La Ruota di Gerry rischia di macinare anche il Gabibbo

E adesso che ne sarà di Striscia la notizia? Le voci si rincorrono dentro e fuori gli studi di Cologno Monzese. Cancellazione? Trasformazione in una prima serata? Spostamento di rete? In attesa che Pier Silvio Berlusconi e Antonio Ricci si parlino non c’è nulla di certo. A luglio, alla presentazione dei palinsesti, l’amministratore delegato di Mediaset aveva annunciato la partenza del tg satirico a novembre, ma al momento, se si eccettua uno spiffero dell’inviato Gimmy Ghione, non si hanno conferme. Anzi, il sito MowMag.com ha parlato di cancellazione e scritto, non smentito, che Striscia «al momento non è più presente nei palinsesti». In realtà, ciò che filtra da ambienti Mediaset è che il mefistofelico Ricci ha convocato per lunedì prossimo autori, redattori e collaboratori per una riunione di ripresa dei lavori. Nel frattempo, chi sta vicino a Pier Silvio lo racconta di ottimo umore forse perché la nascita del nuovo polo europeo con l’acquisizione della maggioranza della tedesca Prosiebensat procede spedita. Ma è sicuro che un filo di ottimismo è da attribuire anche a cause più vicine al pubblico italiano. Una certa soddisfazione, con annesso rebus sul palinsesto, lievita proprio a Cologno. Quest’estate, Berlusconi jr. e i suoi collaboratori hanno indovinato una bella mossa varando La Ruota della fortuna e tenendo accesa Canale 5 in luglio e agosto quando Rai 1 andava di archivio con Techetechetè. Idea azzeccata, che ha dissodato l’audience in vista della ripresa autunnale e di un nuovo duello con Affari tuoi nello strategico access, la fascia oraria che immette nella prima serata e catalizza forti investimenti pubblicitari.

Il risultato di queste prime settimane della nuova stagione è sotto gli occhi dell’Auditel. L’equilibrio si è capovolto, non è più la tv commerciale a rincorrere gli ascolti dei «pacchi» che doppiavano quelli del tg satirico: 30% di share contro il 15%, (5,5 milioni di telespettatori contro 2,8), a volte anche meno, per dirla a spanne. No, ora a rincorrere è il quiz condotto da Stefano De Martino, ribaltone traumatico per Viale Mazzini. Adesso, sempre a spanne, Affari tuoi si assesta sul 20-21% di share (4 milioni di telespettatori) mentre La Ruota arriva a 24-25% (vicino ai 5). Non a caso, prevedendo la maggior competitività di Gerry Scotti, gli autori di Endemol Shine Italy insieme con la Direzione Intrattenimento primetime della Rai sono corsi ai ripari rinnovando lo studio con l’ufficio del Dottore e aumentando il grado di suspence con il «pacco nero».

Finora non è bastato. A differenza di ciò che accadeva con Striscia, programma di controinformazione e satira scanzonata, La Ruota della fortuna contende il pubblico ad Affari tuoi sul suo stesso terreno. Ma, se vogliamo trovarle, le differenze balzano agli occhi. Mentre il format di Rai 1 è un divertente gioco   d’azzardo, basato sul percorso guidato con sagacia dal Dottore (Pasquale Romano) e sulle doti di one man show di Stefano, il game di Canale 5 ha qualche ambizione enigmistica, è un varietà che si giova della presenza di una band e di quella non trascurabile di Samira Lui con cui Scotti interloquisce, coinvolgendo tutti. In questi giorni De Martino ha sintetizzato la situazione: «Io e Gerry siamo come due commercianti con la vetrina sulla stessa strada, la mattina alziamo la serranda, ci diamo il buongiorno e cominciamo a lavorare. La cosa bella è che grazie a questi due negozi quella strada è molto affollata». Tutto vero. Ma gli equilibri della televisione sono sensibili. E i numeri dell’Auditel e degli introiti pubblicitari conseguenti difficilmente contestabili. Se La Ruota raggiunge il doppio del pubblico di Striscia com’è possibile fermarla? Secondo i ben informati, sia i vertici di Publitalia che i dirigenti delle società di produzione dei programmi di prima serata di Canale 5 come Endemol e Fascino di Maria De Filippi sarebbero contrarie al ritorno del tg satirico perché ciò significherebbe partire con un traino più debole. I dirigenti di Fascino hanno smentito, sottolineando il rapporto di stima reciproca che intercorre tra la regina di Canale 5 e il padre di Striscia. Ma il problema rimane. I rumors di Cologno dicono di un Ricci che quest’estate ha lavorato per proporre a Pier Silvio un format riveduto per la fascia dell’access. Altri hanno ipotizzato la trasformazione del programma in una prima serata, forse la domenica, in cui concentrare il meglio, sempre con il piglio della controinformazione e della satira. La terza ipotesi suggerita è lo spostamento alle 20 su Italia Uno, così da proporre un palinsesto aggressivo composto da Striscia più le due serate settimanali delle Iene. Ma questa idea avrebbe trovato l’opposizione proprio di Davide Parenti, il capo iena. E dunque? Il nodo è lì, tutto da sciogliere. Un problemino di abbondanza non da poco. E di gestione del delicato rapporto con una figura nobile della televisione italiana. Magari nei prossimi giorni scopriremo che il giallo era tutta una suspence calcolata. Intanto, anche in Viale Mazzini si comincia a pensare a far rifiatare Affari tuoi. L’idea è acquistare da Fremantle Ok, il prezzo è giusto! storico format che ha fatto la fortuna della tv commerciale. Iva Zanicchi si è prontamente autocandidata a condurlo. Chissà.

 

La Verità, 19 settembre 2025

Testimonial della vita senza sponsor Cei e nei media

Questione di postura, come si dice. Tutti girati dalla stessa parte. Che non è quella giusta, perché è la parte della morte. La parte del fine vita, del far finire la vita, dell’arrivare alla morte come scopo della vita (ieri ci ha aiutato a capirlo Carlo Cambi su questo giornale). Chi sono questi tutti voltati verso il buio? I grandi media e buona parte del mondo politico e intellettuale. È la scelta considerata ovvia, anzi normale, una volta che ci si imbatte nella malattia e nella sofferenza. Quando è tanta – troppa in base a livelli sempre più soggettivi di sopportazione – si dice basta. Si contatta il medico giusto. Si stacca la spina. Si va in Svizzera. Magari annunciandolo con un certo orgoglio sui social network. O istruendo le istituzioni su come si debbano comportare, dopo. E quali leggi debbano approvare.

Noi non abbiamo certezze incrollabili, né vogliamo giudicare dogmaticamente situazioni specifiche e casi personali. Non mettiamo la mano sul fuoco su come reagiremmo se fossimo toccati dalla sciagura di una malattia degenerativa e fortemente invalidante. Stiamo parlando di un orientamento prevalente. Della postura del mondo in cui viviamo.

