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«Non c’è il diritto a migrare A Parigi rito massonico»

Ce lo chiediamo tutti se Dio esiste? Ora è il titolo del nuovo libro in cui il cardinale Robert Sarah risponde alle domande dell’editore David Cantagalli che lo pubblica. Sono domande dell’uomo comune: sulla fede, sull’attualità del cristianesimo, su perché Dio non cancella il dolore, su perché l’uomo si allontana dalla Chiesa. In occasione del Natale e dell’uscita del saggio, il prefetto emerito della congregazione per il Culto divino e la disciplina dei Sacramenti che si è sempre espresso contro la teoria gender, ha accettato di rispondere anche alle domande della Verità.

Eminenza, anche questanno ci approssimiamo al Santo Natale. Che cosha di profondamente, direi oggettivamente, rivoluzionario questo giorno? In che cosa si differenzia il cristianesimo da tutte le altre religioni?

«Il Santo Natale del Signore Gesù è la memoria attuale dell’evento più straordinario della storia umana: il fatto che Dio sia divenuto uomo, restando Dio, e dunque che Dio abbia voluto camminare sulle nostre strade e nel nostro tempo, per salvarci dall’interno della nostra stessa esperienza umana. L’idea di un Dio lontano è superata per sempre del fatto dell’incarnazione, che rende il Dio-con-noi davvero credibile, perché vicino. Cristo è l’unico iniziatore di un “cammino religioso” che ha la pretesa di essere Dio: “Chi vede me vede il Padre” (Gv 14,9). Questa inaudita pretesa è la differenza cristiana. Tutte le religioni sono un tentativo umano di raggiungere Dio, ed in quanto tentativo possono avere certamente elementi di vero e di bene, ma il cristianesimo è esattamente il contrario: è Dio che ha raggiunto l’uomo. È il capovolgimento della mentalità comune. Dio prende l’iniziativa di venire verso l’uomo per farsi conoscere, farsi vedere, farsi toccare e rivelare il suo amore infinito per noi. Dio viene verso l’uomo tramite l’incomprensibile mistero dell’incarnazione del suo Figlio Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo».

Lavvenimento di duemila anni fa, la venuta, lincarnazione di Dio nel mondo, a quali domande delluomo risponde?

«L’incarnazione risponde a tutte le domande fondamentali dell’uomo! L’uomo, ogni uomo desidera conoscere Dio: il suo misterioso creatore. L’uomo desidera vedere il volto di Dio, aspira ad entrare in relazione con Dio, perché l’uomo sa che solo in Dio trova consistenza. Solo in Dio l’uomo può realmente entrare nella sua vera identità e nel suo vero destino. L’uomo è la sola creatura capace di autocoscienza e di ricerca di significato e tutti sperimentiamo come la presenza di un senso delle cose, coincida e sia direttamente proporzionale alla nostra libertà: senza senso non c’è libertà! L’uomo è – non solo ha – bisogno di verità, giustizia, felicità, amore… Cristo, Dio che si fa uomo, risponde a tutte queste domande, perché apre la possibilità del compimento dell’io, del pieno significato del nostro esistere e della possibilità che il “grido dell’uomo” trovi un interlocutore capace innanzitutto di abbracciarlo. Poi di rispondere in modo ragionevole, cioè, adeguato alla ragione umana».

Quindi, questo è un mistero anche razionalmente comprensibile. Essendo noi esseri umani dotati di un desiderio assoluto dinfinito, senza una promessa di eternità resa possibile dalla condivisione di Dio della nostra condizione, la vita sarebbe solo uno scherzo crudele?

