Articoli

Bonus, app, bancoscontri: il Conte2 fabbrica di flop

App bluff flop. Non è uno scherzo della tastiera del computer, uno scioglilingua da quiz televisivo o un esercizio di logopedia per balbuzienti. È la sintesi della triste parabola dell’applicazione «Immuni». Doveva essere la chiave di volta, il gadget risolutore, l’arma segreta che, tracciando i comportamenti dei contagiati, avrebbe tranquillizzato gli animi, placato le ansie, facilitato il compito dei nuovi tutori della salute pubblica. L’attesa del varo era scandita dal countdown. Il tonfo è fragoroso: finora l’hanno scaricata circa 5 milioni di italiani (il 13% del bacino d’utenza). Pochini perché possa dispiegare tutti i suoi effetti salvifici. E spiace un tantino anche per il buon Flavio Insinna che invano ci esorta al download perché «più siamo meglio stiamo».

Bonus e navigator

Le malinconiche sorti di «Immuni» sono l’emblema del governo Conte Casalino (copy Dagospia), specializzato in trovate inutili, invenzioni superflue, rimedi velleitari. Una pletora di sovrastrutture che mancano regolarmente il bersaglio, indisponenti come un boccale di birra pieno di schiuma. Fossimo nel calcio, con un bilancio così l’allenatore sarebbe stato esonerato da un pezzo. Nel mondo della televisione, il direttore di rete sarebbe stato trasferito ad altro incarico. Prendiamo il bonus vacanze, enfaticamente annunciato dal decreto Rilancio. Altra app, altro flop. Dei 2,4 miliardi stanziati per rilanciare il turismo, finora solo 615 milioni sono stati prenotati e appena 200 utilizzati: l’8% del totale. Tra carta d’identità elettronica, credenziali Spid e Dichiarazione sostitutiva unica (Dsu), le procedure escogitate dal governo della semplificazione avrebbero fatto sclerare un nerd della Silicon Valley. Per non parlare dell’entusiasmo con il quale le strutture ricettive che avrebbero dovuto anticipare l’importo hanno accolto la pensata.

Una volta erano i governi successivi a smantellare le leggi approvate dai precedenti. Con il dicastero capeggiato da Giuseppi assistiamo al fallimento conclamato già in corso d’opera. Un inedito: il governo della semplificazione lo è anche dell’innovazione. Che bilancio trarre dell’operato dei Navigator, altro colpo di genio grillino? I 2846 funzionari insediati l’estate scorsa nei Centri per l’impiego con l’obiettivo di trovare lavoro ai fruitori del reddito di cittadinanza (1,132 milioni di nuclei familiari, 2,8 milioni di persone) hanno raggiunto lo scopo per il 3,5% dei beneficiari. Buco nell’acqua anche per la sanatoria voluta tra le lacrime dal ministro Teresa Bellanova: 29.500 lavoratori regolarizzati nell’agricoltura invece dei 600.000 annunciati.

Trasparenza?

Tra gli obiettivi sbandierati e il loro reale raggiungimento la forbice è sempre piuttosto divaricata. Si sa che ormai la politica coincide con la comunicazione, e sappiamo che a dirigerla è un ex concorrente del Grande fratello. Ma qualcosa non torna se la propaganda diventa lo storytelling di Palazzo Chigi. Restando nello specifico della comunicazione, il governo della semplificazione e dell’innovazione lo è anche della trasparenza. Non a caso sta battendo tutti i record di opacità. Dalla gran parte dei verbali delle riunioni del Comitato tecnico scientifico alla ricerca di Stefano Merler che già il 12 febbraio anticipava la tragedia sanitaria che ci attendeva fino ai documenti delle indagini sulla strage di Ustica, Conte ha oscurato una serie interminabile di atti. L’ultimo in ordine di tempo, con grande coerenza trattandosi di un appalto pubblico, riguarda i famosi banchi scolastici monoposto. Il torvo commissario Domenico Arcuri, purtroppo niente a che vedere con Manuela, ha giustificato la segretazione con l’intento di evitare strumentalizzazioni. Poi si offendono se c’è chi si insospettisce (per dire: qualcuno ha notizie dell’inchiesta su Ciro Grillo, pargolo di Beppe? O è il caso di creare il Premio dimenticatoio dell’anno?). Temendo che, dopo tanti oscuramenti, alle prime elezioni disponibili qualcuno finisca per oscurare lui, Conte si è defilato lasciando che a smazzarsi le grane della scuola, il taglio dei parlamentari e le nuove ondate di migranti siano i relativi ministri (in)competenti. Meglio non invischiarsi, dedicarsi al più gratificante controllo dei vertici dei servizi segreti imponendo il voto di fiducia – a proposito di trasparenza – e veleggiare verso la candidatura al Quirinale.

Monopattini e bancoscontri

Il governo, intanto, una ne fa e cento ne pensa. O magari il contrario. Non potendo affollare i mezzi di trasporto, anziché aumentare le corse di bus e metro, la soluzione per recarsi al posto di lavoro nei grandi centri urbani è stata trovata nei monopattini. I pendolari dell’hinterland milanese e romano, soprattutto over 40, esultano su un piede solo, pronti per Paperissima sprint. Dai monopattini ai bancoscontri il passo è breve. Per ottemperare al distanziamento nelle classi ecco in arrivo, si fa per dire, 400.000 banchi a rotelle. Anzi no, perché ora sembra siano fuori legge. In compenso ci abbiamo perso solo un’estate, il tempo non manca. Quale fosse il nesso tra le ruote sotto i banchi e la distanza tra gli studenti sfuggiva ai più, Andrea Crisanti compreso. Ma il Conte Casalino, governo della semplificazione, della trasparenza e dell’innovazione, con una passionaccia per le due e le quattro ruote, lo è anche del dinamismo: la Ferrari dev’essere il punto di riferimento.

Nuovo verbo

Un mix di dilettantismo naif sciolto in corpose dosi d’ideologia è la ricetta aura del dicastero ancora in carica. Tra abolizioni della povertà e poderose potenze di fuoco per la ripresa si avanza spediti verso un Pil algebrico a due cifre. Il nuovo verbo è l’ecosostenibilità, il Green deal europeo, la nuova era ecologica. E pazienza se mentre si conciona di surriscaldamento globale e scioglimento dei ghiacciai ancora non abbiamo capito come sia finita la faccenda dell’Ilva di Taranto, una cosetta da diecimila dipendenti indotto escluso, l’1,4% del Pil nazionale. Oppure se a ogni acquazzone di fine estate, mezza Italia deve dichiarare lo stato di emergenza e di calamità naturale. Che sarà mai: uno più uno meno cosa cambia, Conte ci è abituato agli stati di emergenza. Ci pensa lui, con i suoi superpoteri. E se non bastassero, consoliamoci. Potrà sempre farsi aiutare dalle task force, da Vittorio Colao, da Walter Ricciardi, dal Comitato tecnico scientifico, dagli Stati generali… Perché allarmarsi, l’Italia è un modello copiato in tutto il mondo.

 

La Verità, 3 settembre 2020

«No al Mes che incide nel rapporto debito/Pil»

L’intervista è finita e Paolo Savona regala un apologo: «Io sono sardo e una volta chiesi a un disoccupato come vivesse: “D’estate vado a pesca, d’inverno a caccia, in autunno raccolgo la frutta e la verdura e le baratto per la pasta e il pane”. “Mi sta dicendo che si può vivere da disoccupati?”. E lui: “No, bisogna avere una casa e in Sardegna è facile procurarsela perché la popolazione si è ridotta, ma anche serve il denaro per pagare le bollette, il gas e le piccole spese in contanti…”. Ecco il reddito di cittadinanza. L’Italia non è in povertà, conosce il modo di arrangiarsi e vive meglio di altri Paesi che si dichiarano virtuosi e per i quali noi saremmo le cicale».

Il presidente della Consob ha scelto La Verità per approfondire l’annuale discorso al mercato tenuto qualche giorno fa nella sede romana dell’Autorità della Borsa. Perciò, eccoci nell’arioso ufficio di via Giovanni Battista Martini, zona Parioli. All’indomani della sua relazione, tutti i media si sono concentrati sulle due proposte per aiutare la ripresa dopo i mesi di lockdown: l’emissione di bot patriottici, titoli perpetui con interesse garantito al 2%, e l’invito ai risparmiatori a investire nelle medie imprese con vocazione verso i mercati esteri. Ma lo scenario che sta più a cuore all’ex ministro dell’Industria del governo Ciampi e degli Affari europei nel primo governo Conte è quello geopolitico e di lungo termine che guarda più alla storia che alla cronaca.

All’Italia non mancano solide fondamenta reali, ha detto nella sua relazione, ma scarseggia la loro giusta considerazione. Perché? Perché si parla solo del nostro debito pubblico?

«Perché fa comodo a molti».

A chi?

«Non mi chieda di dividere il mondo in buoni e cattivi. In base alla mia esperienza i difetti principali degli italiani sono un’ossessiva ricerca di assistenza pubblica e la tendenza a non rispettare la legge».

La principale proposta contenuta nella sua relazione consiste nell’emissione dei bot di guerra, titoli patriottici per finanziare la ripresa con il sostegno volontario del risparmio…

«In realtà, la mia relazione si concentra sulla necessità di riorganizzare l’architettura istituzionale. Constato che le istituzioni monetarie hanno strumenti molto più efficaci degli istituti finanziari, primo fra tutti la possibilità di creare moneta. Durante le crisi sistemiche, come quella del 2008 o come quella attuale, per evitare il crollo dei mercati e la distruzione del risparmio e delle imprese, la politica monetaria attua operazioni che essa stessa ha definito non convenzionali, ossia abbondanti. Così diventa il perno delle aspettative e della fiducia. Ma se le istituzioni nascono con una “zoppia”, come osservava Carlo Azeglio Ciampi, quel difetto continuerà a condizionarne l’attività futura e a produrre aspettative distorte».

La zoppia è?

«La mancata unificazione politica del Vecchio continente. Perciò, c’è bisogno di riorganizzare l’architettura istituzionale nella direzione di un completamento dell’Unione europea».

Vasto programma, verrebbe da dire.

«Non c’è dubbio e chiede tempo, ma un lungo cammino inizia con il primo passo. Ma siccome “nel lungo periodo saremo tutti morti”, come diceva John Maynard Keynes, il mio suggerimento a breve è agire in due direzioni. La prima è la leva finanziaria dello Stato con l’emissione di titoli senza scadenza e una rendita perenne garantita del 2%, pari al tetto dell’inflazione che la Bce si è impegnata a non superare. La seconda è il rafforzamento del capitale delle imprese esportatrici, offrendo una garanzia statale come per i debiti. Sono provvedimenti tampone che aiutano, ma non risolvono il problema alla radice».

Gli addetti ai lavori si sono fermati su queste proposte perché hanno la sensazione di un ritardo della politica e di uno scenario drammatico.

«Che condivido fino a un certo punto. Questa volta la politica ha fatto molto, ma per un giudizio bisogna attendere di verificare gli effetti. Le risorse di risparmio esistono. Contrariamente a quanto una distorta narrazione tende a sostenere, gli italiani sono formiche che aiutano molte cicale straniere. Non siamo un Paese all’ultima spiaggia, ma possediamo notevoli risorse. Il risparmio privato è pari a 8,1 volte il reddito disponibile, di cui il 3,7 in forma di attività finanziarie. Bisogna usarlo bene e per noi italiani».

Resistiamo a dispetto di chi ci governa?

«Per certi versi è vero, ma la politica monetaria ha retto l’urto della crisi. La politica fiscale si sta muovendo bene, ma è lenta nel produrre i suoi effetti. La mia proposta è integrativa di ciò che si sta facendo. Il nodo cruciale è il rapporto tra debito pubblico e Pil: se il rapporto salirà nelle dimensioni previste, il mercato reagirà. Così come reagiranno i cosiddetti Paesi frugali».

