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«La cultura supera la divisione destra sinistra»

Poeta, cattolico romagnolo anticlericale, presidente del Comitato per le celebrazioni a 800 anni dalla morte di San Francesco e autore di La ferita, la letizia (Fazi Editore), Davide Rondoni predilige i trasversalismi e rifugge le divisioni schematiche tra destra e sinistra. Soprattutto, rifiuta l’idea della «politica come banco di prova di tutto».
Davide Rondoni, lei sta con Marcello Veneziani o con il ministro della Cultura, Alessandro Giuli?
«Io sto con Davide Rondoni. Sono amico di Veneziani e anche di Giuli, così come ho tanti amici in ambienti culturali diversi dal mio perché ritengo la capacità di amicizia, che non coincide con il consenso, uno degli insegnamenti più preziosi».
Tornando a Veneziani e Giuli?
«Credo che Veneziani abbia il diritto di criticare, ma forse da un intellettuale mi aspetterei anche delle proposte. Perciò posso capire che di fronte a una critica senza appello il ministro abbia mostrato le unghie».
Ha torto Veneziani quando dice che con il governo Meloni per gli italiani è cambiato poco o nulla?
«Bisogna vedere quanto è largo il campo di osservazione. Per esempio, la posizione dell’Italia in Europa è più forte di prima e questo rappresenta una speranza per un’Europa altrimenti votata al fallimento. Poi mi pare che iniziative importanti siano state prese nel campo della lotta alle dipendenze e nell’attenzione ad alcune esigenze del ceto medio. Certo, occorre fare di più per incentivare i giovani che sono la vera questione dell’Italia di oggi. Su questo punto mi aspetto delle proposte. Soprattutto, confido in alcuni radicali cambiamenti della scuola e dell’università. Anche su questo l’iniziativa degli intellettuali sarebbe opportuna».
Veneziani esorta a dire e fare qualcosa di destra come, in campo opposto, Nanni Moretti invitava D’Alema a dire qualcosa di sinistra?
«Non credo che Veneziani sia così banale, credo che voglia spronare a un’accelerazione. Poi, insisto, non esiste una cultura di destra e una di sinistra».
Il fatto di appartenere alla stessa area elimina il diritto di critica?
«Intanto bisogna capire che cos’è un’area culturale. Esistono aree politiche in cui convivono culture molto diverse».
All’interno della destra ci sono culture differenti?
«Ovviamente. Ma noi analizziamo sempre la cultura dal punto di vista della politica, come se la cultura si compisse nella politica. Mentre invece è il senso critico nei confronti dell’esistenza. Per esempio, ci sono culture che riconoscono il trascendente e culture che non lo riconoscono. Oppure culture che vedono nello Stato il massimo livello della vita pubblica e altre no».
La critica di un intellettuale o quella di un giornale d’area possono essere fonte di arricchimento?
«Se sono intelligenti, certamente».
Come ha trovato la replica del ministro Alessandro Giuli?
«Giuli è un uomo che ama il gesto elegante».
Ottimo eufemismo.
«Ama i gesti un po’ esagerati che appartengono alla sua estetica. Quindi capisco che abbia voluto fare un gesto del genere in risposta a una critica assoluta e, per alcune cose che sta realizzando, un po’ ingenerosa».
Sarebbe stato un segnale di maturità raccogliere la provocazione e invitare Veneziani a suggerire delle riforme o delle iniziative soddisfacenti?
«Non siamo di fronte a due bambini, quindi è inutile dettare il manuale di comportamento».
Ha ragione Franco Cardini quando dice che non ci sono più i Giuseppe Berto e gli Alfredo Cattabiani e il livello intellettuale della destra è crollato?
«Non so a quale perimetro si riferisce Cardini. Come ho già detto non considero destra e sinistra come campi culturali, ma come campi politici. All’amico Cardini dico di stare attenti a non incorrere nel rischio che molti anziani hanno di idealizzare i tempi della loro giovinezza».
È inevitabile che dopo decenni di egemonia della sinistra un cambio di orientamento radicale comporti assestamenti e contraccolpi anche nell’area culturale di riferimento?
«Se ci fosse stata l’egemonia culturale di sinistra non ci sarebbe stato Berlusconi al governo per vent’anni e non ci sarebbe Giorgia Meloni adesso. C’era forse una maggiore organizzazione degli apparati, ma questo non è cultura».
La maggioranza silenziosa esisteva e non aveva voce se non al momento del voto.
«Alessandro Manzoni ci insegna che il succo della storia lo tirano Renzo e Lucia, due ragazzi del popolo, e non i direttori dei giornali. Questo è un avvertimento su ciò che consideriamo cultura. Penso che mia nonna Peppa fosse molto più intelligente sulla vita di tanti blasonati editorialisti di giornale».
Che opinione ha dell’ultimo raduno di Atreju?
«
Non c’ero mai stato prima e quest’anno sono andato perché mi hanno invitato per una conferenza. Non mi permetto di dare giudizi assoluti, mi è parsa una manifestazione popolare».
Giordano Bruno Guerri dice che Meloni preferisce una squadra compatta «con una fede enorme nel silenzio assertivo». Per questo, davanti a una critica il ministro ha reagito in modo così duro?
«Mi sembra offensivo pensare che ci siano intellettuali che prediligono il silenzio assertivo. Faccio un esempio: all’ultima conferenza nazionale sulle dipendenze, Giorgia Meloni ha concluso il suo intervento citando un mio articolo in cui spronavo il governo a fare di più per i giovani».
Che cosa propone per i giovani?
«Constato un paradosso: i nostri giovani sono competitivi e vincenti in tutti gli sport, ma poi sembra che per lavorare a certi livelli debbano andare all’estero. Cioè: abbiamo ragazzi bravi, ma non li facciamo correre. Perciò, avanzo due proposte scomode. La prima: rivedere gli ordini professionali perché favoriscano i giovani invece di rallentarli. La seconda: togliere il valore legale al titolo di studio».
Con quale obiettivo?
«Riconoscere l’energia dei nostri ragazzi e non mortificarli. Invito Giuli, Veneziani e Cardini a unirsi in questa battaglia per una giovane Italia».
La Rai è il test del cambiamento prodotto da un governo: qual è il suo giudizio sulla Rai attuale?
«Mi pare di vedere qualche fiction di buona qualità ed esperimenti interessanti di nuovi programmi. Poi preferisco parlare di poesia più che di televisione».

