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Italiani modesti, Malkovich da premio e troppi pro Pal

Stasera si conosceranno i vincitori della Mostra Internazionale d’Arte Cinematofografica numero 83, ma per fare previsioni attendibili bisognerebbe avere un drone nella sala dove si riunisce la giuria per i Leoni d’oro presieduta dalla regista e attrice americana Maggie Gyllenhaal e composta da Kaouther Ben Hania (regista e sceneggiatrice tunisina), Daniel Blumberg (compositore britannico), Francesco Casetti (docente universitario italiano), Xavier Giannoli (regista e sceneggiatore francese), Shahrbanoo Sadat (regista e sceneggiatrice afghana) e Johnnie To (regista e produttore di Hong Kong). È stata complessivamente una Mostra discreta, con alcune punte e diversi film mediocri, purtroppo parecchi appartenenti alla pattuglia italiana. Ecco un bilancio scanzonato di questi 12 giorni.

L’italiano migliore Voto: 7 I ricordi riemergono dalla segreteria telefonica e da vecchie foto, ma la storia c’è tutta. Ultimo e migliore degli italiani in gara, Marco Bechis dirige Ritorno a Buenos Aires e manda Adriano Giannini sui luoghi di Garage Olimpo. La forza del film di denuncia deriva dalla tragedia dei desaparecidos raccontata senza appesantimenti ideologici. È di qualità anche la forma. Nel post-credit spunta l’ennesima libreria: peccato.

Il Muro del Lido Voto: 9 Se si vuole ridere ci si ferma vicino al self-service, dove il personale è migliore del cibo. Il pubblico appende sui fogli del Codacons recensioni intinte nell’acido. Pallaoro e Amelio rivaleggiano nelle stroncature. «The echo chamber? Forse un po’ lungo. Poteva durare quei 123 minuti in meno». «Bello il film di Amelio, mi ha fatto venir voglia di votare Vannacci». Alberto Barbera ha promesso che l’anno prossimo il Muro si allargherà e l’ideatore Gianni Ippoliti gongola: lunga vita a «Ridateci i soldi».

La madrina pro Pal Voto: 3,5 È una presenza fissa. Un ruolo in commedia. Una parte irrinunciabile nel film della Mostra del cinema. L’anno scorso Emanuela Fanelli era in prima fila alla manifestazione di Venice4Palestine, quest’anno Greta Scarano agita il ventaglio di cocomero in prima fila davanti ai fotografi. Susan Sarandon ha presentato domanda di cittadinanza italiana.

I media pro George Voto: 5 Tutti pazzi per Clooney, soprattutto le colleghe. Applausi, sospiri, sguardi pendenti. La sera del Leone d’oro alla carriera Laura Dern l’ha descritto come l’angelo Gabriele e qualcuno ha visto nel suo ringraziamento il discorso per la Casa Bianca dove mezza stampa italiana lo spinge. Peccato che lui avesse appena spiegato che non farà più il regista perché non vuole allontanarsi dai suoi figli. Il candidato (im)perfetto.

Flotilla flop Voto: 4 Attesa e sbandierata per giorni con appelli e firme illustri, da Matteo Garrone a Roger Waters, da Fabrizio Gifuni ad Anna Foglietta, quando la barchetta ha attraccato dietro il Palazzo del cinema tra i tanti volti noti annunciati c’era solo il meno atteso di Luciana Castellina. Nel cartellone della Mostra c’erano ben tre opere filopalestinesi; eppure, abbiamo letto, visto e sentito proclami, lettere, slogan, bandiere, aquiloni, sit-in, panel… Sotto la propaganda, fuffa.

Bolliti maestri Voto: 4 Qualcuno in concorso, come Nanni Moretti, qualcuno fuori come Gianni Amelio, ma accomunati dalla modestia dei loro film. Sentimentalismo di maniera in Succederà questa notte, buonismo e cliché a cascata in Nessun dolore. Tutto prevedibile, nulla che spiazzi o sorprenda. I bolliti non vanno d’estate, tanto più se rovente come questa. Il voto è la media fra il 5 di Nanni e il 3 di Gianni.

L’età di mezzo Voto: 3 Se Paolo Strippoli e Andrea Pallaoro sono il nuovo che avanza siamo a posto. Per andare a vedere L’estranea – horror di sciagure più che thriller psicologico – e The echo chamber – esercizio di stile per sentirsi Bertolucci – quanti euro mi date? Giovani promesse, finora non mantenute.

