Luci (rosse) spente su Tinto Brass, maestro dell’eros
Lo ricordiamo così, Tinto Brass, col sigaro in bocca, acceso come le sue passioni e il suo cinema. E con, negli occhi, quella scintilla d’ironia da provocatore consapevole. Se n’è andato ieri «il maestro del cinema erotico», secondo la formula più in voga per incasellarlo. Accudito dalla moglie Caterina Varzi, sposata nel 2017 in seconde nozze, dopo la morte della prima, Carla Cipriani, avvenuta nel 2006 e di cui era stato marito per mezzo secolo e quasi una trentina di film, se n’è andato a 93 anni nella sua casa di Isola Farnese, nord di Roma. Era la sua ultima città d’adozione dopo che, nato a Milano, aveva vissuto un’intera vita a Venezia, «mia madre, moglie e amante», come ha ricordato nell’intervento letto da Caterina alla serata di preapertura dell’ultima Mostra del Cinema che, per volere del presidente Pietrangelo Buttafuoco, la Biennale gli ha dedicato proiettando l’edizione restaurata di Col cuore in gola e tributandogli il Premio Pietro Bianchi dei giornalisti cinematografici.
Sperimentatore negli anni Sessanta, contestatore di regole e schemi, poi frequentatore della pubblicità, del fumetto, dell’arte beat, della psichedelia, linguaggi protagonisti del film con Jean-Louis Trintignant ed Eva Aulin. E, da metà dei Settanta, cultore del cinema hardcore. Senza fratture tra un prima e un dopo, a sentire lui. Per Col cuore in gola «scelsi Londra perché, all’epoca, era il luogo della trasgressione e della libertà», sottolineava in quel testo, parlando dello spirito di sfida alle convenzioni che cresceva in lui all’epoca.
Figlio del pittore Italico Brass sposato a una benestante russa (Lina Rebecca), messa da parte una laurea in Giurisprudenza per l’irrompere della passione per il cinema, Giovanni Brass detto Tinto, si iscrive alla Cinémathèque di Parigi, frequenta gli ambienti della Nouvelle Vague, torna in Italia e diventa aiuto regista del Roberto Rossellini di Il Generale della Rovere. Nel 1963 firma il suo primo lavoro anarchico e antipotere, In capo al mondo (rititolato Chi lavora è perduto) accolto con entusiasmo alla Mostra di Venezia. Col cuore in gola precede L’urlo, per completare il quale rinuncia alla proposta di dirigere Arancia meccanica, e nEROSubianco, con eros scritto in rosso, e qualcosa si comincia a intuire. Dopo Dropout arriva La vacanza (con Franco Nero e Vanessa Redgrave), in favore della libertà psichiatrica, ultimo film non erotico.
Da questo momento protagoniste del suo cinema diventano le donne: disinibite, sfrontate, gaudenti. «Ritenevo l’erotismo una chiave fondamentale dell’espressione umana e soprattutto la chiave per raccontare le donne. Che era quello che mi interessava di più», sembra quasi giustificarsi. È un erotismo dapprima patinato, come negli adattamenti a sfondo storico di Salon Kitty, ambientato in un bordello nella Berlino dei Quaranta che inaugura un mini-filone nazi porno sulle tonalità del Portiere di notte di Liliana Cavani. E come in Caligola, prodotto dall’editore di Penthouse Bob Guccione, con Malcom McDowell e Peter O’Toole. Realizzato nel 1979, per problemi di censura uscirà solo nel 1984, dopo La chiave (tratto da un romanzo di Junichiro Tanizaki): l’enorme successo dell’opera con Stefania Sandrelli e Franco Branciaroli ambientata nella Venezia fascista aveva definitivamente sdoganato l’eros d’autore.
È una svolta di costume e, per Brass, l’inizio di una discesa facile. I problemi con la censura sono alle spalle, il pubblico si allarga, le produzioni fioccano. Negli anni Ottanta i suoi lavori mantengono ancora qualche legame con la letteratura: La locandiera di Carlo Goldoni rivisitata con Serena Grandi nei panni di Miranda, Lettere da Capri di Mario Soldati per Capriccio con Francesca Dellera, Snack Bar Budapest di Marco Lodoli e Silvia Bre con Giancarlo Giannini. Via via gli altri: Paprika con Debora Caprioglio, Così fan tutte con Claudia Koll, Senso ’45, tratto da Camillo Boito, con Anna Galiena e Gabriel Garko ufficiale delle SS. Ma sono lavori molto liberamente ispirati, la fonte è pretesto per le fantasie del regista. La cinepresa indugia sulle forme femminili per un erotismo baldanzoso che non ha nulla di psicanalitico. E che scatena le rampogne dei moralisti e delle femministe.
«Il primato della forma sul significato non è solo una costante del mio cinema, ma l’elemento qualificante», ha sottolineato Brass in quell’intervento che, letto dalla moglie il 1° settembre davanti al pubblico del Lido, appare oggi come il suo testamento artistico. «Sia che mi occupi di temi politici, storici e sociali, sia che mi dedichi all’erotismo, da esso discendono la centralità del montaggio, la sessione figurativa, i giochi di macchine e di parole, l’ironia, l’autoironia, la sensualità e lo sberleffo, la cifra non di rado grottesca e paradossale, iperbolica e surreale del mio cinema. La rabbia beffarda e anarchica che lo percorre. Nel mio cinema, quindi, non c’è una frattura tra un primo periodo impegnato e militante e un secondo periodo leggero e superficiale». Lo scopo è sempre mettere in discussione, scuotere, scandalizzare. Intervistato due anni fa dalla Verità sul ruolo del cinema e sul conformismo di certi registi e di certi festival, Brass ci disse: «È una sfilata di pavoni che si crogiolano nel loro vuoto, senza il coraggio di osare e che si applaudono a vicenda per film che non scuotono più nessuno. Di cinema vero, quello che ti prende a schiaffi, neanche l’ombra. Ogni provocazione è soffocata da una cappa di conformismo. Se non c’è scandalo, se non c’è eros, se non c’è rischio, allora non c’è cinema. Venezia sembra sepolta sotto una montagna di chiacchiere e ipocrisie. Ci vorrebbe una rivoluzione formale, qualcuno che getti tutto all’aria e riporti un po’ di vita. Finché il festival resterà questa messinscena, non sarà che un funerale con i lustrini».
Ieri, ricordando lo storico legame con il cineasta, la Biennale di Venezia lo ha salutato «genio anticonformista, maestro di opere visionarie e radicalmente libere, protagonista del nuovo cinema degli anni Sessanta».
La Verità, 5 novembre 2026