Perché i testimonial della (buona?) morte sono sempre in vetrina e hanno le foto di copertina dei giornali e i servizi d’apertura dei tg? E perché i testimoni della vita no, restano nei magazzini della società della comunicazione? Perché viviamo in una società che sente liberante scegliere la morte. Che non ama abbastanza la vita, come documentano le tragiche cifre della glaciazione demografica. Viviamo in un tempo nel quale nemmeno i massimi vertici ecclesiastici si pronunciano, suggeriscono un criterio, prendono parte al dibattito. Non lo saranno forse, ma appaiono indifferenti. Passivi, se non proprio girati dall’altra parte. Acquiescenti al pensiero prevalente. Forse ritengono che sia materia che appartiene allo Stato e alle istituzioni laiche e non sia il caso d’interferire. Tuttavia, il cardinale Matteo Zuppi e monsignor Giuseppe Baturi, presidente e segretario della Cei, intervengono con zelo e frequenza incalzante sulla qualunque, dal premierato all’autonomia differenziata, dall’8×1000 (attribuendo erroneamente la paternità della legge al governo Meloni) all’accoglienza senza barriere dei migranti, fino alla priorità dell’Unione europea sulle leggi nazionali. Ma finora, sui temi del fine vita, del suicidio assistito e della progressiva deriva verso forme di eutanasia che agitano tante famiglie, a differenza degli instancabili «tifosi della morte», si sono dimostrati afoni. A conferma che non siamo di fronte a una pur riprovevole dimenticanza è facile portare la linea asettica adottata dal quotidiano Avvenire, organo ufficiale dei vescovi italiani. Nel frattempo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano sta redigendo in perfetta solitudine una proposta che legiferi sulla complessa materia e recepisca le controverse indicazioni della Corte costituzionale. Auguri.

In questo deserto, un paio di giorni fa L’Arena di Verona ci ha aggiornato sulla situazione di salute di Pietro Lonardi, un imprenditore di 56 anni che vive a Legnago. Lonardi è sposato con Claudia e padre di Maria e Giulia. Sei anni fa gli è stata diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), la patologia che colpisce le cellule responsabili dei movimenti volontari, causando atrofia progressiva fino alla paralisi. Ora è immobile a letto. Comunica con gli altri grazie a un puntatore ottico che gli permette di agire sulla tastiera del computer e di altri dispositivi elettronici. Lo usa sia per parlare con le donne della sua famiglia che gli sono sempre vicino procurandogli «pura felicità». Sia per dialogare con le assistenti domiciliari, i medici e i collaboratori della sua azienda di stampaggio lamiere che gli chiedono tuttora consigli. Elisabetta Papa, la collega autrice del servizio, ha raccontato che sui suoi profili Facebook e Instagram Lonardi tiene un diario quotidiano intitolato «Pillole di Sla» nel quale posta pensieri personali, citazioni dai vangeli o dai testi della mistica Maria Valtorta. Lo fa da un anno, quasi sempre di notte: «Le poche ore di attività che mi sono concesse dagli occhi avvengono in quell’orario. Allora è tutto un cercare, leggere, copiare, condividere, divulgare». Lo scopo è raccontare come affronta una patologia ancora senza cure efficaci, provando a essere vicino agli altri malati. «Che gioia quando la mia assistente alle 8 del mattino mi muove energicamente le gambe e le braccia dopo 12 ore di immobilità», confida. Parla anche del suo avvicinamento al cristianesimo – lui che era buddista – avvenuto frequentando il santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza a Todi e i luoghi di Padre Pio, a San Giovanni Rotondo. «Penso e ripenso a questa malattia e mi convinco sempre più che essa sia spiritualizzante», riflette Pietro. «Piano piano si perde il corpo e rimane lo spirito. Sento che la Sla sia stata un bene, permessa da Dio per la salvezza della mia anima. E ringrazio, nonostante la sofferenza. Nonostante sappia che adesso si farà dura». Però, aggiunge, «non c’è disperazione se c’è Dio. La vita quando senti che stai per perderla vuoi solo averla: brutta o bella che sia, ricca o povera, sofferente o no, libera o meno». Parole che indicano una testimonianza estrema. Molto simile a quella di Dario Meneghetti, l’ex cantante lirico della Fenice di Venezia che, pur senza il conforto della fede, lotta da 13 anni con la Sla nella sua casa di San Donà di Piave. I grandi giornali si sono accorti di questi testimonial della vita e hanno scelto di ignorarli?

E le nostre eminenze ed eccellenze reverendissime vogliono davvero lasciare sole persone come loro che combattono quotidianamente sul crinale dell’esistenza?

 

La Verità, 3 agosto 2025

La rivincita di Sinner è il sogno-realtà di Wimbledon

Rivincita è stata. Cancellate le scorie della finale di Parigi. Sfatato il tabù dello spagnolo imbattibile. Jannik Sinner ha sconfitto in rimonta Carlos Alcaraz con il punteggio di 4-6, 6-4, 6-4, 6-4, conquistando il torneo di Wimbledon. Un trionfo. È il primo italiano della storia, dopo la finale persa nel 2021 da Matteo Berrettini contro Novak Djokovic, e da Jasmine Paolini l’anno scorso, battuta da Barbora Krejcikova. Jannik Sinner è un ragazzo, un campione nel quale possiamo orgogliosamente riconoscerci. Un esempio da esportare nel mondo. «È speciale. I miei genitori qui, mio fratello. A Parigi la sconfitta è stata durissima. Ma dopo ho lavorato per capire che cosa non ha funzionato e per migliorarmi su quello. Sono davvero contento di essere riuscito a controllare i nervi anche nell’ultimo gioco. Non avrei mai pensato di essere qui perché quando si è giovani questo sogno è lontanissimo. È il sogno dei sogni. Adesso sto vivendo il mio sogno. Grazie al mio team, continuiamo a insistere per diventare un team e un giocatore migliore, ma soprattutto una persona migliore». Un campione, in controllo anche da padrone del mondo.

La partita non è stata spettacolare come quella di un mese fa a Parigi. La posta in gioco era altissima. Jannik ha vinto in rimonta. Dopo un primo set contratto, la sua è stata una progressione graduale e costante e il match ha trovato il suo dominatore. Che, poco alla volta, ha scavato un solco sempre più profondo davanti al rivale. Il campione italiano si è dimostrato resiliente, superando difficoltà all’interno del suo team, infortuni e ribaltando il pronostico contro l’avversario per due volte consecutive trionfatore sull’erba dell’All England club.

