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«Media con l’elmetto per affari e conformismo»

No Tav, no green pass, no war: insomma, no global. Ugo Mattei sta finendo di scrivere, per l’appunto, Il diritto di essere contro, in libreria a fine aprile da Piemme. Docente emerito di Diritto internazionale all’Università della California, insegna Diritto civile a Torino. Dove, nel febbraio del 2021, si è candidato sindaco nella lista «Futura per i beni comuni» ottenendo il 2,32% dei voti. Risponde al telefono da Berkeley, dove si trova per motivi di studio.

Professore, è disposto ad ammettere che i vaccini hanno frenato la circolazione e i danni del virus?

«Che valore può avere una mia ammissione, non sono un virologo. Siccome all’inizio non temevo il Covid non mi sono vaccinato, per non approfittare della corsia preferenziale dei professori. Quando ho cominciato a informarmi i troppi riprovevoli interessi in gioco mi hanno confermato nella scelta. Così pure i comportamenti repressivi delle istituzioni. Mi sono trovato a difendere i valori liberali di uguaglianza e inviolabilità della persona contro l’autoritarismo paternalista del governo Draghi. Visto che la sinistra non offriva spazi di resistenza, nelle piazze ho avuto per compagne molte persone e realtà inaspettate».

È contento che Draghi ha deciso di ridurre alcune restrizioni?

«Diciamo di sì, altrimenti Sergio Chiamparino mi dà del barboton. La sospensione che m’interessa di più è quella dell’obbligo del green pass rafforzato agli over 50 per andare a lavorare. Un vulnus terribile».

Perché sulla guerra russo-ucraina si è riprodotto lo stesso schema visto sulla pandemia?

«Perché c’è chi pensa in modo vigile e chi, come si diceva un tempo, mette la testa a partito. Esercitare la critica è una ginnastica democratica che richiede allenamento. Se per un anno smetti di criticare Draghi, difficilmente ti ravvedi e t’improvvisi critico adesso».

Che cosa contesta a questo governo?

«La deriva autoritaria. È un’attualizzazione del fascismo degli anni Venti».

Addirittura? È passato un secolo…

«Il blocco che portò al potere Benito Mussolini è lo stesso che sostiene il governo Draghi: la finanza angloamericana. L’asse che da Wall street passa per le banche, la Confindustria e arriva all’industria della guerra».

E la deriva autoritaria?

«Il fascismo esautorò il Parlamento concentrando il potere nel Gran consiglio del partito. Sparì anche l’opposizione. Draghi affida i processi decisionali alle cabine di regia, abusa dei decreti legge. Le istituzioni di garanzia sono inerti, a cominciare dalla Corte costituzionale. Basta vedere cos’è successo agli articoli 9 e 41 della Costituzione».

La svolta ecologica?

«Esatto. La biodiversità, l’ecosostenibilità e il rispetto della salute e dell’ambiente anteposti alla tutela della libertà e dignità umana. L’esempio più clamoroso di autoritarismo l’abbiamo davanti».

Sarebbe?

«La politica emergenziale. Si sospende lo stato di emergenza per il Covid, ma rimane quello per motivi bellici. Poi toccherà all’emergenza ambientale».

Scenario apocalittico.

«Berkeley è il posto più liberal e politically correct del pianeta e sono tutti preoccupatissimi del virus. Bene, da quando sono qui nessuno si è mai sognato di chiedermi una certificazione vaccinale. In biblioteca c’è l’indicazione d’indossare la mascherina, ma nessuno si trasforma in sbirro. In Italia chiunque si sente in diritto di additare il trasgressore e perseguire i diritti di una minoranza non allineata».

Com’è la guerra russo-ucraina vista da lì?

«Un vero movimento contrario non c’è. Gli americani diventano sensibili quando i cadaveri sono in casa. Gli Stati Uniti sono gli ultimi beneficiari di questa guerra. Far saltare l’asse tra Germania e Russia è uno degli scopi non dichiarati».

Il pensiero prevalente qual è?

«La vulgata attribuisce le cause all’ego smisurato di Putin. Alcuni colleghi, soprattutto storici, hanno uno sguardo più complesso».

