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«Sanremo irripetibile, Fiore dovrà essere al top»

Il Fantastico di Adriano Celentano, il concerto di Madonna a Torino, quello dei Pink Floyd in piazza San Marco a Venezia, il Pavarotti & Friends, la grande giornata a Bologna con Giovanni Paolo II per il Giubileo, i Festival di Sanremo condotti da Mike Bongiorno e Piero Chiambretti, Raimondo Vianello, Fabio Fazio e Raffaella Carrà: dietro tutti questi eventi c’è un uomo di televisione, dirigente e autore insieme, che risponde al nome di Mario Maffucci, già capostruttura e vicedirettore di Rai 1. Ha 81 anni, due figli, una moglie e vive a Roma, zona Parioli. Ha appena fatto il vaccino contro il Covid e ora è al telefono: «È proprio sicuro che abbia qualcosa d’interessante da dire?».

Che Sanremo si aspetta quest’anno?

«Sarà un Festival diverso dagli altri perché senza il pubblico, una presenza dalla quale gli artisti traggono energia».

Questa assenza peserà di più sui cantanti, i conduttori o gli ospiti?

«Credo che sugli ospiti peserà meno perché hanno il confronto con Amadeus e Fiorello. Cantanti e conduttori avranno maggiori difficoltà. Soprattutto Fiorello, che sarà costretto a dare il massimo, mentre l’anno scorso ha dato il minimo».

In che senso?

«Ha fatto una grande prova d’autore, improvvisando tutto. Un grande artista come lui se lo può permettere. Così, ha preso spunto da quello che succedeva, dalle emozioni del pubblico. Stavolta questo confronto non potrà averlo».

Mancherà una fonte importante.

«Che stimola a inventare. Tra Fiorello e Amadeus c’è grande feeling, ma la sfida è più impegnativa».

Era proprio impossibile stabilire dei protocolli, farli rispettare e avere qualche centinaio di spettatori in sala?

«Sarebbe stato possibile, ma ingiusto nei confronti degli altri teatri che restano chiusi».

Altri programmi Rai hanno il pubblico e l’Ariston sarebbe stato usato come uno studio televisivo.

«Ma l’Ariston è un teatro aperto al pubblico».

Che consiglio darebbe ad Amadeus e Fiorello prima di cominciare?

«Di essere consapevoli di avere un’occasione unica per intrattenere tutto il Paese condizionato dalla pandemia».

È l’approccio del dirigente della tv generalista che creava grandi eventi.

«Il Festival di Sanremo è un evento, in un certo senso unico al mondo. Nasce come manifestazione popolare, senza pretese artistiche. Poco alla volta diventa una fabbrica di musica e intrattenimento. La tv l’ha manipolato, protetto e fatto crescere, trasformandolo in qualcosa di più di una sfilata di belle canzoni».

La convince il fatto che la moglie di Amadeus, Giovanna Civitillo, condurrà il Prefestival?

«Perché no? È un programma marginale, è in grado di farlo, non mi sembra un fatto da biasimare».

Nemmeno sul piano dell’eleganza?

«No, non direi».

Avrebbe potuto essere una buona idea Mina direttore artistico?

«Straordinaria. Ci rendiamo conto di che cos’è stata e che cos’è Mina dal punto di vista musicale?».

Non è decollata per mancanza di coraggio?

«Secondo me si sarebbe tirata indietro».

A quanto si sa, non si sono mai fatti avanti i vertici Rai.

«Da anni Rai 1 attribuisce la direzione artistica al conduttore secondo un canone per cui egli è il playmaker del Festival. Con Mina ci vorrebbe qualcuno felice di averla come direttore artistico. Quelli del presentatore, del direttore artistico e del selezionatore delle canzoni sono ruoli che si potrebbero spacchettare. In questa situazione credo che Mina sia difficile che arrivi».

Agenti e società di produzione esterne hanno troppo peso in Rai?

«Quello che oggi chiamiamo agente, nel vocabolario di qualche anno era l’impresario di artisti. I vari Lucio Presta e Beppe Caschetto hanno fatto la fortuna di tanti spettacoli. La cronaca televisiva attribuisce a Pippo Baudo o ad Amadeus la capacità di portare sul palco le star, ma dobbiamo sapere che dietro di loro c’è il lavoro di qualcuno che ha la forza di coinvolgerle».

