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«Vile l’Unione europea che minaccia l’arte»

Ex sindaco di Venezia e filosofo di livello internazionale, il 6 novembre scorso Massimo Cacciari ha tenuto una lectio magistralis alla Biennale di Venezia presieduta da Pietrangelo Buttafuoco intitolata «La morte dello jus belli» sulla fine del diritto internazionale nei conflitti contemporanei.
Professor Cacciari, che cosa pensa della minaccia dell’Unione europea di sospendere i finanziamenti alla Biennale dell’arte di Venezia se non chiuderà il padiglione della Russia?
«E dov’è la novità? Ha ribadito minacce già fatte».
Stavolta c’è un ultimatum con la richiesta di una decisione entro trenta giorni.
«L’ho già detto altre volte. Quella della Ue è una posizione insostenibile e retrograda. Un atteggiamento da Prima guerra mondiale. Come quando si impedivano i concerti e le opere di Johann Strauss, di Giuseppe Verdi e Richard Wagner. L’arte sotto il tallone dei burocrati, una posizione miope e inqualificabile».
La Biennale deve decidere se bloccare la partecipazione degli artisti russi entro trenta giorni, ma l’esposizione inizia il 9 maggio.
«Buttafuoco ha tutta la mia solidarietà, come ho già detto in altre occasioni».
La stupisce il silenzio degli intellettuali, altrimenti soliti strepitare in difesa della libertà e dell’arte?
«Non più di tanto, questo è il mondo… Cosa vuole che le dica… cazzi loro. Avranno paura di perdere fondi ministeriali o altri privilegi, mi pare evidente».
Silenzio davanti a un ultimatum.
«La lettera della Ue è una vergogna. Si accanisce solo nei confronti della Russia, mentre non si esprime su Israele invitando Netanyahu  a interrompere bombardamenti e violenze. Si è perso ogni criterio di giustizia e di verità su tutto. È evidente che un popolo civile, anche laddove si sia in presenza, come lo siamo, di gravi violazioni del diritto internazionale, debba continuare ad avere rapporti sul piano culturale e artistico anche con Paesi avversari o nemici affinché, poi, finita la guerra, si possano ripristinare più facilmente rapporti, se non fraterni, almeno civili. La Biennale fa bene a farlo. Penso che sul piano culturale e scientifico si debbano mantenere tutti i rapporti possibili».
Senza eccezioni?
«È chiaro che la Biennale controllerà. Verificherà che le opere non esprimano contenuti di propaganda. Che non si inneggi all’invasione dell’Ucraina. In questo caso sì, si impedisce la partecipazione. Come se nel padiglione di Israele si esaltasse il massacro di centinaia di migliaia di palestinesi. Il confronto culturale scientifico e artistico deve essere salvaguardato, mentre va corretto quando prende il sopravvento la propaganda. Ma queste sono osservazioni ovvie laddove non avessimo tutti portato il cervello all’ammasso».
Nei mesi scorsi si sono susseguite manifestazioni in cui i movimenti pro Pal intimavano alle università italiane di sospendere i rapporti di collaborazione scientifica con gli atenei israeliani.
«Un’idiozia altrettanto grande come quella imposta dalla Ue alla Biennale. Un’idiozia simmetrica, l’una speculare all’altra».
Qual è, secondo lei, l’atteggiamento mentale che presiede a questi interventi di Bruxelles? Ultimatum, diktat, sanzioni, provvedimenti e minacce che piovono dall’alto.
«Rivelano solo la grande impotenza politica e economica dell’Europa. Siccome non si può fare i prepotenti nei confronti di Israele e degli Stati Uniti, si fa la voce grossa contro la Biennale. È un atteggiamento tipico dei deboli, dei vigliacchi, dei vili».
Un atteggiamento che si giova della compiacenza di politici e media del nostro Paese?
«Ma certo, sono un’unica cosa con i burocrati europei. Manifestano la stessa debolezza, la stessa impotenza».
Se dovesse dare un consiglio a Buttafuoco quale sarebbe?
«Non è facile. Mi auguro che riesca a tener duro. Se non dovesse farcela, lungi da me giudicare. Non è facile scegliere la posizione giusta, dovrà tener conto del rapporto con il governo, il ministero della Cultura, e con l’Unione europea. Non mi scandalizzerei se facesse marcia indietro».
Non sembra questa la sua intenzione.
«Allora gli dico “bravo”. Ma lo capirei se dovesse ingoiare il rospo».

