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«Non riusciranno a dividere Giorgia e Matteo»

Ragazza nell’associazionismo cattolico, attrice, conduttrice televisiva, un passato prossimo in Forza Italia come portavoce nazionale e parlamentare europea e un presente in Fratelli d’Italia, membro dell’esecutivo nazionale del partito più in crescita del momento. Padovana, in politica dal 1994, Elisabetta Gardini ha diverse stagioni da raccontare. Non è una che sgomita per mettersi in evidenza come tante sue colleghe, ma quando va, raramente, in tv, lascia il segno. Qualche giorno fa, ospite di Agorà su Rai 3, ha sotterrato la povera Barbara Lezzi, 5 stelle, sulla riforma della prescrizione: «Siete un movimento giustizialista, massimalista, manettaro, vorreste mettere tutta l’Italia sotto processo in eterno».

Che cosa disapprova maggiormente della riforma del ministro Alfonso Bonafede?

«Come ha scritto l’ex procuratore della Repubblica Carlo Nordio è una riforma aberrante, che stabilizza lo stato di imputato e viola diritti fondamentali come l’equo processo, la presunzione di innocenza, i tempi ragionevoli. I tempi eterni rendono ingiusta qualsiasi sentenza. L’Italia è già stata condannata più volte dall’Unione europea per la lunghezza dei processi. Sono convinta che sarà sonoramente bocciata».

Il governo cadrà o, pur di non andare a votare, troveranno un accordo?

«Come abbiamo visto eravamo su scherzi a parte. Faranno di tutto per andare avanti, ma non credo arriveranno a fine legislatura».

Ricominciamo: suo padre era pittore.

(Mostrandomi i suoi quadri sul telefonino) «È mancato sei anni fa. Presto, finché c’è mia madre, organizzerò una retrospettiva con le sue opere. Al liceo, con un tema su di lui ho preso uno dei più bei voti in italiano. Raccontavo che il nostro rapporto era conflittuale, ma attraverso i suoi quadri scoprivo un padre diverso».

Che cosa le ha lasciato?

«Un grande amore per l’essere umano e un esempio di coerenza. Diceva che chi crede in un principio non deroga. Che se lo scalfisci, il principio è destinato a scomparire. Negli anni della contestazione non era un concetto facile da accettare. Anche lui ammetteva debolezze e fragilità, ma diceva che il principio non deve essere intaccato».

È di formazione cattolica?

«Ero dell’Azione cattolica. Frequentavo le associazioni del volontariato, gli scout, Operazione Mato grosso. Stavo lontano dalla politica, negli anni Settanta non era salutare. Ho avuto compagni di classe finiti in galera. A Padova abbiamo visto Franco Freda e Giovanni Ventura, le Br, il sequestro Dozier, l’attentato alla Sinagoga. La politica faceva paura e non attraeva i giovani. Come anche adesso».

Le sardine non sarebbero d’accordo.

«Ma sono giovani? Se guardiamo l’età media di quelle piazze… Il capo ha 32 anni. In Italia lo consideriamo giovane, all’estero sono padri di famiglia».

Quasi un anno fa ha lasciato Forza Italia: che cos’ha trovato in Fratelli d’Italia?

«La casa dove ci sono i miei valori. Quelli che Forza Italia ha abbandonato, diventando un partito privo d’identità, con un leader che tenta di resistere, ma è circondato da un gruppo di persone, a cominciare da Antonio Tajani e Mara Carfagna, che poco hanno a che fare con la cultura del centrodestra. Fdi è un partito coerente, guidato da una leader come Giorgia Meloni, che interpreta al meglio la passione per l’uomo e per la famiglia che mi ha trasmesso mio padre. Poi ho trovato anche la collocazione internazionale nell’Alleanza dei conservatori e riformisti dove, fin dal 2009, speravo di portare il Pdl».

Invece?

«Vinse la linea di Tajani che volle rimanere nel Ppe. Era più utile alla sua carriera».

Da allora all’uscita da Forza Italia sono trascorsi dieci anni.

«Nel 2012 Berlusconi promise le primarie poi si ricredette. Allora Guido Crosetto, Ignazio La Russa e la Meloni s’inventarono le primarie delle idee. Io ero con loro su quel palco e in un’intervista dissi che alle primarie avrei votato per la Meloni. Già allora serviva un ricambio».