Per evitarlo propone i bot perpetui e il finanziamento delle medie imprese con forme di azionariato popolare.

«Una regola della finanza insegna che pagando il 2% lo Stato rimborsa il capitale in 35 anni e i figli continuerebbero a percepire una rendita per tutta la vita. Io sottoscriverei questo titolo. Per giunta esiste un mercato per venderlo prima, ove desiderato».

Anche il presidente emerito di Banca Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli ha suggerito questo strumento…

«Quelli proposti da Bazoli e altri sono titoli a lunga scadenza, quindi da rimborsare, che incidono sul rapporto debito/Pil. Il titolo irredimibile non entra nel calcolo del rapporto. Rinunciare a uno strumento così può portare a dover aumentare le tasse. Di patrimoniale hanno parlato altri, io voglio evitare ogni tassa con l’emissione di questi titoli».

Oppure può portare a ricorrere ai prestiti del Mes. Ma se abbiamo fondamentali così buoni perché si insiste a voler ricorrere al Fondo salvastati?

«Se il Recovery fund fosse sotto forma di donazioni a fondo perduto, come sembra ma è tutto da decidere, dovremmo darci da fare per ottenerle. Qualsiasi prestito europeo da rimborsare entra nel rapporto Pil/debito e gli effetti sullo spread sarebbero immediati e nefasti».

Gli italiani sono predisposti per l’azionariato popolare?

«Nelle attuali circostanze sì e se si danno loro le garanzie ben calibrate per i rischi corsi per un certo periodo e se possono beneficiare di profitti dell’impresa capitalizzata, tutelerebbero meglio i loro risparmi e contribuirebbero alla crescita del reddito, dell’occupazione e del benessere. L’azionariato popolare significa divenire parte attiva della crescita del Paese. Assisto e vedo manifestazioni di patriottismo ovunque. Spero solo che non siano chiacchiere. Propongo una verifica».

Diceva che questi provvedimenti aiutano, ma non risolvono il problema di fondo.

«Che è più ampio e complesso. Per questo parlo di nuova architettura istituzionale. Dobbiamo sapere che se si sviluppano le criptomonete private, ossia scritture contabili dove le autorità non possono accedere, esse perderanno il controllo dei mercati. Salvo non ricorrere a mezzi diversi, come in Cina dove si sta creando una sua criptomoneta pubblica con metodi controllabili. Oggi il vero problema è il controllo dell’Infosfera: l’area di informazione a livello mondiale. È un problema di politica estera molto serio».

Crede ci siano le condizioni internazionali per affrontare queste problematiche con spirito di collaborazione?

«In Europa cominciano a studiarla. A livello mondiale ancora no, perché è in atto un grande scontro per l’egemonia geopolitica del pianeta attraverso metodi, chiamati in gergo protocolli, non utilizzabili da tutti i paesi, come quello che attualmente usiamo; esso è stato messo a punto anche da un italiano, ed è stato lasciato al libero uso mondiale (è lo https che appare sul nostro computer quando usiamo internet ndr). Però, nel frattempo la Libra di Facebook e le Grams di Telegram vogliono partire. Il pericolo di una grande confusione, con progressivo e preoccupante indebolimento degli Stati nazionali, è incombente».

Non crede che le conseguenze dell’emergenza sanitaria siano prioritarie?

«Lo sono, ma non sono le uniche. Bisogna pensare al futuro. Le innovazioni della fintech incalzano. Alcuni pensano che sia il futuro, mentre sono il presente e siamo in ritardo. Invece di capire e decidere ciò che va fatto si sollevano problemi etici, come il diritto alla privacy. Bisogna capire che stiamo parlando di qualcosa di molto più importante».

Il governo attuale è in grado di affrontare queste problematiche?

«Nel primo governo Conte se ne occupava Luigi Di Maio. La Banca d’Italia ha comunicato di voler creare in materia un centro di rilevanza europea per propiziare un salto tecnologico in tutti i settori. Anche Consob ha preso alcune iniziative e già va usando gli strumenti per alcune funzioni.La mia proposta di creare una Consulta che definisca un’agenda di lavoro è parte dell’iniziativa. In Italia ci sono le competenze adeguate per perseguire obiettivi ambiziosi».

Come valuta la convocazione degli Stati generali dell’economia?

«Per esperienza diretta so che le istituzioni rappresentative gradiscono essere consultate. Confindustria, Confcommercio, i sindacati… Temo però che l’esito per il governo sia un fardello troppo oneroso e si ritroverà un canestro che, come dicono a Roma, avrà più richieste delle corna di un cesto di lumache».

Gli Stati generali non sono, come le task force, un paravento dietro il quale nascondere una certa incapacità decisionale?

«Non è questo il problema. Se chiediamo agli italiani se preferiscono un miliardo di assistenza a fondo perduto o un miliardo per costruire infrastrutture scelgono il primo, mentre il futuro si costruisce con il secondo. Bisogna spiegarglielo all’infinito, come fatto per il coronavirus, per difendersi dal quale ci hanno martellato con una comunicazione incessante. Propongo lo stesso per questo problema non minore».

Non le pare che tra bonus, redditi e sovvenzioni questo governo spinga sull’acceleratore dell’assistenza?

«Le pressioni in tal senso degli elettori sono elevate e il governo non può trascurarle, ma deve educare i cittadini a scegliere il benessere futuro e non il presente. I nostri padri lo hanno fatto».

Nel dopoguerra ci fu una risposta di tutto il Paese e l’Autostrada del Sole venne consegnata in anticipo sulla scadenza. Oggi si è rifatto il ponte di Genova in un anno: perché questa formula non è estendibile?

«Tante forze combattono contro l’abolizione o la riforma del codice degli appalti che semplifichi le procedure che durano anni e che, per molte iniziative, non si concludono mai. È una vecchia storia. Se è stato fatto per il ponte di Genova, si potrebbero replicare le procedure. Non sono pessimista. Va precisato che non è solo un problema di opere pubbliche, ma per tutti gli investimenti pubblici e privati. Mi auguro che chi è al governo, ma forse gli italiani per primi, capiscano che prima di tutto servono investimenti, investimenti e ancora investimenti. Quante volte lo dobbiamo ripetere inutilmente?».

 

La Verità, 20 giugno 2020

«I veri politici studiavano oggi improvvisano»

Buongiorno professore, quanti processi ha fatto nella sua carriera?

«Tanti, ma giuro che non li ho contati».

Fra gli altri ha difeso Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi: qual è il ricordo più significativo di una vita nelle aule giudiziarie?

«È difficile da dire, anche perché su molte vicende permane il riserbo. Sul piano umano sono tutte esperienze importanti».

Le è mai capitato di veder condannato qualcuno che sa innocente?

«Più di una volta. Porto in me il dolore di non essere riuscito a farne riconoscere l’innocenza. Ma mi faccio forza con la speranza di poter essere ancora di aiuto a questo scopo».

È difficile convivere con questo sentimento?

«Non ci dormo la notte. Come per il caso di Sabrina Misseri e della mamma Cosima, a mio avviso condannate ingiustamente e in carcere da quasi dieci anni».

Franco Coppi è l’avvocato delle difese disperate. Se le probabilità di essere assolti sono scarse o minime ci si rivolge a lui. Penalista di luminosa fama, professore emerito alla Sapienza di Roma, decano della categoria, oltre ad Andreotti per concorso esterno in associazione mafiosa e a Berlusconi nel processo Mediaset e in quello relativo a Ruby Rubacuori, Coppi ha difeso l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro per i fatti della caserma Diaz, l’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio nello scandalo della Banca Antonveneta e una montagna di altri, timorosi, imputati. Abitualmente si esprime senza impennate polemiche, forte della saggezza accumulata. Ma qualche giorno fa ha recuperato l’iperbole di un vecchio criminalista, Francesco Carrara, che disse: «Se mi accusassero di aver rubato la Torre di Pisa scapperei immediatamente».

Sputi il rospo professore, dove l’ha nascosta?

«La Torre di Pisa sta ancora lì e spero che i magistrati inquirenti ne siano convinti».

Un senso d’insicurezza aleggia nel cielo della giustizia italiana?

«Purtroppo il rischio di finire sotto processo oggi spaventa. Tenendo conto dei tempi della giustizia e delle difficoltà che incontra la difesa nello svolgimento del suo compito, non è una bella posizione nella quale trovarsi».

La presunzione di colpevolezza ha sostituito quella di innocenza?

«A volte si ha questa impressione. Quando si sente un importante magistrato asserire che un imputato assolto è, in realtà, un delinquente che l’ha fatta franca, il ribaltamento dell’onere della prova è palese».

È una mentalità che deriva da Mani pulite?

«Direi che sono tanti i fattori che hanno portato a questa situazione».

Quali?

«Mi sembra ci siano minore tensione morale e minore passione nelle cose della giustizia. Anche tra gli addetti ai lavori vedo un affievolimento di tanti principi, compreso quello della presunzione di non colpevolezza».

Che impressione le fa vedere Piercamillo Davigo sostenere in televisione che «l’errore italiano è sempre stato dire: aspettiamo le sentenze»?

«Già prima facevo riferimento a lui: Davigo è una persona simpaticissima e gradevole. Ha osservato che se vede un ospite uscire di casa con la sua argenteria non aspetta la sentenza per non invitarlo di nuovo a cena. Il riferimento è alla polemica riguardante l’applicazione della pena già dopo la sentenza d’appello senza aspettare il verdetto della Cassazione».

Un ospite pescato mentre scappa con l’argenteria è in flagranza di reato. Per non reinvitarlo basta anche meno…

«Sono di vecchia scuola e aspetto le sentenze. È impensabile che il provvedimento di custodia cautelare sia equiparato alla pena di una sentenza definitiva. Detto questo, l’esecuzione della sentenza dopo l’appello, anche in presenza del ricorso in Cassazione, è un tema molto discusso».

Il governo in carica è guidato da un suo collega che si era proclamato avvocato del popolo.

«Avvocati e magistrati sono stati spesso protagonisti in politica. Pur non avendo avuto esperienze precedenti l’attuale premier ha dimostrato che la preparazione da giurista può servire a svolgere bene queste funzioni».

Non crede che di fronte a una crisi tanto drammatica sarebbe stato utile un approccio più pragmatico?

«Bisognerebbe valutare caso per caso. In passato le carriere politiche godevano di una formazione specifica. I vecchi leader democristiani crescevano alla scuola della Fuci e dell’Azione cattolica. I politici del partito comunista si formavano alle Frattocchie. La politica non è qualcosa che si improvvisa».

Le pare che ci sia stata adeguata considerazione dello scandalo delle intercettazioni tra magistrati rivelate dalla Verità nelle quali si insultavano politici sgraditi e si prefiguravano attacchi a prescindere dal diritto?

«Per il momento la risposta è stata promessa, attendiamo di vedere quale sarà. Certamente il fatto è grave e la merita».

Lei ha invocato un gesto forte del presidente della Repubblica, il quale, se non può scioglierlo, potrebbe dire che non intende presiedere questo Csm. Ha avuto qualche riscontro questo suo invito?

«Non posso pretendere riscontri a una battuta che voleva sottolineare la delicatezza della posizione del presidente della Repubblica, che ha l’onere di presiedere il Csm in una situazione che si può definire disperata».

Quindi riscontri dal Quirinale non ne ha avuti?

«Neanche potrò averne».

E da altri ambienti?

«In genere non ricevo approvazioni o dissensi alle mie interviste. Volevo sottolineare l’imbarazzo di presiedere un organo esposto a fortissime tensioni, immaginando che potrebbe venir voglia di non presiederlo. Non certo ipotizzare che il presidente Mattarella possa tirarsi indietro davanti a obblighi istituzionali».

Se queste intercettazioni avessero rivelato trame ai danni della sinistra pensa che avrebbero avuto più risalto nei media?

