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«È una guerra di religione, non contro Netanyahu»

Fuorissimo dal coro, Magdi Cristiano Allam è stato vicedirettore del Corriere della Sera ed europarlamentare, nel 2008 si è convertito al cristianesimo e da vent’anni vive sotto scorta. Nell’ultimo libro, Un miracolo per l’Italia (Casa della civiltà), parla di crisi demografica, potere della finanza speculativa, suicidio della civiltà europea. Oggi è anti islamico senza se e senza ma. Ancora di più dopo il raid terroristico del 7 ottobre.

È stata Hamas a minacciarla vent’anni fa?

«Sì, nel marzo 2003 mi aveva condannato a morte per le mie critiche agli attentati terroristi suicidi.

Da allora lo Stato italiano, che ringrazio, mi ha dato una scorta affidata all’arma dei Carabinieri. In seguito, in base alle informazioni dei suoi organi, ha deciso di mantenerla».

Che cosa sta succedendo in Israele?

«C’è una guerra scatenata dal terrorismo islamico, con l’eccidio di bambini, donne e anziani bruciati e decapitati, che ha come scopo la distruzione dello Stato ebraico perché Hamas ritiene che Israele sia un territorio occupato islamico».

Il raid di Hamas è immotivato?

«Chiariamo che il terrorismo non è mai di natura reattiva, ma sempre di natura aggressiva. Dal 2005 Israele ha abbandonato la Striscia di Gaza, perciò questa non è una guerra giustificabile dall’occupazione di territori».

Secondo alcune analisi è il comportamento d’Israele la causa dell’azione di Hamas.

«È totalmente infondata la tesi che vede Israele come uno Stato colonialista che avrebbe usurpato i territori dei palestinesi. Israele nasce nel 1948 sulla base di una legittimità internazionale certificata da una risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu che si basa sulla divisione del territorio chiamato Palestina mandataria in due stati: lo Stato ebraico, sottolineo ebraico, e lo Stato arabo, non palestinese. Fino al 1947 il termine palestinese politicamente non esisteva. Nella storia non sono mai esistiti né uno Stato né un popolo palestinese. Sono entrambi concetti contemporanei. Gli ebrei hanno comprato dei territori dai proprietari arabi e ne sono diventati legittimi proprietari».

Se al posto di Benjamin Netanyahu ci fosse stato un altro leader l’attacco sarebbe avvenuto ugualmente?

«Certo. Non è un’iniziativa di natura politica né territoriale, ma una guerra islamica che attinge dal Corano, che è un testo profondamente antiebraico, e da Maometto che è stato uno stragista degli ebrei».

Perché l’azione iniziata da Hamas si chiama «Tempesta Al-Aqsa»?

«Al-Aqsa è il nome arabo della moschea che sorge a Gerusalemme. Secondo il Corano, nel 621 Maometto sarebbe arrivato alla moschea Al-Aqsa in sella a un cavallo alato proveniente dalla grande moschea della Mecca, e da lì sarebbe asceso al settimo cielo per incontrare Allah, negoziando con lui il numero di preghiere a cui i musulmani sono tenuti».

Questo è il preambolo coranico.

«Destituito di ogni fondamento: nel 621 a Gerusalemme non c’era nessuna moschea. La prima struttura di Al-Aqsa risale al 705, ovvero 84 anni dopo».

Questa guerra deriva dal fanatismo religioso?

«Non è fanatismo perché tutti i musulmani credono che Israele occupi indebitamente la moschea di Al-Aqsa, Gerusalemme, che considerano una città santa islamica, e tutto il territorio dello Stato ebraico».

Per questo i terroristi non gridano «libertà per la Palestina», ma «Allah Akbar»?

«Esatto. Prima di perpetrare qualsiasi atrocità inneggiano ad Allah, proclamano che è il più grande».

Qual è il vero obiettivo di Hamas? O è più corretto parlare di fondamentalisti islamici?

«Abbiamo visto che anche i terroristi islamici di Hezbollah libanese sono intervenuti. A sostegno di entrambi, Hamas ed Hezbollah, l’Iran ha detto chiaramente che si arriverà al trionfo sul regime sionista. Ovvero a eliminare Israele dalla carta geografica».

Se la si osserva si vede che nel Nordafrica e nel Medio Oriente Israele è l’unico Stato non musulmano.

«Sì, anche se Israele, che nasce come Stato del popolo ebraico, a seguito della prima guerra arabo israeliana del 1948, ha inglobato la Galilea dove sorge una comunità araba prevalentemente islamica. La conseguenza è che Israele è uno Stato multiconfessionale. C’è una maggioranza di ebrei, i musulmani sono un po’ meno del 20% e poi ci sono dei cristiani».