Però è rimasta con Berlusconi fino all’aprile dell’anno scorso.

«Perché credevo nel lavoro che ho portato avanti fino alla fine del mandato».

In che cosa consisteva?

«Nell’azione di riduzione del danno. Non si può imporre una legge che vada bene da Stoccolma a Lampedusa. Ogni Paese deve difendere le proprie specificità. Ci sono tanti campi in cui l’Italia può vantare delle eccellenze, dall’economia circolare alla pesca, dalla meccanica agricola all’alimentazione. Ho difeso le piccole e medie industrie e tante categorie produttive. La Brexit è stata un’occasione persa per rivedere il sistema dell’Unione rispetto al quale tanti Paesi iniziavano a mostrare insofferenza. Ma la Francia e la Germania si sono chiuse a riccio per non ammettere di aver sbagliato».

Come spiega la crescita di consensi del suo partito?

«Il declino di Forza Italia ha creato uno spazio e il lavoro di Giorgia Meloni, Crosetto e La Russa ha attratto tanti elettori critici verso gli eccessi della globalizzazione e l’invadenza delle religioni laiche in conflitto con la natura dell’uomo».

Per esempio?

«La formula genitore 1 e genitore 2 è quello più lampante. Oppure la religione ambientalista. Tutti vogliamo proteggere il pianeta, ma da questo a fare dell’ambientalismo una nuova religione ne passa. Ora l’essere umano è diventato il pidocchio della terra. Un altro esempio è il diritto a emigrare. Credo che il primo diritto sia stare bene dove si è nati. I cosiddetti nuovi diritti sono tutti imposti dall’alto».

Dov’è la differenza?

«I moderati e i conservatori difendono i principi del 1948, i progressisti hanno una concezione contrattualistica. E, guarda caso, quelli che propugnano sono diritti di morte o negativi: il diritto all’aborto, all’eutanasia, al suicidio assistito, il diritto a emigrare».

Anche il diritto all’adozione delle coppie gay attraverso l’utero in affitto è negativo?

«È un diritto per pochi privilegiati, a scapito del più debole, cioè il bambino. Sono pratiche di sfruttamento delle donne più povere, il cui corpo viene bombardato di ormoni per vendere gli ovuli o avviare le gravidanze. Non a caso i movimenti femministi americani che non sono di sinistra continuano a denunciarle. Ci sono studi, pubblicazioni, documenti, ma l’informazione mainstream li censura in modo che sembri che tutto il mondo femminile è favorevole all’utero in affitto».

Come spiega la crescita di popolarità di Giorgia Meloni?

«È brava. Se la ascolti le riconosci passione politica, competenza e coerenza. E tutto questo, nonostante sia donna. Checché se ne dica, in politica è ancora penalizzante».

Anche nel suo caso?

«È un’eccezione. Ci sono ministre, presidenti della Camera, ma i leader di partito sono sempre uomini. Giorgia Meloni è lontana dai vezzi della casta. Nel 2006 era già vicepresidente della Camera e l’ho sempre vista girare con la sua automobilina, senza scorta, accompagnata da qualche militante».

Perché da qualche tempo la grande stampa la elogia?

«Per seminare zizzania nel centrodestra».

Per creare una rivalità tra lei e Salvini?

«Sì, ma è una trappola nella quale non mi pare stiano cadendo. Bastava vedere il loro tweet insieme e sorridenti di qualche giorno fa, con i commenti dei militanti leghisti e di Fdi entusiasti della coppia. Un sondaggio dice che l’80% dei leghisti come seconda opzione voterebbe Fdi».

Giorgia Meloni, Daniela Santanchè, Isabella Rauti, lei: siete un partito a trazione femminile?

«Non direi. Siamo un partito dove ci sono donne con una propria storia e una propria visibilità che non sono frutto delle quote rosa, un’espressione mi provoca l’orticaria».

Oltre a lei, se ne sono andati Raffaele Fitto e Giovanni Toti, mentre Irene Pivetti e Alessandra Mussolini sono rientrate. Perché questo andirivieni in Forza Italia?