Sul centrale di Church road si confrontavano due filosofie, due sistemi di gioco, due stili di vita. Si poteva dividere la lavagna a metà, incolonnando le caratteristiche di uno e dell’altro per inquadrare in modo schematico, l’evento di oggi. Il numero 1 è soprattutto ritmo, geometria, razionalità, pressione, solidità, freddezza, controllo. Il numero 2 è in prevalenza fantasia, invenzione, estro, improvvisazione, calore, impeto, eccesso. Jannik è più completo nei colpi e nelle varie zone del campo, Carlos ha punte di superiorità con il dritto e nel gioco a rete. Fuori dal campo: il rosso è un nerd di Sesto Pusteria che studia in modo maniacale ogni dettaglio; il nero è un ragazzo che frequenta Ibiza e dà il meglio quando gioca libero e divertendosi. Alcaraz vuole ribadire la supremazia nelle finali e negli scontri diretti (finora 8 a 4 per lui). E punta alla poltrona di numero 1 (nel ranking li separano 1.130 punti). Sinner vuole cancellare le scorie di Parigi e sfatare il tabù. La loro rivalità si staglia ormai un gradino o forse due sopra il livello degli altri protagonisti del circuito. Con il solo passaggio a vuoto del match contro Grigor Dimitrov, nel quale era sotto due set a zero soprattutto a causa dell’infortunio al gomito, il campione italiano non ha trovato ostacoli particolarmente impegnativi. Lo stesso si può dire per lo spagnolo, costretto al quinto set da Fabio Fognini nel match d’esordio e poi impegnato da Taylor Fritz in semifinale. Entrambi, se sono in forma, sono inavvicinabili dagli avversari.

I primi game sono di studio, ma Sinner sembra più intraprendente in risposta. Nel quinto gioco Carlos smarrisce la prima di servizio e Jannik ottiene il break. Il segreto è evitare il dritto dello spagnolo dal lato sinistro del campo, da dove può esplodere lo sventaglio e tirare il colpo inside in. Il controbreak arriva all’ottavo gioco, Jannik serve poche prime e perde uno scambio lungo. Un ace che compensa un doppio fallo porta avanti lo spagnolo: 5 a 4. Nel gioco successivo, latita la prima di servizio e un doppio fallo genera un set point che Alcaraz trasforma dopo uno scambio spettacolare. Dal 4 a 2 in suo favore, Sinner ha perso quattro giochi consecutivi, mostrandosi contratto sia nel servizio che negli scambi da fondo campo.

Il secondo set si apre con il break in favore di Jannik. Finalmente ritrova la prima e vince il gioco successivo ai vantaggi. Ma il braccio non sembra completamente libero: forse l’emozione della prima finale sull’erba o forse i postumi ancora in circolo del Roland Garros. Anche nel quarto gioco si va ai vantaggi. È importante continuare a vincere i propri turni e fare corsa di testa perché dopo il breve passaggio a vuoto, Alcaraz è di nuovo concentrato. Il settimo game, nel quale scaglia tre ace e commette due doppi falli consecutivi rischiando di subire un secondo break, fa capire anche la labilità del suo gioco. Sul 5 a 4 per lui, Sinner va a servire per il secondo set, disputa il suo game migliore con due vincenti di dritto che lasciano fermo l’avversario. Può essere il gioco che lo sblocca. È così. All’inizio del terzo set, Jannik mette finalmente a segno il primo ace. Lo spagnolo ne ha già scagliati 11 (con sei doppi falli). Pian piano l’italiano trova fiducia, migliora le percentuali di servizio e intensifica la frequenza degli ace. Uno arriva con la seconda sul 30 pari dell’ottavo gioco e un altro ancora subito dopo: 4 pari. Adesso ogni punto è pesantissimo. Ma Jannik cresce e ottiene il break per andare a servire sul 5 a 4 per lui. Con un ace, uno smash e una prima vincente incamera il terzo set. Questa autorevolezza può scongiurare il quinto set. Nel quarto, con due lungolinea vincenti di rovescio, Sinner strappa il servizio allo spagnolo e si porta 2 a 1 e servizio. L’italiano comanda, non sbaglia più. Resta concentrato anche quando deve fronteggiare due insidiosissime palle break che possono rimettere in corsa Alcaraz, sotto 3 a 4. La supremazia è netta. E regge anche agli ultimi tentativi di Carlos. Ma sono i sussulti, prima della fine. Sinner is the winner.

 

La Verità, 14 luglio 2025

Jannik doma Nole e studia la rivincita con Carlos

Sarà rivincita. La partita che tutti aspettano. Domani sul campo centrale dell’All England club di Wimbledon Jannik Sinner e Carlos Alcaraz si troveranno nuovamente di fronte dopo la sfida epica vinta dallo spagnolo a Parigi poco più di un mese fa. «Sarà difficile fare meglio che al Roland Garros», ammette il campione italiano sollecitato al termine del match vinto contro un Novak Djokovic orgoglioso e commovente allo stesso tempo. Onore a lui, il giocatore più vincente della storia del tennis. Un grande. «Non so che cosa succederà domenica. È un grande onore trovarmi di fronte a Carlos. Cerchiamo di spingerci l’un l’altro sempre al limite. Spero che sarà una bella partita per noi, ma anche per voi», ha detto Jannik dopo aver menzionato i suoi familiari: «Qui ci sono mio padre e mio fratello ed è ancora più bello raggiungere questo risultato davanti a loro».
Dopo quella dei Big three, con la seconda finale consecutiva tra loro, siamo ufficialmente entrati nell’era dei Big two. Jannik e Carlos, la Volpe rossa e il Lupo nero. È questo l’esito dei due match di ieri in cui Alcaraz ha regolato l’americano Taylor Fritz (6-4, 5-7, 6-3, 7-6) e il numero 1 del mondo ha sconfitto il campione serbo con il punteggio di 6-3, 6-3, 6-4. Una partita praticamente senza storia, se si eccettua un breve momento d’incertezza all’inizio del terzo set. Per Sinner sarà la prima finale a Wimbledon, per Carlos la terza consecutiva e la disputerà da campione in carica. Con questo risultato Jannik s’iscrive alla ristretta cerchia di giocatori che nell’era open hanno raggiunto la finale in tutti gli slam (Rod Laver, Ken Rosewall, Ivan Lendl, Stefan Edberg, Jim Courier, Andre Agassi, Roger Federer, Rafa Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray).
Dopo il ghiotto antipasto tra il numero 2 e il numero 5 del ranking che hanno espresso un ottimo tennis, con pochi tatticismi, grande prevalenza dei servizi e una qualità maggiore dello spagnolo nel gioco a rete e di tocco, c’era enorme attesa per la sfida tra la Volpe rossa e il Diavolo nero del tennis mondiale. Due giocatori di uguale forza mentale, due agonisti formidabili. Entrambi sono reduci da incidenti causati da due scivolate sull’erba. Un infortunio al gomito che consiglia ancora all’altoatesino la protezione di una manica elastica, un fastidio all’inguine per il serbo che lo farà chiamare il fisioterapista all’inizio del terzo set. Ma dopo un’ora e 55 minuti di gioco, con 12 ace e 36 vincenti, la superiorità di un Sinner vicino alla perfezione si è dimostrata schiacciante in tutte le zone del campo. Una macchina. La Volpe rossa ne trarrà grande fiducia in vista della finale di domani e per il proseguimento della stagione. Il Diavolo nero dovrà riflettere e forse riconoscere che questi regimi cominciano a essergli estranei.
Non era per nulla scontato. Sì, è vero, nel bilancio dei precedenti, 5 a 4 in favore dell’altoatesino, gli ultimi quattro match li aveva vinti lui. Ma nessuno si era disputato sull’erba dove entrambe le volte il Djoker aveva prevalso. Nei quarti di finale del 2022, rimontando sotto due set a zero. E l’anno dopo, quando aveva regolato Jannik in semifinale in tre set. Dopo quel match, Sinner aveva detto che il divario si era assottigliato. Ci aveva visto giusto. La svolta è avvenuta pochi mesi dopo, nella semifinale di Coppa Davis disputata a Malaga, novembre 2023. Un set pari, sul 5 a 4 del terzo, servizio Sinner, Djokovic ha tre match point consecutivi che possono decretare l’eliminazione dell’Italia spianando la strada alla Serbia verso l’agognata insalatiera. Invece, Sinner si ribella, ribalta la situazione e vince 7 a 5. Da lì, tutto è cambiato. Ma qui, come detto, siamo sull’erba che ha visto trionfare sette volte il campione serbo. Quando due atleti giocano lo stesso tipo di tennis, di solito vince il più giovane e prestante, quello che tira più forte. Tuttavia, tre variabili non andavano trascurate. La prima: quanto avrebbe condizionato la superficie di Wimbledon? La seconda: quanto avrebbero contato l’esperienza e il temperamento indomito del diabolico Nole? Infine, la terza componente, la motivazione: quanto avrebbe influito sul rendimento del trentottenne probabilmente al passaggio dell’ultimo treno per aggiudicarsi lo slam numero 25 e uguagliare gli otto successi sull’erba di Roger Federer?
L’inizio del match è fondamentale e il nostro campione appare subito concentratissimo. L’idea è tenere alto il ritmo, per non offrire appigli all’avversario. Al terzo gioco è già break in favore dell’altoatesino. È una battaglia di ace. L’italiano è meno falloso, più concreto e autorevole. Nei suoi turni di battuta quasi non si gioca. Nel nono game il serbo annulla due set point e gli viene in aiuto il servizio, ma al terzo deve soccombere e Sinner incamera il 6-3. Anche all’inizio del secondo l’italiano conquista subito il break e quando serve concede pochissimi punti all’avversario (due nel primo set e quattro nel secondo). Novak non sa cosa inventarsi per arginare l’onda. Prova con il serve and volley e qualcosa incassa. Il pubblico lo incoraggia nella speranza di veder allungare la partita. Ma dopo 69 minuti di gioco, Sinner è avanti due a zero. Dopo aver chiamato il fisioterapista, al secondo gioco del terzo set Djokovic ottiene il break poi tiene il suo turno di servizio e sale tre giochi a zero. È il colpo di coda del Diavolo. Mentre Jannik accusa un calo e smarrisce la prima di servizio. Nel quarto gioco Nole ha la palla per il doppio break, ma non la sfrutta e in un attimo si ritrova tre pari. Adesso affiora la stanchezza del vecchio campione e la difficoltà a reggere ritmi troppo elevati. Sinner si rinfranca e chiude senza incertezze. Appuntamento a domenica.