«Forse sì, ma non sono sicuro. Mi pare che sia stata colta la gravità dei fatti».

È riformabile il sistema della magistratura?

«Tutto nella vita lo è. Mi auguro che ciò avvenga non in peggio, com’è accaduto per il Codice di procedura penale».

La cui riforma doveva servire a sveltire i processi e invece…

«La riforma del codice ha fallito tutti gli obiettivi. Lo dico in base alla mia esperienza nelle aule giudiziarie. Poi potrà esserci qualche statistico che mi smentisce. Ma sul piano della velocità dei processi, confrontando il codice attuale con quello precedente, è difficile non dire che ha fallito».

Perché la magistratura è l’unica categoria nella quale la carriera si sviluppa per anzianità senza verifiche su qualità e deontologia professionale?

«È un argomento che va certamente approfondito. Credo vadano introdotte forme di controllo e di verifica su come i magistrati svolgono la loro professione, riducendo lo sviluppo automatico delle carriere».

C’è chi propone il sorteggio nell’elezione del Csm.

«Anche in questo campo non esiste la soluzione perfetta. Il sorteggio puro eliminerebbe alcuni problemi, ma ne introdurrebbe altri. Per esempio, un magistrato di fresca nomina potrebbe diventare membro del Csm».

Intanto, la riforma continua a slittare. Crede che un governo come questo se ne faccia prima o poi carico?

«Per ciò che abbiamo visto finora non c’è da essere ottimisti. Però voglio sperare che, superata la fase acuta dell’epidemia, si radunino poche persone esperte, invitandole a studiare i rimedi alle storture dell’attuale codice. Voglio essere fiducioso».

Settori di questo governo hanno un filo diretto con i vertici della magistratura: che cosa la fa essere così fiducioso?

«Tutti i giorni indosso la toga, pensando di avere davanti un giudice imparziale. Vedo i problemi e posso immaginare che sia come dice lei, ma non mi hanno mai molto interessato le dietrologie».

Non le sembra che le intercettazioni lascino poco spazio all’immaginazione?

«Non posso rispondere a questa domanda».

Cosa pensa a proposito del fatto che Luca Palamara ha detto da Bruno Vespa che non si dimette perché ama la magistratura?

«Abbiamo parlato di presunzione di non colpevolezza: anche Palamara ha diritto di difendersi dalle accuse che gli vengono mosse. Cosa poteva rispondere a Vespa? Mi auguro che il processo venga istruito rapidamente. Quando in un’inchiesta l’indagato è un magistrato o un politico, quel processo dovrebbe avere la precedenza ed essere celebrato nel minor tempo possibile. Perché il cittadino deve sapere se è giudicato da una persona per bene o se a capo di un partito c’è una persona corretta. Dovremmo sapere subito, e non tra otto o dieci anni, se Palamara ha commesso reati o no. Anche a costo di far cadere in prescrizione qualche altro processo».

Cosa che non accadrà, considerata l’abolizione in arrivo.

«La riforma della prescrizione è la prova del fallimento della giustizia penale sottoscritta dal governo. Vuol dire ammettere di non essere in grado di applicare una giustizia rapida ed efficace. Per il resto, è una riforma che mi trova assolutamente dissenziente».

Parlando dell’operato del ministro Alfonso Bonafede, come giudica il trasferimento agli arresti domiciliari di centinaia di condannati per reati di criminalità organizzata a causa del timore dei contagi?

«Credo che il ministro c’entri poco. Un conto è l’incompatibilità con la carcerazione per ragioni di salute – per la quale, se un detenuto è affetto da tumore, lo si manda dove può essere curato – un altro conto è il carattere farsesco del timore del contagio, che dovrebbe valere per tutti i detenuti. Li mandiamo tutti a casa in attesa del passaggio dell’epidemia?».

Qual è il suo giudizio sull’azione del governo durante l’emergenza sanitaria?

«Quando facevo il professore dicevano che ero molto severo. Invecchiando sono diventato più buono, perciò darei la sufficienza, nella speranza che possa migliorare».

Anche perché ci attende una difficile ricostruzione. Pensa che la deroga al Codice degli appalti attuata per il ponte di Genova potrebbe essere estesa a tutte le grandi opere? E che una certa cultura inquisitoria ostacoli questa possibilità?

«Concordo con la sua riflessione e la necessità di accelerare le procedure. Anche se a volte la cronaca svela situazioni che tendono a rimettere tutto in discussione».

 

La Verità, 6 giugno 2020

«La strada giusta è quella della Federal reserve»

Fare le domande a Giulio Sapelli è un’impresa. Il giorno dopo l’annuncio del decreto «Rilancio Italia» il professore è un fiume che esonda e travolge. Il suo pamphlet Pandemia e Resurrezione (Guerini e associati, goware) è appena arrivato nelle librerie, ma l’economista, autore di centinaia di saggi tradotti in tutto il mondo, collaboratore del Sussidiario.net che nel maggio 2018 fu a un passo dal diventare premier del governo Lega M5s, riscatta con un’impennata di ottimismo gli scenari foschi che tratteggia riguardo al presente. «Se non fosse così vorrebbe dire che non credo alla Resurrezione».

Usando l’immagine del suo libro, dopodomani con le riaperture dei negozi l’Italia inizierà a risorgere?

«Io mi riferisco alla Resurrezione di cui parla San Paolo nella lettera ai Romani. Una Resurrezione garantita dalla fede. Gli italiani hanno dimostrato di avere resistenza, ma per aver fede serve un’escatologia positiva. Purtroppo, senza fare paragoni blasfemi, mi sembra che questo governo non la possieda, mentre invece favorisce la depressione degli animi. In concreto: non abbiamo avuto l’indicazione di una via di salvezza».

Chi l’ha avuta in questa crisi?

«La Federal reserve, che nel giro di cinque giorni ha versato 3.000 miliardi di dollari direttamente nei conti correnti degli americani. Lo ha fatto con un provvedimento dettagliato, che ha fornito garanzie alle banche e a tutto il sistema».

Visto da qui il nostro decreto è piccola cosa?

«Gran parte dei 55 miliardi servono per le detassazioni, tutto il contrario di ciò che serve in presenza di una pandemia. Quando c’è una crisi come questa, che colpisce sia la domanda che l’offerta, bisogna fare la mossa del cavallo e immettere liquidità sull’esempio della Banca centrale nordamericana. Gli imprenditori svizzeri per ottenere il versamento nel conto corrente compilano un modulo di un foglio, i nostri devono presentare 19 documenti».

Nel «Rilancio Italia» ci sono anche nuove assunzioni.

«Di professori e infermieri certamente necessari, in vista di investimenti futuri. Bene, ma sono posti di lavoro che andranno ad aumentare il debito pubblico. Il fatto paradossale è che gli autori di questo provvedimento sono coloro che ritengono il debito pubblico il maggiore dei mali».

Il denaro a pioggia non basta a promuovere un ciclo virtuoso?

«Anche stavolta si è saputo solo prendere e non investire e spendere».

Conte era fiero di annunciare gli stanziamenti.

«Conte dice cose da avvocato manzoniano, non pronuncio il vocabolo…».

Azzeccagarbugli.

«Fare politiche di esenzione fiscale senza pompare denaro è come attaccare il malato al respiratore. Se non gli dai anche da mangiare come può rimettersi a camminare? Altro errore, le regole per le riaperture fissate dai tecnici».

Quali?

«Se si deve rispettare il distanziamento nei negozi e nei ristoranti non si può ripartire. Anche per gli alberghi di lusso sarà dura. Chi ha fatto queste regole non ha mai lavorato in fabbrica, non ha mai mangiato in una mensa o fatto la spesa in un negozio di provincia. Ci vorrebbe la penna di un grande romanziere per descrivere cosa sta capitando».

Cosa scriverebbe?

«Oggi sono andato in una farmacia con mia moglie per misurarmi la pressione. Tutte persone gentilissime, ma la farmacia era talmente piccola che se avessimo dovuto rispettare le distanze avremmo dovuto fare la misurazione all’esterno».

Non condivide i protocolli sanitari?

«Abbiamo la mascherina. Nessuno sa bene che cosa sia questo virus, ma abbiamo creduto ai cinesi e all’Organizzazione mondiale della sanità che è infiltrata dai cinesi. Tutte le sere ascoltiamo uno che dice che la Cina va bene. Se la Germania non ha mai chiuso e ha avuto un numero contenuto di vittime ci sarà un perché».

Che cosa avrebbe dovuto dire il governo?

«“Lavorate con prudenza”. Chiudere la gente in a casa è stato un errore. Mi spiace essere così duro. Ma penso che la morfologia dei nostri governanti sia profondamente cambiata. Sono una classe di ricchi globalizzati o di eterni disoccupati».

Ci troviamo nella crisi più insidiosa e richiedente esperienza degli ultimi settant’anni guidati dal governo più sprovveduto della storia repubblicana?

«Avrebbero dovuto appoggiarsi ai corpi intermedi. Consultare la Confartigianato la Confindustria, i sindacati, le banche».

Invece?

«Si è drammatizzato, socializzando la paura come strumento di consenso politico».

Con l’aiuto dei virologi e degli esperti dei comitati scientifici.

«Per battere il virus lo strumento sanitario è importante, ma insufficiente. Ci vuole anche conoscenza sociologica. È una società intera da salvare non solo i malati».

Perché suggerisce i modelli della Corea del Sud e di Taiwan?

«Perché hanno un metodo più completo. Usano le tecnologie e si fidano della gente in base a un’antropologia positiva. Per questo governo, figlio di Mani pulite, gli italiani sono tutti potenziali delinquenti. Perciò, nel pieno della pandemia, si mandano i magistrati negli ospedali».

Poi c’è la burocrazia.

«Che non è un fatto a sé stante. Anche i burocrati partono dalla sfiducia nella persona. Pensano che sia cattiva e vada guidata da un reticolo di regole e controlli. Io penso che sia buona e gli vada data fiducia. Il metodo Montessori partiva dalla fiducia nel bambino. Perciò, primo: fiducia nelle persone. Secondo: conoscenza della realtà e, di conseguenza, regole applicabili. Terzo: tecnologia sia nel tracciamento del virus sia nelle misure economiche. Quindi, soldi nei conti correnti».

Luca Ricolfi sostiene che da società signorile di massa diventeremo una società parassitaria di massa.

«Ho insegnato vent’anni in America latina e ho visto la povertà della società parassitaria. In autunno saremo circondati dai poveri come Buenos Aires negli anni Ottanta o il Perù negli anni Novanta. Grazie a questi politici l’Europa si sta sudamericanizzando. E come in Sudamerica avremo le zone dei ricchi e le zone dei servi, sorvegliati dalle torrette con le mitragliatrici».

Scenario cupo.

«Se non ci diamo una regolata, l’estensione della povertà porterà a un conflitto violento e frammentato. Già adesso le periferie fanno paura».

Per anni le forze d’opposizione hanno chiesto solo di tagliare le tasse.

«Non capiscono di economia né di sociologia. Ho rispetto per Silvio Berlusconi… Ma le signore che lo rappresentano… Anch’io sono per la flat tax, ma in questa situazione non basta. Sono indispensabili gli investimenti e la sburocratizzazione. Alle piccole e medie imprese che da tre mesi non fanno cassa bisogna dare liquidità per andare avanti».

Che trasformazione impone una pandemia virale?

«Impone una svolta radicale che ristabilisca la centralità dell’impresa e del lavoro. E un cambio della politica economia europea. Le regole attuali, pensate in un momento di crescita, non possono funzionare. È come se avessimo addosso una corazza mentre dovremmo indossare il costume da bagno».

È corretto dire che il ciclo dell’economia neoliberista si è concluso?

«Certamente. Bisogna creare un nuovo rapporto tra Stato e mercato. Come quello che ci fu dopo la Seconda guerra mondiale e guidò la ricostruzione e il boom economico».

