Adesso, ogni tanto mi faccio accompagnare e con il trucco di imparare i paesaggi a memoria, rivedo tutto e mi viene voglia di pregare. E poi c’è un’altra cosa che mi piace. Giovannino Guareschi e il suo Peppone e don Camillo. Quel dialogo con Cristo in croce mi ha sempre affascinato. A volte leggevo qualche pagina del Breviario di don Camillo, pubblicato dalla Rizzoli».
La frase di Fellini sulla visionarietà del realista mi ha ricordato quello che dice la volpe nel Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry: «Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi».
«C’è qualcosa di molto vero, l’essenziale passa dal cuore e lo fa pulsare. Quando ero ragazzo e muovevo i primi passi, Celentano cantava Pregherò, la prima canzone che parla di una persona cieca: “Non devi odiare il sole perché tu non puoi vederlo, ma c’è”. Poi in Santa Lucia De Gregori canta “per tutti quelli che hanno occhi e un cuore che non basta agli occhi”».
Vuoi dire qualcosa, per finire?
«Sì. Mi diverte Mr. Magoo, un personaggio dei cartoni animati che non vede nulla eppure riesce a superare seraficamente situazioni complicatissime. Mi ha fatto capire che si può contemplare il bello anche da ciechi».

 

Il Timone, Luglio-Agosto 2024

«Assurda la cacciata di Spacey, reciterei con lui»

Buongiorno Carlo Verdone, cominciamo dalla buona notizia: come si sta con due anche nuove di titanio?

Mi sembra d’essere ringiovanito di trent’anni. Ricominciare a fare movimenti che avevi dimenticato è come guadagnare un pezzo di vita.

La notizia cattiva è che i cinema ancora non aprono.

E il fatto è fonte di grande apprensione e tristezza. Tutti noi del settore temiamo che il pubblico cambi atteggiamento. Le persone di mezza età che amavano la sala resteranno spettatori, ma i giovanissimi che già prima la frequentavano poco si abitueranno sempre più al display?

Si vive una volta sola, il suo ultimo film, aspetta da un anno.

Per amore della visione in sala io, il produttore e il distributore stiamo temporeggiando, ma è un ultimo tentativo. Se i cinema non riapriranno presto non potremo fermare l’uscita in piattaforma perché altrimenti il film invecchia.

Qualcuno ha già fatto questa scelta.

Lo credo bene, non tutti hanno la forza economica per resistere come Aurelio De Laurentiis e Vision distribution.

Lei accetta docile o un po’ s’incazza?

Credo che prima o poi arriverà il via libera degli esperti al 40% di spettatori. A meno che le nuove varianti del virus non complichino ancora la situazione.

Lei è un rigorista o un vitalista?

Una parte di me è rigorosa e molto ubbidiente. Un’altra parte vuole vivere, vedere, stupirsi, emozionarsi.

Con la sua esperienza in materia di salute, che cosa suggerirebbe per contrastare la pandemia?

Non ho idee in più, suggerirei di attenersi alle prescrizioni. Quest’anno ha visto traccia dell’influenza? No, perché abbiamo portato le mascherine. Nessuno tra le persone che conosco l’ha avuta, mentre cinque miei amici sono morti di Covid.

Il suggerimento è maggior disciplina e uso delle mascherine?

Appena viene proclamata la zona gialla le strade dello shopping si riempiono. Capisco la gioia dei negozianti, ma credo che ci vorrebbero più responsabilità e autocontrollo. Maggior disciplina significa meno morti. Ricordiamoci anche degli anziani, che sono una categoria fondamentale per la formazione dei giovani e per la memoria storica di una società.

Aspetta con ansia il vaccino?

Certo. Come arriva me lo faccio. Un’ora fa mi hanno avvertito della morte di un’altra mia amica.

Ha paura della morte?

No. Ho paura solo del dolore che posso lasciare nella mia famiglia e nelle persone alle quali voglio molto bene quando non ci sarò più.

I suoi figli?

Non ne parliamo, quando si affronta l’argomento si incupiscono e cambiano stanza. Il brutto della morte è vederla arrivare. Per noi è un interruttore che si spegne. Poi se uno è cattolico può trovare conforto e forza in qualche modo nella fede. Non ci sono alternative.