«Dipende da cosa si intende per “razionalmente comprensibile”. Se si ha un concetto di tipo tecno-scientista, per cui la ragione umana si riduce a essere la misura di tutte le cose, allora direi di no: la decisione sovrana di Dio di manifestarsi all’uomo, facendosi uomo, non è “misurabile”, né prevedibile dalla ragione. Se, al contrario, si ha un concetto ampio di ragione, secondo il richiamo di Papa Benedetto XVI nello storico discorso di Regensburg a “dilatare i confini della razionalità”, per cui la ragione è concepita per quello che essa è, una “finestra spalancata sulla realtà”, allora certamente sì. La ragione, per sua natura, cerca risposte alle proprie domande esistenziali. Potremmo dire che la ragione, per il solo fatto di esistere, ha da sempre invocato “una risposta”. La divina Rivelazione cristiana è questa risposta. Il fatto che Dio si sia incarnato, rende accoglibile questa risposta, perché commisurata a quanto l’uomo può comprendere: la condivisione dell’umano, l’espressione in linguaggio umano, la prossimità alle pieghe dell’esistenza. Dio è credibile proprio perché si è fatto uomo e si è reso accessibile».

Una delle principali obiezioni è il dolore provocato dallingiustizia e dalla malvagità delluomo? Perché Dio tace di fronte a queste? Pensiamo alla guerra in Ucraina o ai massacri continui tra palestinesi e israeliani.

«La domanda sul dolore, soprattutto sul dolore innocente, è la domanda delle domande. Noi sappiamo, per divina Rivelazione, che il male è entrato nel mondo a causa del peccato e che ogni uomo sperimenta, nella propria vita, il dramma del peccato personale, che poi diviene peccato sociale. La maggior parte dei mali del mondo è causata dalla malvagità, dal cattivo uso del libero arbitrio, da parte degli uomini. Dio non tace, semplicemente rispetta la libertà che Egli stesso ha donato alla sua creatura, perché “se noi manchiamo di fede, Egli però rimane fedele, perché non può rinnegare sé stesso” (2Tim 2,13). Dio soffre, Dio odia perfettamente il male, le perversità e i crimini barbari che commettiamo. Però Egli rispetta le opere buone e cattive, e le scelte e le decisioni dell’uomo e dei responsabili politici che, per esempio, hanno deciso e programmato la guerra in Ucraina e in Palestina, provocando così tanti massacri e sofferenze di popolazioni innocenti. Però nella nostra fede cristiana, crediamo che Cristo Signore, poi, ha assunto su di sé tutto il male del mondo, morendo sulla croce. Per questo, solo nella luce della croce, cioè nella fede in Dio che muore con tutti gli innocenti, è possibile stare di fronte al mistero del dolore, sia invocandone la liberazione, sia permanendo nella comunione con Dio e con i fratelli. La risposta a tutte le brutture del mondo resta sempre la divina misericordia».

Qual è lattualità del cristianesimo? Perché è una risposta credibile al mondo contemporaneo?

«L’attualità del cristianesimo è l’attualità dell’uomo. Al di là di tutti i condizionamenti storici, culturali e sociali, noi sappiamo che l’uomo, il cuore dell’uomo è sempre uguale a sé stesso, con sempre delle esigenze che gridano salvezza. Certamente queste, molto spesso, sono silenziate, perché fanno così male che non incontrare una risposta può essere terribile; ed allora scatta il meccanismo dell’anestesia individuale o sociale, della fuga dalle domande, che però è fuga da se stessi. In una cultura che voglia “farla finita con l’uomo”, il cristianesimo risulta estraneo, ma se vogliamo continuare a esistere e a esistere con un senso, allora non possiamo non guardare alla proposta di Cristo, unica persona divina-umana, che dà senso, dignità, consistenza e vera felicità all’esistenza umana. Infine, nessuna tradizione storico-religiosa ama la libertà umana più del cristianesimo, e anche in questo è attualissimo».

Duemila anni fa Cristo fu accolto dai pastori e respinto dagli intellettuali e i presunti costruttori di civiltà. Perché oggi i cristiani, nonostante anche San Paolo ammonisse di non conformarsi, sono così preoccupati di avere il consenso del mondo?

