Pier Silvio loda Giorgia e non chiude a Vannacci

È un Pier Silvio in buona forma quello che mercoledì sera negli studi di Cologno Monzese ha tenuto banco per tre ore illustrando il progetto di tv europea perseguito da MediaForEurope (Mfe), il boom di audience a ruota della Ruota della fortuna, le nuove proposte per la stagione 2026-2027 e non si è risparmiato nelle risposte a tutto campo anche su Roberto Vannacci, Donald Trump e Giorgia Meloni. Rispetto ad altre uscite, sembra subire meno la fascinazione politica, ma qualcosa dice lo stesso. «Gli attacchi di Trump mi hanno infastidito. Stimo il primo ministro, meglio di come si è comportata Giorgia Meloni sarebbe difficile. Ha mostrato equilibrio nel preservare l’alleanza, ma senza mollare il punto. Sono orgoglioso di essere italiano e da italiano devo essere con lei e sono con lei». Il passaggio sul fenomeno Vannacci sembra invece correggere l’aut aut posto di recente dalla sorella Marina tra Forza Italia e il generale. Se alla fine rientrasse nella coalizione, come dovrebbe comportarsi il partito di Antonio Tajani che è venuto qui a Cologno per confrontarsi con voi? «Non ho la presunzione di dire né al governo né a Forza Italia come devono agire nei confronti del generale. È un bravo comunicatore, ma un conto è la propaganda, un altro scrivere un programma politico. Vedremo se quello di Vannacci sarà coerente e compatibile con quello del centrodestra e di Forza Italia». Forse il portavoce di Marina Berlusconi, Manrico Lucchi, presente in sala, avrà preso nota.
Dunque, Berlusconi jr è in forma nonostante l’incidente automobilistico subito alla vigilia del terzo anniversario della morte del padre, al quale si è comunque presentato tonico («volevo fosse una festa con tutti i dipendenti») come stasera. E allora, via a raccontare la nuova tv europea che dall’Italia si allarga alla Germania, dove ora Mfe possiede il 75% di Prosiebensat1, e comprende Austria e Svizzera, oltre al Portogallo, che si aggiunge alla Spagna, dove c’è da sempre. In quest’anno sono successe molte cose. «Non c’era La Ruota della fortuna che ha cambiato un po’ le sorti della tv italiana», rivendica «con orgoglio. E non eravamo ancora sbarcati né in Germania né in Portogallo, per realizzare un agglomerato di tv europea che si poggia sulla tv generalista». Si vede che è una visione che lo motiva perché era già nelle ambizioni di Silvio Berlusconi, quando alla spagnola Telecinco abbinò la francese La Cinq. «Ci lavoriamo come pazzi da settembre», dice Pier Silvio. «Però, a un certo punto, ho capito che dovevamo ripartire da quello che siamo, editori televisivi, investendo sul prodotto, in controtendenza con i broadcaster che disinvestono». Serve un’evoluzione basata su «integrazioni e sinergie…». L’ad di Mfe ripete la parola «coraggio» per fronteggiare le multinazionali digitali con «la creazione di nuovi contenuti davvero crossmediali». I dati consentono buone dosi di ottimismo perché positivi sia in termini di audience che di fatturato. E in anticipo sulle previsioni nel conseguimento degli obiettivi (nel 2025, rispetto al 2020, + 149% di ricavi, + 117% nell’utile netto e + 140% nell’impiego di personale). «Non siamo un fast-food internazionale. Anche sul digitale dobbiamo far vivere i nostri contenuti, creando un’unica digital platform europea», annuncia, facendosi aiutare da slide che evidenziano la presenza di quattro marchi del gruppo (Verissimo, Grande Fratello, Amici e Zelig) nella top 5 dei social network italiani (il quinto è X-Factor). In uno scenario che comprende le guerre, la  variabile Trump e la concorrenza digitale, «la battaglia è tostissima. Ma noi siamo forti perché unici, siamo grandi perché europei», sottolinea Pier Silvio. Evidenziando, in realtà, una dicotomia tra prospettiva continentale e dimensione locale non facilissima da comporre.
Dopo la parte visionaria, tocca a Federico di Chio, direttore generale Marketing strategico, la comunicazione dei risultati della stagione trascorsa e dell’offerta della prossima. I numeri sorridono al Biscione. In prima serata (20.30-22.30) sul totale individui, fino al 10 giugno, cioè prima dell’inizio dei Mondiali di calcio, Mediaset conquista il 38,9% mentre la Rai si ferma al 36,9. Se invece si arriva fino al 4 luglio, Mediaset sale al 39,2% e la Rai si assesta al 37. Cioè, a sorpresa, con i Mondiali, il vantaggio del Biscione aumenta (forse diminuirà ora che i match diventano più interessanti). Ovviamente, il divario è maggiore nel target commerciale 15-64 anni. Su tutto, si stende l’influenza magica della Ruota della fortuna, «vincente tre sere su quattro su Affari tuoi». Nell’ultima stagione tra le 20.30 e le 22.30 lo share di Canale 5 è passato dal 14,3 al 21,3%, 7 punti in più che corrispondono a «un incremento del 50%», rimarca di Chio. Per la nuova stagione, oltre alle conferme dei marchi classici targati Maria De Filippi, al Grande Fratello vip, a un’edizione rinnovata dell’Isola dei famosi condotta da Selvaggia Lucarelli, Canale 5 punterà su alcuni eventi. Si comincia con Una storia importante con Eros Ramazzotti, poi Dive (con le grandi interpreti della canzone italiana), uno show con Gigi D’Alessio per celebrare la canzone napoletana, Un paese mille canzoni diretto dai Pooh e i concerti di Irama, Achille Lauro, Emma e Giorgia. Nella fiction, oltre ai ritorni delle serie con Sabrina Ferilli e Vanessa Incontrada, spicca Il mio nome è Carlo, tv movie sulla vita di Carlo Acutis, programmato il 12 ottobre, nel ventennale della morte. In seconda serata tornerà Risiko di Federico Rampini e spunterà un approfondimento politico di Bianca Berlinguer che, invece, su Rete 4 si sposterà al mercoledì. «È una decisione mia», fa sapere Pier Silvio. «Credo abbia senso che si smarchi da un prodotto concorrente che guarda dalla stessa parte. Andrà in onda al mercoledì e al martedì Milo Infante, che condurrà anche Ore 11», dice a conferma delle indiscrezioni dei giorni scorsi. La novità è il raddoppio dell’access primetime, con Paolo Del Debbio dal lunedì al giovedì e Realpolitik dal venerdì alla domenica. «Non è una bocciatura di Tommaso Labate, il 4% di media lo considero un buon risultato», chiarisce Mauro Crippa, direttore generale dell’Informazione del gruppo. Tutte le altre prime serate della rete all news restano confermate.
Espressa la soddisfazione per l’acquisizione delle Atp finals di tennis di Torino, negato qualsiasi veto alla collaborazione di Barbara D’Urso con la Rai, esternata l’apertura ad Amadeus, «se c’è un progetto editoriale», ora che Urbano Cairo ha detto che i rinnovi contrattuali non sono automatici, va registrata quella verso Enrico Mentana: «Per lui nutro stima, affetto e gratitudine in quanto fondatore del Tg5, perciò porte aperte», butta lì Berlusconi jr, e se son rose… Si chiude sull’agognato anticipo della prima serata: «Se la Rai, che è servizio pubblico, accorcia l’access, noi che siamo tv commerciale, la seguiremo. Un paio di stagioni fa noi avevamo ridotto il nostro, ma dalla Rai non abbiamo visto nessuna reazione. Perciò, adesso stiamo a guardare». E buona estate a tutti.

