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«Tutto previsto, Malagò voleva Mancini dall’inizio»

Maurizio Pistocchi, volto storico di Mediaset, aveva previsto con ampio anticipo la nomina di Roberto Mancini come nuovo Commissario tecnico della Nazionale.
Pistocchi, a volte ritornano?
«Oltre che in politica, Stephen King funziona anche nel calcio. Il ritorno di Roberto Mancini me l’aspettavo, l’ho scritto l’8 giugno che sarebbe stato scelto lui. Tutto ciò che è successo dopo ricorda la commedia all’italiana, con molti attori inconsapevoli come Paolo Maldini e Leonardo, e figure dietro le quinte che hanno lavorato perché la conclusione fosse questa. Insieme, Giovanni Malagò, Claudio Ranieri e Mancini totalizzano 202 anni: non si può certo parlare di nuovo che avanza».
Presentandosi, Mancini ha detto: «La sorte mi dà la possibilità di rifarmi: è come quando perdi la donna della tua vita. Sono qui per riportare l’Italia dove merita». Cosa ne pensi?
«Speriamo che questo sia un matrimonio duraturo. E che, dopo aver lasciato la Nazionale di Arrigo Sacchi da giocatore perché non aveva il posto garantito e aver mollato Gabriele Gravina nell’agosto di tre anni fa, stavolta ci sia il due senza il tre».
Il 12 agosto 2023 mi dicesti: «Fonti ben informate mi assicurano che per Mancini sia pronto un contratto molto danaroso nella solita Arabia». La Verità titolò: «Sirene d’Arabia pure per Mancini». Che, nel pomeriggio, annunciò le dimissioni da Ct.
«Avere le fonti giuste consente di dare in anteprima notizie inaspettate».
Chi sono le figure dietro le quinte che hanno lavorato a questa soluzione?
«Non voglio fare nomi, basta dire che Mancini va bene a tutti: alla politica, all’ambiente attorno alla Figc, agli amici degli amici. Tra il governo e la Federazione non c’è unità d’intenti. Ma il governo dovrà sostenere un impegno gravoso per la ristrutturazione dei cinque stadi necessari per ospitare gli Europei del 2032. Il governo non ha gradito che l’operazione Maldini-Leonardo fosse gestita autonomamente dalla Figc. Il giorno stesso della nomina di Pirlo, il presidente del Senato Ignazio La Russa ha detto: “Dio ce ne scampi e liberi”. Un giudizio tecnico, a mio modo di vedere fuori luogo».
Chi ha commesso più errori?
«Gli errori li ha fatti tutti Malagò. Si era dimostrato d’accordo con la scelta di Andrea Pirlo perseguita da Maldini e Leonardo. Ma se scegli due persone per la rifondazione di uno sport cruciale per l’Italia le devi difendere anche dalla politica. Silurare Pirlo per la sua collaborazione con un sito di scommesse russo è una cosa ridicola. Pirlo ha prestato la sua immagine, non si è minimamente pronunciato sul governo russo. Mancini ha fatto il Ct dell’Arabia saudita e intrattenuto rapporti economici con un Paese governato da un regime tutt’altro che democratico, come ha dimostrato anche l’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi. In Italia ci sono 140 aziende che fanno affari con la Russia e fruttano 400 milioni di dollari di tasse a vantaggio del governo di Putin».
Se vuoi rifondare il calcio devi essere inattaccabile.
«In un mondo di conflitti d’interesse, non mi sembra che Fonbet costituisse un ostacolo insormontabile. Basta vedere in televisione la pubblicità, che una legge vieta, di scommesse calcistiche: ci sono campioni come Totti, Baggio, Toni…».
Sono comportamenti privati, mentre il Ct della Nazionale rappresenta l’intero sistema.
«Infatti, ci sono normative che vietano il rapporto di parentela con i procuratori. Il figlio di Pirlo fa il procuratore, il figlio di Mancini è Dt del Cesena. E se domani a Mancini viene di convocare Cristian Shpendi, ottimo giocatore del Cesena, cosa succede?».
Le sirene d’Arabia erano un contratto di 25 milioni di euro l’anno fino al 2027. Ma nell’ottobre 2024, dopo l’eliminazione agli ottavi nella Coppa d’Asia, il contratto viene rescisso e inizia il pentimento di Mancini.
«In questo momento stiamo celebrando un allenatore eliminato dai Mondiali dalla Macedonia del Nord e licenziato dall’Arabia saudita. Siamo sicuri sia l’uomo giusto?».
È il Ct con cui abbiamo vinto gli Europei del 2021 e che ha stabilito il record d’imbattibilità di 37 partite.
«Gran parte del merito di quegli Europei va attribuito a Donnarumma che fu il migliore in campo sia nella semifinale contro la Spagna che in finale contro l’Inghilterra, entrambe finite ai rigori. Inoltre, non trascurerei il ruolo di Gianluca Vialli».
Un mese dopo il licenziamento in Arabia, Mancini disse che «lasciare la Nazionale è stata una scelta sbagliata che non rifarei».

