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«Il Pd sacrifica gli interessi italiani alla sua bottega»

Arianna Meloni è reduce dalla manifestazione del Comitato per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati al Teatro Franco Parenti di Milano. Ha qualche linea di febbre, ma accetta di parlare con La Verità della riforma della giustizia, del rapporto con le opposizioni e dello scenario internazionale.
Arianna Meloni, come andrà il referendum?
«Vincerà il Sì».
Sicura?
«Sono piuttosto ottimista».
Per quali motivi?
«Nonostante il tentativo di fuorviare il dibattito con inutili polemiche, quando si entra nel merito ci si accorge che si tratta di una buona riforma. Una riforma che dà forza alla magistratura, rendendola più libera e indipendente dalla politica e dalle correnti politicizzate. Inoltre, con l’istituzione dell’Alta corte disciplinare, i magistrati pagano per gli errori che commettono. Ogni anno si registrano quasi mille ingiuste detenzioni. Una situazione che pagano prima di tutto i diretti interessati sulla propria pelle, e poi i cittadini tutti attraverso il conseguente e ingente esborso finanziario dello Stato per i risarcimenti».
Fino a qualche giorno fa la vittoria sembrava più sicura mentre ora è tornata in discussione?
«Non mi risulta. Certamente, c’è chi ha trasmesso un messaggio fazioso, spostando il dibattito sul piano politico e contro il governo, più che sul merito della legge».
Qualcosa vi ha convinto a impegnarvi maggiormente nella campagna referendaria?
«La riforma della giustizia è un punto qualificante del programma di governo. È una riforma storica, da 30 anni nessuno è riuscito a realizzarla. Questo governo ci sta riuscendo perché è stabile. Non inventiamo nulla di nuovo, ma realizziamo i punti del programma perché, grazie a questa stabilità, possiamo fare le riforme che gli italiani aspettano da decenni. Questa è una delle più importanti. Credo che gli italiani debbano ricordarsi quanto incide il funzionamento della giustizia sulle loro vite. Coloro che scelgono di votare No non otterranno di sicuro l’effetto di mandare a casa il governo Meloni, ma rischiano solo di tenersi una giustizia che non funziona».
Premesso che per gran parte della sinistra e della magistratura si tratta di un voto contro il governo, l’impegno diretto di Giorgia Meloni e di Alfredo Mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, può rivelarsi un boomerang?

«Siamo persone molto coraggiose nel rappresentare le nostre idee. Non temiamo boomerang o autogol, anche perché i sondaggi danno FdI al 30% e Giorgia è tra i leader più amati degli ultimi decenni». 
C’è il rischio che si riproduca lo schema visto con il referendum per la riforma del Senato promosso da Matteo Renzi?

«Innanzitutto, bisogna dire che Renzi arrivò al governo senza passare dal voto popolare. In secondo luogo, non godeva di quella fiducia che oggi gli italiani nutrono per l’attuale premier. Infine, come detto, credo che gli elettori sappiano che questo non è un voto sul governo, ma per i cittadini, per rendere l’Italia più moderna, più efficiente e più giusta. Il voto sul governo ci sarà tra un anno, quando gli italiani potranno decidere se Giorgia Meloni ha lavorato bene o no».
Piazzapulita Renzi ha detto che nel 2027 vincerà il campo largo perché gli italiani si sono accorti che Giorgia Meloni è un bluff.
«Al di là di come la pensa Renzi, credo che, per vincere, il campo largo dovrebbe prima di tutto produrre un programma comune e magari trovare un leader unico e credibile per tutta la coalizione. Frammentato com’è, dubito che ci riesca. Quanto al centrodestra, stiamo realizzando il nostro programma punto per punto».
Lei chiuderà la campagna il 19 a Roma, avete pensato anche a un momento finale di tutta la maggioranza?

«Ci stiamo impegnando tutti molto, stiamo facendo eventi in tutta Italia».
Tutti i partiti della maggioranza sono convinti allo stesso modo dell’importanza di vincere il referendum o da qualcuno vi aspettavate un maggior impegno?

«Mi sembra che stiamo lavorando tutti pancia a terra. Consapevoli che non si tratta di una riforma di partito, ma di un cambiamento fondamentale per gli italiani». 
Lo conferma anche il fatto che alla manifestazione di Milano non avete esposto simboli?
«Abbiamo scelto di privilegiare la visibilità del Sì su quella del simbolo di partito».
Come spiega il fatto che il Pd aveva nel suo programma la separazione e l’Alta corte disciplinare fin dalla Bicamerale di D’Alema…
«Fin dal tempo dell’ex partigiano Giuliano Vassalli».
 E ora la segretaria Elly Schlein si schiera con il No?
«Lo spiego con il fatto che per il Pd diventa più importante raggranellare qualche voto di schieramento contro la Meloni piuttosto che fare una riforma che gran parte della sinistra condivide. Tant’è vero che ci sono molte persone intellettualmente oneste di quell’area che stanno facendo campagna per il Sì».
Perché una nutrita schiera di magistrati, da Nicola Gratteri a Nino Di Matteo fino a Henry John Woodcock, in passato favorevoli al sorteggio del Csm, ora contrastano la riforma?