Ci vuole un nuovo Iri o l’ingresso di un membro pubblico nelle aziende private?

«Lo Stato deve recuperare un ruolo, ma né le nazionalizzazioni né lo Stato sovietico sono il modello. La strada può essere l’economia not for profit, un piccolo dividendo allo Stato per pagare i salari».

Lei scrive che, sotto la globalizzazione finanziaria, sopravvive la competizione tra nazioni, ma i medici cinesi e i militari russi sono venuti ad aiutarci.

«I russi sono venuti d’accordo con gli americani. Il vassallo fa quello che non può fare l’imperatore: è chiaro che l’America sta riavvicinandosi alla Russia per sconfiggere la Cina. L’Italia è l’unico Paese del G7 che ha siglato un accordo di lungo periodo con Pechino. Il Paese che ha inventato la forchetta ha firmato un’intesa con il Paese dove si mangiano gli animali senza sottoporli alla macellazione igienizzata».

Crede che le politiche di austerità saranno ripensate?

«Mi sembra che stia iniziando un cambiamento lento. Che il centro cristiano tedesco stia capendo che una stagione è finita».

E la dichiarazione della Consulta tedesca contro i quantitave easing di Mario Draghi?

«È l’ultimo guizzo di un mondo che sta scomparendo».

Ma il nostro governo si sta allineando sul Mes.

«Sarebbe un errore che pagheremmo carissimo. Potremmo sfruttare la proposta di prestito volontario irredimibile ideata da Giulio Tremonti e Giovanni Bazoli. Ci permetterebbe di raccogliere dai 200 ai 300 miliardi e di investirli subito, come abbiamo fatto in passato».

Ma così ci staccheremmo dal carro di Berlino e Bruxelles.

«Questo dimostra che il governo è eterodiretto. È come se nel dopoguerra Alcide De Gasperi non avesse ascoltato Luigi Einaudi».

Come giudica la regolarizzazione dei migranti?

«Le politiche di migrazione devono essere gestite dagli Stati non dai mercati. Anche in questo caso non c’è da piangere, ma da ragionare. L’immagine corretta è quella del treno. I migranti vanno divisi per ciò che sanno e possono fare e fatti salire sui vagoni giusti, non ammucchiati in un unico autobus. Guardi la Germania: ha creato dei corridoi e si è presa i laureati siriani».

È ancora favorevole a un governo di unità nazionale?

«Credo che a ottobre si andrà a votare perché la situazione sociale sarà così incandescente che il Capo dello Stato non potrà non prendere una decisione».

Ce la faremo?

«Me lo auguro. Da vent’anni non abbiamo una classe dirigente. La rottamazione ha infranto la solidarietà tra generazioni. Questi quaranta-cinquantenni sono dilettanti. Dovrebbero farsi aiutare dai vecchi, da chi ha esperienza. Per fare un esempio, possibile che non si sia mai coinvolta una persona come Giuseppe De Rita e il suo Censis? Siamo una grande nazione che è andata avanti con lo stellone. Ma di fronte alla pandemia non può bastare. Ecco: forse più che l’ora della Resurrezione è arrivata l’ora della verità».

 

La Verità, 16 maggio 2020

«Se ingoieremo il Mes saremo un protettorato»

Un sito che si chiama La Fionda. Un blog no global nell’era dei giganti del web, delle piattaforme, di Instagram. Fresco di nascita, il 31 marzo scorso, ma già ricco di interventi e approfondimenti di una trentina di autori, tra i quali Carlo Galli e Umberto Vincenti. Diretti da Geminello Preterossi, toscano, laureato alla Normale di Pisa, docente di filosofia del diritto e storia delle dottrine politiche a Salerno, autore di studi sulla democrazia, sul populismo, su Carl Schmitt e direttore dell’Istituto italiano per gli studi filosofici. Uno che si definisce «di sinistra», anche se, ormai, per l’evoluzione subita negli ultimi decenni, «dire sinistra è quasi dire una parolaccia».

Invece l’idea della Fionda è romantica. Ce la spiega?

«È un sito-rivista, espressione di una comunità di studiosi di politica e diritto, insegnanti, informatici, semplici appassionati. Persone sparse in tutta Italia, impegnate fuori dai partiti tradizionali. Dalla crisi del 2008, primo scossone alla globalizzazione, abbiamo approfondito le istanze di ciò che viene chiamato populismo. Ribellandoci all’espropriazione della sovranità democratica e riproponendo i diritti sociali e del lavoro».

Una comunità orientata a sinistra?

«Una comunità plurale, convinta che la sinergia tra neoliberismo e globalizzazione abbia effetti esiziali».

Chi è Davide e chi è Golia?

«Golia sono i giganti digitali e la grande finanza. Ciò che il sociologo Luciano Gallino chiamava “il finanzcapitalismo”. Se i colossi finanziari, che non rispondono alla comunità politica, impongono ovunque l’ordine mondiale neoliberale, il risultato è il caos con strati crescenti di popolazione inferiorizzata».

E Davide?

«Sono le comunità, i cittadini. Direi il popolo, se non sembrasse una provocazione. Davide è qualcuno che non ha paura di mirare dritto. Il popolo è fatto di tanti interessi e componenti, ma una cosa lo caratterizza, oggi: è tutto ciò che non è establishment. Sono gli esclusi, in aumento nel sud Europa e nel ceto medio».

Nell’editoriale d’esordio ha scritto che uno degli obiettivi è mostrare «l’inconsistenza della filosofia global-progressista»: come?

«Smentendo l’idea che globale è bello di per sé. E smontando l’illusione che, sulle ali della tecnologia, dalla famiglia e dalla tribù si arrivi direttamente alla dimensione planetaria. In mezzo ci sono le città, gli Stati e gli imperi, le strutture reali della convivenza».

L’esplosione della pandemia rafforza le visioni globaliste e l’universalismo politico?

«Ci sono forze che spingono verso questa omologazione. Una grande convergenza, svincolata dai popoli, ognuno con la propria storia. Credo che al posto di universo, si dovrebbe parlare di multiverso o pluriverso. Ci sono identità, tradizioni, interpretazioni. In passato c’erano la Nato e i Paesi del Patto di Varsavia. Poi c’è stata l’ondata neoliberista con Margaret Thatcher e Ronald Reagan. C’era comunque un grande dibattito. Dopo l’avvento di Tony Blair e Bill Clinton si è immaginata una prospettiva irenica universale, che appiattisce le differenze e cancella la mediazione dei conflitti. I quali, teoricamente, dovrebbero scomparire. Invece aumentano…».

Se il virus non conosce confini lo si può combattere solo in una prospettiva globale?

«Il virus è globalista, non sovranista. È l’inveramento della globalizzazione finanziaria. Il virus ha bloccato il motore della globalizzazione, riproponendo la necessità del ruolo dello Stato».

Il virus ha messo in evidenza anche la fragilità dell’Europa. Le scuse di Ursula von Der Leyen sono un’inversione di tendenza reale?

«Per carità, con quel profilo da visitor… Guardiamo ai fatti, non alla retorica. I fatti sono che ogni Paese guarda a sé stesso. A partire dalla Germania che si è fatta il bazooka di 550 miliardi fuori dal bilancio dello Stato. C’è una banca centrale senza uno Stato unitario. Si dovevano costruire gli Stati Uniti d’Europa, ognuno con la propria autonomia, ma non è andata così. La tecnocrazia non può sostituire la politica. Gli Stati del nord rifiutano la condivisione dei rischi. Lo si è visto durante la crisi della Grecia. Lo stiamo vedendo oggi. L’emissione degli eurobond sarebbe un inizio di condivisione del rischio. Ma non ci sarà».

Invece ci sarà il Meccanismo europeo di stabilità?

«Alla fine ce lo faranno ingoiare. Ci sono spinte forti, tutto l’establishment italiano – Pd, Italia viva, Forza Italia – è favorevole. Anche se accettassimo la parte che riguarda la sanità, il trattato di base ci porterà la Troika sull’uscio di casa. Ci sarebbero conseguenze nefaste sul welfare, le pensioni, l’occupazione. Non credo che i fautori del Mes non sappiano che su questa strada diventeremo un protettorato votato al vincolo esterno, imposto dall’economia tedesca che privilegia la lotta all’inflazione su quella alla disoccupazione».

E allora perché insistono?

«Per due motivi. Uno ideologico: l’illusione globalista contraria alle identità e fautrice dell’omologazione. L’altro strategico: il timore che l’unica alternativa sarebbe finire in mano ai populisti».

Di che cosa è sintomo la proliferazione in Italia di commissioni, comitati, task force a tutti i livelli?

«La sensazione di una delega ai tecnici è molto più di una sensazione. Personalmente sono convinto che il potere decisionale deve rimanere in capo alla politica, titolare di una visione complessa e dell’opera di bilanciamento fra le varie componenti».

Crede anche lei che siamo di fronte a una sorta di clonazione del governo?

«Di fronte a questo evento inedito la compagine governativa ha mostrato i suoi limiti. Ma c’è anche una tendenza che viene da lontano. Nel sistema neoliberista, lo Stato si funzionalizza e spoliticizza, mentre, al contrario, le tecnocrazie si politicizzano. Così, però, i cittadini non si ritrovano perché con il voto legittimano dei rappresentanti, ma le decisioni le prendono altri».

Si ricorre ai tecnici quando il gioco si fa duro?

«Sulla scorta dell’illusione che siano neutrali. L’abbiamo già visto con il governo di Mario Monti».

Arrivato come il salvatore…

«In realtà, si è comportato come un emissario straniero. Per caso ha ridotto il debito pubblico? Semmai ha ridotto il debito con l’estero e i salari. Per non parlare del disastro degli esodati. I tecnici non sono mai neutrali. Dietro l’aura dell’oggettività, fanno passare una visione».

Per esempio?

«Se ci si occupa solo di domanda estera significa che si privilegiano le grandi imprese a scapito di chi vive di domanda interna, piccole aziende, commercianti, partite Iva».

La soluzione?

«Dev’essere la politica a guidare».

Anche se è di tutta evidenza che i governanti attuali non siano all’altezza di questa situazione?

«Nella prima fase di fatto hanno governato i virologi. Ora avanzano priorità economiche, strategiche, psicologiche, di orientamento».

Per questo è nata la task force per la ricostruzione guidata da Vittorio Colao.

«Persona stimata, come lo sono gli altri esperti».

Forse un po’ tantini… La ricostruzione del dopoguerra la guidò Alcide De Gasperi, che non era un tecnico.

«Nemmeno Pietro Nenni e Palmiro Togliatti lo erano. Siamo in presenza dell’ennesima delega: dicci come dobbiamo fare».

Per il dopo si sente molto parlare di Mario Draghi.

«Lo vuole un bel pezzo di establishment, apparati dello Stato, il Pd, Italia viva. Non credo che Lega e Fratelli d’Italia approvino un governo tecnico. Forse potrebbe servire a liberarsi del premier attuale. Personalmente, auspicherei un governo di unità nazionale».

Ci sono le condizioni?

«Probabilmente no. Resta la via maestra del voto, il bagno di democrazia. Quando si devono affrontare sfide alte la legittimazione popolare è fondamentale. Se non c’è, il limite strutturale viene a galla. E poi dobbiamo tener conto di un altro fattore».

Quale?

«Che dopo ogni governo tecnico, come abbiamo visto con Monti, la divaricazione tra élite e popolo aumenta».

Anche il conflitto tra regioni e governo non fa ben sperare.

«La riforma del Titolo V della Costituzione fatta dal centrosinistra è venuta al pettine. È mancata una definizione delle competenze. Infatti, la Corte costituzionale non fa che occuparsi di questo. Dove ci sono regioni più organizzate come al nord, l’Emilia Romagna e la Toscana, ci si salva. Altrove la situazione è tragica. La sanità della Calabria e della Sicilia sono perennemente commissariate. L’attivismo del governatore della Campania serve a mascherare gravi responsabilità nella gestione del sistema ospedaliero».