«Capisco che di fronte a un contratto come quello fosse quasi impossibile resistere. Ciò che diventa antipatico sono i pentimenti successivi. Sei un professionista che ha guadagnato decine di milioni di euro e dopo un mese dal licenziamento dici che è una scelta che non rifaresti. La gente si sente presa in giro».
La sua è una nomina decisa negli spogliatoi del Circolo Aniene dove Malagò e Mancini sono compagni di squadra di calcetto?
«In Italia l’amichettismo conta più della meritocrazia. Se molti addetti ai lavori prevedevano la nomina di Mancini o si basano su qualcosa di concreto o sanno leggere il futuro. Se così fosse, potrei vincere al Superenalotto».
C’è stata superficialità o poca trasparenza nella vicenda della sponsorizzazione di Fonbet?
«Bastava digitare Pirlo su Wikipedia e veniva fuori tutto. Abbiamo fatto una pessima figura a livello internazionale».
Maldini è stato troppo intransigente su Pirlo?
«Ha pagato soprattutto il fatto di aver detto di no fin dall’inizio a Mancini. Fossi stato in lui, dopo il no di Guardiola e il naufragio di Pirlo avrei bussato a Cesc Fabregas».
Qual è la cifra del calcio di Mancini?
«È un allenatore che cerca di arrivare al risultato coniugando una buona fase difensiva con l’esaltazione delle qualità individuali. Qualità che oggi non vedo. Chi è il giovane che potrebbe diventare il Totti o il Baggio del futuro?».
In passato l’Italia era competitiva grazie al blocco juventino, milanista o interista. Oggi i blocchi sono impossibili perché nelle squadre di Serie A gli stranieri, dati Trasfermarkt, sono il 69%.
«È questo l’enorme lavoro da fare. Ma alle società di Serie A non frega niente della Nazionale. Altrimenti avrebbero limiterebbero l’ingaggio degli stranieri con l’obbligo di avere almeno cinque italiani nella rosa della prima squadra».

 

La Verità, 30 luglio 2026

Donnarumma, Pirlo, Chiesa: calciomercato folle

È il calciomercato più pazzo e incomprensibile dell’ultimo decennio. Giocatori in lizza per il Pallone d’oro che rischiano la disoccupazione. Campioni mondiali che vanno ad allenare nella serie B degli Emirati Arabi. Alti dirigenti che tornano al primo (o secondo) amore, luogo di delitti e successi. Quello che sta succedendo nelle sedi delle società di calcio, negli hotel dei ritiri e negli uffici di agenti e direttori sportivi può ispirare tanti piccoli romanzi gialli, parabole a lieto fine o thriller dall’epilogo amaro. Poteri degli euro e dei petrodollari. E superpoteri di procuratori sempre più «dittatori» del pianeta calcio. In questa estate inquieta alcune telenovele – da quella di Theo Hernandez a quella di Victor Osimhen fino a quella di Luka Modric – sono già passate in archivio, altre restano da scrivere.

Gigio Donnarumma, il superstite scomodo. Con Ousmane Dembelé e Désiré Doué è stato uno degli artefici della conquista della Champions League. Non a caso è entrato nella short list del Pallone d’oro. Eppure, Luis Enrique e i dirigenti del Paris Saint-Germain gli hanno indicato la via d’uscita: «Abbiamo preso un portiere bravo con i piedi». Per la partita di Supercoppa di stasera contro il Tottenham non è stato convocato. La sua vera colpa? Essere l’ultimo fuoriclasse del Psg delle figurine, quello di Messi Neymar Mbappè, senza i quali Luis Enrique ha vinto la Champions. E, viste le paratone contro Liverpool e Arsenal, senza Gigio l’avrebbe vinta lo stesso? I suoi 12 milioni d’ingaggio lo instradano verso la Premier.