«Perché vogliono difendere lo status quo».
In che modo pensa che questa riforma possa aiutare a superare le sentenze politiche sull’immigrazione e i divieti ai rimpatri?

«Attraverso il sorteggio del Csm che renderà i magistrati liberi dalle logiche delle correnti, mettendoli in grado di rispondere solo alla loro coscienza e a quello per cui hanno studiato. E attraverso l’Alta corte disciplinare, per cui i magistrati che sbagliano risponderanno dei loro errori. Grazie a questi due nuovi strumenti avremo una giustizia giusta e non ideologizzata».
Qual è la sua opinione sulla vicenda della famiglia del bosco?
«Ritengo che sia utile andare a fondo. In uno Stato di diritto la magistratura dovrebbe applicare le leggi in modo uniforme, in questo caso si ha l’impressione di un accanimento ideologico nei confronti di una famiglia solo perché non se ne condivide lo stile di vita. Togliere i figli ai genitori è una misura estrema, che dovrebbe essere applicata solo in casi in cui si siano appurati gravi abusi, ex post e non ex ante».
Anche in questo caso siamo di fronte a un eccessivo interventismo degli apparati sulla vita dei cittadini?
«Altroché. Lo stesso avviene, per esempio, anche quando un magistrato decide di non convalidare la permanenza nei Cpr di immigrati irregolari con procedimenti penali gravissimi come stupro, stupro di gruppo e pedofilia».
L’establishment e i poteri forti vivono il governo Meloni come una parentesi troppo lunga?
«Noi facciamo politica perché siamo al servizio dei cittadini. Ci interessano poco l’establishment, i salotti e i poteri forti».
Quanto lo scenario internazionale con le guerre in Ucraina, in Israele e ora in Iran ha complicato l’azione di governo?

«È chiaramente uno scenario molto complicato che preoccupa tutti. Abbiamo però la fortuna di avere un leader autorevole come Giorgia Meloni che gode di grande stima internazionale. E che sta lavorando su tutti i fronti per una de-escalation del conflitto e mettere in sicurezza gli italiani che vivono in quell’area».
Speravate in un rapporto più lineare e meno turbolento con la nuova amministrazione americana?
«Non siamo qui a misurare simpatie o antipatie. I rapporti sono quelli di un capo del governo con il presidente degli Stati Uniti, nostro storico alleato, eletto da milioni di americani».
Vi aspettavate una maggiore disponibilità dalle opposizioni, oltre a quella di Elly Schlein, all’offerta di una collaborazione sulle questioni internazionali?
«Certamente sì. Noi siamo sempre stati coerenti, perseguiamo le nostre idee, andando oltre le ideologie. Quando ci sono stati fatti allarmanti come l’invasione dell’Ucraina l’allora presidente del Consiglio poté contare sul nostro sostegno anche dai banchi dell’opposizione. Per quanto ci riguarda ci è molto chiaro che l’interesse della nazione è prioritario, purtroppo non è altrettanto chiaro a tutti».
Se fosse confermata dal referendum la riforma della giustizia basterebbe a caratterizzare la legislatura?
«Fortunatamente abbiamo fatto molte altre cose. Nonostante la situazione internazionale sia estremamente complessa la nazione è tornata a crescere. È ripartita l’economia, è ripartita l’occupazione, ci sono 1,2 milioni di nuovi posti di lavoro. L’occupazione è cresciuta al Sud, è cresciuta quella femminile e a tempo indeterminato. Quando ci siamo insediati lo spread era a 230 punti. Ora, con due guerre in atto, è poco sopra 70».
Con la vittoria del Sì, sareste spronati a procedere con il premierato?
«Anche se non si vincesse, continueremmo a portare avanti i punti del programma. Il premierato è importante perché dà stabilità e quindi certezza economica alla nazione».
E se vincesse il No che conclusioni tirereste?
«Che gli italiani preferiscono tenersi un giustizia con tante fragilità».

 

 

La Verità, 14 marzo 2026

«Il fascista Grandi unì le carriere, invece Vassalli…»