 

La Verità, 12 luglio 2025

Carlos re di Parigi dopo una partita che è già storia

Una guerra sportiva. Una partita epica. Un thriller con colpi di scena a raffica. La rivalità più accesa ed entusiasmante che lo sport mondiale annovera ha offerto uno spettacolo straordinario. La prima finale di uno Slam tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz la vince il numero 2 del mondo che conferma il successo di un anno fa qui sul Phlippe Chatrier di Parigi e ribadisce la sua supremazia sulla terra rossa. Una partita che resterà nella storia del tennis. I tre match point non sfruttati nel quarto set Jannik se li sognerà a lungo. Il campione italiano ha pagato la lontananza di tre mesi dalle competizioni e il fatto di non essere stato messo alla prova, salvo che da Novak Djokovic, dagli avversari precedenti avendo vinto tutti i set disputati. Più la partita diventava una maratona muscolare più le sue probabilità di vittoria diminuivano. Anche la sua corsa per il Grande Slam s’interrompe.

Dopo il ghiotto antipasto del doppio, primo Slam conquistato dalla formidabile coppia formata da Jasmine Paolini e Sara Errani, in questo momento la più forte in assoluto sulla terra battuta (Roma 2024 e 2025 e, sullo stesso campo di ieri la medaglia d’oro delle Olimpiadi), ecco il piatto forte di giornata. Jannik contro Carlos. La Volpe rossa contro il Lupo nero. Equilibrio e solidità contro varietà e passione. Sinner più forte di testa, Alcaraz sul piano atletico.

Si parte subito con il piede sull’acceleratore. Il primo gioco del match è già un romanzo, manifesto del match che seguirà. Sinner deve annullare tre palle break prima di aggiudicarselo dopo 12 minuti. Jannik non è fluidissimo, sente la partita, il servizio non lo assiste e al quinto gioco subisce il break, ma subito ritrova il 3 pari. Entrambi giocano meglio quando rispondono, questo spiega le numerose palle break. Finalmente l’altoatesino si sblocca, tiene il servizio a zero e al decimo gioco si prende il primo set. È una partita tattica, più mentale che fisica e più congeniale al numero 1 che evita di sollecitare il dritto dell’avversario e dal 4 pari vince 5 giochi di fila portandosi sul 3 a 0 nel secondo. 13 a 11: Sinner ha più vincenti dello spagnolo. Ora la prima entra con continuità e i suoi turni filano veloci. Alcaraz non entra piu in campo per rispondere alla seconda. Anzi, è lui a perdere la prima e a commettere un paio di doppi falli. Ma resta in partita e con le smorzate cerca di mischiare le carte. Jannik non concede nulla, dà sempre peso e profondità ai suoi colpi per togliere a Carlos il tempo per ricamare. Sul 5 a 3 per Sinner al servizio, Carlos va 0-30 e poi fa il controbreak. Lo spagnolo alza il livello e il pugno vincente. La Volpe rossa si concentra sul suo tennis e all’undicesimo gioco sciorina tutto il repertorio, dritto lungolinea, smorzata, pallonetto e poi ace per portarsi 6 a 5. Al tie break Jannik si porta 4 a 2 con un dritto lungolinea che gela lo spagnolo. Alla terza occasione Sinner incamera il secondo set. La partita non è finita, ma ora, per prendersela, Alcaraz deve vincere tre set consecutivi, e Sinner, che non ne ha ancora ceduto uno in tutto il torneo, dovrebbe perderli. Il terzo set inizia con break e controbreak. Carlos deve inventarsi qualcosa, magari sfruttando il calo dell’avversario che affiora dopo due set molto lottati. Jannik perde due servizi consecutivi e lo spagnolo sale 4 a 1. Ora Alcaraz è galvanizzato all’idea dell’impresa e il pubblico lo spinge. Sinner perde il primo set del torneo e si va al quarto.

