Soldi pubblici alla serie su Corona: Giuli risponda

Al ministero della Cultura, in particolare alla Direzione generale cinema e audiovisivo, i conti continuano a non tornare. Dal punto di vista dei contribuenti, s’intende. Perché, visti dall’angolazione dei fruitori dei finanziamenti del dicastero di Via del Collegio romano, produttori cinematografici e televisivi, broadcaster e piattaforme multinazionali, i conti tornano alla grandissima, eccome. Dopo la scoperta documentata su questo giornale da Davide Perego con una lunga e meticolosa inchiesta su decine di film e opere di scarso o inesistente interesse pubblico, alcune nemmeno approdate nei cinema, altre programmate in sale deserte, ma sostenute a vario titolo per anni e per svariate decine di milioni dai contributi del ministero della Cultura, prima con Dario Franceschini e poi con i suoi successori Gennaro Sangiuliano e Alessandro Giuli nel governo Meloni, dopo tutto questo si auspicava che i criteri di assegnazione dei medesimi fondi venissero ampiamente revisionati. Purtroppo, sembra di poter dire con una certa dose di rammarico che non è così.
Questo giornale nei giorni scorsi ha svelato che la controversa docuserie Fabrizio Corona – Io sono notizia dal 9 gennaio in programmazione su Netflix ha ricevuto dal ministero della Cultura quasi 800.000 euro (793.629 per l’esattezza), praticamente un terzo dell’intero budget (2.448.556 euro) per realizzarla. I cinque episodi diretti dai registi di documentari Massimo Cappello e Marzia Maniscalco sono prodotti da Bloom media house, una società dal portafoglio scarno di cui nell’homepage del sito si legge: «Siamo una società di produzione che si occupa di ideazione, scrittura, adattamento e produzione di contenuti audiovisivi per i differenti media: televisione, cinema e web». E che, tuttavia, è riuscita a convincere la mega piattaforma a diffondere una docuserie definita da Aldo Grasso sul Corriere della Sera «un brutto spot che cerca di trasformare un pregiudicato (bancarotta fraudolenta, frode fiscale, corruzione, estorsione, detenzione di banconote false…) in uno spregiudicato, un mitomane in un eroe del nostro tempo». Oppure raccontata da Antonio Dipollina su Repubblica come una lunga spiata sul retrobottega del berlusconismo, «una vasca di liquami» su cui «gettare benzina… accendere, godersi lo spettacolo e farci più soldi possibile». Anche noi, nel nostro piccolo, l’abbiamo rubricata come «un monumento a un campione di nichilismo… un genio del male».
Tuttavia, il punto della faccenda non è la moralità del soggetto dell’opera, né la sua qualità. Ma l’entità del contributo pubblico assegnato con il meccanismo del credito d’imposta, il famigerato tax credit. Non si tratta, cioè, di «contributi selettivi», ovvero fondi assegnati dopo che una commissione di esperti ha esaminato la sceneggiatura, valutato la necessità di incoraggiare autori alla loro opera prima o di premiare lo sforzo produttivo per un film d’essai o di interesse culturale per il suo «valore artistico, storico o antropologico». No, il sostegno con il tax credit avviene, per così dire, in modo automatico, sulla base di criteri asettici e, messa così, può essere pure peggio perché praticamente si tratta di finanziamenti pubblici a pioggia. Quali sono questi criteri? Che i produttori che ne fanno richiesta abbiano una loro attività riconosciuta e che l’opera abbia un’adeguata visibilità. Qualcos’altro? Sì, che il film o la serie in questione non incentivi l’odio razziale o di genere, l’uso della pornografia e altre amenità. Ma questa valutazione diciamo così, contenutistica, può aversi solo a posteriori, facendo eventualmente scattare la revoca del finanziamento erogato qualora qualcuno alzi il ditino ed eccepisca.
Non è questo il caso di Fabrizio Corona – Io sono notizia, un documentario che inanella una serie di opinioni, racconti e aneddoti circa l’attività dell’ex re dei paparazzi, suffragati o contraddetti dal medesimo Corona. Zero elaborazione, zero scrittura. Ma ciò che davvero sconcerta è che, alla fine, transitando dalla società Bloom media house, il denaro dei contribuenti sia finito a Netflix. La quale, senza il sostegno pubblico, avrebbe verosimilmente pagato l’intero esborso per l’acquisto della docuserie. Lo stesso si può dire di Paramount+; che avrebbe pagato l’intero budget di Vita da Carlo (quarta stagione). E di Sky Italia, che avrebbe saldato l’acquisto di Gomorra – Le origini, o della terza stagione di Call my agent. Questo solo per stare ad alcuni altri titoli che hanno ottenuto l’erogazione del ministero della Cultura con il medesimo decreto del 23 dicembre scorso che riguarda la serie su Corona. È difficile spiegarsi perché ci sia bisogno di questo sostegno pubblico e aziende multinazionali potentissime come Netflix, Paramaount+ (Skydance media) e Sky (Comcast corporation) possano indirettamente usufruire del denaro dei contribuenti italiani.

Per capirne di più ci siamo rivolti alla Direzione generale del cinema e dell’audiovisivo del ministero. Dove ci hanno chiesto di inviare una mail…

 