Scrittore, cantautore, autore televisivo ed ex assessore alla Cultura del comune di Livorno fatto dimettere a causa di un post su X sgradito ai dirigenti Pd, Simone Lenzi è stato tra i primi a segnalare la gravità delle parole di Nicola Gratteri, procuratore capo di Napoli, con un post rivolto al presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura Sergio Mattarella. Qualche giorno dopo è sparito dal social di Elon Musk.
Cos’è successo, Lenzi?
«È successo semplicemente che ho molto da lavorare e i social sono una perdita di tempo. E poi non voglio diventare un vecchio che passa le giornate a litigare sui social».
Su che cosa deve concentrarsi?
«Su un paio di progetti, uno per la televisione e uno per il cinema. Vediamo».
E la musica dei Virginiana Miller?
«Sono l’hobby prediletto. Ma più una fonte di divertimento che di guadagno».
L’ultimo brano intitolato La fine del patriarcato è un filo criptico?
«Si basa su due episodi famigliari, una cartolina del mio bisnonno e un ricordo di mio padre, poco prima che morisse. Ai tempi c’era un’idea di padre degna del massimo rispetto».
«Perché il cielo era azzurro ed il mare salato»…
«Sì, era un tempo in cui le cose erano più nitide e si chiamavano con il loro nome. Oltre agli elementi deleteri, nel patriarcato c’erano anche lati positivi. Il pudore e il sacrificarsi senza esibirlo, per esempio. Esistevano anche dei maschi per bene».
Non solo tossici, l’ha detto alle femministe?
«Sì, perché io per primo lo sono: un femminista classico, non intersezionale».
Qualche giorno fa, prima di abbandonare X, ha chiesto a Mattarella se fosse tollerabile che un procuratore capo dicesse che al referendum sulla separazione delle carriere «votano no le persone per bene e votano sì gli indagati, gli imputati e la massoneria deviata». Riscontri?
«Nessuno. Non mi aspettavo certo che con tutto quello che ha da fare il capo dello Stato rispondesse, non ho tutta questa autostima. Però la domanda andava posta perché le parole di Gratteri sono gravi».
Il procuratore di Napoli non è nuovo a manipolazioni, qualche settimana fa lesse in un talk show una falsa intervista in cui Giovanni Falcone si diceva contrario alla separazione delle carriere.
«Una circostanza terribilmente spiacevole soprattutto per la memoria di Falcone».
Perseverare è diabolico?
«Sicuramente, ma credo sia una strategia consapevole perché serve a innalzare i toni dello scontro e a distogliere dalla vera sostanza della riforma di civiltà giuridica».
Come mai i dirigenti del Comitato per il no non lo sconfessano?
«Perché ritengono che parlare alla pancia del Paese in questo modo porti consenso. Pensano che innalzare i toni faccia il loro gioco. Perciò, sostengono anche posizioni che rasentano l’eresia. Come quando Giancarlo De Cataldo afferma che secondo la Costituzione la magistratura avrebbe un potere di controllo sulla politica. Una vera bestemmia contro la Costituzione e i padri costituenti».
Ha sbagliato anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio, riferendosi al ruolo delle correnti nella magistratura, a parlare di sistema para mafioso?
«Anche questo significa innalzare un po’ troppo i toni. Ci sono cose che si possono pensare senza il bisogno di dirle».
Ha detto esattamente ciò che disse nel 2019 il pm Nino Di Matteo, uno che di metodi mafiosi se ne intendeva, ma le opposizioni si sono stracciate le vesti.
«Dal 1992 si è creato un vuoto nella politica, e siccome anche nella vita civile, come in natura, i vuoti non esistono, la magistratura è andata a riempirlo. Magari anche suo malgrado».
Le frasi di Gratteri hanno provocato la reazione di molti magistrati, come si è visto dalla lettera di 51 di loro che hanno scritto: sig. Gratteri, ci indaghi tutti.
«Tantissimi magistrati che invece di andare in tv stanno a lavorare a testa bassa non si sentono rappresentati da questi modi e da questi toni».
E hanno provocato la reazione dei riformisti del Pd che votano sì: come possono convivere?
«Immagino sia un problema serio. Non riesco a immaginare come possa sopravvivere un riformista dentro questo Pd».
Altri infortuni del comitato per il No?
«Non so come sia venuto in mente al suo social media manager il meme delirante di quell’adunata di CasaPound usata per dire che chi vota sì è fascista. Peraltro, dimenticando che l’unificazione delle carriere fu voluta da Dino Grandi, all’epoca ministro della Giustizia del governo fascista. Almeno un pizzico di memoria storica potrebbero anche averla».
A proposito di sovrapponibilità, Il foglio ha documentato quella tra le dichiarazioni di Grandi e di Debora Serracchiani, responsabile giustizia dem, o di Cesare Parodi, presidente dell’Anm.
«Di fatto questa sovrapponibilità c’è. Si fa di questa battaglia una difesa dell’indipendenza della magistratura come se venisse messa a rischio da questa riforma: ciò che naturalmente non è».
Poi c’è stato il video con i ragazzi medaglie di bronzo del curling.
«Altro scivolone terribile perché svela l’idea per la quale, siccome ci si ritiene nel giusto, chiunque fa qualcosa di buono deve pensarla come noi e quindi lo arruoliamo senza neanche chiederglielo. Un atteggiamento di una prepotenza insopportabile».
Che cosa turba di più l’Anm e la maggioranza dei magistrati: il doppio Csm che separa Pm e giudici, il sorteggio per la loro composizione o l’istituzione dell’Alta corte per i procedimenti disciplinari?

