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The paper, una sitcom prigioniera del cazzeggio

C’è un dettaglio curioso nella promozione e nella trama di The paper, la nuova sitcom di punta di Sky, dieci episodi già disponibili on demand sulla piattaforma che raccontano le bizzarre vicende di un giornale di provincia americano, il Toledo Truth Teller, ed è la stranezza di chiamare caporedattore quello che è a tutti gli effetti un direttore. È un dettaglio rivelatore dell’autoreferenzialità della serie spin off di The office. Se infatti il titolo professionale rispettasse il ruolo, un direttore con mano libera sulla redazione e il resto, «l’ultimo vero monarca» sulla terra, tutto sarebbe più prevedibile e scontato. Invece, l’arrivo del «nuovo caporedattore» è perfetto per innescare il conflitto con chi l’ha preceduto, la mitica Esmeralda Grant di Sabrina Impacciatore, più preoccupata di trovare lo smalto giusto che le notizie. C’è da stupirsi se il suo malizioso ostruzionismo rende ancora più accidentata la quotidianità già fiaccata dalla concorrenza del Web e dei social media? Del resto, il giornale è solo una delle tante costole dell’azienda che commercializza vari derivati dalla cellulosa, compresi quelli di uso più prosaico. La sigla di partenza dice già tutto: la carta di giornale serve per avvolgere le focacce, per coprire la testa dei muratori e assorbire l’olio dei fritti. Però, adesso in redazione si cambia e al posto delle agenzie si attingerà alla fantasia e alla creatività dei cronisti, nessuno dei quali ha mai scritto un pezzo neanche per il giornalino del liceo. Pazienza se si chiacchiera amabilmente mentre il grattacielo di fronte sta andando a fuoco. Chissà come, prima dell’avvento del nuovo «visionario» capo (Domhnall Gleeson), il Toledo Truth Teller arrivava alle edicole della cittadina dell’Ohio. Però non bisogna formalizzarsi perché la plausibilità della storia è l’ultimo dei problemi di una sit che vorrebbe far ridere. Nell’improbabile redazione, ignara dell’uso delle fonti e delle regole basilari dell’informazione, attecchiscono i flirt più ovvi e il cazzeggio più inconcludente. Il fatto è che, nonostante la presenza tra gli autori di Ricky Gervais e Stephen Merchant, la ricercata demenzialità della trama si rivela un accrocco squinternato di gag e situazioni dal modesto potenziale comico. Nemmeno la parodia della giornalista svampita e traffichina di Sabrina Impacciatore basta a farla evadere dalla bolla di autoreferenzialità e narcisismo di cui è prigioniera. Poche le aspettative che ci riesca anche nella seconda stagione tanta è la presunzione da primi della classe.

 

La Verità, 1 febbraio 2026

La musica gira bene, peccato le soste retoriche

La parte migliore è proprio ciò che gira intorno. La musica, appunto. E la splendida scenografia di case colorate (dove sarà?) del Teatro 1 di Cinecittà world. E poi alcuni duetti e alcune partecipazioni scanzonate pur trattandosi di canzoni. Ma anche di qualche gag leggera dispensata con tonalità affettuose nel clima generalmente amichevole. Il peggio sta invece nei monologhi accorati, nelle omelie da pensiero uniforme, nella sottolineatura dell’importanza dei testi delle canzoni, a volte un tantino grondanti: «E poi e poi e poi sarà/ che quando sento di voler salvare il mondo/ poi succede che/ è lui che salva me» (Padroni di niente). Peccato, Fiorella Mannoia. Proprio ora che si era esposta in occasione della bigotta polemica contro Grease, giudicato omofobo e misogino: «Questo politicamente corretto sta diventando insopportabile», aveva twittato, condividendo le critiche del sindaco di Bergamo Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5. Peccato, dunque, che La musica che gira intorno sia stata farcita di troppa retorica, sui drammi della pandemia rivisitati da Ambra Angiolini o sull’amore tra due donne interrotto dalla guerra («La lettera di Valerie» da V per vendetta) recitato con occhi lacrimanti da Sabrina Impacciatore (Rai 1, venerdì, ore 21,30, share del 17%, 4 milioni di telespettatori). In apertura non era mancato anche il ricordo della Shoah di Edoardo Leo, con la citazione del colonnello inglese Mervin Willett Gonin che ha raccontato il sorprendente arrivo dei rossetti nel campo di concentramento di Bergen Belsen: era l’introduzione a Credo negli esseri umani di Marco Mengoni. E avrebbe potuto bastare come momento di riflessione.

Il meglio è arrivato invece dalla musica. A cominciare proprio da Canzone di Lucio Dalla, interpretata da Antonello Venditti e Francesco De Gregori, come incipit della serata, partita in crescendo. Con la Mannoia, versatile padrona di casa nell’affiancarsi ai tanti ospiti, soprattutto maschili. Sulle ali della nostalgia il duetto con Claudio Baglioni (Il mondo, Io che non vivo…); aperto dalla leggerezza di Panariello quello con Andrea Bocelli, concluso dall’Hallelujah di Leonard Cohen; intenso nella gara di voci quello con Giorgia, pronta all’autoironia sull’abbigliamento da lockdown; serioso quello con Luciano Ligabue; giocoso quello con Gigi D’Alessio e Achille Lauro in Tu vuo’ fa’ l’americano e Eri piccola. Introdotti dalla gag di Alessandro Siani: «La musica gira intorno perché non trova parcheggio?». Già, sarebbe un peccato se, gira che ti rigira, finisse per trovarlo in zona sinistra da salotto.

 

La Verità, 17 gennaio 2021