 

La Verità, 10 luglio 2026

La Rai si rifà il look e rimescola l’informazione

Per la presentazione dell’offerta televisiva 2026/2027 la Rai cambia look. Innanzitutto, conia un nuovo claim, «Rai c’è», un po’ generico e molto generalista, ma utile per diffondere orgoglio a 360 gradi. E poi cambia il volto di copertina, affidando a Incoronata Boccia, nuovo direttore dell’Ufficio stampa, la conduzione della convention dei palinsesti dal Teatro delle Muse di Ancona. Oltre l’immagine, però, s’intravede qualche novità anche nella sostanza e nella consapevolezza del ruolo di servizio pubblico in uno scenario in continua e rapida evoluzione. La «Rai c’è» come broadcaster che produce più ore di televisione in Europa, pur con un budget tra i più bassi. C’è come editore che aumenta il numero di ore d’informazione e approfondimento, passando da 400 nel 2023 a 700 nel 2025. Come azienda che licenzia il primo bilancio in attivo dopo otto anni. E che, pur senza presidente da due anni (Simona Agnes è ancora in stand-by, surrogata da Antonio Marano, consigliere anziano), in presenza di un direttore generale in bilico come Roberto Sergio, ha varato il nuovo piano industriale e avviato una ristrutturazione logistica e immobiliare (glissiamo sulle dimissioni della Commissione di vigilanza innescate dall’opposizione). Infine, «c’è come vero e proprio hub industriale che tiene in piedi intere filiere produttive dell’audiovisivo», sottolinea l’amministratore delegato Giampaolo Rossi. Che evidenzia un certo rammarico perché «siamo una realtà più stimata all’estero che in Italia. Tuttavia, a differenza di altri competitor pubblici e privati, siamo determinati a non subire, ma a interpretare e gestire il cambiamento in atto».
È un quadro forse un filo ottimistico quello dell’ad della Tv pubblica soprattutto se si pensa che, sebbene non si siano visti martiri tra coloro che hanno lasciato la Rai in questi anni e TeleMeloni sia una fake che gode di buona stampa, ancora non si riconosce un lavoro editoriale che evidenzi volti e programmi memorabili, nel segno di una discontinuità con il passato. Rossi, però, derubrica l’osservazione a polemica, appellandosi al ricambio in atto: «Nei nostri palinsesti c’è un tasso d’innovazione dei volti che non ha eguali». Che, però, finora non ha prodotto personalità carismatiche come ce n’erano con altre direzioni, da Michele Santoro a Gad Lerner, da Giovanni Minoli a Renzo Arbore, giusto per fare qualche nome. Di conseguenza, risulta difficile individuare un marchio di fabbrica di questa governance che vada oltre certe cancellazioni. Fortuna che quella di Via dei matti n 0, contestata dalla Verità, è scongiurata: nel 2027 Stefano Bollani e Valentina Cenni riprendono il loro posto su su Rai 3. Buon segno. A proposito di ritorni, si rivedranno i racconti noir di Carlo Lucarelli, mentre una cauta apertura si registra alla possibilità di quello di Amadeus: «La Rai è un’azienda aperta. Non ha chiusure di nessun tipo», premette il numero uno di Viale Mazzini. «La possibilità di un ritorno di Amadeus è legata all’esistenza di un’idea editoriale. Se ci sarà, se ne discuterà con i direttori di riferimento».

Nell’attesa, vediamo le novità della prossima stagione.

Nuova informazione
Nei programmi di approfondimento si registra qualche cambiamento. In attesa di completare il casting per la successione di Federica Sciarelli a Chi l’ha visto?, su Rai 2 Salvo Sottile prende il posto di Milo Infante, passato a Mediaset, nella conduzione di Ore 14, edizione serale compresa, mentre Roberto Inciocchi, «che gode di un gradimento bipartisan», sottolinea Paolo Corsini, direttore degli Approfondimenti, debutta il mercoledì sera con un talk intitolato Patù. Al suo posto su Rai 3, in una versione extralarge di Agorà, si sposta Annalisa Bruchi, mentre Antonino Monteleone viene confermato al timone di Filorosso. L’idea è costruire una linea d’informazione equilibrata, non programmaticamente schierata a sinistra, premiando conduttori giovani e che si stanno costruendo una credibilità. Peccato che la riforma dei generi che ha cancellato le reti renda tutto sfumato e un po’ dispersivo.

Fiction e serie tv
Da 177 giorni – Il rapimento di Farouk, sul sequestro del piccolo Farouk Kassam avvenuto in Sardegna nel 1992, a La famiglia Panini – L’avventura delle figurine, sulla storia della famiglia creatrice delle storica collezione che ha segnato l’infanzia di intere generazione, da Livatino – Il giudice e i suoi assassini, miniserie sulla vita di Rosario Livatino diretta da Michele Placido a Una finestra vista lago, tratta dai romanzi di Andrea Vitali, fino al tv movie su Giovannino Guareschi Non muoio neanche si mi ammazzano, sono dodici i nuovi titoli della prossima stagione. Tre, invece, i sequel: Doc nelle tue mani con Luca Argentero, Libera 2 con Lunetta Savino e I casi di Teresa Battaglia, con Elena Sofia Ricci.

Eventi
L’autunno di Rai 1 sarà impreziosito da alcuni speciali. Si comincia il 4 ottobre con quello su San Francesco aperto dal Cantico delle creature rivisitato da Roberto Benigni, una produzione Paramount+ con un’introduzione dell’artista esclusiva per la Rai. In novembre, Meravigliosamente, due show con Sal Da Vinci, e la serata contro la violenza sulle donne di Una Nessuna Centomila, con Fiorella Mannoia e Carlo Conti dall’Arena di Verona. Infine, nella primavera 2027, Latin Grammy celebra, megashow sulla musica latina di cui la Rai si è aggiudicata i diritti mondiali.

Nuovi canali
Con Italiana, debutta una rete tematica dedicata al territorio e alle tradizioni artistiche e gastronomiche garbatamente «sovranista». Rivolta alla generazione Alpha è invece V/BE, la nuova multipiattaforma per ragazzi e ragazze tra i 10 e i 14 anni.

