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«Vedo sempre Napoli, sirene arabe per Mancini»

Maurizio Pistocchi, volto storico dello sport di Mediaset, posta sui social video di spiagge da sogno che scatenano l’invidia di chi lo segue. Calette sarde, da dove, in attesa della ripresa del campionato, si gode gli ultimi giorni di vacanza e il successo di vendite di Juventopoli. Scudetti falsati & altre storie poco edificanti (Piemme), il libro che ha scritto con Paolo Ziliani, collega del Fatto quotidiano con il quale ha a lungo collaborato nei programmi della tv commerciale.

Pistocchi, che cosa sta succedendo nel calcio?

«Il calcio italiano è nella stessa situazione del Paese: senza risorse e senza idee».

I petrodollari si stanno comprando tutto?

«La Saudi league fa quello che facevamo noi negli anni Novanta, quando i migliori calciatori venivano in Italia non perché avessimo il campionato migliore del mondo, ma perché avevamo i soldi. Lo stesso si può dire della Premier league di adesso. I calciatori vanno dove sono pagati meglio e di più».

Cinquant’anni fa il calcio ha scoperto l’America e poi la via della Cina: che cos’ha di diverso il vento d’Arabia?

«Arriva da un Paese ricchissimo che ha investito in tutti i business più importanti del pianeta. Saudi Aramco, promotore della Saudi league, possiede più di 500 miliardi di dollari e un progetto di sviluppo sia della Lega calcistica che dell’intero Paese. È un progetto molto ambizioso, in vista dell’organizzazione dei Mondiali».

Ostacoli sul percorso?

«Certamente si scontrerà con tanti pregiudizi. Nonostante le offerte ultramilionarie, molti giocatori hanno declinato l’invito a causa di un ambiente che limita le abitudini dei calciatori occidentali. Le mogli, spesso protagoniste dello star system, non si sentono a proprio agio in un Paese in cui la donna ha un ruolo diverso».

È stupito che il segno della croce con cui Cristiano Ronaldo ha festeggiato il gol che ha qualificato la sua squadra alla finale della Champions non abbia causato contestazioni?

«Ronaldo è stato scelto come front-man di tutta la Lega, perciò non mi aspetto limitazioni ai suoi comportamenti. Se gliele imponessero se ne andrebbe. Credo abbia chiarito fin dall’inizio le sue libertà».

Fino all’anno scorso l’Arabia attraeva giocatori a fine carriera, come mai ci sono andati Koulibaly, Milinkovic Savic o Kessie?

«Gli ingaggi sono di gran lunga più alti. Finora nella Saudi league sono stati investiti 600 milioni di euro, ma per una realtà così ricca sono briciole. Se Mohammad bin Salman vuole costruire una Lega tecnicamente forte e seguita dal grande pubblico questa strada è giusta solo in parte. Servono scuole e centri di istruzione dove i migliori allenatori del mondo possano insegnare calcio. Sono partiti dall’alto, chiamando giocatori già affermati, ma perché non resti un fatto episodico adesso devono costruire le fondamenta».

Di fronte a una realtà così potente è romanticismo difendere storia e identità dei club?

«Sarebbe bello che in un mondo dove la valutazione professionale delle persone è determinata dal denaro il calcio si distinguesse. Le storie alla Gigi Riva o alla Giacinto Facchetti non esistono più. L’ultimo dei mohicani è stato Francesco Totti. Alcuni anni fa, quando passò dal Barcellona al Real Madrid, Luis Figo fu soprannominato pesetero, da peseta. Oggi sono tutti peseteros».

Che cosa pensa del caso Lukaku?

«Penso che si stia esagerando. Nel mondo, tutti i giorni, centinaia di professionisti lasciano un team o un ufficio per guadagnare di più o perché non si sentono valorizzati. Lukaku ha diritto di andare a giocare dove crede. Dopo che si è esposto con dichiarazioni smentite dai fatti, potrà spiegare il perché oppure no. Penso che la sua volontà sia stata determinata dalla gestione di Simone Inzaghi: se uno è un giocatore davvero fondamentale non lo si tiene in panchina nella partita più importante della stagione».

Quanto influiscono in queste decisioni i procuratori?

«I procuratori guadagnano dai trasferimenti dei giocatori, ma chi decide sono sempre i giocatori. A volte sono le società a spingere per le cessioni perché servono a sistemare i conti. Il calciatore può rifiutarsi, con il rischio di produrre una frattura difficilmente sanabile».

Zlatan Ibrahimovic che ha giocato in tutti i club europei più titolati non ha mai vinto la Champions league.

