Bergoglio, Fazio e quel feeling figlio di Repubblica

Il Fratacchione e il Papa. Fabio e Francesco. Fazio e Bergoglio. Storia di un riconoscimento. Di un comune sentire. Di predilezioni e affinità elettive. Maturate e benedette da Repubblica fin dagli albori della pandemia. Le somiglianze tra il grande conduttore televisivo e il grande condottiero della cristianità sono evidenti. Il Fratacchione catodico e il Papa cattolico. Il papa laico e il Papa religioso. Stasera il Pontefice sarà ospite per la seconda volta nel giro di un paio d’anni di Che tempo che fa, quasi che il conduttore ligure abbia raccolto il testimone da interlocutore privilegiato del Santo padre lasciato da Eugenio Scalfari. Complimenti a Fabio Fazio che, tra un dialogo con il Ct dell’Arabia saudita, Roberto Mancini, qualche gag di Leonardo Pieraccioni, gli immancabili sermoni di Roberto Burioni e Michele Serra, e la letterina di Luciana Littizzetto, lo intervisterà sul Nove in collegamento dal collegio Santa Marta. Un colpo giornalistico che, sebbene di recente anche il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci abbia dialogato con Bergoglio, contenderà il primato degli ascolti alla Rai. Tuttavia, nel video postato sugli account di X, Fazio lascia intendere che non è l’attualità a interessarlo.

Dopo una premessa emotiva in cui spiega che non vuole «sprecare l’occasione» perché le parole del Papa «non sono in funzione di una trasmissione televisiva, ma sono in funzione della nostra vita», il conduttore sottolinea che il suo tentativo sarà quello di mettersi «in ascolto e di non fare cronaca, ma riuscire a porre argomenti che possano andare un po’ più lontano». Insomma, par di capire che si parlerà di cose alte e profonde allo stesso tempo. E nessuno più di noi ne è contento. Ciò nonostante, non dispiacerebbe se si trovasse spazio anche per i temi all’ordine del giorno in Vaticano e nella cristianità universale. Tipo le benedizioni alle coppie dello stesso sesso che hanno agitato le conferenze episcopali e i fedeli di mezzo mondo. O la predilezione per la banda di Luca Casarini, l’ex disobbediente invitato al Sinodo e ora sotto indagine della Procura di Ragusa per favoreggiamento dell’emigrazione clandestina, ma che «salva gente in mare» con i soldi delle diocesi, facendo storcere il naso a tanti devoti che la domenica fanno l’elemosina in chiesa.

Vedremo. Fazio non è solito fare il contropelo agli ospiti. Figuriamoci al Papa, con il quale intrattiene un rapporto di grande empatia. La prima volta che lo ebbe ospite, grazie ai buoni uffici dell’associazione Nuovi orizzonti di Chiara Amirante e della Comunità di Sant’Egidio, fu il 6 febbraio 2022. Allora il programma andava in onda su Rai 3 (share del 25,4% e 6,7 milioni di telespettatori) e, per scaldare il pubblico, era stato invitato a dare una definizione del Pontefice un quartetto di giornalisti molto in voga, anche se non esattamente del ramo. Massimo Giannini aveva parlato di un «Papa vicino alla gente, inviso alle gerarchie». Fiorenza Sarzanini lo aveva descritto come «uno straordinario rivoluzionario». Roberto Saviano lo aveva identificato come «l’ultimo socialista». Mentre per Carlo Verdelli era «un grande uomo solo». Il tutto a conferma che Bergoglio piace molto ai non credenti. Il che andrebbe benissimo se, al contempo, non autorizzasse documenti come la Fiducia supplicans, redatta da Víctor Manuel Fernándes, il prefetto del Dicastero per la dottrina della fede da lui nominato, che, come si diceva, ha gettato nello sconcerto le chiese africane, quelle dell’Est europeo e di parte del Sudamerica.

Del resto, se il feeling tra Fabio e Francesco è nato e cresciuto all’ombra di Repubblica, un motivo ci sarà. All’epoca, 18 febbraio 2020, a dirigere il quotidiano di Largo Fochetti c’era Carlo Verdelli. Da poco era iniziata la prima quarantena per il coronavirus e Bergoglio era solito farsi intervistare (con virgolette approssimative se non arbitrarie) da Scalfari fin dal primo ottobre 2013. Ma quella volta fu il vaticanista a interrogare il Papa. In quei giorni di coprifuoco Verdelli aveva pensato di far scrivere alcuni volti noti su ciò che stava loro a cuore. A un certo punto era toccato a Fazio vergare una sorta di decalogo che invitava a «riconnettersi alla Terra e all’ecosistema» e «a stare vicini alle persone a cui vogliamo bene». Il giorno dopo, papa Bergoglio aveva rivelato a Paolo Rodari che l’aveva «molto colpito l’articolo scritto su Repubblica da Fabio Fazio». Proprio così. Chissà se l’aveva letto spontaneamente… E cosa, in particolare, l’aveva colpito? «Tanti passaggi, ma in generale il fatto che i nostri comportamenti influiscono sempre sulla vita degli altri». E poi, ancora, il fatto che chi evadeva le tasse toglieva denaro alla sanità pubblica. Insomma, davanti alla situazione planetaria altamente drammatica, con la morte che imperversava, mentre i filosofi e gli intellettuali laici ricorrevano a Sant’Agostino, diversamente Francesco era «colpito» da Fazio. La citazione aveva «aperto» l’edizione meridiana del Tg1, il conduttore era pur sempre, ancora, un volto Rai (mentre gli altri tg l’avevano ignorata). Non poteva che nascere quel grande rapporto mediatico di cui, oggi, tutti godiamo.

Stasera a preparare il terreno all’evento ci sarà un altro terzetto di giornalisti: Annalisa Cuzzocrea, vicedirettrice della Stampa, Nello Scavo, inviato di Avvenire, e l’irrinunciabile Massimo Giannini, editorialista di Repubblica. Chissà se loro riusciranno a convincere l’amico Fabio a non trascurare troppo la cronaca.

 

 

La Verità, 14 gennaio 2024

Senza Ratzinger, Bergoglio insegue il mainstream

Fra tre giorni la cristianità universale celebrerà il mistero di Dio che s’incarna nel Bambino Gesù. Contemporaneamente, gran parte del resto del mondo, che pure vuole farci augurare correttamente «Buone feste» anziché «Buon Natale», festeggerà, appunto, non si sa bene cosa. Chi, dunque, con una buona ragione, chi senza, saremo quasi tutti impegnati in pranzi di famiglia, apertura di regali, visite ai parenti. Tra poco più di una settimana, invece, si attenderà l’arrivo del nuovo anno che si spera diverso dall’attuale, e ricorrerà il primo anniversario della morte di Benedetto XVI, avvenuta il 31 dicembre scorso. Così, mentre si celebra la Natività, viene spontaneo chiedersi sommessamente che cosa stia succedendo nel cuore stesso della cristianità, la Santa Sede guidata da Francesco, vicario di Cristo in terra. Quali siano, insieme alla predicazione del tempo di Avvento, le insistenze e le curiose priorità che animano il Capo della Chiesa universale.