La Verità, 13 gennaio 2026

L’arbitro del Quirinale è schierato con l’opposizione

La rotta ostinata e contraria di Sergio Mattarella nei confronti dell’attività di governo è sotto i nostri occhi una volta diradata la nebbia della narrazione ossequiosa e compiacente. La concessione della grazia ad Abdelkarim Alla F. Hamad, lo scafista condannato a 30 anni per concorso in omicidio plurimo e violazione delle norme sull’immigrazione per fatti avvenuti nel 2015 (49 persone trovate morte in un barcone diretto a Lampedusa) è l’ultimo di una serie di atti del capo dello Stato in contrasto con la linea di Giorgia Meloni. Che, all’indomani della tragedia di Cutro, aveva urlato: «Cercheremo gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo».
Tra Quirinale e Palazzo Chigi siamo alle divergenze parallele, dove il parallelismo è solo temporale, nel senso che l’inquilino del Colle più alto fa un uso sagace della tempistica per esprimere orientamenti opposti. Se il governo allenta le misure contro il Covid interviene sottolineando che non bisogna cantare vittoria. Se Palazzo Chigi disegna la proposta del premierato forte, il capo dello Stato si presenta a sorpresa al Festival di Sanremo per applaudire Roberto Benigni che inneggia all’intoccabilità della Costituzione più bella del mondo. Si potrebbe continuare, senza dimenticare i silenzi del presidente quando si tratterebbe di difendere il governo dalle ingerenze delle procure o dagli attacchi di leader stranieri. Tutti insieme, silenzi, interventi a contrasto e ingerenze, configurano nel comportamento proattivo del secondo mandato di Mattarella una sorta di semipresidenzialismo ibrido. Mentre infatti con il governo di Mario Draghi e prima con quello di Giuseppe Conte, l’attivismo dell’arbitro del Quirinale era improntato a un accompagnamento condiscendente, da garante della maggioranza, ora, l’agenda del Quirinale sembra quella del capo dell’opposizione.
21 dicembre 2023 Sono passate poche ore dall’intervento di Elon Musk ad Atreju che, davanti alle alte cariche dello Stato invitate al Quirinale per gli auguri di Natale, Mattarella inaugura la sua personale battaglia contro il patron di Space X, Starlink e Tesla. In quei giorni la tecnologia satellitare Starlink è candidata a implementare il nostro sistema delle comunicazioni e di difesa, ma Mattarella stigmatizza, senza citare Musk, «oligarchi di diversa estrazione (che, ndr) si sfidano nell’esplorazione sottomarina, in nuove missioni spaziali, nella messa a punto di costosissimi sistemi satellitari (con implicazioni militari) e nel controllo di piattaforme di comunicazione social, agendo, sempre più spesso, come veri e propri contropoteri». Con la consulenza del segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani che propende per la tecnologia Eutelsat supportata dalla Francia, il negoziato per Starlink naufraga.
24 febbraio 2024 Dopo gli scontri a Pisa tra attivisti pro Pal che manifestano in un corteo non autorizzato e le forze di polizia che fanno ricorso all’uso dei manganelli, l’ufficio stampa del Quirinale dirama una telefonata del capo dello Stato al ministro degli Interni Matteo Piantedosi nella quale afferma che «quei manganelli esprimono un fallimento» e che «l’autorevolezza delle Forze dell’ordine non si misura sui manganelli ma sulla capacità di assicurare sicurezza tutelando, al contempo, la libertà di manifestare pubblicamente opinioni». È una critica energica al ministro e una scelta di campo pro-pro Pal. Nei giorni a seguire si intensificano gli attacchi, Maurizio Landini in testa, alle Forze dell’ordine e al governo.
6 novembre 2024 Donald Trump vince le elezioni americane, ma quel giorno, insieme a Romano Prodi, Jaki Elkann, Pierferdinando Casini e Antonio Tajani, Sergio Mattarella è a Pechino in visita ufficiale alla Repubblica popolare cinese. La tempistica non è felicissima, Xi Jinping è l’avversario numero uno del nuovo presidente americano. Certamente la visita era programmata da tempo, forse nell’intento di riattivare la Via della seta e forse al Quirinale si scommetteva sulla vittoria di Kamala Harris. Nell’occasione la Fondazione Agnelli assegna a Prodi una cattedra di «Studi italiani» presso l’università Beida di Pechino dove, nella lectio magistralis, il capo dello Stato tiene un discorso franco, perché «fra amici» non ci devono essere «veli», e incoraggia «a intensificare il più possibile i già eccellenti rapporti tra Cina e Italia».
14 novembre 2024 Nuovo capitolo dello scontro con mister Tesla. Musk definisce «inaccettabile» l’intervento della procura di Roma contro l’uso dei Cpr in Albania e in un post si chiede: «Il popolo italiano vive in una democrazia o è un’autocrazia non eletta a prendere le decisione?». Dall’alto della sua carica, contro quello che è un semplice cittadino, il Quirinale replica che «l’Italia è un paese democratico… che sa badare a sé stessa, nel rispetto della sua Costituzione» (a sua volta Musk si appella alla libertà di espressione «protetta dal Primo emendamento degli Stati Uniti e dalla Costituzione italiana»).
5 febbraio 2025 Ricevendo la laurea honoris causa a Marsiglia, Mattarella tiene uno dei discorsi più aggressivi del secondo mandato. Dopo aver rinverdito gli attacchi a Musk parlando di «figure di neo-feudatari del Terzo millennio… che aspirano a vedersi affidare signorie nella dimensione pubblica… quasi usurpatori delle sovranità democratiche», paragona l’invasione ucraina della Russia al comportamento del Terzo Reich. «La strategia dell’appeasement non funzionò nel 1938… Avendo a mente gli attuali conflitti, può funzionare oggi?», si chiede Mattarella. Prima di concludere: «Anziché la cooperazione, a prevalere fu il criterio della dominazione. E furono guerre di conquista. Fu questo il progetto del Terzo Reich in Europa. L’odierna aggressione russa all’Ucraina è di questa natura». Il 14 febbraio la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova contrattacca definendo «parallelismi storici infondati e falsi» ed «elucubrazioni blasfeme» le parole del nostro presidente, confortato nell’occasione dalla solidarietà di tutte le cariche dello Stato.
17 ottobre 2025 Alla cerimonia di consegna delle Stelle al merito del lavoro il capo dello Stato parla dei livelli retributivi nel settore pubblico e privato. Ma, visto che i contratti dei dipendenti pubblici (insegnanti, ferrovieri, agenti di polizia ecc.) sono stati rinnovati, invece di rivolgersi a Confindustria e sindacati, estende l’allarme chiamando in causa la guida del Paese: «Il lavoro oggi procede a velocità diverse. Si creano diaframmi tra categorie, tra generazioni, tra lavoratori e lavoratrici, tra italiani e stranieri, tra territori, tra chi fa uso di tecnologie avanzate e chi non è in condizioni di farlo». In pieno autunno caldo, mentre si susseguono gli scioperi e il governo lavora alla legge di bilancio, Mattarella getta benzina sul malcontento.
16 novembre 2025 Invitato dal presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier, Mattarella parla al Bundestag, il Parlamento tedesco, in occasione della Giornata del lutto nazionale a 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due settimane prima, Donald Trump ha annunciato: «Con altri Paesi che testano armi nucleari, è appropriato che lo facciamo anche noi». Forse dimentico di essere nel Paese che ha riformato la Costituzione per destinare 1000 miliardi al riarmo, il capo dello Stato attacca il presidente americano parlando dei «troppi dottor Stranamore che amano la bomba».
18 novembre 2025 La Verità rivela che in una cena in pubblico il segretario del Consiglio supremo di Difesa Francesco Saverio Garofani ha auspicato la creazione di «una grande lista civica nazionale» e «un provvidenziale scossone» che impedisca a Giorgia Meloni di vincere le elezioni del 2027 per poi influenzare la scelta del Quirinale del 2029. Il capo dei deputati di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami chiede che le ricostruzioni della Verità «siano smentite senza indugio». Ma dal Colle arriva una nota che fa da schermo al segretario del Csd: «Al Quirinale si registra stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa che sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica costruito sconfinando nel ridicolo». Il Quirinale si mostra sordo alle richieste di dimissioni del consigliere per la Difesa.
12 dicembre 2025 Mentre Bruxelles approva il congelamento dei 210 miliardi di asset russi accogliendo la posizione di Giorgia Meloni che spinge per cooperare con gli sforzi americani per il cessate il fuoco, il capo dello Stato afferma davanti al corpo diplomatico che «l’Italia sta con l’Ucraina». Nessun tentennamento o accenno all’uso molto improprio da parte dei più stretti collaboratori di Zelensky del denaro arrivato dall’Europa.
15 dicembre 2025 C’è attesa per il vertice di Berlino tra leader europei, Volodymyr Zelensky ed emissari della Casa Bianca per il cessate il fuoco tra Mosca e Kiev. L’obiettivo di Meloni è convincere gli alleati dell’Ue a evitare nuovi invii di armi all’Ucraina e a usare gli asset russi per finanziarla allo scopo di far progredire il dialogo con Putin. I margini di manovra sono risicati, ma quella mattina Mattarella parla agli ambasciatori e alle ambasciatrici in Italia. Dopo aver premesso che siamo davanti a «una disordinata e ingiustificata aggressione nei confronti della Unione europea», il capo dello Stato vellica indirettamente le ambizioni di Zelensky a proseguire la resistenza bellica, stigmatizzando «l’aberrante intendimento… di ridefinire con la forza gli equilibri e i confini in Europa». Inciampando nell’amnesia sul suo ruolo di vicepremier del governo D’Alema che nel marzo del 1999 ordinò il bombardamento di Belgrado senza l’autorizzazione dell’Onu.