Lei è credente?

Certo. E lo sto diventando sempre di più negli anni. Non per paura, ma perché è un percorso lungo e complicato. La fede si trova, si perde, si ritrova. Mi ha dato ragione anche il Papa quando gli ho parlato.

Mi ha detto che i veri credenti sono quelli che la perdono, ma continuano a camminare in salita e poi magari la ritrovano con più forza. Mi ha detto di dubitare dei cattolici di professione.

Dopo La casa sopra i portici, dedicato all’abitazione paterna, Carlo Verdone torna in libreria con La carezza della memoria (Bompiani), sorta di viaggio nel passato sulla scorta del ricco baule di fotografie da riordinare che ci svela il lato malinconico del più poliedrico attore brillante italiano.

Perché l’ha intitolato La carezza della memoria?

Perché provo sollievo nel ricordo, pure in quelli dolenti. E anche nella nostalgia.

Cosa vuol dire quando scrive: «Sono un uomo che ha vissuto nello stupore continuo»?

Mio padre, grande educatore, mi ha educato allo stupore, al gusto del bello.

È questo stupore che le permette di raccontarsi liberamente?

Penso di sì, non ho ancora il cuore indurito. Spero di continuare a stupirmi come mio padre fino a 90 anni. Lo stupore deriva dalla curiosità, dalla voglia di stare con gli altri, di amare la gente.

Come mai uno che ha avuto il suo successo è ancora attraversato da trepidazioni e paure?

La cosa giusta l’ha detta mio fratello: «Hai scritto un libro di grande umiltà». Se si legge con attenzione ci si accorge che il protagonista non sono io, ma gli altri.

Cosa vuol dire essere un «pedinatore di italiani»?

Essere curioso delle persone. Riuscire a scovare, anche in quelle apparentemente più grigie, un dettaglio che le rende involontariamente comiche.

Il ritratto di Maria F. ha accenni poetici.

È stata una storia breve, struggente e impossibile. Era una prostituta. Nella mia vita non ho pianto molto e questo è un guaio. Quando ho scritto il suo capitolo ho dovuto nascondere la commozione anche a mio figlio.

La stupisce che Bruno Gambarotta, storico comico e dirigente Rai di Torino, e una terrorista abbiano indovinato il suo futuro di successo?

È una coincidenza sorprendente. Quella donna che incontrai sul treno e che mi fissava con occhi intelligenti raccontò pochissimo di lei. Io ero un perfetto sconosciuto. Quando scendemmo a Torino all’una e mezza di notte, mi disse: «Tu ce la farai». In seguito scoprii dai giornali che faceva parte di una banda armata. Chissà cosa aveva visto.

La stessa cosa che vide Gambarotta?

Avevo partecipato alla seconda stagione di Non stop, il programma fucina di comici del grande Enzo Trapani. Gambarotta mi convocò nel suo ufficio: «La prossima volta che verrai a Torino sarà in Mercedes». Non male come profezia.

Si è rivelata azzeccata.

Come mai, pur essendo popolato di gente coatta e bische, questo libro è venato di malinconia?

È la mia anima, c’è poco da fare. Qualcuno confonde la malinconia con la depressione, ma non c’entra niente. È una tonalità totalmente diversa, come si vede già in Un sacco bello e Bianco rosso e Verdone. Meno male che ho questa malinconia, altrimenti farei film vuoti.

Un altro personaggio straordinario è Zdenek Digrin che, senza essere un fotografo, è stato suo maestro di fotografia?

Non direi.

Le disse di non fare fotografie «per soddisfare chi le vedrà. Sennò farà solo cartoline. Segua i suoi colori, le atmosfere della sua anima».

Era un grande intellettuale che incontrai nella Praga degli anni Settanta, un grande studioso di commedia dell’arte italiana e del teatro di Carlo Goldoni. Un uomo mite, di un candore assoluto, alto e con due occhiali da miope grossi così. Ma siccome aveva scritto qualcosa che non andava bene al regime, ha fatto tutta la vita il portiere di notte.

Qual è stato l’incontro che ha segnato maggiormente la sua carriera artistica?