«Non penso che tutti i cristiani cerchino affannosamente il consenso del mondo. Certamente alcuni paiono rincorrerlo irragionevolmente, credendo di trovare risposte più “a buon mercato”. Qualcuno lo fa, ingenuamente, pensando di essere più accettato o di evangelizzare. Forse è vero che il mondo è penetrato molto nella mentalità di tutti e questo è accaduto anche tra i cristiani e nella Chiesa; ma l’umanità non ha bisogno di una Chiesa più umana, più immersa nelle tenebre del nostro mondo, nascondendo così la luce del vangelo di Cristo, ma di una Chiesa più divina, di una comunità credente più raggiante di valori cristiani, che abbia consapevolezza della propria identità di “presenza divina nel mondo” ed offra a tutti gli uomini l’esperienza della prossimità di Dio, indicando costantemente la sua presenza».

Proclamando i diritti umani e civili come prioritari le agenzie internazionali, gran parte dei media e delle comunità artistiche tendono a creare le premesse di una nuova religione che renda superflua la ricerca della trascendenza?

«La ricerca della trascendenza non sarà mai superflua, perché appartiene all’identità dell’uomo; finché ci sarà un solo uomo, questi cercherà il significato dell’essere e della vita, dunque cercherà il mistero, l’infinito, la trascendenza, Dio. Il grande tema dei diritti umani e civili, di cui il cristianesimo è sempre il primo vero promotore, domanda di essere declinato insieme alla verità sull’uomo ed al bene comune. Senza questa “compagnia virtuosa”, i diritti umani divengono mera obbedienza a una arbitraria soggettività e quelli civili pretesa di riconoscimento pubblico dei propri desideri, anche volgari, indegni di un essere umano, non sempre corrispondenti alla propria profonda identità e natura. Certamente la consapevolezza della irrinunciabilità della dimensione religiosa può portare a immaginare una “super-religione” mondiale aconfessionale e priva di ogni dottrina, di ogni insegnamento morale e di ogni trascendenza, ma non basterà mai al cuore dell’uomo».

Questa nuova religione sta attuando la sua prova generale durante la gestione globalizzata delle varie emergenze, cominciando dalla pandemia del Covid e proseguendo con quella ambientale?

«Le nuove tecnologie, utilizzate in tempi di emergenza, possono certamente creare l’illusione, in chi le gestisce, di un “controllo globale”. Non sono lontani gli esempi di Stati che, in certo modo, anche se ancora su base volontaria, stanno già attuando quello che si chiama “punteggio sociale”, divenuto un vero e proprio status symbol, che sostituisce ogni valutazione dell’agire morale, privato e sociale, divenendo nuovo criterio di giudizio. È sempre necessario, nelle emergenze, da parte di tutti conservare un vivo senso critico, senza mai lasciarsi prendere dal panico e, da parte delle autorità, evitare decisioni non sufficientemente ponderate. La chiusura delle chiese, forse, è stata una di queste».

Che cosa ha suscitato in lei la rappresentazione artistica allestita in occasione della cerimonia inaugurale delle ultime Olimpiadi, forse levento più globale del pianeta?

«Al di là del cattivo gusto e dell’oggettiva “bruttezza” della rappresentazione, che nulla aveva di artistico, mi pare sia stata la misura dell’odio al fatto cristiano. Mi ha positivamente stupito che la Conferenza episcopale francese, che certamente non può essere accusata di oscurantismo, abbia espresso una protesta formale, seguita da quella della Santa Sede. Vede, quella rappresentazione blasfema e satanica ha mostrato al mondo come i finti irenismi non abbiano spazio e come la battaglia per la verità e il bene sia, in fondo, sempre anche una battaglia soprannaturale. E le battaglie soprannaturali si combattono con le armi soprannaturali: la preghiera, i sacramenti e i sacramentali, inclusi gli esorcismi. Sono molto legato e grato alla Francia, paese a cui la mia storia personale deve moltissimo, e so che quella rappresentazione non è stata affatto l’espressione di tutto il popolo francese, ma di una minoranza ideologizzata, massonica e opportunamente finanziata».

Tra i nuovi diritti proclamati dagli intellettuali e anche da molte personalità del clero c’è quello a emigrare. Perché si fa molto di meno per favorire il diritto, forse più primordiale, a crescere là dove si è nati?