«Ibrahimovic è un campione straordinario, ma individualista. Il povero Mino Raiola ha fatto un grande lavoro per valorizzarlo, fin dai tempi dell’Ajax. Ma nel calcio il talento dev’essere funzionale alla squadra. Messi e Ronaldo si mettono a disposizione della squadra, Ibrahimovic è enorme per forza fisica e tecnica, ma la squadra dev’essere al suo servizio».

Cosa pensa della cessione al Newcastle di Sandro Tonali che doveva essere il perno del Milan del futuro?

«È una di quelle situazioni un po’ obbligate nelle quali il club caldeggia l’affare per finanziare parte della ricostruzione. Il Milan sta allestendo una squadra molto interessante, con giocatori di talento come Reijnders, Loftus-Cheek e Chukwueze. Vedremo se Pioli saprà darle un’identità e renderla protagonista dopo la delusione dell’anno scorso».

E dell’Inter che ha acquistato Cuadrado, il più inviso degli avversari?

«Cuadrado è uno dei giocatori più forti della Juventus degli ultimi cinque anni. Credo che sul piano tecnico sia un’operazione ottima. Però parliamo di un calciatore che ha avuto comportamenti poco sportivi. Sta a lui essere intelligente e togliersi di dosso la fama di simulatore e provocatore».

Il caso Lukaku, la cessione di Tonali e l’acquisto di Cuadrado: questo calcio procede a dispetto dei tifosi?

«Il tifoso oggi non può più essere quello degli anni Ottanta o Novanta. Oggi si tifa la maglia, la squadra, lasciando perdere se possibile l’aspetto affettivo del rapporto con i giocatori».

C’è troppo poca considerazione dei tifosi nel sistema calcio?

«I tifosi sono come il parco buoi della Borsa. Pagano gli abbonamenti allo stadio e alle tv e acquistano il merchandising. Invece si dovrebbero inserire nell’azionariato delle società come ha fatto il Bayern Monaco».

Si aspettava che fossero giudicati diversamente i comportamenti che con Paolo Ziliani raccontate in Juventopoli?

«Sì. Con Paolo, professionista che stimo da molti anni, abbiamo fatto un gran lavoro. Mi auguravo che una volta tanto la legge fosse davvero “uguale per tutti”. Perché il Chievo è sparito, invece in questo caso sono state fatte valutazioni diverse? Detto ciò, rispetto i verdetti e credo nel superiore interesse della giustizia. Ma chi legge il nostro libro si renderà conto che quanto è successo quest’anno ha avuto un epilogo per certi versi sconcertante».

Siccome la Juventus è il vero potere forte della Serie A si finisce sempre per condonarla?

«Quest’anno c’è in ballo il rinnovo dei contratti tv. Essendo gli juventini in maggioranza tra i tifosi, lo sono anche tra gli abbonati di Sky e Dazn e tra i lettori dei giornali. Sono una quota irrinunciabile. Tanto più considerando che il nostro calcio, con un fatturato di 4 miliardi e debiti per 6, dovrebbe portare i libri in tribunale. Rinnovare i diritti tv in un momento così spaventava al punto che le varie offerte sono state secretate e saranno svelate solo a ottobre. Questa situazione è stata la premessa per giungere a una sentenza politica».

La Juventus ha un bilancio in rosso ma, per fare un esempio, dopo aver bocciato Arthur, Paredes, Zakaria e McKennie ora Allegri vuole Amrabat.

«L’allenatore dovrebbe essere un manager che, come in tutte le aziende, non può licenziare a destra e a manca senza ottenere risultati».

Cosa pensa dell’informazione sportiva italiana?

«Di informazione vera e propria se ne fa poca e si contribuisce molto poco alla crescita della cultura sportiva del Paese».

Perché Luciano Spalletti si è fermato dopo aver vinto lo scudetto?

«Per la mancanza di feeling con Aurelio De Laurentiis e per il timore di deludere i tifosi. A Napoli è particolarmente difficile vincere, l’ultima volta era accaduto con Diego Armando Maradona. Molti segnali facevano pensare che la squadra non si sarebbe rinforzata. Spalletti ha fatto qualcosa di straordinario, penso che alla fine abbia fatto la scelta giusta».

Carlo Ancelotti fa bene ad andare ad allenare il Brasile?