 

La Verità, 12 aprile 2026

«Niente scandali: Nato e Ue sono affari di Trump»

Mauro Della Porta Raffo, «uno spettro si aggira per l’Europa»: il trumpismo?
«Volendo fare questo riferimento… Tuttavia, vorrei chiarire che Trump, forse in modo più radicale o violento, non è il primo presidente americano che critica l’Unione europea. Perfino Barack Obama, parlando dei leader dei suoi tempi, li aveva definiti scrocconi».
In quale occasione?
«Si riferiva al fatto che l’America doveva sostenere tutte le spese della Nato mentre gli europei davano le briciole. Sta succedendo la stessa cosa di quando, durante il primo mandato, Trump fu attaccato per il muro al confine con il Messico che, in realtà, già Bill Clinton aveva iniziato a costruire. Il trucco è far credere che tutto inizi adesso».

La conversazione con Mauro Della Porta Raffo, soprannominato Gran pignolo per il puntiglio con cui precisa le basi storiche e filosofiche del parlare e dello scrivere comuni, eccelso americanologo e presidente onorario della Fondazione Italia-Usa, comincia con una digressione estetico linguistica. «Gli europei sono arrabbiati per i modi di quel brutalone di Donald Trump», sintetizza.

Il brutalismo è di moda in architettura, e in politica?
«Dal 2024 qualcosa è cambiato. Il brutalismo deriva dal nome del materiale usato. Il primo fu Le Corbusier ad adottare il béton brut da cui viene il brutalismo che possiamo vedere nella Torre Velasca di Milano».
Le brutali critiche all’Ue contenute nel Piano di sicurezza nazionale della Casa Bianca ribadite al sito Politico sono indebite ingerenze negli affari nostri?
«Perché indebite? Trump parla di una situazione che riguarda gli Stati Uniti perché quasi solo gli americani sopportano i costi della Nato. Il suo scopo è mettere fine al fatto che, grazie all’impegno americano, molti possono tenere chiusi i cordoni della borsa».
Tutto qua?
«C’è anche una questione antropologica. Trump è un maverick, uno che ha cambiato pragmaticamente schieramenti, da posizioni democratiche fino a quelle attuali. E poi è un crank, un eccentrico che procede sulla base di intuizioni. Non sono caratteristiche facili da assorbire e omologare».
Dove sbaglia quando dice di non voler governare l’Europa, ma di volere un’Europa forte?
«Non sbaglia. Hanno sbagliato i governanti europei, sinistri e destri, degli ultimi decenni, che hanno sempre immaginato come perpetuo il fatto che gli Stati Uniti si accollavano ogni responsabilità».
«La cancellazione della civiltà» in vent’anni per mancanza di controllo dell’immigrazione è un’esagerazione?
«Nel 2050, in alcuni Paesi del Nordeuropa si prevedono popolazioni a maggioranza musulmana. Parlando dell’Italia non si è mai capito bene che la vera accoglienza non è far entrare chiunque e poi mandarlo per strada a chiedere l’elemosina o a prostituirsi, ma fare in modo che chi viene accettato venga anche assistito e instradato. In Svizzera, quando un immigrato supera un attento esame, lo mandano a studiare la lingua del cantone dove vivrà e poi gli insegnano un mestiere».
Come valuta l’idea del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di Europa e Africa come «unico continente verticale» con un lago chiamato Mediterraneo?
«La differenza tra Europa, Africa e Arabia è enorme. Mi sembra che Mattarella si sia adattato al volemose bene del politicamente corretto, ma il continente verticale è una negazione della storia».
Bisogna preoccuparsi per l’annunciato disimpegno dell’amministrazione americana dalla Nato?
«Non credo. Ammettendo che gli Stati Uniti si disimpegnino, rimane il fatto tutt’altro che trascurabile che sono una potenza con enormi interessi di livello mondiale».
Un altro elemento di critica di Trump è la censura della libertà di parola.