È casuale che la complessità si trovi tra gli storici? La visione della cronaca spinge a semplificare?

«Il qui e adesso è la logica della società dello spettacolo. Questa è una guerra spettacolare. Una guerra diversa, interpretata con categorie antiche».

Qual è la diversità?

«Se la compariamo con altre guerre, diciamo che Putin si è impantanato. Ma non ci accorgiamo che l’aviazione non è ancora stata utilizzata. Mentre, per esempio, la Guerra del golfo è stata combattuta principalmente nei cieli. Prima si bombarda e poi si entra con i soldati. Non credo si possa dire che Putin non ha l’aviazione… Poi c’è un’altra diversità».

Quale?

«Finora si combatteva per impadronirsi dei cieli o dei mari. Invece questa è una guerra psicologica, che mira a conquistare la mente per la costruzione dell’uomo globale, attraverso i meccanismi tipici della società del controllo. La propaganda ha raggiunto livelli sofisticatissimi. La cronaca ci fa vivere in un eterno presente, i social e il Web hanno modificato le nostre menti, capaci di livelli di attenzione sempre più brevi. Perciò abbiamo una capacità critica sempre più limitata. Farsi un’idea precisa nel profluvio d’informazioni è complicato. Basta vedere il caso della fotografia della presunta carneficina attuata dai russi pubblicata dalla Stampa».

Che invece era un bombardamento di Donetsk di questi giorni.

«Un’altra diversità è l’uso massiccio di politiche di marketing, compatibile con il fatto che tanti poteri traggono interesse da questa guerra. Le multinazionali come il gruppo Exxor che con Rolls Royce produce motori per le navi ed è consorziato con Leonardo per i sistemi di precisione. Biden vicino alle elezioni di metà mandato che accontenta l’industria bellica e spera di vendere il gas all’Europa. La Germania che per la prima volta dalla fine della Guerra mondiale ha destinato 100 miliardi ad armamenti».

Però si registrano i primi negoziati e circolano bozze di trattativa.

«Appena se n’è cominciato a parlare Biden ha dato dell’assassino e del criminale di guerra a Putin».

In quale considerazione dobbiamo tenere il diritto all’autodeterminazione dell’Ucraina e la sua volontà di entrare nell’Ue?

«Con la latitanza dell’Onu, che è deputato all’applicazione del diritto internazionale, la trattativa si serve di diplomazie erratiche, le telefonate di Macron, le mediazioni di Erdogan… Vedremo se si riunirà il Consiglio di sicurezza. Non mi sembra si stia facendo di tutto per riportare questa crisi nei confini della legalità».

E la volontà dell’Ucraina di entrare nell’Unione europea?

«Non è una richiesta che si può far valere in modo unilaterale. Da quanto tempo la Turchia chiede di entrare nell’Ue? L’autodeterminazione è un principio giuridico che si attua in relazione agli equilibri geopolitici. Ci sono aree del mondo che hanno una vocazione storica di cuscinetto, la cosiddetta sfera d’influenza. Nel 2014 in Ucraina c’è stato un colpo di Stato, la rivoluzione arancione del 2004 aveva ispiratori ben precisi. Togliamoci l’illusione che la Nato sia un’organizzazione che ha come scopo la pace e l’amicizia tra i popoli».

Come giudica l’azione del governo italiano?

«Siamo una colonia. L’Italia non ha alcuna autonomia in politica estera. Gli ultimi che hanno provato a guadagnarsela come Enrico Mattei, Aldo Moro e Bettino Craxi hanno fatto una brutta fine. Per conquistare autonomia serve una classe politica di altissimo livello, non un banchiere di Goldman Sachs».

Come giudica l’invio di armamenti all’esercito ucraino?

«Lo trovo illegale e contrarissimo all’articolo 11 della Costituzione che rifiuta la guerra come strumento di soluzione di controversie internazionali. Poi lo trovo immorale perché serve a continuare questo conflitto negli interessi del capitale finanziario. Infine, politicamente suicida perché toglie all’Italia qualsiasi possibilità di mediazione».