L’ultima task force nata è quella delle Donne per il Nuovo Rinascimento. Serviva?

«Mi sembra un’operazione simbolica, piuttosto retorica. Se si vogliono dare segnali forti serve ben altro».

Per esempio?

«Sono favorevole alla riapertura di cinema e teatri. Ovviamente nel rispetto delle normative. Meno pubblico nelle sale e opere con pochi attori, ma sarebbe un segnale forte. Anche la riapertura di osterie e trattorie lo sarebbe, non siamo il Paese di McDonald. Ma se quelle attività resteranno chiuse un anno, potranno non riaprire più. Inoltre, la riapertura di scuole e università è fondamentale. Non bisogna trasmettere l’idea che far didattica online sia più figo. No, la cultura è un’esperienza incarnata, di relazioni reali. Paesi arrivati dopo di noi stanno già riaprendo».

La sinistra di governo sta pensando alla patrimoniale e alla regolarizzazione degli immigrati per l’agricoltura.

«Si comincia con la tassa sopra gli 80.000 euro e si arriva al prelievo nei conti conti correnti che sono il risparmio delle famiglie. Le vere ricchezze su cui intervenire sono nei paradisi fiscali. Questo è il momento di mettere denaro, non di toglierlo».

E la regolarizzazione degli immigrati?

«Per carità, buona cosa. Ma mi sembra il modo per buttare la palla in calcio d’angolo e parlar d’altro. Per regolarizzare gli immigrati servono vere politiche sociali. Che non si stanno facendo per nessuno. Altrimenti dopo averli regolarizzati li abbandoneremo nelle periferie e alimentando il degrado sociale».

 

La Verità, 19 aprile 2020

«Strane sardine, in piazza contro l’opposizione»

Reduce da un’incursione in Campania, tra Sorrento e Positano, anche lì Matteo Salvini ha trovato ad accoglierlo il movimento delle sardine.

È più contento o preoccupato vedendo che mobilita le piazze contro?

«Sono contento della tanta gente che viene ad ascoltare e che partecipa. Non sono mai preoccupato per me personalmente, ma le manifestazioni fatte contro l’opposizione e con il sostegno del governo, mi sembrano un evento che accade raramente e non propriamente nelle democrazie. Capisco che si vada in piazza contro le scelte sbagliate di un governo. Non capisco che si manifesti preventivamente contro l’opposizione, temendo che vada al governo».

Quindi è un fatto che la stupisce, ma non la preoccupa?

«È un fatto che dà valore aggiunto perché tutti si accorgono di quello che facciamo. Sono felice che dove andiamo noi ci siano proposte, mentre fuori ci sono mediamente insulti e vaffanculo. Sono due idee di Italia ben diverse».

Dalle sardine arrivano fischi e insulti?

«Se si dà un’occhiata sui social se ne trovano di tutti i colori e quindi lasciamo perdere. Non mi cambia la vita, ne ho viste tante…».

La inseguono di città in città…

«Mi spiace per loro. Chi insegue Salvini vuol dire che ha tanto tempo. Finché restiamo nell’ambito democratico e del rispetto ci può stare. Quando questo inseguimento fa parte di un complesso mediatico e di demonizzazione dell’avversario ricorda il circolo perverso degli anni bui del secolo scorso. Gli appelli degli intellettuali contro una persona non hanno mai fatto bene all’Italia».

In Emilia Romagna le sardine hanno oscurato lo scandalo di Bibbiano?

«Mi ha sconcertato che qualcuno di loro abbia detto che “almeno non si parla più di Bibbiano”. Come se le famiglie che chiedono chiarezza e rispetto non esistessero. Mi auguro che quelli che la pensano così siano persone isolate. Colgo l’occasione di questa intervista per ricordare a chi sta amministrando bene la giustizia che le famiglie aspettano risposte, e che non si possono attendere i tempi della politica per avere sentenze chiare, magari sperando che tutto finisca nel dimenticatoio. Prima del voto ci sono ancora due mesi di appuntamenti e incontri, perciò sono fiducioso. In Umbria ho vinto qualche caffè e scommetto che il 26 gennaio in Emilia Romagna vincerò qualche tisana con Lucia Borgonzoni governatrice».

C’è chi sostiene che la sua campagna elettorale la oscura.

«È l’unica accusa che riescono a farmi. Me l’hanno fatta anche in Sardegna, in Basilicata, in Umbria, ora in Emilia Romagna. Forse il Pd si vergogna di sé stesso e dunque non capisce quanto sia normale che il leader di un partito vada nelle piazze a incontrare le persone. Forse a Matteo Renzi, Luigi Di Maio e Nicola Zingaretti potrebbe bastare un bar».

Che cosa ha trovato a Sorrento e Positano?

«Intanto voglio sottolineare che fino a qualche anno il fatto che i sindaci di Sorrento e Positano entrassero nella Lega sarebbe stato considerato un film di fantascienza. Sono due cittadine ben amministrate, con la raccolta differenziata al 70%, che appartengono a quella Campania da valorizzare, mandando a casa De Luca e De Magistris».

Come risponde a Conte che l’ha definita «sovranista da operetta»?

«Il Presidente del consiglio è più impegnato a insultare me e difendersi dalle accuse di conflitti di interessi e inchieste sui servizi segreti che a risolvere i problemi del Paese. Lo vedo piuttosto confuso. Se si riferisce alla vicenda del Meccanismo europeo di stabilità è in torto marcio, perché tutti noi gli abbiamo sempre detto che non andava modificato. Oggi togliamo pure l’opinione di Salvini che è un pericoloso sovranista, anche l’Abi (Associazione bancaria italiana ndr) dice che questo trattato è pericoloso per i risparmi degli italiani. Il dubbio è che per salvare la sua faccia abbia dato la parola che l’Italia avrebbe approvato il trattato Salvastati. Che, in realtà, serve a salvare le banche tedesche con i soldi degli italiani».

Nel giugno scorso eravate al governo con il M5s: perché Conte avrebbe dovuto disattendere le indicazioni che venivano dai suoi partner?

«Il no a quel trattato era opinione comune sia della Lega che dei 5 stelle. Un’indicazione ribadita in ogni occasione pubblica e privata. Non capisco come si possa trasformare il no in un ni, un sì, un forse. Se domani Conte chiamerà La Verità dicendo che non firmerà mai un trattato del genere per me la polemica è chiusa. Invece, vedo che si trincera dietro supercazzole del pacchetto, delle tempistiche… Per me, o è sì o è no».

Mes, Ilva, manovra: quanto durerà ancora il governo giallorosso?

«È durato già troppo perché i messaggi economici lanciati sono devastanti. Se alle imprese nel mondo trasmetti l’idea che l’Italia è un paese inaffidabile poi è difficile recuperare».

Conte dice che il suo governo ha tagliato le tasse per 26 miliardi, 23 di mancato aumento dell’Iva più 3 di taglio del cuneo fiscale.

«In realtà, la Corte dei conti certifica l’esistenza di 17 miliardi di tasse in più. Se passano come taglio delle tasse il mancato aumento dell’Iva, allora grazie tante… Anche l’anno scorso l’Iva non è aumentata. Del resto, gli italiani l’hanno capito, non a caso in questo periodo abbiamo visto in piazza i benzinai, i vigili del fuoco, i poliziotti, i pensionati, gli agricoltori, il mondo della scuola è in agitazione, per non parlare delle partite Iva alle quali è stata scippata la Flat tax fino a 100.000 euro. Per recuperare denaro, l’ultima che hanno inventato è la tassa sulla sigaretta elettronica. Mentre tutto il mondo normale aiuta chi smette di fumare anche con le sigarette elettroniche che sono meno dannose, noi stiamo pensando di tassarle. Mi sembra che siano alla canna del gas».

Nota un rinnovato attivismo delle procure verso di lei?

«Non ci si abitua mai. Mi domando se qualcuno in procura ad Agrigento sia ossessionato da me e non abbia altri reati veri da perseguire visto che mi stanno onorando della seconda o terza inchiesta. Il 90% della magistratura è sana, equilibrata e non politicizzata, poi c’è una piccola parte che storicamente prova a usare le aule di tribunale come cabine elettorali. Va bene, mi sorbirò un tot di processi vari ed eventuali».

Secondo lei, se si dovesse votare in Parlamento sul sequestro di persona per la Open arms, stavolta il M5s la difenderà come in occasione del voto sulla Diciotti?

«Se è coerente, sì. È sempre stata una scelta mia e dell’intero governo difendere i confini e disincentivare gli sbarchi. Lo stop all’immigrazione clandestina era nel programma elettorale, vediamo al voto. Non sono preoccupato, ma curioso».

È rispuntata anche un’intercettazione relativa a una cena con l’imprenditore Luca Parnasi, già arrestato per un’indagine sui lavori dello stadio di Roma. C’è stata o no quella cena?

«Ce ne sono state più d’una. Io ceno e pranzo sistematicamente con imprenditori. Anche stamattina ne ho incontrati una quindicina. Con Parnasi sono anche andato allo stadio e mi piaceva il progetto di quello per Roma. Poi, se ha sbagliato e commesso degli errori, giudicherà la giustizia italiana».

In quella cena si sarebbe concordato un finanziamento alla Lega di 250.000 euro attraverso l’associazione «Più voci».

«Io non faccio l’amministratore. Non raccolgo denaro, ma idee. Le persone che collaborano con me lavorano in modo corretto. Lo dice lo stesso Parnasi: “Non erano soldi dati alla Lega”; non ho motivo di dubitarne».

Quando è nato il nuovo Salvini, istituzionale e dialogante?

«Io non mi accorgo di tutti questi cambiamenti. Ho letto un lungo articolo che spiegava la mia scelta di indossare il dolcevita e i pantaloni di velluto a Bologna con il fatto che l’Emilia Romagna è di sinistra e quindi anch’io mi adeguavo allo stile locale. Mi sono divertito, pensando che d’inverno mi sono sempre vestito così. A volte sono dialogante altre volte burbero, ho sempre provato ad ascoltare. Se mi chiedono un giudizio su Mario Draghi, rispondo».

Magari senza candidarlo al Quirinale, però.

«Non ho candidato nessuno. Anche in passato a precisa domanda ho risposto che ha fatto bene il suo lavoro. Come si fa a parlare oggi del Presidente della Repubblica che si eleggerà tra due anni e mezzo? Draghi non mi sento di dire che è una pessima persona, tutt’altro. Certe sfumature si notano più da fuori. Il leader del primo partito nazionale deve ascoltare tutti. Per esempio, mi ha fatto molto piacere l’intervista del cardinal Camillo Ruini».

Che ha incontrato qualche giorno fa. Ci può svelare qualcosa degli incontri riservati di questo periodo con Ruini, con l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi, e con Liliana Segre?

«No. L’incontro con Ruini è di dominio pubblico e spero sia il primo di una serie di altri. Ruini è una persona di una ricchezza tale… dalla quale ho solo da imparare. Gli altri incontri, se ci sono stati, rimangono riservati».

L’impegno diplomatico maggiore del nuovo Salvini è nella direzione della Chiesa e del Vaticano?

«Ci sono stati tanti incontri anche prima. Incontri che rimangono per me e per chi c’era. Sicuramente l’apertura anche pubblica di qualche cardinale ha favorito un dibattito importante, ma anche prima avevo incontrato qualcuno in Vaticano. La distanza è molto più ridotta di quanto la raccontano Famiglia cristiana e Avvenire, per i quali io dovrei essere già all’inferno e la Lega dovrebbe essere fuori legge. Fortuna che i cattolici, come i buddisti e gli appartenenti a ogni religione, pensano con la loro testa».