«Probabilmente l’Alta corte. Ma non sono parte in causa e non posso dirlo. Da cittadino dico che separare l’iter della magistratura inquirente da quella giudicante è un atto di assoluto buon senso perché sono due mestieri molto diversi. Non si può arrivare alla magistratura giudicante dopo aver sviluppato una mentalità puramente inquirente».
Da chi è abituato a contestare i conflitti d’interessi altrui ci si aspetterebbe meno opacità di quella che avvolge il sindacato dei magistrati, il Comitato per il no e la corrente di Magistratura democratica?
«Direi di sì. La discesa in politica della magistratura iniziata nel 1992 sulla opacità dei finanziamenti alla politica. Dunque, una richiesta di trasparenza in merito ai loro finanziamenti non dovrebbe metterli a disagio».
Cosa pensa del fatto che alcuni vertici dei vescovi sembrano propendere per il no alla separazione?
«Credo dipenda più da uno schieramento ideologico e da sommovimenti interni alla Chiesa in cui, in questo momento, ci sono anime che devono trovare una nuova composizione. Da cattolico laico ritengo del tutto trascurabili le posizioni dei vescovi su un ordinamento riguardante gli organi dello Stato».
La convince la rimonta del no che secondo i sondaggi di Youtrend e Ipsos-Doxa sarebbe in atto?
«Francamente non seguo mai molto i sondaggi perché ritengo che bisogni seguire prima la propria coscienza. Siamo un Paese conservatore nel quale il conservatorismo è molto ben rappresentato anche a sinistra».
La convince che secondo altri sondaggi (di Alessandra Ghisleri e Antonio Noto) la preferenza del no sarebbe determinata dall’opposizione al governo Meloni più che dal contrasto alla riforma?

«Per quanto mi riguarda voterò sì per fare un favore a me stesso più che alla Meloni».
Fa bene il premier a non politicizzare troppo l’appuntamento?
«Dopo l’esperienza di Renzi capisco la prudenza di non legare troppo il proprio nome a una riforma. Tuttavia, penso che se la si ritiene un elemento importante della propria azione di governo si dovrebbe avere il coraggio di sostenerla fino in fondo».
Ha sbagliato Forza Italia a sottolineare che la separazione era fortemente voluta da Berlusconi?
«Forse sì, ma se un’idea è giusta lo è in sé stessa a prescindere da chi la sostiene. Anche perché la appoggiavano molte persone di sinistra che poi hanno cambiato idea semplicemente perché al governo c’è la Meloni».
Sarebbe stato più efficace sottolineare la paternità dell’ex ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, socialista ed ex partigiano?

«Peraltro un partigiano vero e non di facciata. Vediamo se il Pd e chi realizza i suoi meme hanno il coraggio di sostenere che era un fascista pure Vassalli».
Quindi, guardando le paternità delle leggi sulle carriere dei magistrati, il ministro della Giustizia del governo fascista Dino Grandi nel 1941 patrocinò l’unificazione mentre l’ex partigiano Vassalli si batté per la separazione, corretto?
«Correttissimo, è la pura realtà storica».
Di che cosa sono sintomo quelle frasi di Gratteri?
«Hanno il retropensiero di un’onnipotenza che non ammette di essere messa in dubbio da un sistema democratico in cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge, tanto meno coloro che la amministrano».
Quando fu costretto a dimettersi da assessore alla Cultura di Livorno per dei post poco woke coniò l’espressione «narcisismo etico». Da allora questa patologia è regredita?
«Direi che è sempre saldamente incistata nel campo largo».
Negli ambienti della magistratura il senso di superiorità morale ha una variante specifica?

«Può darsi. Ma non conosco un numero sufficiente di magistrati per fare una diagnosi».
Si sentono investiti della missione di correggere l’azione della politica soprattutto quella di un governo di centrodestra?

«La dichiarazione di De Cataldo sul ruolo di controllo della magistratura lo dice fuori dai denti».
La presunta superiorità morale, cioè la convinzione di essere più buoni e più giusti, è una forma sofisticata di razzismo?

«Sicuramente sì. Paradossalmente, persino ritenersi i più colpevoli di tutti, mi riferisco all’antioccidentalismo degli occidentali, in realtà è una forma narcisistica di pretesa superiorità. Che non riconosce mai l’altro come pari, ma sempre come vittima di una nostra superiorità che, però, essendo buoni e giusti, riusciamo a denunciare».
Nel 1987 il referendum sulla perseguibilità civile dei magistrati colpevoli di errori giudiziari conquistò l’80% dei consensi…
«Compreso il mio».
Però è rimasto inapplicato. Stavolta, trattandosi di un referendum confermativo di una legge che modifica la Costituzione, abbiamo maggiore speranza che in caso di successo dei sì sarà applicato?
«Lo spero. Nel frattempo lasciamo alla Schlein rincorrere il quorum che non serve».

 

versione integrale

(parziale su La Verità, 18 febbraio 2026)

«Scatenarsi contro l’Arma è esercizio di stile criminale»