 

La Verità, 24 dicembre 2025

Tre Davis di fila, Italia nella storia anche senza Sinner

E tre. La Coppa Davis è nostra per il terzo anno consecutivo. Siamo i re della mitica Insalatiera per la quarta volta. Siamo il regno del tennis. Nell’era moderna, da quando non c’è il challenge, è la prima volta che una nazione vince per tre anni di seguito. Dopo i successi del 1976 in Cile, del 2023 e 2024 contro Australia e Olanda, la quarta vittima è la Spagna. Matteo Berrettini ha regolato in due set (6-3, 6-4) Pablo Carreño Busta al termine di una partita mai in discussione. Flavio Cobolli ha sconfitto Jaume Munar al termine di un match tesissimo, in rimonta: 1-6, 7-6, 7-5. Nella fase finale di Bologna l’Italia non ha perso neanche una partita. Oltre che dei giocatori, il merito è di tutta la squadra, a cominciare dal capitano Filippo Volandri che ha tenuto insieme il gruppo e creduto nei giocatori a disposizione, e dei tecnici dello staff, da Vincenzo Santopadre a Umberto Rianna.

Anche senza Jannik Sinner e Carlos Alcaraz è sempre Italia Spagna. Anche senza i numeri 1 e 2 del ranking mondiale e anche senza i numeri 2 di entrambi i Paesi, Lorenzo Musetti e Alejandro Davidovich Fokina, è sempre un duello all’ultimo punto. La Davis ha un pathos unico. Italia Spagna nel tennis, 13 sfide in totale, avanti l’Italia 7 a 6 (ma gli iberici hanno vinto sei Davis, noi tre), è un po’ come Italia Germania nel calcio. Una rivalità storica ed emozionante. Questa è la prima volta che ci si incontra nella finale. Noi schieriamo Berrettini, attuale numero 56, e Cobolli (22), loro presentano Carreño Busta (89) e Munar, numero 36. Ma in Davis la classifica conta fino a un certo punto (per esempio, Lorenzo Sonego è 39). Sia perché non sempre rispecchia lo stato di forma del giocatore, sia perché è una competizione che smuove sentimenti oltre i contenuti strettamente tecnici. Il tennis è uno sport individuale, ma in Davis la squadra e il senso di appartenenza sono fondamentali. E, quanto a spirito di squadra, l’Italia non è seconda a nessuno. È stata la vittoria dell’amicizia tra Flavio e Matteo (che coinvolge i due Lorenzo, Sonego e Musetti), della stima fra i tecnici e dell’equilibrio sapiente di Volandri. In un certo senso, è un piccolo vantaggio incontrare la Spagna al posto della Germania che, con il numero 3 del ranking Alexandre Zverev, partiva quasi sicuramente da 1 a 0.

Carreño Busta è un atleta regolare, difficile da scardinare. Sabato ha vinto un tie break contro il tedesco Jan-Lennard Struff recuperando da 1-6. La prima di Berrettini funziona bene da subito e poco alla volta comincia a farlo anche il dritto. Lo spagnolo è ordinato ed evita di innescare il colpo migliore di Matteo che varia con qualche discesa a rete e la palla corta. Il break arriva nell’ottavo gioco e Berrettini va a servire per il primo set. Con un ace e altri due servizi vincenti incassa il 6-3. Nel primo gioco del secondo set lo spagnolo si salva annullando due palle break. La percentuale di prime di Matteo è molto alta, ma il secondo set sembra una copia del primo. Al nono gioco, dopo due errori di dritto di Carreño Busta, Berrettini lo trafigge con un passante e conquista tre palle break consecutive. Basta la seconda per mandare Matteo a servire per il match. Dopo un’ora e 18 minuti di partita è uno a zero per l’Italia.

Tocca a Cobolli contro Munar, l’avversario più ostico, battuto da Zverev solo con due tie break. Lo spagnolo parte forte e nel primo gioco mette a segno due ace, mentre a Flavio difetta la prima di servizio e si trova sotto 0-30. Risale, ma dopo uno smash non definitivo concede subito il break. Sembrava un punto fatto ed è diventato la porta girevole del set. Cobolli sembra travolto dall’onda perché allo spagnolo riesce tutto. Il primo set è compromesso. Nel quinto gioco non sfrutta cinque occasioni di break. Munar continua a martellare e incamera il primo set 6-1. In questo momento è difficile immaginare che qualcosa possa cambiare. Ma il tennis è strano. Volandri lo sprona, suggerendogli di alzare la traiettoria della palla. Pur lottando, Cobolli cede anche il primo gioco del secondo set. Ma nel game successivo lo spagnolo commette i primi errori del match e arriva il controbreak. Ora gli scambi si allungano, Flavio ha più pazienza e lavora di più la palla. Nel sesto gioco, dopo un nastro sfortunato di Flavio, si scalda anche il pubblico. Calano le percentuali di servizio di Munar e Cobolli inizia a comandare il gioco. Sul 6 a 5, lo spagnolo annulla quattro set point con il servizio. Ma nel tie break non può nulla alla prima palla set che Cobolli gioca con la sua battuta. Nel terzo set si procede seguendo i turni di servizio, sempre più determinante. Ma lo spagnolo non è più in grado di replicare al dritto a sventaglio di Flavio. Sul 5 pari c’è il break e il nostro giocatore va a servire per il match. E con servizio e dritto inside-out chiude il conto. Gioco partita Coppa Davis.

 

La Verità, 24 novembre 2025

Dopo le dimissioni dei capi Trump querela la Bbc

Uno scontro internazionale in piena regola e di proporzioni inaspettate. La Casa Bianca contro la Bbc. Donald Trump che annuncia una querela miliardaria. Il presidente della tv britannica Samir Shah che sul caso in questione ammette «un errore di valutazione» e scarsa tempestività nella risposta dell’azienda. Il premier Keir Starmer, che tramite una portavoce, tenta di mediare e di placare l’ira del presidente americano negando che la Bbc sia «corrotta». All’indomani delle dimissioni dei vertici dell’emittente, il Ceo Tim Davie e la responsabile delle News Deborah Turness che, bontà loro, hanno ammesso le responsabilità, l’incidente diplomatico tra Washington e Londra è deflagrato. La manipolazione operata in un documentario di grande ascolto del discorso tenuto da Trump il 6 gennaio 2021, alla vigilia dell’assalto armato al Campidoglio, in cui lo si faceva passare per un fanatico violento, potrebbe costare caro alla British Broadcasting Corporation. Se la Bbc non si conformerà alle sue richieste, «il presidente non avrà altra alternativa», si legge nella lettera inviata alla Broadcasting house, «che far valere i suoi diritti legali ed equi, tutti espressamente riservati e non rinunciabili, anche avviando un’azione legale per un risarcimento danni non inferiore a un miliardo di dollari» (760 milioni di sterline).

Con il passare delle ore, l’irritazione dev’essere lievitata nello Studio ovale della Casa Bianca. Dopo una prima reazione, in cui sul suo social Truth aveva definito la Bbc «corrotta» e «disonesta», realizzando che ai suoi danni è stata compita un’azione studiata a tavolino, il tycoon ha deciso di passare al contrattacco. Nel documentario trasmesso alla vigilia delle elezioni del novembre 2024, nel seguitissimo programma di approfondimento Panorama si faceva dire a Trump che sarebbe stato pronto a partecipare alla protesta dei manifestanti di Capitol Hill «per combattere come un dannato». Il filmato ometteva invece la parte in cui il capo della Casa Bianca esortava i militanti a «far sentire la propria voce in modo pacifico e patriottico». In sostanza, un taglia e cuci fazioso. Un video truccato. Una fake news che completava una copertura della campagna elettorale già nettamente sbilanciata in favore dei democratici.
«Riconosciamo che il modo in cui il discorso è stato montato ha dato l’impressione di un incitamento diretto a un assalto violento», ha ammesso Shah in una lettera alla responsabile della Commissione parlamentare per la cultura e i mezzi d’informazione, Caroline Dinenage. «La Bbc vuole quindi scusarsi per quest’errore di valutazione. Faremo di tutto per recuperare la fiducia degli spettatori», ha concluso il presidente del Cda della televisione. Difficilmente questa ammissione basterà a placare la collera del capo della Casa Bianca. Pur provando a mediare, il premier Starmer ha tentato di difendere, tramite una portavoce, il prestigio della tv di Stato che a Londra è (o era?) un’istituzione ed è finanziata da un canone la cui entità è decisa dal governo. Il quale «sostiene una Bbc forte e indipendente; che ha un ruolo essenziale nell’era della disinformazione», ha affermato la portavoce, sottolineando che il gruppo deve perciò «garantire un’alta qualità» e «correggere rapidamente gli errori». Ci vorranno anni per recuperare la credibilità perduta.