«Ad Ancelotti, persona fantastica e grandissimo allenatore, manca vincere con una nazionale. Il Brasile spesso non ha vinto perché ha interpretato alcune competizioni in maniera goliardica. Ma ricordiamoci che è pentacampeão, ha vinto più di tutti. Vedo bene Ancelotti alla guida di una nazionale che pratica un calcio giocato con allegria e divertimento».

La convince di più Stefano Pioli o Simone Inzaghi?

«Nessuno dei due».

Chi la convince?

«Maurizio Sarri, Luciano Spalletti, Roberto De Zerbi, Davide Ballardini».

Cosa pensa delle difficoltà delle nostre nazionali?

«Molti anni fa Roberto Baggio preparò un progetto che voleva riqualificare tecnicamente il calcio italiano partendo dai centri di formazione come quelli attivi in Germania e in Francia. Quella relazione giace nel cassetto dei presidenti federali che si sono succeduti da allora. Si sa che le rifondazioni mettono in discussione posizioni consolidate. Perciò si continua a vivere di improvvisazioni».

Pochi giorni fa sono stati ampliati i poteri di Roberto Mancini.

«Mancini ha dovuto lavorare in una situazione di grande difficoltà. Basta considerare che, a parte Immobile, la classifica dei cannonieri è tutta composta da calciatori stranieri. Non abbiamo più attaccanti di livello mondiale come ai tempi di Vieri, Inzaghi, Totti, Del Piero e Luca Toni. Fonti ben informate mi assicurano che per Mancini sia pronto un contratto molto danaroso nella solita Arabia».

Le piace Gianluigi Buffon capo delegazione?

«Siamo passati da Gigi Riva a Gianluca Vialli a Buffon, che è stato un grandissimo portiere. Non altrettanto si può dire di lui sul piano etico e comportamentale».

Cosa pensa di squadre come il Milan o l’Atalanta con uno o due calciatori italiani?

«È triste, ma è la conseguenza di una situazione generalizzata. Una volta la Juventus dava sei o sette giocatori alla Nazionale, oggi ha un portiere polacco, tre difensori brasiliani e solo due calciatori italiani, Chiesa e Locatelli».

La sua griglia per lo scudetto?

«È composta dal Napoli, dal Milan che ha preso giocatori interessanti, dall’Inter che è forte ma per me gioca con un sistema che la limita, dalla Juve che si può concentrare sul campionato. Questa è la mia griglia, con il Napoli un gradino sopra se tiene Osimhen».

 

La Verità, 12 agosto 2023

«Ecco chi vince la Serie A e i miei giocatori preferiti»

Mario Sconcerti è il commentatore più autorevole di calcio. Lucido, imparziale, con una scrittura molto personale. Qualche settimana fa ha osservato sul Corriere della Sera: «Sul campionato sta ormai pesando l’esame inganno di Suarez. Il giocatore ha confermato la falsità del test, i professori anche. E allora? Sono passati tre mesi. Si può ancora fare finta di niente?». Di mesi ora ne sono passati cinque. Siamo colleghi, parliamo di sport, ci diamo del tu.

Come definiresti il calcio al tempo del Covid?

«È un calcio che ha perso brillantezza, fondamentalmente più lento. Non solo in Italia, dovunque».

Il motivo è l’assenza del pubblico?

«Certamente. Perché il pubblico partecipa, con il suo rumore, avverte i giocatori di cosa succede alle loro spalle, commenta la bravura del gesto».

Si spiegano così i tanti gol in Serie A?

«L’assenza del pubblico alleggerisce i giocatori e favorisce i maggiori errori delle difese. La crescita del numero dei gol è iniziata quando i punti per la vittoria sono diventati tre. Da otto anni superiamo stabilmente i mille gol a campionato. Per ritrovare più di mille gol bisogna risalire agli anni Cinquanta di Gunnar Nordahl».

Ora si è scalato un altro gradino?

«Il salto maggiore è stato subito dopo il lockdown e a inizio campionato. Adesso la media si è assestata, ma sempre su livelli molto alti».

Come spieghi la bagarre tra Antonio Conte e Andrea Agnelli?

«È chiaro che c’è un vissuto alle spalle».

Cioè?

«Le ruggini risalgono al quarto anno alla Juventus, dopo i tre scudetti vinti. Conte iniziò il ritiro estivo, ma poi disse che non se la sentiva di continuare e Agnelli fu costretto a cambiare allenatore. Una società non dimentica facilmente quando viene mollata in corso d’opera».

I temperamenti non aiutano?

«Né Agnelli né Conte sono personaggi facili. In questo caso penso che Conte sia stato provocato durante tutta la partita da qualcuno che stava alle sue spalle, dietro la panchina».