Come vicedirettrice del carcere Le Murate di Firenze e magistrato di sorveglianza alla Corte d’appello di Roma la criminalità l’ha vista da vicino. Da un paio d’anni, però, le priorità di Simonetta Matone sono cambiate.
Onorevole Matone, lei è un salmone?
«Ah, ah… Da ex magistrato sicuramente nuoto controcorrente. Sono una figura anomala, mai fatto vita di corrente, ma ho sempre pensato con la mia testa, con scarso spirito di corpo. Mi faccio vanto di ragionare per conto mio e, tra queste riflessioni, rientra anche la separazione delle carriere».
Nei secoli i magistrati si candidano nelle file della sinistra.
«Sì, è rarissimo un magistrato nel centrodestra, ma la mia è un’evoluzione quasi naturale. Prima la Lega mi ha proposto di candidarmi alle comunali come pro-sindaco di Roma, poi me l’ha chiesto per le politiche».
Nel centrodestra si candidavano gli avvocati.
«Rappresento un’anomalia, spero felice. In 41 anni in magistratura ho molto riflettuto e meditato sulle patologie dell’ordine giudiziario».
La più grave delle quali è?
«L’eccessivo spirito di corpo che esula dai poteri costituzionali attribuiti alla magistratura. Trovo incredibile che l’Anm (Associazione nazionale magistrati ndr) possa contestare leggi e minacciare scioperi. Sono attività che esulano da quelle dell’ordine giudiziario. Un magistrato può avere le proprie opinioni, ma dev’essere soggetto soltanto alla legge».
Per aver detto che i magistrati sono soggetti alla legge e non solo alla Costituzione, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Fabio Pinelli è stato criticato.
«Le critiche al pensiero espresso da Pinelli sono la prova della deriva verso cui parte della magistratura si è avviata».
La destra è più garantista?
«Sicuramente, perché il partito manettaro è sempre stato il Pd, che ha usato strumentalmente questa situazione per portare i magistrati dalla sua parte. Per il combinato disposto tra sinistra e ordine giudiziario, il Pd è diventato il partito delle procure. Poi la stampa ci ha messo del suo, perché, in realtà, la vera saldatura è tra le procure e una certa parte della stampa».
Come partito delle procure ci ha messo del suo anche il M5s.
«Sì è aggiunto all’andazzo…».
La riforma della separazione delle carriere punta a proteggere la difesa, per questo moltissimi magistrati si oppongono?
«Si oppongono perché ci vedono un attacco al potere che esercitano da anni. Il problema non è il rapporto familiare di colleganza o i caffè che si prendono insieme tra magistrati e pm, il problema è la contiguità ordinamentale. Questa contiguità è propria dei regimi autoritari, dei regimi tirannici. Negli Stati democratici la contiguità tra pm e giudice non c’è. In Francia, in Germania e in Olanda sono ordini separati. In Germania la carriera dei magistrati la decidono i funzionari».
Cosa vuol dire?
«Che non c’è un organo di autogoverno».
Alla separazione delle carriere si oppone anche il Csm.
«Vede? Il Csm non ha il potere di intervenire a gamba tesa sulle leggi che il Parlamento democraticamente vota. C’è un vero stravolgimento istituzionale e di ordinamento, perché l’opposizione paventa in questa legge una subalternità dell’ufficio del pm al potere esecutivo».
E invece?
«Non c’è da nessuna parte, non appartiene alla filosofia del legislatore. In realtà, parliamo spesso di una riforma incompiuta, perché paghiamo il prezzo del passaggio dal rito inquisitorio a quello accusatorio, ma a questo passaggio mancava proprio il tassello della separazione delle carriere».
Quando sarà approvata i magistrati potranno ancora intervenire sui provvedimenti di rimpatrio degli immigrati irregolari?
«Non cambierà nulla, non c’è nessuna connessione tra le due cose. L’azione penale continuerà a essere obbligatoria e non discrezionale».
Che non cambi nulla non è di grande conforto.
«Sono i tribunali di primo grado, semmai, a non dover decidere quali sono i paesi sicuri. La Cassazione l’ha già detto: se si distaccano dall’interpretazione del governo, i tribunali devono spiegare le ragioni della diversa interpretazione».
Uno che se ne intende come Luciano Violante dice che in Italia le carriere sono già separate di fatto e che in alcuni Paesi si ritiene positivo che si passi da una sponda all’altra.
«È la sua rispettabile opinione, ma il problema è di natura ordinamentale. Verranno creati due ordini giudiziari diversi e separati».
Quali sono i tempi di approvazione?
«Non sono prevedibili, ma per questa prima parte stiamo procedendo speditamente».
Perché in Italia le forze dell’ordine godono di cattiva fama?
«Perché negli ultimi vent’anni c’è stata un’operazione pilotata dall’attuale opposizione di continua denigrazione del loro operato».
A Milano si è valutata l’accusa di omicidio volontario nei confronti dei carabinieri che hanno inseguito lo scooter con a bordo Fares Bouzidi e Ramy Elgaml, quest’ultimo morto dopo esser caduto.
«La mia domanda è la seguente: se uno forza un posto di blocco e si dà alla fuga, le forze dell’ordine lo devono inseguirlo oppure no? E se la risposta è sì e il soggetto cade, la responsabilità della caduta di chi è? Di lui che si è posto in una condizione di assoluto pericolo o di chi legittimamente lo sta inseguendo?».
Se lo scooter è stato speronato?