Ha visto che due componenti del Cda Rai hanno chiesto di verificare se la lista degli ospiti rispetta la policy aziendale?

«Ho visto, aspettiamo le verifiche. È giusto mantenere un certo equilibrio e controllare la misura dei diversi contributi. Ma allo stesso tempo non dobbiamo perdere di vista il gol finale che è il divertimento del pubblico. Poi certo, l’en plein del cast di un singolo agente non lo approvo».

Anche ai suoi tempi contavano molto gli agenti?

«Ai miei tempi spuntava il potere dei nuovi impresari. Ma c’era un’azienda in grado di stare sul mercato con una forte attrattiva».

Uno dei migliori era Bibi Ballandi?

«Portava il suo contributo senza mai esagerare».

Perché secondo lei quest’anno su Rai 1 funzionano le fiction mentre sono sottotono gli spettacoli di intrattenimento?

«Non c’è voglia e forse non ci sono le condizioni per sperimentare con coraggio. Per essere sicuri dei risultati ci si affida ai format collaudati. Ma così non s’inventa niente e, con la ripetizione, i programmi si usurano e perdono smalto. I successi sono frutto di un dosaggio di componenti tra le quali c’è una percentuale di rischio. Non si può pretendere che il direttore di rete sperimenti se non è aiutato da un gruppo di dirigenti pronti a farlo».

Da Domenica in a Fantastico, da Scommettiamo che… a Beato tra le donne, qual era il segreto dei suoi?

«Sono molto grato a Baudo perché mi ha insegnato l’abc dello spettacolo, facendomi crescere alla scuola del teatro leggero. Il massimo divertimento l’ho provato con Renzo Arbore: leggerezza, autoironia, spettacoli inventati dall’inizio alla fine, spesso le prove erano ancora più divertenti di ciò che andava in onda. Poi c’è stata l’avventura con Adriano Celentano».

Quel famoso Fantastico.

«Il segreto era l’imprevedibilità, non a caso ebbe enorme rilievo sui media. Nacque dopo che Berlusconi ci aveva strappato Baudo, la Carrà ed Enrica Bonaccorti. Lo scopo era indebolire la Rai nella prospettiva della riforma del sistema televisivo che sarebbe sfociato nella legge Mammì».

Una vittoria in contropiede?

«Esatto. Sopravvissi a quella prova grazie all’appoggio di Biagio Agnes ed Emmanuele Milano (storico direttore generale Rai e direttore di Rai 1, ndr)».

Grandi dirigenti, grandi autori: oggi?

«Conosco alcuni direttori di rete come Franco Di Mare e Ludovico Di Meo, ottimi professionisti. Mentre non conosco Stefano Coletta, direttore di Rai 1. Ma non so se abbiano dietro una squadra così forte. Gli autori bisogna cercarli nel teatro leggero, nella musica, nel cinema, come avvenne per Sergio Bardotti, Giorgio Calabrese… In quel Fantastico debuttò Umberto Contarello, che poi è diventato lo sceneggiatore di Paolo Sorrentino».

Come definirebbe Celentano?

«L’artista con il quale nulla era prevedibile. L’unico modo per lavorare con lui era discutere ogni cosa che gli veniva in mente, sapendo che l’avrebbe realizzata».

Luciano Pavarotti?

«Artista immenso, uomo formidabile. A lui è legato uno dei maggiori rimpianti della mia carriera».

Cioè?

«Averlo trascinato nel secondo Festival di Fabio Fazio facendogli fare il notaio. Entrava, diceva qualcosa sui cantanti, usciva. Come si fa a ingaggiare Pavarotti senza farlo cantare?».

Me lo dica lei.

«Era già tutto definito: avrebbe dovuto fare un duetto con Nilla Pizzi su Grazie dei fior. Immagini cosa sarebbe stato… Ma, ad accordo concluso, Nicoletta Mantovani si oppose perché riteneva che, se Luciano avesse cantato durante il Festival, avrebbe tolto interesse al Pavarotti & Friends in calendario due mesi dopo. E Luciano accettò il volere della moglie».

Lavorò anche con il Trio: Marchesini, Lopez, Solenghi.

«Fu una stagione straordinaria che culminò nei Promessi sposi. Era appena finita la miniserie diretta da Salvatore Nocita e noi ne proponemmo la parodia. Qualcuno alzò il sopracciglio, ma proprio affiancare la satira alla tradizione era la forza di una tv libera e moderna com’era quella Rai».

