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La nascita della camorra narrata come un western

Nei bar ci sono i flipper, in tv Discoring, i ragazzi cavalcano il Ciao e la camorra contrabbanda le bionde, intese come sigarette. Siamo a Secondigliano, eterna provincia che vuol farsi impero e il Bar America è il saloon dove il giovane Angelo ’A Sirena (Francesco Pellegrino) gestisce la banda e, a fatica, la rabbia di essere ancora alle dipendenze del potente Don Antonio Villa (Ciro Capano). Su di lui mette gli occhi Corrado Arena (Biagio Forestieri), boss della cosca rivale e già s’intuisce come andrà a finire la faccenda. In questa Napoli sgarrupata avviene l’iniziazione di Pietro Savastano (Luca Lubrano), sedicenne che non ha mai conosciuto il padre ed è stato abbandonato dalla madre prostituta e, dunque, in cerca di affiliazione e affermazione per sé e il piccolo branco di fedelissimi, più spensierati di lui. Anche perché nel sogno di Imma (Tullia Venezia), ragazza della borghesia che studia al Conservatorio e brama di entrare nell’orchestra universitaria di New York, sembra non esserci posto per lui.
Sono i primi due episodi (sei in totale) di Gomorra – Le origini, il prequel di Sky, Cattleya e Beta film, diretto da Marco D’Amore, il Ciro Di Marzio della serie principale, e le giustificazioni psicologiche e sociologiche della futura ferocia di Pietro Savastano, interpretato da Fortunato Cerlino, sono già parecchie. S’intuisce che le accuse alla serie tratta dal libro di Roberto Saviano di aver fatto scuola a troppi ragazzini senz’arte né parte hanno fatto breccia e, dunque, si tenta di responsabilizzare la società e l’infanzia infelice delle scelte malavitose e criminali del singolo soggetto. «Martin Scorsese non è stato criticato per Gangs of New York», dice D’Amore rigettando le accuse e una parte di ragione ce l’ha. Ma forse, con tutto il rispetto per il cineasta che lo firma, Gangs of New York non è diventato un brand globale come Gomorra. E nemmeno ha prodotto un analogo meccanismo di identificazione. Quando D’Amore afferma che «una narrazione non è un telegiornale o un articolo di giornale» sottovaluta proprio la potenza evocativa della fiction e la carica emulativa dei suoi protagonisti. Anche questo prequel che narra l’adolescenza della camorra come fosse un western, ne trasmette il fascino che emana dal carisma e dall’ombrosità misteriosa dei personaggi (su tutti, Angelo ’A Sirena), dal loro abbigliamento e dalle musiche, in un concentrato di citazioni e riferimenti cinematografici che vanno da Sergio Leone a Romanzo criminale fino al neorealismo italiano. Proprio così: una fiction è molto più pericolosa di un telegiornale.

 

La Verità, 11 gennaio 2026

Vinyl, cioè the wolf of rock’n’roll

Lo sapevo, adesso tutti a dire “avete visto? Vinyl sì che è musica”; “Vinyl è l’anti-Sanremo”; “l’anti-talent”. No, non la metterei giù così dura. Il vero provincialismo non è premiare gli Stadio o invitare Renato Zero all’Ariston (ci son passati anche Elton John, la Kidman, Hozier…), ma giudicare il Festival con il complesso d’inferiorità dello showbiz americano. Se hai i Led Zeppelin invece dei Pooh è ovvio che qualcosa cambi. Non la HBO, ma Sky Italia sapeva quando finiva Sanremo. E ha preparato il lancio su Atlantic con un canale popup sui favolosi seventy. Per il resto, andando al sodo, è sempre televisione, nient’altro che televisione. Sanremo, Vinyl e i talent. Anzi, è persino stucchevole la polemica di Curreri appena premiato.