«La stessa avanzata dal vicepresidente J.D. Vance, il vero intellettuale dell’amministrazione, a Monaco. Aveva criticato i governi europei che non difendono il free speech soprattutto quando i contenuti non sono allineati al pensiero unico».
I volenterosi Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz alimentano «aspettative irrealistiche»?
«Dal punto di vista democratico questi leader non rappresentano nessuno. Macron ha ottenuto appena il 20% di consensi degli aventi diritto al voto. Una persona che nel suo Paese non rappresenta l’80% degli elettori come può dettare le linee politiche in Europa?».
Secondo lei alla riunione di due giorni fa qualcuno ha chiesto conto a Volodymyr Zelensky di come sono stati usati i finanziamenti ricevuti dai Paesi europei?
«Stanno tutti glissando su questo argomento. Forse non lo fa Giorgia Meloni perché su qualche punto ha eccepito. E poi questi leader la smettano di girare in aereo da una parte all’altra dell’Europa invece di telefonarsi. Devono avere poltrone troppo comode su quegli aerei».
Sono «leader deboli, che parlano e non producono mentre la guerra continua» come dice Trump?
«Mi sembra incontrovertibile. Trump è l’unico leader occidentale che cerca di arrivare alla pace».
Che giudizio dà del matriarcato che con Ursula von der Leyen, Roberta Metsola, Kaja Kallas e Christine Lagarde governa la Ue?
«Christine Lagarde sa come ci si veste e come ci si muove, le altre… Non c’era bisogno di tutta questa retorica per vedere le donne al comando. In passato abbiamo avuto Margaret Thatcher, Indira Ghandi e Sirimavo Bandanaraike che negli anni Cinquanta divenne primo ministro dello Sri Lanka senza bisogno di quote rosa».
Nei talk show e negli editoriali dei grandi giornali assistiamo al risveglio dell’europeismo.
«Nel 1951 il Trattato di Parigi ha creato la Ceca (Comunità europea carbone acciaio) e nel 1957 quello di Roma ha dato vita alla Cee (Comunità economica europea). Gli ampliamenti successivi non avevano senso se non per seguire la correttezza politica. So di dire una follia, ma dovremmo tornare a quei due primi accordi».
Invece Romano Prodi suggerisce di metterci dietro il carro franco-tedesco.
«Un carro fragile. Abbiamo detto che Macron non rappresenta nessuno nemmeno nel suo Paese… Quanto alla Gran Bretagna è curioso che conti così tanto ora che è fuori dall’Europa».
La Brexit poteva essere il campanello d’allarme per ridurre le forzature unionistiche e previlegiare un federalismo leggero?
«Non c’è al mondo uno Stato che si sia federato. Federazione si nasce, non si diventa».
Quindi non c’è speranza per gli Stati Uniti d’Europa?
«Non ci si deve nemmeno pensare. Lo sapeva bene Charles De Gaulle, un gigante rispetto ai pigmei di oggi, quando diceva che nemmeno il Regno Unito doveva entrare nella Cee».
È sbagliato l’irrigidimento di molti nostri intellettuali?
«È antistorico. Eppure sanno bene che certi fatti non accadono per la prima volta, anche se fa comodo farlo credere all’opinione pubblica meno informata. Dalla fine della Seconda guerra mondiale l’America si è sempre interessata dell’Europa e di influire sui suoi assetti politici, finanziando la Dc per decenni e altri partiti in altri Paesi. Così come Mosca finanziava i partiti comunisti».
Prima di Trump anche Mario Draghi ha sottolineato l’indebolimento dell’Europa e la sua scarsa autorevolezza nello scacchiere mondiale: perché ora ci si scandalizza?
«Non si sa per quale ragione Draghi ha l’allure che gli consente di proporre analisi che hanno eco solo sulla stampa del giorno dopo. Se le stesse cose le afferma quel brutalone di Trump, invece bisogna attaccarlo. Se certe cose vanno male è anche per colpa di chi ha avuto le mani in pasta per 50 anni come Draghi».
Il risolutore del problema non può essere chi l’ha provocato?
«O non è riuscito almeno a evitare che si presentasse».