Pensa che avrebbe potuto sospendere il riferimento alla droga che fa male nel giorno della condanna dei carabinieri per la morte di Stefano Cucchi?

«No, perché penso 365 giorni all’anno che la droga fa male. C’è troppa informazione e politica che strizza l’occhio agli stupefacenti. C’è chi dice che fa bene, che tiene svegli».

Matteo Renzi dice al Pd di non andare a elezioni perché si regalerebbe il Quirinale alla Lega.

«Abbiamo al governo gente che oltre a essere incapace è pericolosa perché impedire le elezioni altrimenti vincono gli altri e occupano le istituzioni è qualcosa di volgare. Se gli italiani ci voteranno non manderemo certo un marziano al Quirinale. Non so come potranno resistere altri due anni e mezzo al governo litigando su tutto».

Qualcuno ipotizza anche un avvicinamento tra i due Matteo in vista di un bipolarismo alternativo che porterà a escludere Conte, Zingaretti e Di Maio.

«Sono anni luce lontano da Renzi e in ogni caso penso che di Conte e Zingaretti rimarrà poco nella storia patria. Lavoro affinché potremo tornare più efficienti ed efficaci al governo. Tra un anno, sei mesi o quando sarà. Ma presto o tardi sarà».

 

La Verità, 22 novembre 2019

«Con più coesione, arriviamo a fine mandato»

Il premier Giuseppe Conte ha appena terminato una riunione di quattro ore sulla spinosa vicenda dell’ex Ilva con i vertici di ArcelorMittal, il proprietario Lakshmi Mittal e il figlio Aditya Mittal, e una delegazione di ministri (il responsabile dell’Economia Roberto Gualtieri, quello dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, quella dell’Agricoltura Teresa Bellanova e il titolare della Salute Roberto Speranza) e tra un’ora presiederà il Consiglio dei ministri sulla stessa materia. In mezzo, per mantenere una promessa, concede un’intervista esclusiva alla Verità. Un’ora abbondante di botta e risposta, nel corso della quale si è permesso anche qualche digressione: «Ma lei pensava di trovare un premier stressato?».

Presidente, la prendo alla larga per decantare la tensione della giornata. Guardando questi 18 mesi, com’è accaduto che da avvocato sconosciuto ai più sia divenuto il politico più importante d’Italia?

«Mi lusinga. La politica ha ritenuto di coinvolgere un professionista e un accademico che oggi si ritrova in una posizione di responsabilità e che cerca di perseguire il bene comune, portando un angolo visuale diverso grazie alle competenze acquisite al di fuori della politica».

Ogni giorno una mina da disinnescare: quanto dura il suo governo?

«Confido il necessario per attuare il programma riformatore annunciato ai cittadini italiani».

In termini di tempo?

«Fino alla fine della legislatura».

Che margini ci sono per far rientrare questa crisi che mette a rischio 15.000 lavoratori e l’1,4% del Pil?

«La situazione si prospetta molto complessa e la sfida molto difficile, ma il governo farà tutto quanto possibile per preservare gli investimenti produttivi e i livelli di occupazione raggiunti».

Che cosa dirà al presidente Sergio Mattarella che attende una sua comunicazione in proposito?

«Gli riferirò come si è svolto l’incontro e la determinazione del governo a fare tutto quanto è nelle sue competenze per salvaguardare un asset strategico nazionale».

La vicenda dell’ex Ilva va ascritta a superficialità nella valutazione della reazione di ArcelorMittal o a difficoltà nella ricerca di una politica di sviluppo sostenibile?

«Dall’incontro di oggi ho tratto la convinzione che si tratti di una questione puramente industriale».

Già a giugno lei si pronunciò per la cancellazione dell’immunità penale per gli amministratori di ArcelorMittal che aveva consentito l’accordo.

«Non e consentito sul piano giuridico pensare di svolgere attività economico-industriali giovandosi di uno stato d’immunità penale. Detto questo, è corretto fare tutte le valutazioni del caso relative alla particolare situazione dell’ex Ilva. Ma non cadiamo nel provincialismo di pensare che uno Stato di diritto possa garantire l’immunità penale perché altrimenti non si può condurre un’efficace attività industriale. Sarebbe una promessa non accettabile».

Però era stata fatta.

«Il governo è pronto a fare la sua parte. Ma da quanto rivelato dalla proprietà, non è stata l’immunità penale la causa determinante la decisione di recedere dal contratto di ArcelorMittal».

Fa titolo parlare di green economy, ma poi nel concreto nascono molti grattacapi?

«Non è facile riorientare il sistema produttivo verso la green economy accelerando i tempi della transizione energetica e verso un’economia circolare. Non può esser fatto dall’oggi al domani; il sistema produttivo ha bisogno di tempo per essere riorientato in modo che non si perdano opportunità occupazionali. Detto questo, una politica responsabile deve, oggi, subito, attraverso misure incentivanti e disincentivanti, indirizzare il sistema industriale in una direzione ecosostenibile. Altrimenti la sensibilità ambientale rimane una pura dichiarazione di principio».

Non dev’essere semplice visto che in tutte le emergenze industriali e ambientali come la ex Ilva, la Tav, le concessioni autostradali, Pd e M5s sono su fronti opposti.

«Sull’ex Ilva non mi sembra ci sia grande diversità di posizioni. Oggi c’erano vari ministri alla riunione con la proprietà e non ho notato differenti sensibilità. Siamo tutti convintamente orientati a preservare l’occupazione, la stabilità industriale e a perseguire un corretto piano ambientale. Se lei si riferisce a una differente valutazione emersa in seno ai gruppi parlamentari sullo scudo penale, va considerato che stiamo parlando di una questione giuridicamente opinabile».

E su Autostrade e Tav cosa dice?

«Potranno esserci diverse valutazioni, ma non vedo all’orizzonte divisioni sul piano industriale. Anzi, questo governo nasce sulla base di un programma molto caratterizzato, che mira a perseguire una svolta verde e a realizzare un’Italia più digitalizzata ed efficace nelle sue infrastrutture».

Dall’Ilva all’Iva: l’omega e l’alfa del governo in una consonante?

«Sull’Iva abbiamo ottenuto un grande successo, tagliando le tasse».

Quella tassa.

«23 miliardi. Lo scriva: quella tassa avrebbe avuto un effetto regressivo sui consumi. Il nostro è l’intervento sulle tasse più cospicuo fatto in Italia negli ultimi anni».

Non c’è l’aumento dell’Iva, ma una miriade di microtasse che penalizzano famiglie e imprese, come la plastic tax, la tassa sulle auto aziendali, la tassa sulle cartine delle sigarette…

«Lo contesto. Non è vero che questa manovra contiene una miriade di tasse. Abbiamo tagliato per 26 miliardi: i 23 dell’Iva più i 3 del cuneo fiscale. A fronte di questi tagli c’è una modesta tassazione su alcuni specifici settori del credito. Trattasi per lo più di tasse di scopo, in linea con il programma di governo per un’Italia più verde e moderna. Stiamo lavorando per rivedere le posizioni sulle auto aziendali e sulla plastica. A questo fine, dopo aver completato un supplemento di riflessione, incontreremo tutti gli stakeholders di questi due settori per operare una valutazione finale. Non vogliamo penalizzare nessuno e vogliamo che queste limitate misure siano pienamente sostenibili».

Come sta andando il tentativo di eliminare le commissioni bancarie per l’uso delle carte di credito e dei bancomat?

«Stiamo coinvolgendo il circuito creditizio tradizionale, le banche, e quello alternativo, le Poste e altri intermediari finanziari, in questo progetto. Quando il nuovo piano partirà, nel secondo semestre del 2020, i cittadini e i commercianti avranno la sorpresa di poter utilizzare il contante senza nessuna penalizzazione e la moneta elettronica senza pagare commissioni o pagandone di molto modeste».

Su alcuni provvedimenti della legge di Bilancio Matteo Renzi ha promesso battaglia: teme che possa essere stravolta in Parlamento?

«Non ho questo timore perché abbiamo avuto tante riunioni alle quali tutte le forze del governo hanno preso parte attiva dando il loro contributo per definire l’attuale volto della manovra economica.

Salvo intese.

«L’intesa è stata raggiunta. In Consiglio dei ministri avremo ulteriori vertici per eliminare eventuali riserve».

L’irrequietezza di Renzi toglie disinvoltura al governo?

«Il governo non è e non sarà mai disinvolto. Nessuna iniziativa di leader o di singoli esponenti potrà compromettere il senso di responsabilità e la forte determinazione nell’azione di governo».

Quindi lei è sereno?

«Io sono determinato a operare per il bene del Paese e a farlo con tutte le energie fisiche e psichiche sino all’ultimo giorno in cui sarò a Palazzo Chigi».

Sperava che la nuova coalizione sarebbe stata meno litigiosa della precedente e che si dovesse fare minor ricorso alle sue doti di mediazione?

«Dobbiamo sicuramente affinare lo spirito di squadra e per questo chiederò uno sforzo aggiuntivo a tutti i componenti della coalizione governativa. Non è accettabile che i risultati che stiamo conseguendo possano essere offuscati da singoli smarcamenti o specifiche rivendicazioni».

A quali risultati si riferisce?

«Ai 23 miliardi di taglio dell’Iva. È un grande successo perché l’aumento sarebbe stato regressivo e avrebbe prodotto una reazione a catena sui consumi e sul senso di sfiducia della popolazione».

Il carcere per i grandi evasori è una resa dello Stato, incapace di controlli risolutivi?

«Il carcere è solo una delle misure per rendere più efficace il contrasto all’evasione. Confidiamo anche su altre misure che potranno contribuire a porre le basi per un’alleanza tra lo Stato e tutti i contribuenti. Dobbiamo pagare tutti per pagare meno. L’unico modo efficace e sostenibile per pagare tutti meno è far emergere l’economia sommersa. Qualsiasi altra ricetta è poco credibile. In questa situazione, abbassare le tasse in modo sostanzioso, come ci riproponiamo di fare, senza recuperare i miliardi dell’evasione, significherebbe far saltare i conti pubblici, portare a un procedimento di infrazione il Paese e al collasso economico l’intero sistema».

Quanto la indeboliscono i casi di conflitto d’interessi che periodicamente affiorano, ultimo quello del parere sull’affare Retelit rilasciato al finanziere Raffaele Mincione pochi giorni prima di diventare premier del governo che si comportò come suggerito dal suo parere?

«Se avete avuto la bontà di seguire i chiarimenti forniti l’altro ieri alla Camera potrete convenire che non c’è stato conflitto d’interessi. Tutte le decisioni e le valutazioni sul punto sono state affidate al vicepremier Matteo Salvini che ha presieduto il Consiglio dei ministri in mia vece. Lo chieda a Salvini quale indirizzo aveva il Cdm».

Mi riferivo al fatto che aveva detto che quando ha redatto il parere pro veritate non immaginava di diventare premier. La sera prima di firmarlo ha incontrato Salvini e Di Maio in un hotel di Milano, non credo per parlare di calcio.

«E secondo lei una consulenza si redige in una notte? Io facevo l’avvocato, mi è stato chiesto un parere, non ho neanche incontrato la persona che me l’ha chiesto. Era un parere di natura esclusivamente formale. Infine, al Consiglio dei ministri non ero presente. Mi spiace che continuiate ad attaccarmi senza documentarvi a sufficienza. Io sono per la libertà di espressione, ho detto che fin quando sarò presidente del Consiglio non querelerò nessuno per diffamazione, perché sarebbe antipatico oltre che asimmetrico. Però potrò farlo come Giuseppe Conte, da semplice cittadino».

Mi spiace, sa di minaccia.

«È solo un invito a lavorare con senso di responsabilità».

Avete ammortizzato la scossa del voto in Umbria, quella dell’Emilia Romagna potrà essere più forte?

«Aspettiamo prima di valutare i risultati».

Parteciperà alla campagna elettorale o basta foto di gruppo?