 

La Verità, 27 dicembre 2025

«A Bologna Lepore impone un totalitarismo ambiguo»

Bologna tornata al clima degli anni Settanta? Anche ieri, durante lo sciopero indetto dagli studenti al grido di «No Meloni day», nel capoluogo dell’Emilia Romagna dove domani e lunedì si vota per il rinnovo del governo regionale, si sono bruciati manifesti e urlati slogan violenti. Ne ho parlato con Davide Rondoni, forlivese di nascita e bolognese d’adozione, poeta, scrittore, presidente del Comitato per le celebrazioni dell’ottavo centenario della morte di san Francesco.
Com’è Bologna vista da un poeta?
«È una signora che non vuole invecchiare, ma non ci riesce».
Non vuole accettare lo scorrere del tempo?
«È difficile accettare di non essere la città che pensava d’interpretare la storia e ammettere che, invece, ti supera da tutte le parti».
Mi fa qualche esempio?
«Francesco Guccini cantava Dio è morto in un’osteria il cui affitto era pagato dai frati e oggi partecipa ai pellegrinaggi con il cardinale Matteo Zuppi».
Che tipo di pellegrinaggi?
«È andato a Roma con la diocesi. Chi ha fatto cantare per anni i ragazzi con il pungo alzato oggi si accorge che deve dialogare con il cardinale e va ai pellegrinaggi con lui».
Altri esempi?
«Quest’estate il New York Times ha dipinto Bologna come un mortadellificio. La capitale del comunismo ha generato la città del consumismo».
A proposito di sorpassi della storia, si è parlato di ritorno degli anni Settanta.
«Non so se sia un ritorno o una permanenza. Bologna è sempre stata città di estremismi, ben ospitati prima dal Pci e ora dal Pd, all’interno della inevitabile dialettica che c’è nella cultura marxista tra chi è ortodosso e chi è avanguardia. Questo scenario, più che un ritorno, determina una stagnazione della mentalità di quel decennio. La città che si professa più progressista in realtà è la più conservatrice».
I toni delle dichiarazioni, da «camicie nere» a «zecche rosse», sembravano quelli di allora.
«Questi sono elementi espressivi. La questione vera l’aveva già evidenziata Pier Paolo Pasolini, che qui attaccano alle finestre del Comune, ma non leggono, quando diceva che Bologna era una città senza senso dell’alterità. Ciò che veramente non appartiene al sistema generato dai tre grandi poteri – gli eredi del Pci, la massoneria e la curia – è mal sopportato».
In una città roccaforte della sinistra manifestazioni di segno diverso non sono tollerate?
«Il problema non sono le manifestazioni che, anzi, possono essere funzionali a questo teatro. Ci sono altre situazioni poco tollerate».
Per esempio?
«Non c’è la libertà che si crede. È capitato che Unipol, uno dei colossi economici italiani, abbia annullato una conferenza scientifica perché la mia partecipazione è stata considerata scomoda».
Cioè?
«A una riunione che preparava una conferenza sulle frontiere della medicina tra umanesimo e scienza, mi è stato detto che non si poteva fare perché il mio nome era scomodo».
Scomodità dovuta a cosa?
«Mi definisco cattolico di rito romagnolo, quindi un po’ scomodo per tutti lo sono. Per solidarietà altri relatori si sono ritirati ed è saltato tutto».
Alla manifestazione di ieri si sono urlati slogan come «Meloni boia», «Piantedosi boia» e si sono bruciate foto del premier con il volto imbrattato di vernice rossa.
«Sono esternazioni di una piccola e rumorosa minoranza, mantenuta in vitro dal Pd con spazi e prebende, che si agita in modo noioso e senza più alcun senso della complessità. È un peccato perché in mezzo ci sono anche ragazzi animati da buone intenzioni».
Il sindaco Matteo Lepore non perde occasione per dare della fascista al premier: serve a compattare i militanti, è una forma di propaganda o che cos’altro?
«È mancanza di cultura. Già nel 1973 Pasolini diceva che era fuorviante continuare a parlare del fascismo storico. Lui come Augusto Del Noce vedevano il dilagare di un’altra forma di fascismo: l’omologazione a una civiltà consumistica e individualistica».
C’è anche un po’ di propaganda in vista del voto di domani?
«La politica è un teatro nel senso anche nobile del termine, tutto si svilisce quando diventa teatrino. Bisogna capire quale parte recita Lepore gridando “al lupo al lupo”, mentre è l’interprete di un totalitarismo strisciante ancor più soffocante».