Israele è anche l’unica democrazia di quell’area.

«Nel Parlamento israeliano ci sono deputati islamici, alcuni persino contrari al diritto d’Israele a esistere».

Questa crisi si ferma in Medio Oriente?

«No, perché il radicalismo islamico ha attecchito anche in Europa. L’eventuale vittoria di Hamas contro Israele scatenerebbe inevitabilmente i terroristi in Europa allo scopo di sottometterla all’islam. Per questo la guerra che Israele sta subendo ci riguarda tutti».

La reazione di Israele sarà una vendetta?

«Ha detto bene, reazione. Il 7 ottobre il terrorismo islamico palestinese ha scatenato una guerra. Fino a oggi i civili israeliani uccisi sono 1.300 circa, ma è un bilancio destinato a salire. Dal 1948 al 6 ottobre 2023 il totale dei civili israeliani uccisi era di 1723. In una settimana, i civili morti in quattro guerre arabo israeliane, una con il Libano e due intifade, sono quasi pari. Questo ci fa capire il dramma che gli israeliani stanno vivendo».

L’idea di negoziare per arrivare a «due popoli, due Stati» è definitivamente naufragata?

«Chi dice che bisogna arrivare rapidamente al cessate il fuoco e a negoziati di fatto sostiene Hamas e ne legittima le azioni. Se Israele negoziasse con Hamas la legittimerebbe e si condannerebbe all’estinzione. Perciò, non ha altra scelta che vincere questa guerra in modo totale. L’Occidente deve sostenere Israele perché ciò che oggi sta subendo domani potrebbe accadere a noi in casa nostra. Diversamente, s’innescherebbe un processo a valanga che porterebbe alla negazione del diritto all’esistenza di tutti coloro che non si sottomettono al radicalismo islamico».

L’immigrazione dal Nordafrica è funzionale a questa strategia?

«Lo è. Ci sono tre fattori da considerare a riguardo. Il primo è il tracollo demografico europeo e in particolare italiano che crea un vuoto che viene colmato dalla cosiddetta accoglienza di milioni di clandestini prevalentemente islamici. Il secondo è che l’Europa è già profondamente islamizzata perché si è concessa ai musulmani una cittadinanza facile consentendo loro di avere una rete diffusa di scuole coraniche e moschee al punto che oggi, per esempio nel Regno unito e in Francia, ci sono aree islamizzate dove neppure la polizia entra».

E il terzo fattore?

«È che gli attuali governanti europei rappresentano in modo esplicito o implicito lo strapotere della grande finanza speculativa che promuove il Nuovo ordine mondiale tramite l’abbattimento degli Stati nazionali, lo scardinamento delle identità localistiche, l’omologazione dell’umanità in un meticciato universale. Questo porta le popolazioni europee a essere senz’anima e senza identità, perciò facile preda dei più arroganti e violenti».

Profughi e migranti non sono persone che scappano da miseria e fame più che militanti fondamentalisti?

«Le Procure italiane hanno accertato che tutti i clandestini in partenza dalle coste libiche per salire su imbarcazioni fatiscenti, talvolta perdendo la vita, pagano agli scafisti circa 3.000 dollari a testa. La Procura di Crotone, in riferimento al naufragio di Cutro, ha certificato che ciascuno dei 200 clandestini aveva pagato circa 8.000 dollari. Chi paga questi soldi non può essere un morto di fame. È una strategia d’invasione, anzi di auto-invasione, perché siamo noi che la promuoviamo».

In che senso?

«La consentiamo sapendo che dietro c’è la strategia pianificata da chi vuole destabilizzarci, promuovendo la sostituzione etnica e l’islamizzazione demografica dell’Europa».

È il complotto del piano Kalergi?

«Negli anni Venti il filosofo e politico austriaco Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi previde che la popolazione futura europea non sarebbe stata autoctona, ma una popolazione negroide-euroasiatica. Kalergi viene citato come fondatore del paneuropeismo, come il pioniere dell’Unione europea. Ma la mia riflessione non è un’analisi complottista che viene da lontano, leggo i fatti reali del presente».

L’ex ministro dell’Interno ed esponente del Partito democratico Marco Minniti dice che i terroristi non arrivano con i barconi, ma sono immigrati di seconda generazione, perciò il vero antidoto è l’integrazione.