Lo spagnolo urla «vamos» e spara i suoi dritti sul lato destro del rivale che, invece, è in riserva. Ma è sempre lì. Contiene l’esuberanza dell’avversario fino a recuperare un po’ di rapidità negli spostamenti. Al settimo gioco ottiene il break a zero con una meravigliosa smorzata. Poi vince il suo turno e conquista l’opportunità di servire per il match. La Volpe rossa sente il traguardo vicino e conquista tre match point consecutivi sul servizio di Alcaraz. Che però non trasforma. Carlos lo riaggancia sul 5 pari e poi lo supera 6 a 5. Nel tie break, avanti 2 a 0, Sinner rimette in corsa il rivale giocandogli una palla sul dritto da esplodere. Alcaraz serve due ace consecutivi e va a prendersi il quarto set. Non doveva accadere. Il match è completamente girato. Lo spagnolo è impetuoso, l’italiano impreciso. Ma il thriller deve ancora mostrare il suo meglio. Jannik perde subito il servizio, accusa un accenno di crampi. Si rimette in sesto e tenta una resistenza stoica. Alcaraz lo martella di palle corte. Ma lui non demorde e lo riagguanta in extremis sul 5 pari. Si decide tutto in un tie break ai 10 punti. Lo spagnolo è più fresco e sfodera il suo tennis superlativo. Appuntamento a Wimbledon.

 

La Verità, 9 giugno 2025

Jannik pensiona Nole, ma ora si erge Carlitos

Niente terra rossa tricolore. Niente Italia contro Italia, Lorenzo Musetti contro Jannik Sinner. Sarà ancora Italia Spagna, la finale del Roland Garros. Il numero 1 del mondo contro il numero 2 Carlos Alcaraz, originario della Murcia. Un dualismo che il talento di Carrara non è ancora riuscito a incrinare. Al termine di un match, giocato per due set alla pari con Alcaraz, Musetti ha dovuto ritirarsi per un infortunio alla coscia sinistra. Finché è stato bene, Lorenzo, ora sesto nel ranking, ha mostrato un tennis più qualitativo di quello dell’avversario. Dispiace che, come a Monte Carlo, anche ieri Musetti abbia dovuto arrendersi per un problema muscolare, conseguenza del gioco dispendioso cui l’aveva costretto Alcaraz. Per diventare un campione c’è ancora un po’ di «strada da fare». Ma il percorso è tracciato.

Sul Philippe Chatrier ci sono due italiani semifinalisti in uno Slam: non accadeva dal 1960, sempre a Parigi, con Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola. Si inizia con la sfida artistica, la terza in due mesi tra Musetti e Alcaraz, a Monte Carlo e Roma ha vinto lo spagnolo. Lorenzo inizia bene, senza patire l’emozione della posta in palio e si vedono più vincenti che errori. In tribuna anche Dustin Hoffman commenta con un wow un tracciante dell’italiano. Meglio non impostare il match sulla potenza, però. Alcaraz è meno baldanzoso del solito. Simone Tartarini, coach di Musetti, sollecita attenzione nei «colpi d’inizio gioco» per non lasciare l’iniziativa all’avversario. Quando entra la prima, Musetti vince facile il punto. Sul 5 a 4 per Lorenzo, le prime due palle break concesse da Alcaraz sono altrettanti set point: un errore di dritto dello spagnolo consegna il primo set all’italiano.
In questa primavera sul rosso Musetti è definitivamente sbocciato. Tartarini ha dato concretezza e ordine tattico all’enorme talento del suo giocatore, a volte tentato dai virtuosismi. La condizione atletica sembra sorreggerlo anche in difesa. Il tennis di Lorenzo ha una definizione superiore a quella di Carlos. Del quale, però, bisogna attendere la reazione. Che puntualmente arriva. Con un dritto sulla riga di fondo e una controsmorzata millimetrica lo spagnolo conquista il break. Ma Musetti gli strappa di nuovo il servizio e pareggia. Si va al tie break: Alcaraz deve vincerlo se non vuole trovarsi sotto di due set e allora sale di livello. Dopo un errore di Musetti, un nastro amico porta lo spagnolo sul 5 a 1. Siamo un set pari, ma il tie break è la svolta. Musetti accusa una lesione muscolare alla coscia sinistra. Il terzo set finisce in un battito di ciglia. Inevitabile il ritiro per non mettere a rischio il seguito della stagione.

All’ora dell’aperitivo va in scena la semifinale titanica, il maestro contro l’allievo che l’ha superato (tra i quali si è stesa un po’ di ruggine per le dichiarazioni dell’ex numero 1 sul caso Clostebol): il bilancio fra Sinner e Novak Djokovic è di 4 vittorie a testa. Sulla terra l’esperienza conta, ma i duellanti giocano un tennis a specchio, solo che Jannik fa tutto un filo meglio ed è più giovane di 15 anni. Il piano del serbo è evitare gli scambi lunghi, ricorrendo alla smorzata. Ma anche se il dritto è un po’ impreciso, al quinto gioco l’italiano ottiene il break. Perso il primo set, il diabolico Djoker inizia a colpire meglio. Per lui è obbligatorio vincere il secondo set, ma dopo un’altra smorzata inefficace, subisce il break al settimo gioco. Però la prima latitante di Sinner gli consente di rientrare sul 5 pari. Adesso i vincenti si susseguono e dopo due ace, uno con la seconda, Jannik si prende anche il secondo set. Davanti a Nole, che ha rinfoderato le palle corte, c’è l’Everest. Anche perché il servizio dell’italiano ora funziona. Il decimo gioco è un romanzo: Nole non trasforma tre set point, contesta una chiamata out dell’arbitro, vince con uno smash il punto successivo, ma il gioco se lo prende Jannik. Si arriva al tie break e Sinner che sa giocare al meglio i punti decisivi, se lo aggiudica. Grande onore allo sconfitto, «il migliore della storia del nostro sport», garantisce Jannik. Che è approdato alla finale senza aver perso un set.

Domani sul Philippe Chatrier, dopo il doppio femminile con Jasmine Paolini e Sara Errani, toccherà a lui vendicare Musetti. Sarà la prima volta che Sinner e Alcaraz si sfideranno in una finale slam. Lo spagnolo potrà difendere il successo del 2024 e rimarcare la sua supremazia sul rosso. Per Sinner sarà un match per continuare a puntare al Grande Slam.

 

La Verità, 7 giugno 2025

Che cosa teneva Francesco distante dai movimenti

C’è un’altra, significativa, differenza tra papa Francesco e i suoi predecessori. Una differenza non secondaria. Una diversità che riguarda il rapporto con il mondo, la contemporaneità, i cosiddetti lontani. Guardandolo da qui, il pontificato di Bergoglio, non si può non riscontrare una certa discontinuità con il magistero di Benedetto XVI e, prima, di Giovanni Paolo II, quest’ultimo da lui proclamato santo. È una discontinuità che appare evidente nella diversa considerazione dei movimenti ecclesiali. Positiva quella di Joseph Ratzinger e di Karol Woytjla, più problematica quella di Francesco, tanto che diversi sono stati gli interventi correttivi e le richieste di adeguamento degli statuti delle varie associazioni.