Forse sono due. Il primo è stato Federico Fellini, che veniva spesso a cena a casa nostra. All’epoca seguivo le rassegne underground e le monografie dei cineclub. Quando lo ascoltavo dialogare con mio padre o rispondere a qualche mia timida domanda sui suoi primi film mi affascinava la mente del regista. Così continuai a frequentare assiduamente i cineclub.

Il secondo maestro?

È stato Sergio Leone. Fu lui a impormi di scrivere e dirigere Un sacco bello e Bianco rosso e Verdone oltre a interpretarli. Sosteneva che nessun altro regista avrebbe potuto tradurre sullo schermo la mia comicità come avrei saputo farlo io. Leone fu più che un angelo custode, un demiurgo. Per sei mesi, prima di Un sacco bello mi teneva a casa sua dalle 10 di mattina alle 4 di notte per farmi lezioni di regia. Avevo pensato anche di trasferirmi in una delle sue dependance, non lo feci perché ero sposato da poco.

A parte Roma, dove le piacerebbe vivere?

A Torino. Negli anni Settanta era grigia, un posto di solitudini. Oggi ha un fermento e una grazia nuova. Anche Siena, la città di mio padre, mi piace. Una città medievale, con strade strette e angoli scuri. Sono città nelle quali mi trovo a mio agio, anche se non sono esattamente radiose.

Mi regala un pensiero sulla politica italiana?

Diversi anni fa a una cena da un amico chirurgo ebbi modo di conoscere Mario Draghi, allora al ministero del Tesoro. Mi fece subito l’impressione di una persona per bene. Una persona umile nonostante il curriculum. Quando mi capita di incontrarlo a Città della Pieve, constato che la semplicità si abbina alla preparazione. Non a caso ha frequentato la scuola dei gesuiti.

Ne parla come di un esempio assoluto.

Credo lo sia. Non ha interessi personali ed è colto. All’estero, durante la crisi, si mettevano le mani nei capelli. Lui è credibile. I politici italiani devono essere preparati, per questo bisogna amare gli studi. Vorrei una classe politica che non pensasse alle poltrone e fosse di esempio per la gente, che altrimenti può diventare indisciplinata, volgare, violenta.

L’ultimo libro che ha letto?

Conversazioni di Jorge Louis Borges. Sono lunghe interviste fatte per la radio argentina. Con Borges si spazia dalla letteratura antica a quella moderna alla poesia.

L’ultima scoperta musicale?

Ho scoperto Mark Lanegan, un cantante maledetto, un po’ funereo, ma con una bella energia e bei testi. E sto rivalutando Lana Del Rey, che ha un bravo arrangiatore e scrive testi complessi e intelligenti.

A che punto è la serie per Amazon prime?

Abbiamo finito la sceneggiatura e in maggio inizieremo a girare.

È una storia autobiografica?

Ci sono cose della mia vita quotidiana, qualche amicizia, qualche fisima. È una commedia brillante in dieci episodi.

Il nome di un attore con cui le piacerebbe lavorare?

Kevin Spacey. Trovo incredibile che un attore gigantesco come lui, a causa del bigottismo che l’ha colpito sia ai margini. Basterebbe leggere Hollywood babilonia per accorgersi che tanti hanno fatto le cose più turpi. Noi, che siamo un paese cattolico, abbiamo santificato Pasolini. Spacey faccia il suo percorso di pentimento e riabilitazione, ma non può finire nell’oblio.

Il politicamente corretto non ammette eccezioni.

E bisognerebbe piantarla. Le basi del politicamente corretto sono giuste. Ma non lo sono più quando diventano qualcosa di dogmatico, un’ipocrisia unica, un’aberrazione.

Che cosa fa ridere oggi Carlo Verdone?

Bella domanda. Non c’è molto da ridere… I mitomani, i megalomani sono sempre divertenti. L’altro giorno ero in fila con la mascherina in una di quelle drogherie chic… Spunta un tizio senza mascherina, salta la coda e inizia a sbraitare: «Credete ancora a ’ste cazzate… No ’o capite ch’è ’n complotto? Che ce stanno a perculà…». Risultato: ce ne siamo andati tutti, lui ha indossato la mascherina ed è entrato bello tranquillo. A volte genialità e cafoneria vanno in coppia.