 

La Verità, 4 luglio 2026

Anziché in commissione Conte si difende da Porro

L’ex premier Giuseppe Conte nello studio di Quarta Repubblica per parlare dello scandalo delle mascherine cinesi, acquistate nel 2020 dal commissario straordinario per il Covid Domenico Arcuri, è una notizia. I fari accesi dalla commissione parlamentare d’inchiesta e gli scoop della Verità si stringono attorno all’operato del governo giallorosso e, dunque, urge spiegare chiarire precisare. Insomma, difendersi: se ci si riesce. È quanto meno inusuale che un ex presidente del Consiglio scelga un programma televisivo per farlo quando, da uomo ligio alle regole istituzionali, ci sarebbe l’apposita commissione deputata a questo genere di deposizioni. Ma il caso vuole che l’unica alla quale l’ex premier ha voluto partecipare, seppur sporadicamente, sia proprio quella sul Covid. Cosicché egli non può essere audito come testimone a meno che non si dimetta come, per esempio, ha scelto di fare Galeazzo Bignami di Fdi, al fine di essere ascoltato dagli altri commissari. Anche Conte ha promesso di dimettersi, ma a condizione di essere reintegrato una volta effettuata l’audizione. Anche questa è, a suo modo, un’anomalia e vedremo come andrà a finire.
Nell’attesa, ecco Giuseppi sulla poltroncina davanti a Nicola Porro che sbottona e abbottona nervosamente la giacca e gli ricorda quella famigerata commessa, avvenuta con affidamento diretto causa emergenza in atto, di 800.000 mascherine al costo complessivo di 1,25 miliardi di euro, di cui 203.000 di commissioni note ad Arcuri, finite in tasca a vari intermediari con Zhongkai Cai, il collegamento con la Cina, finora unico condannato di tutta la vicenda.
Mentre sugli schermi scorrono le cifre e compare il volto di Arcuri, Conte si difende contestualizzando lo scandalo nell’affanno d’inizio pandemia. «Non c’erano mascherine»; «abbiamo tentato una gara europea»; «un Paese alleato di cui non dirò il nome si è presentato all’aeroporto con i contanti e ci ha soffiato una partita di dispositivi dalla Bulgaria che avevamo prenotato»; «la commessa dalla Cina consiste in realtà di sei diversi appalti e riguarda complessivamente appena il 7,6% del totale». Il confronto si scalda quando Porro ribadisce che si trattava di «mascherine farlocche tanto che 220.000 sono state buttate al macero, mentre le altre erano già state distribuite». Conte prova a smentirlo, «non dica che erano farlocche». «Lo hanno stabilito le sentenze di due procure, Gorizia e Roma», replica il conduttore. Giuseppi glissa. Se le sentenze non confermano il suo punto di vista sono irrilevanti. Come quella, definita «abnorme, l’ho detto anche al sottosegretario Alfredo Mantovano», che ha riconosciuto 200 milioni di «mancati guadagni» a Dario Bianchi, imprenditore della JC-Electronics Italia a causa del recesso deciso da Arcuri dal contratto di fornitura. «Secondo lei il premier di un Paese in quella situazione è in grado di occuparsi di una commessa di mascherine?», prova a contrattaccare Conte. «Di quella della Bulgaria era a conoscenza», replica Porro. Al quale l’ex avvocato imputa di ridere mentre si parla di una situazione che ha prodotto morte e sofferenze.
Il leader del M5s è in evidente difficoltà anche per la sua visita, rivelata dalla Verità, ad Arcuri la sera del 18 giugno, il giorno successivo a quello in cui la commissione ha deciso di convocare l’ex ad di Invitalia come teste sotto giuramento, circostanza contestata dai Cinque stelle. Il giorno dopo quella visita in conflitto d’interessi del commissario Conte, altra coincidenza, Arcuri scrive una lettera alla commissione in cui si dice «disponibile» a deporre sull’intricata vicenda.
Intanto, per rafforzare la volontà di collaborare dell’ex commissario straordinario Covid, a sorpresa e con apprezzabile lealtà, Conte riconosce la professionalità della nostra testata. «Lo sa che Arcuri», sottolinea, «ha scritto a un giornale che si è sempre rivelato molto attento, La Verità», per dire che se non lo ascoltano e non gli danno la possibilità di parlare, porterà lore le carte? «Non ai giornali degli Angelucci che fanno da corredo mediatico e da trombettieri ogni giorno; alla Verità, che, comunque, si sta distinguendo perché sta facendo le sue inchieste e ha una dignità professionale diversa dai giornali degli Angelucci». «No, vabbè, non mi sembra», abbozza Porro. «È una sua valutazione», rimarca Conte. «Sto ridendo anche ora, che vuol dire?», si difende il conduttore, «non mi faccia parlare della Verità e dei giornali di Angelucci». Il leader Cinque stelle accusa le testate di proprietà «di un parlamentare della Lega, cioè della maggioranza», di averlo messo al centro di una campagna massiccia in cui si parla dei «segreti di Conte» e di «sistema Conte». «E normale?», si chiede. Ma l’anomalia principale riguarda la visita di un commissario a un teste, ribatte Porro pur senza ricordare l’abitudine di altri esponenti pentastellati – Roberto Scarpinato e Gioacchino Natoli in commissione Antimafia – di concordare versioni comuni. La difesa di Conte scricchiola. «Le do una notizia», premette l’ex premier, «con Arcuri ci siamo sempre dati del lei…». Ma visti gli attacchi e il proscioglimento nelle prime inchieste giudiziarie, «gli ho detto: diamoci del tu» in un contesto di stima reciproca. «Rivendico l’amicizia con lui, con Angelo Borrelli, con Silvio Brusaferro e gli altri membri del Cts, perché loro sono gli eroi di questo Paese», esagera. Difficilmente l’enfasi dei sentimenti basterà a fugare le numerose opacità rilevate dalla commissione d’inchiesta. Conte svicola, contesta, butta la palla in corner e, a corto di argomenti contro il palese conflitto d’interessi, prova a graffiare Giorgia Meloni «che si dovrebbe vergognare» per i casi di Daniela Santanchè e Andrea Del Mastro, scaricati quando non poteva più evitarlo. Sarà. Ma se questa è l’arringa, è lecito pensare che neanche l’ex avvocato del popolo si assumerebbe come difensore.