Quale sarebbe?
«Come il fascismo imponeva di non usare parole inglesi nel linguaggio corrente, così oggi il comune di Bologna impone la terminologia gender».
Asterischi e schwa nei documenti?
«Esatto. Lo fa anche l’università».
Che strascichi ha lasciato l’alluvione?
«La popolazione è incazzata. Dar la colpa alla pioggia è strano perché metà della città si è allagata e l’altra metà no».
Com’è possibile?
«Alcune manutenzioni non fatte hanno generato il disastro in una parte della città».
Da anni si sapeva che il torrente Ravone era a rischio esondazione ma, nonostante studi e allarmi, non si è fatto nulla?
«Non sono un tecnico, ma mi pare che le cose siano andate in modo diverso a seconda degli interventi fatti o non fatti».
L’amministrazione comunale accusa l’indifferenza del governo centrale.
«Credo che la manutenzione dei fiumi sia di competenza degli enti locali».
La Corte dei conti ha documentato riguardo alla precedente alluvione che la Regione ha speso solo il 10% dei fondi per il territorio, ma si continua ad attribuire le colpe del dissesto al riscaldamento globale.
«Il riscaldamento globale c’è e purtroppo possiamo fare poco visto che sia l’America che la Cina sono assenti alla Cop 29 in corso in questi giorni. Tuttavia, bisogna capire se la causa di questi eventi è il riscaldamento globale o qualcosa che avremmo potuto fare noi, come enti locali».
Cosa pensa del provvedimento che impone il limite di velocità a 30 km orari in città?
«So che si stanno raccogliendo le firme per promuovere un referendum abrogativo. Rallentare una città già lenta, con i dati degli incidenti in calo, non mi pare una bella idea. Conservatorismo è anche continuare a promuovere un’ideologia anziché basarsi sulla lettura della realtà».
Il sindaco ha un modello cittadino in testa?
«Bisognerebbe chiederlo a lui. A me pare che il fallimento colossale di Fico Eataly world, milioni di euro pubblici e privati buttati, dimostri che sotto le idee che si vogliono affermare a ogni costo, si vogliano favorire soprattutto degli interessi commerciali. Sarebbe bastato chiedere alla gente per strada per capire che quel tentativo non poteva funzionare».
Il modello è la città green?
«A giudicare dai tanti poveracci che dormono sotto i portici, di green a Bologna c’è poco. Di green c’è molta erba spacciata insieme a molte pasticche nella zona universitaria e nei dintorni della stazione dove, non a caso, si susseguono episodi anche gravi di criminalità».
Qual è la formazione del sindaco?
«È cresciuto nell’area di Unipol con cui ha lavorato anche all’estero. Con un gioco di parole, si potrebbe dire che è un(i)pol d’allevamento. Sono più di sinistra io di Lepore».
Le sardine sono sparite?
«Hanno fatto quello che dovevano salvando il Pd dalla débâcle nelle elezioni regionali del 2020. Sparendo, si sono dimostrate quello che erano, un fenomeno elettorale».
Come convivono la sinistra tradizionale e quella antagonista?
«
Si giustificano e sostengono a vicenda. Da un lato il Comune garantisce alle sigle estreme spazi cittadini e impunità nelle varie azioni e occupazioni, dall’altra i centri sociali fanno il lavoro duro quando serve. È un antagonismo finto».
La vicesindaco Emily Clancy era alla manifestazione dei centri sociali contro quella di CasaPound.
«Esatto».
Ecologismo spinto, presenza dei centri sociali e frequenti attacchi al premier configurano una gestione militante della città?
«Penso che faccia comodo questa immagine perché, secondo me, al 97% dei bolognesi non frega molto di questa militanza. Bologna è una città seduta, l’attività degli estremisti interessa una piccola parte della popolazione. La maschera di progressismo serve a mantenere tutto fermo. Si coprono le aggregazioni più radicali, si fanno dei provvedimenti ecologisti di facciata, ma si mantiene la politica di sempre. È la strategia di tutta la sinistra da 40 anni. Lepore è un derivato non un agente promotore. Ricordiamoci che Stefano Bonaccini aveva vinto le primarie nel partito, Elly Schlein ha prevalso con il voto allargato. Questo fa capire che il partito viene usato da altre forze».
Domani e lunedì si vota, l’Emilia Romagna è contendibile?