 

Panorama, 17 febbraio 2021

 

 

«Ingigantire il pericolo causa visioni paranoiche»

Una paginetta esplosiva. Che potrebbe intitolarsi «La fede al tempo del Covid». E invece è la lettera che un paio di giorni fa monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, ha inviato ai sacerdoti della diocesi per esortarli ad accompagnare i fedeli «a vivere con prudenza, ma anche con serenità, fiducia in Dio e capacità di relazioni» il momento che stiamo attraversando. Parole che nascono da un allarme diverso da quello che troviamo tutti i giorni nei media: «Il nostro popolo può correre il rischio di entrare in una visione paranoica della realtà».

Eccellenza, che cosa intende con questa espressione così forte?

«Oggi oltre ai gravi problemi di salute e ai gravi problemi economici – penso alla perdita del posto di lavoro di decine di migliaia di persone – dobbiamo affrontare gravissimi problemi di natura psicologica. Il lockdown ha rappresentato un tempo destabilizzante. Dobbiamo perciò aiutare le persone a uscire dall’angoscia generata dall’ipotesi del ripresentarsi di una situazione già vista. Capisco che coniugare attenzione e libertà non sia facile, ma io preferisco puntare sulla maturità delle persone».

Questa lettera è stata un’iniziativa coraggiosa.

«A me sembra abbastanza ovvia, ci ho messo non più di tre minuti a scrivere queste righe. Ma dato che mi hanno risposto da tutto il mondo vuol dire che è importante. Anche il passaparola di tanti amici sparsi in diversi paesi e legati alla diocesi, alla Fraternità San Carlo e al movimento di Cl ha contribuito a questo volano di trasmissione. La grande quantità di ringraziamenti è il segno che le persone hanno bisogno di essere sostenute nella loro fede e speranza. C’è una sete che non trova correnti d’acqua capaci di appagarla».

Perché ha deciso di scrivere ai suoi sacerdoti?

«Perché vedo, non solo in loro ma in tanta parte del popolo, un’ansia esagerata. Non perché non ci siano motivi di preoccupazione. Ma perché le persone devono essere sempre mosse da qualcosa di più grande. Per i cristiani è la fede. La fede ci insegna che Dio non abbandona mai il suo popolo. Lo accompagna e guida, insegnandogli a vivere le circostanze del presente».

Come spiega il fatto che un documento pastorale sia diventato virale nei siti e nelle chat dei fedeli?

«Perché i fedeli hanno sete di parole incoraggianti. Invece sono troppo sottoposti a una pioggia di parole deprimenti, per giunta in contrasto tra loro».

Lei parla di «crescita di allarme e incertezza, favorita anche dai mass media e dalle insicurezze della politica». È critico nei confronti della visione corrente?

«Nei giornali, che pure svolgono un servizio fondamentale che non voglio dimenticare, vedo un accento eccessivamente apocalittico. E così anche negli annunci che vengono dalla politica: non vedo la capacità di infondere coraggio insieme alle indicazioni di prudenza».

Dice che la paranoia è una visione «distaccata dalle vere dimensioni del pericolo»: non teme l’accusa di negazionismo?

«No, il pericolo ce l’ho davanti ai miei occhi con molta chiarezza. Alcuni miei amici sono morti e molti sono passati attraverso la durissima prova del Covid. Ma non è ingigantendo il pericolo che si danno alle persone le armi per affrontarlo».

Non pensa che l’allarme diffuso dalle autorità e dai media sia giustificato dai dati dei bollettini sanitari quotidiani?

«Penso che dobbiamo mantenere dei comportamenti prudenti. Non a caso in conclusione della mia lettera sottolineo che non dobbiamo “demordere da tutte le attenzioni dovute, come la mascherina, l’igiene delle mani e il distanziamento” pur continuando a vivere».

Parla di «timori esagerati» che possono corrodere «la salute mentale ed emotiva». Ha già trovato tracce di questa corrosione?

«Purtroppo ne ho trovate molte. Soprattutto nelle relazioni difficili che la anormalità dei rapporti ha fatto esplodere».