Tutto era cominciato una settimana fa quando il quotidiano conservatore Telegraph aveva pubblicato un documento redatto da Michael Prescott, un importante giornalista inglese ex consulente per gli standard della tv britannica, nel quale si denunciavano le pesanti manipolazioni operate nella copertura della campagna elettorale americana, sul conflitto a Gaza e riguardo alla comunità trans. Un’opera di falsificazione ad ampio raggio. Prescott ha rivelato di aver scritto «quel promemoria per disperazione», dopo essersi dimesso da consulente per il controllo sugli standard dell’emittente. «E dopo aver constatato l’inazione del comitato esecutivo della Bbc quando i problemi erano stati denunciati perché si presentavano in modo ricorrente».

Oltre all’enorme caso Trump, polemiche stavolta all’interno dei confini nazionali ha suscitato anche l’informazione sul conflitto in Medioriente perché parti consistenti dell’opinione pubblica considerano il network troppo vicino alle istanze palestinesi. Nel febbraio scorso, a seguito delle proteste del pubblico, Bbc News ha deciso di rimuovere dal servizio di streaming un documentario sulla Striscia dopo che è emersa l’identità, fino a quel momento tenuta nascosta, delle fonti del filmato. Erano un bambino figlio di un funzionario del governo guidato da Hamas e la figlia di un capitano della polizia di Gaza.
È di qualche giorno fa, invece, la notizia della giornalista Martine Croxall, volto storico del telegiornale raggiunta da una lettera di richiamo per aver corretto in diretta una frase durante un notiziario del giugno scorso. L’iniziativa della giornalista aveva provocato la reazione di 20 telespettatori. La frase in questione, scritta dalla redazione, era «pregnant people» (persone incinte), che la conduttrice, leggendo il gobbo, aveva rettificato in «pregnant women» (donne incinte). Secondo i 20 reclami giunti all’emittente, l’errore dell’anchorwoman è stato accompagnare la correzione con una lieve smorfia del volto e un sopracciglio alzato, interpretate come disapprovazione e fastidio. Sui social media la polemica è presto lievitata. J.K. Rowling ha commentato: «Da oggi ho una nuova presentatrice preferita alla Bbc». La protesta dei telespettatori sensibili alle cause transgender ha innescato la procedura di verifica dei codici deontologici e degli standard di imparzialità che hanno coinvolto il desk della redazione Lgbtq (esiste anche questo) di Bbc News. Tutte policy aziendali di cui l’emittente va fiera. Il risultato della meticolosa indagine ha portato al richiamo della giornalista storica che dovrà riferire ai vertici, ora privi di Deborah Turness, dimessasi per qualcosa di più dell’inarcamento di un sopracciglio. Tuttavia, proprio la notizia delle dimissioni dei capi è, forse, l’unico elemento positivo della faccenda. Per il resto, insieme all’azione legale minacciata da Trump, il fragore provocato dal crollo del mito è assordante. Un mito di imparzialità e credibilità andato in frantumi a causa della militanza di giornalisti che si proclamano indipendenti. «No, non è la Bbc», cantava Renzo Arbore. Non lo è più.

 

La Verità, 11 novembre 2025

La Ruota di Gerry rischia di macinare anche il Gabibbo

E adesso che ne sarà di Striscia la notizia? Le voci si rincorrono dentro e fuori gli studi di Cologno Monzese. Cancellazione? Trasformazione in una prima serata? Spostamento di rete? In attesa che Pier Silvio Berlusconi e Antonio Ricci si parlino non c’è nulla di certo. A luglio, alla presentazione dei palinsesti, l’amministratore delegato di Mediaset aveva annunciato la partenza del tg satirico a novembre, ma al momento, se si eccettua uno spiffero dell’inviato Gimmy Ghione, non si hanno conferme. Anzi, il sito MowMag.com ha parlato di cancellazione e scritto, non smentito, che Striscia «al momento non è più presente nei palinsesti». In realtà, ciò che filtra da ambienti Mediaset è che il mefistofelico Ricci ha convocato per lunedì prossimo autori, redattori e collaboratori per una riunione di ripresa dei lavori. Nel frattempo, chi sta vicino a Pier Silvio lo racconta di ottimo umore forse perché la nascita del nuovo polo europeo con l’acquisizione della maggioranza della tedesca Prosiebensat procede spedita. Ma è sicuro che un filo di ottimismo è da attribuire anche a cause più vicine al pubblico italiano. Una certa soddisfazione, con annesso rebus sul palinsesto, lievita proprio a Cologno. Quest’estate, Berlusconi jr. e i suoi collaboratori hanno indovinato una bella mossa varando La Ruota della fortuna e tenendo accesa Canale 5 in luglio e agosto quando Rai 1 andava di archivio con Techetechetè. Idea azzeccata, che ha dissodato l’audience in vista della ripresa autunnale e di un nuovo duello con Affari tuoi nello strategico access, la fascia oraria che immette nella prima serata e catalizza forti investimenti pubblicitari.

Il risultato di queste prime settimane della nuova stagione è sotto gli occhi dell’Auditel. L’equilibrio si è capovolto, non è più la tv commerciale a rincorrere gli ascolti dei «pacchi» che doppiavano quelli del tg satirico: 30% di share contro il 15%, (5,5 milioni di telespettatori contro 2,8), a volte anche meno, per dirla a spanne. No, ora a rincorrere è il quiz condotto da Stefano De Martino, ribaltone traumatico per Viale Mazzini. Adesso, sempre a spanne, Affari tuoi si assesta sul 20-21% di share (4 milioni di telespettatori) mentre La Ruota arriva a 24-25% (vicino ai 5). Non a caso, prevedendo la maggior competitività di Gerry Scotti, gli autori di Endemol Shine Italy insieme con la Direzione Intrattenimento primetime della Rai sono corsi ai ripari rinnovando lo studio con l’ufficio del Dottore e aumentando il grado di suspence con il «pacco nero».