 

La Verità, 1 luglio 2026

Amadeus lascia Discovery, c’è aria di Mediaset

Era nell’etere. Amadeus lascia Warner Bros. Discovery con due anni d’anticipo sulla scadenza del contratto. Il suo fedele amico e consigliere Rosario Fiorello l’aveva fatto capire più volte. La storia con la Nove era giunta al capolinea. E risoluzione consensuale è stata. «Con Amadeus abbiamo condiviso un percorso importante, affrontato con impegno, dedizione e professionalità», dichiara Alessandro Araimo, amministratore delegato di Warner Bros. Discovery Southern Europe. «Oltre al valore del lavoro fatto insieme, resta un rapporto, anche personale, basato sulla stima e il rispetto reciproco». «Sono stati due anni intensi, ringrazio Alessandro Araimo per la stima, assolutamente reciproca e faccio un grosso in bocca al lupo a tutto il gruppo Warner Bros. Discovery per i progetti futuri», risponde il conduttore.
Tuttavia, oltre la cordialità ufficiale, i flop hanno lasciato il segno da una parte e dall’altra. Nelle casse della multinazionale americana, dove il conduttore era sbarcato a suon di milioni, dieci in quattro anni. E anche nell’autostima del professionista televisivo. «Non sono un pifferaio magico», aveva riconosciuto lui dopo gli ascolti deludenti di Chissà chi è e della nuova Corrida, segnando la differenza da Maurizio Crozza e Fabio Fazio che avevano trascinato sul canale Nove da La7 e dalla Rai i loro seguaci. Amara presa di coscienza. Salvo pochi casi, favoriti da posizionamenti politico-culturali più o meno espliciti, la differenza in televisione la fa l’editore. O, detto diversamente, il contenitore. Nemmeno Pippo Baudo – che era lui – funzionò a Mediaset allora Fininvest.
Ora, alla vigilia della presentazione dei palinsesti 2026/27, ci si chiede dove potrà riapparire l’ex conduttore di cinque Festival di Sanremo consecutivi. Interrogato pochi giorni fa, Giampaolo Rossi, numero uno di Viale Mazzini ha chiuso alla possibilità di un ritorno in Rai: «Ha deciso di andarsene, abbiamo fatto altre scelte». Più percorribile risulta la strada che porta a Cologno Monzese. Nell’ultima stagione Amadeus è stato spesso ospite di prime serate di Canale 5, per esempio come giudice speciale di Amici di Maria De Filippi. E proprio l’influenza di Maria potrebbe avere un peso nella trattativa. Nonostante la presenza di big come Gerry Scotti e Paolo Bonolis, la tv del Biscione appare una destinazione affine a un conduttore che ha nel proprio bagaglio la gestione di grandi show musicali.
Sono passati poco più di due anni da quando, respingendo gli ultimi tentativi di trattenerlo in Rai, Amedeo Umberto Rita Sebastiani aveva annunciato: «È tempo di nuove sfide professionali e personali. È tempo di nuovi sogni». Sfide perse e sogni infranti. Ma ora si ricomincia.

 

La Verità, 27 giugno 2026

Nel nuovo liceo arriva l’IA e torna l’Occidente

Occidente e Intelligenza artificiale. In estrema sintesi, sono queste le principali novità del Liceo made in Giuseppe Valditara, le cui linee guida oggi verranno ufficialmente presentate ai media e agli addetti ai lavori. Il ministro dell’Istruzione e del merito l’aveva già annunciato in altre occasioni: il recupero della tradizione e della memoria storica della civiltà occidentale è essenziale nella formazione delle generazioni future. Non si tratta di un ritorno al passato, di un orgoglio vagamente nostalgico, quanto della ripresa di un patrimonio essenziale oggi più che mai capace di affrontare le sfide del futuro. Riguardo alle quali torna utile anche l’apertura all’Intelligenza artificiale, adottata non certo in maniera selvaggia, bensì come strumento di lavoro da usare con spirito critico e finalizzato a funzioni all’interno di discipline precise. Quanto ai chiacchierati Promessi sposi, che fine fanno? Restano invariabilmente al secondo anno del percorso per l’importanza che questo libro ha nella «storia linguistica, culturale e civile» italiana. «Proprio in ragione di tale importanza», si legge nelle note del ministro, «è questo l’unico libro, oltre alla Commedia di Dante, la cui lettura sia (e debba restare) obbligatoria, in forma integrale o per ampi brani».
Le nuove Indicazioni nazionali per i licei, che modificano quelle del ministro Maria Stella Gelmini risalenti al 2010, sono state elaborate da una commissione ministeriale e sottoposte «a un lungo lavoro di ascolto, a decine di audizioni con il mondo associativo, scientifico e sindacale, comprese le associazioni delle famiglie» e sono giunte alla «stesura definitiva dopo un confronto con chi la scuola la vive ogni giorno». Per la prima volta hanno contribuito a questo lavoro anche le rappresentanze studentesche con un impegno costruttivo e proposte puntuali. La riforma Valditara si prefigge un rafforzamento dell’identità sul piano della formazione degli studenti e un’accelerazione nell’innovazione delle materie tecnico scientifiche, le cosiddette Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).
Al centro del nuovo impianto pedagogico e didattico c’è la persona. La formazione del giovane avviene attraverso quella che il ministro chiama «la rivoluzione del buon senso». Il liceo nelle sue diverse declinazioni è la scuola dell’adolescenza, ovvero «il tempo delle cose che accadono per la prima volta». Per la costruzione di una corretta soggettività giovanile, capace di relazioni emotive consapevoli e non discriminatorie, è necessario favorire rapporti con figure adulte autorevoli e coinvolgere in modo sistematico le famiglie degli studenti in una corresponsabilità che riguarda l’orientamento, la valutazione e il lavoro quotidiano in classe. L’obiettivo dei licei è valorizzare i talenti, promuovendo il merito in un corretto rapporto tra libertà e norma all’interno del quale lo spirito critico è la capacità di esprimere anche il dissenso, purché in modo argomentato.
Consistenti le novità didattiche definite e auspicate. Nel biennio di letteratura è consigliato l’approfondimento dei poemi classici della civiltà europea (Odissea e Eneide) e, superando certe proteste pregiudiziali, «di alcune pagine della Bibbia, “grande codice” di ispirazione delle letterature». Detto del mantenimento dei Promessi sposi, la maggiore apertura agli autori contemporanei non sostituisce il canone, ma si aggiunge a esso. Nei primi due anni è raccomandata la lettura integrale di almeno sei autori contemporanei, italiani o stranieri. In filosofia si suggerisce un insegnamento comparato e, nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza, l’approfondimento dei principi che hanno ispirato la Costituzione. Insieme alla letteratura e alla filosofia, anche la storia e la storia dell’arte si concentreranno sul recupero dell’identità occidentale. Ma lo studente, sottolinea il testo del ministro, «dovrà altresì essere in grado di riconoscere le caratteristiche delle civiltà più significative collocandone i percorsi storici entro un quadro comparativo di lungo periodo». La matematica, non più proposta come tecnica ma come percorso di crescita all’interno del quale anche l’errore sarà «un’opportunità di apprendimento e di confronto», è sottoposta a profonda revisione. In particolare, insegnando concetti e linguaggi che sono alla base dell’Intelligenza artificiale, al quinto anno se ne favorisce un uso consapevole per sviluppare una comprensione critica e responsabile del funzionamento di questi sistemi per imparare a «valutarne l’affidabilità e le implicazioni». Lo stesso uso vigile dell’IA è suggerito per gli ultimi anni di latino e greco, materie nelle quali la traduzione automatica, di cui si registra l’enorme espansione, non deve sostituire le strategie di problem solving.
La riforma del liceo punta a formare studenti che sappiano da dove vengono e dove vanno. Che siano, perciò, più occidentali, usino l’intelligenza artificiale con giudizio e leggano con disinvoltura i testi della letteratura italiana ed europea. E i docenti? Non basta che si aggiornino, devono studiare anche loro, auspica Valditara. Giusto. Magari, sia detto sommessamente, facendo in modo che possano ritrovare l’orgoglio di una professione fondamentale ma, in realtà, fortemente mortificata.