Una e bina Voto: 5 Jasmine sul set e Trinca fuori. Del resto, in L’estranea interpreta una madre in odore di schizofrenia. Se evitasse di sproloquiare nelle interviste contro il capitalismo e la produttività indossando abiti da migliaia di euro sarebbe meglio per lei. Qualcuno la vedeva già alzare la Coppa Volpi, anche come «risarcimento a Moretti». Ma dopo aver letto le sue dichiarazioni… Una e bis.

Excelsior off limits Voto: 5 L’hotel simbolo della Mostra di Venezia vietato alla stampa è un affronto. Era il posto dove si mischiavano star e reporter e si carpiva qualche notizia. Stop. Da quest’anno l’ingresso per i giornalisti è quello secondario. L’altra sera, quelli delle testate nazionali si sono consolati alla festa allo Spazio Campari di Sala Grande, la nuova testata online diretta da Flavio Natalia, già direttore di Ciak. In bocca al lupo.

Lui&Lei Voto: 6 Sono la coppia più famosa del cinema mondiale. Belli, progressisti e glamour. Anche in Bunker di Florian Zeller Bardem e Cruz sono marito e moglie dentro una casa tutta di design. Però qualcosa s’incrina… Fortuna che sul red carpet, vicino a lei in abito rosso fuoco, lui ha indossato lo smoking. Lasciando la kefiah a Cannes.

Tutti pazzi per John Voto: 8 Chi può scippargli la Coppa Volpi? Malkovich nel ruolo della spia cinica e svagata è una meraviglia di sarcasmo e gigioneria. Tiene in piedi il film da solo. Anzi no, c’è anche la storia e ci sono i dialoghi fulminanti. Perciò, il premio come miglior attore potrebbe essere sacrificato per gli altri che Wild horse nine di Martin McDonagh merita: miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura. Comunque, nessuno gli toglierà quello del pubblico, dal 5 novembre. Dispiace solo il finale.

 

La Verità, 12 settembre 2026

Sul fine vita la Mostra di Venezia fa da sponda a Zaia

E tre. Per il terzo anno di fila si parla di eutanasia alla Mostra del cinema e sarebbe fin troppo facile titolare sulla «Morte a Venezia». Non lo faremo, ma sta di fatto che un grande evento internazionale come la rassegna della Fondazione della Biennale, presieduta da Pietrangelo Buttafuoco e diretta da Alberto Barbera, che celebra un’arte vitale come il cinema continua a spingere sull’urgenza di promuovere la dolce morte. La Mostra vetrina dell’eutanasia, tanto più se Wild horse nine, passato ieri qui al Lido, diretto da Martin McDonagh, autore già di opere comeTre manifesti a Ebbing, si aggiudicasse, non è da escludere, il Leone d’oro. Sarebbero di certo contenti l’ex governatore Luca Zaia, Marco Cappato, l’Associazione Coscioni, la sinistra in blocco ma anche l’ala radicaleggiante di Forza Italia, tutti accomunati dal medesimo sentire sull’argomento e confortati dal fatto che l’élite del cinema mondiale nei suoi autori di grido promuove l’eutanasia senza troppe cautele. Basta citare due nobilissimi precedenti come Le invasioni barbariche di Denys Arcand (fra i tanti premi, Oscar come miglior film straniero nel 2004) e Million dollar baby del mitico Clint Eastwood, che nel 2005 fece razzia di Oscar. Stiamo parlando di opere notevoli, come questa del regista britannico di origini irlandesi, che conferma la propensione dei grandi cineasti a spingere per le leggi sul fine vita (forse con la sola eccezione del meno ambizioso Brado di Kim Rossi Stuart che, facendo una scelta opposta, non ebbe successo). Gli artisti sono persone sensibili e allo stesso tempo molto avvezze a governare tutto, senza che alcun limite si frapponga alle loro decisioni. I registi, poi, sono monarchi assoluti sul set, per non dire dittatori. Come possono tollerare che sul set della vita intervenga la morte in forme e modi che «trascendono ogni loro controllo»? Come possono ricordare che l’esistenza, insieme ai talenti di cui è corredata, sia un dono totalmente gratuito?