«Vedo più il percorso di andata che di ritorno. La Pivetti si è candidata, ma con il suo movimento, Italia madre. Alessandra è un’irrequieta, non credo sia un ritorno emblematico. Forza Italia arriva sempre seconda: dopo le Madamine torinesi, i SìTav, dopo i gilet gialli, i gilet azzurri. La maggior parte delle donne di Forza Italia sono di sinistra: la Carfagna è più attenta al Gay pride che alla famiglia, Michela Brambilla conduce battaglie animaliste estreme».

È così difficile creare un partito unico del centrodestra?

«Non mi sembra una prospettiva imminente. L’Italia è il Paese dei comuni e dei campanili, ci sono tante personalità spiccate. Il merito dei grandi leader è amalgamare le diversità in armonia. Com’era riuscito a fare Berlusconi e come ora ci fa intravedere quel tweet di Giorgia e Matteo».

Come si risolverà il contrasto sulle candidature per le elezioni in Puglia, in Campania e in Toscana?

«È un contrasto amplificato dai giornaloni che puntano a creare divisioni. Sono convinta che si troverà un accordo».

Cosa c’è di vero nei rumors che la vogliono candidata sindaco nel 2022?

«È un ritornello che ricorre da vecchia data. In politica ciò che avverrà fra 3 anni è fantascienza. Non c’è dubbio che io ami la mia città, più te ne allontani e più quando ci torni riscopri un rapporto unico e irripetibile».

È contenta che Padova sia Capitale europea del volontariato per il 2020?

«Molto. Credo sia il riconoscimento del senso di appartenenza a una comunità che in Veneto resiste e che si vede nelle eccellenze nella sanità, nell’istruzione e, appunto, nel volontariato. È una ricchezza che fa da filtro all’invadenza delle religioni laiche e che la politica deve proteggere e valorizzare, come sta accadendo in questa occasione».

Come fa una persona che milita in un partito di destra ad apprezzare il volontariato che, generalmente, guarda a sinistra?

«C’è il volontariato vero e c’è quello delle Ong che è una professione spesso pagata con stipendioni. Carola Rackete è una professionista. Gli alpini o la protezione civile devolvono gratuitamente tempo ed energie. Invece molti professionisti non agiscono per risolvere il problema, ma per perpetuarlo perché il loro lavoro arriva da lì».

 

La Verità, 16 febbraio 2020

«Berlusconi punti su Toti, Forza Italia non c’è più»

Alla fine dell’intervista Paolo Del Debbio mi regala i suoi libri di etica economica e fiscale. «Scrive parecchio», commento. «È il mio hobby, i figli sono grandi…». Toscano, 61 anni, studi filosofici e teologici, tra i fondatori di Forza Italia, Del Debbio è un intellettuale prestato alla televisione. A Rete4, in particolare, dove conduce Dritto e rovescio, talk show di politica e attualità con l’interazione del pubblico. «Le mie scuole sono state il bar di un quartiere popolare di Lucca e l’università Cattolica di Roma». Gad Lerner lo ha citato insieme a Giuseppe Cruciani, Mario Giordano, Maurizio Belpietro e Vittorio Feltri tra quelli da eliminare.

Lei è il primo della lista, una medaglia?

«Questa faccenda mi ha fatto una certa tristezza. Dopo la tristezza, però, mi ha fatto anche incazzare, perché oltre a giudicare bisognerebbe conoscere. Ha ragione Belpietro: ci sono persone che scherzano con le liste di proscrizione anche se hanno superato i 60 e negli anni Settanta finì male. Ma li capisco: per loro dev’essere un cruccio digerire il capitalismo e la borghesia essendone divenuti esponenti di spicco. Hanno dentro un vulcano che esplode contro gli altri più che contro loro stessi. Gli ci vorrebbe Sigmund Freud più che Carlo Marx: qualche seduta da un bravo psicanalista li aiuterebbe».

È in atto una guerra come in piena era berlusconiana?

«Forse questa è ancora più spietata, perché quella di allora riguardava sostanzialmente la giustizia. Oggi è rinato addirittura l’antifascismo che ricompatta tutti, a cominciare da Repubblica. Essendo in difficoltà nella ricerca di alleanze certi ambienti si dedicano alla costruzione del nemico. “Ombre nere” dopo il voto europeo è un titolo che avrebbe potuto fare un ragazzo delle scuole medie».