Conte ha chiesto più educazione, merce rara.

«Parole che si dicono a caldo. Nessuno sui campi di calcio è in grado di dare lezioni di educazione a qualcun altro».

Si è fatto tutto quello che si poteva in termini disciplinari?

«Se si poteva fare sarebbe stato fatto. Al massimo si sarebbe trattato di una squalifica di una giornata».

Da una rissa all’altra, ho letto che ti sei divertito a vedere quella tra Zlatan Ibrahimovic e Romelu Lukaku.

«Mi ha divertito lo scontro tra i due giocatori più grossi del campionato. Ero curioso di vedere come andava a finire, sapendo che non poteva succedere niente perché c’erano trenta persone intorno a fermarli».

C’è un’inchiesta della procura della Figc.

«È un’inchiesta d’ufficio, non si può dare quel tipo di spettacolo. Quando parliamo di calcio, dobbiamo ricordarci che si tratta di un’attività basata sui calci. Se qualcuno subisse per strada un intervento in scivolata sporgerebbe denuncia contro l’aggressore. I giocatori di calcio firmano una clausola compromissoria per la quale non possono fare causa per qualcosa che avviene sul terreno di gioco. Poi, ogni situazione ha i propri limiti. Mettersi rabbiosamente testa contro testa è un atto che deve finire lì».

Che cosa pensi del caso Suarez?

«Mi appare straordinario per due motivi. Il primo è la clamorosa ingenuità di campagna commessa dai professori dell’università di Perugia che hanno agito come tifosi. Un’ingenuità riconosciuta perché sono tutti rei confessi. La seconda stranezza è che siano passati sei mesi e nessuno abbia fatto un passo avanti. Mi sembra una vicenda più grossolana che seria, anche se c’è stato un protocollo forzato per diventare cittadini italiani».

Esistono i poteri forti nel calcio?

«Esistono, come da tutte le parti. Quando si identifica la Juventus con i poteri forti del calcio si scambia la sua abitudine a dettare la strada con una forma di potere».

Il confine è sottile.

«Non dobbiamo dimenticarci che la Juventus ha la stessa proprietà da cento anni. Se guardiamo gli altri poteri forti, Milan e Inter hanno cambiato tre presidenti nell’ultimo quinquennio. Cento anni di continuità nell’assetto societario significano continuità di rapporti, di esperienza, di capacità gestione di situazioni delicate. La Juventus ha un patrimonio che la rende oggettivamente più forte di chi continua a cambiare proprietà».

C’è troppo tifo nelle telecronache, nei talk show, nei commenti?

«Il calcio è cambiato quando le partite sono sbarcate in tv. Prima era praticamente clandestino perché tutti potevano vedere solo la propria squadra allo stadio. Più che il tifo è aumentata la competenza del pubblico. Adesso vedi calcio, lo impari e lo confronti, in più hai dei buoni maestri che te lo spiegano. Ora il tifoso sa quando è giusto che la sua squadra perda perché è competente».

Gianni Brera come racconterebbe le squadre multietniche di oggi?

«Per come l’ho conosciuto io, credo sarebbe in difficoltà. Non tanto perché pensava che fossimo noi i veri neri della situazione, in quanto nazione povera…».

Aveva un approccio geoculturale, se non vogliamo dire razziale, basato sulla superiorità atletica del centro e nord Europa…

«Oggi le sue profezie sono confermate, l’Europa è il centro del calcio nel mondo. Siamo i colonizzatori del calcio, abbiamo costretto i giocatori degli altri paesi a venire a imparare da noi. Gran Bretagna, Germania, Spagna, Francia e Italia hanno scolarizzato i giocatori a livello mondiale. Brera sarebbe in difficoltà per un altro motivo».

Quale?

«Penso alla discussione che c’è adesso: dici una cosa e qualcuno dall’altra parte dell’Italia ti contesta. Brera era abituato a parlare da solo, non c’era la rete, non c’erano i social. Oggi è più complicato rimanere autorevoli».

A volte mi perdo qualche tua metafora filosofica. Parlando di Juventus-Inter: «È stato un lungo lasciarsi senza darsi dolore, saltando i dubbi della partita».

«Era una partita segnata dal risultato dell’andata. Quello è il mio modo di scrivere, una scrittura spontanea che può piacere a volte di più a volte di meno. In quella frase c’è più slancio poetico che filosofico. Cerco parole, concetti, modi di ragionare dovunque, perché fuggo dalla gergalità del calcio. Alla fine sono contento di aver trovato un mio linguaggio».