 

La Verità, 26 giugno 2026

Buttafuoco cita Mattarella: «Siamo liberi e audaci»

«Liberi e audaci. Sergio Mattarella, il capo dello Stato, a cui dobbiamo riconoscenza e rispetto ha detto chiaramente ai David di Donatello qual è il mandato del lavoro artistico e culturale: libertà e audacia. Eccoci». È stato uno dei passaggi chiave dell’intervento di Pietrangelo Buttafuoco al Teatro Piccolo dell’Arsenale durante la conferenza stampa della 61ª Esposizione internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Un passaggio sagace e imprevedibile, improvvisato a braccio. «Se le autorità politiche fossero ridotte a rango di furerie dove le ingerenze arrivano a piegare la solidità delle istituzioni culturali oggi avremmo un altro esito, magari lo avremo domani o dopo domani, ma il presidente del Consiglio Giorgia Meloni a precisa domanda sulla partecipazione della Russia ha detto: “La Fondazione Biennale di Venezia è autonoma; non sono d’accordo, ma»… E proprio quel “ma”, di cui la ringrazio, ha confermato sgargiante e definitiva la libertà e l’autonomia e quindi la libertà e l’audacia che sono alla radice dello iure, la civiltà del diritto, dottrina di cui Mattarella è maestro».
Lo iure, fondamento di civiltà, del diritto internazionale e della convivenza tra i popoli. Ma anche ieri l’idealismo e l’arguzia di Buttafuoco si sono rapidamente e nuovamente scontrati con le posizioni comprensibilmente radicalizzate di chi da anni patisce le conseguenze di un conflitto ingiusto e atroce. Così, non si è fatta attendere la reazione della ministra della Cultura ucraina, Tetiana Berezhna che ha letto un accorato documento durante un evento all’Arsenale. «I valori di libertà, dignità umana e democrazia sono gli stessi che l’aggressione russa cerca di distruggere. Uno Stato che muove una guerra di aggressione non può presentarsi come rappresentante della cultura. Riaffermiamo il nostro sostegno alla libertà artistica e di espressione, ma questa libertà non deve essere strumentalizzata per “ripulire” i crimini di Stato o conferire legittimità all’aggressione», ha scandito la ministra ucraina sottolineando di parlare a nome di partner di Romania, Francia, Lettonia, Lituania e, con un’estensione forse un po’ enfatica, «della comunità internazionale».
Nel pomeriggio, durante l’apertura ufficiale a inviti, si sono registrati momenti di tensione davanti al padiglione russo. Un grande schieramento di polizia ha contenuto l’azione di alcuni manifestanti con bandiere ucraine che hanno gridato: «La Russia è uno Stato terrorista, via dalla Biennale». All’interno del padiglione, invece, è stato subito bloccato un giovane che, durante un’esibizione, aveva lanciato contro il pubblico il contenuto di una bottiglia di latte e un pezzo di parmigiano. «Non siamo interessati alle proteste, ma come in ogni evento pubblico, dev’essere garantita l’incolumità delle persone che vi partecipano. Per questo il padiglione è stato chiuso per qualche momento, ma è stato solo un piccolo incidente che non ha creato problemi», ha spiegato l’ambasciatore russo in Italia Alexey Paramanov. Solidarietà con la protesta dell’Ucraina contro la partecipazione della Russia è arrivata, invece, da Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia. Più folcloristiche erano state, in mattinata, le contestazioni inscenate dalle Pussy Riot sul cui seno scoperto si leggeva «Biennale of devil», forse in riferimento al credo islamico di Buttafuoco. Al contrario, il volto del presidente definito «el patron» era raffigurato sulla t-shirt di un ragazzo rappresentante lo schermo di un cellulare. «Biennale is calling»: tasto rosso per rifiutare, verde per accettare la chiamata.
Ben oltre il folclore, sono quattromila i giornalisti accreditati a questa 61ª Biennale, di cui 2.800 stranieri, 100 i Paesi partecipanti, 110 gli artisti selezionati dal team di Koyo Kouoh, la curatrice deceduta nel maggio scorso, che non ha potuto vedere realizzata In Minor Keys, l’esposizione intitolata alle chiavi interpretative delle minoranze. Dopo il prologo di Ottavia Piccolo che ha recitato uno stralcio di Quello che veramente ami rimane del cittadino veneziano Ezra Pound, nell’incipit del suo intervento, Buttafuoco ha ringraziato tutti, cominciando proprio dal ministero della cultura, «nella persona di Alessandro Giuli» (che gli aveva dato del «fratello sbagliato») e tutte le istituzioni del territorio che sostengono le iniziative della Biennale. Un’istituzione che ha 130 anni di storia di confronto e convivenza, una storia che si ribella alle esclusioni preventive, alle sentenze emesse prima dei processi e al tentativo di capovolgere i criteri della democrazia, decidendo chi deve esserci e chi no. «La civiltà del diritto è cosa diversa dagli statuti etici, dalla legge uguale per tutti quelli che la pensano come noi… Se la Biennale cominciasse a selezionare le appartenenze e i passaporti smetterebbe di essere quello che è sempre stata», ha proseguito Buttafuoco. «Non intendiamo barattare per il quieto vivere politicante 130 anni che hanno raccontato sempre così il mondo. La Biennale non è un tribunale, ma un giardino di pace. Alle istituzioni chiediamo dialogo, non carte che girano sottobanco. Qui sono presenti l’Ucraina e la Russia, così come alla Mostra del Cinema ho visto vicine e accostante la bandiera dell’Iran a quella di Israele perché a Venezia noi non imbracciamo le armi: si vis pacem, para pacem». Tuttavia, parecchio lavoro c’è ancora da fare. Gli attivisti della Global sumud flotilla appena rientrati in Italia, hanno indetto per domani pomeriggio una manifestazione contro la presenza del padiglione di Israele alla quale parteciperanno i centri sociali di Venezia, del Nordest e di altre associazioni studentesche pro Pal.