«Non esiste il diritto a emigrare, se l’emigrazione è forzata, organizzata, pianificata per nascondere una forma nuova di schiavitù o di traffico di esseri umani. Esiste il diritto a una vita buona, a esprimere le qualità della propria personalità, a non morire di fame o di malattie perfettamente curabili, e tutto questo potrebbe essere realizzato nei vari Paesi del mondo in difficoltà. Basterebbe ricordare che un terzo del cibo prodotto nel mondo viene gettato via».

Poche settimane fa sono usciti i dati dellAnnuario cattolico. Per la sua conoscenza del mondo africano ed europeo, come si spiega il fatto che i cattolici sono in aumento in tutti i continenti a eccezione che in Europa?

«Credo ci sia una fondamentale ragione di tipo demografico. Noi in Africa amiamo la vita, nonostante tutte le sue difficoltà. A me fa una certa impressione passeggiare in alcune città dell’Europa e non vedere, per ore e ore, un solo bambino. La vera emergenza dell’Europa è quella demografica e alcuni governi lo stanno comprendendo. Il cruciale problema demografico viene dalla distruzione sistematica della famiglia, del matrimonio, dall’egoismo e dall’individualismo come scelta della società occidentale. Ciò chiude una società in sé stessa. Tutto il mondo sarebbe molto più povero senza gli europei e senza gli italiani. Bisogna guardarsi attentamente da ogni tentazione o illusione di sostituzione etnica. Poi c’è una freschezza del cristianesimo africano, vivace e dinamico, perché giovane, che forse quello europeo, un po’ stanco e troppo istituzionalizzato, può aver perduto. Infine, c’è l’ideologia illuminista anticristiana e soprattutto anticattolica, che in Africa non è mai sbarcata, se non per quegli intellettuali che hanno studiato in Europa, esportandone il peggio».

Quali responsabilità ha la Chiesa nellallontanamento di molti dal cristianesimo? O, per dirla con T. S. Eliot, è la Chiesa che ha abbandonato lumanità o lumanità che ha abbandonato la Chiesa?

«L’uomo abbandona la Chiesa, o la fede, ogni volta che si dimentica di sé stesso, che censura le proprie domande fondamentali; la Chiesa non ha mai abbandonato e mai abbandonerà l’uomo. Alcuni cristiani, a ogni grado della gerarchia, possono aver abbandonato gli uomini ogni volta che non sono stati sé stessi, cioè ogni volta che si sono vergognati di Cristo, tacendo la ragione unica del proprio essere cristiani».

Perché, a suo avviso, negli ultimi concistori papa Francesco ha creato solo tre cardinali africani?

«Questo non lo so, bisognerebbe chiederlo al Santo Padre. La Chiesa africana non è in concorrenza con le Chiese sorelle ed è molto onorata di avere nuovi cardinali».

 

La Verità, 14 dicembre 2024

«La donna cattolica? La più potente che c’è»

Una specie di Wonder woman del matrimonio indissolubile. «Una cattolica tradizionale sotto copertura», come si autodefinisce. Una donna sposata con lo stesso uomo da quasi 25 anni, madre di tre figlie e pure una professionista che gira il mondo occupandosi di export. È Anna Porchetti, autrice di Amatevi finché morte non vi separi (Effatà), scritto con leggerezza come una lettera aperta alle mogli, fidanzate, compagne e ragazze in affannosa ricerca dell’anima gemella.

Com’è nato questo libro?

«Per caso. Eravamo chiusi dal lockdown quando ho cominciato a vedere che, proprio durante la pandemia, alcune coppie erano entrate in crisi. Anche coppie che ritenevo solide. Così ho iniziato ad appuntarmi che cosa tiene saldi i matrimoni e quali sono le trappole da evitare. Quegli appunti sono diventati un testo».

Oggi tutto cospira contro il matrimonio tradizionale: è un libro folle?

«Sì, ma credo necessario. Un matrimonio fallito è un lutto per marito e moglie. Se ci sono dei figli, è ancora più doloroso per tutti».

È partita soprattutto dalle situazioni di crisi?

«Ho pensato quali consigli potevano aiutare certi matrimoni a riprendersi anziché a interrompersi. Avevo notato che quando una coppia è in difficoltà, spesso gli amici si limitano a passare il numero di un “avvocato civilista bravissimo”. Invece, magari quella coppia ha bisogno di aiuto per provare a stare insieme non per dividersi».