Finora non è bastato. A differenza di ciò che accadeva con Striscia, programma di controinformazione e satira scanzonata, La Ruota della fortuna contende il pubblico ad Affari tuoi sul suo stesso terreno. Ma, se vogliamo trovarle, le differenze balzano agli occhi. Mentre il format di Rai 1 è un divertente gioco   d’azzardo, basato sul percorso guidato con sagacia dal Dottore (Pasquale Romano) e sulle doti di one man show di Stefano, il game di Canale 5 ha qualche ambizione enigmistica, è un varietà che si giova della presenza di una band e di quella non trascurabile di Samira Lui con cui Scotti interloquisce, coinvolgendo tutti. In questi giorni De Martino ha sintetizzato la situazione: «Io e Gerry siamo come due commercianti con la vetrina sulla stessa strada, la mattina alziamo la serranda, ci diamo il buongiorno e cominciamo a lavorare. La cosa bella è che grazie a questi due negozi quella strada è molto affollata». Tutto vero. Ma gli equilibri della televisione sono sensibili. E i numeri dell’Auditel e degli introiti pubblicitari conseguenti difficilmente contestabili. Se La Ruota raggiunge il doppio del pubblico di Striscia com’è possibile fermarla? Secondo i ben informati, sia i vertici di Publitalia che i dirigenti delle società di produzione dei programmi di prima serata di Canale 5 come Endemol e Fascino di Maria De Filippi sarebbero contrarie al ritorno del tg satirico perché ciò significherebbe partire con un traino più debole. I dirigenti di Fascino hanno smentito, sottolineando il rapporto di stima reciproca che intercorre tra la regina di Canale 5 e il padre di Striscia. Ma il problema rimane. I rumors di Cologno dicono di un Ricci che quest’estate ha lavorato per proporre a Pier Silvio un format riveduto per la fascia dell’access. Altri hanno ipotizzato la trasformazione del programma in una prima serata, forse la domenica, in cui concentrare il meglio, sempre con il piglio della controinformazione e della satira. La terza ipotesi suggerita è lo spostamento alle 20 su Italia Uno, così da proporre un palinsesto aggressivo composto da Striscia più le due serate settimanali delle Iene. Ma questa idea avrebbe trovato l’opposizione proprio di Davide Parenti, il capo iena. E dunque? Il nodo è lì, tutto da sciogliere. Un problemino di abbondanza non da poco. E di gestione del delicato rapporto con una figura nobile della televisione italiana. Magari nei prossimi giorni scopriremo che il giallo era tutta una suspence calcolata. Intanto, anche in Viale Mazzini si comincia a pensare a far rifiatare Affari tuoi. L’idea è acquistare da Fremantle Ok, il prezzo è giusto! storico format che ha fatto la fortuna della tv commerciale. Iva Zanicchi si è prontamente autocandidata a condurlo. Chissà.

 

La Verità, 19 settembre 2025

Testimonial della vita senza sponsor Cei e nei media

Questione di postura, come si dice. Tutti girati dalla stessa parte. Che non è quella giusta, perché è la parte della morte. La parte del fine vita, del far finire la vita, dell’arrivare alla morte come scopo della vita (ieri ci ha aiutato a capirlo Carlo Cambi su questo giornale). Chi sono questi tutti voltati verso il buio? I grandi media e buona parte del mondo politico e intellettuale. È la scelta considerata ovvia, anzi normale, una volta che ci si imbatte nella malattia e nella sofferenza. Quando è tanta – troppa in base a livelli sempre più soggettivi di sopportazione – si dice basta. Si contatta il medico giusto. Si stacca la spina. Si va in Svizzera. Magari annunciandolo con un certo orgoglio sui social network. O istruendo le istituzioni su come si debbano comportare, dopo. E quali leggi debbano approvare.

Noi non abbiamo certezze incrollabili, né vogliamo giudicare dogmaticamente situazioni specifiche e casi personali. Non mettiamo la mano sul fuoco su come reagiremmo se fossimo toccati dalla sciagura di una malattia degenerativa e fortemente invalidante. Stiamo parlando di un orientamento prevalente. Della postura del mondo in cui viviamo.

Perché i testimonial della (buona?) morte sono sempre in vetrina e hanno le foto di copertina dei giornali e i servizi d’apertura dei tg? E perché i testimoni della vita no, restano nei magazzini della società della comunicazione? Perché viviamo in una società che sente liberante scegliere la morte. Che non ama abbastanza la vita, come documentano le tragiche cifre della glaciazione demografica. Viviamo in un tempo nel quale nemmeno i massimi vertici ecclesiastici si pronunciano, suggeriscono un criterio, prendono parte al dibattito. Non lo saranno forse, ma appaiono indifferenti. Passivi, se non proprio girati dall’altra parte. Acquiescenti al pensiero prevalente. Forse ritengono che sia materia che appartiene allo Stato e alle istituzioni laiche e non sia il caso d’interferire. Tuttavia, il cardinale Matteo Zuppi e monsignor Giuseppe Baturi, presidente e segretario della Cei, intervengono con zelo e frequenza incalzante sulla qualunque, dal premierato all’autonomia differenziata, dall’8×1000 (attribuendo erroneamente la paternità della legge al governo Meloni) all’accoglienza senza barriere dei migranti, fino alla priorità dell’Unione europea sulle leggi nazionali. Ma finora, sui temi del fine vita, del suicidio assistito e della progressiva deriva verso forme di eutanasia che agitano tante famiglie, a differenza degli instancabili «tifosi della morte», si sono dimostrati afoni. A conferma che non siamo di fronte a una pur riprovevole dimenticanza è facile portare la linea asettica adottata dal quotidiano Avvenire, organo ufficiale dei vescovi italiani. Nel frattempo, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano sta redigendo in perfetta solitudine una proposta che legiferi sulla complessa materia e recepisca le controverse indicazioni della Corte costituzionale. Auguri.

In questo deserto, un paio di giorni fa L’Arena di Verona ci ha aggiornato sulla situazione di salute di Pietro Lonardi, un imprenditore di 56 anni che vive a Legnago. Lonardi è sposato con Claudia e padre di Maria e Giulia. Sei anni fa gli è stata diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), la patologia che colpisce le cellule responsabili dei movimenti volontari, causando atrofia progressiva fino alla paralisi. Ora è immobile a letto. Comunica con gli altri grazie a un puntatore ottico che gli permette di agire sulla tastiera del computer e di altri dispositivi elettronici. Lo usa sia per parlare con le donne della sua famiglia che gli sono sempre vicino procurandogli «pura felicità». Sia per dialogare con le assistenti domiciliari, i medici e i collaboratori della sua azienda di stampaggio lamiere che gli chiedono tuttora consigli. Elisabetta Papa, la collega autrice del servizio, ha raccontato che sui suoi profili Facebook e Instagram Lonardi tiene un diario quotidiano intitolato «Pillole di Sla» nel quale posta pensieri personali, citazioni dai vangeli o dai testi della mistica Maria Valtorta. Lo fa da un anno, quasi sempre di notte: «Le poche ore di attività che mi sono concesse dagli occhi avvengono in quell’orario. Allora è tutto un cercare, leggere, copiare, condividere, divulgare». Lo scopo è raccontare come affronta una patologia ancora senza cure efficaci, provando a essere vicino agli altri malati. «Che gioia quando la mia assistente alle 8 del mattino mi muove energicamente le gambe e le braccia dopo 12 ore di immobilità», confida. Parla anche del suo avvicinamento al cristianesimo – lui che era buddista – avvenuto frequentando il santuario dell’Amore misericordioso di Collevalenza a Todi e i luoghi di Padre Pio, a San Giovanni Rotondo. «Penso e ripenso a questa malattia e mi convinco sempre più che essa sia spiritualizzante», riflette Pietro. «Piano piano si perde il corpo e rimane lo spirito. Sento che la Sla sia stata un bene, permessa da Dio per la salvezza della mia anima. E ringrazio, nonostante la sofferenza. Nonostante sappia che adesso si farà dura». Però, aggiunge, «non c’è disperazione se c’è Dio. La vita quando senti che stai per perderla vuoi solo averla: brutta o bella che sia, ricca o povera, sofferente o no, libera o meno». Parole che indicano una testimonianza estrema. Molto simile a quella di Dario Meneghetti, l’ex cantante lirico della Fenice di Venezia che, pur senza il conforto della fede, lotta da 13 anni con la Sla nella sua casa di San Donà di Piave. I grandi giornali si sono accorti di questi testimonial della vita e hanno scelto di ignorarli?