«Non ho partecipato nemmeno in Umbria. Non sono nelle condizioni di fare campagne elettorali, dato l’assorbente impegno governativo. Se avessi il tempo, mi piacerebbe farle casa per casa, parlando con le persone e guardandole negli occhi».

Quanto potrà pesare lo scandalo di Bibbiano nel voto in Emilia?

«C’è un’inchiesta giudiziaria in corso. Stanno facendo tutte le verifiche del caso e valuteremo gli esiti che ne conseguiranno».

Dopo l’Emilia e la Calabria ci saranno la Puglia, il Veneto… Quella del suo governo rischia di essere una lenta agonia?

«Lei sta parlando di competizioni elettorali territoriali non di un voto dato al governo. In ogni caso valuteremo complessivamente i risultati, sono competizioni che potranno consentirci sicuramente di misurare lo stato di salute dei singoli partiti che compongono la maggioranza».

Perché in entrambi i suoi governi ha voluto mantenere la delega sui servizi segreti?

«Né prima né adesso è stata mai posta in discussione la delega sui servizi segreti. Evidentemente le forze politiche che hanno sostenuto il precedente esecutivo e che ora stanno sostenendo l’attuale mi hanno riconosciuto una funzione di garanzia nell’esplicare il delicato compito di sovrintendere al comparto di intelligence».

Come si spiega il misterioso apprezzamento del presidente americano per un politico che stava dando vita al governo più a sinistra dell’Occidente?

«Il più a sinistra? E il Portogallo? E la Spagna?».

Tra i più a sinistra: Pd, Leu, M5s.

«I 5 stelle non sono di sinistra. E poi c’è anche Italia viva». (ride)

Allora non c’era. Quali meriti aveva acquisito agli occhi di Trump?

«Sin dal G7 del Canada è scattata una simpatia personale con il presidente Trump e questa amicizia e questo rapporto personale si sono sempre mantenuti nel tempo, nel corso dei vari incontri internazionali».

Come spiega il fatto che dopo la sua audizione al Copasir nella quale ha detto di aver chiarito tutto il presidente Trump ha deciso di aprire un’inchiesta penale sul ruolo di Mifsud e dei servizi italiani nel tentativo di screditare la sua stessa elezione?

«Non mi risulta che l’inchiesta aperta riguardi i servizi italiani. In ogni caso non vedo nessun collegamento tra la vicenda interna della mia audizione al Copasir e quella tutta americana di aprire un’inchiesta giudiziaria relativa a disturbi recati all’elezione di Trump».

I suoi rapporti con Salvini sono irrecuperabili? I toni dei vostri scambi autorizzano a pensare che ci sia qualcosa di personale tra voi.

«Con Salvini io non ho nulla di personale. Le poche volte che ho parlato di lui l’ho fatto sollevando questioni politiche o istituzionali di una certa rilevanza. Vedo che lui invece si diletta ad attaccarmi sul piano personale anche più volte a giorno. Ma le polemiche personali non mi appassionano. Sono concentrato a rilanciare il “sistema-Italia”».

Il fatto di non essere espressione di un partito non le fa a volte avvertire un carico eccessivo sulle spalle?

«Sulle spalle avverto già forte la responsabilità di guidare un grande Paese, un membro del G7, come l’Italia. La questione non è tanto essere espressione o meno di un partito, ma progettare la modernizzazione del Paese lavorando con spirito costruttivo insieme alle varie forze politiche che sostengono la maggioranza».

Alcuni osservatori la danno più vicino al Pd che ai 5 stelle, cosa c’è di vero? E cosa c’è di vero nell’ipotesi che in un prossimo futuro potrebbe contendere a Di Maio la leadership del M5s?

«Sono vicino in eguale misura a tutti i partiti che hanno deciso di condividere questo progetto di governo per il Paese. È fisiologico che, rispetto alle singole riforme, possa essere accostato ora all’una ora all’altra forza politica. La verità è che per me non esistono misure di questo o quel partito, ma buone o cattive misure. Quanto al mio futuro, ormai costantemente i retroscenisti si divertono nell’attribuirmi vari percorsi politici. Ma l’unico futuro a cui penso è quello dei nostri giovani, delle famiglie, dei lavoratori, delle nostre imprese».

Disse che terminata l’esperienza del governo gialloblù sarebbe tornato alla sua professione. Che cosa le ha fatto cambiare idea?

«Gli stessi principi che hanno ispirato la mia prima esperienza di governo, la consapevolezza di voler operare sempre nell’interesse degli italiani, senza escludere nessuno. Ed è ancora così. Abbiamo una grande opportunità davanti a noi».

Si considera un politico affidabile? Non si è mai sentito in imbarazzo durante la copernicana transizione di mezza estate?

«La mia affidabilità va valutata sulla base dei principi costituzionali a cui ispiro la mia azione, non sulla base della fedeltà alla volontà di un singolo leader o di una singola forza politica, che mai ho dichiarato. Lo scorso agosto il Paese ha affrontato una delle più acute crisi politiche della sua storia. Ho accettato di presiedere il nuovo esecutivo per senso di responsabilità: andare alle elezioni avrebbe comportato una grave crisi economica, con possibile incremento generalizzato dell’Iva, esercizio finanziario provvisorio, rischio concreto di portare il Paese in procedura di infrazione. Data questa premessa, nel corso della formazione del governo, è emerso un disegno programmatico ben definito che può contribuire a modernizzare il Paese, riducendo la burocrazia, a migliorare le infrastrutture materiali e immateriali, indirizzandolo verso la transizione energetica e l’economi circolare».

Che cos’è il nuovo umanesimo a cui si ispira e dove ne vede le tracce nella marcia della sua coalizione?

«L’orizzonte ideale per un intero Paese. Un sistema di valori in cui agiscono principi condivisi e non negoziabili: il primato della persona, il lavoro inteso nella sua centrale dimensione sociale, ma anche l’uguaglianza, il rispetto e il senso delle Istituzioni, la preminenza della laicità. Non l’ho mai inteso come uno slogan politico ma come un patrimonio collettivo a cui l’intera comunità nazionale deve contribuire».

Diciotto mesi fa si presentò come «avvocato del popolo», oggi come riformulerebbe questa definizione?

«Al di là delle formule o delle etichette, posso dire che in tutti questi mesi alla guida del Paese per me nulla è cambiato. Lavorare per il bene comune, in maniera trasparente, facendo prevalere lo spirito di squadra a meri personalismi e calcoli individuali: è su queste basi che ancora oggi poggia la mia azione da massima autorità di governo».

Dovesse cadere questo governo secondo lei bisognerebbe indire nuove elezioni? Le chiedo un’opinione non di rubare il mestiere a Mattarella.

«L’orizzonte di questo esecutivo è la fine della legislatura. E fino ad allora lavoreremo incessantemente per migliorare la vita degli italiani. Non sarà facile nell’immediato. Ma ce la metteremo tutta».

 

La Verità, 7 novembre 2019

 

De Benedetti riscrive il copione di Otto e mezzo

Da giorni il promo di Otto e mezzo invitava sugli schermi di La7 «per capire se l’Italia è pronta a ripartire o è destinata ad affondare». Lilli Gruber vi appariva rinfrancata dalla sconfitta estiva di Matteo Salvini, ossessione conclamata della conduttrice. Soprattutto, ora c’è un nuovo governo, un’alleanza di sinistra e più organica all’Europa. Purtroppo, il primo episodio (La7, ore 20.35, share dell’8.1%), ospite Carlo De Benedetti, ha colto in contropiede la titolare del talk show più in del bigoncio: «Io non avrei votato la fiducia a questo governo», ha sentenziato l’Ingegnere. «Dal momento che la maggioranza di governo non c’era più, avrei preferito che si andasse a elezioni anticipate. La democrazia soffre quando le si fa lo sgambetto». Argomenti chiari, rispetto delle istituzioni, senso delle priorità nel funzionamento della convivenza civile. «Nel programma che ha illustrato Conte manca solo l’invito a voler bene alla mamma perché c’è assolutamente tutto. I padri di questo governo sono Renzi e Grillo, non mi pare un grande albero genealogico».

La padrona di casa accusava il colpo e deglutiva. Con la sua striscia quotidiana, nella scorsa stagione Gruber è stata la capofila dell’opposizione al governo gialloblù, in particolare dell’azione del vicepremier leghista. Ogni sera si consumava un processo contro Salvini, in sua assenza. Al debutto della nuova annata la conduttrice si è presentata con sopracciglia ancor più taglienti per sottolineare il profilo da giustiziera inflessibile. Ma subito ha dovuto ammorbidirsi di fronte a un interlocutore che aveva le idee più chiare: «Conte è un manager della politica. Per lui sedersi con il Pd o con la Lega è la stessa cosa. Ha firmato i decreti sicurezza, la Diciotti…». Gruber concionava di stabilità per l’Italia e di Paolo Gentiloni commissario europeo, senza che De Benedetti si facesse confondere. «In questo agosto è successo di tutto, ricchi premi e cotillon. Il premio del trasformismo a Conte. Della falsità a Renzi, che ha detto che voleva fare un nuovo governo per l’Iva e non perché non era pronto il suo nuovo partito, Salvini che ha confuso il Viminale con il Quirinale. Premio assoluto per l’incompetenza a Luigi Di Maio, nuovo ministro degli Esteri, che ha fatto sì che la Francia richiamasse il suo ambasciatore».

La posizione dell’influente editore del Gruppo Gedi («Leggo La Repubblica con grande entusiasmo tutte le mattine… Verdelli ha restituito un’anima al giornale») ha smosso le acque dello stagno politico e mediatico nostrano. La stagione tv è iniziata col botto e una parte del copione è da riscrivere. Anche a Otto e mezzo?

 

La Verità, 11 settembre 2019

«La Boldrini va al governo e noi cincischiamo»

Buongiorno Francesco Storace, è contento del governo che sta nascendo?

«Credo sia uno dei peggiori esempi di trasformismo della storia della Repubblica. Non ricordo un Presidente del consiglio di una maggioranza che lo rimane con quella opposta».

È scandalizzato?

«Sono colpito. Secondo me in politica le parole sono importanti. Si chiama Parlamento non Zittamento. Vuol dire che c’è il primato della parola. Invece, da una parte abbiamo Luigi Di Maio che fino a un mese fa parlava del “partito di Bibbiano”, dall’altra è facile rintracciare in rete un video in cui Nicola Zingaretti ribadiva “mai con i 5 stelle”».

Parlando di piroette c’è stata anche quella di Matteo Renzi.

«Renzi è quello che ha scardinato i giochi. Ci sta che chi è in minoranza in un partito scateni il casino. Ma chi li guida dovrebbe mantenere un senso di coerenza e affidabilità. Di Maio e Zingaretti mi hanno ricordato Gianfranco Fini quando disse: “Con Bossi mai più in caffè”. E poi invece tornarono insieme al governo».

Sessant’anni e una lunga militanza nella destra, dall’Msi fino a Fratelli d’Italia passando per An, già Presidente della regione Lazio e ministro della Salute nel terzo governo Berlusconi, Francesco Storace non è uomo da eufemismi. Da Capo d’Orlando, Sicilia, dove sta trascorrendo le ultime ore di riposo prima del rientro a Roma, scrive editoriali per Il Secolo d’Italia, il sito che dirige, vicino a Fratelli d’Italia e posta sui social anche foto un tantino hard. Come un dito medio indirizzato al governo nascente.

Conte ha detto che il suo sarà un governo «non contro, ma per»: che significa?

«Sono sciocchezze a uso dell’opinione pubblica e dei giornali. Conte e un concentrato di banalità. Purtroppo sono pochi i giornali che lo notano, l’inondazione di saliva prevale».

Un governo per i porti aperti, nuove tasse, il via libera alla magistratura e alle adozioni ai gay?

«E per gli inchini all’Europa».

