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«L’Unione inventa nemici finti per sopravvivere»

Toni Capuozzo ha trascorso l’estate a Pantelleria a scrivere i testi di un programma televisivo e di uno spettacolo teatrale. «L’anno prossimo saranno 50 anni dal terremoto del Friuli e con il pianista Remo Anzovino, anche lui friulano, vogliamo provare a ricordarlo a modo nostro».
Si prepara anche a tornare in tv: quando e dove?
«In dicembre su Rete 4, con un programma che si chiama I giganti, dedicato ai grandi che hanno fatto la storia. È un ciclo di quattro puntate, cui forse ne seguiranno altri».
Chi saranno i primi giganti?
«Karol Woytila, la Regina Elisabetta, John Fitzgerald Kennedy e Leonardo da Vinci».
Leonardo?
«È un programma che non ha un tempo di elezione. Potevano esserci l’imperatore Adriano, Ciro il Grande o Giulio Cesare. Sono personaggi scelti in base al peso avuto nella storia, non in base all’epoca».
Di chi è stata l’idea?
«Di Pier Silvio Berlusconi».
C’entra la sua lettera a Silvio Berlusconi quando è mancato?
«Non ci ho pensato. Mi hanno chiesto di raccontare queste figure con il piglio dell’inviato. In passato, ho raccontato tante tragedie e personaggi minori. Dopo aver scartabellato tra i libri di storia, proverò a togliere un po’ di polvere a questi personaggi».
Perché è utile farne memoria?
«Essendomi occupato più volte di conflitti in Europa ho constatato che da una parte, la nostra, tendiamo a condannare la memoria, mentre a Est la si coltiva perché si è consapevoli che il passato insegna. Mi fa pensare la leggerezza con cui certi leader di oggi usano il termine “guerra”. Soffriamo di una forma di anoressia della memoria. Oggi siamo impegnati nella difesa dell’Ucraina e ci sfugge che il Donbass un diritto alla secessione ce l’aveva. Così come ce l’aveva il Kosovo, per difendere il quale siamo intervenuti. Oppure dimentichiamo che c’è stata la Brexit visto che oggi, a capo della coalizione dei “Volenterosi”, c’è il leader britannico Keir Starmer».
Perché ha scritto Vite di confine (Biblioteca dell’immagine): una sorta di «spoon river» sulle tante storie attraversate dai rivolgimenti della Giulia, di Gorizia e dell’Istria?
«Intanto perché sono nato e cresciuto da quelle parti. Poi perché ho passato la vita a raccontare guerre lontane che si combattono per contrasti sul possesso del territorio o delle materie prime. Così ho provato a rileggere la storia di queste terre con l’occhio di chi pensa che non siamo migliori dei russi e degli ucraini o più civili degli ebrei e dei palestinesi. Forse siamo più pacifici perché tanti danni li abbiamo già fatti. Quel confine è stato teatro di due guerre. Ci sono stati il Carso della Prima guerra mondiale e i partigiani di Tito e le foibe nella Seconda. Gorizia e Nuova Gorica sono capitale europea della cultura 2025».
Le comunità su quel confine colpite dalla globalizzazione sono un mondo finito?
«Non credo. La globalizzazione ha spinto per contraccolpo tante comunità locali ad avere più care le proprie radici e la propria storia. Il che non significa essere nemici della globalizzazione, ma guardarla con la propria identità».
Storia e radici sono risorse da cui ripartire?
«Certo. Purtroppo, molti conflitti, come in Siria, in Palestina o tra Russia e Ucraina, sono provocati da contrasti di identità. Due stili di vita, due caratteri e due modi di parlare che ci fanno ragionare in termini di “noi e gli altri” spesso si incarnano come unghie nella storia. I conflitti identitari sono più granitici dei conflitti d’interessi».
Perché in questi casi è più difficile mediare?