E le nostre eminenze ed eccellenze reverendissime vogliono davvero lasciare sole persone come loro che combattono quotidianamente sul crinale dell’esistenza?

 

La Verità, 3 agosto 2025

La rivincita di Sinner è il sogno-realtà di Wimbledon

Rivincita è stata. Cancellate le scorie della finale di Parigi. Sfatato il tabù dello spagnolo imbattibile. Jannik Sinner ha sconfitto in rimonta Carlos Alcaraz con il punteggio di 4-6, 6-4, 6-4, 6-4, conquistando il torneo di Wimbledon. Un trionfo. È il primo italiano della storia, dopo la finale persa nel 2021 da Matteo Berrettini contro Novak Djokovic, e da Jasmine Paolini l’anno scorso, battuta da Barbora Krejcikova. Jannik Sinner è un ragazzo, un campione nel quale possiamo orgogliosamente riconoscerci. Un esempio da esportare nel mondo. «È speciale. I miei genitori qui, mio fratello. A Parigi la sconfitta è stata durissima. Ma dopo ho lavorato per capire che cosa non ha funzionato e per migliorarmi su quello. Sono davvero contento di essere riuscito a controllare i nervi anche nell’ultimo gioco. Non avrei mai pensato di essere qui perché quando si è giovani questo sogno è lontanissimo. È il sogno dei sogni. Adesso sto vivendo il mio sogno. Grazie al mio team, continuiamo a insistere per diventare un team e un giocatore migliore, ma soprattutto una persona migliore». Un campione, in controllo anche da padrone del mondo.

La partita non è stata spettacolare come quella di un mese fa a Parigi. La posta in gioco era altissima. Jannik ha vinto in rimonta. Dopo un primo set contratto, la sua è stata una progressione graduale e costante e il match ha trovato il suo dominatore. Che, poco alla volta, ha scavato un solco sempre più profondo davanti al rivale. Il campione italiano si è dimostrato resiliente, superando difficoltà all’interno del suo team, infortuni e ribaltando il pronostico contro l’avversario per due volte consecutive trionfatore sull’erba dell’All England club.

Sul centrale di Church road si confrontavano due filosofie, due sistemi di gioco, due stili di vita. Si poteva dividere la lavagna a metà, incolonnando le caratteristiche di uno e dell’altro per inquadrare in modo schematico, l’evento di oggi. Il numero 1 è soprattutto ritmo, geometria, razionalità, pressione, solidità, freddezza, controllo. Il numero 2 è in prevalenza fantasia, invenzione, estro, improvvisazione, calore, impeto, eccesso. Jannik è più completo nei colpi e nelle varie zone del campo, Carlos ha punte di superiorità con il dritto e nel gioco a rete. Fuori dal campo: il rosso è un nerd di Sesto Pusteria che studia in modo maniacale ogni dettaglio; il nero è un ragazzo che frequenta Ibiza e dà il meglio quando gioca libero e divertendosi. Alcaraz vuole ribadire la supremazia nelle finali e negli scontri diretti (finora 8 a 4 per lui). E punta alla poltrona di numero 1 (nel ranking li separano 1.130 punti). Sinner vuole cancellare le scorie di Parigi e sfatare il tabù. La loro rivalità si staglia ormai un gradino o forse due sopra il livello degli altri protagonisti del circuito. Con il solo passaggio a vuoto del match contro Grigor Dimitrov, nel quale era sotto due set a zero soprattutto a causa dell’infortunio al gomito, il campione italiano non ha trovato ostacoli particolarmente impegnativi. Lo stesso si può dire per lo spagnolo, costretto al quinto set da Fabio Fognini nel match d’esordio e poi impegnato da Taylor Fritz in semifinale. Entrambi, se sono in forma, sono inavvicinabili dagli avversari.

I primi game sono di studio, ma Sinner sembra più intraprendente in risposta. Nel quinto gioco Carlos smarrisce la prima di servizio e Jannik ottiene il break. Il segreto è evitare il dritto dello spagnolo dal lato sinistro del campo, da dove può esplodere lo sventaglio e tirare il colpo inside in. Il controbreak arriva all’ottavo gioco, Jannik serve poche prime e perde uno scambio lungo. Un ace che compensa un doppio fallo porta avanti lo spagnolo: 5 a 4. Nel gioco successivo, latita la prima di servizio e un doppio fallo genera un set point che Alcaraz trasforma dopo uno scambio spettacolare. Dal 4 a 2 in suo favore, Sinner ha perso quattro giochi consecutivi, mostrandosi contratto sia nel servizio che negli scambi da fondo campo.

Il secondo set si apre con il break in favore di Jannik. Finalmente ritrova la prima e vince il gioco successivo ai vantaggi. Ma il braccio non sembra completamente libero: forse l’emozione della prima finale sull’erba o forse i postumi ancora in circolo del Roland Garros. Anche nel quarto gioco si va ai vantaggi. È importante continuare a vincere i propri turni e fare corsa di testa perché dopo il breve passaggio a vuoto, Alcaraz è di nuovo concentrato. Il settimo game, nel quale scaglia tre ace e commette due doppi falli consecutivi rischiando di subire un secondo break, fa capire anche la labilità del suo gioco. Sul 5 a 4 per lui, Sinner va a servire per il secondo set, disputa il suo game migliore con due vincenti di dritto che lasciano fermo l’avversario. Può essere il gioco che lo sblocca. È così. All’inizio del terzo set, Jannik mette finalmente a segno il primo ace. Lo spagnolo ne ha già scagliati 11 (con sei doppi falli). Pian piano l’italiano trova fiducia, migliora le percentuali di servizio e intensifica la frequenza degli ace. Uno arriva con la seconda sul 30 pari dell’ottavo gioco e un altro ancora subito dopo: 4 pari. Adesso ogni punto è pesantissimo. Ma Jannik cresce e ottiene il break per andare a servire sul 5 a 4 per lui. Con un ace, uno smash e una prima vincente incamera il terzo set. Questa autorevolezza può scongiurare il quinto set. Nel quarto, con due lungolinea vincenti di rovescio, Sinner strappa il servizio allo spagnolo e si porta 2 a 1 e servizio. L’italiano comanda, non sbaglia più. Resta concentrato anche quando deve fronteggiare due insidiosissime palle break che possono rimettere in corsa Alcaraz, sotto 3 a 4. La supremazia è netta. E regge anche agli ultimi tentativi di Carlos. Ma sono i sussulti, prima della fine. Sinner is the winner.

 