Saranno le condizioni di salute non più eccellenti a renderlo più incalzante, oppure la volontà di riguadagnare quel centro della scena invece clamorosamente mancata dal Sinodo sulla sinodalità, fatto sta che negli ultimi tempi papa Francesco ha molto intensificato pronunciamenti ed esortazioni sui temi più vari. Ovvero su quei temi che, a ben vedere, compongono l’agenda dei grandi enti internazionali, dall’Unione europea alle Nazioni unite, dalla Cop28 al Forum economico mondiale. Sembra quasi che, ed è forse la ragione più profonda, venuto a mancare Benedetto XVI, la cui presenza silenziosa nel monastero Mater Ecclesiae costituiva un deterrente a certe fughe in avanti, alleggerito da una certa soggezione teologica, Bergoglio abbia perso certi freni inibitori e, quasi ad accreditare la tesi secondo cui il vero magister fosse il Papa emerito, ora si senta più libero di pronunciarsi, puntualmente e puntigliosamente secondo una linea di apertura e innovazione. In sostanza, confezionando quasi un magistero parallelo, contrappuntato dai sacrosanti inviti alla pace e a deporre le armi, e da una serie di documenti e interventi, più o meno ufficiali, improntati alle tematiche ecologiste e arcobaleno, giustificati dal «cambiamento d’epoca» su cui insiste spesso Francesco.

Il 4 ottobre scorso, giorno di apertura del Sinodo sulla sinodalità, il Pontefice ha promulgato la Laudate Deum, esortazione apostolica rivolta «a tutte le persone di buona volontà sulla crisi climatica», sposando univocamente le tesi dell’ecologismo radicale e, in qualche passaggio, legittimando le manifestazioni dei militanti più estremi che «occupano un vuoto della società nel suo complesso, che dovrebbe esercitare una sana pressione, perché spetta a ogni famiglia pensare che è in gioco il futuro dei propri figli». L’esortazione doveva servire da testo base per la partecipazione alla Cop28 di Dubai tra i grandi della Terra, poi disertata da Joe Biden e Xi Jinping e rivelatasi un fallimento. E solo una provvidenziale bronchite ha convinto Francesco, dietro parere medico, a consegnare l’intervento al Segretario di Stato Pietro Parolin.

L’8 novembre, rispondendo ai dubia di monsignor José Negri, vescovo di Santo Amaro in Brasile, una Nota preparata dal Dicastero per la dottrina della fede retto dal cardinale argentino Victor Manuel Fernandez (da poco chiamato in quel ruolo da Bergoglio) e dal Papa sottoscritta, concede, se non c’è pericolo di pubblico scandalo, l’accesso al battesimo alle persone transessuali, ai figli di coppie omoaffettive adottati o anche nati con l’utero in affitto, nonché la possibilità alle persone transessuali o omosessuali di essere padrini di battesimo.

Il 18 dicembre papa Francesco controfirma la Fiducia supplicans, altro testo redatto dal cardinal Victor Manuel Fernandez che dispone la possibilità, in determinate situazioni (durante un pellegrinaggio, la visita a un santuario, l’incontro con un sacerdote) di benedire coppie formate da persone appartenenti allo stesso sesso. Nel testo si precisa che la benedizione non equipara l’unione al matrimonio, ma allora non si capisce perché la stessa non possa essere impartita singolarmente. Non sarà, chiediamo umilmente, perché si tratta di una forma d’indulgenza anche verso la natura della relazione della coppia? Complessivamente, non siamo di fronte a rivoluzioni dottrinali, ma a piccole e ambigue erosioni, dettate da preoccupazioni pastorali.

Due giorni dopo, il 20 dicembre, nel corso dell’udienza generale del mercoledì, al momento dei saluti, papa Francesco si ferma per incoraggiare Luca Casarini e il gruppo di Mediterranea Saving Humans che salva coloro che «fuggono dalla schiavitù dell’Africa» (testuale), prima di intrattenersi con i militanti della stessa Ong, esortandoli a tornare in mare. Così mostrando totale disinteresse per l’inchiesta aperta dalla Procura di Ragusa nei confronti di Mediterranea per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e per il discutibile uso fatto dei fondi versati da alcune diocesi alla società dell’ex capo delle Tute bianche nonché discepolo di Toni Negri. Avendolo nominato padre sinodale e portavoce per un giorno del Sinodo, lo stupore è minimo.

A fronte di questi documenti e di queste esternazioni, nello stesso periodo si registra l’inflessibilità della Santa Sede a riguardo di vescovi e cardinali che, pur sollecitati a esprimere pubblicamente il loro dissenso, non si sono allineati al dettato papale. L’11 novembre Francesco ha sollevato senza processo dalla guida della diocesi di Tyler (Texas) monsignor Joseph Strickland per aver espresso critiche al Sinodo e per il mancato rispetto della Traditionis Custodes, il motu proprio con cui Bergoglio ha ristretto la possibilità di celebrare la messa in latino (consentita da Benedetto XVI). Il 28 novembre il Pontefice ha deciso di licenziare il cardinale Raymond Leo Burke (già nominato da Ratzinger prefetto del tribunale della Segnatura apostolica), togliendogli casa e stipendio per aver firmato nel 2016 i dubia sull’Amoris Laetitia e, più di recente, quelli sul Sinodo. Due provvedimenti che forse si potrebbero definire poco sinodali. E che, raffrontati alle aperture in tema di morale sessuale e tutela dell’ambiente, sottolineano ulteriormente il profilo politico di un pontificato che piace sempre di più ai non cristiani.

Intanto, a inizio 2024, si attende la nuova ospitata di Jorge Mario Bergoglio nel salotto tv di Fabio Fazio.

 

La Verità, 22 dicembre 2023

Il verbo green sale sul pulpito con l’ok dei preti

Lo sapevamo già che l’ecologismo estremo è una nuova religione. Ora ne abbiamo un’ulteriore tangibile prova. L’escalation è il verbo green che conquista gli altari, i pulpiti, si sostituisce alle omelie. Non più e non solo l’interruzione della vita civile con i blocchi estemporanei del traffico nelle vie del centro o nelle tangenziali all’ora di punta, come ormai avviene con una frequenza che non può non istigare le brusche reazioni dei comuni cittadini. Non più e non solo l’imbrattamento di monumenti storici e luoghi sacri come avvenuto tre giorni fa, solo per citare il caso più recente, con getti di fango e cacao sulle facciate del Duomo di San Marco a Venezia. Ora siamo all’interruzione della celebrazione della messa solenne durante la quale alcuni giovanotti manifestano e argomentano contro «la crisi climatica». Il salto di qualità è palese. È l’usurpazione del pulpito, l’esproprio ecologista. È l’onda dell’ambientalismo corretto che inizia a scendere dalla scalinata di Piazza San Pietro. Dalle encicliche e dalle esortazioni papali alle chiese sul territorio il passo è breve.

Ora, il fatto desolante è che, anziché fermare la brillante trovata giovanilistica, sacerdoti e celebranti cedono di buon grado il proscenio ai manifestanti nell’unica ora settimanale dedicata al rito. Prego, accomodatevi. E gli attivisti dei gruppi ambientalisti, confusi tra i fedeli, si alzano per inscenare i loro sit-in per la «Casa che brucia», come ammonisce Greta Thunberg. Nell’ultima settimana è già successo due volte e, secondo l’antica legge, non tarderà ad aggiungersi la terza. E poi?