 

La Verità, 7 maggio 2026

 

Biennale, tutti pazzi per il padiglione russo

Ormai è chiaro ed evidente a tutti, o quasi. Più passano i giorni e più ci si rende conto che l’azione repressiva dell’Unione europea contro la Biennale di Venezia è stata un autogol. Un boomerang, un atto masochistico. La raffica di lettere e di ultimatum ha partorito l’effetto opposto. Si chiama eterogenesi dei fini e significa che, all’opposto dell’obiettivo di stigmatizzare l’apertura del padiglione della Federazione russa nell’ambito della 61ª edizione della Biennale d’Arte contemporanea, le reprimende dei vertici di Bruxelles e gli appelli dei ministri europei della Cultura e degli Esteri hanno ottenuto il risultato di accendere l’attenzione mondiale proprio sull’esposizione degli artisti provenienti da Mosca. Ieri, nel primo giorno di preapertura, davanti al fluire di giornalisti, artisti e curatori, è stata palese la percezione di due mondi che viaggiano su binari paralleli e usano linguaggi reciprocamente estranei. Da una parte ci sono le burocrazie con i loro rappresentanti armati di veti e diktat, dall’altra c’è l’espressione dell’arte e della creatività, magari anche non condivisibile o criticabile, ma pur sempre liberale e libertaria. Da una parte gli ispettori e le carte bollate, dall’altra una cittadella di confronto imperfetto, ma possibile. Difeso senza ripensamenti dal presidente Pietrangelo Buttafuoco («l’arte ha una potenza che supera ogni prepotenza») e dal suo staff.
Ieri il contrasto si è ulteriormente radicalizzato. La Commissione europea ha inviato l’ennesima lettera «sulla base di ulteriori prove» secondo le quali la Biennale avrebbe fornito «servizi agli ospiti russi». Lo ha confermato Henna Virkkunen, commissaria per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia – raramente titolo istituzionale è parso più paradossale – ribadendo che se la violazione del finanziamento di 2 milioni di euro verrà confermata, Bruxelles «non esiterà a sospenderlo e revocarlo». Curiosamente, ha osservato la commissaria, la Biennale aprirà al pubblico il 9 maggio, «nella Giornata dell’Europa» pensata come un’occasione «per celebrare la pace, non per la Russia di brillare». L’osservazione risulta quanto mai grottesca, considerando che il 9 maggio il padiglione russo verrà chiuso, non sarà visitabile dal pubblico e le performance saranno visibili solo su maxischermi. Immediata è giunta, comunque, la nota della Fondazione che ha annunciato la replica «nei tempi e termini dovuti le proprie controdeduzioni alla seconda lettera della Commissione europea» e che, rimandando alle informazioni fornite agli ispettori del ministero della Cultura italiano, ha ribadito di «aver verificato e rispettato tutte le norme nazionali e internazionali».
Intanto, mentre la partita a scacchi prosegue, ieri nella palazzina liberty dei Giardini di proprietà di Mosca dal 1914, è stato finalmente aperto The Tree is Rooted in the Sky – L’albero è radicato nel cielo (inaugurazione ufficiale oggi alle 17, visite solo a inviti). È uno spazio dominato da un impianto sensoriale immersivo. Il visitatore viene accolto da una musica evocativa che si sviluppa senza soluzione di continuità, composta da sonorità folk, ancestrali e ipnotiche provenienti da geografie e epoche lontane. Ci sono note primordiali e canti spirituali e liturgici che dialogano con paesaggi siberiani, orizzonti sconfinati, distese innevate, foreste di abeti. Al centro della scena s’impone l’installazione di «un albero che trae la propria forza dal cielo», proponendosi come «un punto di attrazione per persone con coordinate culturali ed estetiche differenti». Non ci sono simboli riconducibili al potere politico, nessuna propaganda legata al governo di Vladimir Putin, nessun segno diretto di retorica istituzionale. «Lasciamo che sia l’arte a occupare il centro della scena», sottolinea la curatrice Anastasia Karneeva in un video sui social. «Noi crediamo che l’arte debba rimanere indipendente. Sono fermamente convinta che l’apertura di questo padiglione, così come di ogni padiglione, sia significativa, perché diventa un luogo in cui accrescere la conoscenza e la comprensione reciproca. Al contrario, in un padiglione chiuso nulla può crescere». Era il 2019 quando il padiglione russo è stato aperto l’ultima volta. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, gli artisti e i curatori si erano ritirati. Nel 2024 il Padiglione è stato prestato alla Bolivia.
Dopo le dimissioni delle giurie a seguito della minaccia di azione legale dell’artista israeliano Belu Simon Fainaru e dopo la cancellazione dell’inaugurazione seguita alla defezione del ministro Alessandro Giuli, lo scontro tra i vertici della Commissione europea e la Fondazione Biennale sembra lontano dal comporsi. In Italia, dal ministero della Cultura ora l’istruttoria è sul tavolo del premier Giorgia Meloni. Ma il dibattito attraversa la maggioranza. Pur premettendo che «la Biennale gode di ampia autonomia», il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovambattista Fazzolari ha definito la riapertura del padiglione russo «un pastrocchio testimoniato anche dal fatto che rimarrà chiuso nei giorni aperti al pubblico». Di opinione diametralmente opposta è Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale: «La Biennale non è la vetrina di Mosca né di alcun governo. È uno dei più grandi presidi mondiali di cultura, libertà di espressione e confronto tra popoli», afferma l’ex doge di Venezia riferendosi alle parole della commissaria Virkkunen. «Difendo Pietrangelo Buttafuoco che sta tutelando l’autonomia e la dignità di un’istituzione conosciuta in tutto il mondo. Se ci sono verifiche tecniche, si facciano. Ma non si accetta l’idea che Bruxelles, attraverso queste lettere fin troppo formali, possa mettere sotto processo Venezia e la Biennale». Dal canto suo, il vicepremier Matteo Salvini annuncia che venerdì visiterà la Biennale, «nessun padiglione escluso, l’arte è arte. L’arte e lo sport dovrebbero essere immuni da boicottaggi e divieti. Spero che il ministro della Cultura trovi l’accordo col presidente della Fondazione autonoma Biennale di Venezia».

 