«Come dimostrano esperienze recenti, di roccaforti inattaccabili non ce ne sono. Altre città della regione non sono governate dalla sinistra. Penso che Elena Ugolini sia un’ottima candidata e che la gente inizi a stufarsi di questo finto progressismo conservatore».
Che differenza c’è tra la Bologna di Prodi, capitale dell’Ulivo, e la Bologna di Lepore?
«Col tempo l’esperienza dell’Ulivo, erede del cattocomunismo italiano e bolognese, ha dimostrato tutta la sua vacuità. Si è messo un cappello cattolico a un altro tipo di potere. Non servendo più, si sono tolti il cappello cattolico. Infatti, mi sembra che le ultime uscite di Romano Prodi sul Pd siano un po’ stizzite. In realtà, da decenni prevale l’immobilismo; anche l’episodio di Giorgio Guazzaloca è stato più interno alla sinistra che una vera alternanza con il centrodestra».
La Chiesa in che modo si fa sentire?
«La Chiesa non può essere interpretata politicamente. Molti vorrebbero Zuppi sindaco della città».
Perché è una figura politica?
«Non direi così. Ha la sua storia legata alla Comunità di Sant’Egidio, ma di questi tempi la Chiesa non si schiera. Credo che politicamente sia poco influente. Con le opere di carità invece è una presenza reale».
Lei è presidente del Comitato per le celebrazioni per l’ottavo centenario della morte di San Francesco: come valuta il pronunciamento dei frati di Assisi in favore della candidata di centrosinistra alle elezioni regionali in Umbria?
«Dalla lettera che hanno scritto al Corriere della Sera mi sembra che più che i frati si sia schierato il Corriere. Penso che san Francesco è di tutti e sta con tutti».