L’altro ieri, festa dell’Immacolata dedicata alla Madonna, durante la funzione religiosa curata dai Vigili del fuoco nella chiesa del Pantheon di Roma, dopo il segno della pace tre militanti di Ultima generazione si sono piazzati davanti all’altare esponendo manifesti con lo slogan: «Soldi per la vita, non alla guerra». Facendo seguire la rivendicazione per il clima: «Alluvioni incendi siccità uccidono». Lo stupore si è insinuato tra i presenti allorché, invece di mettere a tacere i militanti, dicendo loro che l’attenzione verso l’emergenza climatica è già molto diffusa e avvolgente tutti i giorni della settimana, il celebrante, monsignor Alberto Frigerio, li ha accolti di buon grado consentendo loro di sostare presso l’altare con gli striscioni anche durante la distribuzione dell’Eucaristia: «Ringrazio anche i nostri amici con i cartelli. Siamo dalla stessa parte. Forse siamo meno irrequieti, ma anche noi preghiamo per la pace», ha detto il sacerdote al termine della messa, dopo aver effettuato la benedizione e la premiazione dei Vigili del fuoco. Non pochi dei quali si sono allontanati perplessi.

Domenica scorsa qualcosa di simile era avvenuto nel Duomo di Torino, durante la messa celebrata da monsignor Roberto Repole. Qui la dimostrazione ha avuto caratteri diversi. La sigla protagonista era Extintion rebellion. Al termine della proclamazione del vangelo, prima dell’inizio dell’omelia dell’arcivescovo, una ragazza si è alzata in piedi iniziando a leggere brani dall’enciclica Laudato si’, seguita da altre due lettrici che hanno attinto all’esortazione Laudate Deum diffusa da papa Francesco in apertura del Sinodo sulla sinodalità. La performance si è conclusa con altri brani tratti dall’intervento scritto da Bergoglio per la Cop28 e letto dal segretario di Stato, cardinale Paolo Parolin, appositamente inviato a Dubai, nei quali il pontefice invita i governi a interrompere i finanziamenti alle guerre e le devastazioni ambientali e a prendere accordi «efficienti, vincolanti e facilmente monitorabili». Anche in questo caso, tra lo sconcerto dei presenti, i militanti hanno potuto inscenare la loro esibizione, solamente sollecitati a concludere da monsignor Repole per far terminare la messa, un momento che «dev’essere rispettato soprattutto da chi fa professione di voler operare nel rispetto di tutti». Solo a cose avvenute, il cardinale ha precisato di avere «grande stima per chi si mobilita a difesa del creato e accoglie gli appelli di papa Francesco. Apprezzo l’impegno delle attiviste di Extintion rebellion, ma mi è dispiaciuto che abbiano ritenuto di prendere la parola in Duomo senza prima volermene parlare». Fortunatamente, l’arcivescovo ha almeno sottolineato che «a messa si prega spesso per la salvaguardia della pace e del creato, ma la celebrazione eucaristica non è un momento idoneo a ospitare interventi pubblici». Tuttavia, l’arrendevolezza con cui si consentono questi sit-in rimane scoraggiante. Forse in ossequio all’inclusione e a un falso concetto di dialogo, non c’è nessuno che si alzi e inviti i militanti ad attendere i fedeli al termine della celebrazione per sensibilizzarli alla loro causa sul sagrato della chiesa. Del resto, se, come si legge nella Laudate Deum, a certe azioni provocatorie dei movimenti ambientalisti viene concessa una certa legittimità perché «occupano un vuoto della società nel suo complesso, che dovrebbe esercitare una sana pressione, perché spetta a ogni famiglia pensare che è in gioco il futuro dei propri figli», c’è poco da meravigliarsi.

La nuova religione dell’ecologismo corretto scala i gradini e conquista i luoghi sacri.

Gli esperti: macché patriarcato. Inascoltati

Stavolta il mantra «ce lo dice la scienza» non vale. Sembrava un dogma, tassativo e inconfutabile, avendoci accompagnato nelle ultime campagne comportamentali, nelle recenti ubriacature collettive, dalla pandemia al riscaldamento globale. Del resto, la scienza, medica o ecologica che sia, ha il compito di «supportare» il magistero del momento, si tratti della vaccinazione e delle restrizioni planetarie, dell’invasione buona delle auto elettriche o di «efficientare» le abitazioni. E invece no. Per la violenza contro le donne e i femminicidi il dogma si è sgretolato. Eppure, c’era da abbattere il patriarcato e con esso la famiglia tradizionale, composta da un padre e da una madre. Retaggi medievali incrollabili. Totem delle destre di tutte le latitudini. E dunque l’arsenale andava schierato al completo. Invece, tocca registrare la defezione dei competenti, gli esperti della materia, non solo restii ad allinearsi, ma fautori di un’interpretazione alternativa: le ragioni della violenza di genere risiedono nella solitudine, nel disagio giovanile, o adulto che sia, spesso intriso di narcisismo patologico. Torre di controllo, abbiamo un problema: che si fa? Niente; se psicanalisti, psicologi e psicoterapeuti smentiscono la narrazione preordinata, si fa finta di niente e si avanza imperterriti.

Da quando si scandagliano i fondali socio-psicologici dell’atroce assassinio della povera Giulia Cecchettin, i competenti della materia si esprimono a una sola voce: «Il patriarcato non c’entra». Proprio questo era il titolo dell’intervento di Massimo Ammaniti, uno dei maggiori psicoanalisti italiani, ospitato venerdì con qualche imbarazzo da Repubblica. Le violenze e le sopraffazioni maschili «non nascono oggi dal potere patriarcale, che le usava per legittimare la sua supremazia», scrive nascosto nelle pagine interne Ammaniti, «originano piuttosto dalla debolezza e dalla fragilità degli uomini, che sentendosi impotenti e impauriti per essere sopravanzati affettivamente e socialmente dalle donne, reagiscono con rabbia e odio». Stessa sorte capita due giorni dopo al più cool degli psicanalisti, Massimo Recalcati che alla giornalista di Repubblica che gli chiede se il crimine di Filippo Turetta sia «retaggio del patriarcato» o se sia più corretto parlare di «ferita narcisistica», risponde: «Il mito del nostro tempo è quello del successo individuale. Si tratta di un nuovo imperativo che rende impossibile l’esperienza del fallimento. Subire il rifiuto di una ragazza significa riconoscere i propri limiti (…) Per questo a volte il ricorso alla violenza sostituisce la dolorosa constatazione della propria insufficienza». Concetti chiari, quelli espressi da «uno dei più lucidi e autorevoli indagatori dell’animo umano», come recita la presentazione della collana di opere che il quotidiano sta testé pubblicando, ma che forse avrebbero cromaticamente stonato sotto l’«Onda fucsia», il titolo d’apertura del giornale che illustrava la manifestazione anti-patriarcato di sabato. Bel paradosso per un luminare, la scarsa visibilità. Non l’unico, nelle interpretazioni che si dibattono su questa tragica vicenda. Basta citare quello «nordico», così chiamato dal rapporto dell’Onu che non si capacita di come «nonostante siano leader mondiali in termini di uguaglianza di genere», i Paesi del Nord Europa presentano «tassi di violenza da partner intimo contro le donne sostanzialmente più alti della media Ue». Impossibile rassegnarsi, per le vestali turbofemministe di casa nostra. Impossibile accettare anche lo scenario prospettato dal filosofo Massimo Cacciari sulla Stampa: «La famiglia patriarcale è già defunta con la famiglia borghese, dove proprio la “patriarcalità” si sfascia in mille forme di incomunicabilità».