Il fascismo è il collante di una sinistra a corto di argomenti?

«È il collante dei nipoti dei partigiani, un fiume carsico che rispunta ogni volta che la sinistra è all’angolo. Solo per pudore non diedero del fascista a Matteo Renzi, ma sono sicuro che nei loro cenacoli lo dicevano perché faceva leggi più liberali che di sinistra».

Replicando a un sacerdote ospite di Dritto e rovescio ha detto che ha studiato teologia. Quando?

«Da ragazzo. Per la verità non ho mai smesso perché è una materia che mi piace. Sto anche lavorando a un libro che uscirà più avanti».

Argomento?

«Cosa può dire Dio a proposito del senso della vita».

La teologia?

«Tra i 16 e i 18 anni sono stato in seminario e ho avuto la fortuna di conoscere persone di grande statura intellettuale. Tutto partì da Dante Alighieri. Quando m’imbattei in una citazione cercai l’indirizzo di casa di Hans Urs von Balthasar, uno dei maggiori teologi del Novecento. Gli scrissi un biglietto e lui m’invitò ad andare a trovarlo. Pochi giorni dopo presi il treno per Basilea. Parlammo della teologia del sabato santo. Avevo 19 anni, può immaginare l’emozione. Dopo Von Balthasar ho conosciuto Yves Congar, Jean Marie Roger Tillard, Marie-Dominique Chenu (teologi francesi del Novecento ndr), studiosi che credo oggi si conoscono poco, perché mi pare che nei seminari si studia tanta sociologia e psicologia».

E il suo seminario?

«Finì perché la sera mi prendeva la malinconia. E quindi capii che forse non faceva per me e tornai in famiglia».

Viveva a Lucca?

«Sì, ma m’iscrissi in Cattolica a Roma. Siccome la mia famiglia non poteva mantenermi partecipai al concorso del collegio dell’università, arrivando primo. Tenendo una media elevata pagavo pochissimo, in più facevo il cameriere».

Dopo l’università?

«Continuai a studiare all’Istituto internazionale Jacques Maritain, sempre a Roma. Fin quando, tramite Gina Nieri, che sarebbe diventata mia moglie (direttore degli Affari istituzionali, legali e analisi strategiche di Mediaset ndr), conobbi Fedele Confalonieri: “Ha studiato tanto lei… Non so cosa farle fare, però la prendo perché abbiamo bisogno di persone che abbiano letto i libri”. Facevo la rassegna stampa con dei riassuntini che piacquero a Confalonieri, che mi fece suo assistente».

Adesso insegna allo Iulm, che ci fa su Rete4?

«Insegno dal ’99 Etica ed economia, un corso seguito da 400 ragazzi, mi hanno dato anche l’aula magna».

E Rete4?

«Per me è naturale starci. Le mie fonti sono la famiglia, il bar del quartiere, e l’università».

Il bar e l’università, il dritto e il rovescio?

«Esatto. Il modo migliore per fare televisione è saperne di più di quelli che intervisti. Poi ho un pubblico popolare ed è importante essere semplici, ma non banali».

È tra i fondatori di Forza Italia.

«Ho scritto il primo programma. Ora vedo che anche Antonio Martino, Giuliano Urbani, Pio Marconi, dicono di averlo scritto. Certo, hanno collaborato».

Scriveva anche i discorsi a Berlusconi?

«A quelli ho collaborato. Li scrivevano Gianni Baget Bozzo e Giuliano Ferrara».

Che cosa pensa del regolamento dell’Agcom a tutela di donne, migranti, gay e trans?

«Hanno trovato il modo migliore per emarginarli, creando dei ghetti. Si proteggono coloro che si ritengono fuori dalla normalità. Io continuerò a esprimere come sempre le mie opinioni. Anche perché, sopra il regolamento dell’Agcom, c’è l’articolo 21 della Costituzione e quindi penso sia incostituzionale».

Matteo Salvini è un pericolo per la democrazia?

«No e mi annoia anche l’argomento. Però non possiamo esimerci perché le anime belle di questo Paese che hanno una certa influenza lo sostengono».

Ha sbagliato a baciare il rosario?