La Verità, 14 luglio 2025

Jannik doma Nole e studia la rivincita con Carlos

Sarà rivincita. La partita che tutti aspettano. Domani sul campo centrale dell’All England club di Wimbledon Jannik Sinner e Carlos Alcaraz si troveranno nuovamente di fronte dopo la sfida epica vinta dallo spagnolo a Parigi poco più di un mese fa. «Sarà difficile fare meglio che al Roland Garros», ammette il campione italiano sollecitato al termine del match vinto contro un Novak Djokovic orgoglioso e commovente allo stesso tempo. Onore a lui, il giocatore più vincente della storia del tennis. Un grande. «Non so che cosa succederà domenica. È un grande onore trovarmi di fronte a Carlos. Cerchiamo di spingerci l’un l’altro sempre al limite. Spero che sarà una bella partita per noi, ma anche per voi», ha detto Jannik dopo aver menzionato i suoi familiari: «Qui ci sono mio padre e mio fratello ed è ancora più bello raggiungere questo risultato davanti a loro».
Dopo quella dei Big three, con la seconda finale consecutiva tra loro, siamo ufficialmente entrati nell’era dei Big two. Jannik e Carlos, la Volpe rossa e il Lupo nero. È questo l’esito dei due match di ieri in cui Alcaraz ha regolato l’americano Taylor Fritz (6-4, 5-7, 6-3, 7-6) e il numero 1 del mondo ha sconfitto il campione serbo con il punteggio di 6-3, 6-3, 6-4. Una partita praticamente senza storia, se si eccettua un breve momento d’incertezza all’inizio del terzo set. Per Sinner sarà la prima finale a Wimbledon, per Carlos la terza consecutiva e la disputerà da campione in carica. Con questo risultato Jannik s’iscrive alla ristretta cerchia di giocatori che nell’era open hanno raggiunto la finale in tutti gli slam (Rod Laver, Ken Rosewall, Ivan Lendl, Stefan Edberg, Jim Courier, Andre Agassi, Roger Federer, Rafa Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray).
Dopo il ghiotto antipasto tra il numero 2 e il numero 5 del ranking che hanno espresso un ottimo tennis, con pochi tatticismi, grande prevalenza dei servizi e una qualità maggiore dello spagnolo nel gioco a rete e di tocco, c’era enorme attesa per la sfida tra la Volpe rossa e il Diavolo nero del tennis mondiale. Due giocatori di uguale forza mentale, due agonisti formidabili. Entrambi sono reduci da incidenti causati da due scivolate sull’erba. Un infortunio al gomito che consiglia ancora all’altoatesino la protezione di una manica elastica, un fastidio all’inguine per il serbo che lo farà chiamare il fisioterapista all’inizio del terzo set. Ma dopo un’ora e 55 minuti di gioco, con 12 ace e 36 vincenti, la superiorità di un Sinner vicino alla perfezione si è dimostrata schiacciante in tutte le zone del campo. Una macchina. La Volpe rossa ne trarrà grande fiducia in vista della finale di domani e per il proseguimento della stagione. Il Diavolo nero dovrà riflettere e forse riconoscere che questi regimi cominciano a essergli estranei.
Non era per nulla scontato. Sì, è vero, nel bilancio dei precedenti, 5 a 4 in favore dell’altoatesino, gli ultimi quattro match li aveva vinti lui. Ma nessuno si era disputato sull’erba dove entrambe le volte il Djoker aveva prevalso. Nei quarti di finale del 2022, rimontando sotto due set a zero. E l’anno dopo, quando aveva regolato Jannik in semifinale in tre set. Dopo quel match, Sinner aveva detto che il divario si era assottigliato. Ci aveva visto giusto. La svolta è avvenuta pochi mesi dopo, nella semifinale di Coppa Davis disputata a Malaga, novembre 2023. Un set pari, sul 5 a 4 del terzo, servizio Sinner, Djokovic ha tre match point consecutivi che possono decretare l’eliminazione dell’Italia spianando la strada alla Serbia verso l’agognata insalatiera. Invece, Sinner si ribella, ribalta la situazione e vince 7 a 5. Da lì, tutto è cambiato. Ma qui, come detto, siamo sull’erba che ha visto trionfare sette volte il campione serbo. Quando due atleti giocano lo stesso tipo di tennis, di solito vince il più giovane e prestante, quello che tira più forte. Tuttavia, tre variabili non andavano trascurate. La prima: quanto avrebbe condizionato la superficie di Wimbledon? La seconda: quanto avrebbero contato l’esperienza e il temperamento indomito del diabolico Nole? Infine, la terza componente, la motivazione: quanto avrebbe influito sul rendimento del trentottenne probabilmente al passaggio dell’ultimo treno per aggiudicarsi lo slam numero 25 e uguagliare gli otto successi sull’erba di Roger Federer?
L’inizio del match è fondamentale e il nostro campione appare subito concentratissimo. L’idea è tenere alto il ritmo, per non offrire appigli all’avversario. Al terzo gioco è già break in favore dell’altoatesino. È una battaglia di ace. L’italiano è meno falloso, più concreto e autorevole. Nei suoi turni di battuta quasi non si gioca. Nel nono game il serbo annulla due set point e gli viene in aiuto il servizio, ma al terzo deve soccombere e Sinner incamera il 6-3. Anche all’inizio del secondo l’italiano conquista subito il break e quando serve concede pochissimi punti all’avversario (due nel primo set e quattro nel secondo). Novak non sa cosa inventarsi per arginare l’onda. Prova con il serve and volley e qualcosa incassa. Il pubblico lo incoraggia nella speranza di veder allungare la partita. Ma dopo 69 minuti di gioco, Sinner è avanti due a zero. Dopo aver chiamato il fisioterapista, al secondo gioco del terzo set Djokovic ottiene il break poi tiene il suo turno di servizio e sale tre giochi a zero. È il colpo di coda del Diavolo. Mentre Jannik accusa un calo e smarrisce la prima di servizio. Nel quarto gioco Nole ha la palla per il doppio break, ma non la sfrutta e in un attimo si ritrova tre pari. Adesso affiora la stanchezza del vecchio campione e la difficoltà a reggere ritmi troppo elevati. Sinner si rinfranca e chiude senza incertezze. Appuntamento a domenica.

 

La Verità, 12 luglio 2025

Carlos re di Parigi dopo una partita che è già storia

Una guerra sportiva. Una partita epica. Un thriller con colpi di scena a raffica. La rivalità più accesa ed entusiasmante che lo sport mondiale annovera ha offerto uno spettacolo straordinario. La prima finale di uno Slam tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz la vince il numero 2 del mondo che conferma il successo di un anno fa qui sul Phlippe Chatrier di Parigi e ribadisce la sua supremazia sulla terra rossa. Una partita che resterà nella storia del tennis. I tre match point non sfruttati nel quarto set Jannik se li sognerà a lungo. Il campione italiano ha pagato la lontananza di tre mesi dalle competizioni e il fatto di non essere stato messo alla prova, salvo che da Novak Djokovic, dagli avversari precedenti avendo vinto tutti i set disputati. Più la partita diventava una maratona muscolare più le sue probabilità di vittoria diminuivano. Anche la sua corsa per il Grande Slam s’interrompe.

Dopo il ghiotto antipasto del doppio, primo Slam conquistato dalla formidabile coppia formata da Jasmine Paolini e Sara Errani, in questo momento la più forte in assoluto sulla terra battuta (Roma 2024 e 2025 e, sullo stesso campo di ieri la medaglia d’oro delle Olimpiadi), ecco il piatto forte di giornata. Jannik contro Carlos. La Volpe rossa contro il Lupo nero. Equilibrio e solidità contro varietà e passione. Sinner più forte di testa, Alcaraz sul piano atletico.