Tornando nell’alveo della psicologia, la materia che aiuta a riconoscere il pericolo di far coincidere il vivere con un rapporto amoroso, intervistato dal Corriere della Sera, il terapeuta dell’età giovanile Gustavo Pietropolli Charmet osserva che questo sortilegio trasforma il compagno in uno stalker. Quando si concretizza l’abbandono, «viene fuori non solo rabbia o malinconia, ma la disperazione di chi si sente definitivamente perduto. E, ai suoi occhi, la responsabile di ciò è la persona che aveva fatto il sortilegio e poi l’ha rotto». Pietropolli Charmet è solo l’ultima delle voci che contesta il ritornello sul patriarcato. Al Sussidiario.net Paolo Crepet, autore di Prendetevi la luna (Mondadori), aveva detto: «La teoria per cui non c’è da fidarsi perché noi maschi, siamo dei precursori delle violenze, se non degli assassini, mi sembra una teoria nazista: i nazisti ragionavano così, ovvero secondo genetica». Ancora più definitivo, lo psicanalista Claudio Risé sul nostro giornale: «Come si fa a vedere il patriarcato in un poveretto che fa un delitto confuso e pieno di errori, e finisce in un’autostrada senza benzina? Lui è un povero assassino, ma le autorità e i comunicatori che lo scambiano per un esempio di patriarcato non sanno di cosa parlano».

Già, le autorità e i comunicatori. Può succedere che, a volte, l’ideologia li renda sordi ai contributi della scienza. A volte.

«Macché TeleMeloni, la Rai è unica e si ama sempre»

Alla fine sul palco della Sala A di Via Asiago è spuntato anche Adriano Pappalardo per intonare con la sua voce di catrame: «Lasciatemi cantare, senza Viva Rai2! non so stare: ricominciaamooo…». È l’ultimo colpo di scena del minishow allestito per il varo della seconda stagione di Viva Rai2! Dal 6 novembre alle 7 sul secondo canale cinque giorni la settimana e, novità di quest’anno, su Radio 2 alle 14. Il primo, studiato, colpo di teatro era stato l’inizio della conferenza stampa senza Rosario Fiorello, Fabrizio Biggio e Mauro Casciari. Tutto schierato, invece, lo stato maggiore Rai, dall’amministratore delegato Roberto Sergio, al direttore dell’Intrattenimento prime time, Marcello Ciannamea e il suo vice Claudio Fasulo. Del resto, l’artista siciliano è ormai un patrimonio della tv pubblica, forse il suo asset creativo più pregiato. Al punto che, sottolineando la fruibilità del «mattin show» su tv, radio e Web, Sergio ha parlato di «Rai Fiorello». Conta su di lui anche per risollevare Rai 2, «dove si è voluto sperimentare»: i palinsesti autunnali si sono decisi in velocità, ma «adesso la vera sfida sono i palinsesti di gennaio. Rosario ci aiuterà…». Sedendosi al suo fianco, Fiorello ha duettato con l’amministratore delegato. «Da quando sei arrivato tu, i danni…». «Erano in itinere», ha puntualizzato Sergio. «È vero che Francesca Fagnani andrà sul Nove?». «No», risposta secca. Ma Fiorello voleva giocare tra il serio e il faceto: «Chiamerò Francesca e le dirò: “Se vai sul Nove vengo sotto casa tua e buco le gomme della macchina di Enrico Mentana” (forse dimenticando che non ha la patente). La Rai è la Rai a prescindere dal governo che c’è», ha proseguito. «Adesso si parla di TeleMeloni. Allora prima c’era TeleDraghi e prima ancora gli altri, fino a TeleMonti. La Rai è unica al di là del governo in carica. Tu hai votato la Meloni?». E Sergio: «Lo sai che sono democristiano».

Altra polemica di giornata lo spostamento al Foro Italico della location. Il disappunto dei residenti di via Asiago per il rumore ci poteva stare, ma erano i fan degli ospiti a provocarlo. «Però quando hanno detto che lasciavamo sporca la strada mi sono risentito perché non era vero. Sul serio vogliamo parlare di pulizia delle strade di Roma? Stavo per fare un reportage col telefonino sui cumuli d’immondizia…».

Argomento immancabile Sanremo, tanto più dopo la boutade di affidare a Fedez l’edizione del 2025. Qualche giorno fa c’è stata anche la riconciliazione tra il rapper e Sergio. Che però ha frenato: «Prima c’è da fare il Festival del 2024». Ma quello è già sistemato: «Nel 2025 prendete Fedez, chiamate Fazio e pagate la liberatoria alla Warner, che saranno due euro». E tu, Fiore, non pensi al Festival? «Non è il mio mestiere, ancora non avete capito? Ormai, quando mi chiedono se lo conduco quasi mi offendo. Alla quinta canzone da presentare potrei scappare. Avete creduto anche a Jovanotti ospite per cantare una canzone scritta da Lazza e intitolata Lazzaro, prima di buttare via le stampelle. Cosa dovevo dire ancora per far capire che era una gag?».

Paziente, Fiorello ha risposto alle domande sul talento, sui suoi stessi difetti, sul posto che riserva a Viva Rai2! in una classifica dei suoi programmi («considerato il pubblico eterogeneo lo metterei sul podio»), sulla sua multimedialità. E anche sulla satira dei fuori onda: «Striscia la notizia lo fa da sempre. Se lavorassi a Mediaset saprei che c’è la bassa frequenza e Antonio Ricci è così e mi comporterei di conseguenza. Tant’è che si sente che qualcuno glielo dice (a Giambruno ndr) di fare attenzione. È la cifra di Striscia. Noi ne abbiamo fuori onda?».

A 63 anni, Fiorello è un artista che l’Unesco dovrebbe proteggere come patrimonio universale del divertimento. Ma è anche un artista maturo. E a chi gli chiede se c’è qualcosa su cui non si può scherzare risponde: «Ci hanno chiamati per regalare un po’ di buonumore, 45 minuti senza riferimento ai fatti che ci angosciano tutti. La Rai ha una copertura del 100%, perché dovremmo dire anche noi la nostra? Io non ho un retaggio culturale adeguato… Se ti esprimi devi conoscere bene i fatti e io non li conosco abbastanza», ha sottolineato con grande consapevolezza. «Viene chiesto a tutti per chi parteggi… Ma non è Milan-Inter, ci sono bambini che muoiono, siamo tutti devastati. Se qualcuno mi chiedesse per chi parteggio lo manderei a quel paese. Qualsiasi cosa dici sei strumentalizzato… Io parteggio perché questa situazione venga risolta, ma da chi la deve risolvere. Non ci credo più molto, siamo arrivati al capolinea. Si dice che una parte deve farsi il suo Stato e l’altra il suo, certo. Ma non credo accadrà domani. Se non stiamo attenti qualcosa di drammatico può diventare ancora peggiore. Io, Rosario Fiorello, non ho risposte. Ma consentitemi l’indignazione, il dolore di veder uccidere i bambini, sia palestinesi che israeliani», ha sottolineato differenziandosi da Fedez che aveva detto che «c’è una sola parte dove si può stare, quella dei bambini e dei civili che a Gaza hanno perso o stanno perdendo la vita».

In chiusura, quanto ti deve la Rai? «La riconoscenza è reciproca. Io lavoro qui e mi sento a casa. Se il Nove mi chiamasse ci andrei…», gioca ancora. «Lo sapete che è in differita di un minuto? L’ho scoperto domenica quando ho chiamato Fazio sul cellulare. “Ma come, mi chiami adesso che c’è la pubblicità?”, ma io lo vedevo in onda. Hanno 60 secondi in più perché sono americani: servono per tagliare le parolacce».