Dusan Vlahovic, il prigioniero. Del suo stipendio. All’inizio, giornali e tv lo davano sicuro al Milan di Massimiliano Allegri. Ma col passare dei giorni sono emerse alcune difficoltà. Il mercato della Juventus, che ha preso Jonhatan David dal Lille e vuole confermare Kolo Muani, è bloccato dal suo cachet (12 milioni) divenuto scintillante mentre il talento è rimasto grezzo. Un bel grattacapo per i capoccia della Continassa. Non sarà che, dopo averlo illuso, Allegri lo lascerà a bagnomaria a Torino consumando una piccola vendetta contro la sua ex squadra?

Ademola Lookman all’ultimo dribbling. Il funambolo nigeriano dell’Atalanta è concupito dall’Inter che si è spinta fino a 45 milioni. A Bergamo resistono perché ne vogliono 50 e perché gli ruga rinforzare un’avversaria diretta. Nel frattempo, a Zingonia Lookman non l’hanno più visto (non è una battuta). Dopo il mancato passaggio al Psg dell’anno scorso, Ademola e la società avevano stabilito che di fronte alla lauta offerta di un top club sarebbe partito. «Accordo valido per l’estero», hanno puntualizzato i Percassi che lo marcano stretto. Riuscirà a dribblare anche loro per andare a comporre il tridente da sogno con Lautaro e Thuram?

Adriano Galliani, il deus ex machina. A 81 anni è il più in forma di tutti. Dopo che avrà completato la vendita del Monza agli americani di Beckett Layne Ventures, tornerà al Milan (di RedBird). Sponsor Zlatan Ibrahimovic, ha incontrato Gerry Cardinale nello yacht di Flavio Briatore. Per riaverlo in società, ridandole il peso che ha perso nel palazzo del calcio, gli verrà ritagliato un ruolo inedito di superconsulente con ampi margini di manovra. Ibrahimovic, Allegri, Galliani: attenti a quei tre, è stato scritto (anche se la prima volta c’era Berlusconi). Certi amori non finiscono…

Andrea Pirlo, panchina errante. Dentro il campo usava il compasso, a bordo cerca ancora casa. Dopo il quarto posto con la Juventus, l’esperienza in Turchia al Fatih Karagümtük e l’esonero dalla Sampdoria per la mancata promozione in A, il regista tutto eleganza e materia grigia prova a ripartire dallo United Fc di Dubai, Serie B degli Emirati Arabi. Il presidente Ilie Cebanu l’ha presentato così: «Lui incarna i valori e le ambizioni del nostro club, e crediamo che possa essere una figura chiave per portarci a un livello superiore». Di sicuro i valori che percepirà (non si sa quanti) porteranno il suo conto a un livello ancora maggiore.

Stefano Pioli, il pendolare. Un anno a Riad a 10 milioni e ritorno in patria a 3: se non è amore… Dalla panca dell’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo a quella della Fiorentina che già fu sua dal 2017 al 2019, anni sereni ma turbati dalla morte di Davide Astori. Oltre all’amore c’è la voglia di riscatto, di dimostrare di essere un vincente e che lo scudetto conquistato con il Milan nel 2022 non è stato solo un regalo dell’Inter. Pioli sa creare il gruppo come pochi: tornerà on fire a Firenze?

Ardon Jashari, lo scacchista. Ha solo 23 anni ma la tenacia e l’arguzia di un quarantenne. Saputo dell’interesse del Milan, la squadra che da Cham (Svizzera) andava a vedere in macchina da bambino, ha detto «fermi tutti». Vane le più laute offerte dalla Germania, dalla Premier e dal Paese dei Balocchi. Ha lasciato che i dirigenti del Bruges imbastissero aste, mostrassero i muscoli e lo invitassero a rimanere. Poi ha incontrato il presidente e chiesto il mantenimento del patto che prevedeva la sua partenza davanti a un’offerta superiore ai 30 milioni: voglio andare al Milan e basta. Scacco matto.