Per quanto mi riguarda, mi chiedo se, dal punto di vista strettamente produttivo, la serie voluta e prodotta da Mick Jagger e Martin Scorsese non sia in qualche modo debitrice del successo dei talent show. Mi spiego: questi anni di X Factor e American Idol e Amici, show che vogliono creare e affermare nuove star dal nulla e che ci ragguagliano su come funziona il mercato musicale, ci hanno preparato a queste serie con focus narrativo in una casa discografica. La butto lì, provocatoriamente. Non pretendo di aver ragione… Però, visti con gli occhi del marketing, i fan musicali, del rock, dell’hip hop, sono target televisivi, community di telespettatori. Fateci caso: prima c’è stato il successo di Empire, adesso arriva Vinyl, mentre la Apple ha appena annunciato l’esordio nella produzione di contenuti (notizia che meriterebbe un discorsino a parte) con Vital Signs, sulla storia di Dr. Dre e delle sue cuffie Beats.

Qui ci sono i formidabili anni ’70, tanta roba. Musicalmente fondativi. Creativamente e culturalmente incendiari. E basta questo a contestare quelli che dicono “roba per nostalgici”. Vinyl è un tributo a quell’epoca-laboratorio, a quella stagione palingenetica che ha condizionato la musica e l’arte fino a oggi più di ogni altro decennio. Al centro della storia troviamo Richie Finestra, produttore discografico della fittizia American Century Records che, mentre sta per scritturare i Led Zeppelin, tratta per cedere il marchio ai tedeschi della Polygram (veramente esistita). Siamo nel 1973. Il rock si sta ramificando nel punk, nel glam, nel soul. E stare al passo, scoprire i talenti giusti, rintuzzare l’espansione degli Abba e della disco, soprattutto se si è circondati da collaboratori pigri, è impresa complicata. Se poi ci si mette anche il boicottaggio delle radio… Finestra, interpretato da un magnetico Bobby Cannavale (Boardwalk Empire), barcolla pericolosamente tra sesso coca denaro sporco e punk violento, in una Times Square livida, popolata di prostitute e spacciatori, fatta di androni lastricati di siringhe, locali che sembrano gironi danteschi, concerti apocalittici. La mattina all’alba la moglie Devon (Olivia Wilde) reclama il suo mancato rientro e lui si rassetta per sedersi al tavolo della trattativa con gli ostici manager germanici. I Led Zeppelin svaniscono in uno dei tanti contrasti ideologici (“mai con una casa discografica di nazisti”, sbraita il manager) che intarsiano il racconto. E, pencolante sul precipizio psicotico-finanziario, Finestra striglia i talent scout, trovando riflessi pronti solo nella ragazza dei panini (Juno Temple), incuriosita dai Nasty Bits, band emergente il cui leader nichilista ha il volto bistrato di James Jagger. Riuscirà il tormentato produttore a tenere insieme affari, famiglia, musica e amici?

Si diceva:  anche Vinyl è solo tv. Forse più cinema che tv. Come lo chiamate un episodio di 108 minuti, trasmesso senza interruzioni pubblicitarie? Come lo chiamate un pilot con centinaia di comparse? Un lavoro voluto pensato e prodotto dal leader dei Rolling Stone che fin dall’inizio voleva farne un film, diretto da Scorsese e scritto da Terence Winter? I confini tra cinema e televisione si sono assottigliati da tempo. Qui sembrano spariti. Con Scorsese, tutto torna. Soprattutto il sodalizio con Winter, già collaudato nel primo episodio di Boardwalk Empire e in The Wolf of Wall Street. Con l’aggiunta del gusto per il maledettismo di Jagger, Vinyl è la trasposizione nel decennio del rock delle perversioni viste con DiCaprio a Wall Street. Scorsese è regista da saga violenta (Gangs of New York) e da discesa agli inferi (Taxi driver), più incline a soffermarsi sulla dissoluzione e il nichilismo che sugli albori creativi delle epoche rappresentate. Vedremo se i prossimi episodi, curati da altri autori, saranno coerenti con questa lunga introduzione.