Nelle curve degli anni Settanta e Ottanta, i predecessori di Bergoglio avevano potuto constatare l’efficacia della presenza delle diverse comunità cristiane nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università. La testimonianza dei gruppi di Comunione e liberazione, dell’Opus Dei (per Josémaría Escrivá de Balaguer il lavoro è la via alla santificazione), dei Focolarini e dei Neocatecumenali era stata efficace nel frenare l’espandersi delle ideologie e, dopo le tragedie degli anni di piombo, aveva contribuito a riportare quegli ambienti alla normalità e alla democrazia. Ognuno a proprio modo, sia Ratzinger che Woytjla non si prefiggevano di essere popolari, né di entrare in sintonia con la mentalità comune.

Tutt’altro era lo scenario nel quale era vissuto Jorge Mario Bergoglio nell’Argentina dell’epoca, tra la dittatura militare e l’avvento del peronismo. L’arcivescovo di Buenos Aires era critico nei confronti della teologia della liberazione, ma si riconosceva nel cristianesimo del pueblo, più schietto e devoto. Una religiosità vicina alla povera gente, ai fedeli semplici delle periferie geografiche ed esistenziali, come ha sempre esemplificato con un’infinità di aneddoti e ricordi personali. Pur ricordando che aveva letto i libri di don Luigi Giussani, il fondatore di Cl, e qualche volta li aveva presentati nella sua diocesi, pur avendo sottolineato che aveva celebrato liturgie con la Comunità di Sant’Egidio e favorito incontri ecumenici con i Focolarini, a Bergoglio i movimenti e le nuove comunità risultavano qualcosa di ultimamente estraneo. Erano un fenomeno europeo, forse un po’ troppo intellettuale. Di sicuro un tantino compiaciuto e a rischio «autoreferenzialità», come ebbe a sottolineare in piazza San Pietro durante un’udienza al movimento di Comunione e liberazione del marzo 2015. E come ribadì anche in occasioni successive.

La percezione di papa Francesco era che i movimenti erano realtà nelle quali si consolidavano centri di potere. Terminata la testimonianza dei fondatori, com’era stato con Escrivá de Balaguer per l’Opus Dei e don Giussani per Cl (ma anche per Chiara Lubich e il movimento dei Focolari), la responsabilità dei loro successori non poteva essere garanzia del carisma originario per un tempo illimitato. Così, l’11 giugno del 2021, a firma del cardinale Kevin Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la famiglia e la vita e attuale camerlengo pontificio, è arrivato il decreto che stabilisce in cinque anni la durata del mandato di governo dopo i quali bisogna procedere a nuove elezioni. Inoltre, la stessa persona può ricoprire l’incarico per un massimo di dieci anni consecutivi. Avendoli già superati come presidente della Fraternità di Cl, pur essendo stato scelto come suo successore dallo stesso Giussani, don Julián Carrón ha scelto di dimettersi, lasciando la responsabilità all’attuale responsabile, Davide Prosperi. Un paio d’anni dopo, con Motu proprio datato 8 agosto 2023, Francesco ha assimilato la prelatura personale del presidente dell’Opus Dei alle associazioni pubbliche clericali di diritto pontificio, cancellando la Costituzione apostolica (Ut Sit) con cui, al termine di un lungo lavoro con una commissione specializzata, Giovanni Paolo II aveva concesso l’ordinazione episcopale al sacerdote responsabile del movimento. Dopo questi decisi interventi, sia Cl che l’Opus Dei hanno iniziato un complesso lavoro di revisione dei loro statuti tuttora in corso per adeguarsi alle indicazioni magisteriali.

Negli anni del pontificato di Francesco, l’invito più ricorrente rivolto ai preti è stato quello a superare il clericalismo e a essere pastori che sentono «l’odore delle pecore». E ai laici di essere «Chiesa in uscita». Ora l’eredità lasciata al Papa che uscirà dal prossimo conclave è quella del Sinodo sulla sinodalità, formula di complessa decodificazione e sfuggente astrattezza. Il dialogo con il mondo non può essere una questione da diritto canonico. Con tutti i loro limiti e la conseguente necessità di correzioni, essendo nati nelle scuole e nei luoghi di lavoro, «il problema» del rapporto con il mondo i movimenti non ce l’hanno. Essendo nati nel mondo, non hanno bisogno di strategie per rivolgersi ai lontani. Al contrario, forse sono la possibilità più adeguata della Chiesa di affrontare la sfida della contemporaneità.

 

La Verità, 23 aprile 2025

Striscia sostiene che Affari tuoi pilota le vincite

«L’unica fortuna che si incontra ad Affari tuoi è quella di capitare nella puntata giusta». Si chiude così il servizio dell’inviata Rajae Bezzaz trasmesso ieri sera da Striscia la notizia sulle vincite del game show di Rai 1. Dopo un avvio di stagione scoppiettante con un bottino di 300.000 euro nelle prime puntate sembrava che il programma condotto da Stefano De Martino fosse avviato a superare la media dei premi a puntata delle annate precedenti che si aggira attorno ai 36.000 euro. Invece, dai calcoli fatti anche dagli autori del tg satirico di Canale 5, la media della stagione in corso è di 30.000. Ma c’è un particolare non esattamente trascurabile. Dalle due stagioni condotte da Amadeus il montepremi è sceso e non di poco essendo stato eliminato il pacco da 500.000. Ora il premio massimo è di 300.000 euro. Inevitabile che ci sia un ridimensionamento della media di vincite a puntata.
Antonio Ricci risale sullo storico cavallo di battaglia e Striscia la notizia torna a graffiare Affari tuoi, il game show di Rai 1 che quest’anno si è assestato attorno al 29% di share (6 milioni circa di telespettatori). Oltre alla strenua battaglia degli ascolti, al papà del tg satirico di Canale 5 sta da sempre cordialmente sulle scatole il fatto che il servizio pubblico televisivo distribuisca denaro con un mero gioco d’azzardo. Stavolta la prova trovata dai suoi autori è annunciata come «inoppugnabile». Aggettivo a prova di smentita. Insomma, secondo Ricci e i suoi autori ad Affari tuoi ci sarebbe il trucco e ci sarebbe pure l’inganno. Quello che Striscia contesta in particolare è l’esistenza di un tetto da non superare. Come può non essere «pilotato» un programma basato sulla fortuna se il budget viene ripetutamente rispettato negli anni?
Intervistato da Tintoria il 24 settembre scorso, Max Giusti, già conduttore del quiz di Rai 1, aveva rivelato che, ai tempi della sua conduzione, bisognava rientrare in un budget medio di vincite di 33.000 euro a puntata. Invece, in un’intervista proprio alla Verità del 23 novembre, il «Dottore», l’autore del programma Pasquale Romano, ha smentito l’esistenza di un budget perché essendo il gioco «basato solo sulla fortuna le variabili sono infinite» e ha quindi «un’aleatorietà che nessun gioco ha».
Non è così, sostiene Ricci con la sua squadra. Il gioco è «pilotato» perché deve rispettare un budget.  Andando a controllare le tendenze di lungo periodo Striscia ha scoperto «un vero e proprio “sistema” che distribuisce quotidianamente premi di diverso valore ma, alla fine, sempre rispettosi di una media prestabilita». Questo cosiddetto «sistema», secondo la documentazione acquisita dal tg del Biscione, non riguarda solo gli anni di conduzione di Max Giusti, ma pure quelli di altri conduttori. Per esempio, con Flavio Insinna, per quattro edizioni dal 2013 al 2017, la vincita media garantita è sempre stata attorno ai 36.000 euro a puntata. Euro più euro meno. La scoperta, sostengono gli autori di Striscia, è sorprendente perché smonta l’idea del gioco aleatorio, dipendente in toto dalle bizze della dea fortuna. Se dovendo mantenere il budget non tutti i concorrenti hanno la medesima probabilità di vittoria, allora si deduce che il gioco è gestito: questo l’assunto del tg che ha come sottotitolo «la voce della complottenza».
Forse, per fare bingo, gli autori di Striscia speravano di trovare una media vincite alta anche in questa annata targata De Martino. Non è così. La media è scesa di 6.000 euro rispetto alle stagioni di Insinna. Ma, per essere pienamente attendibile, il confronto va fatto con il periodo di Amadeus che aveva lo stesso montepremi. Sarà, verosimilmente, argomento della puntata di Striscia di stasera. Il tormentone è ripartito.

