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Damilano cerca il Paese reale, speriamo lo trovi

Ci sarà sicuramente occasione di tornare a parlare di Il cavallo e la torre, il nuovo programma di Marco Damilano in onda tutte le sere alle 20,40 su Rai 3 (share del 7,7%, 1,3 milioni di telespettatori). Il debutto della striscia regalata, anzi profumatamente remunerata (1.000 euro a puntata) dai dirigenti del servizio pubblico all’ex direttore dell’Espresso, è test insufficiente per dare giudizi definitivi. La decisione di anticipare la partenza di una settimana per lanciare la volata lunga sulle prossime elezioni fa sì che manchi il confronto con Otto e mezzo, quando i riscontri di audience saranno verosimilmente diversi.

Tuttavia, una prima idea la si può abbozzare, riconoscendo debiti e fonti alle quali si rifà il neoconduttore. Innanzitutto il titolo, preso dall’autobiografia di Vittorio Foa, considerato un padre fondatore della Repubblica. Il cavallo poi, oltre a essere il pezzo più spiazzante del gioco degli scacchi, è anche il simbolo, in verità piuttosto logoro, della Rai, e non a caso domina la scenografia dello studio. La cartolina di Andrea Barbato e Il Fatto di Enzo Biagi sono invece gli evidenti antenati televisivi del nuovo programma, esempi di un’informazione formalmente asciutta, ma ugualmente orientata. Damilano ha individuato nelle tre p – politica, poteri, persone – i cardini del suo racconto che inizia da Pescopennataro, un paesino di 233 anime della provincia di Isernia, nel Molise, dove la scultura di un’Italia divisa in due dalla linea Gustav voluta da Hitler nella Seconda guerra mondiale ha alti valori simbolici.

Come si vedono da lì le prossime elezioni? Come vengono recepite le promesse dei partiti? La coppia di anziani del paese che declama con solennità le proprie generalità ha sempre votato a sinistra, ma stavolta… I pochi giovani rimasti sono incerti. Invece l’artigiano con ambizioni da scultore non si recherà ai seggi perché sono finite le idee, chi incarna i valori della Costituzione? È lo spunto per evidenziare la distanza tra gli slogan delle forze politiche e i tanti indecisi, circa 16 milioni, ai quali, sostiene il conduttore, i partiti non si rivolgono. La provocazione non è banale: il Paese reale non è fatto solo di Milano e Roma, di Netflix e monopattini. C’è una quotidianità distante che i leader, tutti, non riescono a intercettare. Vedremo se Damilano, un po’ impacciato all’esordio nel ruolo istituzionale del conduttore, diverso da quello di ospite di altri conduttori amici, saprà mantenere vivo questo tipo di narrazione senza cedere alla retorica della parte giusta della storia.

 

La Verità, 31 agosto 2022