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Per la fiction Rai la Iotti era «inclusiva» già nel ’48

Quando si fanno ricostruzioni storiche di figure rilevanti del nostro passato si dovrebbe avere cura a non trasferire il vocabolario attuale ai dialoghi dell’epoca altrimenti, per così dire, viene la pelle d’oca alle orecchie. Un po’ come quando il gesso stride sulla lavagna.

All’uscita da una riunione interpartitica sulla parità dell’accesso alle cariche pubbliche presieduta da Giovanni Leone, Palmiro Togliatti (Francesco Colella) si complimenta con Nilde Iotti (Anna Foglietta), non ancora amante e compagna, per il suo intervento: «Hai conquistato anche le colleghe democristiane». Ed ecco la risposta di lei con la parolina magica: «Ho cercato di essere più inclusiva possibile». Siamo prima dell’attentato a Togliatti e risulta improbabile che Iotti fosse anticipatrice anche di un tema tanto attuale. Ma si sa, oggi l’inclusione sta bene su tutto e quindi vai con il revisionismo linguistico fino al punto di attribuire alla prima presidente donna della Camera, anche questa preveggenza oltre alle battaglie davvero combattute per la parità delle donne, il divorzio e l’aborto. Del resto, l’operazione è chiara e si articola attraverso la sovrapposizione in tutte le sue forme, anche narrative. La docufiction Storia di Nilde (presentata alla Camera, Rai 1, giovedì, ore 21,35, share del 16.2%), prodotta da Anele di Gloria Giorgianni in collaborazione con Raifiction, è un continuo salto di registri linguistici. La fiction vera e propria, vista con gli occhi e la voce adoranti di una bambina che ha assistito all’attentato al Migliore e, 31 anni dopo, segue dalla tribuna della Camera l’insediamento della presidente Iotti, nel frattempo divenuta sua stella polare. Poi la sfilata di interventi colti, da Emanuele Macaluso a Giorgio Napolitano fino a Filippo Ceccarelli che insiste sulla «serietà» del partito e delle istituzioni di allora, lasciando poco implicito il sottotesto «a differenza di questi qua». Infine, l’uso degli archivi dell’Istituto Luce, che risultano assai più densi e pregnanti della finzione. Nella quale, oltre a Leone, anche Giulio Andreotti viene infilzato come un agnellino dall’invincibile Iotti.

Una volta – preistoria – Rai 1 era filodemocristiana e lo era anche Raifiction. Ma oggi la Dc è estinta ed entrambi sono diventate filogovernative, anche se a dirigere Rai 1 c’è Teresa De Santis e a capo della fiction c’è Eleonora Andreatta, detta Tinni, figlia di Beniamino. Alla guida del Paese ci sono invece le sinistre in tutte le loro sfumature. Così, Anele di Gloria Giorgianni sta preparando il nuovo santino per Liliana Segre: chi può obiettare alcunché? Il gesso è sempre lì, sulla lavagna…

 

La Verità, 7 dicembre 2019

Il rione, la voce narrante e il mistero di Lila e Lenù

Parafrasando Alfred Hitchcock, certe serie tv sono la letteratura senza le parti noiose. La conferma della prima impressione avuta su grande schermo («Il cinema di Saverio Costanzo migliora L’amica geniale») è arrivata dalla seconda visione su Rai 1 dei primi episodi della serie tratta dalla tetralogia di Elena Ferrante (edizioni e/o). La congiunzione astrale favorevole alla collaborazione tra le migliori eccellenze dell’industria dell’audiovisivo non solo italiana ha prodotto un gioiello di alto artigianato. C’è un best seller riconosciuto a livello internazionale con una storia semplice ma densa e profonda. C’è Fandango che ne acquista i diritti per la trasposizione e accetta la partecipazione al progetto di Wildside che coinvolge Hbo, una garanzia. Insieme affidano la regia a Costanzo (su suggerimento della stessa Ferrante). C’è la produzione di Rai Fiction e Timvision. Si scelgono gli sceneggiatori: Laura Paolucci e Francesco Piccolo che si aggiungono a Costanzo e Ferrante. Paolo Sorrentino è produttore esecutivo. Non sempre i tasselli del puzzle s’incastrano bene quando ci sono in gioco tante teste e tanti interessi. Stavolta sì e l’esito è superlativo. Gli ascolti record (29.3% di share per 7.092.000 telespettatori, senza contare quelli di Timvision), da Commissario Montalbano per capirci, dimostrano che il pubblico l’ha già riconosciuto.

La storia di Lila e Lenù (Ludovica Nasti ed Elisa Del Genio, esordienti ma già bravissime) inizia sui banchi della scuola elementare davanti alla formidabile maestra Oliviero (Dora Romano), pronta a riconoscerne i talenti e a spronarle alla curiosità e allo studio. L’amicizia tra le due bambine – una intrepida scugnizza dalla carnagione olivastra, l’altra eterea e timida ma tenace – si cementa attraverso prove di coraggio e condivisione di segreti. Ma il segreto più denso è nella magnetica Lila che inventa sempre nuove sfide, convincendo Lenù a valicare sempre i limiti: per andare al mare, scendere in una cantina buia, affrontare il malvagio del quartiere a viso aperto. La voce narrante di Alba Rohrwacher, flusso di memoria di Lenù adulta, introduce nell’intimità della storia e nella genialità dell’amica: «Prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia», scrive Ferrante. L’altro protagonista è il rione che ricorda certi villaggi western: teatro di soprusi, misoginia e povertà da cui emanciparsi. Un rione grembo, un quartiere incubatrice. Palestra dove ci si forgia per andare oltre.

La Verità, 29 novembre 2018