 

La Verità, 19 marzo 2025

Non venero i cantautori, ma se si convertono…

Uffa, ancora i cantautori. È stata questa la mia reazione alla doppietta di interviste del Corriere della Sera a Francesco Guccini e Roberto Vecchioni. Un mese e mezzo prima c’era stata quella, un po’ diversa, a Jovanotti, da cui tutto è partito. Megainterviste, doppie pagine dense e ricchissime. Al netto del fatto che a un giornale come il nostro mai la concederebbero – non si sa se per snobismo o per pregiudizio ideologico – tuttavia continuo a chiedermi perché nella terza decade del Terzo millennio continuiamo a regalar loro cattedre magistrali. I cantautori storici, come Guccini e Vecchioni, hanno conquistato il successo in una stagione precisa, un decennio disgraziato di violenza e terrorismo, eppure pontificano tuttora su canzoni di mezzo secolo fa da pulpiti argentati: programmi tv, case editrici, testate giornalistiche, tutto molto chic.
Perdonerete la digressione: musicalmente, non sono mai stati la mia preferenza. In casa, con un fratello e una sorella maggiori, si ascoltavano di più Mina, Lucio (Mogol) Battisti e «i complessi». Poi, grazie a un amico, mi avvicinai al rock progressivo dei Jethro Tull e della Premiata Forneria Marconi da Impressioni di settembre in poi e, da lì, alla fusion e al jazz, sempre per il primato della musica sulle parole cariche di implicazioni ideologiche. E se qualcuno dei cantautori mi emozionò, fu il Lucio Dalla visionario ed esistenziale di L’ultima luna, Caro amico ti scrivo, Anna e Marco, prima della scoperta dell’intelligenza anarchica e abrasiva di Giorgio Gaber, tuttora attualissimo. In ogni caso, erano ascolti che non avevano nulla di assoluto. Perché buona parte di quel decennio lo trascorsi impegnato in altre faccende – frequentando da fuori sede e privo di attrezzature musicali dignitose, la facoltà di Scienze politiche di Padova, egemonizzata da Toni Negri – essendomi imbattuto, senza meriti, in una storia che aveva riferimenti ben diversi dai cantautori. Non essendolo stati allora, meno ancora li venero maestri oggi. Anche quando, nelle serate tra amici, qualcuno ci invita a riflettere su una frase di un loro brano con l’enfasi degna di una lirica lepoardiana, ne riconosco la qualità, ma senza riuscire a sperticarmi. Così come mi è accaduto leggendo le interviste di cui sopra.
Devo dire che Jovanotti non parlava da un po’, causa il grave incidente di cui è rimasto vittima. E chissà, forse per la travagliatissima esperienza, me l’ha fatto trovare diverso da come lo ricordavo. Meno allineato al mainstream. Più coraggioso su temi come fede e ragione: credere «è una scelta, ed è anche un lavoro, dettato dal destino. Sono un illuminista riluttante… Ho una formazione razionale. Ma lascio la porta aperta al mistero, anzi spalancata. E ci passa una corrente travolgente. Una volta Saviano mi invitò in una sua trasmissione a cantare Imagine. Dissi di no… Non voglio cantare un mondo in cui non esista la religione. Un mondo senza religioni sarebbe peggiore, perché la fede è la cosa più umana di te». Su papa Francesco: «Umanamente, Francesco mi piace, mi diverte, mi emoziona. Gli si vuole bene. Ma l’idea che la Chiesa si debba trasformare in una onlus non mi pare del tutto condivisibile». Su Donald Trump e la sinistra: «Trump è un fenomeno del nostro tempo, e come tutti i fenomeni, anche i più inquietanti, è un’occasione per distinguere cosa Trump non è, e farla fiorire. Ha vinto nettamente, e gli elettori meritano rispetto. Dall’altra parte gli altri non sono riusciti a darsi una leadership forte, che si occupasse dei temi che davvero interessano… Gli eccessi della cultura woke sono controproducenti». Jovanotti con quell’intervista è stato la molla delle successive perché ha avuto l’azzardo di dire che non lo convince «la distinzione tra cultura alta e cultura bassa. Gloria di Umberto Tozzi non ha nulla da invidiare alla Locomotiva di Guccini». Proprio questo non si perdona a Lorenzo Cherubini: la pari dignità alla cultura bassa rispetto a quella alta. Così le interviste successive sono nate per rimarcare la differenza di lignaggio. «Al Corriere stavamo pensando a una serie di interviste ai grandi artisti italiani, per farci raccontare la “loro” canzone. Inevitabile a questo punto cominciare da lei e dalla Locomotiva. Quali libri ci sono dietro?», ha stuzzicato Guccini, Aldo Cazzullo. Adombrato, il «maestrone» di Pavana, che pure iniziò come cantante e chitarrista di orchestrine da balera, ha evidenziato tutta la filigrana del suo inno all’anarchia. Ora non vi tedierò con un’altra raffica di citazioni gucciniane salvo quella in cui si stupisce che il cardinal Matteo Zuppi, presidente della Cei, sia «un amico, per quanto mi sembra impossibile avere un amico cardinale», con cui va persino in pellegrinaggio in Vaticano (ma questo al Corriere non l’ha detto). «Pensi se un giorno fossi amico di un Papa… Ma forse sarebbe troppo grossa», ha messo le mani avanti.
Vecchioni, invece, arrivato a stretto giro, ha condito con citazioni di Orazio Luci a San Siro e di Somerset Maugham e del Talmud babilonese Samarcanda. Ma la sua intervista è densa di rivelazioni dolorose, il suo alcolismo e il suicidio del figlio, affetto da sindrome bipolare, e bisogna inchinarsi davanti alla generosità di Vecchioni, forse in parte debitrice alla moda dell’oversharing, l’eccesso di condivisione, di cui sono fatte queste confessioni (lo dico da parte in causa, dedicandomi al genere) contenenti traumi ed esperienze drammatiche che non sempre si sa dove sfocino. Nel caso di Vecchioni, sembra in modo più esplicito e consapevole rispetto a Guccini, a uno sguardo di fede, che ha ben «tre motivi», e che l’ha portato qualche mese fa a tenere un concerto in piazza San Pietro, alla presenza di papa Francesco.
Ecco, curiosamente si finisce sempre lì. Tuttavia, la mia irritazione di partenza, lungi dallo sparire perché non amo la facile distribuzione di patenti magistrali della società dello spettacolo, è solo compensata da quello che sembra l’arrivo degli esponenti della «cultura alta» allo stesso approdo del più popolare e umile Enzo Jannacci. Il cantore dei perdenti e dei disperati che diceva che «abbiamo tutti bisogno della carezza del Nazareno» (la prima volta quando si parlava di Eluana Englaro).
Dunque, cari cantautori, benvenuti tra noi.
Post scriptum Se vi capita di andare su Spotify, provate ad ascoltare i podcast ricavati per Chora Media dalle lezioni di don Luigi Giussani