Trasmettevate i concerti di Madonna, il Pavarotti & Friends, la serata per il Giubileo con Giovanni Paolo II e Bob Dylan. Oggi quella formula sarebbe riproponibile?

«Non credo, dipende da come si propone la televisione: se sei un broadcast con l’ambizione di essere partner di grandi eventi internazionali il mercato risponde. Non dimentichiamo il concerto di Frank Sinatra al Palatrussardi di Milano. E quello dei Pink Floyd che chiesero la collaborazione di Rai 1 per suonare a San Marco, trasmesso in mondovisione».

E ricordato per le conseguenze tremende sulla città di Venezia.

«Che non era preparata a gestire un evento di risonanza mondiale».

Eventi del genere oggi sono irripetibili?

«Allora la Rai era punto di riferimento delle tv pubbliche europee e c’era una disponibilità diversa degli sponsor. Ricordiamoci che parliamo di manifestazioni con grandi budget, che potemmo realizzare perché c’era un lavoro di squadra e anche la collaborazione con la Sacis (la concessionaria di pubblicità della Rai ndr)».

Ha commesso qualche errore o fatto scelte di cui si è pentito?

«Forse ero impreparato ad alcune conseguenze. Se dovessi rifare il concerto dei Pink Floyd mi porrei per primo il problema della sicurezza. Per quello di Madonna a Torino tutto filò liscio, anche grazie a un produttore come Davide Zard».

Che cosa guarda oggi in tv?

«M’inquietano i talk show politici, perché mi sembra che il pubblico non sia protetto e che, più che l’approfondimento vero, vi prevalga la propaganda. Se un politico fa un’affermazione, le redazioni non sono attrezzate per verificare in tempo reale se corrisponde al vero o no».

Ce n’è qualcuno che si salva?

«Apprezzo la scelta di Piazzapulita di ricorrere alle riflessioni di Stefano Massini anziché alle gag del solito comico. Lo trovo più in sintonia con il momento che viviamo».

Guarda anche la fiction?

«Purtroppo quella italiana non è a livello delle serie internazionali. Con l’eccezione di Montalbano, la nostra è una fiction provinciale».

Quali serie le sono piaciute ultimamente?

«Baghdad central, Homeland, La casa di carta».

Tra i comici chi le piace di più?

«Maurizio Crozza».

Ha conservato amicizie nel mondo della televisione?

«Ho conservato rapporti professionali. Mi manca Luciano Rispoli che mi fece da battistrada e con il quale avevo un rapporto di stima e amicizia».

 

La Verità, 27 febbraio 2021

 

«Così cambio la Rai al tempo del coronavirus»

Quando è stato decretato il lockdown, il presidente della Rai Marcello Foa si trovava all’estero con la famiglia. Era la notte di sabato 7 marzo. «Sono rientrato subito a Roma, rispettando le norme di sicurezza, mentre i miei familiari sono rimasti lì», racconta dall’ufficio di Viale Mazzini. «È un sacrificio minimo, nulla in confronto a quello che fa chi è in prima linea, negli ospedali e altrove. Da inviato del Giornale, mi è già capitato di stare lontano dalla famiglia per lunghi periodi. Non ho avuto esitazioni a tornare qui per essere vicino a chi lavora. Per incoraggiare i giornalisti che rischiano e aiutare a mettere tutti nelle condizioni di dare il meglio».

Lavora in ufficio o da remoto?

«È importante per tutti quelli che lavorano in Rai vedere i vertici, dal nostro amministratore delegato Fabrizio Salini alla task force creata per questa emergenza, presenti e sempre operativi. La sede è quasi deserta per ragioni di sicurezza, ma noi ci siamo e ci saremo fino alla fine della crisi».

Nella Rai dell’emergenza, Foa, 56 anni, nato a Milano, allievo di Indro Montanelli che lo assunse al Giornale, presidente della tv pubblica dal settembre 2018, tiene insieme la squadra e guarda al dopo epidemia. Un dopo che sarà inevitabilmente diverso anche per il mondo della cultura, dell’informazione e dell’intrattenimento. In questi giorni, però, si parla di Rai per l’iniziativa del regista Pupi Avati che ha chiesto di cambiare i palinsesti e, approfittando della crisi, avviare una fase di crescita culturale programmando film, concerti e biografie dei grandi artisti italiani, molti dei quali sconosciuti alle giovani generazioni.