Arriva Pappalardo: «Ricominciaamooo».

 

La Verità, 31 ottobre 2023

 

Giambruno resta a Mediaset ma lascia il video

Fine delle conduzioni. L’ex compagno del premier lascia il video del Diario del giorno e torna dietro le quinte, nel ruolo di coordinatore dello stesso programma. Lo si legge nella nota diffusa da Mediaset in serata. «Andrea Giambruno, dispiaciuto per l’imbarazzo ed il disagio creato con il suo comportamento, ha concordato con l’azienda di lasciare la conduzione in video del programma Diario del giorno, di cui continuerà a curare il coordinamento redazionale». È la soluzione più logica e plausibile alla quale si è arrivati al termine di una convulsa giornata di riunioni e verifiche. Nel comunicato è rilevante la sottolineatura del dispiacere per l’imbarazzo e il disagio creato all’azienda. Un’ammissione che verosimilmente eviterà al giornalista procedimenti disciplinari.

Non era facile trovare la quadratura del cerchio. Giambruno dietro le quinte è l’uovo di Colombo trovato dal direttore dell’Informazione Mediaset Mauro Crippa e da Andrea Pucci, responsabile dell’agenzia NewsMediaset, che per tutto il giorno hanno vagliato le varie ipotesi in campo. La soluzione che ha decongestionato il clima in azienda e anche, in qualche modo, il rapporto con il mondo della politica. È la decisione che rasserena un po’ tutti.

Da qualsiasi parte la si prendesse, le probabilità di rimanere scottati erano elevatissime. Lungi dal raffreddarsi, col passare dei giorni, la patata restava bollente. Giorgia Meloni era riuscita a voltare rapidamente pagina – fatto salvo che il suo ex compagno è il padre di sua figlia – rientrando nei panni del suo ruolo istituzionale. Si leggerà sul prossimo numero di Chi la versione di Giorgia, perché ha detto «addio a Giambruno». A Mediaset, invece, ci si trovava in mezzo al guado. Ieri mattina il conduttore del Diario del giorno che, d’accordo con la direzione di testata, si era autosospeso fino a venerdì, si era presentato a Cologno monzese per discutere la sua posizione. Archiviata la relazione con il premier, Giambruno voleva proteggere profilo professionale e rapporto con Mediaset. Possibilmente tornando a condurre il programma su Rete 4 già da lunedì. Si profilava un braccio di ferro imbarazzante per tutti. Anche perché il giornalista sembrava deciso a tenere il punto.

Ci si trovava davanti a un crocevia con parecchie strade. Il licenziamento da Mediaset, la più drastica e la meno probabile delle ipotesi. Il ritorno alla conduzione di un telegiornale, Studio aperto o Tg4, mansione che ricopriva fino a un anno fa. La scelta di restare dietro le quinte, al desk di un tg. La ripresa della conduzione del Diario del giorno. Infine, la quinta possibilità, forse la più vicina, togliersi dal video e continuare a lavorare al programma, dal coordinamento redazionale.

La strada meno probabile era il licenziamento. Ma bisognava vedere che piega avrebbero preso le diverse verifiche aperte dagli organismi professionali a carico di Giambruno. Sulla vicenda devono pronunciarsi il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia e il relativo Consiglio di disciplina territoriale che valuterà eventuali sanzioni disciplinari. E deve esprimere una valutazione anche la Commissione pari opportunità della Fnsi che sarà mandata al presidente dell’Ordine dei giornalisti lombardi. Ecco perché, all’opposto del licenziamento risultava poco praticabile anche il ritorno alla conduzione del programma, quasi come se nulla fosse accaduto.

Anche perché, con buona pace delle narrazioni del giornalone unico nazionale che tifano per il naufragio del governo, i vertici di Mediaset non avevano alcuna intenzione d’inasprire il rapporto con Giorgia Meloni. Non era in atto nessuna resa dei conti tra Forza Italia e Fratelli d’Italia tramite i fuori onda di Striscia la notizia. In un momento di complessa gestione del post Silvio Berlusconi Forza Italia non è certo interessata ad acuire i contrasti. Dovesse cadere il governo per un’azione di disturbo attribuibile al partito retto da Antonio Tajani, quando mai e alleato di chi potrebbe rientrarci? Le elezioni europee si avvicinano a grandi passi e nella maggioranza tutto sembra convergere a rinsaldare l’alleanza.

Qualche giorno fa Antonio Ricci aveva rivendicato piena e totale autonomia sui fuori onda. «La cosa che mi ha più stupito è che per il 90% dei giornali sembra impossibile che possa esistere qualcuno che prende iniziative di testa sua e non sia un mero ventriloquo», è sbottato per smontare le troppe «ricostruzioni mirabolanti».

Tornando a Giambruno, un trattamento non punitivo nei suoi confronti sarà visto come un segnale di distensione anche a Palazzo Chigi. Il suo ritorno alla conduzione sarebbe stato impossibile da gestire. Ogni sua smorfia sarebbe stata monitorata dai cellulari di colleghi e colleghe e dalle telecamere in bassa frequenza del circuito interno di Cologno. A precisa domanda se auspicasse questa soluzione «l’imperatore dei rompicoglioni» (copyright Fedele Confalonieri), aveva risposto: «Certamente». Stando a ciò che aveva fatto trapelare e contrariamente a quanto paventato da molti retroscenisti, «il frigo» è vuoto e solo così avrebbe potuto tornare a riempirsi. Invece…

 

La Verità, 25 ottobre 2023

Ricci: «Su Giambruno ricostruzioni mirabolanti»

Sto bene, sto molto bene, faccio il mio lavoro come sempre». A margine del vertice sulla pace in corso al Cairo, Giorgia Meloni risponde telegrafica a chi vuol sapere quanto le sia costato un viaggio diplomatico tanto impegnativo all’indomani della separazione da Andrea Giambruno. La questione è archiviata e il premier rientra interamente nel suo ruolo istituzionale: «Non so cosa non sia chiaro del fatto che non voglio più parlare di questo», ha tagliato corto. Nel post con cui ha annunciato la fine della sua relazione con il compagno «non c’è una parte politica». Insomma, storia chiusa e fine delle dietrologie.

Il giorno dopo il ciclone che ha scosso i palazzi della politica innescando la solidarietà al Capo del governo dei leader di tutti i partiti con la sola eccezione di Elly Schlein, il caso partito dai fuorionda di Striscia la notizia si raffredda e rientra nelle interpretazioni più realistiche. Nella missione di abbattere il governo delle destre di cui si sono auto investite le grandi firme del giornalone unico nazionale anche l’arma della vita privata può tornare utile. Purtroppo però non è in corso nessuna guerra tra Mediaset e Giorgia Meloni. Non c’è alcun pizzino inviato al premier per la decisione di tassare gli extraprofitti delle banche partecipate da Fininvest. Insomma, non esiste alcuna volontà di Marina e Pier Silvio Berlusconi d’indebolire il governo in carica. Retroscenisti e tessitori di fantasiose ricostruzioni se ne facciano una ragione.