Contro quante mode va un libro così?

«Soprattutto contro l’idea del matrimonio a tempo, dell’amore eterno finché dura».

Qual è l’ostacolo principale alla tenuta?

«L’incapacità di accettare la fatica di un rapporto che, per tanti motivi, può incrinarsi».

Lei punta a ripararlo?

«Sì. Anche i coniugi che si vogliono bene commettono errori. Ma siccome non siamo preparati ad affrontare queste dinamiche, se non si va d’accordo su qualcosa o l’altro ci ha deluso, buttiamo via tutto perché pensiamo che dividerci sia la cosa giusta».

Lei però non è una matrimonialista, una psicologa o un’esperta.

«Sul piano teorico sono incompetente, perciò non voglio salire in cattedra. Il mio è un manuale umoristico per far sorridere e riflettere allo stesso tempo sulla base dell’esperienza di moglie da un quarto di secolo che, come avviene a tante, ha affrontato momenti di difficoltà».

Perché propone il matrimonio in chiesa?

«È la base, per chi crede. Per chi non crede ci sono tanti posti bellissimi».

Però i matrimoni religiosi, pur triplicati rispetto al periodo della pandemia, continuano a calare.

«Se si è credenti, non si può immaginare di unirsi a qualcuno senza il sacramento. Che poi fa la differenza».

Senza l’aiuto divino il matrimonio indissolubile è impossibile?

«Succede che anche i matrimoni sacramentali vadano in crisi e si sciolgano. Ma senza il sacramento forse è più difficile durare. Un rapporto dell’Istat documenta che i matrimoni religiosi hanno una percentuale più bassa di separazioni e divorzi. Credo che un’unione tra uomini e basta sia più sottoposta alla variabilità delle emozioni e delle passioni».

Mentre il matrimonio cristiano…

«È un’unione più solida perché è un patto a tre, con Dio che opera attraverso lo Spirito Santo. C’è qualcosa più dell’umano».

Oggi va più di moda la convivenza.

«Abbassa il rischio e anche l’investimento emotivo».

L’altro giorno su Real time è partita la decima edizione di Matrimonio a prima vista.

«L’ho visto qualche volta, all’inizio ero molto curiosa».

Sei sconosciuti, tre donne e tre uomini, si incontrano e si sposano guidati da esperti, vanno a convivere e dopo un mese decidono se confermare le nozze o divorziare.

«Quasi sempre emergono l’immaturità e l’egoismo che sono le ragioni per cui quelle persone erano rimaste single fino a quel momento».

Oggi chi si prende un impegno per la vita?

«Abbiamo trasformato i desideri in diritti e ci siamo dimenticati i doveri».

Per esempio?

«Quando ci si sposa si acquisisce il diritto di stare con quella persona, ma anche il dovere di amarla, onorarla e rispettarla. Invece, pretendiamo il diritto, ma non accettiamo il dovere».

Si pensa che basti il sentimento?

«Quando l’emozione è al top va tutto bene, quando cala si comincia a pensare di aver fatto la scelta sbagliata e si vuole scappare».

Cosa ostacola di più la tenuta delle unioni?

«L’idea che se il matrimonio non tiene si può voltare pagina e ricominciare con un altro o un’altra. Va bene, hai fatto un’esperienza. C’è una visione esperienziale e non valoriale del matrimonio. Nella mentalità moderna manca la capacità di resistenza alla frustrazione, la rifiutiamo. Ci sottraiamo alla prima difficoltà. O, appena ci annoiamo, cerchiamo nuove emozioni e nuove situazioni comfort, come direbbero gli inglesi».

Puntare al matrimonio indissolubile è ambizione o presunzione?

«È una piccola follia che va contro gli appetiti umani. È un percorso di santità, per questo l’aiuto divino è importante».

Il segreto di un matrimonio che funziona è dimenticarsi d’inseguire la perfezione?