Perché nel 2016 hai lasciato Sky per la Rai?

«Mi sembrava che alla mia età, dopo 14 anni a Sky, due anni in Rai potessero dare qualcosa alla mia storia. Ed è stato così».

Tornando sui poteri forti. Come valuti il fatto che Marcello Nicchi sia presidente degli arbitri dal 2009?

«Considero gli arbitri la parte migliore del calcio. È impossibile che portino avanti un complotto perché sono una lobby nella quale tutti competono. Lo scopo di ognuno di loro è arbitrare la partita più importante. Tra avversari non si allestisce un complotto per favorire qualcosa o qualcuno».

È già accaduto.

«I disonesti ci sono dovunque, anche tra i giornalisti. O tra i giocatori che vendono le partite».

Undici anni di presidenza dell’Aia sono tanti?

«Sono due mandati e mezzo. Vediamo che cosa succede alle prossime, imminenti, elezioni. Gli arbitri sono la parte migliore perché la più selezionata. Sono 50.000, ma in Serie A ne arrivano una decina all’anno. Dopo di che sono un mondo a parte, come la magistratura».

Bell’esempio.

«Fra gli arbitri però non c’è solidarietà di categoria: se uno sbaglia, gli altri sono contenti perché lo scavalcano».

Ti aspettavi la tenuta del Milan?

«È certamente una sorpresa. Gli innesti di Ibrahimovic e Ante Rebic sono stati fondamentali per trasformare una squadra di ragazzi in una squadra di uomini. C’era un grande valore assoluto, Gigio Donnarumma e Theo Hernandez sono giocatori di livello europeo».

Mancava la mentalità vincente?

«Mancava la completezza del carisma».

Chi gioca il miglior calcio in Italia?

«La squadra che mediamente gioca meglio è il Milan, quella più pronta per vincere è l’Inter».

Perché l’Atalanta ha improvvise cadute?

«Perché pratica un gioco molto dispendioso, sono dappertutto».

Cristiano Ronaldo sta alla Juventus come Lukaku all’Inter e Ibrahimovic al Milan?

«Sì, anche come Immobile alla Lazio».

Ronaldo vince quasi senza la squadra, mentre la squadra senza di lui fatica a vincere?

«Il peso di Ronaldo è aumentato perché è mancato Dybala, non c’è un centravanti come Gonzalo Higuain e Alvaro Morata è buono, ma normale. La differenza balza agli occhi perché parliamo del più grande attaccante del dopoguerra».

C’è molta distanza tra il calcio italiano e quello degli altri campionati europei?

«Ce n’è abbastanza. Abbassando il livello di tutti, il Covid ci ha fatto avvicinare al calcio inglese e tedesco, mentre quello spagnolo è in ristrutturazione. Siamo abituati a pensare che vincano le squadre più brave, invece vincono le più ricche. Nel momento in cui non possono investire, Real Madrid e Barcellona vincono meno, esattamente com’è successo a Milan e Inter. Il campionato inglese è il migliore perché è il più ricco».

A proposito di poteri forti.

«Il calcio è uno spettacolo, non uno sport. C’è un mercato nel quale non tutti sono nelle stesse condizioni. Nei 100 metri si parte tutti dalla stessa linea e il più veloce vince. Nel calcio la bravura si acquista e, di solito, vince chi ha più margine di spesa».

Che europeo prevedi per l’Italia?

«Un buon europeo, se riusciamo a essere, come spesso siamo stati, rapidi nel gioco, cioè diversi. Però finora abbiamo battuto avversari non difficili e ci aspettano verifiche a livelli più alti».

Sei favorevole alla Superlega?

«Per ideologia sportiva, sono per dare più uguaglianza possibile alle squadre. La Superlega è la negazione dell’uguaglianza».

Chi è il miglior giocatore di questo campionato?

«Nicolò Barella».

Chi vincerà lo scudetto? Ti concedo delle percentuali.

«40% il Milan, 30% a testa Inter e Juve».

Chi è stato il miglior giocatore italiano di sempre? Accetto un podio.

«Paolo Maldini, Valentino Mazzola e Roberto Baggio».

Nel mondo, per estetica e fantasia io voto Johan Cruyff, tu?

«Per estetica e fantasia scelgo Maradona. Cruyff lo voto come maestro universale del secolo perché ha giocato ad altissimo livello cambiando il calcio e insegnandolo: Guardiola ha imparato da lui. Mentre Maradona e Pelè si sono fermati a loro stessi».

 

La Verità, 13 febbraio 2021