«Non sapevo nulla di Striscia, altrimenti te l’avrei detto», ha confessato Berlusconi jr. a Meloni venerdì sera durante una conversazione telefonica definita «cordiale» e «di vicinanza». È tutta opera dell’incontrollabile Antonio Ricci. Il quale, ribattezzato per l’occasione «re dei rompicoglioni, anzi, imperatore dei rompicoglioni» da Fedele Confalonieri, ha provveduto a gettare definitivamente nello sconforto i tifosi della via gossippara alla crisi istituzionale. «Del caso “fuorionda” ho letto ricostruzioni mirabolanti, complottarde, a volte incredibili, ma tutte divertenti», ha premesso il padre del tg satirico di Canale 5 prima di fornire la sua versione «naturalmente senza nessuna pretesa di esser creduto, ci mancherebbe, ma solo per dare un contributo al dibattito», ha gigioneggiato. L’inventore di Striscia ha spiegato di aver letto un’intervista su Chi a Giambruno (quella in cui l’ex compagno adombrava la possibilità che lui e Giorgia si fossero già sposati in segreto) che corrispondeva a una sorta di «beatificazione». Così ha «pensato subito di utilizzare l’antidoto. Da una fortunosa pesca estiva avevo due fuorionda del giornalista in frigo». Ecco spiegato anche l’uso differito dei filmati in cui Giambruno parla dell’incidente di Casal Palocco e, sistemandosi la patta, fa avance volgari e sessiste a una collega del Diario del giorno. La beatificazione ha fatto da stura al dissacratore Ricci. Distanziato di quasi dieci punti di share da Affari tuoi di Amadeus il tg satirico del Biscione non primeggia negli ascolti e le gravi intemperanze del partner del premier potevano tonificarli. Così il padre di Striscia ha attinto alla miniera delle registrazioni in bassa frequenza o dai video girati col telefonino da qualcuno che non simpatizzava per lo strafottente Giambruno. Probabilmente ne aveva altri a disposizione, forse ancor più imbarazzanti: «Un giorno Giorgia Meloni scoprirà che le ho fatto un piacere», aveva buttato lì venerdì Ricci.

Quella dei fuorionda è una tecnica già adottata in passato colpendo, solo per citare i casi più memorabili, l’Emilio Fede arruffone alla direzione del Tg4, il Flavio Insinna furioso di Affari tuoi e lo stesso Silvio Berlusconi, protagonista involontario della serie del Cavaliere mascarato. Stavolta il caso Giambruno non ha smosso la colonnina dell’Auditel, lasciando lo share attorno al 15% (3 milioni di telespettatori circa). In compenso, Striscia la notizia e il suo fondatore hanno riconquistato visibilità mediatica globale, approdando sulle maggiori testate digitali e cartacee del pianeta. «La cosa che mi ha più stupito di tutto il dibattito», ha concluso, sardonico, Ricci, «è che per il 90% dei giornali sembra impossibile che possa esistere qualcuno che prende iniziative di testa sua e non sia un mero ventriloquo».

Dal canto suo, lungi dall’uscire indebolita dalla vicenda, Meloni continua a raccogliere la solidarietà di esponenti politici di schieramenti diversi come l’ex ministro delle Pari opportunità Elena Bonetti confluita in Azione: «Ha fatto chiarezza e dichiarato di voler tutelare la vita privata propria e di sua figlia, un gesto di dignità e una richiesta di riservatezza della sfera privata rispetto a cui tutti dovremmo attenerci»; e la sua collega di partito ed ex ministro della Pubblica istruzione Maria Stella Gelmini: «Nella situazione di Meloni si possono riconoscere molte altre donne, le separazioni sono sempre passaggi dolorosi. E l’operato del Presidente del Consiglio lo si valuta da ciò che fa o meno per l’Italia, non dalla sua vita privata».

 

La Verità, 22 ottobre 2023

Caso Fedez: TeleMeloni? Macché, comanda Coletta

Altro che TeleMeloni, in Rai funziona ancora alla grande TeleColetta. Comandano sempre i soliti noti. Una squadra di derivazione dem, con intense sfumature arcobaleno. Eppure la narrazione è di tutt’altro tipo. Per capirlo serve riavvolgere il nastro. La faccenda della censura a Fedez è andata proprio come dice l’ultima nota della Rai e «non ha nulla a che vedere con la politica, che non si è minimamente interessata al caso se non per strumentalizzare la vicenda, dopo il post di Fagnani». Lo ha confermato anche l’amministratore delegato della Rai Roberto Sergio: «Il problema non è riferito alla presenza retribuita o gratuita. La decisione è legata a una valutazione di opportunità riferita alle ultime sue presenze in Rai, sia per il 1° maggio che per l’ultimo Sanremo». Ciò nonostante la colpa è finita sul conto della nuova dirigenza, leggi governo delle destre. Si sa, «la politica» fa il suo gioco. E imputare a TeleMeloni lo stop all’invito a Belve di Rai 2 del rapper Federico Leonardo Lucia, tuttora ricoverato in ospedale dove è stato operato due volte in pochi giorni per curare un’emorragia da ulcera, è manovra fin troppo facile. Non a caso i dichiaratori di professione, da Matteo Orfini a Francesco Verducci del Pd fino a Dario Carotenuto, grillino in commissione di Vigilanza, ci si sono buttati a peso morto. Ma le cose non stanno così e qui si prova a ricostruire come e perché sia avvenuto il dirottamento delle responsabilità.

Si deve sapere che la dirigenza che sovrintende all’Intrattenimento del primetime della Rai, da cui dipende il programma di Francesca Fagnani, è la stessa identica che lo governava ai tempi di Carlo Fuortes. È vero, è stato cambiato il direttore: ora Marcello Ciannamea è subentrato al sempre potente Stefano Coletta, già direttore di Rai 3, poi di Rai 1, poi appunto dell’Intrattenimento della prima serata fino al maggio scorso. Quando, nonostante la lunga serie di flop da lui firmati (Parlami d’amore, Da grande, Il cantante mascherato per citarne alcuni) è stato promosso direttore della Distribuzione, ovvero l’organizzazione dei palinsesti. Un uomo forte, professionalmente parlando. Una figura storica dell’azienda, ora titolato di un ruolo che, a seconda di come lo si interpreta, può essere di grande potere. Alla presentazione dei palinsesti a Napoli del 7 luglio scorso, Coletta ha recitato la parte del leone e tutto è stato subito chiaro. Fatto mai accaduto finora, qualche giorno dopo il suo successore Ciannamea ha confermato in blocco tutti i vicedirettori: Giovanni Anversa, Claudio Fasulo e Federica Lentini, quest’ultima protagonista di un’ascesa professionale che l’ha portata rapidamente fino alla supervisione dell’ultimo Festival di Sanremo. Durante il quale i Ferragnez hanno imperversato: Chiara, con la sua ospitata, la promozione del profilo Instagram e della serie di Amazon a loro intitolata, che ha procurato una multa dell’AgCom di 170.000 euro; Fedez, con le esibizioni tutte virate contro esponenti del governo, il sottosegretario Galeazzo Bignami e il ministro Eugenia Roccella e, nella serata finale, con la simulazione di un atto sessuale con Rosa Chemical. Come si ricorderà, Coletta prese le distanze e sottolineò l’autonomia creativa dell’artista. Ma il mancato controllo sui contenuti delle performance del rapper è rimasto come una brutta macchia sul curriculum.