Hakan Chalanoglu, fidarsi dei turchi? Mai come quest’estate Hakan ha sentito così seducenti le sirene da Istanbul, che pure non è la sua città, essendo nato a Mannheim (Germania). Dopo l’ultimatum di Lautaro post sconfitta in finale di Champions («Chi vuole restare all’Inter resti, chi vuole andare arrivederci»), il suo sembrava un addio scritto. Invece, il Galatasaray non ha formalizzato l’offerta. Foto sorridente con Martinez e tutto risolto? Quasi, perché sempre da Istanbul sembrava farsi avanti il Fenerbache di José Mourinho. Sembrava, però. Mai fidarsi dei turchi (anche se nati in Germania).

Alvaro Morata, l’inquieto. Il Como dov’è appena approdato è la sua quarta squadra in un anno, dopo Atletico Madrid, Milan e Galatasaray. Nel frattempo, ha rimesso in piedi il matrimonio con la modella veneziana Alice Campello, quattro figli insieme. Laborioso anche il trasferimento dalle rive del Bosforo a quelle del Lario. C’erano di mezzo i soliti turchi che, nonostante abbiano acquisito a titolo definitivo Osimhen, hanno preteso congrue indennità per interrompere in anticipo il prestito dal Milan del capitano della Nazionale spagnola. Cesc Fabregas, già suo compagno al Chelsea e in Nazionale, lo ha stregato.

Federico Chiesa, il figliol prodigo. In attesa di un padre che lo riaccolga. «Fuori dal progetto» di Thiago Motta, ha impennato l’orgoglio ed è migrato in Premier League, sponda Liverpool. Purtroppo, la concorrenza di gente come Mohamed Salah e Cody Gakpo lo ha presto immalinconito. Figuriamoci ora con l’arrivo di Florian Wirtz, Hugo Ekitike e Jeremie Frimpong, 280 milioni in tre. Non convocato per la recente tournée asiatica, il nostro Federico è rimasto tra le brume a ripassare Yesterday. Arne Slot, il tecnico dei Reds, dice che a loro serve ancora (?), ma se vuole tornare in Nazionale Rino Gattuso gli ha suggerito di rimpatriare. Citofonare Antonio Conte?

 

La Verità, 13 agosto 2025

La storia vintage di Jashari nel calcio dei trilioni

Una storia unica, una vicenda romantica d’altri tempi. Nel calciomercato di questa folle estate, dove c’è chi s’incolla a Temptation island e chi non perde un trafiletto sulle indagini sul delitto di Garlasco, tra contratti ultramilionari e trasferimenti in lontane città del Golfo Persico c’è anche la storiella sentimentale di un giocatore che vorrebbe coronare il sogno che aveva da bambino. Proprio così. L’abbiamo sentito un miliardo di volte quando un giocatore posa con la maglia della sua nuova squadra ripete sempre la formuletta: si compie il sogno che avevo da bambino. Nel caso di Ardon Jashari, centrocampista svizzero che milita(va) nella squadra belga del Bruges e si è promesso al Milan, non si sa ancora se questo sogno coronato. E forse anche per questo la vicenda merita di essere rivisitata come una piccola parabola. Ognuno ha le proprie perversioni: c’è chi segue il gossip dei tradimenti di Raoul Bova e i trappoloni orditi da Fabrizio Corona, uno ogni estate, e chi si fa con le notizie di calciomercato e i mirabolanti cambi di casacca degli eroi pallonari. Nella società della comunicazione selvaggia non ci sono limiti alle patologie. Tuttavia, finché non si fa del male a nessuno, certi eccessi si possono tollerare, anche perché alimentano succosi spicchi di mercato, dalle riviste specializzate nelle storie di corna e ai reality show fino alle rubriche televisive e alle paginate dei quotidiani sportivi sui trasferimenti multimilionari dei calciatori.