«Sia il terrorista islamico che ha perpetrato la strage di Nizza nel luglio 2016 che quello che ha provocato la strage al mercato di Natale a Berlino sempre nel 2016 provenivano da Lampedusa. Tra coloro che arrivano con i barconi ci sono anche terroristi islamici, lo ha detto qualche giorno fa anche il ministro Matteo Piantedosi. Parlando d’integrazione ricordiamo che in prima fila alle manifestazioni pro Hamas in Europa, compresa quella di Milano dell’11 ottobre, ci sono giovani musulmani di seconda generazione con cittadinanza italiana. Evidentemente non si sono integrati».

Quali sono i centri di reclutamento e diffusione del fondamentalismo?

«Principalmente le moschee perché vi si predica ciò che Allah prescrive nel Corano e Maometto ha fatto e detto. Concetti che ispirano all’odio e alla violenza nei confronti dei miscredenti, cioè tutti i non musulmani a partire dagli ebrei dai cristiani».

Nel giugno del 2014 convocati da papa Francesco il presidente israeliano Shimon Peres e il leader palestinese Abu Mazen piantarono insieme un ulivo come simbolo di pace. Perché non è stato un nuovo inizio?

«Nella storia contano i fatti concreti. Nel settembre del 1993 il leader israeliano Yitzhak Rabin e quello dell’Olp Yasser Arafat si strinsero la mano davanti a Bill Clinton per suggellare gli accordi di Oslo. Nel 2000 lo stesso Arafat rifiutò di sottoscrivere a Camp David un accordo di pace con l’allora premier israeliano Ehud Barak. Un accordo che concedeva ai palestinesi uno Stato sul 97% dei territori occupati nel 1967 e la capitale nel settore orientale di Gerusalemme. Arafat preferì assecondare i terroristi pregiudizialmente contrari all’esistenza di Israele».

Nel suo libro Un miracolo per l’Italia cita Ben Gurion, fondatore dello Stato d’Israele: «Chi non crede ai miracoli non è realista». Cosa ci dice questo realismo a proposito di questa guerra?

«La nascita di Israele è stata un miracolo dopo 2000 anni di diaspora del popolo ebraico. Mi auguro che possa un giorno prevalere la pace tra israeliani e palestinesi. Ma me lo auguro nella consapevolezza che la conditio sine qua non è che vengano sconfitti ed eliminati i terroristi islamici e i terroristi palestinesi tout court. Perché sono loro a essere contrari alla pace».

 

La Verità, 14 ottobre 2023

«Come fermare l’ondata di migranti dalla Tunisia»

Un uomo di sinistra figlio di un generale dell’Aeronautica militare. Calabrese, ex Lothar dalemiano, esperto di intelligence apprezzato da Francesco Cossiga. Dopo alcuni ruoli di vertice nei governi precedenti, Marco Minniti ha lasciato il segno come ministro dell’Interno dell’esecutivo guidato da Paolo Gentiloni che lo nominò nel dicembre 2016. Cinque anni dopo, nel febbraio 2021, si è dimesso da deputato del Pd. Da due anni presiede Med-Or, fondazione che, voluta dal cda di Leonardo, promuove le relazioni nell’area del Mediterraneo, del Medio ed Estremo Oriente.

La tragedia di Cutro e il naufragio con 30 dispersi sulla costa libica indicano che siamo di fronte a un nuovo aggravamento dell’emergenza migranti?

«Siamo innanzitutto di fronte a due tragedie che ci riportano al fatto che le migrazioni non sono un’emergenza. Questo può sembrare una contraddizione. Ma se vogliamo evitare nuovi eventi drammatici dobbiamo pensare all’emigrazione come a un dato strutturale che ha accompagnato l’umanità nel passato e l’accompagnerà nel futuro. Anzi, è lecito prevedere che nei prossimi anni avremo un incremento dei movimenti delle persone nel mondo».

Per quali motivi?

«Innanzitutto per le ragioni classiche: guerre, carestie e bisogno di migliorare le proprie condizioni di vita. A queste si aggiungeranno i cambiamenti climatici che potrebbero causare spostamenti consistenti. Infine, c’è una parte di popolazione, quella più giovane che, indipendentemente dal Paese di nascita, si ritiene cittadina del mondo. Se le migrazioni sono un dato strutturale significa che le politiche emergenziali non sono adeguate ad affrontarlo».

Qual è il suo pensiero sulla tragedia di Cutro?

«Nel momento in cui ci sono più di 80 morti in mare, oltre ad attendere gli esiti dell’inchiesta giudiziaria, considerato il coinvolgimento di più ministeri, il governo avrebbe dovuto promuovere un’indagine interna guidata dalla presidenza del Consiglio».

A quale scopo?