In questi giorni è stato approvato l’aumento delle spese militari da 25 a 28 miliardi l’anno.

«Era quello che la Nato voleva da tempo. Invece di fare l’interesse degli italiani, Draghi prima ha fatto quelli di Pfizer ora quelli di Lockheed. Se si studiano i pacchetti che controllano i mercati ci si accorge che sono ben integrati. Non stupiamoci se i gruppi editoriali sono così schierati».

Ha sentito l’ex sindaco di Bologna Sergio Cofferati proclamarsi a favore dell’invio di armamenti in Ucraina?

«Possiamo non parlarne? Mi piange il cuore».

Cosa sta succedendo alla sinistra?

«È diventata un avamposto del globalismo finanziario americano. I democratici con le loro politiche identitarie influenzano il Pd che a sua volta rende la sinistra italiana organica alle multinazionali. Una volta c’era la sinistra radicale, ma è stata decimata dal Covid, forse per ragioni anagrafiche».

Secondo Walter Veltroni la guerra di Putin è contro i valori occidentali.

«È una lotta contro il globalismo di matrice anglosassone. Finita la guerra fredda si è imposto il pensiero unico, mentre Putin cerca di affermare un mondo multipolare».

Tra i valori dell’Occidente da difendere c’è la libertà sessuale come dice Veltroni?

«Kirill è un capo religioso. Neanche papa Francesco che sta a Roma è favorevole ai gay pride».

Parlando di ciò che succede a sinistra, lei ha collaborato a lungo con il Manifesto

«Ero nel consiglio d’amministrazione quando lo presiedeva Valentino Parlato».

Cosa pensa del fatto che di recente abbia censurato un articolo di Manlio Dinucci, storico collaboratore, per un articolo in cui scriveva che l’invasione era largamente prevista?

«È un fatto triste. Il Manifesto paga la scelta mainstream di fare la Repubblica di sinistra. Sono le conseguenze di due anni di covidiozia. Se ti schieri con il governo sulla pandemia poi stenti a ritrovare un pensiero critico anche su altri temi. Ritengo sbagliato continuare a dividerci fra destra e sinistra».

Cosa intende dire?

«Credo che serva un grande lavoro per ricostruire le condizioni di legalità costituzionali. Una volta fatto, si potrà tornare a dividersi. Per questo il Cln, il Comitato di liberazione nazionale che raggruppa molte sigle della società civile, promuove una grande manifestazione il 27 marzo alla Porziuncola di Assisi. C’è bisogno di rilanciare un’iniziativa di opposizione a un governo che ci sta portando a una situazione drammatica».

 

La Verità, 19 marzo 2022

Bompiani: «Ci siamo abituati al monopensiero»

Impaesamento. È la parola con la quale Ginevra Bompiani inizia La penultima illusione, appena pubblicato da Feltrinelli. «Un viaggio fra molte vite». La sua, innanzitutto: di scrittrice, editrice, traduttrice, docente, donna attiva nel sociale. Poi quella del padre Valentino, fondatore della casa omonima, uno dei maggiori editori e scopritori di talenti del secolo scorso. Dell’ex marito, il filosofo Giorgio Agamben. Degli amici Umberto Eco, Elsa Morante, Italo Calvino, Giorgio Manganelli. E infine, ma forse prima di tutte, quella di N, la ragazza somala di 17 anni che ha accolto nella sua casa romana, diventandone tutrice legale, prima che scoppiasse la pandemia.

L’impaesamento di N è andato a buon fine?

Non esattamente. L’impaesamento si contrappone allo spaesamento, all’estraneità che deriva dalla diversità. Pensavo che mostrare la bellezza e l’arte di una civiltà potesse aiutarla a superare questa estraneità. Non è stato e non è facile. Anche perché sono arrivati il Covid e i lockdown che hanno prodotto un azzeramento della cultura. Quando andammo alla mostra di Raffaello prima di entrare in ogni stanza dovevamo attendere sulla soglia il suono di una campanella…

Che cos’è la diversità?