«Io non l’avrei fatto. Dietrich Bonhoeffer (teologo luterano tedesco ndr) diceva che non bisogna crearsi un Dio tappabuchi da usare quando ci serve. Però riconosco il diritto di Salvini di estrarre il rosario. Anche perché in Italia abbiamo avuto per 40 anni un partito che si chiamava Democrazia cristiana e il cui simbolo era la croce. Quel partito ci ha lasciato un debito pubblico che è il terzo al mondo e una legislazione sulla famiglia ridicola a confronto, per esempio, di quella della laicissima Francia dove, se si hanno quattro figli, non si pagano le tasse».

Stavolta Salvini ha vinto senza bisogno delle piazze di Rete4?

«Salvini ha sempre fatto un mix di tre elementi. È presente sui social e in tv, anche perché in tv rende più di ogni altro, vedi il mio risultato di giovedì scorso (oltre il 6% di share ndr). Ma rende fisici sia i social che la tv con la presenza sul territorio».

Berlusconi che cosa ha sbagliato?

«Il problema è che non c’è più il partito. E quel poco che c’è non conta. Forza Italia ha tanti amministratori locali in gamba, ma dominano i parlamentari. È presente nei social e in tv, ma gli manca il territorio che ha sempre snobbato. E poi Berlusconi, da grande innovatore del linguaggio politico ne è diventato il maggior conservatore».

In che senso?

«Mi riferisco al programma. È vero che l’Italia ha ancora bisogno della rivoluzione liberale, ma va presentata con linguaggio contemporaneo. Anche la Chiesa ha i dogmi, che sono più di un programma politico, però si sforza di annunciarli in modo aggiornato. La fontana resta la stessa, l’acqua è sempre nuova».

Concorda con le critiche di Giovanni Toti?

«Le critiche di Toti sono condivise da molti in Forza Italia che non le esternano per questioni di convenienza personale. Fossi in Berlusconi su Toti ci punterei invece di fargli la guerra. Fino a poco tempo mi sembrava ci fosse un veto di Salvini e Giorgia Meloni su Berlusconi e Antonio Tajani. Dopo l’intervista a Dritto e rovescio di giovedì non ne sono più sicuro. Un centrodestra è possibile».

Un partito della nazione di centrodestra?

«Per quello ci vorrà un po’ di tempo».

Come valuta il fatto che, parlando di Europa, Salvini cita agricoltori, pescatori, artigiani?

«È la teoria del punto di vista. Una volta cita l’agricoltore, spesso l’uomo di periferia, altre volte l’artigiano o il cittadino che ha il campo rom sotto casa. Salvini fa sentire al potenziale elettore che legge le cose con i suoi occhi».

Come si affronterà lo scoglio del rapporto con l’Europa?

«Credo che la Commissione europea non potrà ignorare la consistenza del gruppo di parlamentari conservatori e sovranisti. È vero che non si è rovesciato il blocco di potere, ma è vero anche che popolari e socialisti sono stati ridimensionati. Conterà anche la maestria politica con cui i populisti faranno valere il consenso conquistato».

La Commissione vuole il rispetto dei parametri.

«Mi spiace essere d’accordo con Mario Monti, ma credo che togliere gli investimenti dal deficit ci aiuterebbe molto».

Se dovesse migliorare i palinsesti di Mediaset che cosa farebbe?

«Per carità, ho ricominciato da poco il mio programma… Non vedo in cosa Mediaset potrebbe migliorare… Quando decido di cambiare lavoro glielo dico».

Perché il suo programma era stato sospeso?

«Berlusconi mi ha detto personalmente che la politica non c’entrava nulla. Tutta Italia pensava il contrario».

L’aggressività di alcuni suoi colleghi nei confronti di Salvini ha ottenuto l’effetto contrario?

«Come insegna Maurizio Costanzo con Uno contro tutti se l’uno è forte allarga il consenso».

Chi sono i conduttori che predilige?

«Per scelta guardo poco la tv e non giudico i miei colleghi, salvo per legittima difesa. Come nel caso di Lerner, il primo ebreo al mondo che scrive una lista di proscrizione».

Letture preferite oltre ai saggi di filosofia?

«Diabolik, un’abitudine che ho da quand’ero ragazzo».

 

La Verità, 3 giugno 2019