A metà maggio, con l’arrivo della nuova dirigenza, Coletta è stato spostato alla Distribuzione. Ma è tutt’altro che neutralizzato, anzi. Continua a muoversi con disinvoltura sulla scacchiera aziendale grazie al fatto che i suoi uomini e le sue donne sono rimaste dov’erano. Blog e siti lo sponsorizzano. Qualche giorno fa, a proposito dell’esordio stagionale di Belve, Giuseppe Candela del Fatto quotidiano online e Dagospia ha postato su X: «Vola #Belve al 10%, vola #StaseraceCattelan 8,5%. Serata firmata Stefano Coletta, va detto». Infine, ed è ciò che più conta per il funzionamento della connection, egli è fedelissimo ai suoi. A Serena Bortone, per esempio, promossa da Agorà della sua Rai 3 a Oggi è un altro giorno della sua Rai 1 e ora sistemata a Chesarà nel weekend di Rai 3. Al suo protegé Paolo Conticini, piazzato nelle fiction e alla conduzione di game e rubriche varie. E, come detto, ai suoi ex vicedirettori, che pare incontri di mattina per un caffè molto operativo, nel quale si valutano ospitate, si promuovono volti amici, si stoppano passaggi sgraditi. Oltre al semaforo rosso per Fedez a Belve, per esempio, l’altro giorno è stato alzato anche quello per Memo Remigi che avrebbe dovuto tornare in Rai, ospite di Domenica in, dopo la radiazione decisa per le molestie ai danni di Jessica Morlacchi proprio in Oggi è un altro giorno, il programma condotto da Bortone. Niente da fare anche per lui, la vendetta ha la memoria lunga e non ammette eccezioni.

Federica Lentini è inflessibile e controlla anche i budget dei programmi di Intrattenimento. Ma questo non spiega la sottolineatura del comunicato Rai che quella di Fedez a Belve sarebbe stata una «partecipazione retribuita». Tutti gli ospiti, infatti, percepiscono un cachet, motivo per cui il programma è prodotto esternamente da Freemantle. Più pertinente, invece, la precisazione che si tratta di «un programma di intrattenimento e non di una trasmissione giornalistica». È per questo che ricade sotto la giurisdizione di Ciannamea e dei suoi vicedirettori. Quelli di TeleColetta.

 

La Verità, 3 ottobre 2023

Rai, Mediaset, La7: nell’era Meloni la tv vira a sinistra

Presidente, non compra Mediaset, non entra in politica e non compra nemmeno La Verità: cos’è, la conferenza stampa dei no? Urbano Cairo è di buonumore, quest’anno è il decennale dell’acquisto di La7 da Telecom Italia «che perdeva 120 milioni» e, dunque, si fa presto a tirare le somme. «Con una rete stiamo in un sistema televisivo con Rai e Mediaset che hanno tre reti, poi c’è Sky che ha anche Tv8», premette l’editore del Corriere della sera. «Non produciamo chissà quali utili, ma neanche abbiamo perdite. Facciamo anche un po’ di servizio pubblico senza abbonamenti, canone, tax credit, proponendo una tv di qualità con i conti a posto. Una statuetta di polistirolo me la merito».

La presentazione dei palinsesti 2023-24 al Four Seasons di Milano chiude il trittico di upfront degli editori italiani ed è l’occasione per tirare le fila dei nuovi assetti della tv al tempo di Giorgia Meloni. Sarà anche per questo che le domande al patron di La7 spaziano dall’economia al calcio, dalla politica alla giustizia. Cairo guarda il bicchiere mezzo pieno e respinge l’impressione di giocare in difesa. Però alle ultime elezioni lo scenario è cambiato provocando ripercussioni sull’intero sistema, dagli addi di Fabio Fazio e Lucia Annunziata alla Rai che ora prova a essere più pluralista, fino alle acquisizioni di Mediaset di Bianca Berlinguer e Myrta Merlino. In questo scenario, avendo perso proprio Merlino e non avendo rinnovato Massimo Giletti, potrebbe sembrare che La7 giochi di rimessa. Ma Cairo non ci sta e sottolinea il ruolo di David Parenzo all’Aria che tira e l’arrivo di Massimo Gramellini che avrà sia la prima serata del sabato, con uno spazio fisso di Concita De Gregorio, sia un faccia a faccia con il personaggio della settimana la domenica, prima di cedere il testimone a In onda di Marianna Aprile e Luca Telese. Il resto del palinsesto poggia sulle pietre angolari: il Tg di Enrico Mentana, Otto e mezzo, DiMartedì, Piazzapulita e sui talk show del daytime, tutti confermati con l’eccezione dell’Aria che tira e del game preserale Lingo, alla ricerca del conduttore giusto per sostituire Caterina Balivo, tornata in Rai. Qualche novità si registra negli approfondimenti. Oltre alle conferme di Una giornata particolare di Aldo Cazzullo e di Inchieste da fermo di Federico Rampini, è previsto uno speciale di Ezio Mauro all’interno di Atlantide e alcune prime e seconde serate affidate allo storico Alessandro Barbero che su TikTok «ha grande seguito anche trai giovani», sottolinea il direttore di rete Andrea Salerno. Infine, la novità forse più rilevante sarà Centominuti, 12 serate di inchieste sul territorio firmate da Corrado Formigli e Alberto Nerazzini in onda da gennaio 2024.

Lo scenario politico cambiato stimola i retroscena. Che ne è dell’idea di scalare Mediaset? C’era l’idea di prenderla e fare, d’accordo con Marina Berlusconi, la tv di Giorgia Meloni? «Non ci ho mai pensato, non sta né in cielo né in terra. Tutto è partito da un retroscena di Dagospia che ipotizzava una cordata italiana, per la quale io stavo accettando consigli da Walter Veltroni. Un’idea traballante, improponibile sul piano umano e commercialmente impossibile perché Mediaset non è contendibile. Piuttosto», ha proseguito Cairo, «ho letto le parole di Pier Silvio Berlusconi… Lo conosco da quando aveva 12 anni e gli voglio bene. Ma ha detto che rispetto all’ipotesi di una nostra scalata di Mediaset, <semmai saremmo noi che ci mangeremmo Rcs>. Dal suo punto di vista, per carità… Però, ho fatto un piccolo controllo e mi sono accorto che per le leggi italiane esistenti non è possibile per Mediaset scalare Rcs mentre è possibile per Rcs scalare Mediaset. Lo dico come caso di scuola, niente più. Ne Rcs né Mediaset oggi sono scalabili». Fine della fantaeditoria. Infine, la politica: dopo la televisione, i giornali e il calcio, è l’unica attività che lo differenzia da Berlusconi. La discesa in campo sta su Marte o mai dire mai? «Sono al vertice di un gruppo di aziende con 4500 dipendenti. È un’ipotesi molto molto difficile. Poi certo, c’è anche un film che s’intitola Mai dire mai. Ma è una cosa molto remota». Però con un paio di giornalisti si lascia andare: «Semmai entrassi in politica, figuratevi se lo dico qui. Non succederà. Ma se succede…». Fantapolitica. Quanto a quella attuale, di Giorgia Meloni dice: «Mi è simpatica, è tosta, decisa. Piuttosto, attorno a lei mi pare che combinino un po’ di guai».