In Bellezza variegata Gerard Manley Hopkins scrive: «Gloria sia a Dio per le cose screziate». La diversità è un regalo, anche se è infinita. Anzi, forse proprio per questo. Ogni volta che getti un ponte che unisce segmenti diversi, ne spuntano altri di nuovi.

Essere una persona vissuta in mezzo ai libri e faticare a persuadere alla lettura una ragazza di 17 anni è uno scacco della realtà?

È uno scacco dell’immaginazione. Ognuno ha la propria: la nostra è nutrita dai libri, altre sono alimentate dal paesaggio, dalla magia, dalla religione… dalle botte prese. È l’immaginazione la vera diversità.

Produrre libri e promuovere autori e scrittori è stato il suo lessico familiare: quando è diventata una scelta personale?

La prima esperienza è stata quando, tornando da Parigi, io e Giorgio Agamben abbiamo proposto a mio padre la collana di letteratura fantastica il Pesanervi. In Italia era considerata di destra e quindi era snobbata. Noi, avendo vissuto a Parigi, avevamo uno sguardo diverso. L’idea era di Agamben e io l’ho sposata e realizzata minuziosamente.

Prima c’era stato il periodo degli «incantatori» Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Alberto Moravia: gli scrittori della sua formazione?

Li conobbi la prima volta durante una vacanza romana con la mia famiglia. Frequentavamo Adriana Asti, moglie di mio cugino Fabio Mauri e amica di Elsa Morante. In quel mese fatato conoscemmo lei, suo marito e Pasolini. Avevo 17 anni e fu una folgorazione. Anche Agamben era amico della Morante e di Pasolini, perciò in anni successivi tornai a incontrarli, in modo corale. Poi conobbi e frequentai a lungo Italo Calvino, Giorgio Manganelli…

Tra gli scrittori di oggi vede qualcuno che possa reggere il confronto con loro?

Direi di no. Ma questo non vuol dire che non ci siano grandi scrittori. Credo che oggi la scrittura non sia più lacrime e sangue com’era allora. Qualcosa a cui lo scrittore si dava totalmente, in una dedizione di ricerca della verità e passione. Adesso vedo maggiore disinvoltura, un lavoro collettivo in cui contano molto i consigli degli editor. Allora era impensabile che qualcuno cambiasse una virgola di Elsa Morante.

Nessuno può confrontarsi con gli incantatori?

Uno scrittore lacrime e sangue di oggi è Daniele Mencarelli, che peraltro è nato come poeta a «nottetempo». Poi purtroppo non c’ero più e se lo sono lasciati sfuggire.

La velocità della posta elettronica al posto di quella cartacea e gli agenti che decidono invece degli editori riducono la qualità della letteratura?

Sono uno svantaggio per la qualità e un vantaggio per la funzionalità. In Bompiani si leggevano i cataloghi, si scriveva una lettera, la risposta arrivava dopo 15 giorni e avevi un’opzione di due mesi. Dopodiché facevi un’offerta. Nel 2002, quando è nata «nottetempo», tutto era diventato fulmineo. Facevi la tua richiesta di lettura, ti rispondevano in cinque minuti e passavi la notte sul libro. Se la mattina dopo presentavi la prima offerta eri fregato perché partiva l’asta.

Con gli agenti letterari cos’è cambiato?

Nel 2002 andai alla Fiera di Londra, memore di quella di Francoforte degli anni Sessanta. Dopo aver cercato invano gli editori, ho capito che dovevo salire al piano di sopra. Dove non c’erano libri, ma tanti tavolini con una bandierina ai quali si incontrava un agente che, se non aveva già venduto il libro, ti dava la possibilità di acquistarlo offrendo più dei concorrenti. Tutto senza leggerlo. Il rapporto affettivo e intellettuale che aveva mio padre con i suoi autori era preistoria. Con chi aveva un agente nasceva un ménage à trois. Come editore l’ho sofferto, ora come autore me lo godo.

Qual è stata l’originalità di «nottetempo»?