Il governo stesso è partito da un inchino all’Europa?

«Potremmo chiamarlo governo Schettino, dal nome dell’ex capitano che fece naufragare la Concordia per fare l’inchino all’Isola del Giglio».

Ha ragione Matteo Salvini quando dice che il Conte bis è nato a Bruxelles?

«È nato fuori d’Italia. Abbiamo saputo che è stato Emmanuel Macron a suggerire il tweet di Trump in favore di “Giuseppi”. Il capo dei sovranisti mondiali sponsorizza un premier che si scopre antisovranista. È evidente che c’è un gioco globale: le fauci dei potenti della terra si aprono sull’Italia. Su questo Salvini ha sbagliato a giocare su due tavoli».

Russia e America. Infatti ora Conte parla di «multilateralismo che non rinneghi l’euroatlantismo».

«L’intervista la sta facendo a me o a Conte? Il suo peccato originale è che è un signore pescato dal nulla e portato a Palazzo Chigi senza aver mai preso un voto. Poi è diventato leader della coalizione opposta, sempre evitando elezioni. Se non è un oltraggio alla democrazia…».

È un premier doubleface?

«Non sappiamo che faccia ha e addirittura gliene diamo due. No, è semplicemente uno spregiudicato amante del potere».

Dirà che è lì per spirito di servizio.

(Silenzio).

Com’è stato possibile che Zingaretti abbia ceduto su tutta la linea, dall’andare al voto alla discontinuità?

«Per una volta nella vita gli avevo dato fiducia. Credevo volesse davvero andare a votare. Poi gli è esplosa la bomba Renzi tra i piedi che è riuscito a recuperare un ruolo nel partito. Il secondo errore che imputo a Zingaretti è non aver avuto il coraggio di entrare personalmente nel governo. Si vede per lui conta di più la guida della regione Lazio. Ma se voleva davvero puntellare il governo, avrebbe dovuto esporsi, magari come vicepremier. Nessuno potrebbe giocare con il segretario in prima linea. La scelta di restare in regione fa sospettare che non creda pienamente in questa avventura».

Forse teme che entrando nel governo gli sfilino del tutto partito?

«Da vicepremier sarebbe più difficile disarcionarlo. Non vorrei che oltre a non far votare gli italiani non si vogliano far votare nemmeno i cittadini del Lazio».

Anche Zingaretti ha subito pressioni per cambiare le sue posizioni?

«Tutti hanno detto dei no che sono diventati dei sì. Voglio vedere come finisce il film per capire quanto ha perso. Per come lo conosco, Zingaretti non è uno che molla facile. Ho la certezza che ci siano state pressioni, sia interne che esterne. La stessa nomina di Ursula von der Leyen è stata chiara in questa direzione. E il sorprendente ritorno in campo di Romano Prodi? In questa crisi se ne sono viste di tutti i colori…».

Sbagliando i tempi Salvini ha fatto un favore a Di Maio e Conte?

«Salvini ha ragione quando dice che tutti gli chiedevano di staccare la spina. Il problema è che se stacchi e non c’è la corrente alternativa si resta al buio. La corrente alternativa c’era la settimana dopo le europee, invece lui ripeteva che avrebbero governato insieme per cinque anni».

Voleva dimostrarsi un socio leale?

«Non mi permetto di giudicare il tasso di lealtà, ma mi pare abbia fatto male i conti. Personalmente non ci parlo da mesi… Dirigo un giornale online che per numero di visualizzazioni ha superato il Blog delle Stelle. In agosto siamo arrivati a 10milioni di pagine visualizzate. Eppure lui si ostina a non rilasciarci un’intervista, non riesco a capire perché».

Doveva darsi un profilo più istituzionale invece di stare al Papeete?

«Questo mi sembra un ritornello infantile. Tutti andiamo al mare, non può andarci un ministro?».

Magari non nei giorni in cui sta per aprire la crisi di governo.

«Lo aveva preannunciato a Conte che gli ha chiesto di aspettare. Comunque, questi sono formalismi che mi interessano poco. M’interessa di più la sostanza che ora la sinistra è al governo».

Anche la richiesta di pieni poteri è stato un errore: dopo le parabole di Berlusconi e di Renzi non s’impara che l’uomo solo al comando non dura?

«Sarebbe bastato dire che voleva usare pienamente le possibilità di potere che la Costituzione attribuisce a chi governa».

La richiesta di pieni poteri può spaventare l’opinione pubblica?

«Se sono quelli garantiti dalla Costituzione ai governanti non vedo che cosa ci sia da temere. C’è anche molto guasconismo in certe espressioni. Siamo figli di Twitter più che di Facebook».

Per l’area di centrodestra la prospettiva è di un lungo periodo di opposizione?

«Dipende da quanto durerà Conte. Ma un governo che nasce sul terrore di andare al voto, a naso non mi pare un modello di stabilità. Con dentro Liberi e uguali manca solo Roberto Saviano ministro».

La stabilità del governo la darà chi l’ha voluto, oltre all’Europa, la Cei, la Cgil, i gesuiti?

«Che la Cei possa accettare un governo con Monica Cirinnà mi pare complicato».

Il direttore di Civiltà cattolica Antonio Spadaro e il presidente della Cei Gualtiero Bassetti si sono pronunciati.

«E la cosa mi dispiace. Lo dico da credente e praticante: trovo indigesto che personalità rilevanti della Chiesa si siano schierate in questo modo».

Il centrodestra andrà in piazza in ordine sparso?

«Purtroppo sì. Fosse stato per me, i tre leader avrebbero dovuto salire insieme al Quirinale. Avrebbero mostrato chi rappresenta la maggioranza del popolo italiano. E sarebbe stato plasticamente visibile il fatto che si vuole far governare quelli che il centrodestra batte ogni giorno».

Berlusconi vuole tornare a essere il perno della coalizione?

«È una gara a chi ce l’ha più lungo, diciamo la verità».

Troveranno una sintesi?

«Metto la clessidra nell’attesa che comincino a riflettere. Ero dubbioso come Giorgia Meloni sull’alleanza con Forza Italia. Ma nel momento in cui Zingaretti e Di Maio prefigurano un’intesa di sistema, il centrodestra non può cincischiare. Loro portano Laura Boldrini al governo e noi ci mettiamo a misurare il tasso di rivoluzione dell’alleato?».

Berlusconi ha detto che il centrodestra dev’essere una coalizione moderata depurata dal sovranismo.

«Berlusconi preferisce il sovrano al sovranismo, a condizione che sia lui. Se si vuole escludere dalla coalizione è un conto, ma se si vuole farne a meno, rischia di essere controproducente. Io sono dell’idea di fare ogni sforzo per tenere unito il centrodestra affinché Zingaretti e Di Maio non vincano anche in futuro».

Per Forza Italia questa crisi dimostra che il sovranismo è perdente.

«Finora mi pare che il centrodestra a trazione sovranista abbia vinto in tutte le competizioni degli ultimi anni».

Se è stata Bruxelles a decidere questo governo come dice Salvini non conveniva una diplomazia diversa? Per esempio sul voto a Ursula von der Leyen?

«Per me hanno fatto bene a non votarla. Anche la discussione su chi dev’essere il nostro commissario europeo è incredibile. Se si dice che è legittima una nuova maggioranza in base agli equilibri usciti dalle elezioni del 2018, come si fa a sostenere il contrario a proposito del commissario europeo? Le elezioni del 26 maggio le hanno vinte la Lega e Fdi. Il commissario non è una casella da spartire tra Pd e M5s, non è un rappresentante del governo, ma di tutta l’Italia che ha votato alle europee».

Che cosa dovrebbe fare ora Salvini?

«Lo rivaluterei se chiamasse la Meloni e le chiedesse di aggregarsi alla manifestazione nel giorno della fiducia a Conte. Giorgia ha indetto una protesta senza simboli di partito, ma solo con il tricolore. La coalizione viene prima dei partiti. Mi pare che da qualche tempo il tricolore abbia cominciato a piacere anche alla Lega».

Come andranno le prossime elezioni regionali?

«Credo e spero che vincerà il centrodestra. Sarebbe un bel segnale dopo lo scandalo sulla sanità che ha colpito l’amministrazione di sinistra in Umbria».

Quanto durerà il Conte bis?

«Credo che a primavera la commedia finirà. A meno che non riescano a stringere alleanze sul territorio. Dobbiamo augurarci che Goffredo Bettini, il gran tessitore del Pd romano, torni in letargo».

 

La Verità, 1 settembre 2019

«La nascita del governo? Come il Grande fratello»

Incontro Piero Chiambretti nel giorno del suo sessantaduesimo compleanno. Festa, regali… e bilanci non solo professionali. La nuova stagione di Matrix su Canale 5, pensata come una serie intitolata «La repubblica delle donne» e divisa in otto episodi sta andando più che bene. Ma Piero è ugualmente tonico e barricadero: «A fare le cose bene o male ci si mette lo stesso tempo, la differenza si vede in onda. Ogni puntata è come un’operazione a cuore aperto. Certo, non salviamo vite, ma le nostre scemenze le scriviamo come fossero per un film da Oscar», dice mentre gli cade l’occhio sulla biografia di David Lynch poggiata sulla scrivania. Dunque, tempo di bilanci tutti d’un fiato: «Mi sentivo già vecchio a 25 anni perché non ne avevo più 18. Quando Gianni Boncompagni diceva ≤guarda che ne ho ancora 79≥ si sentiva giovane. Fortuna che i compleanni arrivano una volta l’anno perché, con il telefonino e i social, se rispondi a tutti l’anno te lo sei giocato. Pablo Picasso diceva che ≤ci vuole molto tempo per diventare bambini≥. Io dico che, per vivere a lungo, bisogna invecchiare. Il che ha dei vantaggi: invecchiando vedi meno governi pasticcioni, meno politici impreparati, meno spread alle stelle, meno vittorie in Champions delle spagnole e meno tv trash».

Ha fatto la scaletta dell’intervista?

«Dimenticavo: meno presidenti della Repubblica accusati di alto tradimento».

Lei era confidente di Francesco Cossiga.

«Ero un suo servizio segreto deviato».

Non vorrà parlare di politica… Facciamo una sintesi di ’sto casino?

«Guardi, in questi giorni ho avvertito una sensazione di precarietà come poche volte. Premetto che sono un italiano sbagliato perché credo nel Paese ma sono anni che non voto. Alla cabina elettorale preferisco la cabina balneare».

A un certo punto sembravano coincidere.

«Anziché a nuotare saremmo andati a votare. Nell’incertezza noi ci siamo portati avanti con una puntata sulla Vita smeralda che partiva da Sapore di mare, il film con Jerry Calà e Isabella Ferrari che ci ha offerto la metafora del Paese che affoga. Lì Paolo Savona era perfetto. Un mio amico che lavora nell’alta finanza dice che siamo tecnicamente falliti. Quanto alla nascita del governo, sembrava una puntata del Grande fratello: chi entrava e chi usciva, chi elogiava in diretta e accoltellava nel backstage. Forse si poteva nominare subito premier Simone Coccia, il compagno dell’onorevole Stefania Pezzopane».

Il Grande fratello ha scatenato polemiche e Lele Mora ha detto che ci sono tre faide: quella del lungo, quella del corto e quella del pacioccone. Idee?

«C’è una certa competizione tra i gruppi di lavoro che producono più ore nei palinsesti. Oppure possono essere persone vicine a Piersilvio Berlusconi».

E la fisiognomica?

«Il corto potrei essere io, ma non c’entro con le faide perché sono un cane sciolto».

La statura è la seconda cosa che condivide con Silvio Berlusconi.

«Mi manca la prima: essere un grande imprenditore internazionale, dalla grande verve e con un contratto a tempo indeterminato con la vita».

Sbagliato: la prima è che entrambi avete iniziato sulle navi da crociera.

 

Se vuoi continuare a leggere clicca qui