 

La Verità, 11 dicembre 2025

«Se lo Stato non aiuta la natalità tocca alle aziende»

Produce burro e formaggi di alta qualità che, dall’alto vicentino, esporta in tutto il mondo. Ma è un antistatalista, un creatore di welfare alternativo, un imprenditore visionario. Avvocato, un passato da musicista al fianco della madre concertista con tournée europee, l’ultima trovata di Roberto Brazzale è l’assunzione di un gruppetto di ex compagni di scuola sessantenni. Se non è andare controcorrente questo…

Roberto Brazzale, stamattina ha bevuto il caffè con i suoi ex compagni di scuola?

«Con quelli presenti, sì. Erano solo due perché alcuni fanno il ponte e altri sono in giro per lavoro».

Sono diventati suoi dipendenti a sessant’anni?

«All’incirca, fra i 50 e i 60 e oltre. Noi non guardiamo la carta d’identità».

Trae una riflessione generazionale da questa vicenda?

«Siamo un po’ sorpresi dal clamore che ha avuto questa notizia. Ci sembra un fatto normale, ma evidentemente non è così. Forse abbiamo toccato un nervo scoperto».

Quale?

«Credo che molte persone di quest’età abbiano ancora tanta voglia di realizzarsi nel lavoro, a fronte di uno Stato preoccupato solo di trovare risorse per farle uscire dalla vita attiva. È vero che c’è chi sente il bisogno del pensionamento per mille motivi, ma altri sono ancora pieni di energia».

La sorprende di più la motivazione dei sessantenni o l’insipienza dei trentenni?

«Non si devono contrapporre le generazioni. Quasi il 50% dei nostri dipendenti ha meno di 35 anni e siamo felicissimi di loro. Il punto è che si può essere giovani anche a sessant’anni e oltre: la carta d’identità è spesso una convenzione. Mi sono trovato di fronte a degli amici, ex compagni di scuola, veri fuoriclasse che, grazie alla passione e all’esperienza sanno dare il meglio ora che non sono più giovanissimi».

In che ruoli sono stati assunti?

«Ruoli amministrativi, logistici e soprattutto commerciali di contatto con la clientela o il consumatore. Lavorano in perfetta simbiosi con i ventenni».

Dal suo osservatorio come giudica l’inverno demografico italiano?

«È la crisi più terribile che stiamo vivendo: tutto è contro la procreazione. I primi a esserne colpiti sono i giovani che lavorano. Deve tornare a essere bello fare figli. È un piccolo segnale il fatto che alcuni sessantenni possano continuare a lavorare, contribuendo ad alleggerire i giovani dal peso fiscale e contributivo che complica la realizzazione dei loro progetti di vita. L’allungamento dei congedi parentali può essere la chiave di volta di questa crisi».

Come funziona?

«Copiamo dai Paesi più civili. Ho davanti l’esempio della Repubblica ceca dove abbiamo 500 dipendenti che lavorano al Gran Moravia. Lì, papà o mamma, a scelta, possono restare a casa fino a quattro anni con il posto di lavoro garantito e una remunerazione del 30%. E, dopo la prima infanzia, gli asili sono perfettamente efficienti. Purtroppo, in Italia assistiamo a una serie di tentativi che, nonostante le buone intenzioni, non colgono il bersaglio. Oggi non arriviamo a 390.000 nati a fronte di quasi 700.000 morti all’anno. Se si aggiungono i 100.000 che emigrano, è come se scomparisse una città come Bologna».