Da qualche tempo, alla Mostra di Venezia, il tema dell’eutanasia è un tantinello inflazionato. Un appuntamento ormai fisso. Come l’appello pro Pal della madrina delle serate, la polemica sulla partecipazione di qualcosa che abbia a che fare con la Russia, dissidenza compresa, agli eventi della Biennale, il film sull’accoglienza indiscriminata dei migranti, il red carpet delle influencer sconosciute però svestite. Che il Lido sia la vetrina politica giusta per promuovere a livello mondiale il tema lo capì già nel 2012 Marco Bellocchio, il maestro di simpatie radicali che vi presentò Bella addormentata sulla tragica vicenda di Eluana Englaro. In tempi più recenti, nel 2024 La stanza accanto di Pedro Almodóvar (con Tilda Swinton e Julianne Moore) vinse il Leone d’oro, mentre l’anno scorso La grazia di Paolo Sorrentino, in cui il presidente della Repubblica di Toni Servillo promulgava la legge sul fine vita, non vinse nulla forse perché due premi consecutivi sul medesimo argomento saranno sembrati troppo persino alla giuria progressista del Lido. Quest’anno, però, ci si potrà rifare con Wild horse nine (approssimativamente Nove cavalli selvaggi) perché parliamo di un film originale, sceneggiato benissimo dallo stesso regista, con dialoghi esilaranti, locato nella splendida Isola di Pasqua e recitato da un cast superlativo. E, rilevantissimo, con il pregio, a differenza delle produzioni dell’Italcinema, di non menarla con l’ideologia né di frignare con i ripiegamenti psicologici. Fosse per lui, ha scritto Stenio Solinas, al terzo giorno la Mostra «potrebbe chiudere i battenti: difficilmente vedremo qualcosa di meglio».

Dunque. All’aeroporto di Santiago del Cile, qualche settimana prima del golpe che sostituirà il socialista Salvador Allende con Augusto Pinochet, due splendide e improbabili spie della Cia aspettano un volo per l’Isola di Pasqua, ma conversando con due belle figliole, uno di loro spiffera qualcosa che converrebbe tacere. È l’innesco narrativo di una storia tra il serio, il sarcastico e l’amaro che incolla lo spettatore dall’inizio alla fine. John Malkovich giganteggia nel ruolo del disincantato agente malato di cancro che chiede al partner (Sam Rockwell) di ucciderlo perché le sue «fisime da cattolico» gli impediscono di farlo da solo. Ipocrisia a parte, sarà difficile che qualcuno gli scippi la Coppa Volpi (e forse anche l’Oscar) come migliore attore. A completare la squadra degli interpreti, oltre al cameo di Tom Waits, c’è uno Steve Buscemi credibilissimo nel ruolo dell’eroinomane capo della Cia per il Sudamerica che, a sua volta, ordina al socio di Malkovich di ucciderlo prima che, dettando le sue memorie, la spia chiacchierona riveli inconfessabili segreti sulla morte di JFK a Dallas: «Lo so, è un finale triste», ammette per convincere il killer del mandato, «ma è la vita che è triste… secondo te perché mi faccio continuamente di eroina?».

Come s’intuisce, i dialoghi sulfurei risultano assai godibili: l’abbinamento tra la produzione di formaggi flaccidi e gli «Stati gay» vale da solo il prezzo del biglietto. Si ride spesso anche con l’anti americanismo spruzzato qua e là. E si ride più amaro quando si ripetono le inquadrature sul crocifisso sotto lo specchietto dell’auto o nella camera d’albergo di Malkovich, simboli di un cristianesimo reliquia, incapace di fronteggiare il passo della sofferenza finale. Ma si sa, in questa cinematografia, ancorché di elevata fattura, il nichilismo vince sistematicamente a mani basse.

Mentre si aggirano tra le enigmatiche statue dell’esotica isola, forse per il puro gusto della citazione, al malato viene in mente proprio Venezia, come meta ancora più esotica dove consumare, in gondola, il suicidio assistito. Alla fine, però, Malkovich desiste e si accontenta di farsi ammazzare tra i cavalli selvaggi dell’Isola di Pasqua.

Il film uscirà nelle sale il 5 novembre prossimo. Zaia e Cappato saranno di sicuro in prima fila.

 

La Verità, 5 settembre 2026