«Arrivare al consiglio dei ministri di Cutro, 13 giorni dopo i fatti, con la ricostruzione di ciò che era avvenuto. E, in secondo luogo, avendo stabilito nuove regole d’ingaggio per evitare che una tragedia simile possa ripetersi».

Non è ciò che ha tentato di fare con il decreto flussi?

«Mi scuso per il ruolo da Grillo parlante. La tragedia si è consumata sulla rotta del Mediterraneo orientale: la stragrande maggioranza dei morti aveva diritto alla protezione internazionale provenendo dall’Afghanistan, dalla Siria e da altri territori drammaticamente in crisi. Per spostarci sullo scenario più vicino, nel Mediterraneo non è più procrastinabile un piano dell’Europa per i paesi nordafricani più esposti agli effetti della guerra in Ucraina. Alcuni di questi dipendevano per l’80% dal grano russo o ucraino. Egitto e Tunisia stanno pagando il prezzo di una drammatica crisi alimentare».

Perché attualmente la Tunisia è il primo fronte dei flussi migratori nel Mediterraneo?

«Perché viveva di turismo, azzerato dalla pandemia. Si stava appena riprendendo quando la guerra ha provocato la nuova, gravissima, crisi alimentare. Non può farcela da sola».

Dalla Libia si attende una nuova ondata di migranti. Che fine ha fatto l’accordo che da ministro dell’Interno aveva firmato con quel Paese coinvolgendo i sindaci e i capi delle potenti tribù locali?

«La Libia si è ulteriormente e drammaticamente spaccata. C’è stata una guerra civile e oggi abbiamo i Russi in Cirenaica e i Turchi in Tripolitania. Per la prima volta nella storia moderna un solo Paese, la Turchia, controlla entrambe le rotte d’ingresso in Europa, quella del Mediterraneo centrale e quella del Mediterraneo orientale e dei Balcani. Un capolavoro a rovescio dell’Europa».

Roberto Saviano l’accusa di aver operato per la creazione dell’«inesistente zona Sar libica».

«Temo non sappia di cosa sta parlando. Gli accordi per le zone Sar sono negoziati con l’intera comunità internazionale, non sono attività di un singolo ministro o di un singolo Paese. Fino alla fine del mio mandato, la Guardia costiera italiana ha compiuto numerosi interventi di salvataggio in acque libiche. In quei 16 mesi abbiamo avuto una riduzione di arrivi in Italia di circa 120.000 persone, non abbiamo chiuso nessun porto ed è drasticamente diminuito il numero di morti in mare. Inoltre, le Nazioni unite, tornate in Libia grazie all’Italia, hanno fatto 27.000 rimpatri volontari assistiti da quel Paese».

Quale ruolo deve avere oggi l’Europa nel Mediterraneo?

«Avrebbe già dovuto aver pronto un piano d’investimenti per la stabilizzazione economico-sociale, la crescita e la prosperità del Nordafrica. Auspico che al prossimo Consiglio europeo Bruxelles metta a disposizione un fondo immediatamente spendibile di 3 miliardi di euro. Sarebbe il primo passo per siglare un accordo strategico sui flussi migratori».

Cosa la fa essere così ottimista sui tempi di reazione dell’Unione europea?

«Nel 2015, per frenare i flussi balcanici e stringere un accordo con la Turchia, l’Ue stanziò subito 3 miliardi, la cifra di cui parlo adesso, più altri 3 in una seconda tranche».

Quella volta c’era l’interesse diretto della Germania.

«La Germania era in prima linea e i soldi li mise l’intera Europa. Ricordiamo l’immagine di Angela Merkel che fece piangere la bambina rifugiata palestinese spiegandole che non avrebbe potuto entrare. Questo patto andrebbe siglato subito, sapendo che è in atto una straordinaria campagna di penetrazione in Africa della Russia, che si aggiunge all’influenza già molto forte della Cina».

Ha ragione il ministro della Difesa Guido Crosetto a segnalare il ruolo della brigata Wagner?

«Non è che la brigata Wagner gestisca i flussi migratori del Nordafrica. Tuttavia, come si deduce dal discorso di Vladimir Putin del 24 febbraio scorso, la Russia ha fatto una scelta nell’orizzonte di una guerra lunga o lunghissima decidendo di rendere l’Africa il fronte secondario di una guerra asimmetrica».

Cosa vuol dire?

«Che nonostante il drenaggio di uomini che il conflitto in Ucraina comporta per l’esercito russo, la Wagner non ha mai abbandonato i territori africani, dalla Cirenaica al Mali, dal Burkina Faso al Sudan».

Come si sviluppa questa guerra asimmetrica?