Avati ha sottolineato che lei ha «apprezzato molto, non solo a parole». Dopo il ritorno delle serate di Alberto Angela sui Rai 1 e la proposta dei Grandi della letteratura di Edoardo Camurri su Rai 3 dobbiamo aspettarci altre novità?

«Una novità è già la decisione di prolungare le serate di Angela per altri due mesi fino a fine maggio. Pupi Avati è una persona deliziosa e di grande sensibilità umana e intellettuale, un maestro del cinema che ha scritto di getto una lettera commovente e visionaria alla Rai. Parlando con lui in privato è emerso un bisogno comune di contenuti che affondano le radici nella storia e nella cultura del nostro Paese. È una vicinanza che non può che farmi piacere. E sono felice di annunciare che intanto Rai 1 dedicherà al grande cinema due serate a settimana: ogni martedì pellicole internazionali e il venerdì la commedia italiana».

Qualche titolo?

«La lista delle opere è in via di definizione. Fra le altre ci sarà Pavarotti di Ron Howard».

Ha ragione Avati quando dice che non c’è sintonia tra i palinsesti televisivi e la realtà quotidiana dei telespettatori?

«Quella di Avati è una giusta provocazione intellettuale. Ma credo che non si possa semplificare troppo. La Rai sta compiendo uno sforzo incredibile, riconosciuto anche all’estero, per modificare i palinsesti nel pieno di un’emergenza con forti ripercussioni sull’attività dell’azienda stessa. Sono sparite intere produzioni. Non è stato più possibile avere pubblico in studio. Gli ospiti partecipano solo dall’esterno. Oggi la sfida principale è assecondare le esigenze del Paese, cercando di mantenere qualità nell’emergenza. La Rai è un colosso di 13.000 dipendenti con un numero notevole di canali televisivi e radiofonici. L’azione di un grande esercito non si modifica schioccando le dita. Più si è grandi e più la flessibilità è complessa. Dobbiamo saper coniugare equilibrio e dinamismo».

In un momento in cui larghi settori delle istituzioni sono paralizzati dalla burocrazia, un’altra sfida può essere mostrare prontezza di riflessi nel cambiamento?

«Facciamo ciò che è possibile con i mezzi a disposizione. Per esempio, assicurando un palinsesto informativo completo e puntuale. La situazione evolve molto velocemente e informare la popolazione spiegando le normative per noi è un compito di assoluta priorità. Altre emittenti europee hanno subìto maggiormente le limitazioni imposte dalle esigenze di sicurezza, finendo per ridurre addirittura l’informazione».

Qualcuno dice che avete fatto poco.

«Parlare a bocce ferme è semplice, agire nell’emergenza lo è meno. Ci rendiamo conto che il Paese, oltre all’informazione, ha bisogno del conforto della cultura, della leggerezza dell’intrattenimento e persino di distrazione. In questo momento stiamo operando con 4500 persone in smart working e con pesanti limitazioni per le troupe da mandare in giro. Abbiamo dovuto chiudere alcuni studi, e anche normali strumenti di produzione sono paralizzati o drasticamente inibiti. Infine, non si possono girare film e fiction».

Motivo in più per attingere al serbatoio delle Teche Rai?

«Che sono un patrimonio enorme e ben gestito da Maria Pia Ammirati, come dimostra il successo di Techetechetè e di altri programmi che vi attingono. Ma sono operazioni che non si possono improvvisare dall’oggi al domani: parliamo di archivi enormi con vincoli derivati da tecnologie analogiche e in formati diversi da quello attualmente in uso».

Lei ha scritto che, per rinnovare i palinsesti, bisogna tenere anche conto delle «diverse sensibilità culturali»: che cosa vuol dire?

«Che c’è una varietà di pubblici di cui tener conto. Questa crisi ha dimostrato che esiste un Paese più ricco e variegato, culturalmente, di quanto fino a ieri ci diceva la maggior parte dei sociologi. Emerge un attaccamento alla famiglia e a valori identitari profondi che un mese fa venivano considerati quasi obsoleti. Per essere specchio di questo mondo, sapendolo accompagnare nella modernità, la Rai dev’essere versatile e polifonica».

A questo dovrebbero servire i canali di cui dispone oltre alle reti generaliste, ma la cui programmazione è poco nota ai telespettatori.