Si parte subito con il piede sull’acceleratore. Il primo gioco del match è già un romanzo, manifesto del match che seguirà. Sinner deve annullare tre palle break prima di aggiudicarselo dopo 12 minuti. Jannik non è fluidissimo, sente la partita, il servizio non lo assiste e al quinto gioco subisce il break, ma subito ritrova il 3 pari. Entrambi giocano meglio quando rispondono, questo spiega le numerose palle break. Finalmente l’altoatesino si sblocca, tiene il servizio a zero e al decimo gioco si prende il primo set. È una partita tattica, più mentale che fisica e più congeniale al numero 1 che evita di sollecitare il dritto dell’avversario e dal 4 pari vince 5 giochi di fila portandosi sul 3 a 0 nel secondo. 13 a 11: Sinner ha più vincenti dello spagnolo. Ora la prima entra con continuità e i suoi turni filano veloci. Alcaraz non entra piu in campo per rispondere alla seconda. Anzi, è lui a perdere la prima e a commettere un paio di doppi falli. Ma resta in partita e con le smorzate cerca di mischiare le carte. Jannik non concede nulla, dà sempre peso e profondità ai suoi colpi per togliere a Carlos il tempo per ricamare. Sul 5 a 3 per Sinner al servizio, Carlos va 0-30 e poi fa il controbreak. Lo spagnolo alza il livello e il pugno vincente. La Volpe rossa si concentra sul suo tennis e all’undicesimo gioco sciorina tutto il repertorio, dritto lungolinea, smorzata, pallonetto e poi ace per portarsi 6 a 5. Al tie break Jannik si porta 4 a 2 con un dritto lungolinea che gela lo spagnolo. Alla terza occasione Sinner incamera il secondo set. La partita non è finita, ma ora, per prendersela, Alcaraz deve vincere tre set consecutivi, e Sinner, che non ne ha ancora ceduto uno in tutto il torneo, dovrebbe perderli. Il terzo set inizia con break e controbreak. Carlos deve inventarsi qualcosa, magari sfruttando il calo dell’avversario che affiora dopo due set molto lottati. Jannik perde due servizi consecutivi e lo spagnolo sale 4 a 1. Ora Alcaraz è galvanizzato all’idea dell’impresa e il pubblico lo spinge. Sinner perde il primo set del torneo e si va al quarto.

Lo spagnolo urla «vamos» e spara i suoi dritti sul lato destro del rivale che, invece, è in riserva. Ma è sempre lì. Contiene l’esuberanza dell’avversario fino a recuperare un po’ di rapidità negli spostamenti. Al settimo gioco ottiene il break a zero con una meravigliosa smorzata. Poi vince il suo turno e conquista l’opportunità di servire per il match. La Volpe rossa sente il traguardo vicino e conquista tre match point consecutivi sul servizio di Alcaraz. Che però non trasforma. Carlos lo riaggancia sul 5 pari e poi lo supera 6 a 5. Nel tie break, avanti 2 a 0, Sinner rimette in corsa il rivale giocandogli una palla sul dritto da esplodere. Alcaraz serve due ace consecutivi e va a prendersi il quarto set. Non doveva accadere. Il match è completamente girato. Lo spagnolo è impetuoso, l’italiano impreciso. Ma il thriller deve ancora mostrare il suo meglio. Jannik perde subito il servizio, accusa un accenno di crampi. Si rimette in sesto e tenta una resistenza stoica. Alcaraz lo martella di palle corte. Ma lui non demorde e lo riagguanta in extremis sul 5 pari. Si decide tutto in un tie break ai 10 punti. Lo spagnolo è più fresco e sfodera il suo tennis superlativo. Appuntamento a Wimbledon.

 

La Verità, 9 giugno 2025

Jannik pensiona Nole, ma ora si erge Carlitos

Niente terra rossa tricolore. Niente Italia contro Italia, Lorenzo Musetti contro Jannik Sinner. Sarà ancora Italia Spagna, la finale del Roland Garros. Il numero 1 del mondo contro il numero 2 Carlos Alcaraz, originario della Murcia. Un dualismo che il talento di Carrara non è ancora riuscito a incrinare. Al termine di un match, giocato per due set alla pari con Alcaraz, Musetti ha dovuto ritirarsi per un infortunio alla coscia sinistra. Finché è stato bene, Lorenzo, ora sesto nel ranking, ha mostrato un tennis più qualitativo di quello dell’avversario. Dispiace che, come a Monte Carlo, anche ieri Musetti abbia dovuto arrendersi per un problema muscolare, conseguenza del gioco dispendioso cui l’aveva costretto Alcaraz. Per diventare un campione c’è ancora un po’ di «strada da fare». Ma il percorso è tracciato.

Sul Philippe Chatrier ci sono due italiani semifinalisti in uno Slam: non accadeva dal 1960, sempre a Parigi, con Nicola Pietrangeli e Orlando Sirola. Si inizia con la sfida artistica, la terza in due mesi tra Musetti e Alcaraz, a Monte Carlo e Roma ha vinto lo spagnolo. Lorenzo inizia bene, senza patire l’emozione della posta in palio e si vedono più vincenti che errori. In tribuna anche Dustin Hoffman commenta con un wow un tracciante dell’italiano. Meglio non impostare il match sulla potenza, però. Alcaraz è meno baldanzoso del solito. Simone Tartarini, coach di Musetti, sollecita attenzione nei «colpi d’inizio gioco» per non lasciare l’iniziativa all’avversario. Quando entra la prima, Musetti vince facile il punto. Sul 5 a 4 per Lorenzo, le prime due palle break concesse da Alcaraz sono altrettanti set point: un errore di dritto dello spagnolo consegna il primo set all’italiano.
In questa primavera sul rosso Musetti è definitivamente sbocciato. Tartarini ha dato concretezza e ordine tattico all’enorme talento del suo giocatore, a volte tentato dai virtuosismi. La condizione atletica sembra sorreggerlo anche in difesa. Il tennis di Lorenzo ha una definizione superiore a quella di Carlos. Del quale, però, bisogna attendere la reazione. Che puntualmente arriva. Con un dritto sulla riga di fondo e una controsmorzata millimetrica lo spagnolo conquista il break. Ma Musetti gli strappa di nuovo il servizio e pareggia. Si va al tie break: Alcaraz deve vincerlo se non vuole trovarsi sotto di due set e allora sale di livello. Dopo un errore di Musetti, un nastro amico porta lo spagnolo sul 5 a 1. Siamo un set pari, ma il tie break è la svolta. Musetti accusa una lesione muscolare alla coscia sinistra. Il terzo set finisce in un battito di ciglia. Inevitabile il ritiro per non mettere a rischio il seguito della stagione.

All’ora dell’aperitivo va in scena la semifinale titanica, il maestro contro l’allievo che l’ha superato (tra i quali si è stesa un po’ di ruggine per le dichiarazioni dell’ex numero 1 sul caso Clostebol): il bilancio fra Sinner e Novak Djokovic è di 4 vittorie a testa. Sulla terra l’esperienza conta, ma i duellanti giocano un tennis a specchio, solo che Jannik fa tutto un filo meglio ed è più giovane di 15 anni. Il piano del serbo è evitare gli scambi lunghi, ricorrendo alla smorzata. Ma anche se il dritto è un po’ impreciso, al quinto gioco l’italiano ottiene il break. Perso il primo set, il diabolico Djoker inizia a colpire meglio. Per lui è obbligatorio vincere il secondo set, ma dopo un’altra smorzata inefficace, subisce il break al settimo gioco. Però la prima latitante di Sinner gli consente di rientrare sul 5 pari. Adesso i vincenti si susseguono e dopo due ace, uno con la seconda, Jannik si prende anche il secondo set. Davanti a Nole, che ha rinfoderato le palle corte, c’è l’Everest. Anche perché il servizio dell’italiano ora funziona. Il decimo gioco è un romanzo: Nole non trasforma tre set point, contesta una chiamata out dell’arbitro, vince con uno smash il punto successivo, ma il gioco se lo prende Jannik. Si arriva al tie break e Sinner che sa giocare al meglio i punti decisivi, se lo aggiudica. Grande onore allo sconfitto, «il migliore della storia del nostro sport», garantisce Jannik. Che è approdato alla finale senza aver perso un set.

Domani sul Philippe Chatrier, dopo il doppio femminile con Jasmine Paolini e Sara Errani, toccherà a lui vendicare Musetti. Sarà la prima volta che Sinner e Alcaraz si sfideranno in una finale slam. Lo spagnolo potrà difendere il successo del 2024 e rimarcare la sua supremazia sul rosso. Per Sinner sarà un match per continuare a puntare al Grande Slam.

 

La Verità, 7 giugno 2025