«Se è stato speronato è un altro discorso. Ma dobbiamo attendere gli accertamenti tecnico scientifici, una perizia che ci spieghi che cosa è davvero accaduto. Il giudizio viene rimesso all’esito di questo tipo di accertamento. Scatenarsi nelle accuse contro i carabinieri lo trovo un esercizio di stile criminale».
Silvia Roggiani del Pd e il padre di Ramy hanno detto che i carabinieri avrebbero dovuto prendere la targa per poi andare a cercare a casa i possessori dello scooter.
«Ma siamo impazziti? C’era un posto di blocco. Se le regole dello Stato di diritto non piacciono si può sempre andare altrove».
Forse i carabinieri li hanno inseguiti troppo, come sembra far intendere anche l’ex capo della polizia Franco Gabrielli, ora delegato alla sicurezza della giunta di Beppe Sala?
«Il giudizio di Gabrielli è gravissimo perché delegittima l’operato delle forze dell’ordine. È un giudizio politico, solo fintamente tecnico. Fino a che non fermi il fuggitivo o non ti scappa definitivamente devi continuare a inseguirlo».
Forse si sottovaluta il fatto che i carabinieri non sanno chi c’è sullo scooter?
«E perché scappa».
Alcuni esponenti della sinistra non hanno perso occasione per dare degli assassini ai rappresentanti delle forze dell’ordine. Si pensa che chi indossa una divisa sia incline alla violenza?
«A sinistra farebbero meglio a tacere, più si esprimono in questo modo più perdono consenso. La gente sta dalla parte delle forze dell’ordine e non di chi scappa».
A Verona un agente della polizia ferroviaria che ha sparato uccidendo un maliano che lo stava aggredendo con un coltello è indagato per eccesso di legittima difesa. A Rimini, è stato necessario un video per scagionare il maresciallo dei carabinieri Luciano Masini che ha freddato un egiziano fuori controllo e ora gli verrà conferita una medaglia al valore.
«Mi associo al plauso per il suo operato. A questi agenti dobbiamo dare tutta la nostra gratitudine. A Rimini è stata messa la sordina sul fatto che uno scellerato ha accoltellato 4 persone in nome di Allah. Non possiamo liquidare quello che è accaduto come un episodio transeunte, sventato dal carabiniere. Se non ci fosse stato lui, che ha messo a repentaglio la propria vita, forse sarebbero morte quattro persone. Da sempre la Lega ha una posizione chiara di difesa e sostegno nei confronti di tutte le forze dell’ordine che giornalmente sono dalla parte delle persone per bene».
Dopo gli scontri a Pisa a una manifestazione pro-Pal del febbraio scorso dieci fra agenti e funzionari sono stati indagati per eccesso colposo nell’uso legittimo di armi e lesioni personali. Poliziotti e carabinieri sono ancora liberi di compiere il loro dovere o, di questo passo, potrebbero convincersi a lavarsene le mani?
«Queste iniziative giudiziarie possono far vacillare qualcuno, ma credo che finiranno in un buco nell’acqua. Contano di più la vicinanza dell’opinione pubblica e la solidarietà della gente normale. E soprattutto il fatto che si siano attenuti alle regole dello Stato di diritto».
Esercitando le loro funzioni rischiano di essere indagati.
«È vero. Ma io so che sia il corpo di polizia che quello dei carabinieri sono ben saldi nelle loro convinzioni e che non allenteranno mai la presa».
Nel 2024 sono finiti in ospedale 266 agenti per aggressioni durante cortei e scontri di piazza con un aumento del 122% rispetto al 2023. Nel nostro Paese c’è una cultura ostile alle forze dell’ordine?
«C’è una deriva movimentista e insurrezionale che porta a una radicalizzazione di questi scontri».
Ci sono responsabilità culturali di questa situazione?
«La deriva coltivata dai media, anche dalla Tv di Stato, ha portato all’egemonia culturale della sinistra. Secondo questa narrazione il centrodestra avrebbe il vizio d’origine di essere composto da partiti portatori di una cultura arretrata e retrograda. Ora stiamo recuperando».
Durante il G8 di Genova però le forze dell’ordine non si comportarono bene.
«Noi omaggiamo e celebriamo Carlo Giuliani, un ragazzo che è morto mentre impugnava a volto coperto una bombola a gas per sfondare il vetro di un blindato dov’era asserragliato un carabiniere. Provo pena per quel ragazzo che è morto, ma non posso considerarlo un eroe. Ricordo che nel 2006 Rifondazione comunista gli ha intitolato l’ufficio di presidenza al Senato. Lo considero uno che stava commettendo un atto criminale. Il carabiniere che l’ha ucciso è stato prima indagato e poi prosciolto anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo».
C’è un pregiudizio della magistratura nei confronti di polizia e carabinieri?
«Non direi. Alla fine, le questioni si riequilibrano perché, per fortuna, nelle udienze dibattimentali si ricostruiscono le dinamiche dei fatti e la verità viene fuori».
La riforma in discussione in questi giorni potrà rasserenare anche queste situazioni?
«Più che questa riforma, serve un cambio radicale di cultura giuridica. Per instaurare un sistema nel quale la parità tra accusa e difesa sia oggettiva e i diversi poteri continuino ad agire nell’ambito che la Costituzione ha loro attribuito. Un sistema nel quale, infine, liberandoci dagli orpelli e dalle sedimentazioni della cultura radical chic, si possa finalmente ripartire su nuove basi».