Nel 2002 mi ricordai di una conversazione con mio padre che, dopo aver ceduto la Bompiani, voleva creare una nuova casa editrice, ma non sapeva se farla per i giovani o per i vecchi. Ci pensai e decisi di farla per i sessantenni come me. Persone che leggono semisdraiate, magari di notte, senza tanta luce. Pensai a libri comodi, con caratteri grandi, margini ampi, libri leggibili e leggeri non nel senso della facilità, ma nel senso di Robert Louis Stevenson che, non a caso, fu il primo autore pubblicato. Anche nella saggistica, pubblicammo filosofi e scienziati che con una buona conoscenza dell’italiano si potevano capire.

Cosa pensa del fatto che con la pandemia si legge di più e che, secondo alcuni, Amazon favorisce i piccoli editori che faticano nella distribuzione?

Temo che siano miglioramenti provvisori. Con l’espansione di Amazon la dimensione vincente è il grandissimo, non il grande. Rizzoli, Mondadori e Giunti boccheggiano, progredisce solo Amazon. Insieme con i piccoli editori ci siamo battuti contro gli sconti librari che la sinistra pensava o fingeva di pensare fossero a favore del popolo dei lettori. Invece favorivano solo le grandi catene editoriali, perché gli editori e le piccole librerie indipendenti non potevano farcela a prezzi ribassati.

Come per gli scrittori, mi dica il nome di un editore che le piace.

Tra i tanti che lavorano bene citerei Iperborea, nata dall’idea di Emilia Lodigiani che ha pensato di pubblicare la letteratura del nord e per farlo ha imparato le lingue scandinave. Dopo di lei suo figlio: hanno scoperto e portato in Italia una letteratura che era sconosciuta.

Invece con il Manifesto che non pubblica più né Agamben né lei per le posizioni sul Covid ha litigato.

E me ne duole perché era un rapporto che durava da tanto tempo. Il Manifesto era considerata la casa editrice di sinistra. È stata una grande delusione vedere che di fronte al Covid si è appecoronato esattamente come tutti gli altri giornali e se c’è qualche eccezione non è lui, ma il Domani o magari Avvenire.

Avrei in mente anche un’altra testata.

Parlo dei giornali di sinistra, anche se forse non c’è più. Mentre la destra c’è, ma io non la amo per niente.

Nel libro scrive che viviamo in una «imitazione di dittatura che fa contrapporre ai cori sui balconi la diffidenza a tu per tu e una rabbia ottimista».

È stato instaurato il monopensiero e tutti si sono adattati. Salvo un esiguo numero di persone, grandi filosofi, scienziati e medici premi Nobel, che vengono trattati come mentecatti perché non si allineano. Il monopensiero si adopera alla creazione del nemico, quel disgraziato che non si vuole vaccinare. Sono vaccinata e qualcuno cerco di convincerlo perché non si condanni alla non vita alla quale costringono chi non possiede il green pass. Senza il quale ora non si può più neanche entrare sotto gli archi della Stazione Termini.

Cosa vuol dire che guariremo della malattia, ma non della cura?

A parte che bisogna vedere se guariremo… La virologa Maria Rita Gismondo diceva pochi giorni fa che se una persona si ammala e non vuole andare in ospedale deve morire a casa perché non può procurarsi le medicine. Pensare di non curare i no vax giustifica il confronto con il nazismo.

Cosa significa, come scrive, che «pensare è diventato sinonimo di negare: negare la verità comune, consensuale e consentita. Negare la fiducia alle disposizioni rinfuse diventa subito negare l’esistenza della malattia»?

È chiaro che la malattia c’è e le epidemie sono pericolose, non solo perché fanno ammalare e morire le persone. La spagnola durò dal 1918 al 1922: ricordiamoci cosa successe nel 1922 in Italia e in Russia e quando datano i primi tentativi di Hitler in Germania. Lo spavento dell’epidemia e la ricerca di una gestione autoritaria generarono le dittature. Perciò facciamo attenzione ai troppi unanimismi.

Che cos’è la penultima illusione?

L’ultima dovrei raccontarla dopo morta. Qualunque illusione è penultima perché ha davanti a sé una possibile caduta e una possibile nuova illusione. Mi illudo su ciò che faccio, che non è mai così fantastico come avrei voluto. Ma: sempre meglio qualcosa che niente.

 

Panorama, 26 gennaio 2022