«La perfezione è un’illusione e un inganno della nostra contemporaneità. È un attributo del divino e quando ce lo attacchiamo noi umani sulla maglietta facciamo disastri. È un grande alibi ai nostri fallimenti: non siamo perfetti, perciò non possiamo amarci e stare insieme tutta la vita».

Un altro segreto è accettare la differenza dell’altro sesso. È un luogo comune disegnare le donne multitasking e gli uomini monotasking?

«Come molte formule non è detto che corrisponda alla verità. Oggi non siamo progettati per accettare la differenza».

In che senso?

«Spesso si sente dire: ci siamo lasciati perché siamo incompatibili. Ovvio, siete un uomo e una donna. La differenza va messa nel conto in partenza, non dev’essere una sorpresa che decreta la fine del rapporto».

Lei suggerisce di stimare il partner superiore a sé in qualcosa: nella mentalità comune gli uomini sono un po’ deprezzati?

«Sono maltrattati, perciò è importante che almeno le loro compagne e mogli imparino ad apprezzarli».

Si parla molto di mascolinità tossica.

«Ma anche di mancanza di virilità. C’è una svalutazione dell’uomo come maschio».

Perché si definisce «una cattolica tradizionalista sotto copertura»?

«Perché oggi c’è un astio spaventoso nei confronti dei cattolici che ammettono di esserlo».

Già l’idea dell’ammissione, quasi fosse una colpa, è sintomatica.

«Essere cattolici tradizionali è l’unica vera scelta scandalosa che c’è oggi. Tutte le altre opzioni sono state sdoganate».

Perché?

«Si pensa che cattolico sia sinonimo di bigotto, persona culturalmente e antropologicamente inferiore, di vedute ristrette. Invece è straordinario che il progresso della cultura occidentale derivi dalla cultura cristiana. La storia dell’arte, cominciando dalla possibilità di raffigurare il volto divino e umano, viene dal Concilio di Nicea. Nelle altre religioni monoteiste questa possibilità è contrastata».

Dopo questo libro la copertura è saltata?

«In realtà, salta subito. Ho un aspetto da persona normale, anche se poi mi comporto da cattolica».

Un cattolico non è una persona normale?

«Nell’immaginario, no. Le donne s’immaginano beghine con il gonnellone lungo e i capelli arruffati. Gli uomini ottusi e sessualmente repressi. Invece, anche le donne cattoliche mettono la minigonna».

Sono sessualmente libere?

«Se libertà è dire di sì o di no a seconda di come ci si sente, le uniche libere di negarsi sono le donne cattoliche. Le altre sono sottoposte a pressioni di fronte alle quali non hanno argomenti per opporsi».

È liberatorio consigliare il sesso dopo il matrimonio?

«Liberatorio e anche utile per la salute delle persone e delle relazioni».

Qual è la convenienza?

«Aver identificato la persona che si vuole amare per tutta la vita, mentre oggi il sesso è un’attività d’intrattenimento. E il partner è usato per il piacere, senza che ci sia interesse per lui o lei».

Da cattolica tradizionale disapprova aborto ed eutanasia?

«Trovo allucinante che ci abbiano convinto che il primo nemico da eliminare sia nostro figlio».

Una cattolica tradizionale è disegnata in modo non corrispondente come Jessica Rabbit?

«È una donna che si autodetermina, molto empowered, molto potente. Non riesco a immaginare una cosa più empowering che dare la vita».

Cos’ha fatto per la festa della donna?

«Non vedo tutti questi motivi per festeggiare».

Perché?

«Le donne restano soggette al giudizio dell’opinione pubblica per cui quasi tutto quello che fanno è sbagliato».

Tipo?

«Se decide di stare a casa e dedicarsi alla famiglia vuol dire che è arretrata, annichilita e priva di ambizioni».

O vittima della società patriarcale?

«Tra i luoghi comuni sulle donne che non lavorano c’è anche questo. La libera scelta è un po’ un’utopia».

Cosa vuol dire?

«Che le attività di cura della famiglia e dei figli sono considerate prive di valore. Una donna che le sceglie dev’essere per forza stata plagiata. Non che le donne che lavorano e hanno famiglia siano giudicate meglio…».

Perché?