 

La Verità, 11 gennaio 2025

 

«I nuovi eroi? Una coppia che sfida il tempo»

Paolo Genovese ha molto da raccontare. Supereroi, il suo film ora nelle sale, ben interpretato da Jasmine Trinca e Alessandro Borghi, narra di una coppia che attraversa il tempo e qualche sventura. È un’opera coraggiosa, anche più di quanto lui ammetta: oggi, per stare insieme a lungo, servono i superpoteri.

Il film nasce dal libro omonimo che, a sua volta, da cosa nasce?

«È stata un’evoluzione curiosa perché stavo lavorando a un altro copione e, per paura di perdere questa storia, ho deciso di scriverla. Finora avevo sempre fatto film corali, ma avevo in testa una coppia… Che però non volevo aggiungere alle tante già viste. Così ho trovato la chiave del tempo, una mia ossessione, una costante di tanti film. Come regge una coppia allo scorrere del tempo? In pratica abbiamo girato due film, uno sui primi 10 anni e un altro sui secondi 10, e al montaggio li abbiamo intrecciati».

Uno scrittore che firma le regie dei suoi romanzi sul set indossa una t-shirt con la frase «The book was better». Per l’autore di un libro è facile trasformarlo in film?

«In assoluto non lo è perché il libro scava e racconta di più. Io, da regista, sono abituato a pensare per immagini anche quando scrivo. Perciò le scene mi passano in testa 100 volte. Poi c’è un altro vantaggio: lo scrittore ha solo la parola per dire tutto, sensazioni, odori… Il cinema invece usa tanti linguaggi, recitazione, fotografia, musica. La sceneggiatura è come un manuale di istruzioni».

Un altro sceneggiatore sarebbe stato più spietato con il suo libro?

«Probabilmente sì, l’autore è più affezionato alle sue storie. Io stesso quando adatto l’opera di un altro vado più facilmente di accetta. All’inizio Supereroi durava due ore mezza, abbiamo tagliato mezz’ora di romanzo».

Pensa di essere riuscito a raccontare l’amore senza cadere nel déjà vu?

«Dai fratelli Lumière a oggi, tutto è già stato raccontato. In cucina, pur usando gli ingredienti tradizionali, alla fine conta che ci sia il tuo sapore. Sono sempre critico sui miei lavori, ma credo che il viaggio in vent’anni nella vita di una coppia abbia una sua originalità».

Anna e Marco vengono fuori dalla canzone di Lucio Dalla?

«Me lo sta chiedendo mentre mi trovo davanti alla sua casa a Bologna. Sono venuto qui nell’ora di tempo che mi avanzava, prima di una presentazione… Dalla è uno dei cantautori che prediligo, scegliendo quei nomi volevo rendergli un piccolissimo omaggio».

La frase chiave del film è «una coppia è tale se dura, altrimenti sono due persone che stanno insieme»?

«È una delle frasi che ha colpito di più, vedo che sui social la ripetono. La vita di coppia aggiunge una prospettiva futura al semplice stare insieme».

I suoi supereroi sono tali perché si confrontano con il tempo o, più precisamente, con la durata?

«Sono tali perché decidono di accettare che il tempo scorra e li trasformi. È la prima cosa con la quale una coppia deve fare i conti: accettare la trasformazione della persona con cui vivi da tanti anni, anche in una direzione non voluta».

Possiamo definirlo un film controcorrente nel senso che oggi, per durare, una coppia dev’essere eroica?

«È il motivo per cui il film s’intitola così. Anna e Marco incarnano qualcosa di non ordinario. Per la generazione dei miei genitori la separazione non era socialmente accettata. Ci si sposava e si restava insieme, il divorzio è arrivato nel 1974. Anche la condizione lavorativa delle donne era diversa. Essendo solo mamme, separandosi non avevano la possibilità di essere autonome. Oggi c’è maggiore libertà sociale e psicologica… Una coppia che non funziona si molla. Si deve capire fino a che punto lottare per stare insieme, quanto provare a ricominciare da capo o riguadagnare la propria indipendenza».

Concorda che nei media e nel costume tutto concorra a rapporti brevi, se non fugaci o strumentali?

«Dipende da ciò che dicevamo prima. Essendo la separazione meno imbarazzante la durata media della coppia è inferiore. La fugacità delle storie dipende da questo. Anche il fatto che si facciano meno figli rende più facile separarsi. Oggi fino a trent’anni ci si conosce in prevalenza sui social, che accelerano incredibilmente gli avvicinamenti, ma anche gli allontanamenti».

Il film è un inno alla vita e un elogio dell’amore che accetta la diversità dell’altro: lei ha avuto esempi di questo tipo o è un’invenzione della fantasia?

«Non racconto mai storie autobiografiche perché temo la noia del pubblico. I filmini dei matrimoni divertono solo gli sposi e pochi intimi. Anche se sto con la mia compagna da vent’anni, qui narro situazioni sublimate più che drammi precisi o realmente vissuti. La scrittura della sceneggiatura è stata una sorta di psicanalisi a tre, con Paola Costella e Rolando Ravello, sul concetto di durata nell’amore».

Perché secondo lei oggi è sparita l’ambizione del «per sempre»?