Situazioni di depressione?

«Depressione, sì; anche stati d’ansia e una diminuita lucidità nella lettura degli avvenimenti».

Cosa vuol dire scrivendo che «le ragioni della vita sono le ragioni della fede»?

«Voglio dire questo: qual è l’antidoto alla paura? Molti risponderebbero il coraggio ma, come diceva giustamente don Abbondio, il coraggio non ce lo si può dare. Dalla paura non si esce con le proprie forze. Occorre riconoscere che c’è qualcuno che ci prende per mano e ci insegna come attraversare il buio verso la luce. Nei Promessi sposi, quando Renzo nel lazzaretto cerca Lucia, a un certo punto sente questa voce: “Abbiam passato ben altro che un temporale. Chi ci ha custodite finora ci custodirà anche in avanti”. È il senso della mia frase».

Molti osservano che è normale che in una situazione così le parole degli scienziati contino più di prima, mentre altri lamentano che la scienza stia diventando una nuova religione: chi ha ragione?

«Innanzitutto, devo ringraziare quegli scienziati che in questi mesi, ma anche nel tempo passato, hanno lavorato per aiutarci nei problemi più gravi relativi alla nostra salute. A questo ringraziamento però devo aggiungere che nell’ultimo anno abbiamo assistito a una discordanza molto profonda tra loro. Questo non sarebbe un male, è naturale che sia così perché la scienza non è un dogma. Purtroppo, però, ho sentito alcuni scienziati parlare come se stessero rivelando dei dogmi».

La salute rischia di diventare un nuovo idolo?

«Rischia di essere un nuovo idolo perché non si crede più alla vita oltre la morte. Se tutto finisce con la morte, la salute diventa una divinità».

Qualcosa di inscalfibile.

«Eppure l’esperienza della morte sta davanti a ognuno di noi come un evento ineludibile di fronte al quale è ragionevole cercare un aiuto che ci permetta di viverla non come un evento definitivo».

Nei giornali si parla molto di etica civile e nei decreti governativi si chiede ai cittadini di essere virtuosi. C’è anche una nuova ondata di moralismo oltre a quella del virus?

«Certamente. L’etica civile regge soltanto quando si riconoscono le ragioni della fraternità. Altrimenti l’invito cade nel vuoto. Il moralismo è una morale senza adeguate radici e noi, oggi, più che a una pioggia di moralismo, assistiamo a un uragano».

Si parla troppo dei malati di Covid e poco delle altre situazioni di sofferenza?

«Il Covid ha oscurato altre patologie, anche comprensibilmente. Dobbiamo tenere aperto il nostro sguardo perché purtroppo ci sono tantissime situazioni di sofferenza altrettanto gravi e meritevoli di attenzione».

La categoria che ha pagato il prezzo più alto sono gli anziani?

«Siamo immersi in una visione funzionalistica dell’esistenza. Davanti alle persone ci chiediamo quali servizi possono rendere. Questo porta al radicarsi della cultura che papa Francesco ha chiamato “dello scarto”. L’anziano viene visto come colui che può occupare indebitamente un posto in ospedale. È una cultura eutanasica, che mostra quanto si sia smarrito il valore della persona nella sua debolezza».

Scrive che «non possiamo permetterci che l’unico criterio sia chiudersi in casa»: virologi e medici disapproveranno questo documento.

«Che però non vuol essere in contrasto con ciò che in futuro si potrà decidere. Al contrario, è un invito rivolto agli scienziati perché tengano presente che nella sanità della persona va considerata la necessità delle relazioni».

Nel finale sottolinea che «le nostre chiese sono luoghi sicuri sia per la preghiera liturgica che per eventuali incontri». È una sottolineatura a scopo preventivo?

«In queste settimane ripeto una battuta: se non vuoi prendere il Covid vieni in chiesa. Abbiamo messo in atto misure di sicurezza sconosciute a tanti altri ambienti. Vorrei che questo fosse considerato e tenuto presente anche per il futuro».

Come ha vissuto l’interruzione delle celebrazioni durante il primo periodo di confinamento?

