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Tutti pazzi per i polizieschi del Circolo polare

Storie nere, panorami immacolati. Innevati. Bianchi come latte. Sono le serie nordiche, islandesi, svedesi, danesi, finlandesi, canadesi… Polizieschi del Circolo polare. Un fenomeno in espansione, dopo i successi mondiali dei romanzi di Camilla Lackberg, Jo Nesbø e Peter Høeg (Il senso di Smilla per la neve). In un tweet di qualche giorno fa, reduce dalla visione di Trapped e L’uomo delle castagne, chiedendo altri titoli, Antonio Polito ha innescato un forum nel quale ognuno ha suggerito il proprio noir preferito: I delitti di Valhalla, Deadwind, Bordertown, The Investigation sull’omicidio reale della giornalista svedese Kim Wall, ribattezzato «il giallo del sottomarino». E The Bridge – La serie originale, la numero uno. Storie algide, aggrovigliate. Eppure magnetiche. Sarebbe facile dire: storie nere come il peccato su paesaggi abbaglianti di purezza. Ma sarebbe una lettura manichea e riduttiva. Tuttavia, se non è solo il contrasto cromatico a richiamare i fan, però, magari, anche quello attrae.

La neve, un personaggio

Persino Dexter, (Sky Atlantic), alla nona stagione ha spostato la sua esistenza bipolare – poliziotto estroverso di giorno, efferato killer di criminali di notte – nella cittadina innevata di Iron Lake, Stato di New York, abbandonando Miami, teatro delle precedenti indagini. Ancora più a nord, nella baia di Algonquin (Canada), le inchieste di Cardinal (Laeffe), il detective che dà il nome alla serie, si snodano tra boschi e laghi gelati. Nella prima scena della quarta stagione lo si vede correre in una sconfinata distesa lattiginosa per raggiungere un’auto dalla quale provengono urla disperate. Ma mentre tenta d’intervenire la lastra di ghiaccio su cui si trova inizia a cedere. È un incubo premonitore: le vittime moriranno per assideramento. Spostandoci nel fiordo di Siglufiördur in Islanda, nei primi 6 episodi di Trapped (due stagioni su Netflix e TimVision) una violenta tormenta impedisce ai capi della polizia di Reykjavík di andare ad aiutare la squadra locale per risolvere l’enigma di un corpo mutilato rinvenuto nel porto. In pratica, il fiordo è un’isola nell’isola. Nei polizieschi sottozero la neve è protagonista tanto quanto l’ispettore e il criminale. Può essere lo sfondo bianco che il nastro d’asfalto taglia in due. O essere in primo piano: ovattata per attutire la brutalità dei crimini, ostile per rendere più impervie le indagini.

Storie dolorose

Considerando che non stiamo parlando di capolavori o di storie particolarmente innovative, resta misterioso perché ci si appassioni a questi thriller tanto scuri e contorti. I detective conducono vite travagliate, vivono solitudini irrisolte, rimuovono sentimenti. Spesso sono genitori inadempienti, protagonisti di separazioni dolorose, di coppie infelici. Oppure sono affetti da psicosi e sindromi complicate. Famiglie felici non ne esistono. Ambiti di consolazione e ancore di salvezza nemmeno.

In Bordertown (tre stagioni su Netflix) l’ispettore Kari Sorjonen decide di trasferirsi a Lappeenranta, cittadina finlandese a pochi chilometri dal confine russo, per dedicarsi alla famiglia dopo che la moglie ha superato un tumore al cervello. Ma siccome anche nella nuova sede di lavoro, sotto la coltre di ovatta ramifica il male, torneranno utili le sue doti al limite dell’autismo, grazie alle quali riesce a connettere indizi apparentemente eccentrici. Nei noir artici le indagini si svolgono sempre in coppia. A volte è lei a condurle, come nella finlandese Deadwind (tre stagioni su Netflix). Sofia Karppi della squadra omicidi di Helsinki, madre single di due figlie dopo la morte in un incidente del marito, viene affiancata da un collega per capire chi ha ucciso e sepolto una donna con uno strano rituale. La passione tra i due agenti resta sotto traccia, ma intanto gli omicidi si susseguono… Agiscono in coppia anche gli investigatori di L’uomo delle castagne e I delitti di Valhalla, le due serie più pulp del filone. La prima, una stagione da settembre su Netflix, si svolge a Copenaghen dove, in un parco giochi, viene trovato il cadavere di una donna con una mano mozzata. Un omino fatto di castagne sulla scena del crimine è la firma dell’assassino. Mentre l’ispettrice Naia Thulin e l’agente dell’Europol Mark Hess iniziano le ricerche, spuntano altri cadaveri femminili con arti amputati. Potrebbero essere madri che, agli occhi del serial killer, hanno trascurato i figli… Altri pesanti traumi infantili sono all’origine dei Delitti di Valhalla (Netflix) per i quali si ritorna nel ghiaccio di Reykjavík, dove in pochi giorni affiora una serie di omicidi. Le indagini di Kata, moglie separata e madre di un ragazzo adolescente, e Arnar, ritornato in città da Oslo, puntano nell’oscuro passato di un orfanotrofio…

Tutti figli di Saga

Per i fan di The Bridge – La serie originale (Broen in svedese, Bron in danese) «Saga Norén, polizia di Malmoe» è la frase culto. Il thriller che inizia con il rinvenimento di un cadavere sul ponte tra Danimarca e Svezia esattamente dove passa il confine è la matrice di tutto il filone. Non a caso ne sono stati proposti diversi remake. Da allora, bisogna ammettere che le novità rilevanti sono poche. Eppure la vena continua a ingrossarsi. Affetta dalla sindrome di Asperger, la protagonista è totalmente anaffettiva e si sforza di tenere separata la professione dalla vita privata, per altro inesistente. Al punto che serve il club per single per soddisfare fugaci pulsioni sessuali. Il che accentua la diffusa atmosfera nichilista. Le quattro stagioni (trasmesse da Sky e Netflix, ma ora inspiegabilmente introvabili) hanno il merito di essere imperniate su temi contemporanei: terrorismo, ecologia, gender… Ma grazie a Dio non ci sono tirate ideologiche. In primo piano restano le indagini e le complesse psicologie degli agenti della «polizia di Malmoe». Anzi, proprio questo territorio incontaminato dalla politica è un altro dei segreti del successo del genere. Per noi latini quelle atmosfere gelide hanno il fascino dell’alterità, il retrogusto della fuga e del «cambio vita». Di sicuro rappresentano un cambio di abitudini televisive: un’uscita di sicurezza dalle risse dei talk show, un modo di disintossicarsi dalla tele emergenza permanente.

 

La Verità, 16 novembre 2021