Però ci sono gli immigrati.

«Sono fondamentali da decenni, ma non rimediano al male interno alla nostra società provocato dal crollo delle nascite e dalla riduzione dei giovani. Due fattori che stravolgono intimamente società e cultura del nostro Paese, facendogli perdere slancio, fiducia e bellezza».

Quanti stranieri ha nella sua azienda?

«Abbiamo oltre mille dipendenti sparsi nel mondo. In Italia sono più di 500 dei quali oltre il 25% stranieri. La loro presenza è fondamentale».

Crea problemi di tipo amministrativo o burocratico?

«Nessun problema. Sono veramente bravi, senza di loro le nostre attività si fermerebbero».

Il sociologo Luca Ricolfi afferma che le giovani coppie non procreano perché l’arrivo di un figlio compromette il piano di vita che si sono date, molto più basato sul tempo libero rispetto a qualche decennio fa.

«In molti Paesi occidentali i giovani vivono allo stesso modo, eppure fanno figli. Da noi ci sono stipendi netti troppo bassi, il reddito pro-capite non cresce da più di vent’anni. E soprattutto non c’è una valorizzazione della procreazione che dovrebbe essere il momento aureo della vita dei singoli. Fare figli è una corsa a ostacoli, economici, amministrativi, culturali».

Per lei la denatalità dipende dalla mancanza di sostegni economici e di una legislazione finalizzata?

«Non solo. Bisogna dare tempo ai genitori per seguire i figli. Meno del 50% delle donne italiane lavorano, a fronte del 70% negli altri Paesi europei, perché lasciano il lavoro per poter essere mamme. Serve un diverso atteggiamento nel mondo del lavoro e una ridefinizione delle priorità dello Stato. Garantire i congedi triennali con una remunerazione del 30% potrebbe costare molto meno di 10 miliardi all’anno, l’1% della spesa pubblica, il 3% delle pensioni. Ma lo Stato non li trova e magari poi li spende con il Pnrr che è spesa  a debito, il cui peso graverà proprio sui giovani».

È contrario al Pnrr?

«Ovvio. 250 miliardi di spesa pubblica extra: ne avevamo bisogno? In Italia la spesa pubblica è già il 60% del Pil, e il debito vero ben oltre il 150%. Lo Stato deve ridursi non espandersi, imprese e famiglie devono essere sollevate dal peso che le soffoca. Ormai nessun politico difende più i singoli dall’ipertrofia dello Stato».

Il Pnrr permetterà di realizzare opere necessarie allo sviluppo del Paese.

«Gli Stati che funzionano le fanno attingendo al bilancio ordinario, non a extra debito. Un euro speso dallo Stato è un euro tolto ai cittadini. Come si può pensare che lo Stato spenda meglio di una famiglia o di un’impresa?».

Nella sua azienda assume sessantenni, estende il baby bonus, allunga il congedo per maternità…

«Attraverso il congedo parentale aziendale aggiuntivo, i nostri dipendenti, uomini o donne, possono rimanere a casa fino a un anno in più al 30% dello stipendio. Abbiamo creato un gruppo di imprenditori che si chiama “Benvenuta cicogna”, una mailing list per scambiarci informazioni e anche Confindustria giovani Vicenza ha messo al centro della propria azione la maternità sul lavoro. Non possiamo aspettare lo Stato, invitiamo a considerare misure simili chi non l’ha ancora fatto».

È uno strano welfare aziendale, il suo.

«L’azienda è una comunità di persone. Oggi categorie come i sessantenni o le donne che hanno paura della gravidanza sono considerate neglette nel mondo del lavoro. Noi proviamo a porre rimedio a ciò che non funziona nella nostra società, anche prendendo esempi dalle esperienze che facciamo in giro per il mondo».

