Nolan, più coraggioso con Omero che con Hollywood
Tra i tanti, forse il colpo di genio più riuscito di Christopher Nolan è portare in scena proprio Omero, l’autore primigenio, l’iniziatore della letteratura e della classicità. L’amore, la guerra, la fuga, il ritorno a casa, la vendetta. Insomma, l’avventura della vita. Il rapper Travis Scott percuote con un martello il marmo e annuncia i capisaldi della trama: «Un viso… una flotta… una città… un uomo… un inganno». Inizia il corpo a corpo tra il grande regista e il sommo ispiratore. Ci vuole una gran dose di coraggio, quasi d’incoscienza, per misurarsi con la pietra miliare. E già qui va riconosciuta la grandezza di Nolan, cineasta prodigo di grandi opere, l’ultima Oppenheimer e prima Dunkirk e prima… E, venendo a quest’ultima, va detto che di filmone si tratta, dalle parti del capolavoro, pur con qualche cedimento di cui parleremo.
Dunque, il coraggio di confrontarsi con Omero e di tentare una riduzione cinematografica dell’Odissea. Riduzione, inevitabilmente. Sebbene l’opera – in tecnologia Imax 70mm, godibile in pochi schermi e comunque solo grandi o enormi – duri 173 minuti che corrono veloci. L’Odissea di Nolan è un kolossal d’azione con un cast superlativo: Matt Damon è un variegato Odisseo (nome originale di Ulisse), Tom Holland è il figlio Telemaco, Anne Hathaway è Penelope, Robert Pattinson è il perfido Antinoo, Charlize Theron la splendida Calypso, Zendaya è Athena, Samantha Morton una respingente maga Circe. Perfette anche le figure minori. Cast superlativo, ma in parte condizionante perché avendo puntato sulla familiarità degli interpreti con il grande pubblico, si sono scelti attori e attrici notissimi e già identificati con grandi saghe – Jason Bourne, Spider Man, Il Diavolo veste Prada, Twilight, Dune – che affiorano qua e là nella recitazione. La grandezza del kolossal la completano il direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, con penombre e scorci dark, e il direttore delle musiche Ludwig Göransson che è ricorso agli strumenti dell’epoca, il gong e la lira.
Con un budget da 250 milioni di dollari più 125 di promozione, l’obiettivo è il grande blockbuster, l’incasso record, soprattutto la messe di candidature all’Oscar. E quindi, signori, ecco spiegati la Elena di Troia nera di Lupita Nyong’o, l’Athena mulatta di Zendaya e l’invenzione registica di Sinone, soldatino di guardia al cavallo di Troia, interpretato dal transgender Elliot Page. C’è chi esulta per il rigurgito d’ideologia woke a dispetto di quella Maga e ognuno è libero di scegliere come suicidarsi. Tuttavia, detto che Elena di Troia compare sì e no cinque minuti e che una dea può pure essere meticcia, proviamo a immaginare che forza avrebbe avuto questa Odissea se avesse tenuto la schiena dritta anche di fronte ai protocolli dell’Academy di Los Angeles. Forse un autore come Nolan faceva ben sperare. Invece, pazienza. Più facile essere coraggiosi con Omero che con i codicilli di Hollywood? O il cinismo delle major calcola l’uso promozionale anche delle polemiche sul politicamente corretto?
Potente, travolgente, coinvolgente, questa Odissea ha comunque tanti meriti. Aver riportato al centro del dibattito la letteratura fondante dell’Occidente, innanzitutto. E poi, dopo tanti intimismi e nichilismi anche della cinematografia nostrana, tornare a farci pensare in grande. Odisseo è il generale di Agamennone e con uno stratagemma organizza il sacco di Troia. Il cavallo, regalo della dea Athena come pegno di pace, spunta obliquo nel bagnasciuga e centinaia di comparse lo trascinano dentro le mura. Il raggiro è compiuto e l’esercito greco incendia, distrugge e semina morte. Una strage che Odisseo attua per obbedienza, ma che si porterà dentro per il resto della vita raminga. E anche dopo, una volta tornato in patria. Nolan governa con grande maestria i piani narrativi, i flashback e i racconti nel racconto. Gli intrighi di Itaca, dove Penelope fa e disfa il telaio, assediata dai pretendenti che vogliono prendere il posto del marito e dove «la legge di Zeus» che accoglie i deboli è stata dimenticata. Le confidenze a Calypso che ammalia il profugo con i fiori di loto. Il suo vagare travagliatissimo, al cospetto del mostruoso Polifemo, dal confronto con il quale il regista espunge l’inganno di «il mio nome è Nessuno». Poi Odisseo che fugge dai Lestrigoni, giganteschi guerrieri dentro spaventose corazze. I suoi soldati che sono trasformati in maiali da Circe, che patiscono la seduzione del canto delle sirene e muoiono tra i gorghi e le belve di Scilla e Cariddi. Tra i tanti agguati di un Mediterraneo infernale, regno delle vendette di Poseidone, il peggiore tormento dell’eroe viene dai rimproveri della sua ciurma che gli rinfaccia di non aver dato adeguata sepoltura ai compagni morti. Li onoreremo salvandoci, ribatte più volte Odisseo, echeggiando l’evangelico «Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti». Ma il suo è un pragmatismo solo apparente perché il senso di colpa gli attraversa l’anima, scavandola di rimorso per le troppe morti, le brutalità e le sofferenze provocate. Un tormento che sembra avvicinarlo fin quasi al pentimento. E che infonde a tutto il racconto un retrogusto pacifista, una nausea della guerra. Tornato finalmente a casa, l’eroe dovrà ritrovare oltre agli affetti agognati nuove energie per combattere un’altra battaglia, ancora più impegnativa. Quella contro «la fine della nostra civiltà».
La Verità, 22 luglio 2026