«Male. Non poter celebrare col popolo è certamente una grande prova. Questo non vuol dire che la mia fede sia stata scossa. Ogni giorno celebravo per tutti e portavo tutto il mio popolo in ogni santa messa. Nello stesso tempo non ho approvato chi diceva: “Sono così belle le messe in streaming, continuiamo così”. La fisicità fa parte dell’evento cristiano perché il Verbo si è fatto carne. La comunità cristiana non è semplicemente una comunione spirituale, ma passa anche attraverso rapporti carnali».

Dopo la preghiera di papa Francesco nella piazza San Pietro deserta del 27 marzo scorso la voce della Chiesa si è fatta un po’ troppo flebile e si è omologata alla narrazione corrente?

«Penso che chi ha responsabilità nella Chiesa abbia non solo il diritto, ma anche il dovere di far sentire la sua voce per guidare le persone a lui affidate. In una recente lettera ad Avvenire mi sono chiesto come mai tanti hanno la percezione che i vescovi non parlano. Penso che tutti dobbiamo aiutarci a trasmettere attraverso la cultura la nostra fede».

Martedì c’è stata la preghiera per la Pace alla presenza del Papa intitolata «Nessuno si salva da solo». Direi perché a salvarci è Cristo. Nella Chiesa di oggi prevale la dimensione orizzontale su quella verticale?

«Da decenni parliamo di secolarismo. È certamente uno dei mali più gravi della vita della Chiesa oggi. Nessuno si salva da solo è un’espressione che ha due significati strettamente congiunti: nessuno si salva senza l’aiuto di Dio e nessuno si salva senza gli altri».

Si tende a parlare solo del secondo significato?

«Sì, è vero. Però è fondamentale perché Dio non salva la persona sola, ma sempre all’interno di un popolo, inserendoci nel Corpo di Cristo che è la Chiesa. Questo ci allontana dalle due tentazioni dell’individualismo e dello spiritualismo».

 

La Verità, 22 ottobre 2020

«La gente torna a pregare, nascerà un nuovo mondo»

Buongiorno padre Livio Fanzaga. Com’è il coronavirus visto da Radio Maria?

«È un richiamo all’umiltà e alla preghiera. Ma anche alla fraternità e allo spirito di famiglia. Gli italiani si sentono più uniti da quando è scoppiata questa calamità».

Qual è il primo sentimento che ha pensando a questa emergenza?

«La fragilità dell’uomo e del mondo che sta costruendo. Da tempo non avevamo avuto a che fare con epidemie devastanti e ci eravamo illusi di essere al sicuro. È stato un brusco risveglio e abbiamo fatto fatica a prenderne atto. Pensavamo che fosse una catastrofe riservata alla Cina e invece ce la siamo ritrovata in casa. Anche adesso non abbiamo ancora compreso che non possiamo più vivere come prima».

Ripensando alla sua vita, le è mai capitato un momento paragonabile a questo?

«In qualche modo, la guerra in Bosnia Erzegovina che si è abbattuta come un uragano sui pellegrini che si recavano a Medjugorje. Nessuno se l’aspettava, nonostante i richiami della Madonna. Fu un’esperienza terribile di morte e devastazione. Ho rischiato la vita in più di una occasione. Ci sono stati 400.000 morti su una popolazione di due milioni di abitanti».

Battagliero sacerdote bergamasco vicino agli ottanta, dopo la laurea in filosofia in Cattolica ai tempi di Mario Capanna, nel 1970 padre Livio andò in missione a Podor, nel Senegal. Rientrato in Italia a causa di una tubercolosi, divenne parroco a Milano. Da quando, nel 1985, andò in pellegrinaggio a Medjugorje è diventato un appassionato sostenitore delle apparizioni mariane. Sotto la sua direzione Radio Maria è entrata a far parte di un network con 78 emittenti in 50 Paesi. In Italia ha mediamente 1,5 milioni di ascoltatori giornalieri.

Lei pensa che questa pandemia sia un castigo di Dio?

«È meglio dire che si tratta di un richiamo paterno. La parola castigo rischia di essere fraintesa dalla gente. Bisognerebbe prima spiegare, che i “castighi” di Dio sono medicine amare ma a fin di bene».

Quarantena o quaresima?