I sindacati cosa dicono?

«Le nostre misure, per esempio le attenzioni per le mamme, sono apprezzate e condivise. La protezione della maternità è quasi una forma di controcultura perché, per sciatteria, la cultura prevalente mortifica la procreazione».

È contento del momento d’oro dei formaggi italiani, in vetta alle classifiche di gradimento mondiali?

«Il momento d’oro dei formaggi italiani dura da sempre e durerà per sempre perché 8,1 miliardi di persone a cui torna l’appetito ogni 4 ore amano i nostri prodotti. C’è solo da darsi da fare per rispondere a questa enorme domanda sopperendo alla carenza di territorio di cui soffriamo. Dunque, pensando al made in Italy come valore aggiunto creato dagli italiani e dalla loro formidabile capacità di trasformazione, attraverso l’espansione internazionale delle catene di approvvigionamento».

È più urgente la riforma del premierato o quella dell’autonomia?

«La più urgente è riprendere a fare figli. Rispetto a questo, quelle riforme sono irrilevanti. Poi, non si capisce bene quale autonomia lo Stato voglia davvero concedere. La sensazione è che il centralismo statalista, la radice dei nostri mali, non verrà intaccato».

Che cosa si aspetta dalle elezioni europee?

«L’Unione europea ha bisogno di ripensare molte delle sue decisioni più recenti e di farlo in fretta».

Sa già per chi voterà?

«Dipende dai candidati e dai programmi, ci sono ancora molte cose da capire».

Se dovesse dare un consiglio a Giorgia Meloni quale sarebbe?

«Subito il congedo parentale triennale a carico del sistema previdenziale. E maternità e procreazione in cima alle priorità, in modo rivoluzionario».

L’ultima volta che ci siamo visti, parlando del suo andare controcorrente, mi ha raccontato di quell’automobilista che mentre guida in autostrada nella nebbia sente alla radio l’allarme per un pazzo che va contromano e commenta: «Macché uno, saranno almeno cento…». È ancora incolume o ha fatto qualche incidente?

«Nessun incidente. Appena esco dall’Italia mi accorgo di pensare in modo normale, comune. Mio nonno diceva: “Mai paura, basta ’ver ’e idee ciare”».

Dice di pensare in modo condiviso nei Paesi europei, ma poi la Ue promuove le auto elettriche, l’efficientamento delle abitazioni e penalizza le aziende che non si adeguano ai dogmi green.

«L’Unione europea è una brutta copia centralista degli Stati nazionali, replica i loro difetti e ne aggiunge di propri. Era meglio un’Europa comunitaria, che eliminava barriere e allargava mercati e libertà».

Per questo le chiedevo quali aspettative ha dalle prossime elezioni.

«I Paesi sono espressione della cultura dei popoli. Si pretenderebbe di unificare Paesi con culture molto diverse, antitetiche. L’Italia non è solo quella che ha fatto nascere il Recovery plan è anche l’unico Paese che ha chiesto tutti i fondi a debito del Pnrr. Siamo i più furbi o i peggio amministrati? Stando ai risultati, la seconda. La Ue per tenersi in piedi ha finito per assecondare le peggiori politiche nazionali, come la monetizzazione dei deficit. Di facciata si sottoscrivono patti che si sa già non verranno rispettati. E presuntuosi burocrati pretendono di pianificare la vita di singoli e imprese. La capitale a cui guardare oggi non è né Bruxelles né Roma ma, sorprendentemente, Buenos Aires».

Addirittura? L’Argentina del premier con la motosega?

«Lasci stare il folklore. Certi principi di buon governo e libertà non si sentivano pronunciare dai tempi di Margaret Thatcher. Riusciranno a metterli in pratica? Difficile, ma finalmente il pensiero unico statalista viene messo in discussione da un governo liberamente eletto. Peccato ciò accada solo fuori dalla Penisola e dal Vecchio continente».

 

La Verità, 30 dicembre 2023