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Gassman e Sansa salvano la serie dai troppi stereotipi

C’è ancora Roma, con le sue periferie e i suoi paesi satelliti, al centro della nuova serie di Rai 1, Io ti cercherò, otto episodi coprodotti da Rai Fiction con Publispei e Verdiana Bixio, diretti da Gianluca Maria Tavarelli e interpretati da Alessandro Gassman, Maya Sansa, Luigi Fedele e Andrea Sartoretti (lunedì, ore 21,30, share del 20, 7%, 4,8 milioni di telespettatori). La capitale trasmette sempre un certo fascino e continua a svelare scorci inediti, soprattutto nei quartieri. Perciò, perché no? L’originalità non dev’essere l’asso nella manica di Rai Fiction, così, in queste nuove produzioni, si ha una percezione di déjà vu o forse, ancor più, di déjà entendu. Per esempio nella sigla e nell’accompagnamento musicale, efficace ma insistente.

Nella vita di un ex poliziotto (Gassman) ora benzinaio precario, i fantasmi del passato affiorano con il dolore della perdita dell’unico figlio per suicidio. Questa, almeno, è la versione fornita dagli inquirenti e dai medici legali. Dopo una rapida visita nell’abitazione dove il ragazzo risiedeva: «Non era la casa di uno che aveva in mente di uccidersi», al vicequestore ed ex fiamma (Sansa) bastano poche verifiche per scoprire che quella versione fa acqua da tutte le parti e convincere l’ex collega a scavare più a fondo.

Costruito su una buona sceneggiatura che alterna le parti investigative ai passaggi psicologici e sentimentali spesso proposti attraverso dosati flashback, Io ti cercherò si giova anche dell’ottima interpretazione di Sansa e Gassman. Nei misteri nascosti nel passato del protagonista – dall’espulsione dalla polizia al divorzio dalla moglie fino al distacco dal figlio – risiede verosimilmente il segreto della fine violenta del ragazzo. Proprio nel dipanarsi progressivo di queste ombre e del complesso rapporto tra padre e figlio, reso attraverso una lettera-confessione del ragazzo, si esprime il meglio della storia. Che invece tende a sbandare dove affiorano i tratti di una sociologia modaiola. Riesce infatti difficile immaginare come un ventenne che si pagava l’università consegnando pizze a domicilio, che portava i dreadlocks fino alle spalle, che appiccicava adesivi pro legalizzazione della marijuana, che in vacanza al mare, dopo aver visto affondare un barcone, si era fermato con la fidanzata alcuni giorni in un centro di prima accoglienza, in realtà fosse, come lei racconta al padre, «un salutista» che «andava a correre tutti i giorni, mangiava solo sano, niente salumi, niente dolci e sveniva se vedeva una goccia di sangue». Vedremo il seguito, ma già fin d’ora lo stereotipo sembra perfetto.

 

La Verità, 7 ottobre 2020

Perché ci affezioneremo ai poliziotti di Pizzofalcone

È un’infilata di successi l’esordio dell’ispettore Giuseppe Lojacono (Alessandro Gassman) nel commissariato di Pizzofalcone, periferia napoletana. Gli agenti che vi operavano erano in combutta con la camorra e così la chiusura è imminente. Spedito lì per punizione dai superiori che non lo stimano anche a cause di accuse, mai provate, di aver passato informazioni alla mafia di Agrigento, l’ombroso poliziotto, allergico alla chiassosità napoletana, mette presto a frutto esperienza e fiuto investigativo nelle indagini per l’omicidio della moglie di un notaio donnaiolo (Francesco Paolantoni). A Lojacono basta un’occhiata al cadavere riverso sul tappeto per confutare la tesi della rapina finita male sposata dal suo ex capo, titolare dell’inchiesta. Anche il Pm Laura Piras (Carolina Crescentini) non è convinta della tesi ufficiale e vuole saperne di più. Da qui a sollevare dall’incarico l’ottuso superiore per affidarlo allo scalcinato commissariato il passo è breve. Altro che chiusura ineluttabile, la composita squadra, nella quale spiccano il sostituto commissario Giorgio Pisanelli, memoria storica del quartiere, e l’ambiguo agente scelto Marco Aragona (Angelo Folletto), ritrova stimoli e motivazioni per arrivare alla soluzione dell’enigma, in verità non troppo complesso, guidati dall’ispettore dal passato nebuloso e con una moglie da riconquistare. Sulla sua perspicacia professionale, però, nessuno può dire nulla e i risultati si vedono. Oltre a convincere l’incantevole Pm, l’ispettore inquadra l’assassino, surclassa l’arrogante superiore e allunga la vita alla squadra di bizzarri poliziotti.

Tratto dai racconti di Maurizio De Giovanni pubblicati da Sellerio, diretto da Carlo Carlei e prodotto dalla Clemart di Gabriella Buontempo e Massimo Martino, I bastardi di Pizzofalcone è un poliziesco con un copione definito, a volte prevedibile, e recitazione calibrata anche nei ruoli secondari affidati a ottimi caratteristi, da Gianfelice Imparato a Mariano Rigillo (Rai 1, ore 21.25, share del 25,42 per cento, quasi 7 milioni di spettatori). Il primo episodio, intitolato Napoli, più luce che buio è servito a mettere a fuoco i personaggi della serie: tutti con un passato da riscattare, qualche macchia da cancellare e precari equilibri affettivi che avranno certamente un ruolo non secondario nello sviluppo della storia. Dopo Coliandro e Rocco Schiavone ecco Lojacono: la lista dei poliziotti tormentati e dal cuore buono si allunga. Ma forse, per ambientazioni, composizione del cast e sceneggiatura, proprio Lojacono può provare ad avvicinarsi all’irraggiungibile Montalbano.

 

La Verità, 11 gennaio 2017