«Quaresima, perché è un invito alla penitenza e alla conversione. Forse non è un caso che tanti sacrifici ci siano stati richiesti proprio all’inizio della quaresima. Credo che mai, dalla fine della Seconda guerra, si sia vissuta una quaresima così tribolata».

Qual è stata la reazione dei suoi ascoltatori?

«Hanno reagito alla paura iniziale con l’aiuto della fede. In questi frangenti ci si rende conto che la fede è una forza che aiuta le persone, anche quelle più fragili. È impressionante come si siano risvegliate devozioni secolari, non solo ai cuori di Gesù e di Maria, ma anche ai santi, in particolare a quelli che hanno compiuto miracoli in tempi di calamità».

Crede che questa situazione potrà avvicinare le persone alla fede, come dicono gli studiosi?

«Certamente molta gente ha ricominciato a pregare. La sofferenza e la morte hanno visitato molte famiglie. La solitudine e il silenzio hanno creato le condizioni per riflettere sul senso della vita. Gli interrogativi rimossi sono riemersi. Chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Per noi sacerdoti è una opportunità pastorale da non perdere per radicare la fede nella vita delle persone. Molto dipenderà da noi perché il ravvicinamento sia duraturo».

Avvicinarsi nel momento della sofferenza è espressione di una fede millenaristica?

«Direi un po’ opportunistica. Molti si ricordano di Dio solo quando serve. In ogni caso la tradizione cattolica del nostro popolo ha radici vaste e profonde e viene a galla nelle emergenze».

Avete registrato anche un aumento degli ascolti?

«Sì, un aumento notevole in radio e sui nostri social. La gente vuole capire e condividere. È molto importante illuminare il futuro con le parole della speranza. A Radio Maria si sono avuti picchi impressionanti di ascolto ogni volta che c’era il messaggio della Regina della pace».

Che cosa emerge dalle mail, dalle telefonate che riceve?

«La gente pensa che il mondo debba cambiare e che così non si possa andare avanti. L’incredulità e l’immoralità dilagano, la famiglia è sotto attacco, l’infanzia è violata, i giovani sono allo sbando, il futuro è sempre più incerto. L’epidemia è certamente una minaccia, ma non pochi la vedono anche come un’opportunità per riflettere e cambiare strada».

Che cosa la fa pensare vedere la sepoltura senza funerali e le persone che muoiono sole?

«Penso all’infelicità di chi non crede in Dio e crede che con la morte finisca tutto. Avevamo nascosto la morte come se il morire non appartenesse alla vita. Ci siamo costruiti delle immortalità fasulle. Adesso quelle bare di bergamaschi caricate sui camion militari ci hanno messo davanti la terribile tragedia della vita quando non è illuminata dalla fede. Solo la preghiera ti dà la forza di sopportare la distanza che ti separa da una persona che ami e che sta morendo nella solitudine e nell’abbandono».

Pensa che questa epidemia possa mettere in discussione alcuni processi della globalizzazione?

«La globalizzazione non è solo un progetto politico, economico e finanziario, ma è il tentativo di costruire, anzi di imporre, un mondo senza Dio, una torre di Babele che cadrà. Questo d’altra parte è il messaggio fondamentale di Medjugorje. La Madonna fin dall’inizio ha ammonito che questo tentativo sarebbe naufragato».

Pensa che possa far riflettere l’uomo sulle sue ambizioni?

«Dovrebbe, ma le élite che vogliono sostituire Dio con l’uomo non demorderanno. Tutto il potere sembrava nelle loro mani, ma è bastato un virus per metterlo in discussione.  Molti pensano e sperano che la crisi sarà superata e già si preparano al prossimo boom gigantesco. Personalmente ritengo che sia incominciata una svolta radicale e che il mondo di domani sarà profondamente diverso da quello di oggi.

Sono incominciate le doglie del parto. Saranno lunghe e dolorose. Ma alla fine nascerà il nuovo mondo della pace che la Madonna ci ha promesso».

Imperversano i guru da quarantena.

«Siamo inondati da una marea di parole. Abbiamo qui con noi, da oltre 38 anni, la Regina della pace che ci conforta e ci guida, ma pochi la prendono in considerazione. Eppure da tempo ci aveva ammonito che sarebbero arrivate le prove e che noi non saremmo stati preparati».