«Si ritiene che o sono cattive madri o cattive lavoratrici o entrambe. Anche le donne che decidono di non aver figli sono considerate di minor valore, quindi non c’è scampo».

L’emancipazione della donna resta lontana?

«Il femminismo ha posto la domanda giusta, ma ha dato una risposta sbagliata. Chiedere alle donne che cosa volessero fare di loro stesse era giusto. Ma la risposta è stata deludente e ingannevole perché sembra che l’unica liberazione sia contrapporsi all’uomo e rinunciare alla famiglia. Tutte realtà che invece ci rendono felici perché abbiamo bisogno di amare ed essere amate».

Cosa pensa della parità di genere?

«Penso sia giusto e sacrosanto che uomini e donne abbiano gli stessi diritti e accesso alle medesime opportunità. Però non mi piace la tendenza a uniformare tutto, perché le vite di un uomo e di una donna comportano sfide e necessità diverse».

È contenta di Giorgia Meloni premier?

«Non m’interesso molto di politica, ma sono contenta di avere un presidente del consiglio donna, tanto più madre. Ma non penso che una persona sola possa risolvere le battaglie aperte della condizione femminile».

Non facendo battaglie femministe è un po’ meno utile alla causa delle donne?

«Ritengo un po’ sorpassate le battaglie femministe. Quando vedo che si scende in piazza per difendere l’interruzione della gravidanza mentre non c’è nessun progetto di abrogazione della legge mi sembra che siamo finiti in un corto circuito. Non serve difendere un diritto che non è sotto minaccia. Però lo sbarramento preventivo ci impedisce di fare una riflessione più profonda sull’aborto».

«Il Muro è caduto, ma il comunismo è vivo»

Una storica dell’anima. Una narratrice delle persone semplici, capace di una tenerezza e di una pietas che non hanno nulla a che vedere con il buonismo patinato di moda. Svetlana Aleksievic, premio Nobel per la letteratura 2015, è stata protagonista dell’annuale appuntamento dell’università di Padova con un premio Nobel con una lezione intitolata: «Abbiamo paura della libertà». Bielorussa, perseguitata dal regime del presidente Aljaksandr Lukasenko, riparata a lungo in Europa e tornata a vivere a Minsk nel 2011, Aleksievic ha scritto grandi reportage sugli eventi più tragici della Russia, dalla guerra in Afghanistan al disastro di Chernobyl (Ragazzi di zinco e Preghiera per Chernobyl, dal quale è stata tratta la pluripremiata serie tv; entrambi riproposti dalle edizioni e/o). Citando i festeggiamenti per i trent’anni della caduta del Muro di Berlino, ha osservato che «abbiamo goduto di queste manifestazioni come in una sorta di grande luna park. Ma se oggi riguardiamo ai nostri anni Novanta ci accorgiamo che eravamo dei romantici perché ci illudevamo che la nostra vita si sarebbe trasformata in una festa della libertà. Poco alla volta ci siamo resi conto che la nostra era una rappresentazione naif di quello che stava accadendo. Per esempio, non sapevamo molto di ciò che avevano vissuto i dissidenti russi, perché conoscevamo solo il piano di creare l’uomo perfetto, l’homo sovieticus, un personaggio tragico. Sulle facciate delle baracche dei lager staliniani che avevo visitato campeggiava lo slogan imperativo: “Convogliamo con mano di ferro l’umanità verso la felicità”. Così, finalmente, stiamo prendendo coscienza che la strada della libertà è ancora tortuosa e tragica. Perché il comunismo continua a espandersi».

La libertà è uno dei suoi pilastri irrinunciabili della civiltà moderna: perché non è ancora una conquista sicura?

«Purtroppo il fascismo fa parte della nostra vita perché in democrazia è la maggioranza che governa. Così è ancora il fascismo a decidere».

Usa il termine fascismo come sinonimo di dittatura o come espressione di un sistema storicamente definito?