 

La Verità, 8 gennaio 2025

Pier Silvio delude gli anti Berlusconi: niente politica

È un Pier Silvio Berlusconi tuttocampista quello che incontra i giornalisti nella conferenza stampa di fine anno. Un Pier Silvio box to box, come si dice in gergo calcistico. Anzi, propenso alle incursioni nelle diverse aree di competenza. La politica innanzitutto, compresi i rapporti con il governo di Giorgia Meloni che negli ultimi mesi hanno registrato qualche increspatura. Poi la Rai, Sanremo, l’Europa, Giambruno e annessi, le alterne fortune di Striscia la notizia. Eccetera eccetera. Spesso è così perché a queste serate partecipano giornalisti televisivi, politici, economici, sportivi e di costume. Stavolta l’amministratore delegato di Mfe-Mediaset sembra più generoso e generalista del solito, complice un 2024 «eccezionale», con il titolo cresciuto del 25,4% e i ricavi del 7,7%. «Dal Covid abbiamo cambiato passo: MediaForEurope è il primo broadcaster europeo», sottolinea Berlusconi jr. Lo confermano i dati sugli utili: rispetto a quelli cumulati tra il 2016 e il 2019, quelli del quadriennio 2020-2024 «sono più che raddoppiati e superano il miliardo di euro». Ottimi anche i riscontri sull’audience, alla pari con la Rai nell’intera giornata (36,8% di share contro il 36,7) e molto superiori nel target commerciale: Mediaset al 39,5% e Rai al 31,3.

Si comincia. «Non ho nessuna intenzione di entrare in politica. Né ora né mai», scandisce il ceo di Mediaset, smentendo previsioni e scenari di siti e giornali interessati a vederlo in campo, forse perché orfani del grande nemico o ancor più perché desiderosi di scardinare gli equilibri della maggioranza. Invece no, mappa obsoleta. Perché pare proprio che Pier Silvio voglia mandare messaggi rassicuranti, come si evince dai motivi del «non entro in politica. In primo luogo perché amo Mediaset, l’azienda e tutti quelli che ci lavorano. Il mio posto è qui e credo che il mio lavoro non sia finito. Il secondo motivo è che non ritengo serio improvvisarmi in un mestiere che non è il mio senza fare gavetta». Infine, il terzo motivo, «il più importante», dice l’ad Mediaset. «C’è già un governo stabile e che sta facendo bene. Pensate a cosa sta succedendo in altri grandi Paesi europei come Francia e Germania. Da noi c’è stabilità».

Un piccolo dissenso persiste sull’abbassamento del canone a 70 euro, ma è circoscritto all’iniziativa della Lega. «Salvini mi sta molto simpatico», premette, «ma non capisco perché faccia questa battaglia. Se togli delle entrate da una parte poi le devi prendere da un’altra e io trovo giusto che la fiscalità generale vada a finanziare la sanità e la scuola, per dire. Credo che la politica dovrebbe avere un occhio di riguardo per la Rai e per l’audiovisivo in generale. L’idea di abbassare il canone mi pare strampalata. Siamo il Paese dove si investe di meno in questo settore: indebolirlo ancora aprirebbe le porte alle multinazionali». Anche dalla possibile concorrenza sul Festival di Sanremo Berlusconi jr si tira fuori, per il momento: «Non ho capito esattamente che cosa sta succedendo, è tutto un po’ fumoso… La Rai è il motore del Festival e da italiano mi auguro che rimanga lì. Se un giorno sarà sul mercato valuteremo come tv commerciale».
Oltre la politica e le relazioni con la concorrenza, risponde a tutte le domande, comprese quelle su Andrea Giambruno, la cui vicenda, a ben vedere, non è così lontana dalla politica. «Prima o poi tornerà in onda anche se oggi non ci sono progetti che lo riguardano. La responsabilità di un programma (Diario del giorno su Rete 4 ndr) è più importante che andare in video». Di recente gli è stato negato il nullaosta per la partecipazione a Belve. «Non c’è stato un divieto, Andrea è un giornalista Mediaset. Quando arrivano delle richieste da parte della Rai o di altre televisioni si valutano. Se c’è qualcuno che è disposto a intervistarlo è giusto che vada a raccontare le cose prima da noi… Il nostro è un atteggiamento protettivo nei suoi confronti, e non solo», allude. Nel capitolo «correzioni al palinsesto» ecco che la più significativa riguarda Striscia la notizia. «È innegabile che stia vivendo un momento faticoso, dopo 37 anni di storia è normale che succeda. Parlo spesso con Antonio Ricci e sono fiducioso che trovi la strada per tornare a crescere. Per il futuro non escludo un’alternanza di prodotto», ipotizza per la prima volta il capo di Mediaset, «ma oggi conto molto su Antonio». E proprio Ricci rassicura: «Striscia sta pian piano risalendo, al 99,9% è la trasmissione più vista della serata di Canale 5».

Altra revisione necessaria, ma certamente con meno implicazioni, è quella per La Talpa: «Il prodotto non è venuto perfetto, non aveva i polmoni adatti per Canale 5, mentre il suo aspetto crossmediale ha funzionato bene. Non escludo di riproporre un progetto del genere». La stessa speranza, però confortata da ottimi ascolti e dalla riuscita del format, riguarda This is me, condotto da Silvia Toffanin. Conferme arrivano per Barbara Palombelli e Federica Panicucci. Diletta Leotta è una possibilità anche se per ora non ci sono progetti disegnati su di lei, mentre Myrta Merlino lascerà Pomeriggio 5 per un altro progetto. Auguri a tutti.

 

La Verità, 13 dicembre 2024