Ma tutto finisce qui, nella pura simpatia. Perché, a chi gli chiede se vuole approfittare del presunto «smantellamento di Telekabul», il patron di La7 replica: «Non abbiamo intenzione di fare un’Opa su Rai 3, le Opa si fanno in borsa. Il riposizionamento di Rete 4 è cominciato già da qualche anno, quando Barbara Palombelli iniziò a condurre la striscia serale nel 2018. Sulla Settimana enigmistica si legge che è il giornale più imitato d’Italia. Ma alla fine rimane sempre quello che vende di più». Insomma, squadra che vince non si cambia. Caso mai le posizioni si radicalizzano. Perché se l’apprezzamento verso Meloni sembra accomunare i vertici di Viale Mazzini, Pier Silvio Berlusconi e Cairo, in realtà anche TeleMeloni rimane fantatelevisione. Perché in Rai lo spostamento a destra sarebbe rappresentato dal vacillante innesto di Filippo Facci, in Mediaset sono arrivate Berlinguer e Merlino e a La7 le novità sono Parenzo, Gramellini, Marianna Aprile, Alessandro Barbero, Mauro… È la solita differenza tra narrazione e realtà.

 

La Verità, 12 luglio 2023

Michele Santoro carta giusta post Cartabianca?

Innesti, «ritornanze» e alcuni vuoti da riempire. È la sintesi della «nuova Rai meloniana», formula che l’amministratore delegato Roberto Sergio disapprova, presentata ieri al Centro di produzione di Napoli. Ma tra le tante «ritornanze», nel linguaggio di Stefano Coletta, è rimasta coperta quella che potrebbe scuotere davvero l’annata televisiva. Comunicarla ieri avrebbe catalizzato l’intera giornata e non solo. E di certo restano ancora parecchi dettagli da definire fra le parti, come avviene per il trasferimento di un importante calciatore. Ma tra le ipotesi che in Rai si stanno considerando per la sostituzione di Bianca Berlinguer potrebbe prendere corpo proprio la ritornanza di Michele Santoro. Siamo ancora a uno stadio embrionale, la notizia delle dimissioni dell’ex conduttrice di Cartabianca è appena di lunedì. Perciò, «ci stiamo prendendo ancora un momento di riflessione per confrontarci con l’ufficio marketing e fare la scelta giusta», ha detto Coletta. Giustificazione fragile dopo una settimana in cui l’addio di Berlinguer ha tenuto banco.

Più sul pezzo era parso il governatore Vincenzo De Luca nel suo benvenuto ai vertici aziendali quando, dopo gli elogi di rito, aveva strappato le risate della platea con la doglianza «per non poter più vedere quel Neanderthal, quel troglodita vestito da capraio afghano, da pastore yemenita» che di solito accompagna Berlinguer, «questa sòla che avete rifilato a Mediaset».

Esauriti il momento cabaret e il capitolo attenuanti, ovvero il breve tempo a disposizione della nuova governance per preparare i palinsesti, «appena 53 giorni nei quali si è dovuto fare i conti con alcuni dolorosi addii», si è passati a snocciolare titoli e volti dell’autunno-inverno 2023-2024. Alla faccia dell’occupazione meloniana, il compito è stato curiosamente affidato a Coletta, l’autore seriale di flop da direttore dell’Intrattenimento nella Rai del centrosinistra che ora dirige la Distribuzione, cioè i palinsesti.

La vera novità della prossima stagione dovrebbe essere «la narrazione», il vocabolo più gettonato della giornata. Quella che andrà in onda dall’autunno è finalmente la Rai ristrutturata per generi, «ideata nel 2019 dall’allora amministratore delegato Fabrizio Salini. È questo il modo migliore per dare centralità al prodotto», ha assicurato il direttore generale Giampaolo Rossi. E se si teme di veder annacquate le identità che un tempo animavano le reti generaliste «è perché il disegno non è ancora completato. Le tre reti non si diversificheranno più per impostazione ideologica, ma per linguaggi e marchi: Rai 1 sarà la rete del racconto e dell’autorevolezza, Rai 2 la rete dell’innovazione, Rai 3 la rete dell’approfondimento. Il nuovo claim <Rai di tutto, di tutti> sta a indicare che, in fondo, la Rai non è di nessuno perché vuol essere di tutti».

Vedremo meglio fra qualche mese cosa vorrà dire. Intanto, andando sul concreto, Roberto Inciocchi, proveniente da Sky, avrà la conduzione di Agorà su Rai 3 mentre Filippo Facci guiderà I Facci vostri, una striscia quotidiana prima del Tg2 delle 13. La strategia dei nuovi vertici è «aggiungere per essere più pluralisti di come la Rai è stata in passato: un obiettivo che siamo riusciti a raggiungere e che è anche un investimento per il futuro», ha sottolineato l’ad Sergio. Ma, alla fine, i veri innesti si esauriscono qui. Per il resto, si tratta di recuperi e «ritornanze», appunto. Con La volta buona Caterina Balivo prenderà il posto di Serena Bortone nel pomeriggio di Rai 1, Nunzia De Girolamo condurrà Botta e risposta in prima serata su Rai 3, dove, in seconda serata, tornerà Luca Barbareschi con In barba a tutto. Sempre in seconda serata, il lunedì su Rai 1 ricomparirà Francesco Giorgino con un approfondimento intitolato XXI secolo, quando il presente diventa futuro, mentre in dicembre Enrico Ruggeri condurrà Gli occhi del musicista su Rai 2. Un chiacchierato ritorno con Il mercante in fiera su Rai 2 è quello di Pino Insegno, visto alle convention di Fratelli d’Italia. «Fatte salve le nostre policy aziendali, se dovessi escludere tutti gli artisti e i giornalisti che partecipano a eventi politici ogni estate, temo che dovrei allungare la lista», ha replicato Sergio.

Ancora incerta, invece, la sorte di Viva Rai 2 di Fiorello, evento televisivo dell’anno, «uno show da prima serata che va in onda al mattino e ha avuto grande successo su tutte le piattaforme. In Via Asiago ci sono dei palazzi e abitano delle persone», ha proseguito Sergio. «Con il mio staff e i condomini speriamo di trovare una sintesi che consenta a Rosario, che considera fondamentale quella location, di riprendere il programma. Ma in questo momento non sono in grado di dire se accadrà».

A proposito dei «dolorosi addi», tre su quattro sono stati curati con risorse interne (Report la domenica sera al posto di Che tempo che fa, Monica Maggioni a In mezz’ora abbandonata da Lucia Annunziata e Serena Bortone nello spazio di Massimo Gramellini), mentre non regge la scusa di una ricerca di marketing per il talk di Rai 3 che ha già un pubblico super consolidato. I nomi filtrati di Monica Giandotti, Luisella Costamagna e Peter Gomez del Fatto quotidiano erano una boutade? «Sfido qualunque azienda a sostituire in due giorni un programma che faceva ascolti importanti», ha premesso Sergio. «Alcuni di questi nomi possono essere stati fatti per autopromozione. Infine, ancora non è sicuro che Bianca Berlinguer continui ad andare in onda al martedì. Vedremo, magari ai primi di agosto avremo una notizia da darvi». Insomma, la trattativa potrebbe essere in corso. Difficile però che riguardi Giandotti e Costamagna, già previste con Poster, la prima, e Tango, la seconda, su Rai 2. Quanto a Gomez è appena stato nominato condirettore da Marco Travaglio.

Lo spazio spetta all’opposizione e, fuori dalla Rai, Michele Santoro metterebbe d’accordo sia il Pd di Elly Schlein che ha voluto in segreteria il suo ex collaboratore Sandro Ruotolo, sia Giuseppe Conte, leader del M5s, nel quale Marco Travaglio è molto ascoltato. Qualcuno di ben informato parla di una telefonata ricevuta da Michele e partita dai vertici Rai, ma lui nega.

 

La Verità, 8 luglio 2023