«Non penso sia sparita l’ambizione, penso sia molto difficile da realizzare. E quindi la scelta è non faticare troppo. Tuttavia, non bisogna stare insieme a tutti i costi. Anna e Marco vogliono stare insieme per sempre ma bene, non a tutti i costi. Se non si perpetua quello stare bene, è giusto interrompere».

Il primo step sono persone che stanno insieme, il secondo è la coppia: l’ultimo è la famiglia, una delle istituzioni più in crisi del momento?

«È uno degli step. La famiglia con figli è un’evoluzione, un brusco cambio di marcia. Al centro non siamo più noi due, ma qualcosa che abbiamo creato. La coppia prende una direzione più impegnativa. Però i figli non devono essere la panacea, tipo: siamo in crisi allora facciamo un figlio. Ma il contrario: stiamo bene, allora facciamo un figlio».

L’eroismo avviene nel quotidiano, nella normalità come ebbe a dire una volta Giovanni Paolo II?

«Certo. Una possibile definizione di supereroi è: qualcuno che fa qualcosa per qualcun altro senza aspettarsi nulla in cambio. Nella coppia è fondamentale. L’eroismo è nella quotidianità. L’abbiamo sperimentato ora, durante la pandemia, nella voglia di tanti di aiutare gli altri. Il gesto singolo, una tantum, non basta a costruire qualcosa di durevole nel tempo».

Per lei cosa può essere questo eroico che diventa quotidiano?

«Liberarsi del proprio egoismo, non porre se stessi al centro di tutto. Nel lavoro, nella coppia, negli affetti, in qualunque circostanza».

Le sale sono invase da altri supereroi come Superman, Diabolik… garanzia di buoni incassi perché rivolti ai giovani che vanno di più al cinema. Il suo film è controcorrente anche in questo?

«Oggi un film italiano è controcorrente per il solo fatto di andare in sala. La tentazione forte per un produttore è scegliere la piattaforma. Con Medusa abbiamo preferito compiere un atto di coraggio. Credo sia uno sforzo necessario se non vogliamo essere ricordati come la generazione che ha fatto chiudere i cinema».

Con l’esplosione dello streaming è sempre più forte la concorrenza tra grande e piccolo schermo?

«Ora più che mai. Fino a 10 anni fa la concorrenza era tra i diversi film in programmazione: si usciva per andare al cinema e poi si sceglieva. Oggi è tra l’enorme offerta fruibile dal divano e andare al cinema. I muscoli delle piattaforme sono molto tonici, perciò siamo in un momento di svolta, quest’anno capiremo che ne sarà della sala cinematografica. Credo che dobbiamo tutti dare qualcosa in più. A cominciare da noi autori: il pubblico ce lo dobbiamo meritare più che mai, convincendolo a regalarci mezza giornata per uscire di casa, cercare parcheggio… Detto questo, non demonizzo le piattaforme».

Supereroi è coprodotto da Amazon Prime.

«Ci andrà alla fine della sua vita in sala. Mentre la piattaforma veleggia da sola, la sala ha bisogno dell’aiuto delle istituzioni oltre che degli autori».

Che cosa intende per aiuto delle istituzioni?

«In qualsiasi settore, dalla musica al cinema al teatro, per avere un pubblico colto serve un’educazione. Il cinema dovrebbe entrare nelle scuole. In un’epoca in cui i ragazzi si nutrono di audiovisivo, penso che potrebbe essere uno strumento didattico complementare alle lezioni tradizionali su tanti capitoli della nostra storia. Un produttore francese mi raccontava che nel suo Paese la passione per il cinema la inculcano a scuola fin da bambini. È qualcosa di imprescindibile, mi diceva, come per voi italiani la cultura del cibo. In Italia non si berrebbe mai un buon vino in un bicchiere di carta o non si mangerebbe la carbonara da un barattolo. Così, da noi si impara presto a guardare i buoni film in sala».

Da spettatore che cosa predilige?

«Sono onnivoro, ma preferisco il cinema italiano, per vedere nuovi autori e nuovi attori. Mi piace provare tutte le emozioni che il cinema offre, dalla risata alla riflessione, dalla fantasia alla paura. Ma più di tutte amo le storie che mi smuovono qualcosa nella pancia, che mi commuovono».

Con È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, Diabolik dei Manetti Bros, il prossimo Belli ciao con Pio e Amedeo il cinema italiano sta rialzando la testa?

«La qualità c’è, ma il momento rimane difficile. Soffre tutta la filiera produttiva. In alcune città si registrano cali del 70% che non permettono alle sale di sopravvivere. Con la pandemia si è radicata l’abitudine di godersi i film a casa con televisori sempre più grandi. Come detto, sarà un anno decisivo. Oltre alle istituzioni e agli autori, anche gli esercenti devono fare la loro parte affinché andare al cinema sia un’esperienza sensoriale appagante, con sale più attrattive, schermi davvero grandi, audio definito, poltrone comode…».

Per finire, in quella canzone Dalla si chiede per conto di Anna e Marco «dov’è la strada per le stelle»: lei ce l’ha una risposta?

«Magari l’avessi. Più che la risposta è importante avere la domanda, perché ci stimola a cercare».