«Questo è un problema reale. Ci vorrebbe più gioco di squadra per dare visibilità anche nelle reti principali alla proposta dei canali tematici. Se l’azienda crede nella sua programmazione deve promuoverla adeguatamente».

È più facile dedicare alla cultura una rete o alcune fasce orarie?

«Premesso che la gestione del palinsesto non rientra nelle competenze del presidente, noi abbiamo già tre canali dedicati alla cultura: Rai 5, Rai storia e Rai scuola. Poi c’è Radio 3. Sono cresciuto alla scuola di Montanelli, imparando che compito di chi comunica è rendere semplice la complessità, e accessibili e godibili conoscenze che si ritenevano destinate alle élites».

Per questo è stato riproposto Ulisse – Il piacere della scoperta?

«La capacità e lo stile divulgativo di Alberto Angela sono un esempio cui rifarsi. Auspico che la Rai del futuro sia in grado di schierare altri conduttori che, come lui, sappiano coinvolgere con umiltà e semplicità un pubblico ampio e variegato, trasmettendo il fascino di contenuti altrimenti appannaggio di pochi. Per arrivare a questo traguardo occorre trovare chiavi culturali, interpreti giusti e un certo coraggio editoriale».

Esattamente ciò che suggerisce Avati.

«È una sfida che raccogliamo. Il servizio pubblico ha la fortuna di una stabilità economica che ci consente di sperimentare. E concordo sulla opportunità di scelte anche visionarie. Tuttavia, non possiamo permetterci il lusso di uscire dal mercato, trascurando completamente gli ascolti. Dobbiamo essere consapevoli che la crisi che stiamo attraversando cambierà il nostro modo di fruire l’arte e la bellezza. E anche il nostro modo di avvicinarci alla musica. In più, a mio avviso, questa situazione sta portando un’altra novità…».

Quale?

«Si sta riducendo la distanza tra le generazioni. Il coronavirus sta avvicinando figli, padri e nonni e ha fatto riscoprire il valore dell’autenticità dei sentimenti. Capiremo più avanti che cosa questo vorrà dire per il futuro».

Proprio per questo non varrebbe la pena di dare un segnale forte, programmando su una rete importante qualcosa di intergenerazionale su cui tutti concorderebbero, tipo I Promessi sposi o qualcosa del genere?

«Sono decisioni che esulano dalle mie competenze. Credo però che la cultura debba essere dinamica, non solo rivolta al passato. Alla fine degli anni Settanta la Rai ripropose Storia di un italiano attraverso i film di Alberto Sordi. Ebbe enorme successo, grazie a un racconto coerente di ciò che eravamo stati modulato sul presente».

Come ritrovare questa capacità di narrazione rappresentativa dello spirito del tempo?

«Oggi molti programmi sono produzioni esterne o parzialmente esterne. Grazie alla sua stabilità economica la Rai deve ritrovare centralità, riproporsi come fucina e palestra di talenti, catalizzatrice di autori, sceneggiatori e produttori, per far esplodere la creatività italiana di cui questa crisi può essere elemento deflagratore. Sarebbe un processo che l’intero mondo della cultura apprezzerebbe».

Oltre a lei, le personalità che si sono mostrate sensibili all’appello di Avati sono state Giordano Bruno Guerri, Renzo Arbore, Ernesto Galli Della Loggia, tutti di area moderata e conservatrice.

«Forse è un’area culturale in sintonia con lo spirito del momento. Vedo in questo fenomeno quasi una rivincita per tutto un mondo al quale appartengo, che ha continuato a produrre libri, arte, musica, teatro negli ultimi decenni senza ottenere la giusta ribalta. È significativo che un mondo che non sempre si espone, in questo caso si sia mostrato pronto. È il segno di un pluralismo e di una ritrovata ricchezza della cultura nazionale».

Come sta rispondendo il personale Rai all’emergenza?

«Lavorando unito, ben oltre le polemiche che spesso vengono dall’esterno. È lo storico orgoglio della Rai, fatto di collaborazione e solidarietà reciproca, di una voglia di fare che attraversa le squadre di tecnici, le redazioni e i gruppi autoriali e che, a volte, va frenata per restare nei parametri delle norme di sicurezza. Ma è uno spirito positivo che appartiene al dna del servizio pubblico, utile ad assecondare il Paese nel momento difficile che sta attraversando».

 

La Verità, 5 aprile 2020