 

La Verità, 16 novembre 2024

«Il mio abbraccio con Salvini ha rotto un tabù»

Sigaro sempre acceso, barba cespugliosa e una matassa di braccialetti al polso, Davide Rondoni, poeta bolognese di 54 anni, si definisce «anarchico e cattolico di rito romagnolo». Ma per molti frequentatori dei social, la fotografia del suo abbraccio con Matteo Salvini è qualcosa che macchia indelebilmente la sua immagine da perfetto irregolare. Altre reazioni? «Sono state scritte cose ridicole. L’abbraccio del diavolo, cose così. Invece, altri si sono mostrati contenti di cogliere un accento umano. Chi ha avuto la pazienza di seguire la diretta su Facebook del Festival dell’Essenziale, dove Salvini era ospite, si è accorto dell’umanità di quell’incontro. L’anno scorso avevo abbracciato la sottosegretaria alla Giustizia Federica Chiavaroli del Pd, ma non si era scatenata la canea di oggi. Purtroppo, in certi ambienti siamo fermi ai cliché degli anni Cinquanta».

L’appuntamento è nella sede del Banco di solidarietà di Bologna, una delle tante attività a cui si dedica Rondoni, curatore di collane di poesia, ideatore di festival e fondatore di clanDestino, rivista di poesia con una D maiuscola non banale dove, a commento della vicenda, ha scritto un post intitolato «Confesso che ho abbracciato»: «Sono un estremista dell’abbraccio… In ogni abbraccio rischio l’anima, più che la reputazione». Niente lavoro fisso, vive in una vecchia stalla ristrutturata sui crinali fuori Bologna: «Con quattro figli io e mia moglie abbiamo bisogno di spazio. Lì ci sono cerbiatti, volpi, cinghiali…».

Che cos’ha di poetico Matteo Salvini?

«Quello che hanno tutte le persone che si impegnano nella realtà mettendoci la faccia. Se affrontata con impegno, la vita rivela sempre livelli nascosti. E la poesia, forse, è la chiave migliore per arrivare a quelli più profondi. Salvini non è un uomo di cultura e il suo non fingere di esserlo lo rende simpatico».

Converrà che, d’istinto, la sintonia tra un poeta e il segretario leghista stupisce.

«Non d’istinto, ma a causa di una cultura che ha dato della poesia un’idea lontana dal reale. Mentre noi siamo il Paese di Dante Alighieri e Pier Paolo Pasolini».

Che incarnarono un’idea concreta?

«Erano poeti impegnati nella realtà della propria epoca».

All’ultimo raduno di Pontida Salvini ha citato un suo verso: quale?

«Amare è l’occupazione di chi non ha paura».

Che vuol dire?