«Anche attraverso i grandi movimenti demografici. Con l’inizio del conflitto, sul fianco Nord Est dell’Europa si è verificato un movimento di 10 milioni di profughi, una parte dei quali sono rientrati mentre circa 4,5 milioni sono ancora in Europa. Se a questi movimenti a Nord Est si aggiunge il flusso migratorio proveniente dal Mediterraneo centrale, si vede che l’Europa è schiacciata in una tenaglia umanitaria. Per questo il patto per il governo legale delle migrazioni deve comprendere anche il Sahel, che è il vero confine meridionale dell’Europa».

Come dovrebbe realizzarsi?

«Prendiamo l’esempio dell’India con la quale la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha di recente avviato un nuovo e importantissimo dialogo. Nel 2022 l’India, appena diventata prima potenza demografica del mondo, superando la Cina, ha incassato rimesse legali per 100 miliardi di dollari dai propri migranti. Questo ci suggerisce come operare. I Paesi africani possono aiutarci a governare gli ingressi legali traendone immediato beneficio con le rimesse dei loro migranti. La forza demografica dell’Africa sarebbe una risorsa per loro e non sarebbe più una minaccia per noi».

In caso di reale integrazione.

«Infatti, parliamo di canali legali. Se si fugge da guerre, carestie o terremoti, si arriva in Europa attraverso i corridoi umanitari».

Non è quello che si prefigge il decreto flussi?

«È giusto controllare gli ingressi in Italia, ma va cambiata la prospettiva. Facciamo l’esempio della Tunisia. L’Italia potrebbe consentire 20.000 ingressi legali l’anno, gestendoli attraverso i consolati. Si compilano delle liste. In attesa che la pratica venga definita, queste persone frequentano corsi di italiano, di cultura generale e di formazione professionale finalizzati al mercato del lavoro italiano. Un progetto così consentirebbe anche l’impiego di giovani italiani all’estero in qualità d’insegnanti. A percorso completato, chi arriva sarebbe già in possesso di un background di integrazione».

Integrazione e sicurezza servono a sconfiggere la criminalità e il terrorismo prodotti dagli ingressi illegali?

«Gli attentati di matrice islamica nelle città europee degli anni scorsi non provenivano dalla Siria o dall’Iraq, ma da cittadini della nostra Europa, cioè figli di un’integrazione sbagliata o mancata. Il corrispettivo della gestione comune degli ingressi legali è l’impegno a contrastare i traffici illegali e a favorire il rimpatrio immediato degli irregolari».

La minaccia del terrorismo islamico in Europa è debellata?

«In questo momento l’Africa è con l’Afghanistan il principale incubatore di terrorismo internazionale. Nei giorni scorsi uno dei leader di Al Qaeda Maghreb ha pubblicato un video in cui si vedevano due capi Tuareg che giuravano fedeltà ad Al Qaeda, fatto inusuale e allarmante. Il Sahel, il Corno d’Africa e la Libia sono potenziali basi operative di nuovo terrorismo alle porte dell’Europa. Qualche anno fa Sirte, la moderna capitale libica, era controllata dai miliziani dello Stato islamico. La Russia conosce lo scenario: per Mosca tutto ciò che può destabilizzare l’Europa e l’Occidente va nella giusta direzione».

Quadro apocalittico.

«Ma reale. L’Occidente e l’Europa non devono mai smarrire questa consapevolezza: ogni giorno che passa senza un intervento europeo è drammaticamente perduto».

Come dovrebbe connettersi questa iniziativa con il protrarsi della guerra in Ucraina?

«C’è un filo rosso che la lega al Mediterraneo e all’Africa. L’onda d’urto energetica, quella umanitaria e quella della sicurezza globale partono dall’Ucraina e si riverberano in Africa e nel Mediterraneo. Dicendolo in una parola, per costruire una pace stabile e duratura in Ucraina c’è bisogno di un nuovo ordine mondiale, impossibile da costruire senza il Sud del mondo».

Per chiudere le chiedo un pensiero sul Pd che ha una nuova segretaria. Nel dicembre 2018 lei ritirò la candidatura favorendo Nicola Zingaretti «per salvare il partito». Le sembra si stia salvando?

«Nella mia precedente vita mi occupavo di filologia classica. Il mio rapporto con il Pd è lo stesso che ebbe Catullo con Lesbia. Dopo averle dedicato struggenti poesie da innamorato, si rese conto che era un amore impossibile e scrisse il Carme VIII: “Disperato Catullo, falla finita con le tue follie; ciò che vedi perduto, come perduto consideralo”».

 

La Verità, 18 marzo 2023