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Una serie furba sull’ombelico del cinema italiano

Fazismo e Vanity Fair, che sono la stessa cosa; veltronismo e festival del cinema, idem: Call my agent – Italia, remake della francese Dix pour cent, diramata da Netflix e ambientata in un’agenzia cinematografica di promozione dei migliori attori e artisti del bigoncio, è la nuova serie che piace alla gente che piace. Sono tutti in visibilio, gli addetti ai lavori, perché funzionano la sceneggiatura, la regia, il cast farcito di guest star, da Paola Cortellesi a Pierfrancesco Favino, da Stefano Accorsi a Paolo Sorrentino, ognuno nella parte di sé stesso, ognuno che – senza prevaricare i veri protagonisti del racconto che sono, appunto, i loro agenti – dà il titolo all’episodio. Prodotta da Sky studios e Palomar, con la regia di Luca Ribuoli e la sceneggiatura di Lisa Nur Sultan, Call my agent – Italia ha entusiasmato i critici al completo. E se qualcuno (Marco Giusti) ha pignoleggiato sulla costruzione della storia, radicata nella Roma cinematografica e nel quartiere Prati delle sedi Rai, è perché alla fine Sky non poteva troppo indugiare sul contesto logistico, geografico, infine culturale di quel demi-monde che ha nella tv pubblica il suo epicentro. Insomma, l’agenzia Cma, dove Maurizio Lastrico (lo sfigato Gabriele), Sara Drago (l’isterica lesbica), Michele Di Mauro (lo squalo) e Marzia Ubaldi (la saggia) si affannano tra casting, set, premi e paranoie delle star sarebbe poco credibile perché poco incentrata nel suo proprio brodo di coltura. L’obiezione è sensata e coglie, forse, il tentativo di sottrarsi agli effetti nefasti dell’autoreferenzialità. Missione impossibile.

Qualche giorno fa, rispondendo a un lettore che non trovava attraente nessun film italiano in programmazione, Daniele Luttazzi scriveva: «Il cinema italiano deve spiegare, a questo punto, perché il pubblico dovrebbe uscire di casa per andare a vedere i film della solita compagnia di giro. Favino, Servillo, Abatantuono, De Sica, per dire, li ha già visti: la loro gamma emotiva quella è, da anni non hanno altro da aggiungere». Dieci attori e dieci attrici, più o meno, sempre gli stessi, fanno tutto o quasi (tra le poche eccezioni, Pupi Avati che gli attori li sceglie a modo suo e guarda caso entra di rado nell’italica premiopoli). Se già è asfissiante al cinema questa compagnia di giro, figurarsi quanto possono esserlo le paturnie dei suoi componenti nel backstage degli agenti. Non basta certo l’autoironia a rompere la gabbia del narcisismo. Ciò detto, la serie è godibile e furba. Ma il momento migliore è la tirata di Sorrentino sull’«entusiasmo immotivato, il sentimento più orrendo dell’essere umano»: sarà perché sembra presa dalla vita vera?

 

La Verità, 24 gennaio 2023