La Verità, 6 maggio 2026

Ranucci si scusa con Nordio e prova a svicolare

Zero passi avanti, uno indietro e una supercazzola. È la sintesi dell’ultimo episodio della serie intitolata Il giornalista e il ministro: Sigfrido Ranucci, conduttore di Report e principe dell’informazione d’inchiesta e il Guardasigilli Carlo Nordio. Breve riassunto delle puntate precedenti. Ospite di È sempre cartabianca su Rete 4, il giornalista ha raccontato che, secondo una fonte non verificata, il ministro della Giustizia era stato visto al Gin tonic, il ranch di Punta del Este in Uruguay di proprietà di Giuseppe Cipriani, compagno di Nicole Minetti. Nordio aveva telefonato in diretta, smentendo l’illazione, provocando il balbettio del giornalista nei confronti del quale si riservava di valutare l’azione giudiziaria. Firmata dal direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini, la Rai inviava la lettera di richiamo al conduttore di Report per violazione delle regole aziendali (l’uscita doveva riguardare la presentazione di un libro), decidendo nel contempo di ritirare le tutele legali al giornalista. Il ministro scioglieva la riserva e confermava la causa anche a Mediaset che ha ospitato l’esternazione del conduttore.
Il quale aveva approfittato dell’ospitalità di Bianca Berlinguer per dare appuntamento al pubblico sintonizzato in quel momento su Rete 4, nonostante la contemporanea presenza di Mario Giordano, a sua volta conduttore di Fuori dal coro, con un «promo» un po’ spericolato, non particolarmente rispettoso del contesto. Dalla puntata di Report ci si attendevano, perciò, succosi sviluppi. Sebbene Ranucci sottolinei spesso di non guardare in faccia nessuno, la scaletta era monotona: il licenziamento di Beatrice Venezi dalla direzione musicale della Fenice, il mancato finanziamento da parte della commissione del ministero della Cultura del documentario su Giulio Regeni, i cavalieri bianchi impegnati a salvare la società Visibilia di Daniela Santanchè. Un menù vario e imprevedibile come una distesa del Sahara. Che, tuttavia, ha consentito al programma di Rai 3 di attrarre 1,8 milioni di telespettatori e il 10,3% di share (senza per altro intaccare quello di Fuori dal coro che con il 6,13% ha superato la sua media abituale).
Quanto alla trama della serie più gettonata, invece, zero passi avanti. Chiacchiere sulle agenzie di modelle di Paolo Zampolli, voyeurismi sulle «globetrotter del sesso a pagamento», citazioni di Harvey Weinstein e degli Epstein files che fanno sempre colpo. La pista da verificare riguardo la presenza di Nordio al Gin tonic non porta, invece, da nessuna parte. Vicolo cieco. Nessuna fonte si è palesata. Tanto che «sono caduto in un eccesso», ha finalmente ammesso Ranucci che un paio di giorni prima, alla Verità che gli aveva chiesto se fosse stato avventato a parlare del ministro nel ranch, aveva risposto di no: «Semmai, sono stato troppo generoso». Insomma, una retromarcia in piena regola: «Mi copro il capo di cenere», ha concesso. Prima di avventurarsi in una precisazione che sa di sofisma di sesto grado. «Non ho dato una notizia non verificata, ma ho detto che stiamo verificando una notizia», ha cavillato. Toccherà ai giudici del tribunale che esamineranno la causa intentata dal ministro cogliere la differenza. Provando a dare dignità al suo azzardo, Ranucci ha rivendicato con orgoglio che dal suo «eccesso» sono derivate due notizie inedite. Ovvero, che Nordio è stato in Uruguay e che è amico di Arrigo Cipriani, padre di Giuseppe. Spiace deludere il principe degli inchiestisti, ma in entrambi i casi si tratta di due non notizie. Quella di Nordio a Montevideo del 1° marzo 2025 era una visita ufficiale per l’insediamento del nuovo presidente uruguaiano, Yamandoù Orsi. Mentre per uno che è stato 40 anni magistrato in quel di Venezia la frequentazione del celebre Harry’s Bar di Arrigo Cipriani è quanto di più normale e consueto.
Non rinunciando a sventolare il vessillo della libertà di stampa «diritto inalienabile dell’umanità», Ranucci ha fatto sapere che affronterà il giudizio a sue spese. Buona fortuna.

 

La Verità, 5 maggio 2026

Rai e Veltroni a caccia del nuovo Montalbano

Questione di marchio, questione di logo. Quando c’è quello, la qualità passa in secondo piano. Si va sul sicuro e si compra a scatola chiusa. Walter Veltroni un marchio lo è di sicuro. Un brand, direbbe lui, ricorrendo al british come nei suoi romanzi. Dai quali, in perfetta linea TeleMeloni, la Rai e la Palomar di Carlo Degli Esposti traggono, per ora, una miniserie in due serate (Rai 1, 7 e 14 maggio), intitolata Buonvino – Misteri a Villa Borghese. Del resto, negli anni, il fondatore e primo segretario del Pd, vicepremier del governo Prodi e sindaco di Roma, è stato saggista, romanziere, autore di varietà televisivi, documentarista e regista cinematografico. Nella fiction, invece, non si era ancora cimentato. «Veltroni è un network»: ha ragione Andrea Minuz. Un ipertesto, si potrebbe anche dire, con numerosi link. E così, qui, oltre a fornire la base ispiratrice, i gialli del «ciclo del commissario Buonvino» pubblicati da Marsilio, eccolo comparire come consulente editoriale. Altro che oscurarlo, come si è scritto nel tentativo d’innescare la polemica. «Mi spiace che Il Fatto quotidiano abbia voluto trovare qualcosa che non c’è», chiarisce Maria Pia Ammirati, direttore di Rai Fiction, durante la presentazione alla stampa. «Non riesco a capire perché la Rai che fa una serie tratta dai libri di Veltroni poi debba oscurarlo. Per cortesia», taglia corto, «parliamo di cose che esistono e non di cose che non esistono. Veltroni è felicissimo del trattamento di questa serie, che firma come consulente e supervisore».
Il primo episodio è Il caso del bambino scomparso, secondo di sei racconti. Siamo a Villa Borghese, piccola patria di gioventù dell’autore, l’elemento meglio ritratto nella storia. Il parco, i viali alberati, il lago, le fontane: una Roma quasi inedita in mezzo alle solite suburre. Il secondo profilo ben definito è quello del protagonista (Giorgio Marchesi). Al quale, dopo un grave errore in un’indagine, si presenta l’agognata seconda possibilità non in un commissariato di montagna del Molise, ma appunto a Villa Borghese, a capo di una specie di «armata Brancaleone». E anche qui siamo in piena mielosità veltroniana. Nella prima scena il poliziotto raccoglie due gattini abbandonati dentro uno scatolone in un’aiuola e nella seconda chiede «un caffè, per favore» al barista che contraccambia il garbo praticandogli uno sconto. Poi scopriamo che Buonvino si è da poco separato dalla moglie, che si sposta su una Triumph decapottabile, altro che la Tipo malandata di Montalbano, che ascolta musica su ellepì in vinile e fa jogging sull’asfalto indossando vecchie Clarks modello desert boot. Insomma, un commissario buono, gentile e che incarna alcuni cliché. Un uomo che esprime «una leadership dolce», «incapace di arrabbiarsi, non un maschio alfa, ma un po’ controtempo», lo descrive Marchesi. Altrettanto di maniera è la composizione della squadra di agenti. C’è la belloccia, l’ispettrice Veronica Viganò (Serena Iansiti) con la quale Buonvino ha un passato da rinfrescare e, prevedibilmente, un futuro da costruire. C’è la nera che si chiama Ginevra (Daniela Scattolin) e non riesce a trovare casa perché gli immobiliaristi, gentili al telefono, frenano alla vista del colore della sua pelle. Poi Portanova, l’ispettore un po’ frustrato e dall’aria ambigua (Francesco Colella), Cecconi, l’agente scelto, ma presuntuoso (Matteo Olivetti) e, infine, l’agente semplice e sempliciotto Gozzi (Ivan Zerbinati). Le figurine Panini dei commissariati di polizia. Una squadra che, «come il Verona di Osvaldo Bagnoli che vinse lo scudetto nel 1985 con gli scarti delle big», con l’arrivo del nuovo capo si trasforma in un team dell’Fbi capace di risolvere un caso dimenticato che riaffiora dopo il ritrovamento di un cadavere nel parco. Il fuoriclasse della formazione, però, è lui che, mentre flirta con l’ispettrice, congiunge inaspettatamente tutti i puntini, trovando una quadratura quanto meno inverosimile.
Ma tant’è. Il marchio vince su tutto e il prodotto arriva infiocchettato al pubblico di Rai 1. Il ciclo del Commissario Buonvino è stato pensato così fin dall’origine. Basta provare a leggere i gialli ispiratori per accorgersi che, come la sceneggiatura televisiva, anch’essi forse necessitavano di un editing più vigile. E magari un po’ di burocratese – «il caso che era riuscito a sbrogliare aveva un elevato grado di complessità» o «i giornali e i siti faticavano a remunerare i dipendenti» – sarebbe stato emendato. Così come sarebbe stata sfrondata la folla di citazioni mainstream che ne intarsia la prosa dalle prime pagine.
Ma, realisticamente, non si può chiedere troppo perché l’operazione è chiara: trovare finalmente il personaggio che, dopo tante ricerche, dovrebbe sostituire Il Commissario Montalbano. Non a caso, per la produzione sono stati scelti Palomar, che aveva portato in tv i romanzi di Andrea Camilleri per Sellerio, e Salvatore De Mola uno degli sceneggiatori di quella serie fortunata. Il quale confessa: «Sono cresciuto con le iniziative di Veltroni, le figurine Panini e le videocassette di cinema, quando era direttore dell’Unità». Tutto torna, dunque. «Partiamo con questo assaggio per verificare se aumentare il dosaggio», confida Degli Esposti. E Ammirati: «Siamo abituati a verificare la tenuta della serialità. Se dovessero andare bene i primi episodi, proseguiremmo di corsa. I racconti sono tanti». Del resto, qual è l’editore, il produttore, il regista che può dire di no a Veltroni? O che può prendersi la briga di aprire la scatola prima di metterla sul mercato?