«Perché non è facile comprendere le identità senza negarle. Coinvolgere i sentimenti dei popoli è decisivo, ma purtroppo la nostra è un’Europa di ragionieri, non di popoli. Quando pensi a Erasmo puoi sentirti europeo, quando pensi ai trattati no. L’Europa è una banca di storia, di cultura e di appartenenze. Solo con le identità locali si può costruire un’identità comunitaria; essere europei non è in contraddizione con il sentirsi allo stesso tempo siciliani, valdostani o friulani».
Qual è il capitolo di storia ancora da scrivere che queste vite fanno emergere?
«Quello sul male compiuto. Il capitolo sul male che da italiani abbiamo fatto agli slavi durante il fascismo e il capitolo sul male che gli slavi hanno fatto agli italiani: i 600 desaparecidos di Gorizia e le migliaia di infoibati. Basta vedere le difficoltà di condividere sia il Giorno della Memoria che il Giorno del Ricordo per capirlo. Una visione idealistica ci porta a vedere tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra. Ma, sempre parlando dei capitoli da scrivere, ricordiamo che i buoni hanno chiuso la Seconda guerra mondiale lanciando due bombe atomiche su due città di civili».
Che cosa pensa della richiesta della Slovenia di vedersi restituite molte opere d’arte in possesso dell’Italia?
«Penso che il principio della restituzione di beni legalmente acquisiti debba essere applicato con buon senso. La restituzione all’Etiopia dell’Obelisco di Axum aveva un valore simbolico perché diceva il nostro pentimento di Paese colonialista e premiava l’orgoglio indipendentista del popolo africano. Nel caso della richiesta della Slovenia, mi pare appartenga a un puntiglio notarile, figlio della cancel culture che vorrebbe riportare indietro l’orologio della storia. Come in un gioco dell’oca in cui si riparte da zero. L’acquisizione di opere d’arte racconta un’epoca storica come lo fa, a volte egregiamente, l’architettura fascista. Al British museum ci sono pochissime opere british, ma tutti, da europei, ne abbiamo goduto. Se l’Egitto dovesse richiedere indietro le sue opere, il Museo egizio di Torino chiuderebbe».
Com’è nata l’idea di scrivere Cos’è la guerra – I conflitti spiegati ai ragazzi (Signs books)?
«La prima volta l’avevo scritto 15 anni fa per Mondadori. Ho deciso di aggiornarlo su richiesta di alcune scuole e sulla spinta degli ultimi conflitti, a Gaza e in Ucraina, dove il nostro coinvolgimento è maggiore sia a livello emotivo che come fornitori di armi. Da bambino orecchiavo le notizie sulle guerre senza accontentarmi delle versioni cinematografiche dove il buono non moriva mai. Oggi i videogiochi possono far pensare ai ragazzi che la violenza sia virtuale. Anche noi adulti siamo più incapaci di leggere la follia della guerra e più succubi di una paura sottile perché cresciuti in un mondo di pace. Ma se pensiamo che la Svizzera costruisce bunker antiatomici e che le nostre armi sparano al confine tra Ucraina e Russia ci rendiamo conto che la guerra non riguarda solo il passato. Capire i conflitti in modo razionale è importante come capire di salute, di economia, di politica».
Con l’invasione dell’Ucraina stiamo tornando a uno scenario da Guerra fredda?
«È più complicato perché l’America si sta tirando indietro. Questa rischia di essere una Guerra fredda regionale, che riguarda solo l’Europa».
Dall’altra parte, come abbiamo visto a Pechino, si uniscono.