Con l’apertura della frontiera araba, da qualche anno la campagna estiva di acquisti e vendite dei giocatori ha registrato una fantasmagorica accelerazione. Prima c’erano sostanzialmente due mondi che si contendevano le prestazioni degli eroi in mutande, Europa e Sudamerica, con qualche appendice nell’America settentrionale e la breve parentesi, già chiusa, della Cina, dove alcuni calciatori andavano a finire la carriera allettati da vagonate di milioni. Ora si assiste a un andirivieni continuo da Riad e dintorni di giocatori anche relativamente giovani e allenatori che, dopo appena un anno di cibo, tuniche e veli sauditi, salgono sull’aereo che li riporta nell’amato Occidente, accettano una manciata anziché un baule di milioni ma si consolano con la ribollita al posto del cous cous. L’ultimo caso è quello di Stefano Pioli, passato dalla panchina dell’All-Nassr di Cristiano Ronaldo a quella più confortevole della Fiorentina. Dietro di lui potrebbe tornare in quel di Firenze, anche Franck Kessie, altro pentito dell’emigrazione lastricata di petrodollari, scomparso dal calcio che conta dopo l’addio al Milan e un’inutile annata a Barcellona, e finito all’All-Ahli di Gedda sul Mar Rosso. A fronte di due ritorni nobili, degne di segnalazione sono due andate fresche di firma sotto una sfilza di zeri. Quella di Andrea Pirlo, il predestinato, l’architetto campione del mondo 2006, sul contratto che gli ha sottoposto lo United Fc di Dubai che milita nella serie B degli Emirati Arabi. E quella di Mateo Retegui, venduto dall’Atalanta per 68 milioni all’Al-Qadsiah, compagine senza troppe ambizioni con sede ad Al Khobar sul Golfo Persico, 11 ore di volo da Milano. Si è trasferito laggiù a 26 anni per 20 milioni di dollari all’anno e sembra contento, chissà i suoi famigliari e il neo Ct della Nazionale, Rino Gattuso. Ma così va il mondo del calcio, drogato dalle ambizioni degli sceicchi e dal gigantismo della Fifa che organizza carrozzoni come i Mondiali per club di un mese in piena estate negli Stati Uniti (Jurgen Klopp: «È la peggior idea mai vista nel calcio. La prossima stagione vedremo una raffica ancora maggiore di infortuni»).

In questa cornice risalta la storia dal sapore vintage di Ardon Jashari, un calciatore che ha compiuto 23 anni, nato a Cham in Svizzera, da dove, quand’era ragazzino, andava tutte le domeniche a San Siro in macchina con i genitori per vedere il Milan. Bene. La trattativa per il suo trasferimento nel club rossonero dura da un mese e mezzo nonostante fra il giocatore e il Bruges ci fosse un patto per il quale, a fronte di un’offerta consona di un grande club, l’avrebbero lasciato partire. Per il cartellino la sua società ha sempre chiesto 35 milioni di base più cinque di bonus. L’accordo tra il giocatore e il Milan è definito da tempo: 2,5 milioni per quattro anni, ma il ragazzo è disposto anche a ridursi l’ingaggio per agevolare la trattativa. L’ultima offerta del Milan per il cartellino del miglior giocatore del campionato belga nonché nazionale svizzero è di 33,5 milioni di base fissa più due di bonus facilmente raggiungibili (la possibilità che la squadra si qualifichi per la Champions una volta nei prossimi cinque anni) e altri due per obiettivi meno facili, per un totale di circa 38 milioni. Quello che conta però è che i 35 milioni di base siano sostanzialmente garantiti. Invece no. Per i dirigenti del Bruges non è così, offerta respinta. Siamo al muro contro muro perché il Milan ha fatto sapere di ritenere la sua offerta ragionevole e non si spingerà oltre. Prendere o lasciare. E mentre il club belga ha dovuto chiudere i profili social per le incursioni poco urbane dei tifosi rossoneri, in mezzo c’è il giocatore con la sua favola romantica. Un ragazzo fermo nella decisione, che ha rifiutato altre proposte da Borussia Dortmund, Nottingham Forest e Aston Villa e vuole andare solo al Milan. Anzi, davanti all’ultimo niet del Bruges e al tentativo dei dirigenti di creare un’asta sollecitando altre società della Premier a pagare i 40 milioni richiesti, il ragazzo ha annunciato che non giocherà più con la maglia a strisce nerazzurre.

Anche i sogni hanno un prezzo. Vedremo se quello di Ardon si realizzerà.

 

La Verità, 31 luglio 2025