«Per amare una donna, i figli e la realtà che hai intorno non devi essere bloccato dalla paura; dalla paura del sacrificio e della diversità».

Salvini è stato ribattezzato ministro della paura.

«Non mi sembra una definizione sufficiente. Non è lui che ha paura, ma la gente».

Normalmente Salvini parla di «pacchia» dei migranti, di «crociera» delle navi delle Ong, di «ruspe» per radere al suolo i campi rom. Come giudica questo linguaggio?

«È il linguaggio di un politico che sta lucrando un consenso su problemi reali. La propaganda è sempre stata grossolana. Quando la Dc diceva che i comunisti mangiavano i bambini o Prodi che Forza Italia era il nulla non andavano tanto per il sottile».

Certe espressioni potrebbero alimentare atti di razzismo negli strati meno critici della popolazione?

«Più che certe parole, ciò che alimenta un possibile scontro è il disagio che provoca la guerra tra i poveri».

Disoccupati e migranti?

«L’attacco ai campi rom non lo fa chi abita ai Parioli, ma chi vive lì vicino. Comunque, io rispondo delle mie parole».

Come si può definire il vostro rapporto? Intesa, simpatia, affinità, vicinanza…

«Direi semplicemente amicizia. A un convegno sulla demografia avevo commentato il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi, facendo risalire la questione a un problema culturale. Dei politici presenti in sala l’unico che si è avvicinato è stato lui».

Poi?

«Abbiamo bevuto un caffè e ci siamo visti un paio di volte».

Leopardi avvicina Salvini e un poeta di formazione cattolica?

«Leopardi avvicina sempre le persone».

È stato anche l’autore più amato da don Luigi Giussani, fondatore di Comunione e liberazione dove si è formato anche lei. Fosse vivo come valuterebbe la sua vicinanza con il leader leghista?

«È una domanda alla quale non si può rispondere. Forse non gliene fregherebbe niente. Oppure, visto che amava il gelato ed era un poeta libero dagli schemi, magari prenderebbe un gelato con noi».

Ha votato Lega?

«Questa volta sì. In passato ho votato anche Pd, a volte non ho votato. Non penso che la politica sia la cosa più importante».

Che rapporto ci può essere tra la carità cristiana e la politica di Salvini, tra il cattivismo e il Banco di solidarietà dove ci troviamo?

«La carità è una dimensione della vita. La politica deve prendersi cura dei problemi economici e sociali a cui la carità di per sé non risponde. Poi ogni persona che lo ritenga è chiamata a essere caritatevole nel suo ambito. Qui lavorano dei migranti».

Come ha valutato l’iniziativa dello scrittore Sandro Veronesi che invitava Roberto Saviano a salire sui barconi dei migranti?

«La carità si fa in silenzio, non facendo sapere alla mano sinistra ciò che fa la mano destra. Gli slanci caritatevoli a favore di telecamera non mi commuovono. Su come affrontare un problema epocale come l’emigrazione si possono avere idee e strategie differenti senza pensare che chi ne ha una diversa dalla tua sia cattivo».

In passato ha apprezzato le poesie di Sandro Bondi: è un poeta di destra?

«Continuare a parlare di destra e sinistra non aiuta a capire il nostro tempo. Non sono di destra, ma anarchico, cattolico, di rito romagnolo».

Cioè gaudente?

«Diciamo non clericale. Bondi mi chiese la prefazione a un suo libretto come fanno molte altre persone alle quali non chiedo a quale partito appartengono. Nelle prefazioni scrivo ciò che penso».

Quindi non è un poeta di destra, ma anarchico?

«Il giorno dopo la visita di Salvini, al Festival dell’Essenziale è venuto Moni Ovadia a salutarmi: ho abbracciato anche lui. Sono amico di Roberto Benigni, che sicuramente non è salviniano. La libertà che mi viene dall’esperienza cristiana mi aiuta a comprendere la realtà».