«C’è coesione, a differenza di ciò che c’è nel nostro continente, baciato dal benessere, anziano, e che non ha nessuna intenzione di mandare i propri figli a combattere. Siamo l’Europa dei principi, una specie di club inglese, molto esoso, che dispensa mandati di cattura a questo e a quel nemico che poi vediamo accolto sul tappeto rosso non solo in America. Siamo un club livoroso che non conta niente».
Come giudica la strategia dei «Volenterosi»?
«Nel migliore dei casi, sognano qualcosa che non è. L’accordo di pace con l’odiato Putin è un esercizio verbale. L’Europa sta cercando di giustificare gli errori di questi anni in cui, invece di mettere in atto una grande operazione per spegnere il conflitto, ha perseguito l’idea di combattere “fino all’ultimo ucraino”. Se dal 2014 si fosse concesso quello che si sta definendo adesso si sarebbe evitato il pericolo di trasformare una crisi regionale in una guerra mondiale. Si è dovuto aspettare l’arrivo del puzzone Donald Trump per parlare di pace. Per tre anni l’ha fatto solo il Papa. Mentre si lavora solo per nascondere gli errori compiuti, parlare di difesa della democrazia e del diritto internazionale è recitare una fiaba per bambini».
Diminuiscono anche le speranze di una soluzione in Medio Oriente.
«Lì la pace sembra una missione impossibile. Non ci sono spazi di mediazione a causa del fatto che, da Camp David in poi, i palestinesi hanno rifiutato accordi per i quali oggi brinderebbero. Esaurite le mediazioni resta la forza che, in questo momento, è dalla parte di Israele. Il quale se ne frega delle condanne del mondo. Come diceva Golda Meir: “Preferiamo le vostre condanne alle vostre condoglianze”. Non possiamo illuderci che si possa sconfiggere Hamas con strumenti militari: i ragazzi palestinesi che adesso hanno 11 anni, tra altri 10 anni cercheranno di replicare il 7 ottobre».
L’opinione pubblica europea però simpatizza per il popolo palestinese.
«Perché è un’opinione pubblica parolaia. La stessa che pensa di attuare la parità di genere cambiando le desinenze alle parole. O che raccoglie firme per escludere gli attori filo israeliani dalla Mostra di Venezia. Non faccio sconti a Netanyahu, ma non parlo di “genocidio” perché è solo un modo per dirsi dalla parte giusta. “Pulizia etnica” è già abbastanza grave».
Con sollievo di molti, Donald Trump non prenderà il Nobel, magari lo prenderà la Flotilla di Greta Thunberg?
«Sarebbe la tomba del Nobel. Che per altro è già in agonia da quando l’ha conferito a Barack Obama che faceva stragi di civili con i droni. Chi è stato in Afghanistan sa che ogni assembramento, fosse un matrimonio o un funerale, veniva bombardato senza troppe distinzioni. La Flotilla non verrà trattata con i guanti bianchi e Israele sarà accusato di essere violento e repressivo. È una regia già scritta da anime belle».
Cosa pensa degli ultimi richiami al protagonismo dell’Ue?
«Mi sembra una forma di accanimento terapeutico. Per tenere in vita un’istituzione morente e risollevare i consensi calanti in patria, non c’è di meglio che inventarsi un nemico. La Russia che vuole invaderci è perfetta».
È giusto giocare Italia Israele di calcio allo stadio di Udine o pensa che sia inopportuno?
«Per me sì. Si può anche esibire sugli spalti una bandiera palestinese, potrebbe essere un modo polemico di dialogare. Rinunciare alla partita sarebbe la condanna del silenzio».
Un’ultima domanda: che idea si è fatto della chiusura del programma radiofonico di Marcello Foa?
«Negli ambienti dove agisce la criminalità organizzata, le persone che si presentano in pubblico annunciano la propria appartenenza e provenienza. Anche nel giornalismo accade qualcosa di simile. I cani sciolti sono più fragili ed esposti agli attacchi, conviene avere un guinzaglio. Foa non ce l’aveva».