Il 18 marzo scorso, apparendo alla veggente Mirjana, la Madonna ha annunciato che non apparirà più ogni mese come finora, ma solo una volta l’anno, appunto il 18 di marzo. Che cosa significa questo fatto?

«È una decisione che indica una nuova fase del piano di Maria e l’avvicinarsi del tempo dei segreti, dei quali Mirjana stessa è depositaria. Nel frattempo però tre veggenti, Marija, Ivan e Vicka, hanno ancora le apparizioni quotidiane e ad essi la Madonna dà i messaggi, in particolare a Marija ogni 25 del mese».

Tornando ai guru da quarantena, non crede colgano un desiderio reale? Di quali parole ha bisogno l’uomo spaventato di questi giorni?

«La gente è spaventata perché sa che può morire da un momento all’altro. Ha bisogno di sapere che Dio c’è e che la preghiera fa miracoli. Ha bisogno di sentire che dopo questa vita c’è l’eternità. Ha bisogno di vedere dei testimoni e soprattutto dei pastori che abbiano a cuore la salvezza delle anime».

Che cosa pensa del fatto che sono state impedite le messe anche nei giorni feriali?

«Penso che, se si può andare al supermercato, si può andare anche a messa, con le dovute precauzioni, come accade in qualche diocesi della Spagna. La decisione di chiudere le chiese durante la santa messa è stata un boccone amaro. Il pensiero di molti è andato alle parole di Gesù, che la Chiesa legge all’inizio della Quaresima: “Non di solo pane vive l’uomo”».

Papa Francesco prima ha accettato la chiusura delle chiese, poi le ha riaperte.

«Papa Francesco ha una grande sensibilità pastorale e ha subito provveduto nella direzione auspicata dai fedeli. La santa messa che celebra al mattino e che Radio Maria diffonde in tutta Italia è molto seguita. La partecipazione dei fedeli all’Eucaristia è però un’altra cosa».

È soddisfatto della presenza delle gerarchie cattoliche?

«Mi sono arrivate delle lettere pastorali o altri interventi di vescovi che mi hanno colpito e che ho letto in radio. Mai come in questi momenti i fedeli cercano la voce dei pastori».

Le è piaciuto il pellegrinaggio di papa Francesco alla chiesa di Santa Maria Maggiore di Roma?

«Immagini che dicono più di qualsiasi discorso. Anche il silenzio a volte ha una straordinaria eloquenza».

E l’intervista concessa a Repubblica?

«L’ho letta in radio perché credo che l’intenzione del Papa fosse parlare a tutti, non solo ai lettori di Repubblica».

Le è piaciuto anche l’elogio di Fabio Fazio?

«Parliamo di cose che interessano alla gente».

Ha apprezzato il rosario indetto dai vescovi e trasmesso da Tv2000?

«La gente è felice quando può recitare il rosario insieme ai suoi pastori. Mi dispiace che si tenda a riscoprire la presenza di Maria solo quando incombono i pericoli. C’è voluto il coronavirus per far tirare fuori il rosario a quelli che l’avevano riposto nella cassapanca delle cose usate».

Come valuta il comportamento dei media cattolici?

«Il problema dei media cattolici è farsi seguire dalla gente comune. Nonostante il dispiegamento di mezzi, non fanno molti ascolti».

Con l’eccezione proprio del Rosario per l’Italia trasmesso da Tv2000.

«Non vi è dubbio che quando è il santo Padre che apre il rosario i fedeli accorrano, particolarmente in momenti come questi».

C’è un gesto nuovo che ha introdotto nelle sue giornate?

«Prego le quattro le corone del rosario ogni giorno. È una decisione che ho preso nel luglio dello scorso anno, quando la Madonna ci aveva anticipato che sarebbero arrivate le prove e che era necessario pregare giorno e notte».

Riesce a leggere qualcosa oltre i testi sacri? C’è un autore che le è più caro in questi giorni?

«Sto leggendo il Diario di Anna Frank e rivedendo The Passion di Mel Gibson».

 

La Verità, 22 marzo 2020