 

La Verità, 25 aprile 2026

Berlusconi jr: «Voterò convintissimamente Sì»

Politica, televisione, finanza. È un Pier Silvio Berlusconi tuttocampista quello che parla ai giornalisti convocati per un bilancio complessivo a Cologno Monzese. Il complicato momento storico sia a livello internazionale che in casa nostra spinge l’amministratore delegato Mediaset a pronunciarsi senza inutili prudenze anche sull’imminente referendum sulla giustizia. «Da editore, non voglio eccedere nell’esprimere la mia opinione», premette. «Diamo voce a entrambi gli schieramenti, ma siccome sono anche un cittadino vi dico senza problemi che votare in questo caso è davvero importante, perché parliamo di una questione fondamentale per il futuro del nostro Paese. Io voterò convintissimamente Sì. Non per motivi politici, ma per motivi di civiltà e modernità. Considero il voto un passaggio importante per essere al passo con i tempi, per un Paese democratico, civile e moderno». È un endorsement nitido e pragmatico, come si addice a un grande imprenditore, basato su criteri di efficienza e modernità, che si aggiunge a quello, di qualche giorno fa, di Marina. Se, all’origine, non c’erano dubbi sull’orientamento dei figli, pur senza insistenze sulle storiche posizioni del padre e le sue battaglie per l’affermazione del giusto processo, colpisce quel «convintissimamente» di Pier Silvio. Che scoraggia eventuali obiezioni e si passa ad altro. «Dall’ultima volta che ci siamo visti», dice il presidente di Media ForEurope, «è scoppiata una guerra e poi un’altra: è una cosa terribile per il mondo e ha un impatto inevitabile sull’andamento dell’economia e sui media, soprattutto quelli che vivono di pubblicità». I primi tre mesi dell’anno «sono stati molto faticosi in Italia, Germania e Spagna, ma già a marzo ci sono segnali positivi. Oggi registriamo una graduale ripresa con un punto di domanda gigantesco legato alla guerra, che speriamo si risolva il prima possibile». Ciò che conforta il gruppo è il risultato del 2025 nel quale Mfe registrerà «un utile più che raddoppiato» rispetto all’anno precedente quando aveva raggiunto un utile di 138 milioni. «Sapevamo che il 2025 è stato straordinario, ma se mi avessero detto questo risultato a inizio anno non ci avrei creduto», spiega Berlusconi jr, che non può dettagliare troppo perché il bilancio si chiuderà il prossimo 15 aprile. Sul fronte della Borsa, «la caduta dei titoli media e quindi del nostro negli ultimi giorni, dopo la guerra, c’è: non dico che ci preoccupa, ma non è una bella cosa», ammette l’ad e presidente di Mfe. «Il mercato guarda sempre avanti e oggi ovviamente c’è grande incertezza, ma non abbiamo nessun elemento che ci preoccupa per questioni interne a Mfe, se non la questione della guerra e il fatto che la televisione in genere è fortissimamente sotto pressione».
Capitolo Fabrizio Corona: «Non abbiamo voglia di perdere tempo: di fronte a menzogne, insulti e odio gratuito, l’azienda a un certo punto si è dovuta difendere», taglia corto. Nessuna critica, invece, a Fiorello sebbene abbia concesso spazio all’ex re dei paparazzi. «Ho modo di ascoltarlo poco, ma con lui ho un rapporto molto bello e zero da dire su ogni cosa che fa. L’unica critica che posso muovergli è che dovrebbe venire a fare tv da noi», scherza Pier Silvio. Sul futuro di Alfonso Signorini, invece, non sono arrivate indicazioni perché «c’è un procedimento giudiziario in corso e ne aspettiamo l’esito. Ultimamente non l’ho sentito, ma non lo sento da molto prima che partissero le questioni che riguardano anche la magistratura». L’azienda ha apprezzato che si sia autosospeso e quanto alle verifiche interne sul casting del Grande Fratello «non c’è niente da dire, vedremo dove portano le indagini della magistratura, ma zero assoluto che coinvolgano parti nostre». L’esordio della nuova stagione del reality è stato inferiore alle attese? «Diamogli tempo, è troppo presto per emettere un verdetto. Non sono riuscito a vedere la prima puntata, ma so che Endemol, titolare del format, ha fatto un grandissimo lavoro e abbiamo deciso di andare avanti perché il Gieffe è centrale nella storia della tv moderna. I risultati che voi considerate mediocri, considerata la ricchezza della tv attuale, a noi vanno più che bene. Un Grande fratello ci sta, anche senza i numeri di una volta, che non ci sono più».
Chiusura con un paio di notizie sui palinsesti futuri. Una collaborazione con Panariello, per un evento in autunno in tre serate su Canale 5, e il progetto di un film sulla vita di Carlo Acutis. Quanto al futuro di Striscia la notizia «siamo in pausa. A brevissimo parlerò con Antonio Ricci e capiremo come orientarci e di che progetti parlare». Buon lavoro a tutti.

 

La Verità, 19 marzo 2026