 

La Verità, 4 settembre 2025

«La cacciata di Foa? Tutto inizia dalla riforma Renzi»

Carlo Freccero non è particolarmente sorpreso dalla cancellazione di Giù la maschera, la striscia quotidiana su Radio 1 ideata e condotta dall’ex presidente della Rai, Marcello Foa. L’ex direttore di Rai 2, personalità vulcanica che non si fa problemi ad andare controcorrente, propone un ragionamento più articolato che non si limita al livello della dirigenza di Viale Mazzini e alla sua insipienza. «Non mi stupisce che uno dei pochi veri giornalisti in circolazione, Marcello Foa, sia stato cancellato con il suo staff di eccellenza dai palinsesti radiofonici della Rai della prossima stagione».

Non la stupisce perché il programma è stato cancellato per volere della politica?

«Il nuovo direttore di Radio 1, Nicola Rao, persegue una sua linea editoriale che suppongo non tanto dettata da politiche culturali, quanto da esigenze propagandistiche».

Marcello Foa è un ex giornalista del Giornale, un autore di saggi sul controllo dell’informazione, che si può iscrivere al mondo conservatore come la dirigenza della Rai di oggi: non c’è contraddizione nel chiudergli il programma?

«Questa è una lettura superficiale. Da sempre Foa ha fatto della controinformazione il suo terreno d’indagine».

Quindi, lei non è sorpreso.

«No. Perché Foa è rilevante in quanto non allineato e impegnato a smontare la propaganda del potere. Quindi, indipendentemente dalla sua attribuzione a una parte politica, rappresenta il contrario di quella propaganda che ha oramai colonizzato i media mainstream espellendo informazione, pluralismo, cultura».

La chiusura del suo programma è più causata dalla cappa del pensiero unico che dall’irritazione di qualche politico del governo?

«Oggi pensare, riflettere, denunciare è diventato sinonimo di complottismo. E, al di là di ogni schieramento ideologico, rivendicare libertà di espressione viene percepito a livello sociale come una forma di vera e propria insubordinazione all’ordine costituito».

D’accordo. Tuttavia, resta il fatto che ai vertici di questa Rai c’è una dirigenza di destra. Foa ha detto che, se poteva aspettarsi l’estromissione da una Rai di sinistra, certo non se l’aspettava da questa governance.
«Lo capisco. Ma oggi non esistono governi di destra o di sinistra. Esistono governi. E nell’attuale congiuntura politica i governi hanno il compito di attuare agende che non scrivono loro».

E chi le scrive?

«Gli organismi internazionali come l’Unione europea, il World economic forum, l’Organizzazione mondiale della sanità, la Nato, piuttosto che la sigla ultima arrivata, la sedicente coalizione dei volenterosi».
Ma i governi dei diversi Paesi hanno programmi elettorali diversi e rispondono a elettorati diversi.

«I rapporti di forza, soprattutto a livello internazionale, sono altri. Il riallineamento alle agende degli organismi sovranazionali avviene indipendentemente dal messaggio sostenuto in campagna elettorale. Anzi, necessariamente, in contrasto con esso. Che sia di destra o di sinistra questo messaggio va adattato alle necessità di eseguire ordini “dall’alto”. E questo non può che generare frustrazione in quell’elettorato che ha delegato il proprio incaricato a cambiare le cose, a recuperare indipendenza di giudizio, a ricreare un margine di democrazia almeno apparente».
Caro Freccero, a questo punto scatta l’accusa di complottismo.

«Ma quale complottismo… basta guardarsi intorno. Una volta giunti al governo questi delegati del popolo, trasformati in presidenti del consiglio, hanno un unico obiettivo: durare. Quindi non hanno alcun interesse a difendere un’ideologia, che sia di destra o di sinistra. Perché, qualora venisse rievocata, non farebbe che sottolineare lo scostamento dalla linea politica sostenuta in campagna elettorale».
E i media non devono disturbare, è questa la sua tesi?
«Nei confronti dei media i governi non cercano di imporre una linea editoriale, quanto una propaganda autoreferenziale. Non chiedono cultura, ma obbedienza. Non premiano il merito e le eccellenze, anche all’interno della loro area culturale, quanto la difesa dell’operato governativo indipendente da tutto».

Rai compresa? È da qui che deriva la soppressione del programma di Foa?
«Davanti all’ennesimo episodio di attacco al pluralismo Rai come la cancellazione di Giù la maschera non posso che ripetere come un mantra la convinzione che ripeto a partire dal 2015. La causa di tutto risiede nella riforma voluta da Matteo Renzi che ha affidato le nomine Rai direttamente al governo. Si badi bene: non alla politica, al governo».
In questo caso il governo ha soppresso il programma di un giornalista della sua area.

«Gliel’ho già spiegato. I governi oggi rispondono ad automatismi internazionali che hanno abbandonato la contrapposizione destra/sinistra. Se mai attuano la volontà di poteri forti contro il popolo».
Siamo sempre a élite contro popolo?

«Esatto. Le scelte non riguardano più il capitale culturale, ma l’efficienza aziendale e l’obbedienza a decisioni editoriali prese altrove».

Un quadro tragico, senza via d’uscita?

«Al momento non ne vedo».

 

La Verità, 1 settembre 2025