Concorda con Pietrangelo Buttafuoco che commentando sul Tempo quella foto ha parlato di rottura del tabù per cui artisti, scrittori e attori potevano fiancheggiare solo la sinistra?

«Premesso che io non fiancheggio nessuno, forse sì, si può parlare di rottura di un tabù. Il nostro Paese ha bisogno di uscire da troppi cliché e la cultura dovrebbe essere la prima a farlo, non l’ultima».

Altri esempi di conformismo?

«Quando Benigni si pronunciò in favore di Renzi subì un feroce attacco da Dario Fo. Il più libero era Pasolini che non si vergognò di intervistare in tv Ezra Pound quando Pound era considerato peggio del demonio».

Non teme che questa amicizia possa indebolire il suo profilo artistico?

«Non me ne frega niente, così come non penso m’indebolisca l’amicizia con Ovadia, con Benigni o altre persone di sinistra. Di recente l’editore Tallone ha raccolto in un’edizione pregiata la mia opera. Non temo ci sia qualcosa che influenzi uno sguardo libero sul suo eventuale valore».

Da dove deriva la definizione della poesia come «l’allodola e il fuoco»?

«Dai trovatori. La poesia è la voce dell’anima, la voce dell’allodola che non si vede, ma canta tra le tenebre e l’alba».

Che cos’è esattamente clanDestino?

«Una rivista nata trent’anni fa da me e altri ventenni, attraverso la quale scopriamo nuovi talenti e facciamo poesia e letteratura».

E il Festival dell’Essenziale, con tutti i festival che imperversano in Italia?

«È un ritrovo sull’essenziale, nato da persone impegnate nella cultura e nella società con Amici di marzo e Fondazione Claudi».

Come mai porta tanti braccialetti?

«Sono ricordi di viaggi. Questo me lo regalò un tassista tunisino: aveva fatto lo spacciatore di cocaina a Verona. Gli dissi: “Vorresti che i tuoi figli si drogassero?”. “No, ma ero disperato, avevo perso la testa”. Salutandolo, ho abbracciato anche lui».

Come campa un poeta?

«Lavorando. Anche Dante curava gli affari dei Da Polenta, signori di Ravenna. Faceva quello che oggi chiameremmo il responsabile del marketing».

Insegna?

«Niente mestieri fissi, mai assunto da giornali, televisioni, case editrici. Ho diverse collaborazioni, con la Rai, lo Iulm. È una posizione scomoda, ma libera. In passato ho fatto dal guardiano notturno al lettore di contatori. Era divertente, si entrava nelle case…».

Progetti futuri?

«Domenica (oggi per chi legge ndr) a Pordenonelegge parlerò del desiderio, una delle parole del Sessantotto. Citerò il discorso che Pasolini stava scrivendo per il congresso del Partito radicale al quale non riuscì a partecipare: “Io profetizzo l’epoca in cui il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare un nuovo potere omologato, per creare una nuova inquisizione, per creare un nuovo conformismo. E i suoi chierici saranno chierici di sinistra”».

È andata così.

«Il fatto che non ci sia una sinistra credibile per me è un problema vero. Ho anche una storia di sinistra: il mio maestro è Mario Luzi, ho seguito le lezioni di Piero Bigongiari, frequentato Franco Loi e Giovanni Testori. Invece di leggere Pasolini, Pavese e Fenoglio gli intellettuali di oggi leggono Umberto Eco e Michele Serra».

Altre idee?

«Le manifestazioni per i 200 anni dell’Infinito di Leopardi, la prima sarà il 25 ottobre alla Festa del cinema di Roma. Ora che si lega l’identità al fare e alla professione, ci servirà rileggere questa poesia scritta due secoli fa da un ventenne. L’identità dell’uomo è il suo desiderio di infinito. Come diceva Giussani nelle università: “O sei legato all’infinito o sei legato al potere”. Questo è il motivo per cui posso abbracciare tutti. Da Salvini a Festus, un ragazzo nigeriano che domani mattina sarà qui a lavorare».

 

La Verità, 23 settembre 2018