«Il premio Nobel Czeslaw Milosz ha dichiarato che presto il fascismo si mostrerà a tutti come un’operetta di cattivo gusto al confronto con il comunismo che penetra in maniera profonda nella natura umana. Il comunismo proclamava un sistema di vita uguale per tutti e perciò era considerato giusto. Quello che stiamo vivendo è un momento difficile perché tutti coloro che desiderano una vita nuova non pensano che quando il benessere si diffonderà anche loro saranno benestanti. Di solito si sottolinea come vivono bene gli altri senza riconoscere come viviamo bene noi».

Essendo più affascinante, il comunismo è più pericoloso?

«Il fascismo è più diretto, più semplice. Il comunismo propone delle idee affascinanti».

Perché ritiene che il comunismo sia in espansione?

«A Mosca e a San Pietroburgo è difficile trovare qualcuno davvero felice. Il comunismo non vuole morire e cercherà ancora a lungo di impossessarsi delle nostre menti. I russi di oggi rimpiangono quello che avevano i loro genitori e i loro nonni. Vorrebbero conservare la proprietà privata, ma anche una certa idea egualitaria. Il modello cinese esercita un certo fascino. Sto intervistando tante persone che rimpiangono il fatto che in passato erano tutti uguali, che si lavorava di meno e la vita era più semplice. Rimpiangono l’epoca di Leonid Breznev: se ricordi loro i lager e i gulag ti rispondono citando la vittoria della Seconda guerra mondiale».

Nei suoi libri ha raccontato la guerra e la catastrofe nucleare di Chernobyl, concentrandosi sulla descrizione del male.

«Voglio descrivere il male nella quotidianità delle guerre, nei piccoli conflitti che ci sono. Voglio capire perché viviamo così».

Che risposta si e data? Il male viene dalla superbia dell’uomo che si ritiene onnipotente grazie alla tecnologia o dall’ideologia?

«Il male proviene dall’ideologia. Lo abbiamo visto anche nel periodo di Boris Eltsin, presunto riformatore, vittima dell’alcolismo. Vladimir Putin ha creato un programma di recupero di ciò che è stato e ha trasformato a proprio vantaggio il pericolo del ritorno del comunismo. La difesa dagli attacchi alla Russia è stato il punto di partenza della sua ascesa. Il popolo taceva e lui ha cominciato a parlare. Disse che avrebbero cercato e ucciso i Ceceni, nemici della Russia, fin dentro i bagni».

Si definisce una storica dell’anima. Chi ha visto la serie tv Chernobyl ricorda la storia della vedova del vigile del fuoco Vasilij Ignatenko che nel libro è ancora più drammatica. Da che cosa le viene questa pietas?

«Sono cresciuta tra queste persone e le ho osservate. Mi sono sempre chiesta perché nessuno capisce queste sofferenze».

Nella sua letteratura le voci degli umili diventano protagoniste.

«Perché parlare sempre degli eroi e non delle persone semplici?».

Annota che il giorno dell’esplosione della centrale nucleare di Fukushima venne presentata la nuova versione dell’ipad: perché mette in relazione questi due eventi?

«La relazione è data dalle prospettive tecnologiche. Produciamo oggetti e sistemi che poi non sappiamo gestire. È come se la tecnica fosse già più alta di noi. Il nostro inchinarci davanti a ogni nuova versione di cellulare o tablet è una forma di follia collettiva».

È l’illusione dell’onnipotenza che deriva dalla tecnologia?

«Non solo, anche il fatto che va oltre le nostre possibilità di gestirla».

Gli scienziati nucleari di diversi paesi le hanno detto che le loro centrali «sono affidabilissime».

«Un funzionario russo ha sostenuto che se ne poteva installare una sulla Piazza Rossa. Uno giapponese mi ha risposto che quello delle centrali nucleari è un problema di noi russi. Poi c’è stato il disastro di Fukushima».

«Quanto uomo c’è nell’uomo?», si chiede Fëdor Dostoevskij. È ottimista a questo proposito?

«Non sono molto ottimista. Credo sia necessario un cambio di mentalità. Io vivo in un condominio nel quale ogni singolo membro di tutte le famiglie che lo abitano possiede un’auto. Che umanità possiamo vedere in questa situazione?».

Il suo pessimismo è determinato dalla corsa frenetica al benessere?

«Sì».

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